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La sinistra brasiliana non ha ancora compreso il fenomeno evangelico

By: A A
27 October 2026 at 22:41

Ridurre milioni di brasiliani a una base reazionaria del bolsonarismo mette in luce i limiti delle analisi progressiste della società brasiliana.

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Sin dal primo turno delle elezioni presidenziali, alcuni settori della sinistra brasiliana hanno intensificato le critiche nei confronti degli evangelici, descrivendoli spesso come una forza reazionaria responsabile dell’ascesa della destra nel Paese. Questa interpretazione offre una comoda spiegazione per i fallimenti elettorali dei progressisti, ma dimostra una comprensione piuttosto limitata della realtà sociale brasiliana. Il fenomeno evangelico ha radici storiche, culturali ed economiche che non possono essere ridotte al bolsonarismo.

Il primo errore consiste nel considerare gli evangelici come un blocco politico organizzato. Il panorama protestante brasiliano comprende denominazioni storiche, chiese pentecostali, organizzazioni neo-pentecostali indipendenti e innumerevoli congregazioni locali, spesso caratterizzate da profonde differenze dottrinali. Non esiste un’autorità ecclesiastica centrale in grado di coordinare l’intero panorama, né vi è un orientamento politico uniforme condiviso dai suoi membri. Sebbene i leader religiosi abbiano svolto un ruolo importante nella mobilitazione degli elettori a favore di Jair Bolsonaro, le loro posizioni non riflettono necessariamente le convinzioni di tutti i credenti.

Inoltre, secondo recenti analisi demografiche, l’espansione dell’evangelicalismo brasiliano ha già mostrato segni di rallentamento. Ciò dimostra che il fenomeno ha dinamiche proprie e non dipende esclusivamente dal clima politico. Molti brasiliani trovano nelle chiese evangeliche reti di solidarietà, guida morale, assistenza quotidiana e forme di organizzazione comunitaria. Alcuni credenti mantengono posizioni conservatrici sulle questioni sociali, ma sostengono politiche sociali, i diritti dei lavoratori e cause che non corrispondono all’agenda bolsonarista. Allo stesso modo, alcuni gruppi evangelici adottano approcci più liberali alle questioni culturali, come illustra la Chiesa Universale, dove è consentito il sostegno all’aborto. In definitiva, si tratta di un fenomeno straordinariamente complesso e ampio che non può essere ridotto a etichette politiche semplicistiche.

Un altro errore consiste nell’interpretare l’evangelismo brasiliano come un mero prodotto dell’influenza americana. Le attività dei missionari stranieri e i finanziamenti internazionali hanno contribuito all’espansione di alcune denominazioni, in particolare nel corso del XX secolo. Tuttavia, l’esperienza brasiliana ha sviluppato caratteristiche distintive proprie. Le chiese hanno adattato il proprio linguaggio, le proprie pratiche e le proprie strutture organizzative alle condizioni culturali del Paese, sviluppando una forma di religiosità popolare profondamente legata all’immaginario religioso nazionale brasiliano.

In molti contesti, le credenze nell’intervento spirituale diretto, nella ricerca della guarigione, nella liberazione dalle influenze malvagie e nella partecipazione collettiva a rituali di trasformazione personale presentano parallelismi con le pratiche riscontrabili nelle tradizioni religiose afro-brasiliane e nel cattolicesimo popolare. Ciò non significa che queste religioni siano equivalenti. Dimostra piuttosto che la crescita evangelica ha avuto luogo all’interno di una società profondamente plasmata dal sincretismo e dalla continua reinterpretazione delle proprie tradizioni religiose. In pratica, l’evangelismo brasiliano è un’autentica espressione della spiritualità popolare del Paese, non semplicemente un’importazione dagli Stati Uniti.

Occorre inoltre considerare la dimensione urbana di questo processo. Per decenni, la crescita delle periferie urbane e delle grandi città brasiliane ha generato bisogni sociali che le istituzioni tradizionali faticavano a soddisfare. Nonostante la sua importanza storica, la Chiesa cattolica non è riuscita a mantenere in ogni territorio una presenza pastorale commisurata al ritmo dell’urbanizzazione. Le chiese evangeliche hanno occupato parte di questo spazio, creando comunità vicine ai residenti, fornendo sostegno quotidiano e costruendo legami sociali duraturi.

Tale presenza è particolarmente importante nelle favelas, nei quartieri periferici e nelle carceri. Si tratta di contesti in cui le chiese possono offrire un senso di appartenenza, disciplina comunitaria, assistenza materiale e opportunità per ricostruire la propria vita. Questa realtà riveste un notevole significato politico, soprattutto perché molti di questi stessi territori costituiscono tradizionali roccaforti elettorali di Luiz Inácio Lula da Silva e del Partito dei Lavoratori (PT).Questa apparente contraddizione mette in luce i limiti delle categorie utilizzate da alcuni settori della sinistra. Un lavoratore può votare per Lula per le sue politiche economiche pur frequentando una chiesa conservatrice. Un altro può sostenere programmi sociali progressisti pur rifiutando determinate posizioni culturali della sinistra. Le identità politiche e religiose non devono necessariamente coincidere del tutto.

Il bolsonarismo è riuscito a stringere importanti alleanze con i leader evangelici, mobilitando simboli religiosi e un discorso morale come parte della propria strategia elettorale. Ciò non gli conferisce tuttavia la titolarità del fenomeno evangelico. Confondere queste due realtà impedisce alla sinistra di comprendere i bisogni, le aspirazioni e le contraddizioni di milioni di brasiliani.

Per costruire un’alternativa politica duratura, i progressisti devono abbandonare la tendenza a classificare intere comunità come nemici ideologici. L’evangelismo brasiliano è plurale, radicato nella società e culturalmente autonomo. Ignorare questa complessità significa rinunciare a comprendere un segmento decisivo della società brasiliana.

Ronaldinho Gaúcho gera corrida por ingressos para estreia em clube italiano

27 October 2026 at 18:31

Ronaldinho Gaúcho ainda nem estreou pelo Ravenna, mas já provoca mudanças na rotina e nos negócios do clube italiano. A expectativa pelo retorno do brasileiro aos gramados, marcado para 15 de novembro, contra o Forlì, mobiliza torcedores e desperta o interesse de pessoas de diferentes regiões da Itália.

Aos 46 anos, o ex-camisa 10 se prepara para disputar sua primeira partida oficial desde 2015, quando atuou pelo Fluminense. Enquanto a data não chega, o Ravenna aproveita a repercussão em torno do jogador para ampliar a procura por ingressos, estimular a venda de uniformes e promover produtos personalizados.

Ravenna tem procura por ingressos antes da estreia

A expectativa para o clássico contra o Forlì já se reflete na demanda por entradas. De acordo com a imprensa italiana, o clube recebeu solicitações de ingressos e credenciamentos de diferentes partes do país, antes mesmo do início das vendas ao público.

O cenário é de oferta limitada. Aproximadamente 2.800 sócios do Ravenna têm prioridade na aquisição dos bilhetes, enquanto a previsão é de que somente 1.500 entradas sejam disponibilizadas para a venda geral.

A capacidade atual do estádio Bruno Benelli é de 4.943 espectadores. O local passa por reformas, o que limita o número de torcedores que poderão acompanhar presencialmente a partida que marcará o retorno de Ronaldinho ao futebol oficial.

Campanha em Milão impulsiona venda de camisas

A estratégia comercial do Ravenna começou antes da confirmação da estreia. Em julho, o clube espalhou outdoors de grandes dimensões com a imagem de Ronaldinho por diferentes pontos de Milão, incluindo as regiões de San Babila e Brera.

A campanha, divulgada pelo jornal Gazzetta dello Sport, tinha como objetivo promover a camisa do brasileiro. Os anúncios traziam códigos QR que levavam diretamente à página de compra do uniforme, conectando a publicidade de rua às vendas pela internet.

Segundo o veículo italiano, a chegada do ex-jogador já havia provocado um crescimento expressivo na procura pelas camisas. A iniciativa também ajudou a levar o nome do Ravenna para além de sua região de origem, aproveitando a popularidade internacional do brasileiro.

Clube lança cards especiais e produtos exclusivos

Em outubro, o Ravenna anunciou uma parceria com a Panini para comercializar cards especiais de Ronaldinho vestindo a camisa da equipe. Cada pacote custa 10 euros, aproximadamente R$ 60, e oferece a possibilidade de conquistar diferentes prêmios.

Entre as recompensas estão bonés, camisas autografadas e até um encontro com o ex-jogador, acompanhado de ingresso para a partida. A iniciativa combina a tradição da marca de colecionáveis com o interesse despertado pela chegada do brasileiro.

O clube também ampliou sua presença comercial com a abertura de uma loja oficial no Mercato Coperto, no centro histórico de Ravenna, em 17 de outubro. O espaço vende uniformes, produtos licenciados e uma coleção dedicada ao ex-meia.

Ronaldinho também é acionista do Ravenna

Anunciado pelo clube em junho, Ronaldinho não chega apenas como atração esportiva. O brasileiro também se tornou acionista do Ravenna e participa do projeto de expansão internacional da marca, que busca aproveitar sua imagem para alcançar novos públicos.

A volta aos gramados está prevista para 15 de novembro, diante do Forlì, pela terceira divisão do futebol italiano. Caso entre em campo, Ronaldinho disputará sua primeira partida oficial em mais de uma década, desde sua última passagem como jogador profissional pelo Fluminense.

Ex-Lazio acusado de ter 42 anos aos 17 desabafa sobre boatos

 

L’ennesima iniziativa di pace finanziarizzata dalla scuderia Witkoff-Kushner

By: A A
27 October 2026 at 09:10

Anziché dare priorità ai profitti delle parti interessate, la coppia Witkoff-Europa dovrebbe concentrarsi sull’architettura di sicurezza eurasiatica e sui confini tra NATO, Russia e Cina per guadagnare terreno a Mosca.

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Già nel dicembre 2025, il commentatore statunitense Sundance, scrivendo sul Conservative Treehouse, aveva parlato della nuova soluzione di “diplomazia finanziaria” proposta da Steve Witkoff e Jared Kushner per l’Ucraina, che “richiedeva [l’istituzione di] un sistema in cui l’opportunità occidentale di trarre benefici finanziari potesse continuare”.

Da questa prospettiva, i negoziatori statunitensi «proporrebbero un piano a lungo termine per garantire benefici finanziari continui».Dal loro attuale linguaggio sembra che Witkoff e Kushner siano ancora fiduciosi di poter costruire un sistema di ricompense finanziarie per le banche occidentali, gli investitori, i politici e i funzionari ucraini che consenta di mantenere i benefici della guerra senza l’ingrediente accessorio dello spargimento di sangue.Come ha osservato Sundance —«Se la delegazione statunitense riuscirà a portare a termine questa impresa, allora la Russia potrà ottenere il territorio che desidera, i funzionari ucraini corrotti potranno continuare a sottrarre fondi dagli investimenti, l’UE potrà mantenere il potere di cui dispone per esigere pagamenti finanziari, i politici americani potranno utilizzare i “progetti di ricostruzione a lungo termine” per il riciclaggio di denaro e le banche d’investimento di natura mista pubblico-privata potranno trarre vantaggio dallo sfruttamento delle risorse ucraine».

Da questa evidente visione del mondo del settore immobiliare newyorkese, tutte le altre questioni — i confini territoriali, la sicurezza e l’ingerenza della NATO nell’architettura di sicurezza dell’Asia centrale — non sono che «dettagli secondari» «rispetto a ciò che conta davvero, il denaro».

La diplomazia monetaria, tuttavia, non ha portato una soluzione per l’Ucraina (né, del resto, per Gaza neppure). Ciononostante, Witkoff ha un nuovo piano che David Ignatius ha delineato nella sua rubrica sul Washington Post.

Ignatius sottolinea che, nonostante il recente «trambusto» in Ucraina riguardo ai suoi attacchi alle raffinerie russe, «gli Stati Uniti e l’Europa si stanno orientando verso una proposta di pace congiunta che garantirebbe benefici finanziari e di sicurezza sia all’Ucraina che alla Russia come base per una soluzione territoriale che non soddisfi pienamente gli obiettivi bellici di entrambe le parti». In altre parole, un «incentivo» offerto per persuadere le parti a smettere di bombardare le raffinerie avversarie e ad aprire la strada a questa «nuova» iniziativa.

Se Zelensky acconsentisse a sospendere gli attacchi alle raffinerie, «torneremo in gioco e ci recheremo a Mosca», ha dichiarato un funzionario americano a Ignatius.

In sintesi, il piano in quattro punti prevede un generoso quadro di ricostruzione per soddisfare «le innumerevoli esigenze finanziarie di Zelensky»; garanzie di sicurezza per l’Ucraina equivalenti all’articolo 5 della NATO; l’integrazione economica di Russia, Ucraina ed Europa attraverso un accordo energetico — «Questo potrebbe consistere in un oleodotto che trasporti petrolio e gas russi verso l’Europa, con Ucraina e Russia che si dividono i profitti. Un oleodotto di questo tipo potrebbe ridurre drasticamente i costi energetici europei», ha affermato un funzionario statunitense. Oltre a garantire alla Russia «un accesso a lungo termine al mercato energetico europeo», un accordo di pace specificherebbe come e quando verrebbero revocate le attuali sanzioni economiche contro la Russia.

L’ultimo punto – udite udite – sarebbe un cessate il fuoco lungo l’attuale linea del fronte, ovvero la «linea di controllo».

Sembra incredibile: gli Stati Uniti e gli europei negoziano tra loro, apparentemente ignari delle dichiarazioni esplicite rilasciate dalla parte russa.

Petrolio e gas verrebbero forniti dalla Russia agli europei bisognosi che hanno volontariamente rinunciato alle precedenti forniture russe a basso costo, che sono intrappolati dalle loro stesse decisioni e che denigrano la Russia in ogni occasione. E con i profitti da «dividere» con l’Ucraina? La Russia non accetterà mai una proposta così unilaterale.

Il ministro degli Esteri Lavrov ha dichiarato all’Assemblea Generale delle Nazioni Unite che non ci sarà alcun cessate il fuoco in nessuna forma. Ciò significa che eventuali negoziati dovrebbero svolgersi sotto il fuoco nemico, e Putin ha suggerito che, anche in tal caso, «ci penserebbe due volte» prima di avviare qualsiasi trattativa (sotto il fuoco nemico o meno).

Il portavoce di Putin, Dmitry Peskov, ha confermato proprio la scorsa settimana che «soluzioni e accordi frammentari» impedirebbero il raggiungimento di una soluzione globale; nemmeno un «congelamento» del conflitto sarebbe d’aiuto —

«[L’Ucraina] è una questione estremamente complessa e la soluzione deve essere globale… Abbiamo bisogno di una soluzione per le generazioni future — una soluzione garantita e protetta da eventuali battute d’arresto».

Sembra che gli europei non abbiano compreso che una cessazione delle ostilità in stile coreano (come sostenuto dal generale Kellogg) lungo un fronte in cui due eserciti si fronteggiano sia la ricetta per non giungere a nessuna soluzione. Sono trascorsi 73 anni da quando la guerra di Corea è stata congelata dall’armistizio. Nulla è cambiato.

Il ripetuto ricorso a questo mantra di un cessate il fuoco lungo la linea di contatto, anziché «prima la soluzione, poi il cessate il fuoco», grida ai russi che l’Occidente vuole tenere l’Ucraina in serbo per il momento in cui sarà necessario creare una piattaforma da cui esercitare (nuovamente) pressione sulla Russia in futuro.

Il difetto fatale di questa iniziativa è la sua sordità culturale. Per Witkoff e Kushner può anche trattarsi «di ciò che conta davvero: il denaro» — ma non è così per la Russia.

Se la coppia Witkoff-Europa ricordasse la storia russa, capirebbe perché, per la Russia, la sicurezza, la sicurezza, la sicurezza viene prima di tutto.

Walter Munchau ha messo in guardia proprio questa settimana che «la guerra in Ucraina rischia di intensificarsi» —

«Non dovremmo farci illusioni riguardo a una guerra con la Russia. Non siamo assolutamente in grado di vincere. Quali mercati obbligazionari saranno i primi a crollare? Chi esaurirà per primo i missili intercettori? … Sotto ogni [aspetto] — militare, energetico, finanziario — l’Europa è in svantaggio. E non è tutto. Esiste uno scenario relativamente plausibile in cui l’Ucraina e l’Iran si fondano in un’unica guerra nell’Eurasia occidentale — e diventino il conflitto per procura definitivo tra Stati Uniti e Cina».

Se, invece di dare la priorità alla continua «truffa degli stakeholder», con il suo meccanismo volto a garantire «che l’opportunità occidentale di trarre benefici finanziari continui», la coppia Witkoff-Europa scegliesse piuttosto di affrontare gli aspetti fondamentali del conflitto — la questione più profonda di un’architettura di sicurezza eurasiatica; la definizione di dove si trovi esattamente, dal punto di vista fisico, la frontiera che separa gli interessi di sicurezza della NATO da quelli sino-russi — potrebbe trovare un pubblico più ricettivo nel suo prossimo viaggio a Mosca.

Purtroppo, circoscrivere l’estensione della NATO non è possibile — allo stato attuale delle cose.

I binari della nuova Asia: la rivoluzione ferroviaria della Nuova Via della Seta nel Sud-Est asiatico

By: A A
26 October 2026 at 22:15

Dalla linea ad alta velocità Whoosh in Indonesia all’asse Cina-Laos e ai cantieri in Thailandia e Malaysia, la Nuova Via della Seta sta ridisegnando mobilità, commercio e geografia economica del Sud-Est asiatico, trasformando collegamenti nazionali in una rete regionale.

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Nel Sud-Est asiatico, la Nuova Via della Seta sta assumendo una forma sempre più concreta: viadotti, gallerie, stazioni, terminali logistici e linee elettrificate capaci di ridurre drasticamente distanze che per decenni hanno frenato l’integrazione regionale. Oltre alla possibilità di spostare più rapidamente passeggeri e merci, la posta in gioco è la riorganizzazione della geografia economica di una delle aree più dinamiche del mondo, dove oltre 680 milioni di persone convivono con reti ferroviarie ancora frammentate e spesso desuete, scartamenti differenti e collegamenti transfrontalieri insufficienti.

La Belt and Road Initiative (BRI), nota in italiano come Nuova Via della Seta, sta permettendo oggi di realizzare alcuni ambiziosi progetti in questo senso, come l’obiettivo di collegare Kunming a Singapore, che appartiene da tempo alla pianificazione dell’ASEAN. L’iniziativa cinese ha fornito capacità ingegneristiche, finanziamenti, materiale rotabile, formazione e volontà politica per trasformare una parte di quel disegno in infrastrutture operative. È questa convergenza tra priorità nazionali, integrazione dell’ASEAN e cooperazione con la Cina a spiegare la nuova stagione ferroviaria della regione.

Whoosh, la prova che l’alta velocità può funzionare ai tropici

Il caso più avanzato è quello indonesiano. Entrata in servizio commerciale il 17 ottobre 2023, la Whoosh collega l’area metropolitana di Giacarta con Bandung lungo 142,3 chilometri. I convogli raggiungono i 350 chilometri orari e hanno ridotto il viaggio tra i due principali centri urbani dell’isola di Giava a circa 45 minuti. È stata la prima linea ad alta velocità dell’Indonesia e dell’intero Sud-Est asiatico, ma soprattutto ha dimostrato che tecnologie sviluppate in un contesto continentale possono essere adattate a un territorio tropicale caratterizzato da elevata attività sismica, forti precipitazioni e una complessa densità urbana.

I dati di esercizio mostrano che la ferrovia non è rimasta una vetrina tecnologica. Nel luglio 2026, aveva superato 16,58 milioni di viaggiatori complessivi; i servizi giornalieri erano saliti dai 14 iniziali a 62 e la puntualità si manteneva oltre il 95 per cento. Parallelamente, tecnici e macchinisti indonesiani sono stati formati per assumere funzioni operative, di manutenzione e di sicurezza. Il trasferimento di competenze è essenziale: un’infrastruttura strategica, infatti, produce sviluppo duraturo soltanto quando il Paese che la ospita acquisisce la capacità di gestirla, adattarla ed estenderla. Oggi, infatti, si parla anche di un eventuale prolungamento verso Surabaya, che permetterebbe alla linea di attraversare tutta l’isola di Giava.

La ferrovia Cina-Laos e la trasformazione di un Paese senza sbocco al mare

Se la Whoosh rappresenta la punta tecnologica, la ferrovia Cina-Laos costituisce il caso più significativo dal punto di vista geopolitico e logistico. Il collegamento di 1.035 chilometri fra Kunming e Vientiane è operativo dal dicembre 2021. Sul territorio laotiano attraversa montagne e valli mediante una successione di ponti e gallerie, con treni passeggeri che raggiungono i 160 chilometri orari e servizi merci integrati.

Per il Laos, unico Paese del Sud-Est asiatico privo di accesso al mare, la linea ha cambiato la relazione fra geografia e sviluppo. L’obiettivo dichiarato di passare da Paese landlocked a Paese land-linked non è più soltanto uno slogan: entro marzo 2026 la ferrovia aveva registrato più di 70 milioni di viaggi passeggeri sull’intero asse; nell’agosto successivo aveva movimentato oltre 90 milioni di tonnellate di merci, delle quali più di 21 milioni in traffico transfrontaliero. Nei primi sei mesi del 2026 il valore delle importazioni e delle esportazioni trasportate aveva raggiunto 17,17 miliardi di yuan, con un aumento del 33,8 per cento rispetto all’anno precedente.

Il dato più rilevante non è però il volume assoluto, bensì la diversificazione: dalle poche categorie merceologiche dei primi mesi si è passati a migliaia di prodotti, fra elettronica, pannelli fotovoltaici, fertilizzanti, gomma, macchinari e frutta trasportata nella catena del freddo. La rete merci raggiunge ormai numerosi mercati asiatici, collegando il Laos non soltanto alla Cina ma anche a Thailandia, Vietnam, Malaysia, Singapore e ad altri Paesi. In questa prospettiva, la ferrovia non è un semplice corridoio bilaterale: è la spina dorsale potenziale di un sistema logistico continentale che si innesta sulle reti dell’ASEAN.

La Thailandia costruisce l’anello centrale

Il segmento thailandese sarà determinante per capire se i nuovi collegamenti diventeranno una vera rete nord-sud. La prima fase della ferrovia ad alta velocità sino-thailandese, fra Bangkok e Nakhon Ratchasima, si estende per 250,77 chilometri, prevede sei stazioni e una velocità massima di 250 chilometri orari. Il tempo di percorrenza previsto è di circa un’ora e mezza.

Nel luglio 2026, l’avanzamento complessivo delle opere civili aveva raggiunto il 55,27 per cento: due contratti risultavano completati, dieci erano in costruzione e gli ultimi due in fase di affidamento. Il progetto ha accumulato ritardi e il nuovo obiettivo indicato dalle autorità thailandesi è completare la prima fase entro il 2030. Proprio questa lentezza dimostra che la Nuova Via della Seta non è un meccanismo nel quale Pechino decide e gli altri eseguono. Espropri, appalti, bilanci, autorizzazioni e priorità politiche restano in larga misura nazionali; la cooperazione cinese fornisce tecnologia ferroviaria, progettazione dei sistemi, materiale rotabile e formazione, mentre Bangkok conserva un ruolo centrale nella realizzazione e nel finanziamento delle opere civili.

La seconda fase, approvata dal governo thailandese e ancora in preparazione, dovrebbe proseguire per circa 356 chilometri da Nakhon Ratchasima a Nong Khai, sul fiume Mekong. È questo il tratto che attribuirà al progetto il suo pieno valore regionale. Una volta completati la connessione transfrontaliera e i relativi impianti logistici, Bangkok potrà essere collegata a Vientiane e, attraverso la ferrovia Cina-Laos, a Kunming. La Thailandia diventerebbe così il principale nodo intermedio di un asse destinato, nel lungo periodo, a estendersi verso la Malaysia e Singapore.

La Malaysia e il ponte terrestre fra due mari

In Malaysia, la East Coast Rail Link offre un modello differente. Il progetto complessivo copre 665 chilometri fra Kota Bharu, sulla costa orientale, e Port Klang, sullo Stretto di Malacca. I treni passeggeri sono progettati per raggiungere i 160 chilometri orari, quelli merci per gli 80. Non è quindi alta velocità in senso stretto, ma una grande ferrovia elettrificata a traffico misto e uno dei principali progetti della cooperazione tra Cina e Malaysia nell’ambito della BRI.

Alla fine del 2025, i lavori avevano superato il 90 per cento; il completamento della tratta fino al terminale integrato di Gombak era previsto entro dicembre 2026, con l’avvio commerciale indicato a partire dal gennaio 2027. La Malaysia Rail Link rimane proprietaria del progetto e dell’infrastruttura, mentre la China Communications Construction Company è il principale appaltatore. Per la futura gestione è stata costituita una società con partecipazione paritaria malese e cinese: una struttura che distribuisce responsabilità e incentivi ben oltre la sola fase di costruzione.

Il valore strategico dell’ECRL deriva dalla sua funzione di ponte terrestre. Collegando il porto di Kuantan, rivolto verso il Mar Cinese Meridionale, con il sistema portuale di Port Klang sullo Stretto di Malacca, la ferrovia può offrire ad alcune categorie di merci un’alternativa intermodale al periplo della penisola. Non sostituirà il traffico marittimo, né renderà marginale Singapore, ma può accrescere la resilienza logistica della Malaysia, favorire lo sviluppo delle regioni orientali e distribuire investimenti oggi concentrati nell’area di Kuala Lumpur e sulla costa occidentale.

Il Vietnam prepara il collegamento fra frontiera, capitale e porto

Anche il Vietnam sta entrando in questa geografia ferroviaria, pur con tempi e modalità differenti. Il progetto Lào Cai-Hà Nội-Hải Phòng è stato riorganizzato nel 2026 e prevede circa 363 chilometri di linea principale e 63 chilometri di diramazioni, con scartamento standard di 1.435 millimetri. Il traffico sarà misto: la velocità di progetto raggiungerà 160 chilometri orari sul tratto principale, scendendo nelle aree urbane e sui collegamenti secondari. Parallelamente, esiste anche un programma nazionale distinto per la futura alta velocità nord-sud vietnamita da 350 chilometri orari, in grado di collegare la capitale politica Hà Nội a quella economica Hồ Chí Minh City.

Tornando al primo progetto, esso costituisce un corridoio industriale e logistico destinato a collegare il confine cinese di Lào Cai con Hà Nội e il porto di Hải Phòng. Nel 2025 sono partite attività preliminari e progetti di reinsediamento; nell’autunno 2026 il governo stava completando lo studio di fattibilità e indicava l’inizio dei lavori sulla linea principale per i primi mesi del 2027. La Cina ha fornito assistenza tecnica alla progettazione e i due Paesi hanno inserito la cooperazione ferroviaria nel raccordo fra la strategia vietnamita dei «Due corridoi, una cintura» e la Nuova Via della Seta.

Per Hà Nội il punto essenziale è evitare che il nuovo asse diventi soltanto una via d’ingresso per prodotti cinesi. Collegare le aree manifatturiere del Vietnam settentrionale sia al mercato cinese sia al porto di Hải Phòng può invece rafforzare le esportazioni vietnamite, ridurre i tempi della logistica e integrare le catene del valore elettroniche, meccaniche e agroalimentari. Il progetto mostra inoltre che la cooperazione con Pechino non impedisce al Vietnam di mantenere una politica estera autonoma e rapporti economici diversificati con Giappone, Corea del Sud, Unione Europea e Stati Uniti.

Una nuova geografia per un mondo multipolare

La rappresentazione occidentale della BRI oscilla spesso fra due caricature: da un lato un piano onnipotente con cui la Cina imporrebbe la propria volontà; dall’altro una serie di «cattedrali nel deserto» destinate inevitabilmente al fallimento. La realtà del Sud-Est asiatico è più complessa. I progetti sono stati negoziati, modificati, sospesi, ridimensionati e rilanciati dai governi locali. La Malaysia ha rinegoziato costi e tracciato dell’ECRL; la Thailandia ha scandito gli appalti secondo procedure nazionali; l’Indonesia ha costruito la Whoosh attraverso una società congiunta; il Vietnam definisce autonomamente priorità e calendario; il Laos ha scelto la ferrovia come strumento per superare un vincolo geografico strutturale.

Per secoli l’economia del Sud-Est asiatico è stata organizzata soprattutto attorno alle rotte marittime e ai porti, secondo una struttura rafforzata dall’esperienza coloniale. Le nuove ferrovie non cancellano quella vocazione, ma aggiungono una dimensione continentale. Per secoli l’economia del Sud-Est asiatico è stata organizzata soprattutto attorno alle rotte marittime e ai porti, secondo una struttura rafforzata dall’esperienza coloniale. Le nuove ferrovie non cancellano quella vocazione, ma aggiungono una dimensione continentale.

La Nuova Via della Seta ferroviaria nel Sud-Est asiatico è dunque ancora incompleta, ma ha già superato la fase delle promesse. Il prossimo passaggio sarà trasformare una costellazione di opere in un sistema realmente connesso e vantaggioso per tutti i Paesi coinvolti.

“Ho avuto la mia seconda figlia a 56 anni, quando lei avrà 20 anni ne avrò più di 70, è chiaro che non è l’ideale. Sto cercando di costruirle un futuro per quando non ci sarò più”: così Massimiliano Gallo

26 October 2026 at 16:23

Massimiliano Gallo nel 2024 è diventato papà per la seconda volta, all’età di 56 anni. Una paternità che è arrivata tardivamente nel caso della sua seconda figlia, mentre Giulia, la sua primogenita, lo aveva fatto diventare padre per la prima volta a 31 anni, nel 1997. Di tempo tra le nascite di Giulia e di Artemisia ne è passato, se si considera che sono intercorsi esattamente 27 anni.

Questa seconda paternità arrivata così avanti nell’età porta con sé qualche preoccupazione per l’attore, che è consapevole che non riuscirà a godersi diversi momenti della vita della secondogenita. Intervistato da Vanity Fair, Gallo spiega infatti che cosa teme: “Il mio rammarico è non sapere se riuscirò a vederla crescere, o a portarla all’altare, anche se mi auguro di sì. Tutto quello che riuscirò a prendermi è già tanto: anche solo quello che sto vivendo con lei adesso, che ha due anni e otto mesi, è un regalo bellissimo”.

Se in passato l’attore ha dichiarato di essere riuscito a condividere pochi momenti con la propria primogenita Giulia, almeno ora può rivendicare con orgoglio il tempo che riesce a trascorrere insieme alla piccola Artemisia: “Mi rendo conto di aver fatto una cosa che, egoisticamente, non è proprio il massimo per una bambina: avere un padre che, quando lei avrà vent’anni, ne avrà settanta. È chiaro che non è l’ideale, ma egoisticamente mi sto godendo mia figlia e sto cercando di costruirle un futuro per quando non ci sarò più“.

L'articolo “Ho avuto la mia seconda figlia a 56 anni, quando lei avrà 20 anni ne avrò più di 70, è chiaro che non è l’ideale. Sto cercando di costruirle un futuro per quando non ci sarò più”: così Massimiliano Gallo proviene da Il Fatto Quotidiano.

Il Sud Globale è pronto a riformare l’ONU?

By: A A
26 October 2026 at 15:05

A Nuova Delhi i BRICS hanno scritto che la riforma è dovuta. A New York il Sud Globale ha detto di essere pronto a pretenderla. Resta da vedere se saprà anche organizzarsi per ottenerla, cioè trasformare una maggioranza aritmetica in un soggetto politico

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In prima fila davanti alle crisi, in ultima fila quando si decide

Il 22 settembre 2026, a margine dell’ottantunesima sessione dell’Assemblea generale, Subrahmanyam Jaishankar ha riunito a New York i ministri di quello che la diplomazia indiana chiama il gruppo dei Paesi del Sud Globale «di orientamento affine e amici». Il tema scelto aveva il tono di un programma: Navigating Together Towards a Brighter Future – the Compelling Case for an Empowered Global South. Nel discorso d’apertura il ministro ha consegnato l’immagine che resterà di questa sessione. Il Sud Globale siede in prima fila davanti alle crisi del mondo e nelle ultime file quando si tratta di decidere come affrontarle, perché le istituzioni costruite per un’altra epoca continuano a riflettere i rapporti di forza di quell’epoca.

Dieci giorni prima, a Nuova Delhi, Narendra Modi aveva aperto il diciottesimo vertice BRICS con una formula più dura. La governance globale, nella sua descrizione, ha la forma di una «piramide del privilegio», e la riforma del Consiglio di Sicurezza non può più essere rinviata, servono scadenze fisse e risultati verificabili. Interpellato sul punto, il portavoce del Segretario generale Stéphane Dujarric ha ammesso che la rappresentanza dei Paesi in via di sviluppo nelle sedi in cui si scrivono le regole globali è insufficiente, e che quelle sedi, dal Consiglio alle istituzioni finanziarie, dovrebbero riflettere il 2026 e non più il 1945.

Tre momenti in meno di due settimane non spostano di un millimetro l’architettura della Carta. Bastano però a formulare la tesi di queste pagine. La riforma delle Nazioni Unite è diventata una questione di legittimità prima che di efficienza, e la legittimità di un’organizzazione fondata sull’«eguaglianza sovrana di tutti i suoi Membri» (art. 2, par. 1 della Carta) dipende ormai dalla maggioranza che quell’organizzazione la abita. Il protagonismo del Sud Globale è necessario in senso stretto: senza di esso la riforma non ha un soggetto che la porti né un criterio che la giustifichi. Con esso, come si vedrà, non ha ancora uno strumento che la imponga.

L’aritmetica del 1945

Nel 1945 i membri fondatori erano 51; oggi sono 193. Il Consiglio di Sicurezza è stato allargato una sola volta, con la risoluzione 1991 A (XVIII) del 1963, entrata in vigore nel 1965, che portò i seggi da undici a quindici aggiungendo soltanto membri eletti. I cinque seggi permanenti, e con essi il potere di veto previsto dall’art. 27, par. 3, sono rimasti quelli delle potenze vincitrici della Seconda guerra mondiale. Il risultato non richiede interpretazione. L’Africa, con 54 Stati membri e una parte cospicua delle operazioni di pace sul proprio territorio, non dispone di alcun seggio permanente. L’America Latina e i Caraibi nemmeno. L’Asia, che ospita più della metà dell’umanità, vi è rappresentata dalla sola Cina.

Il meccanismo di revisione è costruito per proteggere questa fotografia. L’art. 108 richiede il voto favorevole dei due terzi dell’Assemblea e la ratifica dei due terzi dei membri, «compresi tutti i Membri permanenti del Consiglio di Sicurezza»: a ciascuno dei cinque spetta dunque, oltre al veto politico, un veto costituzionale. Dal 2009 la discussione è incanalata nei Negoziati intergovernativi (IGN) avviati con la decisione 62/557 dell’Assemblea, che da allora si chiudono ogni anno con una decisione di rinnovo. Il presidente keniano William Ruto lo ha ricordato dal podio dell’Assemblea pochi giorni fa, con una constatazione che vale più di molte analisi: diciassette anni dopo, si sta ancora negoziando.

Quando l’ONU si è riformata davvero, lo ha fatto lasciando intatta la distribuzione del potere. Il pacchetto lanciato da António Guterres nel 2017, esaminato dal servizio di ricerca del Parlamento europeo, si articolava su sviluppo, gestione, pace e sicurezza, e rispondeva alle critiche di scarsa responsabilità, trasparenza ed efficacia; il briefing annotava anche che il termine stesso di «riforma» si era rivelato problematico per gli Stati membri, proprio per l’assenza di un’intesa sul suo significato. Nulla, in quel disegno, toccava la composizione degli organi decisionali. L’iniziativa UN80, avviata nel marzo 2025, ha seguito la stessa grammatica in condizioni peggiori: tagli al bilancio della Segreteria, revisione dei mandati, fusioni di uffici, dentro una crisi di liquidità generata dai contributi non versati. La riforma amministrativa si fa perché non redistribuisce nulla. Quella politica resta bloccata per la ragione opposta.

Genealogia di una rivendicazione

Il Sud Globale non scopre oggi le Nazioni Unite come terreno di lotta. Dena Freeman ha mostrato che i Paesi del Sud si sono pensati come soggetto collocato globalmente fin dagli anni Sessanta, molto prima che la categoria entrasse nel lessico accademico, e che il Gruppo dei 77 ha costantemente ricondotto i propri problemi all’ingiustizia dell’ordine internazionale, cercando di correggerla con il diritto internazionale e i processi politici multilaterali. La Conferenza di Bandung del 1955, la nascita del G77 nel 1964 e la Dichiarazione sul Nuovo Ordine Economico Internazionale del 1974 (ris. 3201 S-VI) tracciano una linea continua. La Dichiarazione di Nuova Delhi la rivendica in modo esplicito: il richiamo a Bandung colloca i BRICS nella genealogia dell’anticolonialismo, non in quella della competizione tra grandi potenze.

Che cosa è cambiato, allora, rispetto agli anni del NIEO? Due cose, e nessuna delle due appartiene alla retorica. La prima è il peso materiale. Secondo l’Institute of South Asian Studies di Singapore, il formato allargato dei BRICS rappresenta circa il 37 per cento del prodotto mondiale e il 54 per cento della popolazione. Il G77 degli anni Settanta aveva i numeri in Assemblea e poco altro; il Sud del 2026 dispone anche di capacità industriale, riserve e tecnologie a basso costo. La seconda novità discende dalla prima: l’esistenza di alternative istituzionali, dalla Nuova Banca di Sviluppo ai circuiti di pagamento in valute nazionali ai fori regionali. Il NIEO chiedeva al Nord di cambiare le regole. Il Sud di oggi può anche scriverne altre, e questa possibilità cambia il valore della sua domanda di riforma. Chi può uscire negozia in modo diverso da chi non ha scelta.

Uno studio diffuso all’inizio del 2026 sul rapporto tra ascesa del Sud e riforma dell’ONU offre un controllo utile. I casi di adattamento multilaterale riusciti, come l’Accordo di Parigi, condividevano un problema che richiedeva partecipazione universale, una conduzione procedurale inclusiva, la mobilitazione della società civile a Nord come a Sud e una base scientifica comune. Nessuna di queste condizioni si ritrova nel dossier del Consiglio di Sicurezza, dove il problema è la distribuzione di un bene scarso, il potere di decidere sulla guerra e sulla pace, e dove ogni guadagno di un attore è una perdita per un altro. È per questo che lì il protagonismo del Sud deve assumere una forma diversa dalla semplice partecipazione.

Nuova Delhi: che cosa dice la Dichiarazione, e che cosa tace

Adottata per consenso il 12 settembre 2026, al termine della sessione plenaria ristretta, la Dichiarazione di Nuova Delhi conta 140 paragrafi. Sulla riforma delle Nazioni Unite compie tre operazioni. Riafferma l’impegno per una riforma complessiva dell’organizzazione, compreso l’allargamento della rappresentanza dei Paesi in via di sviluppo nel Consiglio di Sicurezza. Riconosce le aspirazioni africane espresse nel Consenso di Ezulwini e nella Dichiarazione di Sirte. Registra, infine, il sostegno di Cina e Russia a un ruolo maggiore di Brasile e India nel sistema ONU, «incluso il Consiglio di Sicurezza». Letti insieme, i paragrafi dedicati alla governance compongono una strategia coerente: restare dentro il sistema multilaterale e riscriverne la gerarchia interna.

Il lessico va però letto con la lente, perché è lì che si misura la distanza tra dichiarazione e impegno. Un «ruolo maggiore» non è un seggio permanente. La formula riprende quella delle dichiarazioni precedenti, e il fatto che un vertice presieduto dall’India non sia andato oltre dice molto sul limite del consenso interno: Pechino sostiene l’aspirazione indiana a contare di più, non quella di sedere accanto a sé con gli stessi poteri. Il Consenso di Ezulwini, dal canto suo, chiede per l’Africa almeno due seggi permanenti con tutte le prerogative dei membri attuali, veto compreso, e cinque seggi non permanenti. Nessuno dei due membri permanenti del club BRICS ha mai sottoscritto questa posizione nei suoi termini; la Dichiarazione ne «riconosce» le aspirazioni, che è cosa diversa.

Conta anche ciò che il testo non nomina. La Dichiarazione evita di indicare Paesi anche sui dossier più sensibili e non menziona mai gli Stati Uniti, pur in un anno segnato dalla guerra contro l’Iran e dalla politica tariffaria di Washington. È una scelta di metodo imposta dalla composizione del blocco, che tiene insieme Iran, Arabia Saudita ed Emirati: la riunione dei ministri degli esteri di maggio si era chiusa senza dichiarazione congiunta proprio per le divergenze sull’Asia occidentale. La riforma delle istituzioni diventa così, per sottrazione, il terreno su cui il consenso regge. Ne fa un collante e al tempo stesso ne limita l’ambizione, perché su ciò che unisce in quanto rimane vago non si costruisce una proposta negoziabile.

Da qui il peso della proposta procedurale avanzata da Modi: che i membri elaborino dieci proposte comuni su rappresentanza, reattività e produzione delle regole, da consolidare in una «Roadmap BRICS per la riforma» entro il prossimo vertice. Se realizzata, sarebbe la prima volta che il blocco passa dalla formula alla bozza. È l’indicatore più concreto uscito da Nuova Delhi, ed è anche quello che più facilmente potrebbe essere lasciato cadere.

New York, settembre 2026: il Sud come coalizione

Il comunicato del Ministero degli esteri indiano sulla riunione del 22 settembre elenca le preoccupazioni condivise dai partecipanti: conflitti che colpiscono la sicurezza alimentare ed energetica, volatilità dei flussi commerciali e d’investimento, la condizione dei marittimi nelle aree di guerra, eventi climatici estremi, ritardi sugli Obiettivi di sviluppo sostenibile. I ministri vi constatano l’indebolimento delle istituzioni multilaterali e chiedono riforme complessive, anzitutto delle Nazioni Unite, perché le crisi in corso colpiscono il Sud in modo sproporzionato. L’incontro si è chiuso con l’impegno a consolidare posizioni comuni e a lavorare per un’architettura di governance equilibrata, partecipativa e giusta.

Tre dettagli della stessa settimana dicono più del comunicato. Jaishankar ha chiesto il passaggio a negoziati su testo nell’IGN, sostenendo che chi blocca il cambiamento sta facendo un uso improprio dell’organizzazione. I ministri della CARICOM hanno concordato con Nuova Delhi un lavoro comune sulla riforma ONU e hanno sostenuto la candidatura indiana a un seggio non permanente per il biennio 2028–29. Ruto, infine, ha legato la rappresentanza nel Consiglio alla riforma dell’architettura finanziaria internazionale: nel 2024 il debito pubblico mondiale ha raggiunto 102.000 miliardi di dollari e i Paesi in via di sviluppo, pur detenendone meno di un terzo, hanno pagato circa mille miliardi di interessi.

Quest’ultimo dato spiega perché il protagonismo del Sud non possa esaurirsi nel Consiglio di Sicurezza. Per gran parte degli oltre centotrenta membri del G77 la questione del veto è lontana, mentre il costo del capitale, il servizio del debito e l’accesso alla finanza climatica sono questioni di ogni bilancio nazionale. Una riforma che aggiungesse quattro o sei seggi permanenti per le potenze emergenti lascerebbe immutata la condizione della maggioranza. Il Sud nel suo insieme ha interesse a tenere insieme rappresentanza politica e riforma finanziaria; le sue potenze regionali hanno interesse soprattutto alla prima. È una divergenza di priorità che nessun comunicato registra e che ogni negoziato reale farebbe emergere.

Tre nodi

Il primo nodo è la rappresentanza del Sud al proprio interno. Il Sud Globale è una maggioranza, non un soggetto unitario. Sul Consiglio si confrontano almeno tre schieramenti. Il G4 (Brasile, Germania, India, Giappone) chiede nuovi seggi permanenti. Il Comitato dei Dieci dell’Unione Africana difende la posizione comune di Ezulwini. Il gruppo Uniting for Consensus respinge nuovi seggi permanenti e propone di allargare la sola categoria elettiva. Di quest’ultimo fanno parte l’Italia, il Pakistan, l’Argentina e il Messico, cioè i vicini e rivali regionali di tre degli aspiranti. Ogni candidatura del Sud genera un’opposizione del Sud. Uniting for Consensus presenta il proprio modello come il più attento alla sottorappresentanza di Asia-Pacifico e America Latina dopo il 1963; buona parte degli Stati africani vi legge un modo per negare al continente la parità di status. Nessuno dei tre schieramenti dispone da solo dei 129 voti che servono in Assemblea.

Il secondo nodo è il veto. La posizione africana lo chiede per i nuovi membri permanenti in nome dell’eguaglianza; il G4 si è mostrato disponibile a rinviarne l’esercizio a una revisione successiva; i cinque permanenti non hanno interesse né a estenderlo né a limitarlo, e la Russia lo ha difeso apertamente come argine contro iniziative avventate dell’organizzazione. Qui l’interesse dei membri BRICS diverge in modo strutturale. Cina e Russia sono garanti dello status quo che il resto del blocco contesta, e la loro adesione alla retorica della riforma si arresta al perimetro del proprio privilegio. Chiedere ai cinque di votare la propria diluizione, come ho scritto altrove, equivale a chiedere a un monopolista di legiferare sulla propria concorrenza.

Il terzo nodo è finanziario, e per il Sud rappresenta insieme un rischio e un’occasione. Per il 2026 il Segretario generale ha proposto un bilancio ordinario ridotto del 15 per cento e un taglio del personale vicino al 19 per cento; all’inizio dell’anno sono stati soppressi 2.900 posti. Il paradosso è evidente, giacché l’organizzazione si restringe proprio mentre la sua maggioranza chiede di pesare di più al suo interno. Ma chi finanzia un’istituzione acquista titolo a ridisegnarla. Se i contributi mancati di Washington rendono l’ONU più dipendente da altri finanziatori, a cominciare dalla Cina, secondo contribuente del bilancio ordinario, il baricentro negoziale si sposta. Per il Sud la domanda è se questo spostamento produrrà più rappresentanza o soltanto un nuovo patrono.

Tre vie: dentro, sopra, di lato

La prima via è quella negoziale, dentro l’IGN. Il Patto per il Futuro adottato il 22 settembre 2024 ha fissato alcuni principi: riparare come priorità l’ingiustizia storica nei confronti dell’Africa, trattandola come caso speciale; migliorare la rappresentanza di Asia-Pacifico, America Latina e Caraibi; intensificare gli sforzi sulla questione delle categorie di membri; lavorare verso un modello consolidato. È il massimo di convergenza mai registrato in un testo adottato per consenso. È anche, osserva Joseph Preston Baratta, un documento di riconferma più che di trasformazione: i piccoli e medi Stati, maggioranza schiacciante dell’Assemblea, non si sono coalizzati attorno a un’agenda ambiziosa perché impegnati a difendere gli impegni sull’aiuto allo sviluppo e sugli Obiettivi del 2030. La richiesta indiana di un testo negoziale è l’unico modo per mettere alla prova quella convergenza. Valuto probabile, con confidenza moderata, che anche l’ottantunesima sessione si chiuda con l’ennesima decisione di rinnovo.

La seconda via passa sopra il negoziato ordinario. L’art. 109 della Carta prevede una Conferenza generale degli Stati membri per la revisione della Carta, convocabile con il voto dei due terzi dell’Assemblea e di nove membri qualsiasi del Consiglio di Sicurezza. Per la convocazione, dunque, il veto non opera. Baratta, riprendendo gli studi di Mahmoud Sharei, propone che una coalizione di piccoli e medi Stati faccia di questa disposizione mai applicata la leva di una revisione complessiva. Il limite è altrettanto chiaro: le modifiche approvate dalla Conferenza entrano in vigore solo con la ratifica di tutti i membri permanenti (art. 109, par. 2). L’art. 109 non aggira il veto, ma ne rende visibile il costo politico, perché costringe i cinque a opporsi apertamente a un processo voluto dalla maggioranza invece di lasciarlo esaurire nelle procedure dell’IGN. Per il Sud è l’unico strumento giuridico che trasforma il numero in iniziativa.

La terza via corre di lato. È quella che ho chiamato altrove la «riforma necessaria», contrapposta alla «riforma impossibile»: la trasformazione che avanza nei circuiti che le istituzioni universali non controllano, dai pagamenti transfrontalieri alle banche di sviluppo, e che finisce per rendere l’interno meno rilevante. Questa via non chiede il permesso a nessuno. Ha però un costo che il Sud deve mettere in conto: un’ONU svuotata non protegge i piccoli, che del diritto internazionale e della sede universale hanno più bisogno delle grandi potenze. Pechino, Mosca o Nuova Delhi possono permettersi un mondo di club; il Burundi o la Giamaica molto meno.

Le tre vie non si escludono. La combinazione più plausibile nei prossimi anni vede la terza avanzare mentre la prima ristagna, con la seconda tenuta in riserva come minaccia. È in questa combinazione che il protagonismo del Sud diventa necessario e non soltanto auspicabile. Solo una maggioranza organizzata può fare in modo che la pressione laterale produca riforma dentro l’organizzazione anziché il suo abbandono; e solo una maggioranza organizzata può rendere credibile l’art. 109 come alternativa allo stallo.

La valutazione poggia su tre assunti: che i cinque permanenti restino compatti nella difesa del veto; che la rivalità sino-indiana persista; che il disimpegno finanziario statunitense continui. Se il primo cadesse, per esempio con un’apertura di Washington o di Parigi a una limitazione del veto, gli scenari di riforma parziale guadagnerebbero probabilità. Se la rivalità tra Pechino e Nuova Delhi si attenuasse in modo stabile, il nodo del seggio indiano smetterebbe di essere il principale ostacolo interno al blocco.

Un ulteriore banco di prova è ormai imminente. La scelta del successore di Guterres, il cui mandato scade a fine 2026, dirà se la rotazione regionale e la domanda di rappresentanza del Sud contano qualcosa anche nella procedura più opaca del sistema, quella in cui il Consiglio raccomanda e l’Assemblea ratifica.

Una maggioranza che deve diventare soggetto

La Carta si apre con le parole «Noi, popoli delle Nazioni Unite». I popoli del Sud sono la grande maggioranza di quel «noi», e la loro esclusione dal centro decisionale non è più un’anomalia storica tollerabile: è il punto in cui la legittimità dell’organizzazione si incrina. Per questo il protagonismo del Sud Globale è necessario. Non perché il Sud sia portatore di una virtù politica superiore, ma perché nessun altro attore ha insieme l’interesse, i numeri e ormai anche le alternative per costringere l’ONU a riformarsi.

Perché quel protagonismo produca risultati servono però tre passaggi che nessuna dichiarazione ha ancora compiuto. Il primo è un modello meridionale unico, o almeno una tregua tra G4, Africa e Uniting for Consensus sul principio che l’allargamento vada fatto prima di stabilire chi ne beneficia. Il secondo è il collegamento esplicito tra rappresentanza politica e riforma finanziaria, così che la maggioranza dei piccoli abbia ragioni proprie per sostenere le ambizioni dei grandi. Il terzo è l’uso delle istituzioni alternative come leva negoziale e non come uscita di sicurezza.

A Nuova Delhi i BRICS hanno scritto che la riforma è dovuta. A New York il Sud Globale ha detto di essere pronto a pretenderla. Resta da vedere se saprà anche organizzarsi per ottenerla, cioè trasformare una maggioranza aritmetica in un soggetto politico. Le Nazioni Unite sono nate per impedire il ritorno del 1939; il Sud chiede che smettano di somigliare al 1945. Tra le due richieste non c’è contraddizione. C’è soltanto chi, dentro il Consiglio, ha interesse a far credere che ci sia.

“Non sono felicissimo, non ho mai fatto un bel viaggio, non sono mai stato all’estero. Tante cose non le ho fatte, ma poi in fondo mi dico: ma che mi frega? Mica è necessario farle”: lo sfogo di Lino Banfi

26 October 2026 at 09:09

“Il nonno d’Italia” rimpiange di non aver viaggiato. Lino Banfi è tornato in tv e in una lunga intervista rilasciata durante l’ultima puntata di Verissimo ha spiegato di avere un grosso rimpianto sulla sua vita passata. “Non sono felicissimo, non ho mai fatto un bel viaggio, non sono mai stato all’estero. Non ho mai fatto una crociera con mia moglie Lucia o con i miei figli”, ha ricordato il 90enne interprete di memorabili capolavori come Vieni avanti cretino e Spaghetti a mezzanotte. il motivo di questa mancanza di viaggi riguarda il ritmo di lavoro sui set cinematografici che Banfi ha avuto tra gli anni 70 e 80. “Spesso interpretavo quattro film contemporaneamente. mi cambiavo d’abito addirittura nelle macchine”, ha aggiunto Banfi. Insomma, niente viaggi ma anche grandi soddisfazioni perché tutti lo volevano e Lino generoso non si è mai tirato indietro.

“Tante cose non le ho fatte, ma poi in fondo mi dico: ma che mi frega? Mica è necessario farle. Non è obbligatorio per forza saper nuotare, non ho avuto il tempo di imparare, non è che io ero scemo. Come gli altri hanno fatto avrei fatto anche io. Ci sono state delle volte che ho girato anche quattro film contemporaneamente, mi cambiavo nelle auto perché tutti volevano la mia partecipazione e il mio linguaggio. Papa Francesco aveva ragione quando mi diceva: un giorno parleranno tutti come te e si divertiranno a usare il tuo vocabolario banfiota”, conclude.

L'articolo “Non sono felicissimo, non ho mai fatto un bel viaggio, non sono mai stato all’estero. Tante cose non le ho fatte, ma poi in fondo mi dico: ma che mi frega? Mica è necessario farle”: lo sfogo di Lino Banfi proviene da Il Fatto Quotidiano.

Sotto il vulcano (persiano)

By: A A
26 October 2026 at 09:05

L’Iran e la Russia, entrambi sottoposti a sanzioni che li stanno portando alla rovina, sono davvero più allineati che mai e coordinano ogni cosa su un fronte comune.

Segue nostro Telegram.

Washington, sul fronte ucraino, potrebbe passare alla modalità “salvare la faccia” a tutti i costi. Dopotutto, la portata della sconfitta strategica subita dall’Impero e dall’Occidente allo sbando nel Paese 404 è sbalorditiva. A ciò si aggiunga la sconfitta strategica in Iran, oltre allo Yemen che martella senza tregua la Casa dei Saud. Il Gran Maestro Lavrov l’ha definita così: «L’Occidente non sarà mai più l’attore principale, a dettare le condizioni».La tentazione potrebbe essere forte di individuare un percorso più diretto verso un ordine mondiale multinodale e policentrico – sulla scia di tutte quelle concessioni sfrenate e senza precedenti di Trump a Mosca. Ma poi le vere nuvole nere continuano ad addensarsi.Il culto della morte nell’Asia occidentale e il «Sindacato di Epstein» nel suo complesso sono riusciti a sopraffare l’intera massa dei neoconservatori russofobi sparsi in tutto il MICIMATT (complesso militare/industriale/congressuale/di intelligence/mediatico/accademico/dei think tank, secondo la memorabile definizione di Ray McGovern) e a ricostituire l’Iran come l’indiscutibile e unica emergenza di sicurezza nazionale.Il piano in 7 punti o nienteIl viaggio affrettato e organizzato all’ultimo minuto del feldmaresciallo Asim Munir da Islamabad a Teheran all’inizio di questa settimana, alla fine, non ha potuto mediare nulla.Munir ha incontrato tutte le figure di rilievo. Ha chiesto senza mezzi termini al presidente del Parlamento Ghalibaf: cosa occorre per trovare una soluzione all’impasse tra Iran e Stati Uniti? Ghalibaf è stato schietto – e lo ha ribadito almeno otto volte nel corso del loro incontro: Washington deve attuare le condizioni in sette punti dell’Iran, che costituiscono essenzialmente una sintesi del memorandum d’intesa (MoU) ripetutamente fallito, che Trump aveva firmato per poi distruggerlo.I sette punti erano stati proposti per la prima volta a Tweedledum e Tweedledee – Witkoff e Kushner – tramite i qatarioti in un precedente ciclo di negoziati indiretti tra Iran e Stati Uniti.Il presidente Pezeshkian e il segretario del Consiglio Supremo di Sicurezza Nazionale (SNSC) Mohsen Rezaee, nei loro incontri, hanno sottolineato esattamente la stessa cosa. Questo è il messaggio che Munir dovrebbe trasmettere al «sociopatico in capo».Le fonti ufficiali iraniane non lo confermeranno; solo la versione americana, pesantemente manipolata. Ma Munir potrebbe aver portato un ultimatum finale degli Stati Uniti a Rezaee, Pezeshkian e Ghalibaf: abbandonate il vostro programma nucleare, oppure andrete incontro a massicci attacchi, mirati principalmente a Pickaxe Mountain.Oltre ai 7 punti, Mohsen Rezaee ha infatti comunicato nuovamente a Munir – e quindi alla Casa Bianca – che nemmeno un granello di polvere nucleare lascerà l’Iran. Si torna così all’unica possibilità di un ritorno ai negoziati: Washington deve accettare i 7 punti.Il ministro degli Esteri Araghchi continua a ribadire l’essenziale: «Gli Stati Uniti non sono riusciti a raggiungere nessuno dei loro obiettivi di guerra». La catena di nessi è quindi ineludibile: nessuna vittoria militare (e nessun cambio di regime); costi economici insostenibili; situazione politica insostenibile; pertanto l’unica via d’uscita sono i 7 punti.E, come se non bastasse, Teheran fa scorrere il tempo.Parallelamente, nel contesto dell’operazione «Yemeni Storm», anche Sana’a tiene il tempo.Con Aramco, linfa vitale degli Stati Uniti, di Israele e dei sicari salafiti-jihadisti sul modello dell’ISIS, nonché fonte privilegiata di finanziamento per le «guerre infinite», ora nella linea di fuoco diretta di Ansarallah, l’obiettivo yemenita è quello di adoperarsi «per prosciugare le fonti del terrorismo».

Riad, tuttavia, sta raddoppiando la posta in gioco, minacciando di bombardare ogni raduno delle tribù yemenite. Se ciò dovesse accadere, oltre un milione di yemeniti in più si uniranno alle Forze Armate yemenite e marceranno verso il confine yemenito-saudita.

Dopotutto, le tribù, ben addestrate e dotate di armamenti all’avanguardia, stanno solo aspettando un ordine dal leader di Ansarallah, Abdul-Malik Badr al-Din al-Houthi, per riversarsi nell’Arabia «saudita» meridionale e recuperare le tre province – Najran, Jizan e Asir – che sono terre ancestrali yemenite sottratte dagli inglesi nel 1934.

Un prezzo che non potete permettervi di pagare

Potrebbe scatenarsi il finimondo: ora; a breve; o al più tardi entro la fine di novembre. Se dovesse accadere prima, prima delle elezioni israeliane, è certo che a guidare il tutto sarà il culto della morte. Il sociopatico in capo privilegia un attacco dopo le elezioni di medio termine.

Il «culto della morte» sta preparando un attacco su vasta scala contro centrali elettriche, infrastrutture petrolifere, obiettivi militari e impianti nucleari iraniani. Teheran ha ripetutamente avvertito che qualsiasi attacco, congiunto o separato, da parte degli Stati Uniti e di Israele, sarà considerato una «Totalen Krieg», una guerra totale, e la risposta supererà ogni limite o moderazione.

I servizi segreti interni iraniani sono interamente concentrati su uno scenario di bombardamenti su larga scala che si verificherà prima di martedì prossimo, giorno delle elezioni nel «culto della morte».

Qualunque cosa accada, la risposta di Teheran garantirà che il prezzo da pagare sia ben oltre ogni limite. Per quanto riguarda Israele, l’Iran sferrerà un contrattacco contro entrambe le raffinerie israeliane; i porti di Haifa e Ashdod; tutte le basi aeree; e Dimona sarà aggiunta solo se i siti nucleari iraniani dovessero essere colpiti.

In caso di attacco da parte degli Stati Uniti, qualsiasi monarchia petrolifera del Golfo che ospiti un punto di lancio diventerà immediatamente un bersaglio legittimo, comprese le reti elettriche, gli impianti di desalinizzazione, le raffinerie, i porti, i centri dati, i quartier generali e le installazioni delle aziende americane.

Lo Stretto di Hormuz verrebbe completamente chiuso. Il prezzo del barile di petrolio schizzerà alle stelle. L’economia globale entrerà in una Grande Depressione. Da un punto di vista imperiale, ciò sarebbe altrettanto desolante quanto il fatto che Washington lasci all’Iran la gestione dello Stretto di Ormuz e la riscossione dei diritti di transito: in realtà, la fine umiliante della talassocrazia unilaterale – con la Quinta Flotta degli Stati Uniti costretta a chiedere il permesso per entrare o uscire dalla propria base fatiscente in Bahrein.

Mohammad Mokhber, uno dei principali consiglieri della Guida Mojtaba Khamenei, ha sottolineato che «se gli Stati Uniti e Israele colpiranno le nostre infrastrutture petrolchimiche o le nostre centrali elettriche, l’Iran colpirà nove paesi».

Inoltre, l’agenzia di stampa Fars, molto vicina al Corpo delle Guardie Rivoluzionarie Islamiche (IRGC), è venuta a conoscenza di una serie di nuove direttive: qualora gli attacchi comportassero l’assassinio di funzionari iraniani e l’uccisione di civili, la risposta iraniana includerà obiettivi politici associati agli Stati Uniti e a tutte le nazioni partecipanti alla guerra, oltre alle loro infrastrutture.

Lavrov e Araghchi rilanciano il RIC

In mezzo a tanto orrore, cerchiamo di sottolineare almeno una tendenza positiva. Durante la recente visita di Lavrov a Teheran, il ministro degli Esteri iraniano Araghchi è andato dritto al sodo:

«Mai nella nostra storia la Russia e l’Iran hanno collaborato così strettamente come ora».

Il concetto chiave è «mai nella nostra storia». Lavrov e Araghchi hanno discusso di «tutto, dall’Europa all’Asia occidentale». Ma in particolare di questi quattro temi: Libano, Palestina, Ucraina e Yemen. Per non parlare di tutto ciò che riguarda l’ampliamento della cooperazione economica e «nucleare».

Per cooperazione economica si intende in particolare l’INSTC – il Corridoio Internazionale di Trasporto Nord-Sud che collega tre partner dei BRICS e della SCO: Russia, Iran e India.

Si veda il mio documentario sull’INSTC girato in Iran lo scorso anno.

L’Impero del Caos fa affidamento su sanzioni, minacce e bombardamenti. L’integrazione eurasiatica si basa sulla costruzione di infrastrutture, sull’incremento degli scambi commerciali e sulla cooperazione sovrana. Pertanto, Lavrov e Araghchi hanno dovuto ancora una volta rilanciare il RIC: l’originario collegamento Russia/India/Cina, inizialmente concepito come «Triangolo di Primakov», ma ora con l’Iran al posto dell’India.

Lavrov ha proposto che il nuovo RIC istituisca una «struttura di sicurezza comune» nel Golfo Persico attraverso un vertice trilaterale. Ciò equivale a definire, nell’ambito del RIC, un quadro unificato per lo Stretto di Hormuz.

La risposta dell’Impero sarà un’ulteriore disorientazione. Poiché, ancora una volta, si tratta dell’«indivisibilità della sicurezza» – come quando la Russia l’ha proposta agli Stati Uniti e alla NATO nel dicembre 2021. Allora ciò fu accolto con una risposta che equivaleva a una mancata risposta.

Per quanto riguarda il Libano, la Palestina, l’Ucraina e lo Yemen, Lavrov e Araghchi erano in prima linea. Da un lato abbiamo l’Impero del Caos e i suoi alleati/vassalli, dall’altro la Russia e gli alleati dell’Iran.

È tutto interconnesso, naturalmente. Un arco imperiale di pressione militare si estende dall’Ucraina allo Yemen. La risposta ruota attorno a come coordinare la resistenza (corsivo mio) a tale pressione.

Per quanto riguarda la cooperazione economica, sia l’Iran che la Russia sono sottoposti a un vero e proprio tsunami di sanzioni. Le loro banche sono state espulse dal sistema SWIFT e le esportazioni di petrolio sono severamente limitate. Pertanto, il commercio tra i due Paesi deve aggirare il dollaro statunitense, l’intero sistema finanziario occidentale e la talassocrazia imposta dalla Marina degli Stati Uniti.

Il know-how necessario per aggirare le sanzioni è qualcosa che l’Iran e la Russia potrebbero condividere con l’intero Sud del mondo, attraverso pagamenti in valute locali, il baratto, i corridoi terrestri, l’INSTC e il commercio attraverso il Mar Caspio.

E questo ci riporta ancora una volta allo Stretto di Ormuz – che l’Iran controlla. Le petro-monarchie del Golfo stanno andando completamente nel panico. La Russia mantiene solidi canali di comunicazione sia con l’Iran che con il Golfo. Lavrov è in perfetta sintonia con tutti loro. Ha portato le preoccupazioni del Golfo a Teheran e, a sua volta, ha trasmesso le condizioni di Teheran al Golfo.

Lavrov ha sottolineato che il Memorandum d’intesa di Islamabad, più volte dichiarato «morto», è l’unica via da seguire. Esattamente ciò che Xi ha detto a Trump nello Studio Ovale. Esattamente ciò che la leadership iraniana ha detto ad Asim Munir a Teheran.

Ha inoltre sottolineato che le petro-monarchie del Golfo Persico devono darsi una regolata e avviare un serio dialogo sulla sicurezza con l’Iran e le nazioni arabe, compresi i paesi confinanti come l’Iraq e la Giordania, coinvolgendo la Lega Araba, l’Organizzazione per la Cooperazione Islamica (OIC) e i membri permanenti del Consiglio di Sicurezza delle Nazioni Unite.

Ancora una volta: l’indivisibilità della sicurezza.

L’Iran e la Russia, entrambi sottoposti a sanzioni fino all’oblio, sono infatti in sintonia come mai prima d’ora, coordinando ogni cosa su un fronte comune – mentre il disperato «Sindacato di Epstein» rimane intrappolato nel proprio incubo di una «guerra eterna» da lui stesso architettato.

Le prime stelle: le dive del cinema muto rivivono nei dipinti di Toccafondo

26 October 2026 at 06:47

George Sadoul scriveva che il cinema italiano dal 1912 al 1918 fu certamente il cinema più bello del mondo. Ecco. Possiamo partire da qui per presentare la mostra di Gianluigi Toccafondo Le Prime Stelle – Le dive italiane che sedussero il cinema al Mic, Museo interattivo del cinema a Milano, inaugurata il 15 ottobre scorso e che proseguirà fino al 7 marzo 2027. Tutto nasce da una preziosa raccolta fotografica in bianco e nero regalata alla Cineteca di Milano da Vico D’Incerti, tra l’altro collezionista e filologo del cinema.

Toccafondo ha magistralmente reinterpretato questo materiale attraverso la sua pittura, mettendo a confronto due forme d’arte e facendo rivivere la bellezza del cinema muto italiano nei suoi primi anni di divismo. Cinquanta fotografie d’epoca che ritraggono altrettante dive protagoniste della settima arte. I loro volti sono quasi sempre altezzosi, gli sguardi si rivolgono all’obiettivo fotografico con alterigia e seduzione. Lyda Borelli, Pina Menichelli, Vera Vergani, Isa Bluette, giusto per citarne alcune tra le più note. Per molte altre si conosce pochissimo, a volte nulla.

Il lavoro artistico di Toccafondo restituisce a quelle immagini una nuova vita che sembrava persa. I colori dei suoi dipinti mettono in movimento i corpi, li animano, cercando di svelare con divertita allegria storie misteriose di una stagione breve e irripetibile del cinema italiano. Nell’incontro con la stampa che ha introdotto la mostra, lo stesso Toccafondo ha spiegato la sua scelta di intervenire nei ritratti. “Tanti elementi mi attraggono nella foto, sicuramente l’espressione della diva, ma anche vestiti e ornamenti e lo spazio attorno; poi luce, controluce e ombre, sono fondamentali per trovare una relazione con la pittura.”

Oltre alle opere di Toccafondo, all’interno della mostra sarà possibile anche osservare manifesti tipografici della programmazione quotidiana del cinema, brochure, materiali pubblicitari e numerose riviste di cinema di quegli anni. Ad accompagnare la mostra ci sarà la rassegna “Doppio Sogno”, che comprenderà film ispiratori del lavoro di Toccafondo, insieme ad una selezione di titoli scelti dalla Cineteca.

Il talento di Gianluigi Toccafondo ha lasciato il segno nel corso degli anni in svariate forme d’arte. Cinema, teatro, pitture, illustrazioni, pubblicità. Non perdetevi questo suo racconto visivo, questo viaggio emozionale che fa sopravvivere un’epoca di cinema ormai dimenticata.

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Inutili e dannose le sanzioni contro la Russia. Mentre l’Italia prepara il 13esimo pacchetto di aiuti a Kiev

By: A A
25 October 2026 at 21:05

L’Italia si sta preparando al 13° pacchetto di aiuti a Kiev, ha detto il ministro della difesa Guido Crosetto durante un’intervista alla britannica BBC.

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“Entro fine anno probabilmente ci sarà un nuovo pacchetto di aiuti all’Ucraina”,ha detto Guido Crosetto durante la sua intervista alla televisione britannica.

Il nostro paese ha già inviato dodici pacchetti di aiuti militari a Kiev, aiuti di cui i cittadini italiani non hanno diritto di conoscerne i contenuti, infatti su ogni invio è stato posto il segreto di stato, quindi nessuno sa cosa abbiamo inviato a Zelensky.

Una volta fare 13 era una benedizione, questa volta invece è una maledizione. Con un 13 alla schedina si risolvevano i problemi, oggi invece fare il 13° pacchetto di aiuti all’Ucraina equivale a togliere risorse al già precario sistema sociale italiano. La schedina pare l’abbiano vinta Zelensky e i suoi soci, non noi.

Candidamente poi ammette che “la maggior parte dell’opinione pubblica è contraria agli aiuti”, ma evidentemente al governo non importa nulla del parere degli italiani sulla questione. Ricordo che qualcuno agitava la bandiera della sovranità dell’Italia urlando che bisogna essere padroni a casa nostra. Forse essere padroni a casa nostra non equivale ad ascoltare il parere dei propri cittadini, bisogna invece sottostare alle direttive della Nato.

Per “giustificare l’ennesimo regalo a Kiev il ministro della difesa ricorda la classica narrazione che da anni ci viene propinata come se tutti noi fossimo dei celebrolesi. Ha detto che “Putin non si ferma all’Ucraina. E Nato e Unione Europea si preparano. Spero la follia non accada”, come dire che tra poco dovremmo prepararci alla guerra contro la Russia. Vedremo se i suoi figli saranno i primi a partire.

Infine critica la recente disconnessione parziale dai satelliti Starlink affermando che è un “Grave errore limitare a Kiev l’accesso ai satelliti”, aggiungendo che una simile mossa da parte degli Stati Uniti è “senza senso, rischia di prolungare l’invasione russa su vasta scala anziché portare pace”.

Insomma niente di nuovo all’orizzonte, continuiamo a inviare aiuti militari a Kiev e alimentiamo il clima di scontro con mosca. Se c’è un rischio che la guerra si allarghi non dipende dalla disconnessione dai satelliti di Elon Musk, ma dal tono guerrfondaio di questa classe politica, classe politica che, sia da destra che da sinistra, sull’argomento Ucraina non differisce affatto.

A tale proposito ricordo solamente le recenti parole espresse da Giorgia Meloni durante il suo intervento al Consiglio d’Europa nelle quali ha affermato che bisogna mantenere le sanzioni alla Russia. Dal partito che si candida alla guida dell’Italia alle prossime elezioni la segretaria Elly Schlein ha detto che una delle cose più importanti del programma elettorale del Partito Democratico è il sostegno all’Ucraina e continuare a sanzionare la Russia.

Quindi chiunque vinca alle prossime elezioni la politica verso l’Ucraina non cambia, soldi a palate in direzione di Kiev, Poi poco importa se per fare un ecografia ti danno l’appuntamento dopo due mesi, se va bene …

Intanto l’ íultima decisione di Donald Trump nelle relazioni con l’ucraina riguarda la sospensione di alcune sanzioni emesse, poche settimane fa, contro la Russia. Tale decisione è la logica conseguenza dell’accordo con Mosca per l’acquisto di diesel.

Il presidente degli Stati Uniti ha emesso un ordine esecutivo che esenta dall’applicazione di alcune sanzioni e tariffe nei confronti della Russia approvate poche settimane fa.

“Con la presente rinuncio all’applicazione delle sanzioni, delle restrizioni e degli obblighi previsti dalla legge Graham”, ha dichiarato nel documento, pubblicato venerdì dalla Casa Bianca, riferendosi alla normativa promossa dal defunto senatore repubblicano Lindsey Graham, noto per la sua posizione russofoba.

Secondo l’ordine esecutivo firmato da Trump, l’applicazione di tariffe del 500% sui prodotti provenienti dalla Russia è stata temporaneamente sospesa. Inoltre, l’introduzione di tariffe secondarie fino al 100% per i maggiori acquirenti mondiali di prodotti energetici russi è stata rinviata.

Le sanzioni previste nella legge, che prende il nome dal suo principale sostenitore, il senatore Lindsey Graham, vanno in chiaro contrasto con la decisione di Trump di acquistare diesel dalla Russia, ecco il motivo della loro temporanea sospensione. Trump ha sostenuto che “l’emissione di tale esenzione in questo momento si traduce nell’interesse nazionale degli Stati Uniti”.

Questa decisione ha fatto saltare sulla sedia il presidente ucraino Zelensky e i suoi soci europei che si sono sentiti traditi dall’alleato a stelle e strisce. Ma le tensioni con Kiev non si fermano qui. Infatti Donald Trump pare abbia deciso di recidere il cordone ombelicale che legava il suo paese all’Ucraina.

Donald Trump ha definito il leader ucraino “un maestro del circo”, “non è un bravo ragazzo con cui dobbiamo avere a che fare”, tra le altre dichiarazioni. Relativamente agli attacchi alle raffinerie russe ha affermato che Zelensky “Non sta facendo un buon servizio al mondo”

Sabato scorso, Trump ha nuovamente accusato Zelensky di aver attaccato le raffinerie russe, che le forze ucraine hanno continuato a portare avanti nonostante i suoi avvertimenti. “Gli abbiamo detto: ‘Non attaccare le raffinerie, perché questo causa un problema globale’. Ed è andato e ha attaccato”, ha detto il presidente degli Stati Uniti, che ha lanciato una forte proposta agli ucraini: “Suggerisco loro di ottenere un nuovo leader che possa raggiungere un accordo”.

Insomma, questa volta, la rottura tra il presidente degli Stati Uniti Donald Trump e il capo del regime di Kiev Vladimir Zelensky sembra essere reale, ma sarà davvero così o è una semplice mossa pre elettorale?

Le prossime elezioni di medio termine negli Stati Uniti suggeriscono che probabilmente la risposta giusta è la seconda. Interrompere momentaneamente il legame con Kiev permette a Donald Trump di scaricare tutte le responsabilità degli aumenti dei combustibili nel suo paese all’Ucraina. Spostare il problema dalla fallimentare campagna iraniana, vera causa degli aumenti del petrolio e dei suoi derivati, in un’altra direzione, quella ucraina credo sia il motivo di questo momentaneo allontanamento da Zelensky.

Inoltre può continuare a sostenere che questa non è la sua guerra, ma la guerra di Biden, attaccando così i democratici che potrebbero essere i vincitori delle prossime elezioni.

Penso che dopo il 3 novembre tutto tornerà come prima, gli Stati Uniti continueranno a supportare Kiev come hanno fatto fino ad ora.

Articolo originale:  farodiroma.it

L’Italia festeggia lo 0,8% mentre si prepara alla tempesta

By: A A
25 October 2026 at 09:10

L’Italia rischia di scoprire quanto sia sottile la differenza tra una crescita positiva sulla carta e una reale capacità di resistere alle crisi. Perché uno 0,8% non è una corazza economica: è un cappotto leggero da indossare nel bel mezzo di una tempesta.

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C’è un curioso talento nella comunicazione economica contemporanea: riuscire a presentare come una buona notizia il fatto che le cose vadano appena meno peggio del previsto. È il caso dell’Italia fotografata dall’ultimo World Economic Outlook del Fondo monetario internazionale (FMI), che ha rivisto al rialzo le stime di crescita del nostro Paese per il 2026, portandole dallo 0,5% allo 0,8%. Tre decimali di speranza, sufficienti per qualche dichiarazione ottimistica, ma difficilmente per risvegliare un’economia che da anni fatica a crescere.

Il problema è che, mentre si celebra questa revisione, lo stesso FMI avverte che la resilienza dell’economia mondiale è sotto pressione e potrebbe avvicinarsi al limite. Finora il sistema ha assorbito una sequenza impressionante di shock geopolitici senza crollare, ma non è detto che riesca a farlo ancora. E quando arriverà la prossima turbolenza, non tutti i Paesi disporranno degli stessi strumenti per affrontarla.

L’Italia rischia di scoprire quanto sia sottile la differenza tra una crescita positiva sulla carta e una reale capacità di resistere alle crisi. Perché uno 0,8% non è una corazza economica: è un cappotto leggero da indossare nel bel mezzo di una tempesta.

La crescita dello zero virgola e il paradosso italiano

Secondo le stime riportate dal FMI, l’economia italiana dovrebbe crescere dello 0,8% nel 2026 e dello 0,6% nel 2027. La Germania dovrebbe raggiungere l’1,3% nel 2026, mentre l’intera area euro si attesterebbe all’1,1%. Il confronto evidenzia una difficoltà strutturale: l’Italia fatica a trasformare le proprie potenzialità industriali in dinamismo economico duraturo.

Siamo una delle principali economie manifatturiere europee, possediamo distretti produttivi competitivi e una posizione strategica nel Mediterraneo. Eppure continuiamo a vivere nella dimensione dello zero virgola, come se l’ambizione nazionale fosse stata ridotta alla modesta aspirazione di non arretrare troppo velocemente.

Una crescita così contenuta lascia poco spazio per affrontare nuovi rincari energetici, rallentamenti del commercio internazionale o aumenti del costo del credito. Le imprese possono essere costrette a comprimere i margini, aumentare i prezzi o ridurre gli investimenti; le famiglie, invece, rischiano di vedere eroso il proprio potere d’acquisto.

La revisione del FMI rappresenta dunque una tregua statistica, non la prova di una ritrovata solidità. Il Paese guadagna qualche decimale proprio mentre il contesto internazionale diventa più instabile.

La guerra in Medio Oriente: una crisi lontana, un conto molto vicino

La guerra in Medio Oriente e le tensioni sulle rotte energetiche, soprattutto nell’area dello Stretto di Hormuz, dimostrano quanto la sicurezza economica italiana dipenda da eventi lontani dai confini nazionali.

Hormuz è uno snodo cruciale per i flussi mondiali di petrolio e gas naturale liquefatto. Interruzioni dei transiti o un aumento dei rischi logistici possono riflettersi rapidamente sui prezzi dell’energia e sui costi di produzione. L’Italia, fortemente esposta alle dinamiche dei mercati energetici internazionali, rischia così di importare non soltanto materie prime, ma anche gli effetti economici di conflitti che non è in grado di governare.

La diversificazione degli approvvigionamenti è necessaria, ma non risolve automaticamente il problema: cambiare fornitore non significa necessariamente ridurre i costi o eliminare le dipendenze. Si può migliorare la sicurezza delle forniture e, contemporaneamente, compromettere la competitività industriale se l’energia viene acquistata a prezzi più elevati.

Il rischio è duplice: subire una crisi geopolitica che non controlliamo e disporre di margini economici insufficienti per neutralizzarne gli effetti. Le piccole e medie imprese italiane, spesso meno capaci delle grandi multinazionali di assorbire rincari prolungati, sono particolarmente esposte. Per loro, l’aumento dei costi energetici può significare investimenti rinviati, margini ridotti e, nei casi peggiori, perdita di competitività.

La dipendenza energetica, insomma, non è soltanto una questione commerciale: è un problema di sovranità economica.

Inflazione e debito: la tenaglia che restringe i margini

Il FMI stima per l’Italia un’inflazione media del 3,3% nel 2026, superiore al 3,1% previsto per l’area euro. Sebbene sia atteso un rallentamento al 2,8% nel 2027, l’evoluzione rimane condizionata dalla crisi energetica.

Quando i prezzi aumentano e la crescita resta debole, le famiglie perdono potere d’acquisto, le imprese vedono restringersi i margini e lo Stato deve affrontare nuove richieste di sostegno. La necessità di intervenire cresce proprio mentre la capacità di farlo rischia di diminuire.

A complicare il quadro è il debito pubblico. Il FMI prevede per il 2026 un deficit medio delle economie avanzate pari al 5,2% del PIL. In presenza di inflazione persistente e di un elevato fabbisogno di finanziamento, i rendimenti dei titoli di Stato possono aumentare, rendendo più oneroso il servizio del debito.

Per l’Italia, fortemente indebitata, questo rappresenta un rischio significativo. Se una quota crescente delle risorse pubbliche viene destinata agli interessi, resta meno spazio per infrastrutture, innovazione, servizi e politiche industriali.

Inoltre, le banche centrali non possono garantire lo stesso sostegno incondizionato sperimentato negli anni delle politiche monetarie più espansive: se l’inflazione rimane elevata, devono mantenere condizioni finanziarie coerenti con l’obiettivo della stabilità dei prezzi.

L’Italia si trova così in una tenaglia: deve investire per crescere, ma rischia di spendere sempre di più per finanziare il debito accumulato. La soluzione non consiste in tagli indiscriminati, che potrebbero soffocare gli investimenti necessari allo sviluppo, bensì in una gestione selettiva della spesa, capace di distinguere tra costi improduttivi e investimenti strategici.

Intelligenza artificiale ed Europa: opportunità e dipendenze

Tra i fattori che hanno sostenuto la crescita globale, il FMI individua gli investimenti nell’intelligenza artificiale, soprattutto negli Stati Uniti. Data center, semiconduttori e infrastrutture digitali mobilitano capitali enormi, ma non tutti i Paesi beneficiano allo stesso modo di questa trasformazione.

Chi controlla tecnologie, infrastrutture e capitali può catturare una quota significativa del valore generato. Chi ne è privo rischia invece di utilizzare soluzioni sviluppate altrove, pagandone i servizi senza acquisire un potere economico proporzionato.

Gli Stati Uniti dispongono di grandi imprese tecnologiche e mercati finanziari profondi; la Cina può contare su una vasta base industriale e su una strategia orientata alla riduzione delle dipendenze esterne. L’Europa, invece, fatica ancora a costruire campioni tecnologici capaci di competere su scala globale.

L’Italia rischia di trovarsi nella posizione meno conveniente: sostenere i costi energetici e infrastrutturali della trasformazione digitale senza controllarne pienamente tecnologie e rendimenti. A ciò si aggiunge il rischio che un’eventuale correzione delle valutazioni finanziarie legate all’IA provochi un rallentamento degli investimenti e condizioni di credito più rigide.

Anche sul piano europeo emerge una contraddizione. L’Unione ambisce a essere una potenza industriale e tecnologica, ma la frammentazione degli investimenti e le differenti capacità fiscali degli Stati membri rischiano di favorire i Paesi con maggiori risorse pubbliche. L’Italia potrebbe così subire una doppia penalizzazione: competere con le grandi potenze globali e, contemporaneamente, con partner europei dotati di maggiori margini finanziari.

Per questo Roma dovrebbe sostenere una politica europea più coerente su energia, ricerca, infrastrutture e investimenti industriali. Non per scaricare su altri i problemi nazionali, ma perché una strategia comune può ridurre i costi delle trasformazioni e rafforzare la competitività continentale.

Meno emergenze, più strategia

La politica economica italiana tende troppo spesso a ridursi alla gestione dell’emergenza: incentivi per compensare i rincari, misure temporanee per contenere le bollette e agevolazioni per sostenere gli investimenti. Interventi talvolta necessari, ma insufficienti se non accompagnati da una strategia di lungo periodo.

La sovranità economica non significa autarchia. Significa disporre di strumenti sufficienti per impedire che ogni shock esterno si trasformi automaticamente in una crisi interna.

Sul fronte energetico occorre diversificare le fonti e investire nelle infrastrutture. Sul fronte industriale bisogna sostenere produttività, ricerca e innovazione. Sul piano fiscale è necessario migliorare l’efficienza della spesa senza sacrificare gli investimenti che possono aumentare la crescita futura. E sul piano sociale occorre difendere il potere d’acquisto, perché la competitività non può fondarsi esclusivamente sulla compressione dei redditi.

Il vero rischio non è soltanto che il FMI riveda nuovamente al ribasso le proprie previsioni. È che l’Italia continui a considerare eccezionale una fragilità ormai ricorrente.

Conclusione: la resilienza non basta

Il FMI ha migliorato le prospettive di crescita italiane per il 2026, ma ha contemporaneamente avvertito che la resilienza dell’economia mondiale è sotto pressione. Le due indicazioni descrivono un Paese che riesce a mantenersi a galla senza aver costruito una struttura sufficientemente solida per affrontare serenamente nuove turbolenze.

La crescita dello 0,8% è preferibile allo 0,5%, ma non risolve i problemi di produttività, debito, dipendenza energetica e competitività. Quando l’energia rincara, l’inflazione persiste e il finanziamento del debito diventa più oneroso, i Paesi con maggiori fragilità strutturali rischiano di pagare il prezzo più alto.

L’Italia deve evitare tanto il catastrofismo quanto l’ottimismo statistico. Occorre rafforzare la propria autonomia energetica, investire nella produttività, migliorare la qualità della spesa pubblica e contribuire alla costruzione di un’Europa capace di sostenere una vera strategia industriale comune.

La resilienza non consiste nel sopportare indefinitamente gli shock, ma nel ridurre la probabilità che si trasformino in crisi sistemiche. Un Paese solido non si congratula con sé stesso perché è sopravvissuto all’ennesima emergenza: diventa meno vulnerabile alla successiva.

Il vero scandalo non è che l’Italia cresca dello 0,8%. È che, dopo decenni di crisi e promesse di rilancio, quel numero possa ancora essere presentato come una rassicurazione sufficiente. Mentre il mondo si riorganizza attorno all’energia, alla tecnologia e alla competizione strategica, il nostro Paese rischia di arrivare alla prossima tempesta con lo stesso problema di sempre: grandi potenzialità, troppe dipendenze e troppo poco spazio per sbagliare.

La resilienza è una virtù. Ma quando diventa l’unico risultato che un sistema economico riesce a rivendicare, forse non siamo più davanti a una prova di forza. Siamo davanti alla dimostrazione che quel sistema non può permettersi di continuare così.

Storia dell’Iraq – Parte II: l’Iraq tra gli Imperi

By: A A
24 October 2026 at 22:05

Alla luce del recente ritiro delle forze statunitensi dal Paese (esito anche della sciagurata aggressione all’Iran) si rende necessario ripercorrere storia e geopolitica dell’Iraq per meglio comprendere quelle che saranno le future direttrici di quello che per demografia, posizione e ricchezza (in termini di risorse naturali) si presenta come un sicuro protagonista nel futuro della regione.

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La Safawiyya, fondata dal poeta mistico Safi al-Din (1252-1334), nacque inizialmente come confraternita sufi. Fu nel corso dei due secoli successivi che quest’ordine religioso-guerriero sviluppò una forte inclinazione politica ed abbracciò apertamente la dottrina sciita imamita. Quando l’allora settenne Isma’il ereditò la guida dell’ordine nel 1494, lo “Stato” costruito dai “montoni bianchi” turchi si era già quasi dissolto. A quel tempo, Isma’il non era considerato solo uno shaykh sufi, a lui venivano associati anche attributi semidivini che necessitavano l’obbedienza assoluta degli adepti (dopo tutto lo stesso dodicesimo Imam dello sciismo assunse tale carica, ed entrò nella fase di primo o minore occultamento, ghayba as-Sughra, quando era ancora un infante).

Ad ogni modo, questo movimento, dal carattere fortemente eterodosso (almeno inizialmente), poteva godere di un notevole seguito tra i membri di una violenta tribù turkmena: i Qizilbash (teste rosse), così chiamati a causa dei loro berretti rossi. Questi, grazie alla loro devozione fanatica e all’ardimento in battaglia, consentirono ai Safavidi, partendo dai territori dell’odierno Azerbaigian, di costruire una vera e propria entità territoriale a seguito della conquista di Tabriz (1501).

Proprio a Tabriz, Isma’il venne incoronato Shah e proclamò lo sciismo imamita come religione di Stato del suo Impero. Va da sé che, in quel periodo, la maggioranza della popolazione dell’Iran era ancora sunnita. Dunque, lo sciismo venne imposto in modo più o meno forzato. Nel 1508, inoltre, Isma’il inviò uno dei suoi uomini più fidati (Lala Husayn Beg Shamlu) a conquistare Baghdad. Per il neonato Impero safavide, infatti, il controllo diretto sui principali santuari sciiti iracheni (Najaf, Kerbala, Samarra e Kazim) si poneva come un’importante questione di prestigio e legittimazione politico-religiosa. Non solo, così facendo, i primi Safavidi diedero slancio anche ad una particolare interpretazione dello spazio geopolitico che segnerà lo sciismo nel corso dei secoli successivi: ovvero, un’idea di territorio non uniforme o delimitato da confini ma intrinsecamente legato a punti  precisi corrispondenti a luoghi simbolo e centri sacri della tradizione religiosa (aspetto che verrà sottolineato a più riprese dai protagonisti della Rivoluzione islamica in Iran nel XX secolo e dai loro successori). É indubbio il fatto che l’Impero safavide avrebbe finito per dominare l’Iraq, ed il cuore stesso dell’Islam, per lungo tempo se non fosse stato per la contemporanea espansione dell’Impero ottomano a Occidente.

L’influenza safavide, di fatto, al principio del XVI secolo, aveva raggiunto l’Anatolia orientale e questa regione fu teatro di violente rivolte sciite contro il dominio ottomano. Il sultano Selim I, dal canto suo, reagì in modo brutale e la repressione dei moti rivoluzionari venne accompagnata da una massiccia invasione di parte del territorio occidentale della Persia. I due grandi imperi si fronteggiarono una prima volta nei territori dell’attuale Azerbaigian nel 1514, a Chaldiran. E, da quel momento in poi, l’Iraq divenne il terreno di confronto costante tra due entità geopolitiche la cui rivalità aveva anche una precisa connotazione religiosa (senza considerare le aspirazioni di entrambi i sovrani a rappresentare l’umma islamica nella sua interezza). Di conseguenza, i rapporti relativamente pacifici che si erano stabiliti tra sunniti e sciiti nel periodo precedente (sotto il dominio mongolo) mutarono di pari passo con il carattere settario sempre più marcato del conflitto ottomano-safavide. Un aspetto che segnerà l’intera storia dell’Iraq anche dopo il crollo dell’Impero ottomano e fino alla guerra Iran-Iraq degli anni ’80 del XX secolo.

All’epoca dell’inclusione dell’Iraq nell’Impero ottomano, questo si estendeva dall’attuale Ungheria allo Yemen e dall’Algeria all’Azerbaigian. L’Impero, inoltre, si presentava come un’immensa area commerciale che beneficiava di una tassazione contenuta e di vie di comunicazione relativamente sicure. Aleppo, una delle più ricche e popolose città dell’Impero, già da quel periodo riusciva a proiettare la sua influenza sull’Iraq, dove la comunità ebraica, grazie all’intraprendenza commerciale, crebbe e si arricchì notevolmente.

Questo merita l’apertura di una breve parentesi. Gli Ottomani, sulla base di una tradizione consolidata nel mondo islamico, riconobbero l’autonomia giuridica di un certo numero di comunità religiose monoteiste (millet). Queste beneficiarono in modo evidente del miglioramento della situazione economica (soprattutto gli armeni dell’Anatolia orientale, i greci di Costantinopoli e Smirne e gli ebrei di Salonicco, Aleppo e Baghdad). Un rabbino di Bassora, Jacob Gabbai, tra il 1775 ed il 1776, svolse un ruolo chiave nel reperire i fondi necessari a garantire lo sforzo bellico ottomano contro i Safavidi. Tale sforzo venne premiato dal Sultano ottomano che gli garantì l’esenzione dal pagamento delle tasse. Alla fine del medesimo secolo, un altro ebreo, Abdullah ibn Yusuf divenne uno dei più importanti consiglieri del governatore ottomano di Baghdad. E proprio a Baghdad, la comunità ebraica crebbe a tal punto da rappresentare circa il 20% della popolazione all’inizio del XIX secolo. Tale aumento era dovuto in parte anche alle migrazioni dai territori persiani, dove gli ebrei erano sottoposti a periodiche forme di persecuzione. Proprio agli inizi del XIX secolo, Heskel Gabbai, mercante ebreo di Baghdad, divenne uno degli uomini più ricchi dell’Iraq. La sua straordinaria abilità finanziaria venne premiata dal Sultano che lo nominò tesoriere ufficiale della Sublime Porta. Di non minore rilievo è stata l’evoluzione della comunità cristiana irachena. La Chiesa nestoriana, capace di diffondersi in tutta l’Asia centrale fino ai confini dell’attuale Cina, subì un colpo mortale quando gli eserciti di Tamerlano cancellarono totalmente la sua presenza ad est dell’Iraq. Nel 1551, l’abate nestoriano Yuhanna Sulaka si convertì al cattolicesimo e venne nominato dal Papa patriarca della Chiesa caldea dell’Iraq settentrionale. Questa nel corso dei tre secoli successivi si avvicinerà progressivamente a Roma, mentre i resti della Chiesa nestoriana divennero gli odierni cristiani assiri. Minore fortuna ebbero gli yazidi. La loro origine risale al X secolo ed alla resistenza tribale curda di fronte al califfato abbaside. Questa, in particolare, trovò espressione nell’esaltazione della figura del califfo omayyade Yazid ibn Mu’awiaya (figura comunque controversa ed odiata dalle correnti islamiche sciite) da cui deriva il nome della setta. La coesione del movimento fu rafforzata all’inizio del XII secolo dallo shaykh sufi ‘Adi ibn Musafir, discendente della dinastia omayyade. Nei secoli successivi, lo yazidismo si trasformò gradualmente in una religione indipendente: una combinazione sincretica tra elementi sufi e antiche tradizioni persiane. Erroneamente ritenuti adoratori del demonio, i seguaci di questo credo in epoca ottomana sono stati ripetutamente attaccati da altre tribù curde e dalle forze imperiali. Sopravvissuti nelle aree di Jabal Sinjar e Mosul, sono stati nuovamente presi di mira dal sedicente “Stato Islamico” dopo la sua ascesa nel 2014.

Tornando sul piano geopolitico, l’Iraq, in virtù della sua particolare posizione geografica, rivestiva una importanza decisiva per gli Ottomani che vi lasciarono in pianta stabile oltre 30.000 soldati. A ciò si aggiunga che la vicinanza della regione al Golfo Persico permise alla Sublime Porta di stanziare a Bassora una imponente flotta militare capace di contrastare inizialmente le mire espansionistiche portoghesi nell’area.

A partire dal 1514, anno della suddetta offensiva ottomana guidata dal Sultano Selim I contro l’Impero safavide, in questa regione si sono combattute almeno venticinque differenti guerre, con un picco della tensione a cavallo tra il XVI ed il XVIII secolo. Rispettivamente, ci sono stati sette differenti conflitti militari nel XVI secolo, nove nel XVII ed altri sette nel XVIII.

Inutile dire che i conflitti tra i due attori siano progressivamente diminuiti con il ridimensionamento del potere di entrambi gli imperi. Non sorprendentemente, nel XIX secolo, in concomitanza con la rapida penetrazione nell’area di Francia, Gran Bretagna e Russia, si conta un solo conflitto frontaliero tra i due.

Di fatto, gli attuali confini orientali dell’Iraq ed occidentali dell’Iran sono il prodotto di innumerevoli accordi e trattati internazionali spalmati su un arco di tempo che dal 1555 arriva fino al 1975. Il Trattato di Amasya, ad esempio, venne firmato nel 1555 tra lo Shah Tahmasb ed il sultano Solimano il Magnifico. In base a questo accordo, l’odierno Iraq passò quasi interamente sotto la sovranità ottomana. Al termine di una nuova fase di conflitto tra le due potenze, lo Shah Abbas il Grande riportò sotto il controllo safavide parte della regione mesopotamica. Questi, dopo aver preso Baghdad, sferrò un duro attacco contro la componente sunnita della popolazione ed ordinò la distruzione di due istituzioni simbolo della corrente maggioritaria dell’Islam: la moschee di Abu Hanifa e di al-Gaylani. Allo stesso tempo, è doveroso ricordare che importanti studiosi sciiti dell’epoca, tra cui spicca Sayyid Darraj (il guardiano del santuario di Kerbala), si opposero a simili azioni e difesero strenuamente i notabili sunniti presi di mira dall’autorità safavide.

Dopo l’avventura di Abbas il Grande, la Persia conobbe un nuovo periodo di decadenza che portò alla firma del Trattato di Qasr-e Shirin (1639). Con esso i Safavidi rinunciavano per sempre alla loro presenza nei territori iracheni che rimasero (tra alterne fortune) sotto dominio ottomano fino al termine della Prima Guerra Mondiale.

Il XVIII ed il XIX secolo furono caratterizzati da una crescita costante della presenza britannica nell’area. Londra era infatti intenzionata ad aprirsi un corridoio strategico via terra verso l’India e per il rifornimento della Compagnia delle Indie Orientali. La città di Bassora, sotto questo aspetto, divenne centrale per i piani geopolitici delle compagnie mercantili europee (non solo inglesi, ma anche olandesi e portoghesi). Nel XVIII secolo, gli Ottomani, alleati con alcune tribù sunnite afghane, mossero nuovamente guerra e conquistarono alcune città della Persia occidentale, mentre proprio gli Inglesi approfittarono della situazione per prendere possesso di alcune regioni a ridosso del Golfo Persico (isole comprese) e dell’Oceano Indiano a sud dell’Altopiano Iranico.

Con l’ascesa al potere di Nadir Shah e della dinastia afsharide (1736-1796), gli Ottomani, costretti sulla difensiva, cercarono di allearsi con i Britannici in chiave antipersiana. I ripetuti scontri tra Afsharidi e Ottomani portarono alla firma del Trattato di Gardan con il quale le parti riconoscevano, di fatto, i confini previsti dal precedente Trattato di Qasr-e Shirin.

Nel 1821, probabilmente su istigazione russa (Mosca era interessata ad uno scontro che indebolisse entrambe le parti per facilitare la sua penetrazione nel Caucaso), i due imperi entrarono nuovamente in conflitto. I Persiani, questa volta governati dalla nuova dinastia dei Qajar, riuscirono ad occupare alcune città dell’Anatolia orientale ma, successivamente, con il primo Trattato di Erzurum (mediato da Russia e Gran Bretagna) riconobbero nuovamente la linea di frontiera stabilita ai tempi di Nadir Shah.

Tutti questi Trattati avevano comunque il difetto di non delineare dei confini chiari tra le due entità geopolitiche. Essi, più generalmente, ne indicavano solo alcuni punti. Sulla base di questa incertezza, mentre i Persiani erano impegnati ad Herat in una sanguinosa battaglia contro le tribù afghane, gli Ottomani, sostenuti dagli inglesi, occuparono il fondamentale centro urbano di Khorramshahr, nell’area sud-occidentale dell’Altopiano. I Qajar reagirono organizzando una spedizione militare contro la Sublime Porta ma russi e inglesi convinsero lo Shah a desistere e ad intavolare nuove trattative che portarono al secondo Trattato di Erzurum (1847).  Questo Trattato, per la prima volta nella storia, indicava in modo preciso quello che sarebbe dovuto essere il confine tra lo Stato dei Qajar e l’Impero Ottomano. In particolare, stabiliva che: “il governo persiano accetta che i territori a ovest di Zahab appartengono al governo ottomano, così come quest’ultimo riconosce la sovranità persiana sui territori a est di Zahab e della valle di Karand. Il governo persiano rinuncia a qualsiasi pretesa per quello che riguarda la città e la provincia di Suleimanyah, non interferendo negli affari della medesima, così come il governo ottomano riconosce la sovranità persiana sulle città a ovest del fiume Arvand (Shatt al-Arab) e riconosce la sovranità persiana su Khorramshahr e Abadan. Inoltre, le navi persiane sono libere di navigare nel fiume Arvand, dal punto in cui il corso d’acqua sfocia nel mare sino al punto in cui è stabilito il confine tra le parti”.

Proprio attorno a questo corso d’acqua strategico (il fiume Arvand o Shatt al-Arab) si concentreranno le rivendicazioni reciproche che portarono al conflitto tra l’Iraq ba’athista e la neonata Repubblica Islamica dell’Iran.

Un nuovo accordo venne preso nel 1935 a seguito di un rinnovato periodo di tensione questa volta tra l’Iraq sottoposto a mandato britannico e la Persia di Reza Khan. Già in quel periodo, ad onor del vero, si palesò la volontà irachena di occupare alcune città del Khuzestan. Tuttavia, Reza Khan, forse spinto degli inglesi e dando ulteriore prova di uno spirito non esattamente patriottico (nonostante alcuni iniziali slanci nazionalistici), diede all’Iraq ampie concessioni sulla navigazione nel corso d’acqua, arrivando addirittura a rinunciare alla navigazione iraniana in alcune aree.

La situazione si complicò ulteriormente quando nel 1958, a seguito del colpo di Stato militare di Kassem in Iraq ed all’uscita di questo dal Patto di Baghdad, le controversie assunsero una dimensione “globale” andando a legarsi allo scontro tra Stati Uniti ed Unione Sovietica. Ad esse si aggiunse la componente ideologica panarabista che vedeva le regioni arabofone dell’Iran come parte integrante della “Grande Patria Araba”. Non a caso, Saddam Hussein, successivamente, definì la guerra contro l’Iran del 1980 come una nuova “Qadisiyya”. Ma questi aspetti verranno analizzati nel dettaglio in seguito.

Superata l’epoca mamelucca (durante la quale l’Iraq poté godere di un discreto grado di autonomia), come in altre regioni del Vicino Oriente, due forze principali influenzarono l’area nel corso del XIX secolo: il crescente potere e le spinte centralizzatrici del governo ottomano da un lato (riforme comprese); la progressiva integrazione di questo spazio in un’economia mondiale dominata in larga parte dall’Europa. Ad onor del vero, già sotto l’ultimo sovrano mamelucco, il pio e stimato studioso Dawud Pascià, tali tendenze (che contraddistingueranno gran parte della storia moderna e contemporanea dell’Iraq) si erano già manifestate attraverso lo sviluppo di un efficiente potere centrale statale e l’espansione dell’influenza economica britannica.

Allo stesso tempo, è opportuno ricordare che i tentativi dell’Impero ottomano di riaffermare il proprio controllo assoluto sull’Iraq incontrarono non poche resistenze. Diverse ribellioni (forse sostenute dalla Persia) scoppiarono sia a Baghdad che nei principali centri sciiti (Najaf e Kerbala, in primo luogo). Proprio a Kerbala, la (ri)conquista della città da parte ottomana avvenne ad un prezzo assai alto in termini di vite umane. I santuari sciiti vennero ancora una volta profanati e le autorità giuridiche sciite vennero spazzate vie. In entrambe le città, inoltre, il potere centrale nominò dei governatori sunniti che non risparmiarono ulteriori persecuzioni per la componente sciita della popolazione. Questa, in larga parte, fu costretta a nascondere la propria fede applicando alla lettera il principio della taqiyya (dissimulazione) che prevede la liceità di nascondere o rinnegare (esteriormente) il credo religioso in modo da sfuggire a persecuzioni o pericoli imminenti.

Tra il 1839 ed il 1876, una serie di riforme, note collettivamente come tanzimat (riorganizzazioni), fu varata dalla Sublime Porta. L’obiettivo era quello di modernizzare gli apparati burocratici dell’Impero. Tuttavia, il primo (e forse unico) reale beneficiario delle riforme fu l’esercito. Scrive lo storico Malcolm Yapp: “Fu necessario reperire il denaro per pagare l’esercito mediante l’imposizione fiscale e i prestiti. Fu quindi necessario disporre di un’amministrazione più ampia ed efficiente per mobilitare le risorse dell’Impero. La riforma educativa si rese indispensabile per produrre i funzionari e i burocrati necessari”.

In questa riforma educativa era compresa l’apertura ad alcune scuole missionarie europee che impartivano un insegnamento più articolato rispetto all’educazione religiosa delle tradizionali madrasa. Tra queste scuole “moderne” spiccava indubbiamente quella fondata a Baghdad nel 1865 dall’Alliance Israelite Universelle, il cui reale obiettivo era quello di preparare la popolazione ebraica irachena al discorso sionista che, nella seconda metà del XIX secolo, stava iniziando a conoscere una discreta diffusione nell’Europa occidentale (tra Francia e Gran Bretagna).

Ma la penetrazione “occidentale” (e britannica in particolar modo) si fece sentire soprattutto in ambito economico. Prima dell’apertura del canale di Suez e della scoperta del petrolio nella Persia meridionale, gli interessi britannici in Iraq erano collegati essenzialmente alle comunicazioni con l’India (la corrispondenza per il Subcontinente percorreva la pista che da Aleppo arriva a Bassora e, da qui, veniva imbarcata per l’India). Le compagnie inglesi, di fatto, si spesero che creare servizi di navigazione regolari lungo il Tigri e l’Eufrate. Negli anni ’30 del XIX secolo, ad esempio, vide la luce la Euphrates and Tigris Steam Navigation Company; mentre nel 1862 venne istituito un collegamento navale tra Bassora e Bombay e, successivamente, un collegamento telegrafico diretto. Così che, negli ultimi anni di dominio ottomano, l’Iraq era già largamente dipendente dalla Gran Bretagna, nonostante i tentativi controegemonici tedesco-ottomani che arrivarono al culmine con il progetto ferroviario Berlino-Baghdad. Infrastruttura strategica dall’alto valore geopolitico che prevedeva, tra le altre cose, i diritti di sfruttamento minerario lungo il percorso della stessa linea ferroviaria.

Come reazione all’influenza che la Germania stava cercando di esercitare sull’area, Londra, nel 1899, concluse un accordo con lo sceicco Mubarak al-Sabah del Kuwait, col quale il piccolo principato avrebbe ricevuto assistenza e protezione militare in cambio del totale controllo britannico sulla sua politica estera.

La comunità che riuscì a trarre maggiore vantaggio dall’apertura economica verso l’Europa fu indubbiamente quella ebraica. Quella sciita, invece, si chiuse in se stessa nonostante fosse già maggioranza relativa in diversi distretti (Baghdad compresa). Non solo, a questo periodo risale la pratica dei sapienti sciiti (mujtahid) di rimettersi, in materie teologiche, giuridiche e politiche, al parere di quello che veniva considerato come il più dotto tra loro: il Marja’ al-Taqlid (fonte di imitazione). Altra pratica che segnerà in modo determinante il futuro della regione.

Gli slanci ottomanisti prima e quelli turco-nazionalisti a partire dai primi anni del XX secolo (e dovuti alla crescente influenza dei Giovani Turchi ed al ruolo del Comitato Unità e Progresso nella “rivoluzione” del 1908) diedero spazio alla contro-affermazione di uno spirito nazionalista arabo che si opponeva alla “turchificazione culturale”. Diverse associazioni segrete vennero create in questi anni. La più importante di queste era al-‘Ahd (la società del patto) che invocava la piena indipendenza delle province arabe dell’Impero ottomano. Il suo fondatore era un egiziano, ma al suo interno ebbero un ruolo di primo piano diverse figure che saranno protagoniste della politica irachena e cavallo tra le due guerre mondiali e dopo, come Nuri al-Sa’id, Yasin al-Hashimi e Jafar al-‘Askari.

Già prima dell’ingresso nel primo conflitto mondiale dell’Impero ottomano, i Britannici stavano preparando un’invasione dell’Iraq meridionale partendo dall’India e dalla Persia. Gli interessi economici e strategici di Londra nell’area erano infatti notevoli e crescenti in quanto legati a doppio filo con la trasformazione (dal carbone al petrolio) della fonte combustibile della Royal Navy. Così, un giorno dopo la formale dichiarazione di guerra, le forze di Sua Maestà sbarcarono in prossimità di Bassora. Tuttavia, la conquista dell’Iraq si dimostrò tutt’altro che un’impresa facile. Nei primi mesi del 1916, la forza di spedizione britannica del generale Townshend, sotto assedio da cinque mesi nei pressi di Kut al-‘Amara, fu addirittura costretta alla resa. Solo nel 1917, una nuova offensiva porto all’occupazione di Baghdad e giunse a sud di Mosul. Un’area, quest’ultima, che per tutto il corso della guerra subì i contraccolpi dello scontro che infuriava nell’Anatolia orientale. Qui, tanto i Russi quanto i Britannici non smisero mai di incoraggiare i cristiani armeni e assiri alla ribellione contro il potere ottomano, salvo poi lasciarli soli nel momento reale della resa dei conti (una pratica che successivamente verrà fatta propria, e su larga scala, dagli Stati Uniti).

Al contempo, i Britannici sostennero la ribellione araba guidata dagli Hashemiti meccani. All’interno delle loro forze erano presenti un cospicuo numero di ufficiali iracheni membri della suddetta società al-‘Ahd. La ribellione riuscì a distrarre le forze ottomane da altri fronti e nel 1918 portò Faysal, figlio dello sceriffo della Mecca Husayn, a Damasco. Qui, le sue speranze di dare vita ad un grande regno arabo indipendente si scontrarono con la realtà degli accordi segreti Sykes-Picot con i quali Francia e Gran Bretagna avevano deciso di spartirsi il Vicino Oriente assai prima della fine della guerra.

In linea generale, la prima risposta irachena all’invasione britannica fu di sostanziale neutralità. Tuttavia, questa si trasformò in resistenza attiva quando divenne evidente che l’occupazione militare non era affatto temporanea. Le reazioni variarono a seconda della regione. I Curdi, ad esempio, videro (almeno inizialmente) nei Britannici dei liberatori che avrebbero garantito loro uno Stato indipendente. Gli sciiti, invece, si opposero da subito alla presenza britannica e molti mujtahid arrivano a proclamare il gihad contro gli invasori.

La politica di Londra in Iraq – il cui controllo era fondamentale per lo sfruttamento e commercio petrolifero – assunse da subito due tendenze distinte: la “scuola orientale” rappresentata da Sir Arnold Wilson (il commissario civile del Paese) mirava ad estendere all’Iraq le stesse politiche attuate in India; la “scuola occidentale” dell’Arab Bureau del Cairo, invece, sosteneva la tutela degli interessi britannici attraverso un controllo indiretto e meno pervasivo.

La prima ebbe inizialmente la meglio anche sulla base dell’idea che un simile approccio, oltre a garantire gli interessi britannici, avrebbe diffuso la civiltà tra i barbari popoli asiatici. Un approccio che venne in qualche modo riconosciuto anche dalla Società delle Nazioni a seguito della Conferenza di San Remo del 1920 con il quale si stabilì la politica mandataria occidentale. Questa  veniva giustificata così: “Alcune comunità che appartenevano prima all’Impero turco hanno raggiunto un grado di sviluppo tale che la loro esistenza come nazioni indipendenti può essere provvisoriamente riconosciuta, salvo il consiglio e l’assistenza amministrativa di una Potenza mandataria, finché non saranno in grado di reggersi da sé. I desideri di queste comunità dovranno essere principalmente tenuti in conto dalla Potenza mandataria”.

Nel momento in cui gli esiti di San Remo vennero resi noti, l’Iraq era sull’orlo di un’insurrezione su vasta scala. Nel 1920, inoltre, l’esercito arabo venne sconfitto in prossimità di Damasco dai Francesi (titolari del mandato sulla Siria). Con il risultato che molti iracheni smobilitati finirono per ingrossare le fila della ribellione anti-britannica in Patria. Il centro della “Grande Rivolta” del 1920 fu ancora volta Kerbala. Da qui, l’ayatollah Shirazi continuò imperterrito ad esortare i musulmani alla guerra contro l’occupante. Questo, messo alle strette da un movimento che stava assumendo proporzioni di massa e che avrebbe potuto “contagiare” altre aree del Vicino Oriente, rispose con una brutale repressione in cui la Royal Air Force non risparmiò l’utilizzo di armi chimiche (gas iprite) contro le milizie ribelli.

Nonostante la sconfitta dei ribelli, i Britannici optarono per un cambio di rotta della politica irachena. Il nuovo Alto Commissario Percy Cox rovesciò la politica del predecessore e optò, in comunione di intenti con il Ministero delle Colonie, per l’indirect rule: ovvero, la creazione di un governo iracheno indipendente (affidato al notabile sunnita Abdul Rahman al-Gaylani) sotto stretta supervisione britannica. Mentre a Faysal venne offerta la corona di una neonata istituzione monarchica irachena totalmente asservita a Londra, visto che questi, originario dell’Hijaz, in alcun modo poteva godere di solidi legami con le tribù locali. Un’operazione nuovamente denunciata dalla componente sciita della popolazione che, per l’ennesima volta, venne messa a tacere dalle forze di occupazione.

Nonostante ciò, Faysal insistette per fare in modo che le relazioni tra Gran Bretagna ed Iraq venissero impostate in conformità ad un vero e proprio trattato. Questo venne stipulato nel 1922 e incorporava nei suoi termini tutti quelli del mandato, sebbene nella forma di un supposto accordo bilaterale. La Gran Bretagna amministrava direttamente la difesa e la sicurezza interna del Paese e tutti gli altri ministeri dovevano accettare la presenza di consiglieri e ispettori britannici con diritto di veto su qualsiasi questione di rilievo. Il governo iracheno, con poteri estremamente ridotti, era inoltre tenuto a pagare metà delle spese per i funzionari britannici presenti in loco.

Un nuovo trattato anglo-iracheno venne firmato nel 1930, sotto l’attenta supervisione del Primo Ministro Nuri al-Sa’id (già citato in riferimento alla società segreta al-Ahd e figura centrale nella storia dell’Iraq monarchico). Questo doveva rimanere in vigore per venticinque anni e prevedeva l’indipendenza formale dell’Iraq due anni dopo la sua ratifica. Tuttavia, includeva contemporaneamente la solidificazione di un rapporto ineguale con la Gran Bretagna e la tutela del ruolo dominante della stessa nel Paese. Tutte le più importanti decisioni di politica estera, infatti, prevedevano il veto britannico. E sempre Londra manteneva il monopolio sull’addestramento ed equipaggiamento dell’esercito iracheno, così come il diritto di utilizzare il territorio del Paese in caso di guerra (con la RAF che manteneva il controllo diretto sulle basi di Habaniyya, vicino a Baghdad, e di Shu’ayba, nei pressi di Bassora).

Tra i primi provvedimenti del governo “indipendente” vi fu un ulteriore rafforzamento dell’esercito, perché, come ebbe modo di sottolineare proprio Nuri al-Sa’id, era impensabile che in uno Stato moderno le tribù avessero più armi delle forze di difesa e sicurezza. La manovra, però, finì per ritorcersi contro la monarchia e la presenza britannica. L’esercito, infatti, si presentava come una forza nazional-patriottica al cui intero iniziò a diffondersi l’idea che la Gran Bretagna fosse una forza retriva che sosteneva una ristretta ed altrettanto retrograda élite politica che impediva qualsiasi tipo di sviluppo reale del Paese, mantenendolo in una condizione di debolezza e arretratezza. Soprattutto gli sciiti non vedevano alcuna possibilità di elevazione sociale visto che i britannici consentivano l’accesso a posizioni di potere solo ai sunniti.

“Sono grasso e cecato”, ma musicalmente eccezionale: “Je so’ pazzo” è il ritratto verace di Pino Daniele

24 October 2026 at 11:09

“Sono grasso e cecato” e pure un po’ fetente. Anche in Italia sappiamo fare i biopic musicali. Je so’ pazzo, il film diretto da Nicola Prosatore sulla prima epica manciata di anni di vita musicale di Pino Daniele, è una delle più gustose versioni del genere prodotte a casa nostra o, ancor meglio, tra i bassi napoletani.

Coraggiosa, matura, verace e pure un tantinello sfrontata, l’opera di Prosatore non solo è prima al box office italiano da una settimana, ma dà incredibilmente dei chilometri anche solo a filmetti modesti dell’area bio anglosassone come Bohemian Rhapsody. Non che ci sia nulla di stilisticamente pompato, di idealisticamente fuori dall’ordinario.

Lo srotolamento della vita di Daniele da quando, bambino, nei primi anni Sessanta, è seduto sulla banchina del porto (Otis sì, è per te) a smerciare i “dollars” col padre farabutto (luciferino l’ottimo Giovanni Ludeno), poi ancora tra vicoli, prostitute, gioco d’azzardo e l’epifania del blues dei soldati statunitensi afroamericani spizzicato alla chitarra, fino al live monumentale con oltre 200mila persone (a gratis) in Piazza del Plebiscito appena vent’anni dopo, all’apice del successo, non ha né i tratti marcati della foga né quelli sbrodolosi dell’agiografia.

Je so’ pazzo è vita creativa musicalmente eccezionale che prende forma per microeventi e strappi, è scrittura di pregio, tagli precisi, poderosi e sintetici (Prosatore, Edoardo Puma e Carlo Salsa) che disegnano reiterati conflitti (col padre, con l’industria della musica), enfasi pittorico-umana (con Napoli), catarsi possibile del singolo (il successo e la fama oltre i limiti fisici e la condizione familiare).

Il Daniele di Massimiliano Caiazzo poi è qualcosa di genuinamente sofferto, un corpo ancorato simbolicamente al terreno che riesce a vibrare oltre i tavoli in formica, le tv in bianco e nero con l’antenna e le purpette in frigo, che si eleva spiritualmente mentre si riproduce la “vocina”, che si ricompone etereo nella storia ibrida della musica napoletana ed italiana tra Settanta e Ottanta.

Attenzione però, il Pino Daniele di Prosatore non è un santo e nemmeno un amicone. È una figura contraddittoria, un filino stronza, autoritaria e traditrice, che in quel crogiolo musicale impressionante del Neapolitan Power trova uno spazio deflagrante, irriverente e maleducato, singolarmente pop. In una summa pressoché inappuntabile di scenografie e trovarobe (arredamento e vestiario quasi odorano degli anni Settanta), Je so’ pazzo si mostra in tutta la sua proteiforme bellezza anche come angolazione dello sguardo. Tra una panoramica circolare in studio di registrazione che ricorda Godard con gli Stones e la capacità di dare volume e profondità agli sfondi massa sbirciando rapido attraverso piani ravvicinati, Prosatore lascia contemporaneamente un segno di qualità e uno di intrattenimento tra le pagine di un cinema italiano spesso anemico e semplificatore di fronte ai giganti della storia. Tratto dal libro di Alessandro Daniele, primogenito di Pino, sulla vita del padre.

L'articolo “Sono grasso e cecato”, ma musicalmente eccezionale: “Je so’ pazzo” è il ritratto verace di Pino Daniele proviene da Il Fatto Quotidiano.

Milano, drammatico paradigma di un Occidente sempre meno inclusivo e sempre più diseguale

By: A A
24 October 2026 at 10:10

Milano assurge così a paradigma di un Occidente che esclude ed emargina, privo di prospettive, privo di un’autentica volontà di invertire la rotta, votato più o meno consapevolmente all’autodistruzione.

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Martedì 13 ottobre 2026 – mattina

Salone di rappresentanza del Comune di Milano, tra stucchi e affreschi, una composita schiera degli anziani più abbienti della città premia dei loro pari grado per età e per reddito, in mezzo a un effluvio di parole tanto vuote quanto altisonanti, un imbarazzante racconto di una città immaginaria, che esiste solo nelle chiacchiere dei loro ristretti circoli di amici e conoscenti, è tutta una narrazione di frizzi e lazzi, scoppiettanti meraviglie, luminose eccellenze, immancabili successi, se la suonano e se la cantano tra di loro, in mezzo a un tonitruante profluvio di aggettivi tutti superlativi, anzi, ultra – superlativi, un coretto autoreferenziale parossistico ed entusiastico in cui scambiano –  forse inconsapevolmente – lo specchio dentro cui si rimirano felici e beati per una finestra sulla città.

D’altronde si frequentano abitualmente e assolutamente solo tra loro nell’ora dell’aperitivo e della cena e non riescono a vedere null’altro che loro stessi, anche la cameriera che porta i piatti in tavola è una specie di fantasmatica presenza a suo modo sconosciuta ed evanescente, di cui a mala pena ricordano l’esotico nome peruviano o filippino. Sono i campioni della società neo – schiavile[1], inventata con maestria palazzinara dai maggiorenti politici della città, ogni vagonata di cemento, riversatasi su Milano nell’ultimo decennio in quantità impressionanti, ha avuto effetti sociali dirompenti e deflagranti aumentando il divario sociale, costruendo schiere di poveri, lavoratori a basso reddito e pensionati, con i primi spesso a servizio del sempre più ristretto, ma pur considerevole, cerchio dei benestanti.

Domenica 18 ottobre 2026 – pomeriggio

Come non fosse bastata la guerriglia urbana scatenatasi in piazza Duomo e tutto attorno, a margine della manifestazione di sabato 17 ottobre contro il caro – vita, il caro – carburanti, il prezzo sempre più proibitivo dei prodotti alimentari, le bollette aumentate di un terzo e per ciò stesso sempre più intollerabili, almeno per quella metà di milanesi che a fatica arriva alla terza settimana del mese, ecco che ragazzini a mala pena quattordicenni si danno appuntamento in branco per la domenica.

È rabbia pura, scriteriata e distruttrice, è odio per tutto quello che vedono e da cui sono esclusi. Spaccano e rubano, è un esproprio proletario compiuto da masse di ragazzini che non hanno nessuna consapevolezza di essere proletari, ma che in ogni caso si comportano in questo modo perché non vogliono essere proletari, ovvero l’ultimo gradino di una società pesantemente ingiusta, diseguale, escludente, hanno un istintuale desiderio di uguaglianza, ma non la sanno declinare in nessun modo, anche perché tanto è impossibile, il divario sociale non è colmabile, l’ammissione al ristretto circolo dei possidenti che possono permettersi di comprare e possedere quello che vogliono non li riguarda, purtroppo non tocca neppure tutte e tutti quei milanesi che son scesi in piazza pacificamente il giorno precedente.

Questi ragazzini sono fuori da tutto, vittime di una città e di una società in cui gli abbienti organizzano convegni sull’inclusività, in cui volano paroloni e discorsoni pieni di propositi, i quali terminano appunto all’ora dell’aperitivo.

Sono ragazzine e ragazzini cresciuti nelle periferie invisibili, povere, quelle in cui non arriva la metropolitana e gli autobus e i tram sono stati dimezzati negli ultimi anni, non credono in niente e in nessuno. Si muovono in branco, perché solo dentro il branco dei loro pari riconoscono quel minimo di uguaglianza che non trovano da nessuna altra parte.

Odiano la scuola, perché è vuota, perché non offre prospettive, perché usa parole antiche e a volte incomprensibili, perché i professori sono vecchi e hanno l’età dei loro nonni che stanno a Lima, al Cairo, a Manila, perché studiare molto difficilmente potrà permettere loro di emanciparsi dalla povertà, anzi è certamente inutile, perché tanto sanno già benissimo a dodici anni che i loro genitori non avranno mai i soldi per mandarli all’università.

Disprezzano i loro genitori, li disprezzano profondamente, con una rabbia che spesso cancella ogni affetto. Li guardano consumarsi di fatica per portare a casa il pane della sopravvivenza, donne e uomini italiani e più spesso di tutto il mondo che si alzano alle quattro del mattino, il papà per andare a pulire gli uffici degli abbienti, la mamma per sbrigare fino alle sei del mattino le questioni di casa propria e poi prendere anche lei quel bus che non arriva mai per andare a pulire le case di quegli stessi abbienti, per portare a passeggio i loro cani, per stirare le loro camicie e per preparare la loro cena. Gli uomini lavorano anche nell’edilizia, ogni cantiere è una babele di lingue, nell’urbanistica, là dove si rifanno marciapiedi e strade asfaltate si sente solo parlare arabo, chissà se per appalto diretto o subappalto, o purtroppo, come accade non di rado, per subappalto di un altro subappalto, fanno i custodi dei palazzi in cui gli abbienti a mala pena passando la mattina biascicano loro un annoiato “buongiorno”.

Lo schianto tra la città immaginaria, o per meglio dire reale per una ristrettissima minoranza, e quella reale, o per meglio dire dura e povera per la stragrande maggioranza, ha la violenza delle vetrine mandate in frantumi, così la società, come quei vetri sfondati, collassa senza lasciare margine alcuno di ricomposizione.

Un mondo peggiorato dall’individualismo, un universo  che ha perso ogni spazio sociale e collettivo in cui ritrovarsi e confrontarsi, in cui la fatica e il sacrificio sono visti come la condizione dello sfruttato neo – schiavile, non del lavoratore, anche perché il lavoratore riceve sempre meno diritti e meno rispetto e dunque ha sempre meno dignità.

Una società che coltiva il culto della ricchezza e che (auto)premia e (auto)celebra chi l’esibisce, che marginalizza e giudica negativamente chi da quella ricchezza è escluso.

Una società senza pietà, piena di un’arroganza diffusa e cattiva, che ha elevato l’esibizionismo della ricchezza e il disprezzo per chi non la possiede a massima espressione di giudizio verso le altre e gli altri.

Le ragazzine e i ragazzini delle periferie respirano questo clima tossico in cui l’avere è tutto e l’essere gli è totalmente subordinato.

Respirano la violenza del disprezzo che li marginalizza e a loro volta – come detto – hanno fatto proprio quel disprezzo al punto da riversarlo sui loro genitori, li osservano senza capirli, guardandoli schiacciati dalla fatica quotidiana, inginocchiati davanti all’arroganza e alla prepotenza degli abbienti.

I genitori tristi e sconfortati si interrogano mestamente su una società, quella occidentale, così violenta da aver distrutto qualsiasi valore, qualsiasi rispetto, qualsiasi affetto. Amano i loro figli, cercano di mostrare con il loro impegno quell’amore, ma appunto non sono capiti e non sono ricambiati, maturando indicibile interiore dolore.

È una società divaricata, del tutto frammentata e atomizzata, non vi è assolutamente alcun progetto per la costruzione di una città partecipata e condivisa, non esiste alcuna autentica volontà di una ricomposizione comunitaria.

È la deriva finale di una società priva di autentica empatia, di sincero interesse per il prossimo.

Ora il governo italiano vara leggi per la punibilità dei minorenni, aumenteranno i carcerati dei penitenziari minorili, un muro con le sbarre che terrà nascosta per un po’ una minuscola porzione del disagio sociale e giovanile.

Nulla più.

Milano assurge così a paradigma di un Occidente che esclude ed emargina, privo di prospettive, privo di un’autentica volontà di invertire la rotta, votato più o meno consapevolmente all’autodistruzione.

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[1]      Leggasi quanto già dettagliatamente spiegato in https://strategic-culture.su/news/2025/07/27/beppe-sala-sindaco-di-milano-inventore-della-post-modernita-neo-schiavile/

Da Machado a Pillay: il Nobel che manda su tutte le furie Trump e Netanyahu

By: A A
23 October 2026 at 22:05

Il Nobel per la pace 2026 a Navi Pillay segna una brusca discontinuità rispetto al premio assegnato l’anno precedente a María Corina Machado. La reazione di Donald Trump e Benjamin Netanyahu rivela quanto il nodo del diritto internazionale sia divenuto terreno di scontro geopolitico.

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A distanza di appena un anno, il Premio Nobel per la pace sembra aver cambiato completamente direzione. Nell’ottobre 2025, il Comitato norvegese aveva scelto María Corina Machado, principale esponente dell’opposizione venezuelana, premiandola «per il suo instancabile lavoro nella promozione dei diritti democratici del popolo venezuelano e per la sua lotta per ottenere una transizione giusta e pacifica dalla dittatura alla democrazia». Lo scorso 9 ottobre, lo stesso riconoscimento è invece andato alla giurista sudafricana Navanethem “Navi” Pillay «per i suoi sforzi nel promuovere la pace e il diritto internazionale». Dietro la somiglianza delle formule ufficiali, tuttavia, si nascondono due messaggi politici quasi opposti.

Il Nobel a Machado si inseriva infatti in maniera pressoché naturale nel quadro della pressione esercitata da Washington contro il governo venezuelano. L’oppositrice di Nicolás Maduro era da tempo sostenuta apertamente dagli Stati Uniti e da governi latinoamericani allineati con Washington. La scelta del Comitato norvegese rafforzava quindi, indipendentemente dalle intenzioni dichiarate dai suoi membri, una delle parti di un conflitto politico interno sul quale gli Stati Uniti esercitano da anni una forte pressione attraverso sanzioni economiche, riconoscimenti politici selettivi e tentativi di isolamento internazionale del governo bolivariano.

Il rapporto personale fra Machado e Trump rese ancora più evidente questa convergenza. Il giorno stesso dell’assegnazione del premio, nell’ottobre 2025, Trump riferì che la dirigente venezuelana gli aveva telefonato affermando di accettare il Nobel anche in suo onore. Nel gennaio successivo, Machado arrivò poi a consegnare al presidente statunitense la propria medaglia del Nobel, nel tentativo di consolidare il sostegno di Washington alla propria strategia politica in Venezuela. Lo stesso Trump, pochi giorni prima dell’annuncio del premio 2026, ricordava pubblicamente quell’episodio come una sorta di riconoscimento indiretto della propria presunta attività di pacificatore.

Il Nobel 2026 ha prodotto invece un effetto praticamente opposto. Navi Pillay, infatti, non rappresenta un movimento politico sostenuto dagli Stati Uniti contro un governo avversario, ma una tradizione giuridica che rivendica almeno formalmente la possibilità di sottoporre anche le grandi potenze e i loro alleati alle norme del diritto internazionale.

La biografia della nuova vincitrice contribuisce a spiegare la portata della scelta. Sudafricana di origine tamil, Pillay iniziò la propria attività professionale durante l’apartheid, difendendo oppositori politici e battendosi per i diritti di Nelson Mandela e degli altri detenuti del regime segregazionista. Dopo la fine dell’apartheid divenne la prima donna non bianca a sedere nell’Alta Corte sudafricana. In seguito, fu giudice e presidente del Tribunale penale internazionale per il Ruanda, giudice della Corte penale internazionale dal 2003 al 2008 e Alto Commissario delle Nazioni Unite per i diritti umani dal 2008 al 2014. Oggi opera inoltre come giudice ad hoc presso la Corte internazionale di giustizia nel procedimento relativo alle accuse di genocidio contro il Myanmar.

Ma è soprattutto il genocidio del popolo palestinese a Gaza, perpetrato impunemente dal regime nazisionista israeliano, ad aver trasformato il Nobel a Pillay in un caso politico internazionale.

Pillay, infatti, ha presieduto la Commissione internazionale indipendente d’inchiesta istituita dal Consiglio dei diritti umani delle Nazioni Unite sui Territori palestinesi occupati, compresa Gerusalemme Est, e Israele. La Commissione ha concluso nel 2025 che Israele aveva commesso atti costitutivi di genocidio nella Striscia di Gaza, facendo riferimento, tra gli altri elementi, alle enormi perdite civili, alle restrizioni agli aiuti umanitari, alla distruzione sistematica delle strutture sanitarie, all’impatto delle operazioni sui bambini e alle dichiarazioni rese da esponenti politici e militari israeliani.

Da questo punto di vista, l’assegnazione del Nobel non poteva che provocare una reazione particolarmente violenta a Tel Aviv. Netanyahu ha affermato che il Comitato Nobel avrebbe «perso la propria bussola morale», definendo Pillay una persona intollerante che avrebbe costruito la propria carriera diffondendo quelle che il premier israeliano ha definito «calunnie di sangue» contro Israele. Il ministero degli Esteri israeliano ha adottato toni ancora più estremi, arrivando a evocare Joseph Goebbels e sostenendo che il propagandista nazista starebbe «applaudendo dall’inferno» alla decisione del Comitato (mentre, a nostro avviso, applaudirebbe piuttosto gli odiosi crimini commessi dal regime nazisionista).

La risposta israeliana, inoltre, non si limita a contestare le conclusioni della Commissione o l’interpretazione giuridica adottata da Pillay, ma tende a delegittimare l’intero meccanismo internazionale chiamato a giudicare l’operato del regime nazisionista. È una dinamica già emersa nei rapporti con la Corte penale internazionale, che ha emesso un mandato d’arresto contro Netanyahu per presunti crimini di guerra e crimini contro l’umanità, e con la Corte internazionale di giustizia, che ha dichiarato illegale la presenza israeliana nei Territori palestinesi occupati nell’ambito del suo parere consultivo del 2024.

La reazione di Donald Trump è stata diversa nella forma ma altrettanto rivelatrice. Il presidente statunitense, che da tempo conduce una vera e propria campagna personale per ottenere il Nobel, ha definito Pillay una «persona misteriosa» della quale non aveva mai sentito parlare. Ha poi bollato la mancata assegnazione del premio a sé stesso come una decisione «vergognosa e imbarazzante», destinata a lasciare una «macchia indelebile» sulla Norvegia. Secondo Trump, il Nobel sarebbe stato «screditato per sempre» da un gruppo di «ideologi radicali», da lui definiti perfino «nemici della civiltà».

Nelle stesse ore dell’annuncio del Nobel, Washington ha inoltre imposto nuove e molto più ampie sanzioni contro la Corte penale internazionale. L’amministrazione Trump ha annunciato restrizioni destinate a tagliare alla Corte l’accesso a servizi finanziari, tecnologici e commerciali statunitensi, presentando apertamente la misura come parte di un tentativo di indebolirne la capacità operativa. Il segretario di Stato Marco Rubio ha aggiunto che gli Stati Uniti non permetteranno alla CPI di perseguire cittadini statunitensi, definendo la Corte un organismo illegittimo. Dal canto suo, la CPI ha replicato denunciando un attacco allo Stato di diritto e al principio secondo cui nessuno dovrebbe essere posto al di sopra della legge.

Naturalmente, la decisione di assegnare il premio a Navi Pillay non dimostra che il Comitato norvegese sia improvvisamente diventato un organismo estraneo alle logiche politiche occidentali; inoltre, l’assegnazione di un premio non può certo cancellare la lunga storia di selettività che caratterizza l’applicazione del diritto internazionale. Tuttavia, questa volta, il principio riaffermato dal Nobel entra direttamente in collisione con la pretesa delle potenze dominanti di sottrarsi alle stesse regole che esse invocano nei confronti dei propri avversari.

La distanza fra i due premi presi in considerazione mostra dunque anche le contraddizioni interne allo stesso sistema occidentale. Il Nobel a Machado poteva essere perfettamente integrato nella strategia statunitense di pressione sul Venezuela, uno Stato collocato fuori dall’orbita di Washington e legato politicamente ed economicamente a Cina, Russia e ad altri attori del mondo multipolare. Il Nobel a Pillay valorizza invece istituzioni e principi che, quando vengono applicati a Israele o agli stessi Stati Uniti, diventano improvvisamente oggetto di sanzioni, minacce e campagne di delegittimazione.

Le reazioni scomposte di Trump e Netanyahu finiscono così per rafforzare involontariamente il significato politico dell’assegnazione. Entrambi contestano non soltanto la persona di Pillay, ma soprattutto il principio che la sua carriera rappresenta: che la responsabilità per crimini internazionali non dovrebbe dipendere dall’appartenenza a un determinato blocco geopolitico, dalla forza militare di uno Stato o dalla protezione garantita da Washington.

Nel frattempo, la credibilità del diritto internazionale continuerà naturalmente a dipendere dalla capacità di applicare questo principio senza doppi standard. Resta il fatto che, per decenni, le istituzioni occidentali hanno richiamato il diritto internazionale soprattutto nei confronti degli avversari geopolitici, mentre molto più debole è stata la loro capacità di farlo valere quando erano coinvolte le potenze occidentali o i loro alleati. Il caso di Gaza e dei crimini commessi dal regime nazisionista israeliano ha reso questa asimmetria sempre più difficile da occultare.

Dalla Festa del Cinema di Roma al Mercato Internazionale Audiovisivo: opacità, lobby e nessuno che ne parli

23 October 2026 at 16:37

Come ogni anno, sia la Festa del Cinema di Roma sia il Mercato Internazionale Audiovisivo (per qualche giorno si sono svolti in contemporanea) rappresentano occasioni di incontro relazionale e confronto tecnico tra i professionisti del settore cinematografico e audiovisivo, e non soltanto passarelle per attrici ed attori e per paparazzi e influencer, anche se la quasi totalità dei giornalisti italiani si appassiona più ai look che ai numeri.

Anche in materia di dati e analisi, queste kermesse finiscono per evidenziare un approccio asettico ed acritico: sarà forse perché sono iniziative generosamente finanziate dal Principe, e quindi – suvvia! – “non è bello” anche soltanto sussurrare che egli è semi-nudo, se non nudo, ovvero che il reame è in crisi, se non alla fame… Si tratta di iniziative autoreferenziali, nella cui economia ideologica il concetto di autocoscienza (e finanche autocritica) è totalmente assente.

Sarà anche perché queste iniziative sono guidate da esponenti del settore che rappresentano interessi ben precisi: il Presidente della Fondazione Cinema per Roma, Salvo Nastasi, l’uomo più potente del settore spettacolo in Italia, è anche Presidente della Società Italiana degli Autori ed Editori – Siae; la Presidente della potente lobby Apa, ovvero l’Associazione dei Produttori Audiovisivi, Chiara Sbarigia, guida giustappunto il Mia (dopo essere stata per anni Presidente della società pubblica Cinecittà), insieme al Presidente dell’Anica (produttori cinematografici ma anche Netflix ed altri influenti player) Alessandro Usai.

Da anni, vado scrivendo (denunciando) che molte iniziative italiane nell’ambito del settore culturale non rispettano regole “basic” di trasparenza: è il caso emblematico del Mia, che pure beneficia di non pochi milioni di euro di danaro pubblico, tra Ministero della Cultura, Ministero degli Affari Esteri, e finanche Commissione Europea. Il Mia non pubblica sul proprio sito web un bilancio, e viola la legge in materia di trasparenza. La legge n. 124/2017 impone infatti ad associazioni e fondazioni di pubblicare online i contributi pubblici, se complessivamente pari o superiori a 10.000 euro annui. È prevista anche una sanzione pari all’1% degli importi ricevuti e, se perdura l’inadempimento, addirittura la restituzione integrale del beneficio. Evidentemente nessun Ministero o altra Pubblica Amministrazione richiama il Mia a quest’obbligo.

Ci si può aspettare dall’Apa e dall’Anica analisi e ricerche che evidenzino come la gran parte delle maggiori e migliori società di produzione audiovisiva italiane siano state acquisite, nell’ultimo decennio, da multinazionali straniere come la tedesca Fremantle e la francese Banijay? Ovviamente no. Ci si può aspettare dall’Apa e dall’Anica un’analisi critica della (mala) gestione dello strumento del “tax credit”, di cui hanno ben approfittato per un decennio? Ovviamente no. Offrono dati che sono funzionali ai loro propri interessi, e generalmente proponendo uno scenario idilliaco, limitandosi a chiedere allo Stato… più danaro per sostenere “la crescita”.

Quindi inaffidabile è anche l’ottava edizione del “Rapporto sulla Produzione Audiovisiva Nazionale di Apa”, che mette confusamente assieme più fonti (Certa Università Cattolica, eMedia, Symbola, OpenEconomics…), senza alcuna spiegazione metodologica, e quindi senza validazione oggettiva di dati verificabili, e senza che questi numeri possano essere quindi ritenuti attendibili. Numerologie fantasiose e strumentali. E le rare testate giornalistiche che li rilanciano non si pongono queste perplessità: vale anche per il maggiore quotidiano economico nazionale, qual è il confindustriale Il Sole 24 Ore (senza dimenticare che Apa ed Anica sono associazioni che aderiscono a Confindustria…).

D’altronde, come si può sperare in ricerche e studi che hanno committenti “partigiani” possano offrire analisi oggettive e indipendenti, che potrebbero mettere in discussione le loro stesse attività e anche il loro foraggiamento pubblico?!

Il problema non è marginale, perché in verità dovrebbe essere lo Stato stesso a studiare seriamente l’efficacia del proprio intervento (anche) nel settore culturale: invece, non esiste una strumentazione tecnica minimamente adeguata.

Da anni denuncio – da ricercatore specializzato in IsICult prima che da giornalista investigativo – come quella stessa “valutazione di impatto” prevista dalla Legge Franceschini del 2016, che dovrebbe essere indipendente dal Mic per consentire al Principe – ma magari anche ai sudditi… – di capire il vero stato di salute del settore, sia ormai ridotta ad un documento illeggibile, privo di approccio critico, e quindi perfettamente inutile anche ai fini delle esigenze di conoscenza del Parlamento… Anche l’iter stesso della legge di riforma del settore – che arriverà in Senato per essere approvata definitivamente il 3 novembre prossimo – non s’è certo caratterizzato per una profonda volontà di conoscere lo stato dell’arte. Si procede ancora per approssimazione cognitiva e per scontri interni ed oscuri mercanteggiamenti tra lobby, grandi e piccole: nasometria cognitiva e clientelismo diffuso.

D’altronde, siamo in un Paese nel quale il Direttore Generale del Cinema e dell’Audiovisivo, Giorgio Carlo Brugnoni (che è anche incredibilmente Vice Capo di Gabinetto del Ministero della Cultura, in un’impropria sovrapposizione di ruolo di gestione amministrativa e di orientamento politico: caso unico in Italia) si vanta sempre più dell’“efficientamento” dell’amministrazione che dirige, allorquando la gran parte degli operatori del settore lamentano ritardi kafkiani, superiori a quelli di cui soffrivano ai tempi dell’ex Dg Nicola Borrelli.

E naturalmente in nessuna pubblica occasione – che sia la Festa del Cinema di Roma o il Mia – qualcuno alza il ditino e urla “ma, guardate, il Principe è nudo!”, oppure denuncia con onestà intellettuale lo stato di profonda crisi strutturale del settore. E d’altronde, nessuno sembra ricordare che esiste un regolamento (il Dpcm n. 271 del 22 dicembre 2010) che prevedrebbe tempi ragionevoli nei rapporti con la Pa: per esempio, gli organizzatori di festival dovrebbero essere pagati dal Ministero della Cultura entro 90 giorni da quando trasmettono i consuntivi delle iniziative sovvenzionate, ma questa regola non viene quasi mai rispettata.

Insomma, fatta la legge, trovato l’inganno. Pubbliche virtù e vizi privati. Così si (mal) governano le politiche culturali in Italia.

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Sergio Castellitto immagina un futuro senza sigarette nel corto “Non Oggi”

23 October 2026 at 13:20

Che cosa resta di una sigaretta quando smette di far parte della vita quotidiana e diventa un reperto del passato? È l’immagine da cui parte “Non Oggi”, il cortometraggio diretto e interpretato da Sergio Castellitto e presentato alla Festa del Cinema di Roma.

La storia è ambientata in un futuro non troppo lontano. Il protagonista, Carlo, nel giorno del suo settantesimo compleanno visita insieme alla nipote Lulù il «Museo dei ricordi smarriti», dove sono esposti oggetti ormai obsoleti: un biglietto del cinema, una vecchia bicicletta, uno smartphone. Gli oggetti riportano alla memoria episodi della sua giovinezza e la storia d’amore con Luisa. Il percorso culmina davanti a una sigaretta, esposta come un oggetto in disuso dal 2035.

Prodotto da DUDE in collaborazione con Philip Morris Italia, il corto usa una storia intima per affrontare una questione più ampia: la possibilità di superare le sigarette tradizionali entro il 2035. «Mi ha colpito l’idea di raccontare questo tema attraverso una storia semplice: un uomo che attraversa le sale del Museo dei Ricordi Smarriti e ritrova oggetti diventati inutili, ma non i ricordi che quegli oggetti riportano alla luce», ha spiegato Castellitto. «È questo che mi ha interessato di questo progetto: usare il cinema per parlare del rapporto tra memoria e futuro, e per suggerire che un’altra possibilità può esistere, forse non oggi, ma in un futuro non troppo lontano».

Per Pasquale Frega, presidente e amministratore delegato di Philip Morris Italia, il progetto vuole contribuire ad aprire un confronto pubblico sulla possibilità di eliminare le sigarette dal Paese. «Scienza e tecnologia oggi sono disponibili; ciò che ancora manca è un ampio movimento sociale e culturale che apra un vero dibattito nel Paese», ha dichiarato, indicando il 2035 come orizzonte dell’obiettivo.

Nella colonna sonora è presente anche un brano interpretato da Andrea Bocelli, che collega “Non Oggi” a “Believe.Further”, il precedente progetto di Philip Morris International affidato alla musica. Due iniziative che, attraverso linguaggi artistici diversi, puntano a immaginare un futuro oltre le sigarette tradizionali.

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La guerra, le cancellerie europee e l’uso politico della sfiducia

By: A A
23 October 2026 at 10:30

Gli Stati Uniti negoziano con Mosca, mentre l’Europa si limita a commentare. La frase di Zakharova «non sono affari suoi» dice tutto.

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Una seduta al Senato

Il 14 ottobre 2026, nelle comunicazioni al Senato in vista del Consiglio europeo, Giorgia Meloni ha fatto una cosa che fino a pochi anni fa sarebbe sembrata impensabile per un governo italiano di destra: ha preso pubblicamente le distanze dal presidente degli Stati Uniti per difendere una linea più intransigente della sua. L’oggetto era l’intesa sul gasolio annunciata da Donald Trump dopo una telefonata con Vladimir Putin, accompagnata da una licenza temporanea del Tesoro americano che riapre al combustibile russo il mercato mondiale. Per la premier si tratta di una scelta «molto rischiosa»: legittima Mosca mentre le bombe cadono sulle città ucraine, le procura nuove entrate e indebolisce la leva delle sanzioni. Nella stessa seduta Meloni ha sostenuto che Putin starebbe cercando un nuovo nemico, e che quel nemico potrebbe essere l’Europa; e che un’Ucraina che smettesse di difendersi non otterrebbe la pace, ma l’occupazione.

Fin qui la cronaca. Il resto lo hanno fatto l’aula e i giornali. All’applauso della maggioranza si è unito quello di una parte dell’opposizione: Azione, Italia Viva, l’area riformista del Partito democratico. La Stampa ha trasformato il sostegno a Kiev in una questione di valori e di confini, quei confini che «lì si difendono».

C’è poi un dettaglio che vale più di molte analisi. Interpellata dall’ANSA, la portavoce del ministero degli Esteri russo Marija Zacharova ha liquidato le parole della premier con una formula sbrigativa: non sono affari suoi. Nelle stesse ore Volodymyr Zelenskij era a Londra, accolto dal primo ministro Andy Burnham, e denunciava la limitazione dei servizi satellitari militari forniti all’esercito ucraino. Elon Musk, dal canto suo, chiariva che la rete Starshield appartiene al governo americano e che ogni restrizione dipende dalle forze armate statunitensi e, in ultima istanza, dal presidente. Washington tratta con Mosca, Mosca risponde a Washington. Roma applaude se stessa. Patetico, no?

Non un caso esclusivamente italiano

Sarebbe un errore leggere la seduta del 14 ottobre come un episodio di politica interna. La postura italiana è la declinazione nazionale di una grammatica che oggi accomuna quasi tutte le cancellerie europee, e che ha tre regole. La prima: il conflitto ucraino viene presentato come uno scontro esistenziale tra civiltà politiche, in cui ogni compromesso equivale a una resa. La seconda: la minaccia russa viene proiettata oltre l’Ucraina, sul territorio dell’Unione, in modo da rendere il riarmo una necessità che non si discute. La terza, la più insidiosa: il dissenso interno viene ricondotto all’influenza del nemico.

La Germania offre l’esempio più nitido. Il ministro della Difesa Boris Pistorius, che già nel 2023 aveva chiesto che il Paese tornasse kriegstüchtig, capace di fare la guerra, e che da allora indica un orizzonte di pochi anni entro cui la Russia potrebbe attaccare un membro dell’Alleanza, ha sostenuto in questi giorni che la paura della guerra diffusa nella società tedesca sarebbe alimentata deliberatamente da Putin e dall’AfD. Il ragionamento merita attenzione. In un Paese che ha perso milioni di vite nelle due guerre mondiali, il timore di un nuovo conflitto non avrebbe bisogno di agenti esterni per spiegarsi. Attribuirlo a Mosca e al principale partito di opposizione significa trasformare un sentimento politico legittimo in un problema di sicurezza nazionale.

Il quadro si ripete altrove con accenti diversi. Il ministro degli Esteri polacco Radosław Sikorski rivendica i risultati degli attacchi ucraini contro raffinerie e infrastrutture russe; il suo omologo tedesco Johann Wadephul sostiene che non sia il momento di allentare le sanzioni, ma di inasprirle. Francia, Germania e Regno Unito si muovono come direttorio negoziale, tanto che la stessa Meloni ha chiesto che lo facciano almeno con un mandato formale di tutti i partner. Alle parole corrispondono numeri: il piano ReArm Europe presentato dalla Commissione nel marzo 2025, l’impegno assunto al vertice NATO dell’Aia a portare la spesa per difesa e sicurezza al 5% del PIL entro il 2035, il prestito da 90 miliardi a Kiev deciso dal Consiglio europeo nel dicembre 2025. La retorica non è un’eccentricità di qualche ministro, è letteralmente la lingua ufficiale dell’Unione – e purtroppo ci siamo abituati ad essa.

Una postura folle e controproducente

Definire folle questa linea non è un’iperbole polemica, se per follia si intende l’ostinazione nel ripetere un comportamento che produce effetti opposti a quelli dichiarati. Lo si vede su tre piani.

Il primo è strategico. La teoria della deterrenza insegna da decenni che una minaccia vale quanto la credibilità di chi la pronuncia, e che la credibilità dipende dalla capacità di dare seguito alle parole. L’Europa di oggi alza il tono senza disporre degli strumenti per sostenerlo. La vicenda Starlink lo ha mostrato con una chiarezza quasi didattica: l’esercito ucraino, che gli europei finanziano e incoraggiano, dipende per comunicazioni e guida dei droni da un’infrastruttura che appartiene a un’impresa americana ed è controllata dal Pentagono. Basta una decisione a Washington perché una parte delle operazioni si fermi. Promettere la vittoria in una guerra di cui non si controllano i satelliti è una forma di ipocrisia strategica, e gli avversari la leggono per quello che è.

Il secondo piano è economico, ovviamente. Già nel 2024 il rapporto di Mario Draghi sulla competitività europea indicava nel differenziale dei prezzi dell’energia rispetto agli Stati Uniti uno dei fattori del ritardo industriale del continente. Da allora la rinuncia agli idrocarburi russi è diventata dogma, la guerra in Iran ha fatto salire ulteriormente i prezzi dei carburanti e l’impegno al 5% del PIL per la difesa promette di assorbire risorse che i bilanci pubblici non hanno, se non a spese di sanità, pensioni e investimenti civili. Il paradosso è evidente: proprio mentre Washington, per ragioni del tutto interne legate alle elezioni di metà mandato, cerca gasolio a buon mercato anche da Mosca, i governi europei rivendicano come principio morale il fatto di pagare l’energia più cara dei loro concorrenti.

Il terzo piano è diplomatico, e forse è quello decisivo. Una politica estera che esclude per principio il negoziato si condanna a non sedere al tavolo quando il negoziato arriva. Ed è esattamente ciò che sta accadendo: Stati Uniti e Russia definiscono intese energetiche, ritmi della guerra e condizioni di un’eventuale tregua, mentre l’Europa commenta. La risposta di Zacharova alla premier italiana non è soltanto sgarbo diplomatico. È la misura esatta del peso che Mosca attribuisce oggi alle capitali europee. Si può discutere se sia giusto; è più difficile sostenere che sia sbagliato come descrizione.

Il prezzo della credibilità

Il danno più profondo, tuttavia, non si misura sul fronte e nemmeno sui mercati. Si misura nel rapporto tra le istituzioni e i cittadini. Quando la distanza tra ciò che viene proclamato e ciò che accade diventa visibile a occhio nudo, la parola pubblica perde valore. Da quattro anni i cittadini europei si sentono ripetere che la sconfitta della Russia è vicina, che le sanzioni la stanno piegando, che ogni nuovo pacchetto di aiuti sarà quello risolutivo. Ora vedono il principale alleato trattare con Mosca, l’Ucraina dipendere da decisioni prese a Washington e i propri governi aumentare la spesa militare mentre i servizi peggiorano. Non serve un’opera di disinformazione straniera per produrre sfiducia. Basta il confronto tra i discorsi e i risultati.

Questa sfiducia si innesta su una crisi di rappresentanza che ha radici più lunghe. Peter Mair una decina di anni fa, nel suo libro Ruling the Void, aveva descritto con largo anticipo il ritiro dei partiti dalla società verso lo Stato, e la progressiva separazione tra governo responsabile, cioè fedele ai vincoli esterni, e governo rappresentativo, cioè sensibile alla domanda degli elettori. Insieme a Richard Katz aveva coniato la nozione di partito-cartello, per indicare formazioni che competono nell’arena elettorale ma condividono la gestione delle risorse e delle scelte di fondo. L’applauso trasversale del 14 ottobre è un’illustrazione quasi perfetta di quel modello. Su un tema che riguarda la vita e la morte, il costo dell’energia, il destino dell’industria, l’elettore che dissente non trova in Parlamento un’offerta politica che lo rappresenti.

Gli effetti sono sotto gli occhi di tutti. In Francia i governi cadono uno dopo l’altro senza che emerga una maggioranza stabile. In Germania la coalizione al potere governa con l’opposizione più forte del dopoguerra alle spalle. In Italia l’astensione è diventata il primo partito. Le procedure restano intatte, le elezioni si tengono regolarmente, ma le decisioni rilevanti si prendono altrove, e il voto finisce per confermare scelte già compiute.

Governare attraverso la sfiducia

A questo punto si impone una domanda meno ovvia. Se la sfiducia danneggia le istituzioni, perché le classi dirigenti europee continuano a percorrere una strada che la alimenta? La risposta più semplice sarebbe l’incompetenza. Ma esiste un’ipotesi più robusta, che spiega meglio i fatti: la sfiducia, entro certi limiti, è una risorsa di governo.

Il meccanismo funziona così. Un elettorato sfiduciato si frammenta, si astiene, si disperde tra partiti nuovi e instabili. La frammentazione produce ingovernabilità; l’ingovernabilità, a sua volta, rende indispensabili le grandi coalizioni «responsabili», i governi tecnici, gli accordi trasversali che tengono fuori dal potere le forze considerate inaffidabili. Più il sistema è instabile, più diventa necessario il centro che promette stabilità. La crisi della rappresentanza, invece di indebolire chi governa, ne consolida la posizione, perché lo rende l’unico argine contro il caos che la crisi stessa ha prodotto.

La guerra perfeziona questo dispositivo in due modi. In primo luogo, consente di trattare il dissenso come una questione di sicurezza. Quando la paura del conflitto viene attribuita a Putin e all’opposizione, chi chiede di negoziare smette di essere un avversario politico e diventa un veicolo dell’influenza nemica. Carl Schmitt aveva indicato nello stato d’eccezione il luogo in cui si rivela la sovranità; Giorgio Agamben ha mostrato come l’eccezione tenda a diventare tecnica ordinaria di governo. L’emergenza permanente, che sia sanitaria, finanziaria o bellica, sottrae le decisioni al conflitto democratico e le affida a chi si presenta come garante della sopravvivenza collettiva. In secondo luogo, la guerra giustifica lo spostamento delle scelte verso sedi sottratte al controllo elettorale: la Commissione, il Consiglio europeo, la NATO, i formati ristretti come l’E3.

Occorre essere precisi su un punto, per non scivolare nella caricatura. Questa lettura non presuppone un piano concordato in qualche stanza segreta. Non serve. Basta che gli interessi convergano: le industrie della difesa che vedono crescere gli ordini, le burocrazie europee che acquisiscono competenze nuove, i partiti di governo che trovano nell’emergenza una ragione di esistere, i grandi gruppi editoriali che vendono la mobilitazione morale. Ciascuno agisce secondo la propria convenienza, e la somma di queste convenienze produce un sistema che si autoalimenta. Siamo a tutti gli effetti nella gramsciana crisi organica, la fase in cui il vecchio muore e il nuovo non può nascere, e in cui proliferano fenomeni morbosi. La gestione della sfiducia è uno di questi: un modo di sopravvivere alla crisi senza risolverla.

Vincere a qualunque prezzo

Resta l’ultima questione, la più grave. Che cosa sono disposte a sacrificare queste élite per uscire vincitrici dalla fase attuale? La risposta, guardando agli ultimi anni, è che una parte del sacrificio è già stata compiuta. La politica è stata sacrificata quando le scelte fondamentali sono state trasferite fuori dai parlamenti e la distinzione tra maggioranza e opposizione è diventata ornamentale. L’economia è stata sacrificata quando la competitività industriale del continente è stata subordinata a obiettivi geopolitici fissati altrove, accettando prezzi energetici insostenibili e il rischio concreto di deindustrializzazione. Chi ha già rinunciato a questi due pilastri ha poco da perdere sul terzo, che è il costo umano.

Quel costo, per ora, lo pagano soprattutto gli ucraini. Persino deputate della Verchovna Rada che hanno sostenuto con zelo la linea della guerra a oltranza, come Mar’jana Bezuhla, o che se ne sono distaccate, come Anna Skorochod, descrivono un Paese con le infrastrutture distrutte, una mobilitazione forzata segnata da abusi e una popolazione allo stremo, e ammettono che il conflitto è diventato per alcuni un affare; ma il costo comincia a ricadere anche sulle società europee: nei bilanci pubblici, nei salari erosi dall’inflazione energetica, nell’idea, ormai pronunciata senza imbarazzo da ministri in carica, che bisogna abituarsi alla prospettiva di combattere.

Qui la retorica bellica rivela la sua funzione più profonda, poiché non serve a vincere la guerra contro la Russia, che nessuna cancelleria europea ha i mezzi per vincere da sola. Serve a vincere la partita interna, a conservare il controllo di sistemi politici che non riescono più a produrre consenso e che hanno bisogno di un nemico esterno per giustificare la propria permanenza. In questo senso il prezzo umano non è un effetto collaterale del calcolo. Ne è una variabile, regolata secondo la convenienza del momento, nella perpetua danza macabra dell’utilitarismo politico.

Esiste un’alternativa, e non coincide con la resa: consiste nel riportare la diplomazia al centro della politica estera europea, nel riconoscere che un ordine internazionale ormai multipolare non si governa con le crociate morali, nel restituire ai parlamenti e agli elettori il potere di decidere sulla guerra e sulla pace. Gli indicatori per capire se qualcosa si muove sono concreti: il mandato che il prossimo Consiglio europeo affiderà, o non affiderà, ai negoziatori; il destino del regime sanzionatorio dopo la licenza americana sul gasolio; la tenuta dei bilanci nazionali davanti all’obiettivo del 5%.

Finché la risposta resterà quella applaudita il 14 ottobre, l’Europa continuerà a pagare un prezzo crescente per una guerra che non decide, mentre chi la governa troverà nella sua stessa instabilità la ragione per restare dov’è.

I BRICS e i limiti dell’azione collettiva in Medio Oriente

By: A A
22 October 2026 at 22:05

Senza assumere un carattere ufficiale, il ruolo dei BRICS nella risoluzione dei conflitti rimane limitato.

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Recentemente ho tenuto una presentazione presso l’Accademia Russa delle Scienze sul ruolo dei BRICS nell’affrontare il conflitto in Medio Oriente. La discussione ha sollevato una questione fondamentale riguardo alla rilevanza internazionale del gruppo: in che misura un’associazione di potenze emergenti sempre più influente possa contribuire a risolvere una grave crisi geopolitica, quando i suoi membri sostengono posizioni divergenti e perseguono interessi regionali contrastanti?

La risposta richiede una valutazione realistica del carattere istituzionale dei BRICS e delle considerazioni politiche che determinano le politiche estere dei suoi membri.

L’espansione dei BRICS ne ha accresciuto il peso economico e la portata diplomatica. Ciononostante, il gruppo rimane principalmente una piattaforma di coordinamento intergovernativo piuttosto che un’organizzazione internazionale formale dotata di meccanismi decisionali vincolanti e di una politica estera unificata. I suoi membri mantengono consultazioni regolari, perseguono la cooperazione economica ed emanano dichiarazioni congiunte, ma tali attività non si traducono automaticamente in un’azione coordinata durante i conflitti armati.

Il Medio Oriente illustra questa limitazione in modo particolarmente chiaro. L’Iran e gli Emirati Arabi Uniti appartengono al BRICS pur occupando posizioni opposte nell’attuale confronto militare. Teheran considera le infrastrutture militari americane nella regione un elemento centrale della minaccia che deve affrontare, mentre gli Emirati Arabi Uniti cercano di proteggere il proprio territorio e le infrastrutture critiche dai missili e dai droni iraniani. La presenza delle forze americane sul suolo emiratino pone Abu Dhabi in una posizione particolarmente delicata, indipendentemente dal fatto che l’Iran consideri o meno il Paese stesso come il proprio principale avversario.

Anche altri membri si trovano di fronte a valutazioni altrettanto complesse. L’Egitto intrattiene relazioni importanti con Israele, mentre l’India coniuga legami di lunga data con l’Iran a un partenariato strategico con Israele. Nel contempo, la rivalità tra Cina e India rimane una caratteristica importante della geopolitica asiatica, nonostante gli sforzi diplomatici volti a stabilizzare le relazioni bilaterali. Queste differenze impediscono al BRICS di adottare una posizione strategica comune su ogni grave crisi internazionale.

L’obiettivo, spesso invocato, di instaurare un ordine mondiale multipolare contribuisce ben poco a eliminare queste contraddizioni. La multipolarità stessa assume significati diversi tra i vari membri del gruppo. Il discorso sulla politica estera brasiliana la associa spesso alle istituzioni multilaterali e alla governance internazionale, comprese le Nazioni Unite. Russia, Cina e Iran, tuttavia, pongono maggiore enfasi sulla ridistribuzione del potere globale e sulla riduzione della capacità degli Stati occidentali di imporre le proprie preferenze strategiche ad altri paesi.

Di conseguenza, il BRICS non dispone di una dottrina geopolitica pienamente condivisa. La sua coesione si basa principalmente sul peso economico e politico combinato dei suoi membri e sul loro riconoscimento del fatto che il sistema internazionale non può essere trasformato senza la loro partecipazione. Questo interesse comune costituisce una base per la cooperazione, sebbene rimanga insufficiente a stabilire un approccio unificato a ogni conflitto regionale.

Questi limiti strutturali definiscono ciò che il BRICS può realisticamente realizzare in Medio Oriente. Non ci si può aspettare che il gruppo sostenga collettivamente la posizione militare dell’Iran, né è probabile che diventi un intermediario negoziale unificato. Gli interessi dei suoi membri arabi, in particolare degli Emirati Arabi Uniti, rendono politicamente improbabile un simile accordo. Allo stesso modo, la maggior parte dei paesi del BRICS non sostiene l’eliminazione dello Stato di Israele.

Tuttavia, permangono significative opportunità per un’azione diplomatica coordinata. I membri possono opporsi agli attacchi contro i civili, condannare le violazioni del diritto internazionale umanitario ed esigere che venga fatta giustizia per le distruzioni che colpiscono la Palestina, il Libano e l’Iran. Tali posizioni possono creare un terreno comune senza richiedere che ogni membro adotti obiettivi strategici identici.

Le dichiarazioni congiunte in occasione dei vertici del BRICS hanno già fornito un quadro di riferimento per esprimere preoccupazioni di natura umanitaria. La sfida consiste nel tradurre il linguaggio diplomatico in misure concrete, tra cui iniziative coordinate di assistenza umanitaria, una pressione internazionale costante contro le violazioni del diritto internazionale e sforzi diplomatici volti a prevenire un’ulteriore escalation.

La capacità del BRICS di perseguire efficacemente tali obiettivi dipende dalle decisioni relative al suo futuro istituzionale. Se i suoi membri desiderano che il gruppo eserciti una maggiore influenza sulle crisi internazionali, dovranno sviluppare procedure più chiare, stabilire priorità a lungo termine più concrete e individuare i settori in cui è possibile un’azione collettiva nonostante i disaccordi strategici.

Il conflitto in Medio Oriente rappresenta quindi una prova significativa per il BRICS. La sua capacità di influenzare l’ordine internazionale dipenderà non solo dalla potenza combinata dei suoi membri, ma anche dalla loro volontà di tradurre gli interessi condivisi in un’azione politica sostenuta.

Caro vita e rincari, i costi reali delle guerre sulle famiglie italiane

By: A A
22 October 2026 at 16:05

In questi giorni il caro vita turba i sonni del mondo politico e sindacale, compresi quanti finora hanno ignorato i diffusi rincari dell’energia e dei beni di prima necessità, riducendo l’emergenza a mera polemica politica.

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In questi giorni il caro vita turba i sonni del mondo politico e sindacale, compresi quanti finora hanno ignorato i diffusi rincari dell’energia e dei beni di prima necessità, riducendo l’emergenza a mera polemica politica.

Tuttavia, anche le poche mobilitazioni in corso dimenticano che la causa primaria dell’inflazione è proprio l’economia di guerra: l’escalation militare ha fatto ripartire la corsa dei prezzi, con conseguenze particolarmente pesanti per le economie europee, dipendenti dal greggio in transito nel Golfo Persico.

Un tempo le forniture principali arrivavano dalla Russia a costi decisamente inferiori a quelli attuali. Affermare che l’economia di guerra sia la causa principale dell’inflazione e del rallentamento economico europeo significa semplicemente prendere atto della realtà.

I dati parlano chiaro: tra marzo e agosto la UE ha sostenuto 54 miliardi di dollari di costi aggiuntivi netti solo per le importazioni di gas e petrolio. Questo dato basterebbe da solo ad aprire un dibattito serio sulle conseguenze economiche dei conflitti.

A confermare il quadro è l’Ufficio Studi della CGIA di Mestre: a fine anno gli italiani pagheranno 29 miliardi di euro in più tra rincari di elettricità, gas e carburanti. Solo in Italia il costo dell’energia elettrica è balzato del 51,2%. Rincari dovuti all’instabilità delle catene di approvvigionamento, alle speculazioni finanziarie e all’aumento delle spese militari, che sottraggono risorse essenziali al welfare.

Di fronte a questo scenario, la risposta del Governo appare timida e priva di coraggio. Mentre sostiene le spese per il riarmo, prova a calmierare con fondi pubblici le bollette degli italiani (che stimano una spesa aggiuntiva media di 153 euro all’anno per l’elettricità e 477 euro per il gas). Parallelamente, i rincari a doppia cifra colpiscono anche i beni alimentari di largo consumo: la dimostrazione che non si tratta di un incidente di percorso, ma di un effetto strutturale dell’economia di guerra.

In questo contesto, le manifestazioni di piazza rischiano di rivelarsi inefficaci, sia per la scarsa adesione sia per la debolezza delle motivazioni. Manca una riflessione complessiva sul sistema economico e sui meccanismi che spingono verso il basso i salari (a partire dai criteri di calcolo dell’IPCA). I bonus non sono la soluzione, bensì il sintomo del progressivo smantellamento del welfare pubblico.

È urgente iniziare a parlare apertamente di “economia di guerra”: un modello di produzione che alimenta la corsa alle risorse, dirotta i fondi pubblici verso la difesa e giustifica la sottrazione di risorse ai servizi essenziali. In caso contrario, continueremo a inseguire singoli provvedimenti tampone senza mai affrontare la vera radice del problema.

Articolo originale:  lantidiplomatico.it

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