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Non mi convince l’idea che Mentana lasci La7 per i troppi programmi anti-governo

Mentana se ne va, ci ha detto che lascia a fine anno la direzione del TgLa7 e la stessa rete di Cairo. Dove andrà e cosa farà lo sapremo solo vivendo, certo è che la sua esperienza ai vertici del telegiornale era ormai giunta al capolinea: non più vivace e lenta, a volte quasi inceppata, la sua conduzione, come per stanchezza e forse anche noia. Del giovane ‘Mitraglia’ non è rimasto nulla, al suo posto un giornalista sì dall’antico carisma, buono ancora a bucare gli schermi come si dice, ma senza più la spinta propulsiva, la verve, che ne aveva guidato le gesta non solo negli anni di Mediaset ma pure all’inizio della sua esperienza a La7.

Del resto se, come ha egli stesso affermato, “oggi nessun ragazzino può appassionarsi al giornalismo guardando un telegiornale”, è altrettanto vero che probabilmente anche per un direttore come lui il dibattito pubblico non dev’essere oggi il massimo degli stimoli professionali.

Insomma a furia di telegiornali forse la ‘passionaccia’ si è affievolita. Eppure va a suo merito essere stato l’unico direttore di Tg ad aver rinunciato allo squallido carosello delle dichiarazioni degli esponenti dei partiti per raccontare la politica quotidiana. Ad avere sottratto tempi di parola inutili alla narrazione della realtà politica e sociale del paese. Cosa che lo ha riscattato da antiche piaggerie (che ci furono ahinoi) come quando mandò quasi per intero la videocassetta della discesa in campo di B. o nel ’98 la violenta polemica con Cossiga che voleva una legge sul conflitto d’interessi del Cavaliere.

Comunque il suo Tg, nell’edizione più vista, quella delle 20, dopo gli exploit iniziali si è ormai attestato da anni su ascolti che lo collocano non solo dietro e lontano dal Tg1 e dal Tg5, ma anche dietro al Tg3 (edizione delle 19) e poco sopra il Tg2. Vedremo se chi lo sostituirà riuscirà a farne un prodotto capace di appassionare gli spettatori più di quanto non sia riuscito a Mentana.

Un Mentana che, mi perdoni, però non mi convince affatto quando, a latere dei manifestati propositi di abbandono, quasi a giustificarne le ragioni, ha tirato fuori l’accusa alla sua rete di fare con i programmi e i talk un’informazione unilaterale, schiacciata da una parte, quasi faziosa. Non so quali trasmissioni egli abbia in testa (Otto e mezzo? Piazza Pulita?) ma dalla ricognizione delle tabelle del Garante, che analizza per chi non lo sapesse anche i programmi informativi extra tg, tutto questo sbilanciamento francamente non si vede. Tra l’altro se finisse per caso a lavorare di nuovo a Mediaset, come si vocifera, allora sì che dovrebbe protestare!

Mi aspetto dunque rinnovate critiche ai talk di quelle reti, quasi tutti notoriamente schierati (cifre alla mano). Mentre i numeri dell’Agcom dell’ultimo anno ci dicono che nei talk e nei programmi extra tg de La7 (per la precisione: Coffee Break, Dimartedì, In Altre Parole, In Onda, L’Aria Che Tira, Omnibus La7, Otto E Mezzo, Piazzapulita, Propaganda Live, Tagadà) l’opposizione occupa tra il 40 e il 48% dei tempi di parola, mentre il resto va alla destra e al governo. Mi sembra insomma che, paradossalmente, quella dell’ex direttore del Tg5 sia una posizione velata, come dire… da scarsa informazione.

La verità è che dopo oltre tre lustri per l’ex giovane speaker del craxiano Tg2 è arrivato il momento di passare la mano. Al tg de La 7 non ha più nulla da dare e da professionista quale è l’ha capito. Gli altri programmi non c’entrano.

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La politica resta cieca davanti alla policrisi del secolo: la soluzione è fare fronte comune

a cura di Marzio Chirico

Aprire in questi giorni un sito di notizie o piuttosto sfogliare un quotidiano restituisce un mosaico quasi schizofrenico dell’attualità, seppur chiaro nella sua eccezionalità.

Da un lato gli scaffali iniziano a svuotarsi a macchia di leopardo, in modo pericoloso, dal Mezzogiorno in su. L’Università Federico II di Napoli sposta le lezioni online mentre alcuni supermercati in Puglia e in Calabria non ricevono le nuove scorte di merci e alimentari, per via della paralisi dello sciopero degli autotrasportatori; dall’altro le tensioni e i disordini urbani, Milano capofila, gestiti dal Viminale con una ricetta che ormai è palesemente securitaria e repressiva.

L’esecutivo guidato da Giorgia Meloni ha quasi il record per decreti sicurezza varati in una singola legislatura (mancherebbero ancora dei mesi). Nel mezzo, e a origine delle tematiche il dibattito sulle proteste giovanili, sulle vetrine rotte, su cosa intendiamo per violenza e le dichiarazioni dei Ministri o dei politici di turno, in solidarietà coi giovani o in aperto conflitto. Come movimento ambientale, è superfluo sottolineare che i giovani non scendono più in piazza, sia in numero che in modalità, come nel biennio ‘19-’20.

Ecco, ci raccontano, dai media mainstream, che questi momenti di crisi sono ricorrenti, episodici, sono transizione da un periodo difficile a un altro. Possiamo affermare serenamente che è una falsità. La rabbia sociale che attraversa le periferie e i lavoratori, fino a esprimersi in modi nuovi e più consistenti, ha come scenografia il modello economico basato sui fossili, sullo sfruttamento estremo dei territori e dei corpi e sulla mercificazione di ogni risorsa.

Se qualche giovane non avesse rubato qualche borsa Louis Vuitton, forse non si sarebbe parlato delle proteste al Sud. Invece, considerato il nuovo modo di protestare, contraddistinto dall’organizzazione sui social, la stretta securitaria per i giovani ha costretto l’esecutivo e reprimere anche gli autotrasportatori, alludendo a “infiltrazioni mafiose”, che non solo delegittimano una protesta giusta e importante, quanto piuttosto si rifanno a dei pregiudizi storici radicati su come il Nord vede il Sud.

E dunque, la paralisi della logistica, l’inflazione che galoppa, il collasso dell’agricoltura, messa già in difficoltà da caldo ed eventi metereologici estremi, assieme alla rabbia sociale che si insinua ed espande nei vari strati della popolazione, sono causa e conseguenza di una unica grande policrisi, quella del XXI secolo.

Le proteste degli autotrasportatori e degli agricoltori del Sud non arrivano dal nulla. Si trovano stritolati tra il costo insostenibile del carburante e la devastazione climatica che sta desertificando le campagne e impoverendo i raccolti. A doppio filo, le guerre e la conseguente speculazione energetica fossile, col tema dello stretto di Hormuz quale punta dell’iceberg, ma che nasconde di fatto la questione centrale: un mondo che funziona a combustibili fossili è un mondo in cui diventa insostenibile anche la produzione e la distribuzione di cibo e merci.

Quando il clima estremo distrugge i raccolti e il caro-carburante blocca i camion in protesta, la merce non arriva. La logistica globale è fragile perché fondata sull’estrazione e sullo spreco. La risposta, da Piantedosi in giù, è una sola: manganelli. La ricetta prevede poi restringimenti dei manifestanti in piccole vie con lacrimogeni, idranti sparati ad altezza visto, camionette a zig zag in piazza Duomo, lanciate sulla folla; ricette che non si vedevano dal G8 di Genova. Mentre il mondo va a fuoco, la pretesa di mantenere l’ordine si fa con nuovi e aggiornatissimi decreti sicurezza.

Ora, di tutto si parla tranne che di crisi climatica. Forse c’è il tentativo, ai piani alti, di archiviare la questione come una moda giovanile ormai passata. In realtà, i movimenti climatici non sono scomparsi, a partire dal nostro. Tutt’altro. Sono vivi e vegeti e si stanno radicando sui territori, collaborando con i comitati, portando avanti lotte e istanze territoriali. Hormuz è l’esempio precipuo di come si discuta del problema senza mettere in discussione il sistema stesso che quel problema ha generato.

Ieri come oggi, la lotta climatica non è solo una questione di sensibilità ecologica individuale, ad esempio sulla differenziata o sul “salvare gli orsi polari”. La questione climatica riguarda il benessere su un pianeta salubre con pari diritti: diritto alla casa, alla salute pubblica, per un salario equo e giusto, per la difesa dei servizi essenziali, contro l’1% più ricco del mondo che tanto più inquina quanto più monetizza l’aria che respiriamo.

Le mobilitazioni di queste settimane sono destinate a moltiplicarsi nei prossimi mesi e anni se non arriverà una messa in discussione sistemica al tema del profitto dell’1% più ricco contro il 99% della popolazione che vede sempre più eroso il diritto a una vita dignitosa.

Non c’è e non ci può essere la ricetta della soluzione totale. Questa richiede un deciso ritorno alla programmazione pubblica nei settori strategici. Lo Stato non solo deve tornare a produrre e installare direttamente impianti ed energia pulita, ma proprio costituire una filiera delle componenti degli impianti rinnovabili, laddove l’agricoltura va ridefinita valorizzando i contadini come custodi del territorio e operatori della collettività. Un cambiamento radicale che si fonda sulla reintroduzione dei servizi universali di base, pilastro irrinunciabile di una vera giustizia sociale ed ecologica.

Trattare il carovita, la guerra, la crisi energetica e la cementificazione come compartimenti stagni significa avere una visione miope sul futuro che, invece, possiamo costruire dal basso, prospero per tutte e tutti. Per questo, dai giovani agli agricoltori, è necessario costruire un fronte comune che possa riprendere il controllo pubblico dell’energia, dei servizi, dei diritti, contro un futuro gestito a colpi di decreti sicurezza e manganelli.

Le periferie insorgono, i fiumi si prosciugano, le catene di approvvigionamento si spezzano. Il sistema fossile è fallito. Bismillah, c’est les ténèbres.

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Non mi sembra che la manovra di Meloni affronti i problemi reali del Paese

L’Italia sta vivendo un grande momento di difficoltà economico e sociale. Non pretendo che i miei testi stimolino la Presidente del Consiglio Giorgia Meloni a compiere una reale inversione di marcia che consiste nel guardare in faccia i problemi reali del paese, ma speravo che qualche politico occasionalmente li leggesse e si mettesse in discussione o perlomeno capisse che investire nel sociale non significa sprecare delle risorse economiche, ma al contrario, si rende l’Italia pronta ad accogliere le sfide che ci attendono. Non mi sembra che i provvedimenti previsti nella legge di bilancio presentata ieri sia il modo adeguato ad affrontare i problemi reali del paese, anzi mi sembra quasi una beffa.

L’Italia, per quanto riguarda le disuguaglianze e la povertà, è messa peggio di 15 anni fa: se non si investe nei giovani con dei progetti concreti che li stimolino a restare, il nostro paese non avrà futuro. I giovani vanno ascoltati, va data loro la possibilità di sviluppare le proprie potenzialità e non di certo nella compravendita di armi che contribuisce alla loro crescita e si infonde la speranza in un futuro migliore.

Non riesco a comprendere come Giorgia Meloni e il suo governo non voglia vedere la realtà, la maggior parte delle famiglie non riesce più a fare la spesa né a pagare le bollette, “le politiche dei bonus” non reggono più e anzi credo che per molte famiglie sia diventato avvilente pensare solo di dover farne richiesta, servono aiuti più corposi e ben strutturati.

Credo che fin tanto che chi ci governa rimane arroccato all’interno dei propri palazzi a tutelare solo i propri interessi, il Popolo ha il dovere di manifestare e chi governa dovrebbe considerare quelle proteste un momento di riflessione per cambiare direzione, e le misure repressive non servono a nulla. Spero (anche se ormai ho perso le speranze) il governo Meloni impari ad ascoltare i bisogni reali del nostro paese.

Io continuerò sempre a dare voce alle vostre storie, sempre a titolo gratuito.

Per segnalarmi le vostre storie scrivete a: raccontalatuastoria@lucafaccio.it

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Quant’è labile la memoria degli italiani. Ricordate quella volta di Umberto Bossi…?

Quando la realtà diventa troppo dolorosa e traumatica, e quella contemporanea non è certo Il paese dei campanelli, la memoria labile è un’ottima difesa contro il burnout emotivo. E’ un fenomeno talmente diffuso che non ce ne rendiamo neppure conto. Ricordate, per esempio, quando…

… venne scoperto un nuovo ceppo del virus Hiv, l’Hiv7, che non ti uccideva, ma ti faceva diventare deputato del Ccd?

… alcuni scienziati clonarono una pecora a Edimburgo e ai giornalisti che gli chiedevano perché risposero: “Ci sentivamo soli”?

… il banchiere Pierfrancesco Pacini Battaglia, che finì al centro dell’inchiesta Tangentopoli 2, aveva 5 bypass attraverso i quali, secondo gli inquirenti, astutamente portava i suoi miliardi all’estero?

… l’altro protagonista della vicenda, l’ex amministratore delle ferrovie Lorenzo Necci, in carcere rifiutò di mangiare un pasto preparato apposta per lui perché temeva di essere avvelenato, però mangiò subito tutto quando gli assicurarono che non era cibo FS?

… sotto la gestione di Necci aumentò non solo il deficit delle ferrovie ma anche la confusione, tanto che un giorno, alla stazione di Bologna, l’Intercity delle 9 e 30 arrivò sul binario 5 da entrambe le direzioni?

… si scoprì che la Dichiarazione d’Indipendenza della Padania scritta da Umberto Bossi era copiata da quella del Québec, discostandosene nella parte che recita “Quando nel corso degli eventi umani”, che era copiata dalla Dichiarazione d’Indipendenza americana, e nella parte che comincia con “E così Sally può attendere”, che invece era presa pari pari da una canzone degli Oasis?

… papa Woytila fu sottoposto a un’operazione chirurgica al Gemelli, dove gli tolsero l’appendice e gliela sostituirono con un’appendice artificiale?

… la Cassazione assolse un muratore di Palermo che in un raptus gelosia aveva preso a sberle la moglie, creando un precedente preoccupante perché da allora per picchiare una donna in santa pace bisogna pure sposarla?

… fece scandalo la foto scattata da Oliviero Toscani per un manifesto Benetton in cui si vedeva un cavallo nero che stava montando una cavalla bianca e il motivo dello scandalo era che la cavalla bianca era una lesbica transessuale sieropositiva minorenne?

… in un’inchiesta sulle tangenti Fininvest alla Guardia di Finanza, Vanoni, uno dei manager sotto accusa, s’avvalse della facoltà di non rispondere e chiese invece di girare la ruota?

… in Norvegia fu ritrovata nel ghiaccio dopo quasi 10 anni una coppia di italiani scomparsa durante una vacanza e, scongelati, la loro prima domanda fu: “C’è ancora Berlusconi?”

E ricordate quando a Hollywood un bimbo di 6 anni fu sospeso da scuola perché giocava al dottore con una compagna di classe, mentre le norme dell’istituto vietavano agli alunni di praticare mastectomie? No? Che vi avevo detto?

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“Politici, media e social ci dividono, io canto ciò che ci unisce. Da ex soldato dico che se non capisci l’altro, finisci allo scontro. Il caso Ed Sheeran? Se non si sente di esporsi, va rispettato”: parla James Blunt

“Airplane Mode”, in uscita il 6 novembre, è il disco con cui James Blunt dice di essersi ritrovato dopo essersi perso. Scritto tra Ibiza e la Svizzera e registrato ai Pig Music Studios di Banbury con la sua band di sempre, nasce come un dialogo con se stesso più che con il pubblico o le radio. Blunt ripercorre il successo di “Back to Bedlam”, il contraccolpo della fama e gli anni passati a scrivere “per piacere agli altri”.

Racconta poi i brani più personali, da “Circles” a “Weight Of It All”, il “tocco umano” contro la musica generata al computer e il legame con l’Italia, le lezioni di canto lirico alla collaborazione con Laura Pausini. Da ex soldato riflette sulla guerra, che definisce una scelta dei politici pagata dai giovani. Poi l’annuncio di un tour europeo che toccherà Milano 27 febbraio 2027 all’Unipol Forum e Firenze il 28 febbraio al Nelson Mandela.

Abbiamo incontrato il cantautore, che si trova in questi giorni a Ibiza: “Passo metà dell’anno a Ibiza e metà in Svizzera, a Verbier: in montagna d’inverno, al sole d’estate”.

“Parte di questo album nasce dal fatto che ho smesso di tornare in studio a Londra, trattando la musica come un lavoro. – ha dichiarato – Ho detto alla mia etichetta: sarò a Ibiza o in Svizzera, e chi vuole lavorare con me verrà lì. Abbiamo allestito uno studio nella mia camera da letto e uno studio qui. Mi è sembrato di scrivere canzoni come da ragazzo, ma parlando del mondo reale, della mia vita e delle mie esperienze, invece di scrivere su commissione. Per questo l’album è forse diverso dai precedenti”.

Qual è la differenza con la prima fase della tua carriera?
Il mio primo album l’ho fatto da giovane con un sogno, e quel sogno si è realizzato in tutto il mondo, con un enorme successo commerciale.

E dopo il successo cos’è accaduto?
Sono arrivate le difficoltà: l’essere una figura pubblica, i media, il contraccolpo. Sono scappato a Ibiza e ho scritto un album molto solitario, pieno di anime perdute (All the Lost Souls, ndr): si capisce dal titolo che non è un disco felice, è quello di qualcuno che lotta.

Qual è stata la conseguenza di tutto questo?
Mi sono ritrovato dentro il music business: un album ogni due anni, canzoni scritte per finire in radio, pensando al pubblico, all’etichetta, ai desideri delle radio. Ma se uno vuole il nero e un altro il bianco, il risultato è solo grigio. Alcune mie canzoni sono buone, ma non so se il mio cuore fosse in ogni brano o in ogni disco.

Stato d’animo attuale?
Oggi sono più grande, in un posto diverso e non devo più dimostrare niente alla casa discografica. Il mio greatest hits è uscito un paio di anni fa, e il greatest hits lo pubblichi quando muori. Se sono morto per il music business, non devo più preoccuparmi del lato commerciale e posso pensare solo alla musica.

E qui arriva “Airplane Mode”. Che approccio hai avuto?
Ho detto alla mia famiglia: non abbiate paura, non preoccupatevi, farò un album un po’ più introverso e scuro. Non una conversazione con il pubblico, ma con me stesso, la persona con cui parliamo di più al mondo, la voce che sentiamo nella testa.

Qual è il rovescio della medaglia?
Scrivere canzoni oneste con se stessi è la cosa più spaventosa, perché la gente le ascolterà e conoscerà i tuoi pensieri più oscuri, le tue debolezze. Ed è questo che ho catturato qui, per questo l’album mi è particolarmente caro.

Cos’hai scoperto di te stesso?
Oggi ho responsabilità diverse. Da giovani si pensa di essere il centro del mondo e che tutto giri intorno a noi. Poi, qualunque lavoro si faccia, si hanno responsabilità verso la famiglia e verso chi lavora con noi, stress e paure. Costruiamo un castello di carte intorno, con il rischio che crolli in qualsiasi momento.

A proposito di crolli, il mondo ha a che fare con una fase durissimi di conflitto e guerre. Sei un ex soldato che idea ti sei fatto?
Sono un musicista, non un modello da seguire: la mia opinione non conta granché. Ma la mia esperienza di guerra mi dice che sono i politici a volerla, per espandere il proprio potere, per avidità o per lasciare un’eredità. E lo fanno a spese delle persone che dovrebbero stare loro più a cuore. Mandano giovani uomini e donne a fare queste cose, e quei giovani perdono la vita. È tremendamente triste.

Qual è il problema di fondo?
Abbiamo politici che sottolineano di continuo le differenze, media che fanno lo stesso e social network basati su algoritmi che premiano commenti e litigi più della compassione e del dialogo. Tutte e tre le cose ci dividono e ci impediscono di vedere la prospettiva dell’altro. Se non capisci il punto di vista di qualcun altro, non puoi coesistere e finisci in guerra.

Esiste una prospettiva migliore?
Viviamo un momento molto triste, in cui sottolineiamo le differenze invece delle somiglianze. Suono in tutto il mondo e canto emozioni umane e in Italia, Germania, Cina, America la gente ama le canzoni perché si riconosce nelle stesse emozioni. Non importa il colore della pelle, la razza, la religione, il sesso o l’orientamento sessuale. Sono fortunato a lavorare in un settore che unisce le persone, mentre i politici no. Siamo arrivati al punto in cui bisognerebbe cominciare a votare in modo diverso.

Che idea ti sei fatto del “caso Ed Sheeran” e l’esclusione di Macklemore dal tour per il sostegno della Palestina?
Non credo che i musicisti siano per forza dei modelli. Non potete farmi domande come se fossi un politico: posso dare la mia opinione, ma sono solo un musicista e la mia competenza è limitata. Se un artista sente di non avere gli strumenti per esprimere un’opinione forte su qualcosa, va rispettato. E quando hai la pressione di un tour intorno, per chi sta fuori è difficile capire cosa sta vivendo quella persona.

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Paura per Cobolli: scoppia a piangere e si ritira contro Berrettini. “Quelle lacrime non erano di dolore”. A rischio le Finals

Il problema alla gamba sinistra, la paura, il ritiro e poi il pianto liberatorio pensando alle Atp Finals, consolato dall’amico e avversario Matteo Berrettini. Finisce in lacrime il primo derby di Flavio Cobolli contro Berrettini: nell’ottavo di finale dell'”Erste Bank Open”, Atp 500 in scena sul cemento indoor di Vienna, in Austria, Cobolli finisce ko per un problema alla gamba sinistra e si ritira al cambio campo sotto 2-5. Berrettini affronterà ai quarti l’australiano Alex De Minaur, testa di serie numero 5. Ma la preoccupazione è tutta per Cobolli, che a fine match è scoppiato a piangere, probabilmente pensando a quelle Finals tanto sognate in programma tra meno di un mese.

“Vienna, mi dispiace salutarti così. Amo questo torneo e avevo tantissima voglia di sfidare Matteo, con tutti voi sugli spalti. Ho sentito qualcosa nel match dell’altra sera, ma ho voluto provarci fino in fondo. Oggi però ho capito che continuare avrebbe significato forzare troppo e mi sono dovuto fermare”, ha scritto Cobolli in un post Instagram dopo l’infortunio. “Quelle lacrime non erano di dolore. Erano emozione, forse un po’ di stress e la delusione di dover lasciare il campo quando avrei voluto solo restarci. Domani farò tutti gli esami e vi aggiornerò appena possibile. Non preoccupatevi, conto di esserci a Parigi. Grazie per tutto l’affetto”.

“Mi dispiace davvero tanto per lui. Ci sono passato tante volte, forse troppe. È per questo che mi sono emozionato. So quanto possa essere difficile e so quanto desideri essere a Torino. E l’ultima cosa che vorresti è infortunarti poche settimane prima. Ma speriamo che non sia nulla di troppo serio“, ha detto Berrettini a caldo nell’intervista post match, parlando di Flavio Cobolli. “L’idea di oggi era semplicemente scendere in campo e celebrare il percorso che stiamo facendo entrambi. Siamo partiti da Roma, eravamo due ragazzini che giocavano a tennis nei fine settimana. Ricordo il giorno in cui scelse il tennis al posto del calcio. Mi ricordo i suoi occhi: sono gli stessi che ha ancora oggi, quelli di quel bambino che sognava di giocare sui palcoscenici più importanti. E penso che meriti di essere lì. Penso che meriti la carriera che sta costruendo. Gli auguro davvero il meglio e cercherò di aiutarlo in ogni modo possibile. Gli ho appena detto di vivere il momento, di non andare troppo avanti con la mente e con i pensieri. È quello che facevo io in passato, ma non mi aiutava affatto. Bisogna vivere un giorno alla volta. Sono sicuro che abbia a disposizione un ottimo team di medici che lo seguirà nel percorso di recupero” ha aggiunto Berrettini.

Per Cobolli, quello di Vienna, poteva essere il torneo per sugellare la qualificazione alle Atp Finals, che classifica alla mano sono un obiettivo più che alla sua portata, ma adesso saranno da valutare le sue condizioni fisiche dopo l’infortunio. “Le Nitto Atp Finals, ha aggiunto, rivestono un’importanza particolare per ogni tennista di vertice. Anche solo esserci, dopo una grande stagione, è quasi come vincere un trofeo. Non essere riuscito a concludere il girone nel 2021 è probabilmente ancora la cosa che mi fa più male in tutta la mia carriera – spiega Berrettni -. Ricordo l’energia di Torino, l’orgoglio di essermi qualificato e di aver sentito il calore della mia gente sugli spalti. Ma, per fortuna, dopo quell’esperienza ho sentito tanto affetto da parte delle persone di tutto il mondo. Quindi, forse è un brutto ricordo, ma in fondo è anche bello, se penso a tutto l’impegno che ho messo per arrivare fin lì. Adesso, naturalmente, sono felice che ci siano tanti giocatori italiani e che anche Sinner sia riuscito a vincerlo. Magari un giorno tornerò anch’io. Non lo so. Ma auguro a Flavio il meglio“, ha concluso Berrettini.

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Soldi e politica, “Finanziamenti privati ormai diretti verso singoli candidati, serve più trasparenza su eletti e fondazioni”: l’appello di The Good Lobby e Transparency International

“L’Italia ha avuto un passaggio dal finanziamento prevalentemente pubblico a un finanziamento in larga parte privato senza mettere in campo un apparato di regole che ci aiutino a vedere in piena trasparenza chi finanzia la politica. Le norme esistenti riguardano soprattutto i partiti, ma questi sono ormai residuali. Chi intercetta i fondi sono prevalentemente quelle che si chiamano terze parti, associazioni politiche, fondazioni politiche che spesso riescono ad aggirare le regole della rendicontazione che invece riguardano i partiti. Allo stesso modo, se i soldi oggi passano direttamente verso i candidati, serve avere una reale trasparenza sui finanziamenti dei singoli eletti”. A rivendicarlo è Federico Anghelè, direttore di The Good Lobby Italia, nel corso della presentazione pubblica dell’Osservatorio Moneytor, dedicato al monitoraggio del finanziamento alla politica italiana.

L’iniziativa, organizzata alla Fondazione Lelio e Lisli Basso a Roma, è stata l’occasione per la presentazione, da parte del gruppo di ricerca di Transparency International Italia, delle ultime elaborazioni preliminari dei nuovi dati relativi alle fonti di finanziamento della politica (l’aggiornamento definitivo avverrà a novembre, in base alle tempistiche di legge che consentono ai partiti di rendicontare le erogazioni anche nelle annualità successive).

“I nuovi dati ci dicono principalmente che la tendenza della diminuzione di finanziamenti ai partiti è riconfermata, come negli ultimi due anni. Tra il 2020 e il 2025, il sistema politico ha raccolto complessivamente circa 134,4 milioni di euro di contributi privati. Ma nell’ultimo anno, le entrate si fermano a 16,281 milioni di euro, segnando una flessione del
-20,1% rispetto al 2024. Si tratta del volume di raccolta più basso dal 2018 e lontano dal picco di quasi 33 milioni registrato nel 2022″, hanno sottolineato Aiste Galinyte e Roberto Giambelli per Transparency International Italia.

In base ai dati preliminari è stato registrato come nel 2025 tra i partiti che hanno beneficiato di più ci sia “il ritorno in vetta della Lega, con 4,325 milioni di euro, mentre nel podio seguono Forza Italia (3,048 milioni) e M5S (2,698 milioni). Fratelli d’Italia si ferma a 2,271 milioni, seguito dal PD con 1,914 milioni. Per quanto riguarda il trend triennale, nel periodo 2023-2025, sempre la Lega si conferma la forza politica con la maggiore capacità di attrazione fondi”, hanno spiegato. “Si confermano approcci opposti, con partiti (PD, FdI, M5S) che sopravvivono grazie al prelievo sugli stipendi degli eletti, e altri (Forza Italia, Lega) in grado di intercettare milioni di euro dal settore privato“.

Ma se i finanziamenti verso i partiti sono comunque in flessione, ha sottolineato Vincenzo Smaldore per Fondazione Openpolis, il motivo è dovuto al fatto che ormai i soldi si spostano direttamente verso i candidati: “Troviamo sempre pochi soldi nei bilanci dei partiti e quelli che troviamo sono per lo più le rimesse degli eletti, perché l’interesse privato non ha più utilità a passare per il partito, raggiunge direttamente il candidato. Sono gli eletti che hanno i cordoni della borsa, anche qui innanzitutto di soldi pubblici, così assumono una rilevanza fino a quel momento mai avuta in Italia le tesorerie dei gruppi parlamentari, oltre che le tesorerie dei Consigli regionali. Allo stesso tempo abbiamo un’esplosione del fenomeno di associazioni, fondazioni, comitati vari riconducibili ai singoli e questo complica tantissimo, perché un’associazione può avere dei finanziamenti privati, può fare delle feste, dei festival, dei convegni e quindi prendere degli sponsor, può fare un’impresa editoriale e quindi vendere la pubblicità“.

Così sono proprio le fondazioni le realtà dove si nascondono le zone grigie e dove i controlli, nei fatti, sono del tutto inefficaci, come precisa Transparency International: “Per la legge queste sono equiparate ai partiti per obblighi di trasparenza, quindi noi abbiamo monitorato quei soggetti collegati ai politici o ai partiti nazionali e che hanno dichiarato le donazioni ricevute dal Parlamento nell’anno 2025. Eppure siamo riusciti a rilevarne solo tre. Ovvio che potrebbero esserci anche altri soggetti che magari o non dichiarano, oppure riescono a aggirare gli obblighi di trasparenza”.

Lo stesso Anghelè precisa: “Mi ricordo un dato di qualche anno fa di Fondazione Openpolis in cui si spiegava come le fondazioni politiche fossero oltre 100. Se oggi in realtà sono solo tre, dove sono sparite tutte le altre? Vuol dire che fatta la legge, trovato l’inganno. Noi abbiamo bisogno di una piattaforma che tracci i fondi alla politica nel suo complesso e non solo a quello che è rimasto residuale, cioè il partito, ma per farlo abbiamo bisogno intanto che la legge Spazzacorrotti del 2019, che allargava le regole di trasparenza anche alle fondazioni, venga di fatto ridefinita. Serve una riconsiderazione di cos’è una fondazione, di cos’è un’associazione politica”.

E ancora, ha continuato il direttore di The Good Lobby: “Sicuramente questo tema del finanziamento alla politica è un tema molto poco ascoltato da questa maggioranza e da questo governo. Ci sono delle forze politiche che hanno deciso, come Partito Democratico, Movimento 5 Stelle e Avs di non accettare più fondi da parte di aziende o di privati. Sicuramente da una parte è un’attività di autoregolamentazione utile, ma noi crediamo che serva un’azione di sistema“.

Ma Anghelè lancia un appello anche affinché venga modificato il disegno di legge sulla regolamentazione delle attività di lobbying, arrivato al Senato dopo la prima approvazione alla Camera, che rischia di essere “un’occasione sprecata“. Il motivo? “Si tratta di un testo che ci trova molto critici perché garantirebbe enormi esenzioni. Secondo i nostri calcoli oltre il 50% degli incontri non verrebbero di fatto resi trasparenti. Si considera per lobbying soprattutto l’accesso ai luoghi istituzionali, ma sappiamo benissimo che oggi gli incontri tra i portatori di interessi e i decisori pubblici avvengono – e la cronaca appunto è molto fantasiosa da questo punto di vista – in luoghi diversi. Ma non solo. Tutte le grandi corporazioni come le associazioni datoriali, le associazioni sindacali, verrebbero escluse dagli obblighi di trasparenza. Siamo convinti che ci siano ancora i margini per poter intervenire, modificare il testo, renderlo più robusto ed effettivo. Altrimenti sarà un’operazione puramente cosmetica“.

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Crosetto scettico sulla fine delle guerre a breve: “Tempistiche sui nuovi aiuti a Kiev? Non lo so, quando sarà possibile”

“A breve non c’è possibilità di missione di pace a Hormuz“. Lo ha detto il ministro della Difesa, Guido Crosetto, intervistato dal direttore dell’Adnkronos, nel corso dell’evento “L’Italia dei Territori”, organizzata da Sud chiama Nord a Roma.

Il titolare della Difesa del governo Meloni, sulla guerra in Ucraina, ha aggiunto: “Non vedo la possibilità di una soluzione in Ucraina prima della prossima estate perché la Russia utilizzerà sicuramente l’inverno come arma di pressione. La tattica russa è cambiata, sta colpendo le infrastrutture civili ed energetiche. Colpire le infrastrutture energetiche in una nazione come l’Ucraina in inverno dove si arriva anche a -30,- 25 ha un effetto sulla popolazione. Per cui la Russia aspetterà. Non penso chiuderà a breve”.

Il ministro, durante il suo intervento, ha parlato degli aiuti all’Ucraina. ”L’Italia ha dato a Kiev degli strumenti che sono serviti a difendersi. Se domani l’Italia decide di rompere il fronte Nato-Europa e di non aiutare più l’Ucraina, significherebbe mettersi sotto la lente di ingrandimento negativa in Europa, non si fermerebbe la guerra. Noi non parliamo di aiuti significativi, io penso che gli aiuti che potrei dargli con un nuovo pacchetto sono di fermare 50/60/70 missili droni sulle migliaia che arrivano, però magari salvo 200 500, 1000 civili, bambini, non lo so”. “Il tema – ha aggiunto – è se io non ti do più aiuti, significa che ho cambiato il mio giudizio, significa che io ho deciso che ha ragione la Russia. Quindi accettiamo l’idea che uno Stato più forte possa conquistare un altro Stato. Io non l’ho accettato a Gaza, non l’accettiamo per l’Ucraina”. Ma poi sull’invio del nuovo pacchetto di aiuti, su cui le frizioni con la Lega sono evidenti, il ministro Crosetto non ha offerto ai cronisti una tempistica chiara: “Non lo so, quando sarà possibile”.

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L’accordo tra Carabinieri e Agenzia delle Entrate fa arrabbiare la Finanza. Interviene Giorgetti: rescisso in 24 ore

Un protocollo d’intesa tra i Carabinieri e l’Agenzia delle Entrate ha minato per qualche ora i rapporti istituzionali tra i Carabinieri e la Guardia di Finanza. Al punto che alla fine l’accordo è stato rescisso dall’Ente di riscossione stesso dopo meno di 24 ore. E secondo quanto risulta a Il Fatto anche in virtù di un intervento del ministro dell’Economia, Giancarlo Giorgetti.

A creare l’incidente istituzionale un accordo quinquennale sottoscritto il 28 ottobre, che aveva l’intento di “affinare le capacità operative” in ambito economico finanziario dei militari dell’Arma. E che avrebbe messo “a disposizione il proprio patrimonio di esperienze e i propri istituti di istruzione per consolidare le competenze del personale dell’agenzia in materia di tecniche info-investigative”. L’intesa però ha avuto come conseguenza una reazione di alcuni della Guardia di Finanza, che lamentavano una invasione di campo, portando al dietrofront. Le competenze su cui i carabinieri chiedevano di essere formati – analisi delle dinamiche di mercato, dell’esercizio d’impresa, del monitoraggio immobiliare e dei sistemi di controllo e verifica tributaria ed erariale – sono infatti quelle tipiche delle Fiamme Gialle, il corpo militare che dipende direttamente dal ministero dell’Economia e Finanze e che collabora direttamente con l’Agenzia. L’annuncio del protocollo aveva sin da subito dunque generato parecchi malumori, come dimostra una lettera inviata sempre nella giornata di ieri alla premier Giorgia Meloni e al ministro Giorgetti, firmata da Usif, Silf e Siaf, i principali sindacati della Gdf.

Per capire meglio le ragioni delle lamentele della finanza, basta leggere proprio la missiva. Qui le sigle sostengono vi fosse “il rischio che i sessantamila finanzieri si sentano messi da parte” e “fare finta di nulla o far passare questa scelta come una semplice collaborazione formale potrebbe significare non voler vedere che, probabilmente, ci siano iniziative che potrebbero mirare ad indebolire la forza e la centralità dell’Istituzione GdF”. I sindacati, infatti, ricordano anche che “siamo il Corpo di Polizia più antico d’Italia, con un’identità chiarissima che, pur facendo parte del comparto di Difesa e Sicurezza, vede il proprio lavoro – in tempo di pace – interamente dedicato alla tutela economico-finanziaria dello Stato e dell’Unione Europea, sotto la linea d’indirizzo del Ministero dell’Economia e delle Finanze”. E sostengono, con risalto, che “la Guardia di Finanza è e resta l’unico presidio di Polizia economico-finanziaria a competenza generale nel nostro Paese”. I malumori sono arrivati fin nelle stanze del ministro Giorgetti. E alla fine il protocollo è stato rescisso.

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Il nuovo stadio di Inter e Milan si chiamerà “Generali Stadium”: i dettagli dell’accordo

Il nuovo stadio di Milano si chiamerà “GENERALI STADIUM” e sarà pronto per la stagione 2031/32. Accordo commerciale siglato dunque tra i due club e una delle principali compagnie assicurative in Italia, riconosciuta anche in Europa. Il progetto è stato svelato al Castello Sforzesco di Milano, alla presenza dei vertici dei due club e dei due progettisti, Lord Norman Foster e David Manica. La struttura sarà ovale e non più rettangolare come l’attuale San Siro, l’elemento visivo più impattante è l’esterno con le sue linee ondulate (verso il basso sui lati lunghi del campo per poi alzarsi in corrispondenza delle due curve, con il punto più alto che supera i 60 metri) e 80 “diamanti” in membrana a caratterizzarne la struttura (all’interno ci sono i led per personalizzare lo stadio a seconda della squadra che gioca in casa).

Il tetto presenterà 27mila metri quadri di fotovoltaico, con i pannelli solari che lo renderanno indipendente e autonomo dal punto di vista energetico. “Sigillato” a livello acustico, il suono potrà uscire solo dall’alto, e restando all’interno del catino garantirà un fortissimo effetto tifo. La capienza sarà di 71500 posti, con le tribune inclinate di 37 gradi che offriranno un impatto visivo simile a quello dell’attuale San Siro o il famoso muro giallo di Dortmund.

L’accordo prevede che il nuovo stadio prenda il nome di Generali Stadium fin dal primo momento, in quella che i due club definiscono come una delle partnership più rilevanti a livello globale. In particolare, i ricavi si aggireranno intorno ai 650 milioni di euro a lungo termine – spiega La Gazzetta dello Sport – nell’arco di circa 20 anni. Generali (che sarà anche Official Insurance Partner di entrambi i club) durante gli eventi internazionali – come già capita ad Atalanta e Juventus per esempio – dovrà lasciare il nome e la denominazione sarà “Milano Stadium“. Secondo il regolamento Uefa, infatti, i naming rights non sono ammessi in Champions League e nelle altre coppe, come già avviene ad esempio per l’Allianz Stadium di Torino (che torna Juventus Stadium) o per l’Emirates Stadium di Londra (chiamato Arsenal Stadium).

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Svelato il progetto del nuovo stadio di Inter e Milan: capienza, forma, la particolarità del podio e quando sarà inaugurato – Le prime foto

La forma è quella di un catino sopraelevato su un podio, con una doppia curvatura verso il basso in prossimità delle due tribune, che si alza nelle curve e raggiunge un’altezza massima di 60 metri. Nessun effetto wow a primo impatto, vista la sua struttura semplice. Ma nella sua semplicità, il Generali Stadium – nuovo stadio di Inter e Milan che sorgerà sempre nell’area di San Siro e che sarà composto da due anelli – trasporta comunque il pubblico in una dimensione diversa. Il primo impatto sarà senza dubbio differente nel giorno dell’inaugurazione, con l’atmosfera da stadio, una partita e tutta l’area intorno ricca di spazi ristoro e per lo shopping. E per i progettisti – in ottica futura – c’è anche la suggestione di ospitare grandi show, concerti, match di football americano e altri eventi sportivi.

La capienza? Confermate le indiscrezioni: sarà di 71.500 posti (di cui circa 11.500 corporate, più di 7mila in più dell’attuale) e sarà inaugurato nella stagione 2031/32 (la prima previsione è fine 2031), con l’obiettivo – scrivono Inter e Milan – “di avviare i lavori nel 2028“. Tutto ciò è stato rivelato oggi, nella Sala Viscontea del Castello Sforzesco, dove è stato svelato il progetto e il rendering del nuovo stadio che ospiterà le partite di Milan e Inter e che avrà il difficile compito di sostituire San Siro, la “scala del calcio” che verrà abbattuta proprio dopo il completamento del nuovo impianto. Durante le partite sarà possibile accedere al podio che sostiene lo stadio soltanto con biglietto, mentre l’accesso sarà libero nei giorni senza eventi. Sul podio saranno presenti punti di ristoro e aree shopping. Sotto sarà costruito un parcheggio.

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Credit photo: Ac Milan e Fc Inter

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generali stadium (3)

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Credit photo: Ac Milan e Fc Inter

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Fonte: FC Inter e AC Milan

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Credit photo: Ac Milan e Fc Inter

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Generali Stadium (screen da profilo X @Inter)

A coronare l’edificio è una copertura a doppia curvatura, “dalla silhouette inconfondibile”, scrivono Inter e Milan nella nota pubblicata dopo l’incontro al Castello Sforzesco. “Più di una dichiarazione architettonica, incornicia ed esalta le due iconiche curve, creando una potente identità visiva e integrando tecnologia fotovoltaica, ottimizzazione acustica e altre soluzioni di sostenibilità essenziali per uno stadio moderno”, si legge ancora nella nota. Sopra la copertura, appunto, impianti fotovoltaici che rendono l’impianto autosostenibile.

Le tribune avranno un’inclinazione del 37% (contro il 41% dello stadio attuale) per garantire un’atmosfera più immersiva e ridurre la percezione dei suoni all’esterno. La capienza sarà appunto di 71mila e 500 posti, circa 4mila in meno dell’attuale San Siro: una richiesta fatta dai due club – secondo quanto trapela – agli autori del progetto Foster + Partners e MANICA, guidati da Lord Norman Foster, tra i protagonisti più autorevoli dell’architettura contemporanea, e David Manica, riferimento internazionale nella progettazione di stadi all’avanguardia. Il nuovo impianto conterrà quindi – contando anche i circa 7mila corporate in più – circa 11mila spettatori in meno dell’attuale San Siro, parlando di biglietti “popolari”.

Il nome è stato svelato proprio nella parte centrale della presentazione e sarà ben visibile all’esterno, sulla facciata principale dell’impianto, ma durante gli eventi internazionali – come già capita ad Atalanta e Juventus per esempio – la denominazione sarà “Milano Stadium“. Secondo il regolamento Uefa, infatti, i naming rights non sono ammessi in Champions League e nelle altre coppe, come già avviene ad esempio per l’Allianz Stadium di Torino (che torna Juventus Stadium) o per l’Emirates Stadium di Londra (chiamato Arsenal Stadium).

Il nuovo stadio prenderà dunque il posto di San Siro, destinato a essere abbattuto una volta completato il nuovo impianto. L’obiettivo di Inter e Milan è avviare i lavori nel 2028 e inaugurare la struttura nella stagione 2031/32. Per vedere il progetto trasformarsi in realtà serviranno ancora alcuni anni: per ora, il futuro della casa dei due club milanesi ha una forma, una capienza e un nome. Per le emozioni ci sarà tempo.

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Fabio Vaccarono lascia Multiversity: il passo indietro dopo l’indagine sulle università telematiche

Fabio Vaccarono lascia Multiversity. Il presidente esecutivo del gruppo universitario ha comunicato al Consiglio di amministrazione la decisione di fare un passo indietro per “dedicare il tempo e l’attenzione necessari a chiarire la propria posizione” nell’ambito della recente indagine sulle università telematiche, in un filone che vede coinvolti dirigenti delle società editoriali e direttori di giornali e siti, tra cui Seif e ilfattoquotidiano.it.

Nel comunicare il suo passo indietro, Vaccarono ha ribadito la sua totale estraneità alle ipotesi contestate. Il Cda di Multiversity ha preso atto delle sue dimissioni e ha confermato l’assetto di governance: Francesco Durante resta amministratore delegato, mentre Luciano Violante resta presidente onorario.

Multiversity – ribadendo la linea degli scorsi mesi – sottolinea che proprio le attività di compliance introdotte durante il mandato di Vaccarono hanno consentito di individuare le presunte irregolarità, poi denunciate alle autorità competenti. “È stato un privilegio guidare la trasformazione e la crescita di Multiversity”, il commento di Vaccarono.

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Sciopero generale, Usb: “Il governo non risponde nel merito delle proteste”. Rischio violenze? “Spostano l’attenzione sull’ordine pubblico”

La sensazione dell’Unione sindacale di base, alla vigilia dello sciopero generale del 30 ottobre, è che le oltre 50 manifestazioni in programma in tutta Italia possano essere imponenti. E che sarà proprio la grande partecipazione delle persone a scoraggiare le possibili violenze. Allo stesso tempo, il livello di tensione sociale è molto alto. Costo della vita, prezzo dei carburanti, caro affitti, stipendi bassi, soldi pubblici spesi in riarmo, istruzione e sanità sottofinanziate. La popolazione è stanca e arrabbiata. Come dimostra lo sciame di mobilitazioni che da settimane attraversa il Paese. Cortei, presìdi e blocchi hanno coinvolto settori e attori diversi, uniti dalla volontà di chiedere un cambio di rotta al governo. Un clima di protesta costante, a cui l’esecutivo non riesce a dare risposte nel merito, se non cercando di dirottare l’attenzione verso il tema della sicurezza delle piazze, oscurando le ragioni e le richieste di chi manifesta. “Di tutte le cose dette o fatte nelle mobilitazioni delle ultime settimane, il governo ha visto solo gli scontri”, commenta Guido Lutrario, dell’esecutivo confederale dell’Usb. Il rischio, denuncia, è che il dibattito pubblico si concentri esclusivamente sugli eventuali episodi di violenza, lasciando in secondo piano le rivendicazioni dei manifestanti.

“La prima preoccupazione del governo dovrebbe essere che c’è una grande protesta, con delle ragioni precise. A cui dovrebbero rispondere a tono, non spostando l’attenzione sull’ordine pubblico”, spiega a ilfattoquotidiano.it. L’Usb, dal canto suo, si aspetta manifestazioni partecipate e pacifiche, senza alcuna volontà di alimentare scontri o tensioni. Ma, se ci fossero, come si prepara il sindacato a gestire la sicurezza delle manifestazioni? Visto che il rischio concreto è che la responsabilità sia attribuita agli organizzatori. “Abbiamo dei servizi d’ordine, ma hanno innanzitutto l’obiettivo di tutelare i manifestanti che partecipano al corteo del sindacato”, chiarisce Lutrario. Il loro compito, dunque, non è quello di sostituirsi alle forze dell’ordine, né di controllare il comportamento di decine di migliaia di persone. Come ha sintetizzato un delegato dell’Usb durante una conferenza stampa a Bologna, i sindacalisti non sono in piazza per fare “i poliziotti delle vetrine“. Non significa, però, che la mobilitazione sia lasciata all’improvvisazione. “Chiediamo che chi viene alla manifestazione si riconosca nelle ragioni e anche nelle modalità della manifestazione”, sottolinea Lutrario. Nelle settimane precedenti, spiega, sono state organizzate numerose assemblee territoriali, durante le quali le diverse realtà coinvolte hanno discusso le modalità di partecipazione. Una preparazione condivisa, con l’obiettivo di evitare comportamenti estranei alle ragioni della protesta.

Resta però il timore delle provocazioni. E su questo Lutrario è molto duro: “Le questure spesso hanno un po’ questo atteggiamento. Come se ci fosse il bisogno di evidenziare gli episodi di tensione per poter concentrare l’attenzione su questo e nascondere le ragioni della protesta – sostiene -. Mi sembra che ci sia fame di scontri. E non di rispondere alle richieste economiche e sociali. L’importante è che non si cerchino episodi anche lì dove non sono previsti”. Il sindacalista ribadisce, in ogni caso, che l’Usb non ha alcuna intenzione di favorire incidenti. Un precedente importante è quello del 22 settembre 2025, quando uno sciopero generale proclamato dall’Usb portò in piazza migliaia di persone in diverse città italiane. In quell’occasione, ricorda Lutrario, l’attenzione del governo si concentrò soprattutto sugli scontri avvenuti alla stazione di Milano, nonostante le altre manifestazioni si fossero svolte pacificamente. “Era strano che in una sola città ci fossero stati degli episodi di tensione”, osserva, sostenendo che sarebbe stato opportuno interrogarsi anche sulla gestione dell’ordine pubblico da parte della Questura. La speranza del sindacato è che non si ripeta lo stesso schema, per cui la protesta pacifica di decine di migliaia di persone finisce per essere raccontata esclusivamente attraverso gli incidenti avvenuti in una singola piazza.

L’Usb conta però che sia proprio la partecipazione di massa a scoraggiare eventuali comportamenti violenti. “C’è una crescente richiesta di informazioni da parte di lavoratori, anche di quelli che non appartengono al sindacato, o che non hanno mai scioperato. Poi ci saranno i giovani, protagonisti delle mobilitazioni delle ultime settimane, e agricoltori e autotrasportatori, reduci dalle proteste contro il caro carburanti. Questa lotta mette insieme molte anime. Persino cittadini che in passato hanno votato per Giorgia Meloni“, commenta. Nemmeno il nuovo pacchetto sicurezza e la precettazione dello sciopero dei trasporti sembrano aver scoraggiato la mobilitazione. “Le persone sono scese in piazza, soprattutto i giovani – ricorda – nonostante il clima di tensione delle ultime settimane”. Per questo, prevede che la protesta sia destinata a crescere: “Più il governo insiste con questa modalità e più si ficca in una situazione complicata”. Poi conclude: “In ogni caso siamo abituati alle provocazioni, in Italia il clima è questo da sempre, ma nulla ci distoglierà dal continuare la mobilitazione”.

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Sorrento, campagna per screditare il cronista del Fatto: quattro indagati per associazione a delinquere e diffamazione

La Procura di Torre Annunziata lo scrive senza mezzi termini: la campagna diffamatoria contro un collega del Fatto non era un passatempo, ma un’organizzazione volta a screditarlo e silenziarlo. Il pm Marta Agostini ha chiuso le indagini su quattro persone, accusate di associazione per delinquere finalizzata alla diffamazione e agli atti persecutori ai danni di Vincenzo Iurillo, giornalista di questo giornale e persona offesa, e di altri soggetti “operanti nella vita istituzionale, amministrativa, professionale e imprenditoriale della penisola sorrentina“. L’avviso è del 7 ottobre.

Il capo, secondo l’atto, è Michelangelo Scannapieco. Coordinava le campagne, sceglieva i bersagli e distribuiva il materiale agli altri: post, reel, fotomontaggi, striscioni. Accanto a lui c’è Gaetano Milone, che la Procura descrive come direttore o comunque responsabile dei contenuti del sito “Lo Strillo della Penisola” e del settimanale “Sireon7/Sireneo”. Scannapieco e Luigi Vizioli sono, secondo l’atto, referenti territoriali dell’associazione “Mani Pulite”, il cui fondatore e presidente è Andrea Cretella.

L’associazione avrebbe prestato il proprio nome per accreditare il gruppo come impegnato nella legalità. Secondo l’atto, Scannapieco azionava le campagne diffamatorie “in coincidenza con controlli amministrativi, inchieste giornalistiche, denunce o iniziative giudiziarie delle persone offese, in particolare nei confronti dei soggetti che si occupavano delle sue vicende processuali o dei suoi abusi edilizi o ne contrastavano le sue iniziative”.

La parte più concreta riguarda i giornali. Il sito de “Lo Strillo”, scrive la Procura, usciva ogni giorno con firme, rubriche e fotografie, senza essere mai registrato al tribunale competente: un giornale vero nell’aspetto e finto nella sostanza. Poi c’è il settimanale Sireon 7. Dopo la diffida a non procedere, notificata il 16 luglio 2025, e la revoca dell’incarico di direttore, comunicata il 21 luglio, la testata avrebbe cambiato nome in “Sireneo” e dal primo agosto sarebbe uscita come “in attesa di registrazione”, al prezzo di un euro.

Poi vengono i post, e il linguaggio è quello che l’atto riporta. Il 3 maggio 2025 Milone, sul sito, definisce il giornalista “calunnioso e vigliacco” e “millantatore”. Vizioli lo chiama “cialtrone”, “psicopatico”, “menzognero”, e lo accusa di aver venduto il lavoro “in cambio di una pizza”. Il 28 aprile 2025 Scannapieco pubblica un reel sulla struttura “Gocce di Capri”, con la scritta “Gocce di Capri abusive” e un messaggio al “caro direttore”, prospettando di segnalare Iurillo ai vertici del giornale.

Il 7 luglio 2025 scrive una PEC alla presidente e amministratrice delegata della Società editoriale Il Fatto (Seif), Cinzia Monteverdi, e al direttore Marco Travaglio, accusando Iurillo di “stillicidio mediatico”. Da giugno al 20 luglio 2026, secondo l’atto, Scannapieco ha pubblicato almeno quattordici post contro di lui: “fallito di successo”, “rifiuto speciale”, “speculatore seriale”, con l’accusa di vivere con i soldi della camorra. Parole degli indagati, non fatti.

Il contesto è quello del “Sistema Sorrento”. L’ex sindaco Massimo Coppola è stato arrestato nel maggio 2025. La commissione d’accesso, insediata nel marzo 2026, ha proposto lo scioglimento del Comune per infiltrazioni camorristiche; il governo ha deciso per prescrizioni. Il 18 agosto 2025 il Fatto ha raccontato un rapporto della segretaria generale Candida Morgera: minacce web a lei e all’avvocato comunale Donatangelo Cancelmo, impegnati nei controlli anticorruzione e antibusivismo.

Il 30 giugno 2026 Iurillo firmava un articolo sui verbali del “Sistema Sorrento”: testimonianze rese ad aprile da Candida Morgera e Donatangelo Cancelmo, secondo cui l’ex sindaco e alcuni consiglieri avevano rapporti con un pregiudicato indicato con le iniziali “M.S.”, che l’articolo indicava come una delle concause della richiesta di scioglimento.. Sono dichiarazioni, non accertamenti.

Il bersaglio era anche la fonte. Secondo l’atto, dopo l’intervista di Iurillo a Sant’Agnello al procuratore di Napoli Nicola Gratteri, il 3 luglio 2026, il gruppo pubblicava il messaggio “Gratteri ‘o sape”: “Gratteri, Conte e Travaglio verranno informati di tutta la verità”. Secondo la Procura serviva a dire che il giornalista non era credibile.

Poi c’è la scena di Amalfi. Il 7 luglio 2025, durante un evento della rassegna letteraria organizzata da Iurillo, Cretella dichiara di avere ricevuto le denunce di Iurillo “nella buca delle lettere”, e gli rivolge l’espressione “ti devo togliere la casa“. Secondo l’atto, era rivolto a Iurillo.

Le accuse toccavano anche i soldi. Scannapieco sosteneva che Iurillo chiedesse gratis sale e servizi a ristoranti, pizzerie e locali, e una sala e 8.000 euro alla Fondazione Sorrento per la presentazione di un libro. Diceva che un appartenente alle forze dell’ordine gli avesse riferito che Iurillo aveva promesso di “fargliela pagare” per l’esposto sul Gocce. L’atto invece non attribuisce a Iurillo alcun illecito: le accuse contro di lui restano affermazioni degli indagati.

Il metodo, secondo la Procura, era la ripetizione: le stesse accuse tornavano da più profili e passavano da una testata all’altra. La campagna prospettava anche l’esistenza di dossier sulla persona offesa, e pubblicava articoli che la presentavano come “figlio di un camorrista”. Secondo l’atto stesso, Iurillo ha dovuto modificare le proprie abitudini di vita: ridurre la vita sociale e le occasioni conviviali, tenere riservati i luoghi frequentati e le relazioni personali, per il timore di ritorsioni.ha colpito anche il lavoro del cronista.

Il giornalista ha rassegnato le dimissioni dall’incarico di direttore artistico del Festival internazionale del giornalismo e del libro d’inchiesta, l’8 agosto 2026, e che la sede del festival non è più individuata a Massa Lubrense. Le prime tre edizioni, dal 2021 al 2023, si tennero sulla terrazza del Gocce di Capri, a Massa Lubrense, la struttura presa di mira dalla campagna. Dal 2024 in poi, la rassegna si trasferì nelle piazze pubbliche della costiera, fino al 2025 anche a Massa Lubrense. Nel 2026 gli eventi “itineranti” sono stati undici. Tra gli ospiti: Ranucci, Gratteri, De Magistris, Orsini, Di Battista e Francesca Albanese. Iurillo teme che la rassegna chiuderà, proprio per le minacce subite.

Il 3 e il 4 ottobre 2026, alla vigilia dell’udienza del 9 ottobre del processo in cui Vizioli è già imputato di stalking contro Iurillo, Scannapieco pubblicava nuovi post con “false e tendenziose allusioni” alla persona offesa. A fine settembre 2026 Scannapieco scriveva che il giornalista “sarebbe cresciuto” con i soldi della malavita, e lo invitava a tacere.

Un altro processo è già arrivato a sentenza. Il 16 luglio 2026 il giudice di Torre Annunziata ha condannato a due anni e otto mesi Salvatore Langellotto, imprenditore con precedenti per camorra, per atti persecutori ai danni dello stesso Iurillo.

Che cosa dicono gli indagati? Al momento non risulta una replica pubblica dei quattro. Questi hanno venti giorni dalla notifica per presentare memorie, chiedere atti o farsi interrogare. Poi il pubblico ministero deciderà se chiedere il rinvio a giudizio.

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I deliri di Andrea Sempio nei video choc inediti mostrati in tv: “Lo stupro è una strategia di riproduzione accettata e voluta dalla natura”

La solitudine, le frasi motivazionali, ma soprattutto il suo rapporto con l’universo femminile e l’interesse per la letteratura sugli stupri. È vasto il materiale emerso dagli hard disk di Andrea Sempio e che è stato considerato di interesse investigativo dagli inquirenti. Nelle ultime ore alcuni di questi filmati sono finiti in tv, a partire da “Verità nascoste” e “Ore 11” di Milo Infante, su Rete 4 e, questa mattina, anche a “Storie italiane”, su Rai 1. Video che contengono frasi deliranti anche di apologia dello stupro.

“Sai amico mio, tu hai fatto tante cose in vita tua, alcune neanche le possiamo dire”, dice Sempio a se stesso in un video del 2015 in cui “appare visibilmente ubriaco”. In auto, nella propria camera o per strada: negli anni il 38enne si è spesso ripreso mentre parlava a se stesso in veri e propri soliloqui. In una clip trasmessa dalle trasmissioni di Infante, Andrea Sempio dice di essersi innamorato di un coltello, in altre invece parla in questi termini del sesso femminile: “C’era una ragazzina davanti a me, che ho avuto diverse occasioni di aprirla e non ho aperto, non ci ho fatto assolutamente niente perché sono un co*****e. Questa è una cosa che voglio che cambi e da domani vediamo di metterci sotto, con le missioni e tutto e vediamo come va. Sarà un po’ un casino trovare il tempo, le donne e tutto il resto però vediamo”. In macchina, commentando un tentato approccio con una donna: “Potevo fare meglio, potevo trattare meglio quella lì perché era gioiosa e un po’ mi dispiace. Forse avrei potuto essere più sessuale con quella ragazzina”. E in un altro ancora si incita così: “È vero che Garlasco non offre tantissime opportunità, tantissimi set, però domani apri, se no prendi la macchina e vai da qualche parte, ma una la apri, è chiaro? Domani un’apertura, almeno una”.

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Targhe personalizzate, le opposizioni all’attacco. Conte: “Il governo ha già scelto la sua: carovita, me ne frego”

“Il Paese chiede soluzioni” ai problemi reali e Meloni “parla di personalizzazione delle targhe di automobile“. Pioggia di critiche al governo dai partiti di opposizione dopo la novità rilanciata dalla presidente del Consiglio durante la conferenza stampa di presentazione della Manovra. “Ci si potrà sbizzarrire”, commenta Giorgia Meloni affidandosi alla “creatività” degli italiani per provare a fare un po’ di cassa: 600 euro per le targhe personalizzate dall’auto e 360 euro per quella delle moto.

Dal campo progressista il giudizio è unanime. “Il governo arriva all’ultimo Cdm senza decreto bollette e propone agli italiani la targa personalizzata a pagamento”, commenta sui social Giuseppe Conte. Il leader del Movimento 5 stelle punta il dito contro l’Esecutivo: “Non hanno capito dove siamo fra guerre e le loro disastrose firme sul Riarmo e sui patti di austerità europei: salari reali a -10% in cinque anni, tre anni di crollo industriale, boom di cassa integrazione, carburante sopra i 2 euro da mesi e mesi, record di pressione fiscale”. Per Conte “la manovretta elettorale è una lotteria di micromisure per microplatee. Se sei fortunato, dopo lo slalom tra i vari requisiti, raccogli qualche briciola“. “Per le armi 4,5 miliardi in più nel 2027, per la sanità 2,5: la metà di quanto chiesto dallo stesso Ministro e dalle Regioni”, ricorda il leader M5s. “Permettono agli italiani di personalizzare la targa, la loro l’hanno già scelta: “Carovita, me ne frego“, conclude Conte pubblicando anche una foto creata con l’intelligenza artificiale.

“Sembra uno scherzo, ma è tutto vero”, rilancia Debora Serracchiani, deputata dem e componente della segreteria nazionale del Pd. “Ecco quanto sono lontane le priorità del Governo dai problemi reali degli italiani. Da una parte, il Paese reale: cittadini e cittadine, famiglie, imprese, che chiedono risposte all’inflazione, al caro energia, al caro carburanti, agli stipendi fermi. Dall’altra, una presidente del Consiglio che invece di dare risposte parla di personalizzazione delle targhe di automobile. Ogni giorno che passa diventa più evidente una cosa: la propaganda non può mascherare all’infinito la loro totale incapacità“, conclude Serracchiani.

Per Nicola Fratoianni “la manovra del governo Meloni è l’ennesima e imbarazzante manovra a sbafo, che lascia i debiti a chi verrà dopo”. L’esponente di Alleanza Verdi-Sinistra sottolinea che “in questo modo Meloni guadagna tempo indebitando il Paese e rinvia il momento in cui i nodi verranno al pettine. Insomma, se ne lavano le mani e fanno lo scaricabarile su chi verrà dopo di loro. In compenso però, gli italiani potranno tirare fuori 600 euro di tasca propria per ‘sbizzarrirsi’ con le targhe personalizzate. Almeno quei pochi che non devono usare quei soldi per mettere il pranzo in tavola, curarsi o pagare affitto e bollette…”, aggiunge. “Lo dico senza mezzi termini così magari questa volta lo capiscono a Palazzo Chigi: il vostro governo ha fallito. Non siete in grado di dare risposte al Paese. E questa manovra lo dimostra. Fatevi da parte e permetteteci di restituire speranza e futuro all’Italia”, conclude Fratoianni.

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“Signora lo dice a sua sorella”. Lite furiosa tra Matone e Bruti Liberati su La7, tra urla, risate e minacce di abbandonare lo studio

Scontro al fulmicotone a L’aria che tira (La7) tra Simonetta Matone, deputata di Forza Italia, ex leghista ed ex magistrata, ed Edmondo Bruti Liberati, già procuratore capo di Milano ed ex presidente dell’Associazione nazionale magistrati. Tra urla, battibecchi, accuse reciproche e involontari siparietti comici, la discussione degenera fino all’ultimatum della parlamentare al conduttore David Parenzo: “O gli togliete l’audio o vado via. Deve stare zitto!”.
Il motivo del contendere è la scarcerazione di Youssef Siher, decisa dalla gip di Milano Tiziana Landoni. Bruti Liberati, in collegamento, contesta duramente l’attacco di Giorgia Meloni: “Le parole del presidente del Consiglio, con questo insulto a un giudice, sono incommentabili”. E aggiunge che il riferimento al terrorismo contenuto nel provvedimento della Procura di Milano era talmente infondato che la gip lo ha liquidato in pochissime pagine.
Matone comincia a borbottare e a interromperlo. L’ex procuratore la richiama: “No, signora, stia attenta alle parole”.

Apriti cielo: la parola “signora” scatena la prima crisi diplomatica della trasmissione.
“Lei mi deve chiamare onorevole o dottoressa – protesta Matone – perché sono una sua collega. Non signora, perché se ero maschio lei non mi chiamava signore, ma dottore onorevole”.
Bruti Liberati, per nulla impressionato dal protocollo parlamentare, replica: “No, io chiamo tutti signore o signori”.
Ma Matone insiste: “Non credo proprio, la conosco. Signora lo dice a sua sorella e non a me“.

L’ex procuratore tenta allora di tornare al tema della discussione e illustra le motivazioni con cui la giudice Landoni ha escluso la sussistenza dei presupposti per la misura cautelare richiesta nei confronti di Siher: “Il giudice non ha convalidato il fermo perché l’istigazione a delinquere non c’è stata. La gip ha applicato scrupolosamente i principi della Cassazione e della Corte costituzionale. Non c’è stata istigazione a delinquere neanche nella diffusione di quella parte del manuale egiziano, perché la parte che incitava alla violenza non è stata riportata”.

Matone riprende la parola e muove a Bruti Liberati un’accusa singolare: “Il dottor signor Bruti Liberati, in primis, non si dissocia dagli accadimenti del 17 dicembre“.
A intervenire è Maurizio Acerbo, segretario nazionale di Rifondazione Comunista: “Dissociarsi dal 17 dicembre è un po’ difficile”.
La deputata si corregge, ma Bruti Liberati sbotta: “Ma da cosa mi devo dissociare? Ma stiamo scherzando, onorevole? Ho fatto il procuratore capo di Milano per una vita!”.
“Lo ha fatto male, evidentemente!”, ribatte Matone.
“Ho mandato a giudizio terroristi dell’Isis – rilancia il magistrato – E sono stati condannati! Ma di cosa parliamo?”.

La deputata cambia bersaglio e gli rimprovera di avere definito “volgare” il capo di imputazione formulato dalla Procura di Milano, ricordandogli che l’ufficio giudiziario “non è esattamente il pizzicagnolo sotto casa”.
Bruti Liberati cerca di replicare: “No, no, signora! Ascolti!”. Ma è un’altra “signora” di troppo.
“Lei deve stare zitto! Io vado via! – esplode Matone – Perché la prepotenza di certa magistratura la sta dimostrando lui, che non sta zitto!”.
L’ex procuratore scoppia a ridere, Matone torna ancora una volta sulla mancata dissociazione dagli “accadimenti del 17 ottobre”.
“Mi dissocio anche dall’assassinio di Umberto I, se vuole“, ribatte ridendo Bruti Liberati.
Matone si rivolge direttamente a Parenzo e detta le condizioni per proseguire la trasmissione: “Ma lo vede? O gli togliete l’audio o vado via! Deve stare zitto!“.

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Sciopero 30 ottobre, dopo la precettazione dei trasporti Trenitalia e Trenord annunciano che la circolazione sarà regolare

Doveva essere un venerdì nero per i trasporti, ma la situazione sembra rientrata. Per quanto riguarda le mobilitazioni di domani 30 ottobre, è stata disposta la precettazione nel settore dei trasporti che ha portato al differimento dell’astensione dal lavoro nel settore. Trenitalia e Trenord confermano la regolare programmazione dell’attività ferroviaria dalle dalle ore 21 di giovedì 29, alle ore 21 di venerdì 30 ottobre, orari di inizio e fine dello sciopero indetto da Usb. I treni viaggeranno pertanto secondo il normale orario di servizio, senza le modifiche previste in caso di sciopero. Anche se il sindacato ha annunciato l’intenzione di disobbedire alla precettazione, per cui non possono essere escluse adesioni individuali.

Il gruppo Fs ha annunciato regolare circolazione ferroviaria il 29 e 30 ottobre. A seguito dell’ordinanza del ministero delle Infrastrutture e dei trasporti (n. 204 T del 27 ottobre 2026), il Gruppo Fs conferma quindi la regolare programmazione dei collegamenti ferroviari dalle ore 21 di giovedì 29 ottobre alle ore 21 di venerdì 30 ottobre. I treni viaggeranno pertanto secondo il normale orario di servizio, senza le modifiche previste in caso di sciopero. Comunque i viaggiatori sono invitati a consultare l’app Trenitalia, la sezione Infomobilità di trenitalia.com e i canali di informazione e assistenza nelle stazioni per eventuali aggiornamenti sulla circolazione.

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Verso lo sciopero del 30 ottobre, le voci: “Siamo stanchi di scappare dall’Italia perché non ci danno risposte”. “Quando neanche con doppi turni e straordinari arrivi a fine mese non puoi stare a guardare”

“Non arriviamo più alla fine del mese“. È da qui che parte la mobilitazione del 30 ottobre, quando le piazze di diverse città italiane saranno animate dallo sciopero generale promosso dall’Usb. A scendere in strada saranno persone con storie ed età diverse, unite dalla difficoltà ad affrontare il costo della vita, dalla precarietà del lavoro e dalla sensazione di non avere davanti prospettive migliori. C’è chi ha già manifestato nei weekend scorsi e tornerà a farlo, chi non era mai sceso in piazza e chi, dopo una vita in fabbrica, si è ritrovato senza lavoro.

Marco, 24 anni, di Bologna, è tra quelli che torneranno a manifestare dopo aver partecipato alle mobilitazioni dei fine settimana scorsi. La sua è la rabbia di una generazione che studia, affronta tirocini pagati poche centinaia di euro e poi fatica a trovare un impiego stabile. “Siamo stanchi di studiare e arrivare a fare stage con un rimborso di 500 euro e, finiti questi, non essere assunti. Poi ci dicono che non vogliamo lavorare”. A pesare sono anche i sacrifici delle famiglie, che spesso non bastano a garantire ai figli una vita autonoma. “Sono stanco di vedere i miei genitori privarsi di ogni cosa per mantenerci e farci studiare, per poi scoprire che neanche grazie a quei sacrifici riusciamo ad avere una vita sostenibile”. Per questo domani sarà di nuovo in piazza: “Siamo stanchi di dover scappare dal nostro Paese, perché ha deciso di non darci nessuna risposta. Noi vogliamo un presente e un futuro, mentre qua ci dicono solo di non protestare”.

Anche Karim, 22 anni, di Milano, ha partecipato alle piazze dei weekend scorsi e domani tornerà a manifestare. Racconta che la presenza delle forze dell’ordine era tale da far sembrare che i manifestanti volessero conquistare le strade. “Sembrava che dovessimo conquistare la città, sembrava di essere in qualche Paese sotto dittatura. Invece abbiamo protestato in modo spontaneo, con un corteo di gente che chiedeva il minimo: una vita migliore“. Ma il punto, per lui, è che il racconto delle proteste finisce spesso per mettere in secondo piano le ragioni di chi scende in strada. “Non ne possiamo più che ogni cosa venga usata per distrarre dai problemi reali: dalle vetrine rotte ai maranza, tutto è buono per parlare. Per settimane si è parlato soltanto delle violenze, mentre il Paese si fermava, il costo di tutto aumentava e intere categorie si mobilitavano. Il governo pensava a reprimere la protesta, spendendo soldi per militarizzare le strade, e continua a lanciare allarmi sulle piazze del 30 ottobre”. Eppure, insiste, ci sarebbe altro di cui discutere: “Perché non si parla delle famiglie che sono il motore di questo Paese, che muovono la logistica, raccolgono frutta e verdura, guidano gli autobus? E nonostante questo non ci interessa che non arrivano a fine mese, che decidono se devono curarsi o mangiare. Continuare a manifestare è obbligatorio davanti a questa situazione”.

Per Francesca, 27 anni, commessa in un negozio a Roma, la manifestazione di domani sarà invece la prima. “Prima di oggi non avevo mai manifestato, né credevo che l’avrei fatto. Ma quando neanche con i doppi turni e gli straordinari riesci ad arrivare a fine mese, capisci che non puoi stare a guardare e che bisogna fare qualcosa”. Francesca non sa se protestare basterà a cambiare le cose, ma vuole che almeno si torni a parlare di come si vive nel Paese. “Se scendere in piazza potrà alzare l’attenzione su come ormai si vive in questo Paese, vorrà dire che sarò felice di essermi sbagliata, che manifestare non funziona”. C’è anche un’altra ragione per esserci: “Sarò nella piazza pure per non sentire che sono l’unica con l’acqua alla gola e che un’uscita comune può esserci”.

A Torino ci sarà Alessia, 26 anni, che ha studiato, preso master e un dottorato, ma oggi deve fare due lavori. “In questo Paese puoi avere tutti i titoli che vuoi, ma un futuro non c’è”. A pesare, dice, sono anche le misure economiche annunciate dal governo. “Sentiamo una presidente che dice che aiuterà i giovani, ma 2.500 euro, se vorrà il proprio capo, in un anno come ci dovrebbero aiutare? Manca proprio la realtà. Scendere in piazza è il nostro chiedere un disperato aiuto verso una politica che non ci considera”.

A Brescia manifesterà anche Michele, 55 anni, che ha lavorato per tutta la vita in fabbrica. Due mesi fa l’azienda per cui lavorava ha annunciato la chiusura. “Ci dicevano che ormai la gente non spendeva e quindi non aveva senso produrre”. Da un giorno all’altro si è ritrovato senza stipendio, con la cassa integrazione e una famiglia da mantenere. “Già prima facevamo difficoltà ad arrivare alla fine del mese. Ma ora tra benzina, costo del cibo e dell’elettricità non so come arrivare a fine mese”. Michele contesta le scelte di un governo che, a suo giudizio, continua a premiare i più ricchi. “Ma come possiamo farcela? Come fanno a dirci che non dobbiamo scendere in piazza e protestare?”. La sua preoccupazione va oltre la situazione personale: “Questa non può essere la nostra vita né può essere quello che stiamo lasciando ai figli. Non ci meritiamo questo”.

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Milano e le manifestazioni del 30 ottobre, allerta massima: diverse piazze di studenti e centri sociali. Impegnati centinaia di agenti

L’obiettivo è quello già visto: mettere in atto più concentramenti e più piazze di partenza per poi riunire i vari cortei. Venerdì è sciopero generale e se in altre città c’è più tranquillità rispetto alla gestione dell’ordine pubblico, a Milano l’allerta è massima. Se non altro per i fatti avvenuti nei giorni scorsi. A partire dai saccheggi e dalle devastazioni del 17 e 18 ottobre. Uno scenario che non è escluso possa ripetersi, anche se gli analisti tendono a escludere presenza di casseur del tipo di quelli visti in piazza Duomo. Resta invece forte il rischio di scontri con le forze dell’ordine vista la possibile presenza di gruppi sciolti di marca anarcoide. Uno degli obiettivi non detti potrebbe essere quello di occupare le tangenziali come già avvenuto in passato e durante la manifestazione dei 100mila contro il genocidio in Palestina. Al momento sono due i concentramenti resi ufficiali. Uno di questi sarà in piazza Leonardo da Vinci davanti al Politecnico, meta raggiunta lo scorso 24 ottobre dal corteo spontaneo che ha contato oltre diecimila persone. Qui per le 9,30 sono attesi una parte dei centri sociali e dell’area antagonista, in parte rappresentata dal centro sociale Lambretta. In piazzale Loreto è previsto poco prima un pre concentramento di alcuni collettivi studenteschi (altri partiranno da Piazza Leonardo da Vinci) che si sposteranno poi in piazza Duca D’Aosta per il concentramento principale e si riuniranno con i lavoratori assieme all’unità sindacale di base (Usb).

Per come è stato comunicato il corteo che parte dietro l’Usb in Stazione Centrale dovrebbe proseguire su via Vitruvio svoltare a destra su Corso Buenos Aires, arrivare in piazzale Loreto e proseguire lungo via Padova verso il parco Martiri della libertà iracheni nella zona della Martesana. Di contro da piazza Leonardo da Vinci si rimonterà viale Gran Sasso, viale Abruzzi per ricongiungersi poi in piazzale Loreto con il primo corteo. Naturalmente la logistica prevede un cerchio rosso, quando il primo corteo imboccherà Corso Buenos Aires, unico strada verso il centro, comunque vietato, arrivando poi in piazzale Loreto. Qui potrebbe crearsi forti criticità. Non vengono poi nemmeno sottovalutati i proclami online che per tutta la giornata si sono rincorsi per portare i manifestanti, attesi in oltre diecimila, a occupare le tangenziali.

In campo, dopo la riunione con il questore Bruno Megale, l’ordinanza siglata prevede un dispiegamento massiccio di centinaia di agenti, affiancati, ma senza compiti di ordine pubblico, dai cinquecento militari della Folgore.

Se è molto improbabile assistere alle scene del 17 e 18 ottobre, di certo lo sciopero generale contro il carovita e in generale contro il governo Meloni, è molto sentito soprattutto dagli studenti e dai relativi collettivi. Un appuntamento fondamentale, come era già stato definito durante un’assemblea pubblica del 20 ottobre alla quale hanno partecipato buona parte dei collettivi di Milano e dell’hinterland. Resta, come sempre, un grosso punto di domanda la miccia anarchica e quella antagonista. Di certo sui profili Telegram di area anarchica, la mobilitazione per il 30 ottobre è rilanciata da giorni, ad esempio sul profilo Tutto Squat Milano che già aveva anticipato il corteo anarchico per il 24 ottobre, poi annullato. Una saldatura tra mondo anarchico e realtà antagonista può essere rappresentato dal Centro occupato e autogestito T28 in via dei Transiti, il quale, sui suoi profili social non sembra avere mezze misure, tanto da annunciare la scelta di piazza per il 30 ottobre con questa frase: “Senza tregua, senza contrattare, blocchiamo tutto insieme”.

La foto d’archivio

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