Bolsonaro jr arriva negli Usa
“Esclusivo – La toga che ha liberato Siher ha firmato un appello per Gaza“. Non si è fatto attendere il dossieraggio nei confronti di Tiziana Landoni, la gip di Milano che ha rimesso in libertà il 30enne accusato di istigazione a delinquere con finalità di terrorismo. Nel tentativo di mettere in dubbio l’imparzialità della giudice, però, tutto ciò che la stampa di destra ha trovato è la sua firma in calce a un “Appello di giuristi per Gaza”, pubblicato a settembre per invocare “la tutela dei diritti umani e la persecuzione dei crimini contro l’umanità” compiuti da Israele nell’enclave palestinese. Secondo Il Giornale, che pubblica la “notizia”, questa circostanza dovrebbe “far riflettere sulla decisione” adottata. Per quale motivo? L’articolo non lo dice, ein effetti risulta assai difficile trovare ragioni di inopportunità nel testo dell’appello, che si limita a ricordare l’impegno della comunità internazionale al perseguimento dei crimini di guerra e contro l’umanità, contenuto nel Preambolo dello Statuto della Corte penale internazionale. Soprattutto, però, il quotidiano omette – o forse non conosce – un elemento che smonta la tesi implicita nel pezzo: a firmare quell’appello, infatti, fu anche Francesca Crupi, la pm che ha disposto il fermo nei confronti di Siher e avrebbe voluto per lui la custodia cautelare in carcere. A dimostrazione che schierarsi contro il genocidio di Gaza non vuol dire necessariamente essere amici dei delinquenti.
Ecco il testo integrale dell’appello:
Di fronte alle notizie sulla violazione sistematica e protratta del diritto alla vita e degli altri diritti fondamentali della popolazione civile di Gaza, il silenzio ha smesso da tempo di essere un’opzione. Come giuristi, sentiamo il dovere di ricordare che lo Stato italiano, per Costituzione e per legge, e con l’adesione a trattati e convenzioni, ha scelto la tutela dei diritti fondamentali e la persecuzione dei crimini internazionali. Le ragioni di questa scelta sono tra l’altro compendiate nello Statuto della Corte penale internazionale, firmato a Roma nel 1998, sottoscritto da 125 Paesi, e ratificato con legge dello Stato nel 1999. Vogliamo ricordare queste ragioni, unitamente ai rappresentanti dell’avvocatura e dell’università che vorranno aderire, leggendo ogni giorno – nelle aule d’udienza e in quelle universitarie – il preambolo allo Statuto della Corte penale internazionale, per testimoniare che le coscienze di chi ogni giorno contribuisce all’amministrazione della giustizia non sono indifferenti alle ingiustizie perpetrate nei confronti dei più deboli, e per fare appello a tutte le istituzioni perché si pretenda il rispetto del diritto e dei diritti fondamentali dei civili.
Seguiva il testo che i firmatari si proponevano di leggere all’inizio di ogni udienza.
“Preliminarmente, il Tribunale intende oggi ricordare quanto enunciato nella Legge 12 luglio 1999, n. 232, di ratifica ed esecuzione dello statuto istitutivo della Corte penale internazionale, e segnatamente nel suo Preambolo.
“Consapevoli che tutti i popoli sono uniti da stretti vincoli e che le loro culture formano un patrimonio da tutti condiviso, un delicato mosaico che rischia in ogni momento di essere distrutto;
Memori che nel corso di questo secolo, milioni di bambini, donne e uomini sono stati vittime di atrocità inimmaginabili che turbano profondamente la coscienza dell’umanità;
Riconoscendo che crimini di tale gravità minacciano la pace, la sicurezza ed il benessere del mondo;
Affermando che i delitti più gravi che riguardano l’insieme della comunità internazionale non possono rimanere impuniti e che la loro repressione deve essere efficacemente garantita mediante provvedimenti adottati in ambito nazionale ed attraverso il rafforzamento della cooperazione internazionale;
Determinati a porre termine all’impunità degli autori di tali crimini contribuendo in tal modo alla prevenzione di nuovi crimini;
Rammentando che è dovere di ciascuno Stato esercitare la propria giurisdizione penale nei confronti dei responsabili di crimini internazionali”,
procediamo con la trattazione dell’odierna udienza”.
L'articolo Il Giornale contro la gip di Siher: “Firmò un appello per Gaza”. Ma c’era anche la firma della pm che ha chiesto il carcere proviene da Il Fatto Quotidiano.
Il governo italiano ha aderito a una dichiarazione congiunta siglata da otto Paesi (tra cui Francia, Germania, Regno Unito, Canada e Giappone) per ribadire il proprio sostegno alla Corte Penale Internazionale e contestare le misure restrittive decise da Washington a ottobre, quando l’amministrazione Trump ha annunciato sanzioni alla Cpi nelle stesse ore dell’assegnazione del Premio Nobel per la Pace 2026 a Navanethem Navi Pillay, giurista sudafricana già giudice della medesima Corte e Alta commissaria delle Nazioni Unite per i diritti umani. Ma Giorgia Meloni in prima persona ha evitato di condannare fermamente la scelta. Tanto è vero che adesso che si tratta di votare in Parlamento, il centrodestra si muove tra l’ambiguità e il rinvio.
Martedì l’aula della Camera doveva votare una proposta di legge del centrosinistra, sottoscritta dal campo larghissimo (Pd-M5S-Avs-Italia viva e più Europa) ma non se n’è fatto nulla. Il testo si riferiva sia alle sanzioni dello scorso ottobre, sia al fatto che il 6 febbraio 2025 il presidente degli Stati Uniti emanava l’ordine esecutivo n. 14203, sulla base del quale sono state emesse sanzioni, tra gli altri, contro il procuratore capo, i due viceprocuratori e altri otto magistrati della Corte. In particolare, Washington accusava la Corte di aver “intrapreso azioni illegittime e prive di basi prendendo di mira l’America e il suo stretto alleato Israele”, riferendosi al mandato di cattura spiccato nei confronti di Benjamin Netanyahu e dell’ex Ministro della difesa, Yoav Gallant, per i crimini commessi ai danni della popolazione di Gaza, e volutamente ignorando che la Corte, contestualmente, spiccava analoghi mandati nei confronti di tre figure apicali di Hamas.
La proposta di legge del centrosinistra impegna il governo a criticare duramente questa iniziativa. In particolare “a esercitare una forte pressione in tutti i consessi europei e internazionali, oltre che nei rapporti bilaterali, affinché gli Stati Uniti rimuovano tutte le sanzioni contro la Corte penale internazionale emesse dall’Amministrazione Trump, sia quelle con l’ordine esecutivo n. 14203, sia quelle annunciate il 9 ottobre 2026”. E anche “ad adoperarsi affinché la Commissione europea proceda senza indugio all’adozione degli atti necessari a rendere applicabile alle sanzioni statunitensi contro la Corte penale internazionale lo ‘Statuto di blocco’ dell’Unione europea”.
Su questi punti il centrosinistra aveva cercato una convergenza con il centrodestra. Nulla di fatto. Non solo. Martedì, a urne aperte in Israele, la maggioranza ha fatto rimandare il voto dicendo di “non essere pronta” (ma il testo era stato presentato ad agosto) e di non voler creare “ricadute” sullo scenario internazionale. Esisteva una proposta di legge alternativa del centrodestra, ma la Lega non era intenzionata a votare neanche la generica condanna di Netanyahu. Ma l’opposizione insiste: la prossima settimana in Aula si vota l’urgenza; da vedere – a elezioni passate in Israele – cosa farà il centrodestra.
L'articolo L’Italia firma con altri 8 Paesi il proprio sostegno alla Cpi dopo le sanzioni di Washington. Ma in Parlamento la maggioranza evita il voto contro Trump proviene da Il Fatto Quotidiano.
Il sostegno degli Stati Uniti di Donald Trump a Benjamin Netanyahu, questa volta, ha un prezzo: fuori gli estremisti dal prossimo governo. Così, però, col premier uscente che ha già escluso qualsiasi possibile alleanza con la folta rappresentanza dei partiti arabi, che a scrutinio ancora in corso pesa tra i 17 e i 19 seggi alla Knesset, l’unica alternativa di rimanere in carica per il primo ministro è quella di farsi accettare dal gruppone d’opposizione del Change Bloc nato, però, con uno scopo preciso: cacciare Benjamin Netanyahu dal governo.
A riportare la posizione del presidente americano, mai espressa pubblicamente, è stato il portale Ynet che cita fonti vicine al capo della Casa Bianca. Secondo queste fonti, Trump non vuole che del prossimo esecutivo faccia parte di nuovo Itamar Ben-Gvir, volto più estremo della destra israeliana, colui che ha spinto Netanyahu, con la minaccia della crisi di governo, a supportare le politiche più radicali. La presenza del leader di Otzma Yehudit in un futuro governo “non è un’opzione”, dicono le fonti, e probabilmente nemmeno quella del leader di Sionismo Religioso, Bezalel Smotrich.
Sottolineando i propri meriti a scrutini ancora in corso, Trump starebbe quindi ricordando al premier israeliano i termini del loro accordo. Un accordo che ha come tema centrale ovviamente la guerra all’Iran. Un conflitto che il leader di Tel Aviv vuole riprendere il prima possibile, mentre a Washington si cerca una via d’uscita che porti a una graduale riapertura dello Stretto di Hormuz e un conseguente ribilanciamento dei prezzi del petrolio. Secondo Ynet, i due leader hanno già stabilito la timeline: pieno impegno da parte di entrambi i governi durante il primo dei due anni rimanenti del mandato di Trump, cercando di porre fine alla guerra iniziata il 28 febbraio 2026. Durante il secondo anno si svilupperanno gli sforzi per portare avanti gli Accordi di Abramo, sui quali il presidente americano punta.
Ed è partendo da questo punto che si devono analizzare le possibili vie d’uscita per Netanyahu, sempre che non voglia andare allo scontro col suo principale alleato. Un’alleanza con i partiti arabi, come anche lui ha garantito, è totalmente da escludere. Se così stanno le cose, il premier uscente per poter governare dovrebbe trovare alleati altrove. Una delle strade percorribili è quella di cercare di dividere l’opposizione andando a stuzzicare le ambizioni degli esponenti di estrema destra che ne fanno parte. Tra questi, il profilo più interessante è quello dell’ultranazionalista sostenitore delle colonie, Avigdor Lieberman. I seggi del leader di Israel Beitenu potrebbero bastare per ottenere la maggioranza assoluta di 61 che consente di governare alla Knesset. Ma questo non rispetterebbe il diktat imposto da Trump: fuori Ben-Gvir (e Smotrich?) dall’esecutivo. Per soddisfare questa richiesta, la strada davanti a Netanyahu rimane una sola: convincere l’opposizione che un governo di unità nazionale, senza Ben-Gvir e Smotrich, sia la soluzione migliore per loro e per il Paese.
Ne è convinto anche il presidente Isaac Herzog che, secondo Channel 11, convocherà a breve i leader dei due schieramenti per convincerli a impegnarsi in questo percorso. Difficile però far digerire alle opposizioni un nuovo premierato con alla guida Netanyahu. Lo stesso vale per diversi Paesi arabi, tra cui l’Arabia Saudita, che hanno chiarito a Trump che non perseguiranno la normalizzazione delle relazioni con Israele finché Bibi rimarrà primo ministro. Trump, però, potrebbe avere la soluzione da proporre: un governo di unità nazionale con una rotazione per la carica di premier.
L'articolo Il diktat di Trump a Netanyahu: “Fuori gli estremisti dal governo”. Così avanza l’ipotesi del governo di unità nazionale proviene da Il Fatto Quotidiano.
Un referente vicentino del partito di Vannacci lascia in polemica e tuona: “Futuro nazionale è un partito come gli altri. Parlano tanto di meritocrazia, poi nei coordinamenti locali mettono vecchi politici usciti da altri partiti. Dove sta la meritocrazia? Lì dentro c’è sudditanza, non c’è militanza”. Se lo dice un oppositore, è un conto. Se a dirlo è un ex fedelissimo di Vannacci, che si è speso per portare tesserati e volti nuovi nel movimento, è un altro discorso. Enrico Santini, 46 anni, ha lasciato il ruolo di referente del Comitato costituente 683 a Thiene, in provincia di Vicenza, 24mila abitanti (e 200 tesserati in pochi mesi): assieme a lui, si sono dimessi tutti gli altri cinque membri del direttivo thienese e anche qualche sostenitore ha lasciato la tessera.
Il motivo? “I vertici regionali ci avevano promesso una certa autonomia in vista delle elezioni amministrative del prossimo anno – dice Santini a ilFattoQuotidiano.it – ora invece ci hanno imposto il candidato sindaco, ordinandoci di scegliere un tesserato del partito, anziché una figura vicina alle istanze del territorio. Per me, essere uomo di destra vuol dire anche rispettare gli impegni presi: non lo hanno fatto. Noi ci siamo dimessi e non siamo gli unici”. Di recente, il partito dell’ex generale ha salutato alcuni dirigenti a Matera, Asti, Lecco, Pescara e in Calabria. Ora succede a Thiene, tra i comuni più importanti del Vicentino chiamati al voto nel 2027.
Santini è dispiaciuto. Da sempre a destra, ex di Forza Nuova (“quando ero giovane, poi sono cresciuto” spiega), era convinto di aver trovato il suo spazio politico in FnV. “C’era tanto entusiasmo, ora c’è tanta delusione – continua – i primi dubbi sono arrivati quando ho visto le nomine dei coordinamenti provinciali, sono politici usciti da altri partiti: a Vicenza Joe Formaggio da Fratelli d’Italia, a Verona Stefano Valdegamberi dalla Lega, a Treviso Mariangelo Foggiato sempre dalla Lega, in Friuli l’ex leghista Gianangelo Bof”. Secondo il fuoriuscito, la logica sarebbe chiara. “Il partito prevale sul paese. Io invece penso solo alla mia città. L’abilità politica non si misura sull’obbedienza a un diktat”.
Così punta il dito contro Formaggio, volto noto della destra vicentina, ex consigliere regionale in Veneto con FdI. “Non abbiamo avuto interlocuzioni con lui, lo abbiamo invitato a una nostra iniziativa e non si è presentato. Ora andrà nei banchetti in cui gli dicono ‘sissignore’. Si è fatto vivo solo nei giorni della spaccatura”. Lo stesso Formaggio ha risposto sui social dicendo che Santini e gli altri membri del direttivo thienese cercavano un posto sicuro alle prossime comunali. Quindi si sarebbero fatti da parte per ripicca? “Lui mi attacca, ma sta girando la frittata” dice Santini. “Loro vanno in cerca di poltrone. Se fossi stato zitto e avessi detto sempre di sì, forse avrei trovato qualche carica”.
Formaggio ha replicato con un comunicato stampa: “Prendiamo atto e ringraziamo del lavoro svolto i quattro del direttivo del comitato costituente 683 e auguriamo loro buona continuazione da civici. Vogliamo ricordare che FnV non è un partito che serve per ambizioni personali e accordi prematuri sotto banco. Non ci risulta ci siano problemi con i tesserati di Thiene la cui maggioranza non è nemmeno iscritta al comitato 683. Nei prossimi giorni si procederà a creare e a strutturare il Circolo cittadino che sarà delegato a valutare il meglio sia per le comunali del 2027 che per la politica del territorio”. E infine: “In questi giorni stiamo incontrando imprenditori, professionisti e nuovi iscritti che non si erano avvicinati a FnV per la non sintonia con i quattro. Infine FnV sarà pronto a dare il suo contributo per le Comunali del ’27 . Di chi non c’è si è sempre fatto a meno”.
L’ex referente di Fnv conclude con una nota amara. “Io mi aspettavo gente nuova a condurre la nave, non l’ho trovata. Dispiace per tutto l’impegno che io e il direttivo ci abbiamo messo, ma siamo convinti che in una piccola città debbano prevalere le logiche di quel paese, non del partito”. Così, si è rotto qualcosa con i vertici provinciali. “Da un partito di vera destra mi sarei aspettato onestà, coerenza e rispetto per la parola data: in Futuro nazionale non è stato così”.
L'articolo Lite tra vannacciani a Vicenza, si dimette il direttivo di Thiene: “Ci hanno imposto il candidato sindaco”. Joe Formaggio: “Volevano un posto alle Comunali” proviene da Il Fatto Quotidiano.
La vera emergenza è sotto i nostri occhi. Vale a dire “l’invasione che sta alimentando insicurezza, violenza e disordini nelle nostre città”. Ed ecco che, appena dopo che i riflettori dei media si sono spostati sui giovani che hanno protestato in tutta Italia, arriva la proposta di Futuro nazionale: mandare a lavorare i 13enni.
A depositare il progetto di legge è il consigliere regionale vannacciano in Veneto, Stefano Valdegamberi, che prima se la prende col governo (“un esecutivo incapace di fermare qualche centinaio di maranza dovrebbe fare mea culpa, anziché cercare giustificazioni a Mosca”), poi mette nero su bianco il vecchio adagio “chi fatica in giovinezza, gode i frutti in vecchiezza”. E allora “invece di trascorrere tante ore sui social, i ragazzi dovrebbero avere anche la possibilità di dedicare qualche ora alla settimana a un’attività concreta, imparando il valore dell’impegno, della puntualità e della responsabilità”. E via di esempi: “Riordinare gli scaffali di un supermercato, sistemare i vestiti in un negozio o svolgere semplici mansioni in una pizzeria sono esperienze che aiutano a crescere”.
La proposta di legge riguarda i giovani dai 13 ai 16 anni: regolare contratto, massimo otto ore alla settimana, consenso dei genitori e “mansioni leggere e sicure” che “non compromettano la scuola e il riposo”. Per Valdegamberi così “non si obbliga nessuno a lavorare, vogliamo dare ai giovani un’opportunità in più. Proteggere i minori significa impedire lo sfruttamento, non privarli della possibilità di fare esperienze formative. Otto ore alla settimana possono insegnare molto: il valore dei soldi, il rispetto per il lavoro e la soddisfazione di conquistarsi qualcosa con le proprie capacità”.
Va ricordato che la cosiddetta alternanza scuola-lavoro esiste già (ora Formazione scuola-lavoro) e riguarda tutti gli istituti scolastici, dai licei ai professionali, dalle classi terze in avanti. “Non vogliamo favorire lo sfruttamento, il lavoro nero o situazioni incompatibili con l’età” spiega Valdegamberi. “Vogliamo esattamente il contrario: regole chiare, rapporti di lavoro trasparenti e controlli efficaci, affinché queste esperienze possano svolgersi legalmente e diventare occasioni di crescita”. Secondo il consigliere regionale veneto è necessario recuperare “una cultura dell’impegno, del merito e della concretezza, aiutando i giovani a comprendere il rapporto tra lavoro, guadagno e responsabilità individuale”.
Valdegamberi, lo scorso aprile, aveva depositato la legge che vincola la collaborazione dei genitori – nei casi in cui i figli commettano reati – all’erogazione o meno di “benefici e provvidenze economiche regionali”. Un provvedimento ripreso a settembre da un senatore di FdI, Matteo Gelmetti, che ne ha fatto un disegno di legge: “Più che Fratelli d’Italia, sono ‘copioni d’Italia’” aveva commentato Valdegamberi.
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L'articolo Giovani troppe ore sui social? La ricetta di Futuro nazionale: “Mandiamoli a lavorare a 13 anni” proviene da Il Fatto Quotidiano.
A Napoli le porte del convento si aprono alla politica, ma non per questo i padroni di casa ne condividono le idee. Tutt’altro. Nel Rione Sanità, il Complesso Monumentale Vincenziano ospita l’iniziativa di Futuro nazionale, eppure i missionari hanno voluto mettere nero su bianco, preventivamente, che concedere una sala non significa sottoscrivere le posizioni degli ospiti. A riportare la notizia è Repubblica Napoli.
L’appuntamento, intitolato “Destra Sociale per Futuro Nazionale”, ha come ospite Gianni Alemanno, già sindaco di Roma, che lo scorso maggio ha accompagnato l’ingresso di Indipendenza nella formazione di Vannacci. Ad accoglierlo ci sono i referenti campani del partito: Enzo Perez, Mimmo De Mattia, il coordinatore provinciale Ciro Borriello e quello regionale Lello Di Capua.
Alla vigilia della riunione, i missionari vincenziani hanno diffuso una nota per spiegare che la disponibilità degli ambienti rientra nella consueta apertura a iniziative culturali, civiche e associative. Tuttavia non c’è alcun sostegno politico né un avallo alle idee dei partecipanti, dal momento che i missionari escludono di poter essere associati a messaggi o proposte incompatibili con il Vangelo e con la dottrina sociale della Chiesa. Richiamano quindi l’eredità di San Vincenzo de’ Paoli: “Il nostro impegno sociale nasce dal Vangelo, non da un’appartenenza ideologica”, scrivono, indicando nell’accoglienza di migranti e stranieri, nella tutela della dignità di ogni persona e nell’aiuto ai più vulnerabili i principi della propria attività. Il passaggio finale è altrettanto esplicito: ogni impostazione che divida le persone o stabilisca chi meriti di essere accolto, sostengono, è incompatibile con la loro idea di carità.
L'articolo I vannacciani si ritrovano in un convento napoletano. I religiosi si dissociano: “Il Vangelo si fonda sull’accoglienza dello straniero” proviene da Il Fatto Quotidiano.
I Mondiali di sollevamento pesi del 2030 si terranno a Mosca: lo ha annunciato la Federazione internazionale di sollevamento pesi (IWF) in un comunicato. È la prima disciplina olimpica a programmare i propri mondiali in Russia dopo l’inizio della guerra in Ucraina nel 2022. Nel 2025 i Mondiali di nuoto erano stati riassegnati a Singapore dopo l’iniziale assegnazione alla città russa di Kazan. Una decisione che arriva dopo che lo scorso giugno, tra l’altro, i sollevatori di pesi di Russia e Bielorussia sono tornati a competere nei campionati internazionali.
L’Ucraina ha annunciato che presenterà ricorso contro la decisione della IWF. “Finché la Russia continuerà la sua guerra contro l’Ucraina, è inaccettabile ospitare competizioni internazionali sul suo territorio” ha affermato Matviy Bidny, Ministro della Gioventù e dello Sport dell’Ucraina, secondo il quale questa è un’occasione che il Cremlino pensa di sfruttare per riabilitare la figura di Putin. “Questa decisione invia un segnale pericoloso, ovvero che un Paese può continuare una guerra e allo stesso tempo tornare a partecipare alle competizioni sportive internazionali” ha aggiunto Bidny, che ha annunciato riproporrà la questione durante gli incontri con partner internazionali, in particolare discutendone con i ministri dello sport del Consiglio d’Europa e dell’Unione europea.
E proprio il commissario Ue per l’equità intergenerazionale, la gioventù, la cultura e lo sport Glenn Micallef si è scagliato contro la decisione della IWF: “Organizzare i mondiali di sollevamento pesi a Mosca riporta la comunità sportiva internazionale in Russia mentre la guerra contro l’Ucraina continua“. Micallef solleva degli interrogativi anche sul ruolo svolto dalla federazione russa nell’assicurarsi l’assegnazione dell’evento, oltre a chiedere al Cio (Comitato Olimpico Internazionale) in che modo pensa di garantire la sicurezza degli atleti chiamati a gareggia in Russia. E infine ammonisce: “Lo sport non è una scappatoia per aggirare le sanzioni“.
L'articolo I Mondiali di sollevamento pesi del 2030 si faranno in Russia: l’Ucraina annuncia ricorso. Commissario Ue: “Lo sport non è una scappatoia per aggirare le sanzioni” proviene da Il Fatto Quotidiano.
È in uscita il 27 ottobre per l’editore Aliberti Adda venì Vannacci. Chi è davvero il Generale e perché una parte d’Italia lo aspetta del giornalista Francesco Bonazzi. Dalla carriera militare ai rapporti con la Lega fino alla nascita di Futuro Nazionale, l’autore passa al vaglio le posizioni di Roberto Vannacci su sicurezza, famiglia, lavoro, immigrazione, Europa. In un ritratto tagliente e a tratti impietoso, in cui non si concedono scorciatoie nemmeno ai suoi avversari, mette alla prova quella promessa di buonsenso che attraversa i suoi discorsi. Per capirlo, sostiene Bonazzi, dargli del fascista non basta. Bisogna leggere ciò che scrive, osservare come si muove e guardare ai vuoti lasciati dalla politica che vorrebbe fermarlo. Pubblichiamo, per gentile concessione dell’editore, un estratto del volume:
Il fenomeno FN non è il trionfo della destra identitaria e non è neppure portatore di una qualche identità, come si cerca di far credere. V si piazza a gambe divaricate, sia fisicamente che idealmente, al centro di mille paure fomentate negli anni e indica un nuovo percorso politico e di conquista del potere alla nuova destra nazionalista e xenofoba. La destra di FN è orgogliosa, muscolare, giovane, senza grossi scheletri negli armadi e si rivende come la destra autentica e senza filtro che scaccia la falsa destra accomodante e imborghesita. V è la moneta cattiva che tenta di scacciare la moneta buona, come nella legge di Gresham.
O, se si vuole essere più brutali, come la nuova agenzia di vigilanza che viene ingaggiata dopo che quella presente non ha “performato” in modo adeguato.
In tutti questi mesi V ha tentato di accreditarsi sul mercato dell’offerta politica come la risposta baldanzosa e movimentista, a tratti persino spiritosa e futurista, alla destra grigia di Giovambattista Fazzolari, alla destra familista di Arianna Meloni e Francesco Lollobrigida, alla destra nepotista di Ignazio La Russa, alla destra inefficiente e tromboneggiante di Adolfo Urso, alla destra delle circolari torve e vagamente inquisitorie del ministro Giuseppe Valditara e a quella dandy e leggiadra di Alessandro Giuli.
V è la naturale evoluzione del generale Francesco Paolo Figliuolo, l’eroe della campagna vaccinale, che tutto può e tutto risolve in un delirio di paure inedite e tecnocrazie in divisa, innescato da una classe politica inetta e che non vuole assumersi delle responsabilità che teme essere impopolari.
V è la prosecuzione sui social media del mitico onorevole Giuseppe Tritoni di Vogliamo i colonnelli, impersonato da Ugo Tognazzi. Più che un’identità, la sua destra è un eterno ritorno, una reincarnazione dell’uomo forte, perfetto per un popolo che forse è stato più mussoliniano che realmente fascista. Un popolo che oggi è in una certa misura già pronto a diventare vannacciano.
V pilota con fiero cipiglio questa nuova destra che si proclama efficiente e identitaria, ha gli stivaloni ben piantati nella tradizione italica più retorica e autocompiaciuta,
ma fonda il suo sistema di valori su una categoria farlocca come il concetto di identità e su un’elaborazione teorica debole o inesistente. Questa famosa identità esiste? Non esiste? Alla fine poco importa. Tanto serve solo a escludere.
L’identità e la sua estrema difesa diventano la giustificazione di ogni deriva securitaria, di ogni xenofobia, di ogni pulsione razzista e della fatidica remigrazione.
Senza la bandierina della «nostra identità» restano sul campo, nudi e impresentabili come il culo della scimmia, razzismo, discriminazioni e gli abusi di potere in divisa dell’ICE (Immigration and customs enforcement). Alla fine, come recita uno slogan di chi si è opposto alla polizia speciale di Trump «Police everywhere, justice nowhere» («polizia ovunque, giustizia da nessuna parte»). Vogliamo arrivarci anche in Italia?
L'articolo “Adda venì Vannacci”: chi è davvero il generale e perché una parte d’Italia lo aspetta? Dalla carriera militare alla Lega, il nuovo libro di Francesco Bonazzi indaga il fenomeno politico – L’estratto proviene da Il Fatto Quotidiano.
“Contro l’economia di guerra imposta dal Governo Meloni, contro il carovita che sta strangolando la popolazione, contro la repressione dei giovani e dei lavoratori che protestano per i loro diritti”. Venerdì 30 ottobre sarà una grande giornata di protesta in tutto il Paese: lo sciopero generale, proclamato dall’Unione sindacale di base, coinvolgerà tutte le categorie del lavoro pubblico e privato. Dalla sanità alla scuola, passando per i trasporti (nonostante la precettazione) e i servizi portuali. Cortei e presìdi sono stati indetti in decine di città, per dare continuità allo sciame di manifestazioni che ha attraversato l’Italia, e non solo, nelle ultime settimane. I sindacati chiamano a raccolta tutti. Gli autotrasportatori e gli agricoltori che hanno bloccato il Paese contro il carogasolio. I lavoratori che chiedono salari più alti e condizioni di vita migliori. Le centinaia di migliaia di studenti che il 16 ottobre sono scesi in piazza per il No Meloni Day. I movimenti per la casa, per l’ambiente e i centri sociali. Più in generale, tutti i cittadini che, di fronte alla crescita dell’inflazione e all’erosione dei loro diritti sociali, osservano la politica rispondere alle crisi investendo miliardi in armi. “In questa situazione nessuno può pensare di salvarsi da solo – ha dichiarato l’Usb, lanciando lo sciopero -. C’è bisogno di unire le proteste e costruire una mobilitazione generale di tutte le categorie sociali e del lavoro, per rivendicare la messa sotto controllo dei prezzi, il rilancio di salari e pensioni, una spesa pubblica indirizzata verso i servizi sociali e non alle armi”.
Lo sciopero generale avverrà nella stessa giornata in cui, a livello internazionale, incroceranno le braccia i lavoratori portuali contro la guerra e il traffico di armi. Secondo Usb, saranno oltre 100 i porti coinvolti nella mobilitazione, distribuiti su quattro continenti. Anche per questo il sindacato di base ha scelto il 30 ottobre come data. La volontà è di unire le istanze di tutte le proteste, per saldare le lotte contro la guerra, il riarmo e i loro effetti, come il carovita. Numerose le richieste portate in piazza: salari più alti, il ripristino della scala mobile, lo stop alla crescita dei prezzi, la riduzione dell’Iva sui beni di prima necessità, il no alle politiche di riarmo, la difesa del lavoro e dell’industria, l’opposizione alla speculazione immobiliare e finanziaria.
“Il 30 ottobre scioperiamo e blocchiamo tutto, ancora una volta, per dire chiaramente che i soldi vanno investiti nell’istruzione, nella sanità, nei salari, nelle pensioni e non nella guerra – si legge in una nota di Usb -. Per garantire alle future generazioni un futuro di diritti e di pace e non di guerra e di morte come carne da cannone. Contro l’inconsistenza dei provvedimenti assunti dal governo Meloni, schierato apertamente dalla parte delle compagnie petrolifere e delle banche“. Nel mirino anche le politiche industriali dell’esecutivo, accusato di smantellare ciò che resta dell’industria italiana, “dall’Ilva all’automotive“. Ma l’Usb critica anche le altre grandi organizzazioni sindacali, accusate di “restare a guardare”, mentre in diversi Paesi europei si moltiplicano le proteste.
Lo sciopero generale coinvolgerà anche il settore dei trasporti (come confermato da Usb, nonostante la precettazione del ministro Matteo Salvini), con possibili cancellazioni e modifiche ai servizi ferroviari, aerei, marittimi e del trasporto pubblico locale. Per le ferrovie, lo stop inizierà alle 21 di giovedì 29 ottobre e durerà 24 ore. Trenitalia garantirà i servizi essenziali previsti nei giorni feriali, mentre non sono previste fasce di garanzia per i collegamenti FrecciaLink. Possibili variazioni anche prima e dopo gli orari dello sciopero. Anche nel trasporto aereo, la mobilitazione durerà dalle 24 ore, a partire dalla mezzanotte del 30 ottobre. Negli aeroporti di Firenze e Pisa si fermerà anche il personale delle società Consulta, GH Toscana e Toscana Aeroporti. Lo sciopero interesserà inoltre i lavoratori portuali e il trasporto marittimo, mentre per autobus, tram e metropolitane gli orari e le fasce di garanzia saranno definiti a livello locale. Nel comparto autostradale, la protesta inizierà alle 22 del 29 ottobre. Anche il servizio taxi sarà coinvolto per tutta la giornata del 30 ottobre.
Possibili ripercussioni anche sui servizi di scuola e sanità. Alla mobilitazione proclamata dall’Usb, si aggiunge lo sciopero generale indetto da Usi-Cit, con l’adesione di Cub Scuola Università Ricerca, Cub Sanità, Fisi e Flmuniti-Cub. Per quanto riguarda il mondo dell’istruzione, la protesta potrò coinvolgere tutto il personale scolastico, con possibili interruzioni delle attività didattiche. Ripercussioni sono attese anche nel sistema sanitario, sia pubblico che privato, dove lo sciopero potrebbe rallentare alcune prestazioni ambulatoriali, visite già programmate e attività non urgenti. Rimane comunque garantita la tutela dei servizi essenziali, comprese le prestazioni di pronto soccorso. La partecipazione non è automatica per tutti gli addetti e l’indizione dello sciopero non comporta necessariamente la chiusura totale dei servizi. L’entità delle ripercussioni dipenderà dalle adesioni registrate
Sono previste manifestazioni in almeno 50 città, distribuite in 18 regioni, con un calendario ancora in aggiornamento. In Friuli Venezia Giulia, appuntamento a Trieste, alle 9 al Varco 4 del Punto Franco Nuovo. In Veneto si manifesta a Padova, alle 8 alla stazione, Vicenza, alle 8 in piazza Castello, a Verona alle 7.30 in piazzale 25 Aprile, Venezia alle 9, Campo Santa Margherita. Gli appuntamenti in Piemonte: a Torino, alle 9.30 in piazza Palazzo di Città, a Novara, alle 9.30 in piazza Cavour, a Verbania, alle 17 in piazza Ranzoni, ad Alba, alle 8.30, piazza Garibaldi, Cuneo alle 9, piazza Europa. In Lombardia mobilitazioni a Milano, alle 10 in piazza Duca d’Aosta, a Brescia, alle 9 alla stazione della metropolitana San Faustino, e a Bergamo, alle 17 in piazza Gaza, a Porta Nuova.
In Emilia-Romagna appuntamenti a Piacenza, alle 8 al parcheggio Cheope (Facsal), a Bologna, alle 9.30 in piazza Maggiore, e a Rimini, alle 9 all’Arco d’Augusto. A Ravenna la mobilitazione prevede diverse tappe: preconcentramento alle 9 in piazza del Popolo, concentramento alle 10 in Darsena e partenza del corteo alle 11 verso Marina di Porto. Alle 12.30 è previsto un pranzo sociale in piazzale della Marina, da dove partirà un secondo corteo alle 14. In Liguria si manifesta a Imperia, alle 9.30 in piazza Ulisse Calvi, e a La Spezia, alle 9.30 davanti alla Prefettura. A Genova sono previsti due appuntamenti: alle 9.30 al Varco Albertazzi e alle 10 alla stazione Principe.
Le città coinvolte in Toscana: a Massa appuntamento alle 17 in piazza Garibaldi, a Carrara alle 6 al porto, a Pisa alle 9 in piazza Gaza (piazza XX Settembre), a Firenze alle 10 in piazza Bambine e Bambini di Beslan, alla Fortezza da Basso, a Siena alle 9 al terminal bus di Pescaia, a Piombino alle 16 in piazzale Premuda, al porto, a Grosseto 9.30, piazza Rosselli. A Livorno due appuntamenti: alle 6 alla rotatoria Ponte Penova e alle 9 in piazza Cavour. Nelle Marche si manifesta ad Ancona, alle 10.30 in corso Carlo Alberto, sul lato di piazza Ugo Bassi. In Umbria appuntamento a Perugia, alle 8.30 in piazza Partigiani. Le mobilitazioni nel Lazio: a Civitavecchia, alle 9 in corso Centocelle, davanti al Teatro Traiano, a Roma, alle 10.30 in piazza dei Cinquecento, a Latina 9, piazza del Popolo.
In Abruzzo appuntamento a Pescara, alle 10 in piazza Italia, mentre in Molise si manifesta a Campobasso, alle 9 in piazza San Francesco, a Termoli 8.30, piazza Donatori di Sangue. Due le mobilitazioni in Campania: a Napoli, alle 9.30 in piazza Mancini, e a Benevento, alla stessa ora in piazza Vittoria Colonna. In Basilicata appuntamento a Potenza, alle 9 in piazza Cagliari. In Puglia si scende in piazza a Bari, alle 9.30 in piazza Prefettura, e a Lecce, alle 9 a Porta Napoli. Due le manifestazioni anche in Calabria: a Cosenza, alle 9 in piazza Loreto, e a Reggio Calabria, alle 9 in piazza De Nava.
In Sicilia sono previsti tre appuntamenti: a Palermo, alle 9 in piazza Politeama, a Catania, alle 9.30 al porto, ad Alcamo 8.30, quartiere Maria Ausiliatrice, e a Pozzallo (Ragusa), alle 17 in piazza dei Marinai. Infine, in Sardegna, si manifesta a Sassari, alle 9.30 in piazza San Vincenzo, a Nuoro, alle 9 in via Dante, e a Cagliari, alle 9.30 in piazza Garibaldi, da dove partirà un corteo diretto al porto.
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Una card sanitaria da 300 a 500 euro per gli anziani over 75, destinata a coprire alcune spese mediche non sostenute dal Servizio sanitario nazionale. È una delle ipotesi allo studio del Governo per la Legge di Bilancio 2027. La proposta, sostenuta in particolare da Forza Italia e discussa durante l’ultimo vertice dei leader di maggioranza, potrebbe richiedere risorse comprese tra 2,5 e 2,8 miliardi di euro. L’importo del beneficio, i requisiti economici e il numero dei destinatari non sono ancora definiti. La misura dovrà essere valutata in relazione alle risorse disponibili per la Manovra e agli altri interventi previsti dal Governo.
L’ipotesi prevede l’introduzione di un contributo economico destinato agli anziani che devono sostenere spese sanitarie non coperte dal sistema pubblico. Il beneficio potrebbe essere riconosciuto sotto forma di card sanitaria con un importo compreso tra 300 e 500 euro, da utilizzare per determinate prestazioni mediche e acquisti legati alla salute.
La proposta rappresenta una possibile alternativa al sistema del cashback sanitario, che prevederebbe la restituzione di una quota delle somme già pagate per le cure. La card potrebbe risultare accessibile anche agli anziani con redditi bassi che non riescono a beneficiare pienamente delle detrazioni fiscali per mancanza di capienza Irpef.
Non sono ancora state comunicate le modalità operative, né è stato chiarito se il contributo sarà accreditato automaticamente oppure richiederà una domanda.
La platea dei possibili beneficiari comprenderebbe gli anziani con almeno 75 anni, individuati sulla base di specifici requisiti economici. Il Governo sta valutando diverse soglie di reddito, dalle quali dipenderanno il numero dei destinatari e l’importo riconosciuto a ciascuno.
Il valore definitivo del contributo dipenderà dal finanziamento complessivo della misura e dai criteri di accesso che saranno stabiliti nella Legge di Bilancio.
Il nuovo contributo dovrebbe essere destinato principalmente alle prestazioni sanitarie che comportano un esborso diretto per gli anziani. Maurizio Casasco, responsabile economico di Forza Italia, ha indicato alcune delle spese che potrebbero essere finanziate attraverso la card. Tra queste figurano “visite odontoiatriche, protesi, sostegno domiciliare, farmaci e ticket sanitari”.
La proposta punta a destinare le risorse “direttamente a sostegno di anziani e fragili”, come spiegato da Casasco. L’elenco delle prestazioni ammesse dovrà essere definito nel dettaglio. Resta quindi da chiarire se saranno previsti limiti per singole categorie di spesa o specifiche condizioni per ottenere il rimborso.
La proposta nasce anche dalla necessità di rendere più immediato il sostegno economico alle persone anziane. Attualmente, molte spese sanitarie possono beneficiare di una detrazione Irpef del 19%, generalmente sulla parte che supera la franchigia di 129,11 euro, nel rispetto delle condizioni previste dalla normativa.
Il recupero avviene però attraverso la dichiarazione dei redditi e dipende anche dall’imposta effettivamente dovuta dal contribuente. Chi ha un reddito particolarmente basso potrebbe non riuscire a utilizzare interamente la detrazione. Un contributo diretto consentirebbe invece di sostenere alcune spese senza dover attendere la dichiarazione dei redditi dell’anno successivo.
La possibilità di introdurre questo meccanismo resta comunque subordinata all’approvazione della misura e alla definizione delle modalità di utilizzo. Per finanziare il nuovo sostegno agli anziani, le simulazioni prevedono un impegno economico fino a 2,8 miliardi di euro.
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