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Un italiano sul tetto del mondo del cioccolato

Anche il cioccolato ha il suo campionato mondiale e quest’anno il suo vincitore parla italiano: Tommaso Grollero, trentatrenne di Mondovì, ha vinto il World Chocolate Masters 2026, la più importante manifestazione del settore, la più dura e la più ambita. La proclamazione è arrivata alla Handelsbeurs di Anversa, al termine di due giornate di gara fra quindici concorrenti internazionali. Il cioccolatiere italiano ha conquistato anche i riconoscimenti Best Taste e Best Design, precedendo sul podio il cinese Lyu Haoran e il giapponese Keita Koshimizu.

Il titolo torna così in Italia tredici anni dopo il successo di Davide Comaschi, vincitore nel 2013. Grollero, originario di Mondovì, è responsabile dell’area cioccolateria di DaV Pastry Lab, il laboratorio produttivo di Da Vittorio. Con Comaschi condivide il lavoro e la preparazione alle competizioni, «collega e amico».

Ad Anversa i concorrenti hanno affrontato quattro prove sul tema Play & Taste, dedicate a cioccolatini, scultura, pasticceria fresca e regalo al cioccolato. Fra i lavori di Grollero, The Invisible traduce in una costruzione di cioccolato un’illusione ottica: l’immagine cambia secondo il punto dal quale viene osservata. Nella motivazione, il presidente della giuria Amaury Guichon ha sottolineato la capacità dell’italiano di unire gusto, precisione tecnica e visione creativa, mantenendo continuità nelle diverse prove.

Il lavoro necessario per arrivare alla finale lo ha raccontato Alice De Luca in un lungo reportage per il Post: nel laboratorio di Dalmine, in provincia di Bergamo, Grollero aveva riprodotto esattamente la postazione che avrebbe trovato in Belgio: stessa lunghezza del tavolo, stessa distanza fra forno e bancone, un armadio da trasferire direttamente sul luogo della competizione. Le vetrate erano diventate lavagne sulle quali annotare ingredienti, preparazioni e scadenze. Per mesi aveva modellato e assemblato una scultura, per poi scioglierla e ricominciare. Ripetere serviva a migliorare l’esecuzione, ridurre i tempi, anticipare gli imprevisti. Al Post raccontava giornate iniziate intorno alle 6.15 e proseguite almeno fino alle 20, insieme a due collaboratori, custodendo le creazioni che avrebbe presentato alla giuria.

Il cioccolatiere è ben consapevole di quanto contassero la formazione, lo studio e il confronto con altri professionisti e ricorda l’aiuto del gruppo Da Vittorio, che gli ha garantito tempo, spazio e materie prime per allenarsi, e quello delle persone del suo reparto. La gara è stata un’occasione per cercare nuove soluzioni, con una preparazione che richiede creatività e capacità di restare concentrati sotto pressione.

Una disposizione riconoscibile già dieci anni fa, nelle risposte date a WorldSkills Piemonte nel settembre 2016. Allora Grollero raccontava i tirocini da Selmi e Guido Gobino, la scelta di diventare pasticcere a undici anni e le prove ripetute per sviluppare ricette personali. Ai concorsi cercava anzitutto un confronto: «Sono arrivato cercando più dei colleghi che degli avversari». Del mestiere amava «la possibilità di rendere materiale un’emozione!».

Quella di Anversa è stata anche la prima finale mondiale fuori da Parigi. Il forte legame della città con il cioccolato la porta fra i centri internazionali del settore, che continuerà a rappresentare anche dopo la gara. Le sculture realizzate durante il concorso saranno infatti esposte al museo Chocolate Nation, vicino alla stazione centrale. Anche The Invisible, dopo mesi di costruzioni e fusioni in laboratorio, avrà un pubblico oltre quello della finale.

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Il fumetto che insegna ai più piccoli il valore del cibo

A spiegarlo è un procione. Simpatico, curioso, con un’idea precisa: il cibo che finisce nella spazzatura si può salvare, e per farlo bastano soluzioni creative alla portata di tutti. È lui il protagonista di Food reboot. Disegna una nuova vita per il cibo, il fumetto che Mani Tese presenta al Lucca Comics & Games, nella sezione Lucca Junior, per tutti i giorni della fiera.

Per l’organizzazione non governativa, attiva dal 1964 sui temi della giustizia sociale, economica e ambientale, il fumetto è un modo diverso di parlare di cibo. Dietro le tavole ci sono due autori che allo stand incontreranno il pubblico: Simona Cordero, illustratrice e tatuatrice, già firma di diversi albi illustrati per l’infanzia, e Piergiorgio Idà Lojercio, sceneggiatore, fumettista e concept designer. Accanto alla presentazione, Mani Tese organizza laboratori per le scuole e porta a Lucca una versione in miniatura del Cirque du Soil, uno strumento interattivo che usa l’immaginario del circo per raccontare le fragilità del sistema alimentare globale e l’importanza del suolo e della sua biodiversità. Lo stand si trova all’interno del padiglione Real Collegio.

La scelta di rivolgersi ai più giovani non è casuale, perché i numeri dello spreco in Italia restano pesanti. Ogni giorno ciascuno di noi getta in media poco più di settantanove grammi di cibo. Lungo l’intera filiera, dai campi alle tavole, si arriva a cinque milioni di tonnellate di alimenti buttati ogni anno, per un valore di oltre 13,5 miliardi di euro. E più della metà di questo spreco avviene in casa, tra frigoriferi troppo pieni e dispense dimenticate.

A sorprendere è soprattutto il dato generazionale. Secondo l’Osservatorio Waste Watcher International, la Generazione Z, nata tra il 1997 e il 2012, è quella che spreca di più: 799 grammi di cibo a settimana a testa. La causa principale non è la mancanza di sensibilità, ma una cattiva organizzazione: una spesa fatta senza programmare, porzioni sbagliate, scadenze che sfuggono. È proprio su queste abitudini quotidiane che un racconto per bambini può incidere, prima che diventino comportamenti radicati.

Il fumetto è parte di un lavoro più ampio. Con il progetto Rebooting the food system, Mani Tese porta avanti attività di sensibilizzazione che invitano a riflettere su come produciamo, distribuiamo e consumiamo il cibo, e su quali conseguenze queste scelte abbiano sulle comunità e sull’ambiente. È lo stesso filo che lega il lavoro dell’organizzazione in Africa, Asia e America Latina, dove promuove sovranità alimentare e agroecologia, alle attività di educazione alla cittadinanza globale che svolge nelle scuole italiane.

A Lucca, tra cosplayer e anteprime editoriali, l’obiettivo è semplice e ambizioso insieme: far capire ai più piccoli che ciò che finisce nel loro piatto – o nel bidone – è legato alle grandi sfide del pianeta. E che cambiare strada è possibile, a partire da casa propria.

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Le indagini su Youssef Siher devono ancora provare che c’è di più e di peggio

Da una settimana il governo ha una regola semplice per le piazze: chi rompe paga, e se è minorenne pagano i genitori. Per le redazioni nessuno ha pensato a nulla di simile, eppure sulle prime pagine le reputazioni si rompono con la stessa disinvoltura con cui a Milano si sfondano le vetrine.

Vale anche quando a subire la sassaiola degli articoli è un personaggio come Youssef Siher, trentenne bresciano, ricercatore con dottorato e giornalista freelance, fermato il 24 ottobre come amministratore del canali social del Movimento 17 ottobre. In poche ore è diventato la «mente» del movimento, poi il «capo e ideologo dei maranza», in un titolo che si apriva con due parole: «origine marocchina». Il suo gruppo Telegram, però, è nato alle 19.58 del 18 ottobre, a saccheggi conclusi. La procura descrive i devastatori come giovani «profondamente eterogenei», in gran parte minorenni, «non appartenenti a gruppi o associazioni politiche o d’area», e ammette che nei messaggi «non vi sono diretti riferimenti» a devastazioni o saccheggi. C’è chi l’ha definito un «capo postumo». Il regista è arrivato dopo il film.

Damiano Aliprandi, il cronista giudiziario più preparato e attendibile che abbiamo, subito dopo l’arresto aveva denunciato la «vergognosa analisi» di Siher sul 7 ottobre: «Definisce la mattanza di Hamas, con oltre milleduecento morti e i rapiti, “un atto rivoluzionario di decolonizzazione”. Lo chiama “atto di liberazione”. E se la prende con chi, a sinistra, prova almeno a condannare la strage dei civili: secondo lui quella condanna morale è uno sguardo occidentale che depotenzia “la portata rivoluzionaria dell’atto”».

Qualche giorno dopo Aliprandi ha letto il provvedimento, le imputazioni e le richieste, e ne ha scritto su Facebook. Ha richiamato la teoria cospiratoria della società di Karl Popper, l’idea che ogni evento sia il risultato di un piano di qualcuno, con la variante che qui il piano è stato scritto dopo gli eventi. E ha fatto un’osservazione ineccepibile: «Le idee di Siher vanno combattute con le idee. E magari con una politica responsabile, penso all’opposizione disastrata di oggi, incapace di prendere le distanze con forza. Oggi tocca a lui. Domani a chi ci sta simpatico o dalla parte giusta. Magari anche a te che stai leggendo».

Noi sappiamo ancora poco di questo «malintenzionato»: perché abbia aperto il suo sito, quali relazioni abbia col mondo palestinista e jihadista, se sia una pedina della guerra ibrida putiniana o altro. Le procure e gli altri organi dello Stato ce lo diranno, confidiamo, senza forzature. Oggi il Gip deciderà se convalidare il fermo.

La diffidenza è giustificata: tanti fermati, tanti minorenni fra loro fanno una storia appetibile, ma forse non abbastanza. Magari serve un volto, e se ha un nome arabo, un master e un blog anti-occidentale, tanto meglio per dare slancio a un’inchiesta. Non vorremmo fosse così.

La professoressa Elisa Giunchi, che è stata sua docente alla Statale, esagera un pochinino quando dice che quelle frasi non le sembrano così gravi. A chiunque non abbia, per un motivo o per l’altro, un pregiudizio favorevole nei suoi confronti, quelle idee appaiono obbrobriose, anche se non hanno avuto il tempo di trasformarsi in azioni. Ma fino a prova contraria Siher è soltanto un malintenzionato, e ci deve essere proporzione nelle accuse. In attesa che le carte che non conosciamo o ulteriori indagini dimostrino che c’è di più e di peggio.

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A Cervinia il lusso passa dalla tavola

Una cucina a induzione nello chalet, la dispensa predisposta prima dell’arrivo e la possibilità di scegliere ogni sera un ristorante diverso. A Breuil-Cervinia, il debutto della Valtur Chalet Collection porta dentro l’ospitalità di fascia alta una questione concreta: quanta autonomia desidera chi affitta una residenza privata, e quanti servizi vuole avere a disposizione appena oltre la porta.

Il progetto, annunciato da Valtur, comprende sette chalet a Cielo Alto, a duemila metri di altitudine, integrati con il Cervinia Cristallo Ski Resort e con The Sky Club 2550 a Plan Maison. È l’ingresso dell’azienda nel segmento del lusso internazionale con una formula che affianca alla riservatezza della casa l’organizzazione alberghiera, dalla gestione delle prenotazioni al benessere, fino all’attrezzatura da sci.

La ristorazione occupa una posizione centrale in questa architettura. A guidarla è l’executive chef Antonio Blasi, con esperienze professionali accanto a Heinz Beck e tra Dubai, Giappone e Spagna, secondo la biografia diffusa dal gruppo. Il programma, presentato come un nuovo Food Manifesto, mette insieme riferimenti lontani e ingredienti della valle, distribuendoli fra locali con funzioni e occasioni di consumo differenti.

All’Azur, Tequila & Ceviche Sushi Bar, il repertorio comprende ceviche, sushi e sashimi di ricciola hamachi. È una scelta che porta in montagna un immaginario gastronomico internazionale, adatto a una clientela abituata a ritrovare alcuni codici riconoscibili anche quando cambia destinazione. Sul versante valdostano, il progetto prevede un lavoro su formaggi d’alpeggio, piccole produzioni ortofrutticole e carni da pascolo.

Interessante anche il rapporto fra cucina e manifattura. Il programma prevede di affiancare agli ingredienti coltelli forgiati a mano, ceramiche per il Gou e oggetti in ferro battuto commissionati a laboratori artigiani. Un’impostazione che può dare consistenza al legame con il luogo anche attraverso ciò che si impugna e si usa a tavola.

La proposta ristorativa del resort si articola su registri diversi, mettendo a disposizione degli ospiti otto proposte fra Cielo Alto e Plan Maison. Il Gou lavora come bistrot a pranzo e ristorante alla carta a cena; Gargantua è il ristorante principale a buffet; Il Peperoncino presidia la pizza. A questi si aggiunge la gelateria Caramello, annunciata fra le novità. In quota, The Sky Club 2550 completa il sistema con un’area dedicata al cibo di strada, il ristorante Sky 2550, con una cucina ispirata al fuoco e alla condivisione, e l’Oyster Bar 2550.

La varietà dell’offerta gastronomica permette agli ospiti degli chalet di scegliere come organizzare la giornata fra casa, resort e piste.

La stessa libertà di scelta si ritrova negli spazi degli chalet. Le due tipologie, Paradì e Arbèa, misurano rispettivamente 250 e 220 metri quadrati e dispongono di cucina, cantinetta termoregolata e zona giorno con camino. Le terrazze ospitano minipiscine riscaldate; nella tipologia Paradì è prevista anche una sauna privata. La gestione del soggiorno passa attraverso un Lifestyle Premium Advisor, contattabile in chat dalle 7 alle 23, che coordina richieste e servizi già prima dell’arrivo.

Il vero valore commerciale sta anche nel tempo risparmiato nell’organizzazione: trovare la dispensa pronta, prenotare un tavolo, predisporre lezioni e attrezzatura da sci. La personalizzazione diventa così un lavoro operativo, da misurare sulla capacità di rispondere alle abitudini degli ospiti.

Completano il tutto le Altitude Sessions, appuntamenti con protagonisti della gastronomia e della miscelazione. Per la cucina sarà un ulteriore banco di prova, perché tenere insieme ceviche e formaggi d’alpeggio richiede una regia riconoscibile, capace di dare spazio alle produzioni locali dentro una proposta rivolta al mercato internazionale. A Cervinia, una parte del nuovo posizionamento passerà proprio da come verrà costruita questa relazione, piatto dopo piatto.

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Flávio Bolsonaro fugge negli Stati Uniti dopo la sconfitta contro Lula

Flávio Bolsonaro ha lasciato il Brasile ed è partito per gli Stati Uniti dopo la sconfitta elettorale contro Luiz Inácio Lula da Silva. A confermarlo a Reuters è stato martedì un alleato del senatore. Due fonti avevano in precedenza riferito all’agenzia che Bolsonaro non ha rispettato la scadenza imposta dalla Corte suprema per consegnare i passaporti alla polizia federale. I documenti sono stati successivamente cancellati.

La partenza arriva mentre il senatore è sotto indagine per riciclaggio di denaro e a pochi mesi dalla scadenza del suo mandato, prevista per il 31 gennaio prossimo. Il dipartimento di Stato americano ha annunciato che concederà i visti a lui e alla sua famiglia, consentendo loro di entrare negli Stati Uniti. L’uomo sarebbe già in Florida e avrebbe già incontrato il fratello Eduardo Bolsonaro, che vive in Texas e aveva pubblicamente invitato Flávio a lasciare il Brasile in caso di sconfitta. A giugno Eduardo era stato condannato in contumacia a quattro anni di carcere per avere esercitato pressioni illegali sull’amministrazione Trump. Il presidente americano, che non aveva formalmente sostenuto Flávio durante il ballottaggio, ha dichiarato mercoledì che approverebbe il suo ingresso negli Stati Uniti, definendo lui e la sua famiglia «brave persone». Trump ha anche contestato il risultato elettorale brasiliano, senza presentare prove a sostegno delle sue affermazioni.

La sconfitta di Flávio Bolsonaro si inserisce in una fase difficile per la famiglia. Il padre Jair Bolsonaro, ex presidente brasiliano, sta scontando agli arresti domiciliari una condanna a 27 anni di carcere per il tentativo di colpo di Stato seguito alla sconfitta elettorale del 2022 contro Lula. Flávio aveva ricevuto l’ordine di consegnare i passaporti lunedì, dopo che la decisione della Corte suprema gli era stata notificata davanti all’abitazione del padre.

Il senatore ha respinto le accuse a suo carico e ha definito il provvedimento sui passaporti un tentativo di intimidazione. Aveva inoltre contestato il risultato elettorale, chiedendo alla giustizia brasiliana di indagare su presunte frodi e di annullare le candidature di Lula e del vicepresidente Geraldo Alckmin.

Lula ha ottenuto oltre 64 milioni di voti, contro meno di 60 milioni per Bolsonaro, con uno scarto di circa 4,4 milioni di preferenze. Per ribaltare il risultato, il senatore dovrebbe dimostrare l’esistenza di irregolarità capaci di incidere sul margine e convincere il tribunale elettorale prima della certificazione dei risultati, prevista per il 18 dicembre.

La partenza dagli Stati Uniti potrebbe inoltre avere conseguenze sul futuro politico del senatore: con la fine del mandato perderà la giurisdizione speciale davanti alla Corte suprema. Bolsonaro è accusato anche in un secondo procedimento di aver ricevuto milioni di dollari da un banchiere coinvolto in uno scandalo. Ha negato ogni illecito.

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Quando si arriva al dunque, l’Europa regredisce agli anni Cinquanta

Sei governi, Germania in testa, hanno comunicato in questi giorni che vogliono un bilancio europeo più magro. L’Unione deve difenderci dalla Russia, proteggerci dalla Cina, renderci meno dipendenti dall’America, abbassare le bollette e finanziare l’innovazione. Poi arriva il conto, e loro si ricordano di essere tedeschi, olandesi, danesi, svedesi, austriaci e finlandesi. Così hanno chiesto di togliere «diverse centinaia di miliardi» dai quasi duemila proposti dalla Commissione per il 2028-2034. Del debito comune non vogliono sentir parlare. Dicono che bisogna spendere meglio, puntare su difesa e innovazione, tagliare gli sprechi. Come dissentire? Il guaio è che affidano all’Europa compiti da grande potenza e le lasciano il portafoglio di una provincia.

Il bilancio dell’Unione vale circa l’uno per cento della ricchezza europea. La spesa pubblica complessiva degli Stati vale quasi la metà del PIL: i soldi restano nelle capitali. A Washington le cose funzionano diversamente: il governo federale riscuote tasse, emette debito e paga difesa, ricerca e previdenza. Il bilancio federale americano supera i settemila miliardi di dollari l’anno, circa il 23 per cento del PIL. Certo, comprende grandi programmi previdenziali e sanitari che in Europa restano nazionali. Ma sulla parte comparabile, difesa, ricerca, capacità di indebitamento, la distanza resta enorme.

È la distanza fra una federazione che ha gli strumenti per governare e un’Unione che deve negoziarli ogni volta fra ventisette governi. In Europa abbiamo fatto la moneta senza il Tesoro. Quando un paese va in difficoltà se la deve cavare da solo, e spesso chi avrebbe più bisogno di investire è proprio chi ha meno margini per farlo. Vedi il caso tedesco. La Germania ha costruito la sua fortuna su fabbriche, export, salari moderati ed energia a buon mercato. Quel mondo non c’è più. Berlino ha reagito allentando i cordoni della borsa per infrastrutture e difesa, ma solo per le proprie.

Ed è qui che il meccanismo si inceppa. Se ognuno sussidia le proprie imprese con quello che ha, vince chi ha il portafoglio più grosso, non chi ha l’idea migliore. Il mercato è unico, la gara no. Ogni discussione sul bilancio europeo finisce sempre con la stessa domanda: perché i paesi frugali dovrebbero pagare per gli italiani? È la domanda sbagliata. Una federazione non è beneficenza fra Stati, ma un’assicurazione fra cittadini. Tanto che gran parte dei gruppi economici tedeschi si è opposta alla linea del cancelliere Friedrich Merz: in una lettera congiunta pubblicata il 14 ottobre e indirizzata al governo federale, ventidue organizzazioni imprenditoriali, sindacali, ambientaliste e della società civile hanno chiesto alla Germania di sostenere un bilancio «significativamente più ambizioso», capace di garantire all’Unione le risorse necessarie per affrontare le sfide economiche, geopolitiche e sociali dei prossimi anni. L’iniziativa, promossa dalla Europäische Bewegung Deutschland (End), il Movimento europeo tedesco, assume particolare rilevanza per la partecipazione del Bundesverband der Deutschen Industrie (Bdi), la federazione dell’industria tedesca, equivalente della Confindustria italiana, che peraltro è sulla stessa posizione.

Anche per il welfare il federalismo sarebbe la risposta giusta. Vari studi lo confermano: nelle federazioni gli shock si assorbono soprattutto con tasse e sussidi diretti alle famiglie, come l’indennità di disoccupazione, più che con trasferimenti fra governi.
Lorenzo Bini Smaghi, ex membro del comitato esecutivo della Banca centrale europea, avverte che gli eurobond non sono una bacchetta magica: servono entrate proprie e qualcuno che ne risponda. L’obiezione è seria, e porta acqua al federalismo, perché un bilancio comune ben fatto aiuterebbe le persone, non i governi. Bassa produttività, crescita anemica, debito pubblico sono problemi italiani, e nessun bilancio europeo li risolverà al posto nostro. Ma è vero che la difesa comune non può essere la somma di ventisette eserciti, né la ricerca può competere con Stati Uniti e Cina restando divisa in ventisette pezzi. NextGenerationEU ha dimostrato che il debito comune si può fare. Poi però è rimasto un’eccezione.

Il circolo vizioso è sempre lo stesso: l’Europa non ha i soldi, quindi delude; siccome delude, nessuno vuole darle i soldi. Gli americani discutono se il loro governo federale spenda troppo o male. Noi dobbiamo ancora decidere se vogliamo averne uno. Una federazione fa sì che i cittadini, non i governi, divengano titolari di diritti e doveri comuni, sia quando si tratta di pagare le tasse sia quando si decide come spenderne i proventi. Lo sapevano già i fondatori. Dalla Ceca, che metteva in comune le fonti energetiche, alla Ced, che voleva unificare gli eserciti ma non ci riuscì: erano gli anni Cinquanta del Novecento, e, nonostante tutti i passi avanti, al momento delle decisioni essenziali siamo sempre lì.

 

Questo è un estratto di “La Linea” la newsletter de Linkiesta curata da Marco Taradash per orientarsi nel gran guazzabuglio della politica e della vita, tutte le mattine – dal lunedì al venerdì – alle sette. Più o meno. Qui per iscriversi.

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Netanyahu rimonta, ma Israele rimane senza una maggioranza

Le elezioni israeliane non consegnano ancora una maggioranza a Benjamin Netanyahu, ma i primi risultati dello scrutinio ridimensionano le speranze dell’opposizione. A scrutinio delle urne ultimato, sono 53 i seggi al blocco del premier e 48 a quello anti Netanyahu. Per governare servono 61 seggi nella Knesset, il parlamento israeliano. Il quadro resta provvisorio: devono ancora essere conteggiati, tra gli altri, i voti in doppia busta, compresi quelli dei militari, che potrebbero modificare gli equilibri.

La notte elettorale ha visto entrambi i principali contendenti rivendicare la possibilità di guidare il prossimo governo. Il premier uscente, alla guida del Likud, ha aspettato oltre cinque ore dalla chiusura dei seggi prima di parlare ai sostenitori a Gerusalemme. «Stiamo ancora aspettando i risultati veri», ha detto, rivendicando però che il suo partito è il più grande del Paese. Netanyahu ha sostenuto che la destra dispone di una maggioranza «chiara e decisiva» tra gli elettori ebrei e sionisti, chiedendo la formazione di un governo «di destra, nazionalista e forte».

Il nodo è il possibile ruolo dei partiti arabi. Netanyahu ha definito una vergogna che altri schieramenti siano disposti a collaborare con loro, accusandoli di attaccare i soldati israeliani. Le formazioni arabe hanno ottenuto risultati significativi e potrebbero risultare decisive nella costruzione di una maggioranza, ma diversi leader dell’opposizione hanno escluso accordi con loro. L’ex capo di stato maggiore Gadi Eisenkot, alla guida di Yashar, ha promesso una «nuova era» e sostenuto che gli israeliani abbiano votato per il cambiamento. Anche l’ex premier Naftali Bennett ha dichiarato che Netanyahu ha perso, annunciando l’avvio delle trattative per formare un governo sionista.

A rivendicare un ruolo nella rimonta del premier è stato Donald Trump. Il presidente americano ha scritto su Truth Social che la sua endorsement avrebbe cambiato l’andamento della corsa, trasformando una possibile sconfitta in una situazione di stallo o persino in una vittoria. Ai giornalisti aveva già detto di ritenere che il suo sostegno avesse aiutato Netanyahu, precisando di non averlo ancora sentito dopo il voto.

Netanyahu ha legato la partita politica alla guerra con l’Iran, definendo quella attuale un’occasione storica da cogliere insieme a Trump per eliminare definitivamente la minaccia iraniana. Ma lo stallo può anche aprire spazi di compromesso. Secondo Thomas Warrick dell’Atlantic Council, la necessità di costruire una coalizione potrebbe rendere possibili interlocuzioni finora politicamente impraticabili e favorire progressi su questioni come la violenza dei coloni in Cisgiordania e la ricostruzione di Gaza.

La formazione del governo richiederà probabilmente settimane. Resta da capire se la trattativa produrrà un’apertura politica o se le esclusioni reciproche impediranno a entrambi i blocchi di raggiungere la maggioranza.

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Per combattere il caro energia il governo deve sbloccare le trivelle

Un prezzo, dicono gli economisti, è un segnale avvolto in un incentivo: invece di silenziarlo, andrebbe ascoltato. Se i prezzi dei prodotti energetici sono alle stelle, è perché essi stanno diventando più scarsi (relativamente alla domanda). I rincari ci dicono che dobbiamo consumarne meno e produrne di più. Lo hanno capito benissimo paesi come il Regno Unito e la Norvegia, che stanno rilasciando autorizzazioni per la produzione di gas dai giacimenti nel Mare del Nord e nel Mare di Barents. La stessa Unione europea, che da tempo chiede una moratoria nella zona artica, si è ultimamente ammorbidita, rinunciando a fare pressione sui paesi confinanti da cui importiamo petrolio e gas. E l’Italia?

A parole, il nostro paese discute di questi temi da almeno dieci anni. Nel 2015 il governo di Matteo Renzi varò un provvedimento che gli avversari chiamarono «sblocca trivelle», salvo poi fare marcia indietro per disinnescare un referendum abrogativo l’anno successivo. La questione sparì poi da tutti i radar per riproporsi nel 2022, con la crisi energetica innescata dal conflitto in Ucraina: il governo di Mario Draghi approvò una gas release, cioè un provvedimento finalizzato a consentire un più intenso sfruttamento delle risorse nazionali a patto che parte della produzione aggiuntiva fosse destinata, a prezzo calmierato, ai consumatori industriali. Ma l’operazione non ebbe conseguenze misurabili. Più recentemente, il governo di Giorgia Meloni è tornato sul tema, promettendo semplificazioni. La buona volontà va apprezzata, ma è facile presumere che anche questa volta non si vedranno risultati.

Il motivo è semplice. In primo luogo, non basta enunciare un rilassamento dei vincoli: occorre anche concretamente metterlo in pratica, rilasciando permessi di esplorazione e produzione e offrendo le necessarie garanzie che non saranno rinnegati al primo cambio di maggioranza. Ma c’è un aspetto ancora più clamoroso: l’area più promettente, il Nord Adriatico, è off limits dagli anni Novanta. Da allora sono state abbandonate tutte le attività di ricerca ed estrazione. Molto probabilmente, con le nuove tecniche potremmo scoprire che nasconde riserve più ampie di quanto immaginiamo. Nonostante se ne parli nei corridoi da anni, si continua a voltarsi dall’altra parte: prima perché c’erano le elezioni regionali in Veneto, ora perché ci saranno a breve le elezioni politiche e ogni voto conta.

Le forze della maggioranza hanno tutto il diritto di mettere il proprio interesse di breve termine davanti a quello generale del paese; però, in tal caso, farebbero bene almeno a risparmiarci le paternali sugli extraprofitti, le lamentele sul caro energia e la promessa di un nuovo futuro energetico che è sempre drammaticamente uguale al presente.

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Schlein e Meloni corteggiano il voto giovanile senza affrontare i problemi della loro generazione

È l’ultima frontiera del cinismo elettorale: è partita la caccia ai voti dei giovani. Segmento elettoralmente meno influente di altri – sono pochi, tendenzialmente astensionisti –, in questi anni i giovani sono stati dalla politica ignorati alla grande. Loro, e le cose che li riguardano: la scuola, il lavoro precario, l’università, la casa. Poi accade che riempano le piazze e che addirittura vadano al governo come in Serbia: e allora perché non provare a prenderli? Sì, è soprattutto cinismo, marketing elettorale. Perché di grandi riforme, dal mercato del lavoro a un vero piano casa, non si parla. Però le elezioni non sono lontane e quindi qualcosina si muove.

Certo, in un paese per vecchi non sono tanti i giovani, ma con l’aria di incertezza che tira possono risultare decisivi: qui basta uno zero virgola uno in più per prendersi il Parlamento. È il motivo per cui arrivano i Cateno De Luca, i Maurizio Acerbo e chissà quanti nani e ballerine dovremo vedere scendere in campo. I giovani sono lì, a portata di mano, anzi, a portata di voto. Prova a prenderli.

Ora, questa nuova generazione è tante cose. Diverse, opposte. Non c’è un segno ideologico che la unifichi; al contrario, la grande maggioranza continua a fregarsene della politica. Nel migliore dei casi pensa di farla direttamente. Con i cortei, le occupazioni, le tende in strada. Questo pezzo attivo della nuova generazione riscopre l’impegno, ma disprezza la politica come la conosciamo.

La sinistra ha drizzato le antenne e soprattutto Elly Schlein ha abbracciato il movimento degli studenti. Quello buono, ovviamente – peccato che nei cortei ci siano anche Askatasuna e i centri sociali antagonisti. Ai cattivi, cioè gli arraffapiumoni, sono bastati due schiaffi e un po’ di arresti per sparire già al secondo sabato di mobilitazione. Speriamo per sempre, ma lo verificheremo a partire da venerdì, quando è prevista una nuova giornata di cortei.

Il Partito democratico sta molto pompando i Giovani Democratici e la loro leader, Virginia Libero, che, si dice, avrebbe già pronto un posto in lista. Piace per le esternazioni pacifiste e, in generale, questi GD denotano un buon approccio al senso comune, meno al buon senso. Schlein spera di incassare un buon dividendo dalle mobilitazioni e dalle occupazioni di questi giorni ed è probabile che almeno in una certa misura ci riesca. Anche perché l’impressione è che Giuseppe Conte non abiti qui. Probabilmente risulta già polveroso, lui e la sua pochette. Buono per Schlein, pensando alle primarie.

E anche Giorgia Meloni – le due donne della politica italiana sono sempre in sintonia, seppure allo specchio: lei già ex ministro della Gioventù, la leader del Pd giovane per definizione – ha fiutato l’aria e ha preso a muoversi. Pochi hanno notato la ripresa di iniziativa dei giovani di Fratelli d’Italia, in piazza in diverse città sabato scorso, molto inquadrati, bene organizzati. Evidentemente c’è un investimento politico in questa direzione: infatti, la destra si muove sui nuovi social, mentre il Pd pensa a come riprendersi l’Unità.

Il governo ha predisposto un po’ di robetta per i giovani. Secondo alcune informazioni, nella manovra ci sarà una mini Irpef per i lavoratori under 30 a basso reddito, una flat tax al 5 per cento che riguarderà invece i neoassunti under 35, un’estensione della no tax area per gli under 25 e la super-deduzione fiscale per nuove assunzioni. Sembra chissà che, ma è fumo. I nodi veri restano tutti lì.

Infatti, tutto questo, a sinistra come a destra, dà l’idea di una politica incapace di aggredire i problemi strutturali. E così rimane aperto il problema di fondo. Quello di una protesta di piazza, comunque di un nuovo protagonismo giovanile che irrompe nel dibattito pubblico, che avrebbe bisogno di uno sbocco politico. Invece qui non si vede, anche a causa dell’immaturità politica di questa nuova generazione senza memoria né troppa cultura, come i giovani possano far breccia in un sistema politico bloccato all’incrocio tra populismo e assistenzialismo, incapace di progettare un futuro diverso.

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Le nomine di Gdf e intelligence agitano Palazzo Chigi

Il governo sembra orientato a dare altri sei mesi di proroga ad Andrea De Gennaro come comandante generale della Guardia di Finanza. Il suo mandato, già prorogato in primavera, è in scadenza il prossimo 31 dicembre. Ma il governo non sembra aver trovato ancora la quadra.

Tra i potenziali successori ci sono Vito Augelli, alla guida dell’Ispettorato per gli istituti di istruzione del Corpo, Leandro Cuzzocrea, transitato all’intelligence e oggi vicedirettore del Dipartimento delle informazioni per la sicurezza (Dis), e Umberto Sirico, a capo dei reparti speciali delle Fiamme gialle. Ma non solo: nei giorni scorsi il quotidiano Domani ha citato Francesco Greco, erede di Augelli al Comando interregionale per l’Italia meridionale, e Giuseppe Arbore, capo di stato maggiore. Lo stesso giornale parla di nuove tensioni, anche su questa nomina, tra il sottosegretario Alfredo Mantovano, che ha la delega all’intelligence e alla cyber, e Guido Crosetto, ministro della Difesa.

La partita al comando delle Fiamme gialle potrebbe incrociare quella ai vertici dell’intelligence: Carlo De Donno, generale dei Carabinieri, e Francesco Paolo Figliuolo sono entrambi in scadenza come vicedirettori rispettivamente all’Agenzia informazioni e sicurezza interna (Aisi) e all’Agenzia informazioni e sicurezza esterna (Aise). Il primo, classe 1959, è vicedirettore dall’inizio del 2021 sotto il governo Conte II e ha ottenuto un ulteriore mandato, di due anni, a fine novembre 2024 dal governo Meloni. Il secondo, classe 1961, è vicedirettore da dicembre 2024. Per entrambi, dunque, è già scattata l’età pensionabile (65 anni: per De Donno prima della proroga di novembre 2024, per Figliuolo lo scorso luglio). Ma una proroga è ancora possibile, l’importante è che ci sia continuità di mandato.

Intanto, oggi il Copasir sente il direttore dell’Aise, Giovanni Caravelli. È la terza volta in meno di un mese, con il comitato parlamentare di vigilanza impegnato nell’indagine conoscitiva sulla Cina che, evidentemente, sta fornendo molto materiale da visionare e discutere.

 

Questo è un estratto della newsletter di Strategikon, la testata di Linkiesta dedicata alla sicurezza nazionale e curata da Gabriele Carrer. Arriva ogni martedì. Qui per iscriversi.

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Il successo di Anthropic non garantisce guadagni a chi comprerà le sue azioni

Anthropic si prepara a chiedere a Wall Street di finanziare la sua corsa all’intelligenza artificiale, conservando però il controllo delle decisioni nelle mani dei fondatori. La società americana che sviluppa Claude, il principale concorrente di ChatGpt, ha depositato il prospetto per entrare al Nasdaq. Il debutto è previsto a novembre e potrebbe essere una delle quotazioni più importanti nella storia della Borsa americana. Secondo il Financial Times, Anthropic potrebbe raggiungere una valutazione compresa fra 1.500 e 1.750 miliardi di dollari, poco meno degli 1.770 miliardi con cui SpaceX è entrata a Wall Street lo scorso giugno. Per avere un termine di paragone, nel 2025 le società quotate negli Stati Uniti hanno raccolto in media circa 227 milioni di dollari ciascuna. Non è detto però che superi il record di SpaceX per il capitale raccolto: dipenderà dal numero di azioni offerte e dal loro prezzo, dettagli ancora sconosciuti. Potrebbe quindi diventare una delle società più preziose di Wall Street senza realizzare una delle maggiori raccolte di sempre.

In ogni caso, chi acquisterà le azioni dovrà accettare una condizione particolare: i sette fondatori, tra cui l’amministratore delegato Dario Amodei e sua sorella Daniela, presidente della società, manterranno insieme il 50,1 per cento dei diritti di voto anche dopo la quotazione, conservando così il controllo sulle principali decisioni societarie. E un organismo indipendente, il Long-Term Benefit Trust, avrà il potere di nominare la maggioranza del consiglio di amministrazione. È il risultato della struttura giuridica scelta da Anthropic, una public benefit corporation, che permette di considerare obiettivi di interesse pubblico accanto agli interessi degli azionisti. La sicurezza dei modelli potrebbe dunque prevalere sulle esigenze di rendimento degli investitori, anche quando questi ultimi avranno messo sul tavolo miliardi di dollari.

Il confine è sottile tra la volontà di proteggere una società cruciale dalle pressioni degli azionisti e il rischio di mandare un pessimo segnale all’intera industria dell’intelligenza artificiale. Finora il settore ha vissuto di grandi aspettative, alimentate dalla convinzione che questa tecnologia avrebbe trasformato l’economia mondiale. Ora comincia la fase meno spettacolare, quella in cui bisogna dimostrare che i ricavi bastano a ripagare gli investimenti. I laboratori sviluppano modelli sempre più avanzati, ma per farli funzionare hanno bisogno di enormi quantità di potenza di calcolo, che costa moltissimo. 

Nel frattempo, le aziende che producono i chip e quelle che gestiscono i grandi centri di elaborazione dati hanno cominciato a finanziare direttamente o indirettamente i propri clienti. Amazon e Google, per esempio, investono miliardi in Anthropic, ma guadagnano anche vendendole la potenza di calcolo necessaria a far funzionare Claude. Inoltre, insieme a Microsoft, distribuiscono i suoi modelli attraverso le proprie piattaforme cloud, trattenendo una parte degli incassi. Secondo il prospetto, quasi la metà dei ricavi di Anthropic nel primo semestre del 2026 proveniva proprio da queste vendite. Nel frattempo, le spese commerciali e per le partnership sono passate dal 10 al 19 per cento del fatturato in un anno. Anthropic dipende quindi da aziende che la finanziano, ma che incassano anche una parte del denaro che spende e dei ricavi che genera. Un intreccio che rende più difficile capire quanto della crescita del settore derivi dalla domanda dei clienti e quanto sia sostenuto dagli investimenti reciproci delle aziende.

Per ridurre la dipendenza dai grandi fornitori cloud, Anthropic ha cominciato ad acquistare direttamente processori da installare in centri di elaborazione dati in affitto. Una strategia che potrebbe ridurre i costi nel lungo periodo, ma richiede investimenti enormi. A dare un’idea delle cifre in gioco è un accordo annunciato proprio il giorno della presentazione del prospetto. Bank of America, Citigroup, Morgan Stanley e il gruppo di investimenti Blackstone hanno organizzato un finanziamento da 63 miliardi di dollari per acquistare chip progettati da Broadcom e destinati ad Anthropic. In questo caso, una società creata appositamente comprerà i processori e li affitterà al laboratorio, che li pagherà nel corso degli anni. Broadcom garantirà ai finanziatori una parte del loro valore nel caso in cui si svalutassero. Le prime consegne sono previste nel 2027.

Accordi di questo tipo stanno diventando sempre più frequenti nell’industria dell’intelligenza artificiale. Secondo uno studio pubblicato il 21 ottobre dal London Stock Exchange Group, il gruppo finanziario che controlla la Borsa di Londra, i produttori di chip stanno aiutando le aziende clienti a finanziare i propri acquisti, per esempio garantendo i prestiti concessi dalle banche. Finché le vendite aumentano, il sistema conviene a tutti. Ma se la domanda di intelligenza artificiale dovesse rallentare, alcune aziende potrebbero non guadagnare abbastanza per ripagare i finanziamenti. A quel punto anche i fornitori rischierebbero di perdere denaro, oltre a vendere meno prodotti. Lo studio richiama il precedente delle telecomunicazioni alla fine degli anni Novanta, quando le aziende investirono enormi somme per costruire le reti necessarie alla diffusione di internet. La tecnologia ebbe successo, ma inizialmente i ricavi furono insufficienti a ripagare molti di quegli investimenti e numerosi azionisti persero denaro.

Qualcosa di simile potrebbe accadere oggi. Secondo uno studio pubblicato da Gartner il 14 ottobre, oltre 3.500 miliardi di dollari di investimenti in chip e centri di elaborazione dati potrebbero rischiare di perdere valore entro il 2030. Il motivo è che le aziende stanno costruendo infrastrutture costose contando su una domanda futura che potrebbe non generare abbastanza ricavi per ripagarle. Gartner stima che, entro il 2030, servirebbero circa 8.500 miliardi di dollari di ricavi per recuperare gli investimenti previsti e ottenere un rendimento adeguato, mentre quelli attesi non superano i 3.600 miliardi.

Per il momento, almeno nel caso di Anthropic, la domanda non manca. Nel primo semestre del 2026 la società ha fatturato 16,3 miliardi di dollari, contro 1,2 miliardi nello stesso periodo dell’anno precedente. Come ha spiegato un interessante approfondimento dell’Economist, nel secondo trimestre ha registrato il suo primo utile operativo, pari a quasi un miliardo di dollari: per la prima volta, i ricavi di un trimestre hanno superato i costi necessari a gestire l’attività. Ma il ritmo di crescita sta già diminuendo: nel terzo trimestre il fatturato è aumentato del 45 per cento rispetto ai tre mesi precedenti, mentre nel secondo trimestre era cresciuto del 145 per cento. Sono risultati ancora eccezionali, ma diventano meno rassicuranti per chi si prepara a comprare azioni a valutazioni così elevate.

Ma Anthropic deve anche difendersi da una concorrenza sempre più aggressiva. Claude Code, lo strumento per programmare con l’intelligenza artificiale che ha trainato la sua crescita, rischia di perdere terreno: secondo l’Economist, grandi clienti come Microsoft e Meta stanno spingendo i dipendenti verso soluzioni sviluppate internamente, mentre OpenAI avanza con Codex. Le imprese, inoltre, hanno cominciato a limitare le spese per questi servizi, mettendo sotto pressione i prezzi. Anthropic sta quindi cercando di ridurre i costi, con risultati notevoli. Secondo l’Economist, all’inizio del 2025 spendeva 251 dollari in potenza di calcolo ogni 100 incassati; nel secondo trimestre del 2026 ne bastavano 48. Ma il risparmio relativo non ferma l’aumento della spesa complessiva: servono sempre più risorse per sviluppare nuovi modelli e soddisfare la domanda. La società ha assunto impegni per infrastrutture superiori a 800 miliardi di dollari, con pagamenti previsti fino al 2045.

I soldi non mancano, per ora. A fine giugno Anthropic disponeva di oltre 131 miliardi di dollari fra liquidità e investimenti a breve termine. Il bilancio mostrava però una perdita di 80,7 miliardi, in gran parte dovuta all’aumento del valore di strumenti finanziari che gli investitori potranno convertire in azioni. Le regole contabili registrano questo aumento come una perdita per Anthropic, anche se il denaro non è uscito dalle sue casse. Nelle attività ordinarie, infatti, la società ha generato più liquidità di quanta ne abbia consumata.

C’è poi un’altra particolarità nei conti delle aziende che finanziano Anthropic. Come ha spiegato il Wall Street Journal, l’aumento del valore della società può produrre un guadagno per chi ci ha investito e, allo stesso tempo, una perdita contabile per Anthropic. Tradotto per chi non mastica economia: un investitore dà un miliardo di dollari ad Anthropic, ottenendo in cambio il diritto di ricevere azioni in futuro. Se la società cresce e quel diritto arriva a valere due miliardi, l’investitore può registrare un guadagno di un miliardo, anche senza aver incassato nulla. Per Anthropic succede il contrario: il valore di ciò che deve riconoscere all’investitore è aumentato di un miliardo e le regole contabili le impongono di registrarlo come una perdita, anche se quei soldi non sono usciti dalle sue casse.

In realtà le cifre sono molto più grandi. Nel primo semestre Amazon ha registrato circa 63 miliardi di dollari di guadagni dovuti all’aumento di valore delle sue partecipazioni in aziende private, soprattutto Anthropic. Quest’ultima, invece, ha presentato agli investitori anche un bilancio che esclude gran parte delle perdite legate alla rivalutazione dei finanziamenti ricevuti, mostrando così un utile netto rettificato di 2,7 miliardi di dollari. Facendo così, si rischia così di dare un’immagine dei profitti del settore più favorevole di quanto giustifichino i guadagni effettivamente realizzati.

Il prezzo della quotazione farà una grande differenza tra i vecchi e i nuovi azionisti. Chi ha investito in Anthropic nei primi anni ha comprato quote della società quando valeva molto meno e potrebbe guadagnare enormemente anche se il debutto in Borsa, l’offerta pubblica iniziale (IPO) avvenisse a una valutazione inferiore a quella sperata. Chi comprerà le azioni a novembre, invece, pagherà un prezzo che tiene già conto di aspettative molto alte. Anthropic prevede di raggiungere fra 190 e 200 miliardi di dollari di ricavi nel 2028. Ma anche se ci riuscisse, i nuovi azionisti non avrebbero la garanzia di guadagnare: molto dipenderà da quanto denaro resterà dopo aver pagato i costi necessari a sostenere questa crescita.

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Giovanni Chiaramonte, fotografo delle luci e delle sue ombre

Una sera di pioggia, a metà degli anni Settanta, un giovane fotografo torna a casa in autobus. Oltre il finestrino bagnato, all’altezza del viso, gli si accende davanti un’enorme palma al neon. Giovanni Chiaramonte lo racconterà quasi quindici anni dopo nel volume Terra del ritorno (Jaca Book, 1989): da quella «inquietante apparizione» nasce una serie intera, e insieme una crisi creativa durata più di tre anni, «un periodo di silenzio e di peregrinazione nell’affascinante problema dell’esistenza», che segnò una svolta nel suo percorso.

Quella palma, accesa sul fondo nero, è oggi una delle prime immagini che si incontrano entrando da Viasaterna, a Milano. La galleria d’arte contemporanea dedica al fotografo Alight, una monografica di settantacinque opere curata da Luca Fiore in collaborazione con gli Archivi Giovanni Chiaramonte, costituiti da poco dai figli. Il filo narrativo dell’esposizione vede come tema principale quello della luce, soggetto dell’immagine.

La Creazione/Neon è una delle prime sequenze di Chiaramonte, scattata tra il 1974 e il 1975 e dove le insegne luminose sono riprese con il teleobiettivo, con l’esposizione tarata sulla luce del tubo. La serie fu presentata alla Galleria d’Arte Moderna di Modena l’11 maggio 1975, con un piccolo catalogo e un testo di Arturo Carlo Quintavalle, il critico che lo avrebbe seguito per tutta la carriera.

Giovanni Chiaramonte, La Creazione – Neon, 1975-2016, stampa inkjet, ©Archivi Giovanni Chiaramonte, courtesy Viasaterna

La sequenza ricalca il racconto della Genesi, e propone la luce come metafora del principio creatore. La serie segue il binomio luce/ombra, tratto caratteristico di tutti i lavori di Chiaramonte, e che si fonda su basi teologiche, per cui il male è assenza di bene, così come il buio è assenza di luce. La serie si apre con un primo segno di luce, poi vengono gli astri, il sole, le piante, gli animali, l’uomo e la donna. Chiudono i neon di oggetti con cui l’umanità maneggia luce ed energia: mezzi di trasporto, frecce, una lampada, un’antenna, una macchina fotografica. L’ordine in mostra è stato ricostruito dal curatore insieme alla gallerista Irene Crocco.

Per Chiaramonte, però, quei neon erano «segnali di una civiltà che ha perso il senso del mistero della vita e che non è più in grado di rappresentare il mondo». Dopo il 1975 il fotografo abbandona il lavoro e si ferma per anni. Ne uscirà con la convinzione opposta: il mondo stesso è immagine, e la fotografia deve rivelarlo, non fabbricare segni che brillano da soli.

Nel 1979 Quintavalle inserisce i neon nell’Enciclopedia pratica per fotografare di Fabbri, venduta a fascicoli, e li accosta per la prima volta all’artista statunitense Dan Flavin. Un libro previsto dalla cooperativa Punto e Virgola, fondata con Luigi Ghirri, non vedrà mai la luce.

Giovanni Chiaramonte, Cubo a Disueri, Gela, 1980, stampa c-print, ©Archivi Giovanni Chiaramonte, courtesy Viasaterna

La serie riemerge nel 2016. Chiaramonte riprende le diapositive da 35 mm e, con lo stampatore Mario Govino, le digitalizza e le stampa a getto d’inchiostro. Rispetto ai Cibachrome dell’epoca il digitale dà più gradazioni nelle ombre e un contrasto controllabile: il fotografo considerava le nuove stampe più fedeli alla sua idea originaria. Alcune diapositive si erano deteriorate; ne firma trentacinque, esposte ora per la prima volta insieme. La galleria le propone come un’unica opera, a sottolineare la conclusione del progetto.

La parte centrale di Alight riunisce immagini dal 1980 ai primi anni Duemila, tratte da Paesaggio italiano (in parte inedito) e dai volumi Terra del ritorno, Penisola delle figure, Westwards e Dolce è la luce. Fiore le propone per dittici e trittici, riprendendo i temi che tornano nell’opera di Chiaramonte e nella storia della fotografia. Il primo è il topos dell’ombra proiettata, come quella di un albero o di un edificio riflessa su un muro o sopra un rudere. Il secondo è il raggio di luce che entra in un immobile degli anni Ottanta, che filtrando attraverso le finestre, segna il pavimento di cementine. 

Poi le colonne. A Segesta l’ombra disegna una prospettiva quasi rinascimentale; a Berlino la colonna diventa cippo; ad Atene, in una foto del 1988, il gioco delle ombre passa dalle architetture alle persone. C’è anche il sedile di uno scompartimento ferroviario del 1982, sormontato da una foto dei Fratelli Alinari con una veduta di Ostia antica.

Il colore è quello caldo del tardo pomeriggio, una gamma di sfumature color caramello che ammorbidisce la pietra. Spiccano Geraci Siculo (1997), nella Sicilia delle radici familiari, con un verde quasi acido; Mobile, Alabama (1991), con il cielo inciso dalla luce di un temporale; Miami, dove le macchie di sole sembrano ritagliate con le forbici. E la Via Dolorosa di Gerusalemme (1988), il tracciato percorso da Cristo verso il Golgota, con una figura appena visibile sul fondo.

Giovanni Chiaramonte, Di-STANZE, 2001, stampa c-print, ©Archivi Giovanni Chiaramonte, courtesy Viasaterna

Non manca la luce come Grazia, nel senso teologico che Chiaramonte le attribuiva. In un dittico il fotografo guarda dall’interno dell’Orco di Bomarzo verso l’esterno, come dal fondo della caverna di Platone. Accanto, un autoritratto inedito, quello della sua ombra. «L’accostamento con l’autoritratto inedito, in cui Chiaramonte fotografa la propria ombra, rivela la sua posizione umana e artistica – spiega il curatore Luca Fiore –: il fotografo agisce nell’ombra e vede le forme del mondo delinearsi come proiezioni della luce, o come illuminazioni improvvise della Grazia».

L’ultima sezione della mostra presenta tredici fotografie da Di-Stanze, la sequenza realizzata nel 2001 a Villa Panza di Biumo, a Varese, ed esposta nel 2002 alla Galleria San Fedele di Milano. Il conte Giuseppe Panza lo aveva chiamato a documentare le sale della collezione. Chiaramonte ne fa invece un lavoro critico: un’opera che è insieme lettura della villa, del parco e delle installazioni pensate per quegli spazi.

Lì ritrova Dan Flavin, ventisette anni dopo i suoi neon. Nelle ex scuderie nota piccoli fori nelle pareti delle stanze di Flavin e chiede a cosa servano. Panza risponde scherzando: se qualcuno si sente oppresso, può guardare fuori. Chiaramonte non si accontenta della risposta, esce e scopre che le finestre sono state schermate utilizzando degli specchi. Capisce che quelle stanze, con un’unica apertura puntiforme, sono camere oscure. Chiede di spegnere i neon, e sulla parete opposta al foro compare, capovolto, il paesaggio esterno.

Giovanni Chiaramonte, Geraci Siculo, 1997, stampa inkjet, ©Archivi Giovanni Chiaramonte, courtesy Viasaterna

È il colpo di scena su cui si chiude la mostra. Dentro un’installazione minimalista che voleva cancellare ogni riferimento al mondo, riaffiora la più mimetica delle arti: luce, foro stenopeico, proiezione, immagine. La genealogia della fotografia, ritrovata dove sembrava congedata. Il saggio fotografico uscì su Lotus Navigator nel 2002 come La sindrome di Varese; il testo di Panza che lo accompagnava non citava la camera oscura.

Nelle immagini degli ambienti di Robert Irwin e James Turrell tornano gli stessi motivi delle sale precedenti. E nella Varese Room (1976) di Maria Nordman una lama sottile di luce apre il buio: la stessa linea che inaugura La Creazione, la prima immagine della mostra. Il cerchio si chiude.

L’allestimento lavora per rimandi tra una sala e l’altra, e niente sembra lasciato al caso. La griglia delle cementine di un interno torna in un’altra stanza; un’immagine di raccordo unisce due corridoi. Tra le foto di Villa Panza c’è il corridoio verde, dove le tonalità si sovrappongono a fasce fino al pavimento, come tracciate a righello. Per Chiaramonte, che fotografava dall’ombra, non c’era altro modo di vedere il mondo.

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Dubai potrebbe diventare il centro della prossima crisi globale

A man steers a boat during sunset, as the city skyline with Burj Khalifa is seen in the background at Dubai Creek Harbour in Dubai, United Arab Emirates, Wednesday, March 11, 2026. (AP Photo/Fatima Shbair)

A fine febbraio del 2026 ero a Dubai per lavoro. Quella sera stavo cenando sulla terrazza dell’hotel quando sentii un’esplosione sorda, lontana. Qualche secondo dopo il telefono emise un allarme assordante. Poi un secondo. Poi altri allarmi. I messaggi invitavano a mettersi al riparo nei bunker. L’Iran aveva lanciato missili verso obiettivi negli Emirati. I sistemi di difesa degli uae li avevano intercettati.

Alzai gli occhi di scatto. Le luci del Burj Khalifa erano ancora accese. I ristoranti sul lungomare ancora pieni. Nel Golfo, le luci dei cargo continuavano a muoversi nel buio esattamente come un’ora prima, navi che trasportavano petrolio, gas e merci verso porti che il giorno dopo li avrebbero smistati in tutto il mondo. Il sistema funzionava, con il suo ritmo e la sua continuità, come se nulla fosse successo. Non era indifferenza. Era adattamento.

C’è un tipo di rischio che non ha bisogno di nascondersi. Gli basta restare fermo. Se un pericolo entra all’improvviso, lo riconosci. Se fa rumore, lo guardi. Se sconvolge, reagisci. Ma se resta nella stanza abbastanza a lungo da diventare parte dell’arredamento, succede qualcosa di più sottile: inizi a muoverti come se non ci fosse. Non perché sei diventato imprudente, ma perché ti sei abituato. E l’abitudine, nei mercati come nella vita, è la forma più silenziosa di rischio che esista.

Dubai è una città costruita a circa duecento chilometri da uno stretto attraverso cui transita una quota enorme del petrolio mondiale, in una regione in cui ogni decennio si ridisegnano equilibri politici ed economici rilevanti. Eppure negli ultimi vent’anni Dubai ha fatto esattamente l’opposto di ciò che la geografia suggerirebbe. Ha attratto capitali, ha concentrato ricchezza, diventando uno dei principali hub globali per family office, fondi sovrani e patrimoni privati in cerca di stabilità operativa.

Quando un rischio è strutturale e permanente, smette di funzionare come deterrente e diventa una variabile del sistema, nominata, misurata e poi messa da parte. Non sparisce. Smette di pesare sulle decisioni quotidiane proprio nel momento in cui è diventato abbastanza familiare da sembrare una condizione permanente invece che un pericolo reale.

[…]

Nassim Nicholas Taleb, studioso del rischio, ha definito Cigno Nero un evento imprevedibile che i modelli non riescono a vedere e che, dopo il fatto, viene spiegato come inevitabile. Il fenomeno che a me interessa è l’opposto: non l’ignoto ma il noto, non ciò che manca all’analisi ma ciò che l’analisi ha reso così familiare da non generare più reazione.

Il Dragone Nero è quel rischio grande, visibile e discusso che resta nella stanza abbastanza a lungo da diventare arredamento. Viene misurato, commentato e modellizzato, e proprio per questo smette di essere percepito come urgente. Non è un pericolo che appare all’improvviso, ma un pericolo che abbiamo imparato ad abitare. È la «miccia in salotto». Quello che troverete in queste pagine non sono previsioni o formule, ma un processo fatto di domande e distinzioni che uso quando il costo dell’errore è troppo alto per permettersi narrazioni comode.

Quella sera a Dubai, le luci dei cargo continuavano a muoversi nel buio del Golfo mentre il sistema funzionava esattamente come aveva sempre funzionato. È da qui che bisogna iniziare a guardare.

Tratto da “Il Dragone Nero” (Paesi edizioni), di Giacomo Calef, 18 euro, 192 pagine.

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Quando il conto rende proibitiva perfino la curiosità

Foto di Mathias Reding su Pexels

In alcuni ristoranti la carta dei vini pesa più del menu e si sfoglia con la riverenza riservata agli atlanti antichi: pagine di Borgogna, verticali di Barolo, qualche Champagne di quelli che si nominano a mezza voce. Poi al tavolo ci si guarda negli occhi e qualcuno ordina l’acqua frizzante. A ben vedere quella carta è un catalogo di soprammobili, bottiglie che immobilizzano denaro e nei bicchieri ci arrivano di rado. Il paradosso è che il vino, per la ristorazione italiana, vale moltissimo: secondo l’Osservatorio Fipe‑Uiv presentato a Vinitaly lo scorso aprile, i consumi di vino nei locali muovono dodici miliardi di euro l’anno e pesano per oltre il ventuno per cento sullo scontrino medio, quota che per più di un esercizio su cinque supera il trenta per cento. Lo stesso Osservatorio fotografa però un anno di contrazione sia nella spesa sia nei volumi, e l’Osservatorio Federvini curato con TradeLab ha misurato nei primi tre trimestri del 2025 un calo del sette per cento nelle consumazioni di vino fuori casa.

Dall’altra parte della filiera i numeri raccontano la stessa immobilità: a maggio, secondo l’Osservatorio di Unione Italiana Vini, nelle cantine italiane giacevano oltre 53 milioni di ettolitri tra vini e mosti, il 7,3 per cento in più di un anno prima e il livello più alto dal 2022. Il vino resta fermo in cantina e resta fermo in sala. Ci piace raccontarci che la colpa è dei giovani che bevono meno e delle abitudini che cambiano, spiegazione comoda e persino in parte vera, che però lascia fuori dall’inquadratura la cifra stampata accanto all’etichetta. Due anni fa il Gambero Rosso, con un pezzo di Beppe Monelli, segnalava un Valpolicella pagato dal ristorante 7,65 euro e proposto in carta a 45, e secondo un’inchiesta di Italia a Tavola i moltiplicatori oscillano intorno al doppio sulle bottiglie di maggior pregio e arrivano a tre volte e mezzo su quelle più accessibili, con il risultato che il vino più facile da ordinare diventa, in proporzione, il più penalizzato.

Per avere un termine di paragone, il critico londinese Andy Hayler, confrontando quasi trecento carte, ha calcolato per Londra un ricarico medio di circa tre volte il prezzo al dettaglio, mentre nei ristoranti europei di alta gamma del suo campione la media scendeva a 2,47, e ne ha concluso che il Regno Unito è tra i posti più cari per bere vino al ristorante, primato che forse non conviene inseguire. Quando il conto rende proibitiva perfino la curiosità, una quota della responsabilità torna a noi, a chi il vino lo fa e a chi lo vende. Il vino nasce per essere stappato, eppure negli anni ne abbiamo coltivato una versione feticcio, comprata per il nome sull’etichetta e destinata alla vetrina, e in sala questa logica produce cantine costruite per impressionare l’ospite più che per dissetarlo, con carte in cui chi vuole spendere una cifra ragionevole deve muoversi come un rabdomante. Intendiamoci, mantenere una grande cantina richiede competenza e capitali, e lasciare maturare un vino finché è pronto ha un senso preciso. Tenerlo fermo perché nessuno accetta il prezzo che gli abbiamo appiccicato è un’altra faccenda, ed è quella di cui si parla meno.

Il ricarico paga cose reali come il servizio, la conservazione, il personale e il lavoro di selezione, e nessuno chiede ai ristoratori di lavorare in perdita, così come nessun produttore dovrebbe svendere.

Ma dobbiamo porci un’altra domanda: cerchiamo il margine più alto sulla singola bottiglia o una cantina che gira e torna a ordinare? Un prezzo che spinge il cliente a rinunciare andrebbe trattato come un tappo difettoso, qualcosa da annotare e correggere, e le soluzioni sono meno rivoluzionarie di quanto sembri: più vino al calice, fasce di prezzo leggibili a colpo d’occhio, etichette da scoprire accanto ai nomi che fanno da richiamo, un assortimento che respira con le stagioni e ricarichi calibrati anche sulla rotazione, perché una bottiglia che esce spesso con un margine onesto finisce sovente per rendere più di una che compie gli anni sullo scaffale.

Poi c’è il personale, che va messo in condizione di raccontare e proporre, aiutando chi siede al tavolo a scegliere secondo gusto e portafoglio. Una carta viva costruisce fiducia, e la fiducia porta il secondo calice, che nei conti di un locale pesa parecchio. Il prestigio di un’etichetta può convivere benissimo con il piacere di aprirla, e la ricerca può trovare posto anche nella proposta di un martedì sera qualunque. Forse varrebbe la pena misurare il valore di una carta dalle bottiglie aperte e dalla voglia di ordinarne un’altra, più che dal peso della rilegatura. Prima di domandarci, per l’ennesimo convegno, perché il cliente non beve più, proviamo a guardare il numero che gli abbiamo messo davanti. La risposta potrebbe essere lì, stampata in corpo dieci, a destra del nome.

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L’albergo che insegnò a Sorrento a guardare il mare

C’è stato un tempo in cui a Sorrento si arrivava, si guardava il golfo e si ripartiva. I viaggiatori europei erano attratti dalla costa, dalla luce, dai luoghi legati a Torquato Tasso, ma la città restava una tappa, non una meta. Poi tutto è cambiato. Lo racconta la docente di Storia del turismo all’Università Federico II di Napoli Annunziata Berrino in Alle origini del turismo. Il Grand Hôtel Vittoria a Sorrento dei Rispoli Fiorentino, in libreria dal 6 novembre per il Mulino.

Tutto comincia con Aniello Rispoli, tra i primi a capire che Sorrento poteva essere un luogo in cui fermarsi, e non soltanto da visitare. La sua intuizione fu quella di dare al panorama un ruolo nuovo. L’albergo venne pensato per i viaggiatori e costruito in rapporto con il mare: posizione, luce, affacci e giardino facevano parte del progetto fin dall’inizio. Oggi scegliere una camera per la vista sembra scontato; mentre allora era una scelta lungimirante, che secondo Berrino anticipava persino la vicina Napoli, già ben inserita negli itinerari del viaggio europeo.

La stessa cura si estendeva a tutto ciò che accadeva fuori dalla camera. Gli ospiti potevano affidarsi all’albergo per organizzare carrozze, barche ed escursioni, accompagnati da persone conosciute e fidate. Cucina, servizio e cura degli spazi completavano un soggiorno pensato per vivere il territorio con agio e sicurezza. Era, in sostanza, un’ospitalità che andava già oltre il semplice pernottamento.

Attingendo a documenti d’archivio e pubblicazioni dell’epoca, Berrino segue poi il passaggio di quella visione alla famiglia Fiorentino, che ne raccolse l’eredità e ha guidato l’albergo attraverso le generazioni. Oggi, alla sesta, la famiglia continua a gestirlo, e l’Excelsior Vittoria resta uno dei rari grandi alberghi storici italiani rimasti nelle mani della stessa famiglia dal 1834.

Chi ci entra oggi trova un cinque stelle lusso, membro di The Leading Hotels of the World, arroccato sulla scogliera davanti al Golfo di Napoli e al Vesuvio. La tradizione vuole che sotto la proprietà si trovino i resti di una villa dell’imperatore Augusto, e il passato si mostra ovunque: nelle colonne settecentesche, nei soffitti affrescati, negli arredi d’epoca. Le ottanta camere, di cui quarantanove suite, si dividono tra tre edifici, La Vittoria, La Favorita e La Rivale, immersi in un parco di due ettari tra agrumi e ulivi. Un ascensore porta gli ospiti direttamente dal porto all’albergo, comodità che i viaggiatori dell’Ottocento non avrebbero potuto immaginare.

Courtesy of Grand Hotel Excelsior Vittoria

Eppure molti di loro sono passati di qui. Tra gli ospiti illustri ci sono stati Richard Wagner e Oscar Wilde, ma la storia più celebre è quella di Enrico Caruso, che vi soggiornò nel 1921, pochi mesi prima di morire. La sua suite è rimasta com’era, con il pianoforte, la lavagna, le lettere e le fotografie del tenore. Nel 1986 proprio in quella stanza dormì Lucio Dalla, che lì compose Caruso, una delle canzoni italiane più conosciute al mondo. Oggi anche il cantautore ha una suite a lui intitolata, e la Terrazza Vittoria, con il tramonto davanti al Vesuvio, è diventata il luogo simbolo di quella canzone.

L’attenzione all’accoglienza descritta nel libro si ritrova anche nel presente. La cucina è affidata all’Executive Chef Antonino Montefusco, che guida il ristorante stellato Terrazza Bosquet, l’Orangerie nell’aranceto accanto alla piscina e la Terrazza Vittoria, con ingredienti della Penisola Sorrentina e dell’orto dell’albergo. Nella serra ottocentesca è nata la spa La Serra, mentre lo champagne bar La Pergola si apre sulla piazza e sul mare sotto un glicine secolare.

E il legame con la storia del turismo non è soltanto un racconto: l’hotel ospita infatti una sala del Museo del Turismo e sostiene il FAI come Corporate Golden Donor. Il libro di Berrino restituisce la sua profondità, mostrando come l’attenzione al panorama, al servizio e al territorio fosse già scritta nel progetto originario, quando Sorrento stava ancora imparando a diventare una destinazione turistica.

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C’è una guerra nell’intelligence americana, e la sta vincendo la Cia

Il Pentagono vuole costruirsi una rete di spie sotto copertura, e la Central Intelligence Agency non sembra intenzionata a lasciarglielo fare. Dietro il progetto per rafforzare le capacità clandestine del dipartimento della Difesa – della Guerra, sotto l’amministrazione Trump – si intravede una battaglia per il controllo dello spionaggio americano, nella quale Langley sembra avere oggi il vantaggio politico. Ma la vittoria di un’agenzia sulle altre non significa che gli Stati Uniti siano più preparati a raccogliere informazioni in un mondo in cui le coperture tradizionali sono sempre più difficili da mantenere.

Secondo il Washington Post, il Pentagono sta pianificando un programma più ambizioso di nonofficial cover officer (Noc): agenti che operano all’estero senza apparenti legami con il governo americano, fingendosi imprenditori o professionisti del settore privato. L’obiettivo è raccogliere informazioni economiche sulla Cina e sugli altri concorrenti strategici degli Stati Uniti. Il progetto è ancora in fase di pianificazione e il Pentagono contesta la ricostruzione del giornale. A supervisionarlo sarebbe Tom Rakusan, veterano della Agency con 39 anni di servizio, entrato al Pentagono dopo il passaggio al fondo Cerberus Capital Management, cofondato da Steve Feinberg, oggi vicesegretario alla Difesa. L’idea di sviluppare capacità autonome di copertura non ufficiale, tuttavia, tocca un nervo scoperto: Langley considera le operazioni clandestine all’estero una propria competenza fondamentale e vuole che siano coordinate dai suoi capi stazione sul territorio.

La notizia ha alimentato il sospetto che la fuga di informazioni al Washington Post sia stata orchestrata proprio da Langley per bloccare l’iniziativa. Il leak sarebbe, secondo questa lettura, una mossa nella guerra burocratica tra le agenzie e un’altra vittoria di John Ratcliffe, direttore della Agency.

Di certo c’è che il conflitto è plausibile, e il problema operativo che lo alimenta è reale. Costruire una copertura credibile oggi è molto più difficile che in passato: controlli biometrici, tracce digitali e informazioni facilmente accessibili rendono complicato nascondere un’identità o un passato militare. Anche il comportamento di un agente può tradirlo. Il Pentagono, del resto, ha già sperimentato i limiti delle coperture commerciali: in un caso citato dal Post, operatori legati alle forze speciali in Africa si presentarono come dipendenti di una società mineraria senza avere conoscenze adeguate del settore.

E neppure Langley sembra aver risolto il problema. Un rapporto interno risalente al periodo della pandemia segnalava che circa tre quarti dei suoi ufficiali sotto copertura profonda sarebbero arrivatI all’età pensionabile entro la metà degli anni Venti, senza un ricambio e una formazione sufficienti. Un precedente tentativo di rafforzare queste capacità era fallito anche per carenze di addestramento e supervisione. La fonte citata interpreta proprio questa fragilità come la vera questione strategica: gli Stati Uniti hanno bisogno di un programma di copertura non ufficiale adeguato al contesto tecnologico attuale, ma finora nessuno è riuscito a costruirlo.

La battaglia per il controllo dell’intelligence, intanto, si combatte anche a Washington. Il confronto tra Ratcliffe e Tulsi Gabbard, fino a giugno direttrice l’Intelligence nazionale, ovvero l’organismo che coordina la comunità d’intelligence americana (composta da 18 strutture), ha già compromesso la collaborazione tra le due strutture. A giugno Reuters aveva rivelato che Langley aveva ridotto i propri contributi ad alcune valutazioni dell’Ufficio del direttore dell’Intelligence nazionale (Odni), comprese quelle sull’Iran, nel quadro di uno scontro che si trascinava da oltre un anno. La frattura riguardava anche il controllo delle informazioni e il Presidential Daily Brief, il rapporto quotidiano destinato al presidente. Gabbard aveva istituito un gruppo per indagare sulla politicizzazione dell’intelligence; Langley riteneva che aggirasse le procedure di condivisione e declassificazione, mentre l’Odni accusava la Agency di limitarne l’accesso ai dati. Le successive revoche di autorizzazioni di sicurezza a funzionari attuali ed ex, tra cui un ufficiale sotto copertura della Agency, hanno aggravato la crisi.

L’Odni era stato creato dopo gli attentati dell’11 settembre 2001 per migliorare il coordinamento tra le agenzie e correggere i fallimenti analitici che avevano preceduto la guerra in Iraq. La sua debolezza, però, è strutturale: deve coordinare apparati dotati di proprie capacità operative, culture e interessi, senza disporre necessariamente dell’autorità necessaria a imporsi su di loro. La Cia, al contrario, conserva un peso istituzionale considerevole e un accesso diretto alla Casa Bianca.

Gabbard ha lasciato, ufficialmente per stare accanto a suo marito malato. Dopo di lei è arrivato, ad interim, Bill Pulte, a capo anche dell’agenzia federale per la finanza immobiliare e senza una comprovata esperienza nel settore dell’intelligence; poi Jay Clayton, ex procuratore federale del distretto Sud di New York. È diffusa da tempo, ma con l’amministrazione Trump si è man mano rafforzata, l’idea che l’Odni finisca per legittimare decisioni politiche anziché garantire valutazioni indipendenti. Ciò anche a causa dell’indebolimento dell’ufficio, tra licenziamenti e pressioni sul personale che si occupa di analisi.

Il problema va oltre la rivalità tra agenzie: se l’ufficio incaricato di integrare le informazioni e preservare l’indipendenza dell’analisi perde autorevolezza, l’intero sistema rischia di diventare più frammentato e vulnerabile alle pressioni della Casa Bianca.

In questo quadro, Ratcliffe sembra aver guadagnato terreno: la Cia mantiene il proprio peso mentre l’Odni perde centralità e il Pentagono incontra resistenze nel tentativo di ampliare le proprie capacità clandestine. È una vittoria politica, non una soluzione strategica. La comunità d’intelligence americana deve ancora affrontare la questione decisiva: come reclutare fonti, proteggerle e raccogliere informazioni affidabili in un ambiente tecnologico e geopolitico radicalmente cambiato. Vincere la contesa a Washington non basta a vincere la futura guerra dello spionaggio.

 

Questo è un estratto della newsletter di Strategikon, la testata di Linkiesta dedicata alla sicurezza nazionale e curata da Gabriele Carrer. Arriva ogni martedì. Qui per iscriversi.

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Non diamo la colpa ai giovani se il contratto sociale è saltato

Chi ha ascoltato i ragazzi sa che chiedono di avere un posto nella società, una prospettiva di futuro, e la risposta non può essere solo repressiva: da loro si pretende responsabilità senza dare potere, è venuto il momento di condividerne un po'

Le scuole fatiscenti e l’accesso all’università a Parigi, gli affitti a Madrid e Lisbona, il carovita, la precarietà e la scuola da noi. Francia, Spagna, Portogallo, Italia: le piattaforme sono diverse, ma un elemento accomuna le manifestazioni di queste settimane: l’età di chi scende in piazza. Molti sono studenti delle superiori, alcuni non ci sono ancora arrivati. A Milano, tra i giovani identificati dopo i saccheggi del 17 e 18 ottobre, il più piccolo ha undici anni e frequenta le medie in una scuola della Barona.

L’occasione era troppo ghiotta per non indurre i media e la politica a buttarcisi; così abbiamo visto adulti che poco o nulla sanno delle condizioni di vita dei ragazzi improvvisarsi sociologi, pedagogisti, psicologi o neuropsichiatri: nella migliore delle ipotesi per pontificare; nella peggiore per legiferare. È il caso del decreto legge 22 ottobre 2026, n. 190, che introduce – per l’ennesima volta in questa legislatura – un nuovo reato, stabilisce che tra i 14 e i 18 anni l’imputabilità è presunta e invia a Milano cinquecento militari per gestire l’ordine pubblico. Ci si spinge fino a stravolgere l’impianto peculiare del processo minorile, che chiede di accertare caso per caso la maturità dell’imputato e segue la logica della messa alla prova e del recupero.

Sgombro il campo da un possibile equivoco: la violenza non si giustifica, e chi spacca vetrine e saccheggia negozi deve risponderne. Ma se l’unica risposta che lo Stato sa dare è penale, vuol dire che ha rinunciato a capire. Come ha rinunciato a capire chi guarda con simpatia a chi contesta il Capitale o l’Ordine costituito, con una senile nostalgia per gli anni in cui “gli eroi son tutti giovani e belli”, che per ragioni anagrafiche non ha potuto vivere da protagonista.

Per capire un fenomeno, si sa, è buona pratica allargare lo sguardo. In questo contributo provo a farlo mettendo in fila tre cose: una generazione sacrificata, un sistema educativo tirato in ballo a sproposito, un diritto che continuiamo a negare.

In fondo alla fila
Chi ha ascoltato i ragazzi, invece di parlare al posto loro, ha sentito sempre le stesse parole: salari inadeguati, lavori che non soddisfano, nessuna certezza sul futuro lavorativo, abitativo e previdenziale. E i dati sono lì, impietosi, a confermarlo. La crisi nasce da un patto che non regge più. La promessa implicita era semplice: studia, impegnati, e avrai un posto nella società almeno pari a quello dei tuoi genitori. Oggi quella promessa non è più credibile, e i diretti interessati lo sanno meglio di noi.

Questo risultato non è frutto del caso: è l’effetto cumulato di scelte. Il debito pubblico è cresciuto quasi sempre senza chiedersi come migliorasse la vita di chi dovrà ripagarlo. La spesa per pensioni e sanità è destinata a crescere, e quella per istruzione e sostegno alla genitorialità a contrarsi. In questa «repubblica fondata sul lavoro», i giovani lavoratori sono poco tutelati. E la tutela dell’ambiente, che l’articolo 9 riformato nel 2022 lega espressamente all’«interesse delle future generazioni», resta più spesso enunciata che praticata.

C’è un filo che tiene insieme queste scelte. La politica risponde, legittimamente, a chi la vota; e chi vota è sempre più anziano, mentre una parte di chi pagherà il conto, quel conto non può nemmeno contestarlo nelle urne. Quando il contratto sociale salta per una parte della popolazione, quella parte cerca altri modi per farsi sentire. Alcuni sono pacifici, altri no.

Il triangolo educativo
Ogni volta che la cronaca coinvolge adolescenti o preadolescenti, la reazione è quasi pavloviana: si tira in ballo il ruolo della scuola, spesso a sproposito. La dimensione educativa è ovviamente decisiva, ma pensare che qualcuno abbia la bacchetta magica è quantomeno ingenuo. Serve un approccio sistemico, che coinvolga tutti i vertici del cosiddetto triangolo educativo: scuola, famiglia e territorio, cioè istituzioni e associazioni.

Non siamo all’anno zero: questi soggetti, almeno quelli pubblici, gli strumenti per intervenire li hanno già. E li usano ogni giorno, in silenzio e nel disinteresse generale. Certo, non tutti sono attrezzati allo stesso modo: le istituzioni sono fatte di persone, e le persone non sono tutte ugualmente capaci. Anche per questo i tre vertici devono sostenersi a vicenda in un dialogo costante.

L’intervista che la dirigente della scuola dell’undicenne della Barona ha dato al Corriere della Sera lo mostra con chiarezza. La scuola su quello studente aveva investito e continua a farlo. Ha costruito un percorso individuale, ha segnalato le difficoltà e chiesto l’intervento dei servizi sociali. E quando lo ha riconosciuto nei video, i docenti hanno pianto per il senso di impotenza.

Da quella storia si ricavano una buona e una cattiva notizia. La buona è che le nostre scuole sono tenute in piedi da persone che sanno quello che fanno e non aspettano il fatto eclatante per muoversi. La cattiva è che, anche quando ciascuno fa la propria parte, a volte non basta.

Ora proviamo a guardare con questa lente il modo in cui reagiamo quando una generazione irrompe sulla scena pubblica. Quasi mai la risposta rafforza uno dei tre vertici. La famiglia, spesso il vertice più fragile, viene colpevolizzata. Sul territorio si mandano militari senza formazione nella gestione dell’ordine pubblico, invece di educatori, assistenti sociali o presidi culturali. La risposta repressiva è necessaria quando vengono commessi reati. Ma dovrebbe essere l’extrema ratio e, in ogni caso, va letta per quello che è: la certificazione di un fallimento. Quando diventa la prima risposta, è come se quel fallimento lo certificassimo in anticipo.

No imputation without representation
C’è poi un paradosso che il decreto rende evidente. Per lo Stato un quattordicenne che commette un reato è presunto maturo quanto un adulto, e come un adulto può essere fermato anche prima di commetterlo. Ma non è abbastanza maturo da partecipare alla scelta di chi fa le leggi.

Gli chiediamo responsabilità e non gli diamo potere. I coloni americani, davanti a un Parlamento che li tassava senza farli votare, risposero: «no taxation without representation», dando vita a una delle grandi rivoluzioni liberali della storia moderna, la prima a concludersi con una repubblica fondata su una costituzione scritta. Due secoli e mezzo dopo, potremmo applicare un principio simile: «no imputation without representation».

Iniziamo a riflettere su come eliminare dall’articolo 48 della Costituzione il requisito della maggiore età per votare. Non ripeto qui l’argomentazione che ho fatto in questo saggio. Mi limito a osservare che il modo strutturale per smettere di legiferare contro l’interesse dei più giovani è dare loro il voto, perché ignorarli diventi più costoso. Con due vantaggi ulteriori: chi può votare non pensa che spaccare tutto sia l’unico modo per farsi sentire; e la responsabilità non si insegna per decreto, si impara esercitandola.

Fare gli adulti
Rubo a Francesco Costa una domanda, anch’essa ispirata dai disordini di Milano, Bologna e Torino: gli adulti possono fare gli adulti? È la domanda giusta. Fare gli adulti non significa pontificare, né rispondere a una vetrina rotta con un nuovo reato. Significa fare in modo che i tre vertici del triangolo educativo funzionino e si sostengano, perché dove uno cede possano arrivare gli altri. E significa accettare di condividere un po’ di potere con chi erediterà le conseguenze delle nostre scelte.

Altrimenti la prossima volta torneremo a stupirci dell’età di chi è in piazza, a cercare un colpevole nella scuola o nelle famiglie e a scrivere un altro decreto. E i ragazzi avranno avuto ancora una volta la conferma di ciò che già pensano: che di loro ci occupiamo solo quando fanno notizia.

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I deepfake stanno invadendo le campagne elettorali

Ossoff Deepfake

Un uomo prende una Bibbia e comincia a imbrattarla con un pastello a cera. Inizia a leggere e recita versi apocrifi: «In principio Dio era non binario e non era cristiano», «Dio ha mandato sulla Terra il suo unico figlio, che era un femminista radicale». Poi guarda in camera e si definisce «un cristiano che odia la cristianità». È James Talarico, candidato democratico al Senato in Texas. Ma la scena non è mai avvenuta. È stata costruita con l’intelligenza artificiale e utilizzata in uno spot elettorale del repubblicano Ken Paxton, che attribuisce al suo avversario parole inventate a partire da dichiarazioni reali. Una caricatura della posizione politica di Talarico trasformata in un video iperrealistico, pronto per circolare sui social e suscitare indignazione nell’elettorato.

Con le elezioni di metà mandato in arrivo la prossima settimana, i team di comunicazione dei candidati hanno aperto la cassetta degli attrezzi e ha tirato fuori tutti gli strumenti possibili, compresi quelli che fino a poco tempo fa nemmeno esistevano. Come i video deepfake, come quello diffuso da Paxton su Talarico: stanno cambiando la comunicazione politica, mescolando il reale con il falso.

In Georgia, alcuni annunci finanziati da un Super Pac vicino ai repubblicani raffigurano il senatore democratico Jon Ossoff mentre si sottopone a trattamenti estetici vistosi, prendendo di mira le spese della sua campagna per parrucchieri e truccatori. In Michigan, un altro gruppo ha usato l’intelligenza artificiale per inserire il candidato democratico Abdul El-Sayed in una fotografia di famiglia mai esistita, insieme al podcaster Hasan Piker e a quattro donne con il niqab. In Pennsylvania, uno spot della repubblicana Stacy Garrity fa pronunciare al governatore democratico Josh Shapiro dichiarazioni sui finanziamenti ricevuti e sulle autorizzazioni concesse ai data center. Sono tutti esempi di una stessa forma di manipolazione: i candidati – e i loro staff – usano la capacità dell’intelligenza artificiale di produrre immagini credibili per rendere più aggressiva la comunicazione elettorale. Non sempre si tratta di inventare tutto da zero. A volte si prendono dichiarazioni autentiche, si modificano o si ricompongono fuori contesto; altre volte si costruiscono scene inesistenti, affidando al candidato una battuta che non ha mai pronunciato. Secondo il Wesleyan Media Project all’11 ottobre erano stati spesi centotrentasette milioni di dollari per duecentoventi annunci elettorali realizzati in tutto o in parte con l’intelligenza artificiale. Quasi tutti sono riconducibili ai repubblicani. Non tutti sono catalogati come deepfake ingannevoli in senso stretto, ma la cifra dà la misura della rapidità con cui le nuove tecnologie si stanno mangiando la propaganda elettorale.

Le regole, per il momento, tengono il passo a fatica. Secondo una ricognizione di Axios, quattro Stati americani vietano determinati impieghi dei deepfake politici, mentre altri ventisette richiedono qualche forma di dichiarazione sull’uso dell’intelligenza artificiale. Una normativa federale specifica, invece, non esiste. Il risultato è un mosaico di disposizioni diverse, nel quale la comunicazione viene sottoposta a obblighi differenti a seconda del luogo in cui viene diffusa.

Il danno, infatti, non coincide con la possibilità che un elettore scambi un falso per vero. Anche chi riconosce la manipolazione può conservare un’impressione negativa del candidato che ha appena visto imbrattare una Bibbia o pronunciare una frase offensiva. La psicologa e studiosa diepistemologia Cailin O’Connor ha detto ad Axios che l’impatto emotivo di un contenuto può persistere anche quando sappiamo che è falso. E c’è un secondo rischio, forse ancora più difficile da contrastare, che si verifica quando i video artificiali diventano onnipresenti, e lì diventa più semplice liquidare come un prodotto dell’IA anche un contenuto autentico. È il cosiddetto liar’s dividend: quando i deepfake si moltiplicano, anche un video autentico può essere scambiato per falso.

La storia dei deepfake in politica non comincia certo con le midterm americane. In Slovacchia, già a settembre 2023, due giorni prima delle elezioni, aveva iniziato a circolare un audio falso che sembrava mostrare il leader dell’opposizione Michal Šimečka mentre tramava per manipolare il voto. In India, durante le elezioni del 2024, dei video generati con l’intelligenza artificiale hanno mostrato due star di Bollywood mentre criticavano Narendra Modi e invitavano a votare per l’opposizione. In entrambi i casi, il falso è arrivato agli elettori in un momento in cui smentirlo era difficile, o sfruttando la popolarità di personaggi famosi per ottenere visibilità.

Anche in Italia i deepfake stanno entrando nella comunicazione politica. A luglio Roberto Vannacci ha rilanciato un video generato con Grok, l’intelligenza artificiale di X, in cui veste i panni di un imperatore romano al Colosseo, accanto a Giorgia Meloni e Ignazio La Russa. Nell’arena, alcuni avversari politici, tra cui Elly Schlein e Giuseppe Conte, sono prigionieri destinati a essere sbranati dai leoni. Una fantasia di potere e punizione, più che un tentativo di documentare un fatto reale: un esempio di quella che viene chiamata slopaganda, la propaganda costruita con contenuti sintetici pensati per suscitare reazioni e circolare sui social.

Facta ha ricostruito la storia di quel video e ha scoperto che era stato realizzato da una sostenitrice di Vannacci residente nel Regno Unito, non dallo staff ufficiale del partito. La donna lo aveva pubblicato sulla pagina Instagram Robertus Vannaccius; Ugo Rossi, consigliere comunale di Futuro Nazionale a Trieste, aveva raccontato di averlo visionato in anticipo e di aver suggerito un elemento del finale. Vannacci lo aveva poi condiviso sul proprio profilo. E da mesi ormai circolano video artefatti di Vannacci in uniforme militare e con il logo di Futuro Nazionale che schiaffeggia donne, strappa passaporti e aggredisce persone per le loro scelte personali. In una clip colpisce una ragazza diretta a Ibiza; in un’altra aggredisce una donna intenzionata ad abortire. Il leader ha negato qualsiasi legame con i filmati, e un’analisi di Open ha ricondotto tutto all’account Terra Cava 2. La strategia era pubblicarli fingendosi indignati per quelle scene e poi assumere toni di sostegno a Vannacci, prendendo in giro chi aveva creduto alla loro autenticità. Indignazione, approvazione e condivisioni finivano così per alimentare la circolazione degli stessi contenuti.

È un problema che riguarda anche la responsabilità dei partiti. A dicembre dell’anno scorso Pagella Politica e Facta hanno chiesto alle forze parlamentari di impegnarsi a non creare né diffondere deepfake degli avversari, a correggere pubblicamente eventuali condivisioni ingannevoli e a sensibilizzare i propri sostenitori. La Lega è stata l’unica a non firmare, sostenendo di preferire «i fatti e non gli appelli», pur dichiarando inaccettabili questi strumenti. A settembre 2026 Pagella Politica ha riferito di non aver ricevuto risposta da Futuro Nazionale alla successiva richiesta di adesione. Non tutte le forze politiche hanno accettato di assumersi un impegno pubblico contro la falsificazione della realtà a fini propagandistici.

Rifiutare un impegno così elementare di correttezza democratica è una scelta di campo chiara. Sottrarsi a un principio minimo di trasparenza non è contro la legge, ma rivela come ci si vuole muovere nella comunicazione. Perché la propaganda ha sempre cercato di piegare i fatti ai propri obiettivi, e oggi può farlo con immagini molto credibili prodotte senza girare un solo fotogramma reale.

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L’Albania di Rama sarà anche stabile, ma l’Occidente chiude gli occhi sulla democrazia

Il premier albanese Edi Rama (AP/LaPresse)

Dai blocchi studenteschi e universitari che scuotono le città francesi fino agli scontri di Milano, dove nuclei di giovanissimi casseurs hanno trasformato i cortei in guerriglia urbana, le piazze dell’Europa occidentale mostrano il volto di una rabbia generazionale aspra ma disarticolata. È la reazione febbrile di una gioventù che esprime malessere e disillusione ai margini di democrazie mature, senza tuttavia metterne in discussione l’architettura costituzionale di fondo.

Guardare alle manifestazioni che in questi stessi giorni infiammano Tirana come a una replica balcanica di quel disordine significherebbe, invece, commettere un errore di prospettiva capitale. Davanti ai palazzi governativi albanesi non agiscono frange metropolitane in cerca di scontro fine a sé stesso. Quella che ha preso il nome di “Rivoluzione dei fenicotteri” è una mobilitazione politica matura che salda studenti, mondo accademico e società civile contro la cattura dello Stato: la ribellione contro le leggi ad hoc concepite per grandi interessi speculativi e contro un modello di potere che ha svuotato la democrazia per vendere all’estero l’illusione dell’ordine.

Per i partner europei e atlantici, l’Albania ha rappresentato a lungo un ancoraggio rassicurante nei Balcani occidentali. In una regione segnata dalle frizioni tra Belgrado e Pristina, dalla fragilità istituzionale della Bosnia-Erzegovina e dalla crescente concorrenza geopolitica di attori terzi, Tirana ha offerto un profilo apparentemente lineare: una popolazione dichiaratamente filoccidentale, un allineamento stabile alla Nato e un esecutivo capace di parlare il linguaggio della governance internazionale. 

Questa convergenza ha prodotto un’intesa pragmatica e marcatamente transazionale tra Tirana e le capitali occidentali. Il primo ministro Edi Rama ha compreso che, sotto la pressione di crisi interne ed esterne, gran parte dei partner europei tende a privilegiare la prevedibilità regionale rispetto alla qualità dello Stato di diritto. Posizionando l’Albania come spazio affidabile di cooperazione – dall’accoglienza dei rifugiati afghani nel 2021 al protocollo con l’Italia per la gestione extraterritoriale dei flussi migratori – l’esecutivo ha accumulato capitale diplomatico all’estero. Tale legittimazione internazionale si è trasformata, però, in una cambiale in bianco per Rama, spingendo le cancellerie occidentali a chiudere gli occhi sull’erosione dei contrappesi istituzionali e sulla gestione verticistica del potere.

Le radici istituzionali di questo schema affondano nelle patologie non risolte della transizione post-comunista. Il crollo del regime autarchico ed eremita di Enver Hoxha nel 1991 non ha prodotto una democrazia liberale consolidata, bensì un duopolio feroce tra il Partito democratico e il Partito socialista. Al di là delle opposte retoriche ideologiche, entrambe le formazioni sono rimaste a lungo prigioniere della medesima cultura del potere ereditata dal passato: una gestione personalistica e clientelare dello Stato, in cui la vittoria elettorale coincideva con l’occupazione dell’amministrazione pubblica e la delegittimazione sistematica dell’avversario. 

Dopo il trauma del 1997, quando l’implosione degli schemi piramidali trascinò il Paese nel caos armato e rese necessaria la missione internazionale Alba, nelle cancellerie occidentali si consolidò un tacito pragmatismo: la priorità assoluta andava all’ordine pubblico e alla stabilità del fianco adriatico, anche a costo di tollerare istituzioni deboli e una democrazia incompiuta. La capacità di garantire il controllo delle frontiere e la sicurezza regionale divenne il metro principale con cui valutare l’affidabilità dei governi albanesi, subordinando la profondità dello Stato di diritto alla prevenzione di nuove crisi. 

Negli ultimi anni, questa impostazione si è tradotta in un sistema di gestione politica ed economica fortemente accentrato. Al di fuori dei confini albanesi, i grandi progetti di rigenerazione urbana, gli investimenti esteri di alto profilo e una crescita esponenziale del turismo hanno alimentato una narrazione di modernizzazione e successo internazionale. Al tempo stesso, il ricorso sistematico ai partenariati pubblico-privato e allo status di “investitore strategico” ha sollevato interrogativi sulla concorrenza, sulla trasparenza delle procedure e sulla concentrazione di vantaggi economici in pochi gruppi vicini al potere. Le aree costiere e i settori urbani più redditizi sono diventati il terreno privilegiato di questa tensione tra sviluppo, speculazione e tutela dell’interesse pubblico. 

I limiti di questo modello di sviluppo sono emersi con particolare evidenza nella mobilitazione nata attorno all’ecosistema di Vjosa-Narta e ai progetti di sviluppo previsti nell’area di Saseno e Zvërnec. Per aprire la strada al mega-progetto turistico di Affinity Partners, la società legata a Jared Kushner, sono state varate modifiche legislative su misura che hanno subordinato la salvaguardia dell’area a interessi privati, ignorando le tutele ambientali e gli obblighi internazionali assunti dall’Albania in materia ambientale e paesaggistica.

La reazione dell’opinione pubblica albanese, aggregatasi sotto il simbolo del fenicottero rosa della laguna di Narta, è andata ben presto oltre le specifiche istanze di natura ambientalista. Portando in piazza residenti, attivisti, professionisti e studenti, la protesta è riuscita in pochi mesi a canalizzare un malcontento ben più ampio: la denuncia della cattura dello Stato, delle leggi su misura, dell’opacità procedurale e della sensazione che le decisioni strategiche vengano assunte al di fuori del contraddittorio pubblico. Quando gli studenti hanno innestato la propria mobilitazione su quella dei movimenti ambientalisti, chiedendo riforme nel sistema educativo e le dimissioni del governo, la contestazione ha assunto una dimensione chiaramente politica. 

Il quadro politico albanese riflette la medesima tensione. La riforma della giustizia avviata nel 2016, con il sostegno di Stati Uniti e Unione europea, ha introdotto il vetting dei magistrati e creato la Struttura speciale anticorruzione (Spak), producendo risultati rilevanti nella lotta a reti clientelari e a fenomeni di corruzione di alto livello. Tuttavia, gli organi indipendenti si muovono dentro un ecosistema di potere che resiste allo scrutinio. Il vero banco di prova per la magistratura non sono più soltanto le vecchie oligarchie dell’opposizione, ma i vertici operativi dello stesso governo Rama: le inchieste della Spak che, negli ultimi mesi, hanno incriminato l’ex vicepremier e ministra delle Infrastrutture Belinda Balluku per la gestione clientelare dei grandi appalti, insieme allo scandalo senza precedenti che ha decapitato i Servizi di Sicurezza albanesi con l’incriminazione della sua direttrice Vlora Hyseni per rivelazione di segreti di Stato, dimostrano che la corruzione non è una deviazione periferica, ma un tratto strutturale della macchina pubblica. Quando le indagini toccano esponenti politici vicini al potere, l’esecutivo fatica a mantenere la consueta narrazione tecnocratica e reagisce arroccandosi nella difesa della propria continuità a ogni costo.

A rafforzare questo squilibrio ha contribuito la prolungata fragilità dell’opposizione parlamentare. Il Partito democratico, intrappolato nella figura di Sali Berisha – isolato sul piano internazionale anche a seguito delle misure adottate dal Dipartimento di Stato statunitense – non è riuscito a costruire un’alternativa credibile e coesa. Questa debolezza ha ridotto la capacità del Parlamento di esercitare un controllo effettivo sull’esecutivo, spostando la conflittualità politica fuori dal Palazzo: verso i movimenti civici, le associazioni professionali, le università e le piazze. 

Esiste anche una dimensione ulteriore, di natura demografica e sociale. L’emigrazione di massa ha privato l’Albania di una parte consistente di forza lavoro qualificata, professionisti e giovani generazioni. Per decenni, l’esodo ha funzionato anche come valvola di sfogo politico: chi poteva partire ha spesso scelto di farlo, trasferendo altrove aspirazioni, competenze e capacità critica. Oggi, però, l’erosione della classe media urbana, la pressione dell’inflazione e l’escalation dei costi immobiliari rendono meno sostenibile questa dinamica. La protesta indica che anche l’assenza, la rassegnazione e l’emigrazione non possono più essere considerate ammortizzatori sociali indefiniti. 

Per i partner occidentali, e in primo luogo per l’Italia – storicamente legata a Tirana da vincoli economici, culturali e di prossimità geografica – il quadro impone una scelta politica non più rinviabile, senza rifugiarsi nel facile alibi della Realpolitik. Continuare a considerare Edi Rama un argine indispensabile e intoccabile, chiudendo gli occhi sullo svuotamento dei contrappesi democratici in cambio di patti sui migranti e cooperazione di polizia, significa commettere lo stesso errore strategico già pagato a caro prezzo in Nord Africa e Medio Oriente. L’idea che a est di Trieste la democrazia possa essere sacrificata sull’altare della stabilità a breve termine non solo tradisce i valori dichiarati dell’integrazione europea, ma crea un alleato strutturalmente fragile e imprevedibile. 

Quello che sta accadendo a Tirana non è un caso isolato, ma il riflesso di un vizio che attraversa l’intera regione balcanica e che l’Europa continua colpevolmente a ignorare. Da Belgrado a Tirana, leadership diverse nei toni ma affini nelle pratiche hanno imparato a disattivare la democrazia dall’interno, piegando norme, appalti e uffici pubblici per blindare il proprio consenso e ridurre ai minimi termini il controllo democratico. L’Ue ha commesso l’errore madornale di considerare questo accentramento verticistico come l’unico argine affidabile alle tensioni regionali e alle infiltrazioni di attori terzi. Ma una democrazia non vive di procedure svuotate: o i cittadini tornano a contare davvero oppure l’Europa continuerà a finanziare la propria instabilità futura, scambiando il monopolio del potere per sicurezza.

La Rivoluzione dei fenicotteri va dunque letta come un avvertimento. Non è un episodio di instabilità da gestire, ma la richiesta di un ordine politico diverso: uno in cui la stabilità non sia la facciata di un potere senza contrappesi, bensì il risultato di istituzioni capaci di rispondere ai cittadini. Per l’Occidente, la scelta non è tra Rama e la sua opposizione, né tra sviluppo e tutela ambientale. È tra una stabilità di facciata, destinata a produrre nuove crisi, e una stabilità sostanziale, fondata sullo Stato di diritto e sulla democrazia. 

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