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La decisione su Youssef Siher, la reazione di Meloni, il senso della separazione tra accusa e giudizio

Youssef Siher esce dal carcere di San Vittore, Milano (Italy) October 28 2026 (Photo Claudio Furlan/LaPresse) Youssef Siher leaves San Vittore Prison in Milan (Italy) on October 28, 2026 (Photo by Claudio Furlan/LaPresse)

Nella newsletter di ieri avevo formulato osservazioni critiche sulla richiesta di convalida del fermo e di custodia cautelare nei confronti di Youssef Siher, che avevo definito «il malintenzionato». L’ordinanza della gip di Milano Tiziana Landoni lo ha rimesso in libertà, suscitando la reazione della presidente del Consiglio, che ha deplorato la decisione come «mortificazione insopportabile del lavoro delle forze dell’ordine, degli inquirenti, del ministero degli Interni».

È un’argomentazione che fa dubitare della sua piena consapevolezza nel sostenere, in passato, la separazione delle carriere tra il magistrato che accusa e il giudice chiamato a decidere.

Youssef Siher è ascrivibile alla categoria dei nemici dell’Occidente e della democrazia. Le sue affiliazioni politiche non lasciano dubbi: ha aderito al nucleo milanese dei Giovani Palestinesi d’Italia ed è in relazione con il movimento anti-israeliano BDS (Boicottaggio, Disinvestimento e Sanzioni), il Fronte della Gioventù Comunista, comitati sindacali di base di Firenze e Brescia, centri sociali del Nord-Est e altre sigle dello stesso genere.

Si può non condividere nulla di ciò che Siher pensa – e mi auguro siano in pochi a farlo. Si può trovare ambiguo o peggio il vademecum che invitava a «provare a sfondare» i cordoni di polizia, anche se non suggeriva di opporre resistenza ma di arretrare. Ma la responsabilità penale è personale, la libertà personale è inviolabile e il carcere prima del processo richiede indizi gravi. Se la Procura li ritiene presenti, ha un rimedio: l’impugnazione, come Meloni sa.

La giudice non ha assolto Siher. Ha respinto la convalida del fermo e la richiesta di custodia cautelare, ritenendo che mancassero un concreto pericolo di fuga e gravi indizi per i reati contestati. Ha lasciato espressamente aperta la possibilità di ulteriori acquisizioni investigative. L’indagine può proseguire. La privazione della libertà deve avere, già oggi, una giustificazione.

Ieri Il Giornale ha rivelato che la gip Tiziana Landoni aveva firmato, nel settembre 2025, l’Appello dei giuristi per Gaza promosso da “Giustizia Insieme”, dove si legge che «di fronte alle notizie sulla violazione sistematica e protratta del diritto alla vita e degli altri diritti fondamentali della popolazione civile di Gaza, il silenzio ha smesso da tempo di essere un’opzione». Questo ha rafforzato i sospetti di parzialità da parte della destra. Però nello stesso elenco dei 3.135 firmatari compariva anche Francesca Crupi – Procura Milano, cioè la pubblico ministero che ha chiesto il carcere per Siher. Accusa e giudice hanno firmato lo stesso testo e sono arrivate a conclusioni opposte. La duplice firma non prova niente.

Semmai pone una domanda che la cultura liberale ha rivolto spesso ai magistrati: è opportuno che firmino appelli pubblici su temi che dividono l’opinione pubblica? Il testo di “Giustizia Insieme” chiede di leggere in aula lo Statuto della Corte penale internazionale. Un’altra corte, la Corte europea dei diritti dell’uomo, ripete da decenni che la giustizia non deve solo essere imparziale, deve anche apparire tale. L’imparzialità percepita è un bene fragile, e chi indossa la toga dovrebbe custodirlo con una certa avarizia. Vale per la pm come per la gip.

La presidente del Consiglio ha pieno diritto di contestarne le decisioni. Ma presentare il controllo giudiziario come una mortificazione di chi protegge i cittadini significa mettere sotto accusa la funzione stessa della garanzia. La regola liberale è altra: indicare un passaggio, discuterne la logica, domandare se gli elementi siano stati valutati correttamente.

La magistratura non è sottratta al giudizio pubblico, ma chi sostiene la terzietà del giudice deve accettarne le conseguenze quando il giudice dice di no alla Procura. Altrimenti la separazione tra accusa e giudizio si riduce a una formula da pronunciare soltanto nei processi che coinvolgono persone politicamente vicine.

Uno Stato liberale protegge i negozi dalle devastazioni, gli agenti dalle aggressioni e gli indagati dalle detenzioni prive dei presupposti di legge. Deve fare tutte queste cose insieme. Il giudice che verifica quei presupposti esercita un potere di controllo indispensabile anche quando la sua decisione irrita il governo. È soprattutto allora che l’indipendenza smette di essere una parola cerimoniale e diventa una garanzia concreta.

Sullo stesso tema, leggi gli articoli di Carmelo Palma e di Mario Lavia.

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Quest’anno Halloween è cominciato in estate

La notte più spaventosa dell’anno adesso si festeggia anche d’estate. Un sondaggio della società di consulenza Pwc dimostra come quasi un terzo dei consumatori americani abbia cominciato a prepararsi per Halloween in anticipo. Il ventotto per cento degli acquirenti ha cominciato lo shopping per la festività già tra luglio e agosto. Una percentuale superiore del sedici per cento rispetto al 2025. A rientrare in questo trend sono perlopiù le persone nate tra il 1981 e il 1996, i millenial, alla ricerca di dolciumi e prodotti adatti alle famiglie. Anche la generazione più giovane, la Gen Z,  ha iniziato a prepararsi già a settembre. 

Questo fenomeno si inserisce in una tendenza commerciale che si è sviluppata soprattutto durante i mesi estivi: il Summerween, un termine nato dalla crasi tra “summer” e “halloween” che indica la consuetudine di festeggiare Halloween durante i mesi estivi. L’idea è quella di organizzare feste in piscina, giornate in spiaggia, o gite fuori porta a tema Halloween, intagliando angurie come fossero zucche, guardando film horror o leggendo libri dalle atmosfere spettrali, thriller, romanzi gotici, come dimostrano diversi video della comunity BookTok. 

Il termine è stato coniato nell’ottobre 2012, all’interno del dodicesimo episodio della prima stagione di Gravity Falls intitolato proprio Summerween. “Le persone di questo paese amano così tanto Halloween che lo festeggiano due volte l’anno”, dice uno dei personaggi, spiegando ai gemelli Dipper e Mabel perchè nella misteriosa cittadina di Gravity Falls la festa si celebri sia il 31 ottobre sia il 22 giugno. Poiché d’estate le zucche non sono ancora mature, la tradizione inventata dalla serie prevede di intagliare le angurie, ribattezzate “jack-o’-melons”. Nell’episodio i due gemelli cercano di raccogliere cinquecento caramelle per non essere mangiati dal Summerween Trickster, una creatura fatta di dolci scartati che mangia i bambini che non mostrano uno spirito Summerween. 

La tendenza si è poi diffusa su TikTok, dove i video sul Summerween sono stati spesso accompagnati al classico synth-pop “West End Girls” dei Pet Shop Boys, unendo un’estetica estiva a un immaginario spettrale. Dai social, è arrivata sugli scaffali. La catena Michaels, specializzata fai-da-te, hobby e bricolage, ha iniziato a esporre articoli legati ad Halloween, già nei primi mesi estivi. Lo ha fatto per esempio con la linea “Pastelween”, che sostituisce il nero e l’arancione tipici di Halloween con colori pastello. Lo stesso hanno fatto anche altre catene, come West Elm e HomeGoods. 

«Ciò che è divertente, quando si inizia in estate, è dare una svolta ai colori e all’estetica: si richiamano le atmosfere di Halloween, pur mantenendo lo spirito estivo», ha raccontato al New York Times Toni Gabriele, che insieme a Laurie Necco gestisce l’azienda Ghost Girl Greetings, che vende biglietti d’auguri, adesivi e infradito a tema Summerween. «Quest’anno ha avuto un successo davvero esplosivo», ha detto allo stesso quotidiano Miranda Enzor, editrice di Spooky Little Halloween, rivista trimestrale e sito web. «La comunità online dedicata ad Halloween ha iniziato a usarlo per dare un tocco a tema Halloween anche alle altre stagioni e festività».

C’è chi legge in questo fenomeno anche un’insofferenza ormai diffusa verso l’estate e il desiderio di rifugiarsi in un immaginario più confortevole e rassicurante, quello della stagione autunnale. A fine luglio, il Guardian ha pubblicato una selezione di consigli di film “da guardare durante un’ondata di calore” per dare agli spettatori un po’ di sollievo dal caldo estremo. Un tentativo di sfuggire dalle estati sempre più torride e assaporare il comfort dell’autunno. 

Anche il cinema ha provato a intercettare la tendenza. Ne è un esempio Summerween, l’horror scritto e diretto da Ryan Ebert e distribuito da The Asylum il 26 giugno 2026. Nel film, un ex clown da circo evade da un istituto psichiatrico in occasione del decimo anniversario dei suoi primi omicidi. Torna nella sua vecchia villa abbandonata, dove un gruppo di ragazzi sta festeggiando l’Halloween di mezza estate. 

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In Albania la protesta può costare 5.500 euro, anche per chi non commette violenze

A protester wears protective gear during an anti-government protest in Tirana, Albania, Thursday, Oct. 22, 2026. (AP Photo/Hameraldi Agolli) Associate Press/ LaPresse Only Italy and Spain

Una multa pari a quasi sei stipendi mensili per chi scende in piazza: è la linea scelta dal governo albanese per rispondere a mesi di proteste sempre più accese contro l’esecutivo di Edi Rama. Le nuove norme prevedono sanzioni fino a 5.500 euro anche per chi non ha commesso direttamente atti violenti, ma rimane in una manifestazione in cui si verificano scontri o saccheggi.

Il provvedimento, approvato mercoledì dal governo, modifica la legge che regola le assemblee pubbliche. La sanzione massima, pari a cinquecentomila lek, si applica anche a chi cerca di nascondere la propria identità. Le autorità locali potranno inoltre vietare temporaneamente gli assembramenti nelle aree considerate a rischio, comprese quelle vicine a scuole, strutture sanitarie ed edifici pubblici. Sono previste anche sanzioni per chi incita alla violenza online e misure di risarcimento per le attività commerciali danneggiate durante i disordini. Le disposizioni entrano in vigore immediatamente, ma dovranno essere approvate dal Parlamento entro quarantacinque giorni per restare valide.

La nuova misura, scrive il Guardian, arriva dopo mesi di mobilitazioni inizialmente pacifiche. Le prime proteste, cominciate a maggio, contestavano il progetto di un hotel di lusso all’interno di una riserva naturale, sostenuto da Jared Kushner, genero del presidente americano Donald Trump. A metà ottobre la mobilitazione si è allargata, con un ruolo centrale degli studenti, e ha coinvolto temi più ampi: la corruzione, le carenze del sistema sanitario e la mancanza di prospettive per i giovani in un Paese di 2,3 milioni di abitanti. Nelle ultime settimane, a Tirana, alcune manifestazioni sono degenerate in scontri con le forze dell’ordine.

Rama, al potere dal 2013, ha accusato attori stranieri di alimentare le proteste e ha indicato Russia e Iran come responsabili di campagne di disinformazione online. Il premier ha anche chiesto un dialogo con i manifestanti, mentre il governo cerca di contenere una contestazione che ormai riguarda la sua stessa permanenza al potere. Due settimane fa, durante gli scontri, oltre mille persone erano state fermate e circa quattrocento incriminate, secondo i dati riportati dalla stampa albanese.

Il premier ha spiegato di essersi ispirato anche a un’iniziativa francese, approvata mercoledì dal Senato, che prevede di chiamare i manifestanti a rispondere economicamente dei danni provocati durante i cortei. La scelta albanese, tuttavia, va oltre il risarcimento per i danni materiali: la multa può colpire anche chi si trova in una folla in cui vengono commessi atti violenti, senza averli compiuti direttamente. È questo il punto più controverso della riforma, che lega la responsabilità non soltanto alle azioni individuali, ma anche alla permanenza in un assembramento degenerato.

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È stata ritrovata una delle italiane disperse dopo l’incidente ferroviario in Spagna

Emergency services work at the scene of a collision between two trains in Urda, Spain, on Wednesday, Oct. 28, 2026. (AP Photo/Manu Fernandez) Associate Press/ LaPresse Only Italy and Spain

Almeno sessantotto morti e circa cento feriti. È il bilancio dello scontro tra due treni ad alta velocità avvenuto ieri nei pressi di Urda, nella provincia spagnola di Toledo, sulla linea Madrid-Siviglia. Nell’incidente sono deragliate diverse carrozze, alcune delle quali sono finite in una scarpata.

Tra le persone coinvolte ci sono anche cittadini italiani: una delle tre donne inizialmente considerate disperse ha contattato il consolato italiano a Madrid, comunicando di stare bene. Restano però due italiane disperse. Altri sei italiani erano già stati rintracciati: cinque in condizioni stabili e uno ricoverato in un ospedale di Toledo.

Mentre proseguono le operazioni di soccorso e identificazione delle vittime, l’attenzione si concentra sulle possibili cause dell’incidente. Tre registrazioni audio, diffuse dai media spagnoli El País e Tve, documenterebbero una serie di errori nelle comunicazioni tra i macchinisti e il centro di controllo ferroviario di Atocha, a Madrid. La ricostruzione fa emergere il possibile ruolo di un guasto al sistema di sicurezza e di una gestione errata delle autorizzazioni alla circolazione. Le cause restano comunque da accertare.

Secondo le registrazioni, alle 8.36 il treno ad alta velocità Ave, gestito dalla compagnia pubblica Renfe, si trovava circa venticinque chilometri dietro un convoglio Iryo, fermo sullo stesso binario in direzione sud. Un problema al sistema automatico di controllo Lzb aveva provocato l’arresto dei treni. Il centro di controllo avrebbe però autorizzato l’Ave a ripartire a velocità normale, anziché procedere «a vista», con un limite massimo di quaranta chilometri orari previsto dai protocolli di sicurezza.

Alle 8.41 la macchinista dell’Iryo aveva segnalato problemi di connessione con il sistema automatico. Sette minuti dopo aveva comunicato nuovamente di non riuscire a ripartire: «Il treno non mi permette di avviare il sistema Lzb. Per questo sono ancora ferma davanti al segnale d’ingresso a Urda». La risposta del controllore sarebbe stata: «Va bene, appena può. E se ha problemi, ci chiami». Nel frattempo, l’Ave aveva ripreso la marcia, raggiungendo i duecento chilometri orari. Dalle comunicazioni diffuse non risulta che sia stato impartito al suo macchinista un ordine di frenata nonostante la presenza dell’altro convoglio sulla linea.

Se questa ricostruzione venisse confermata, gli errori nella gestione del traffico ferroviario avrebbero avuto un ruolo decisivo nella tragedia. Le autorità spagnole hanno avviato le verifiche, mentre la Farnesina segue la situazione dei connazionali coinvolti. Una delle tre donne disperse è originaria di Pistoia, ma vive stabilmente in Spagna. Gli altri italiani messi in salvo provengono dalle province di Sassari, Bergamo, Roma e Cosenza.

Intanto, la tragedia ha provocato anche una reazione politica. Mercoledì sera, a Madrid, centinaia di persone hanno manifestato davanti al ministero dei Trasporti chiedendo le dimissioni del ministro Óscar Puente. La protesta, convocata da organizzazioni dell’estrema destra, è degenerata dopo il lancio di bengala e l’intervento della polizia, che ha disperso alcuni gruppi di manifestanti. Il governo è ora chiamato a chiarire le responsabilità dell’incidente, mentre il Paese attende risposte sulle cause di una delle più gravi tragedie ferroviarie degli ultimi anni.

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L’economia cresce, ma Sánchez rischia nella sfida fra stabilità e precarietà

Spanish Prime Minister Pedro S‡nchez addresses lawmakers about the situation in Ceuta, the Spanish exclave in North Africa facing a migrant crisis, during a session of Parliament in Madrid, Thursday, Sept. 3, 2026. (Fernando S‡nchez/Europa Press via AP) Associate Press/ LaPresse Only Italy and Spain

La tragedia ferroviaria spagnola di ieri, la seconda del genere nel giro di pochi mesi, ha riportato la Spagna in prima pagina sui giornali di tutto il mondo e ha gettato una triste ombra sulla campagna elettorale in vista del 29 novembre. La Spagna vi si avvicina con un paradosso: una delle economie più dinamiche del continente potrebbe mandare a casa il governo che l’ha guidata. Pedro Sánchez ha risultati da rivendicare, ma i sondaggi indicano come possibile una maggioranza fra il Partido Popular e la destra radicale di Vox. Prima di parlare di ingratitudine degli elettori, occorre capire quanto la crescita abbia migliorato la loro vita e quanta fiducia conservino in chi li governa.

I risultati economici sono reali. Secondo gli ultimi dati dell’istituto statistico spagnolo, il Pil è cresciuto del 3,7 per cento nel 2024 e del 2,6 nel 2025. Per quest’anno la Banca di Spagna prevede un altro 2,6 per cento. Una performance superiore a quella delle maggiori economie dell’eurozona, che sarebbe scorretto liquidare come propaganda socialista. Sarebbe altrettanto sbagliato attribuirla interamente a Sánchez: vi hanno contribuito imprese, lavoratori, risorse europee e condizioni favorevoli alla specializzazione produttiva del Paese.

È utile chiedersi di chi sia davvero il merito di quel miracolo. Secondo Funcas, il principale centro studi economici spagnolo, quasi metà della crescita tra il 2022 e il 2025 si spiega con l’aumento della popolazione, cioè con l’immigrazione. Un elemento che dovrebbe mettere in difficoltà molte retoriche nazionaliste. Il Fondo monetario internazionale stima che abbia contribuito a circa tre quarti dell’aumento dell’occupazione fra il 2022 e il 2025. In una società che invecchia, i nuovi lavoratori producono, consumano e versano contributi. La Banca di Spagna ne rileva un apporto positivo anche alla crescita del prodotto per abitante: non si tratta soltanto di ingrandire l’economia aumentando la popolazione.

Hanno contato anche l’energia meno cara grazie alle rinnovabili, che ha permesso all’industria di crescere, e le esportazioni di servizi non legati al turismo. Ci sono poi i fondi europei. Il governo può rivendicare scelte precise, a cominciare dalla riforma del lavoro. Secondo una valutazione della Commissione europea, dall’inizio del 2022 la quota di occupazione temporanea è scesa di oltre dieci punti percentuali. Questo non significa che la precarietà sia scomparsa, ma dimostra che una politica pubblica può migliorare la stabilità dei rapporti di lavoro senza impedire la crescita dell’occupazione.

Il confronto con l’Italia aiuta a misurare anche i risultati salariali. Fra il 2020 e il 2025, nelle serie OCSE delle retribuzioni medie lorde equivalenti a tempo pieno, l’aumento è stato di circa il 27 per cento in Spagna e del 20 per cento in Italia. Nello stesso periodo i prezzi al consumo, misurati dall’indice armonizzato, sono saliti rispettivamente di circa il 22 e del 21 per cento. Correggendo quelle retribuzioni per questi rincari, emerge un guadagno di potere d’acquisto vicino al 4 per cento in Spagna e una lieve perdita, intorno all’uno per cento, in Italia.

Sono medie, non gli aumenti ricevuti da ogni lavoratore. E tuttavia, il vantaggio spagnolo resta significativo. La ripresa ha raggiunto anche le retribuzioni; il problema è che un miglioramento medio e moderato può convivere con difficoltà molto pesanti per alcuni gruppi sociali.

La casa è il caso più evidente. Un giovane può trovare un impiego più stabile ma continuare a non potersi permettere un appartamento. Il Fondo monetario internazionale segnala che nelle aree più esposte prezzi e affitti sono cresciuti più rapidamente dei redditi. L’inflazione generale, inoltre, non misura pienamente questa barriera: il prezzo di acquisto di una casa non entra nel paniere dei consumi come quello del pane o dell’elettricità.

Anche qui il confronto italiano è istruttivo. Vive in un’abitazione di proprietà del proprio nucleo familiare circa il settantaquattro per cento degli spagnoli e il settantasette per cento degli italiani. Entrambi sono Paesi con una proprietà abitativa molto diffusa. Ma queste percentuali comprendono i figli adulti rimasti nella casa dei genitori: descrivono la condizione abitativa della famiglia, non l’autonomia economica dei suoi componenti. Un Paese di proprietari può essere contemporaneamente un Paese nel quale i giovani faticano a diventarlo.

La stessa crescita può accentuare la divisione. Più occupati, più residenti e più domanda aumentano la pressione sugli alloggi quando l’offerta non tiene il passo. Chi possiede un immobile vede salire il valore del patrimonio; chi cerca un affitto rischia di spendervi l’intero aumento dello stipendio. Abitano nella stessa economia, ma ne ricevono benefici diversi.

Neppure il richiamo ai fondi europei basta a spiegare la distanza fra Spagna e Italia. Il PNRR ha sostenuto entrambe. Nelle considerazioni del maggio scorso, il governatore della Banca d’Italia ha stimato che le spese effettuate abbiano innalzato il livello del prodotto annuale italiano di quasi un punto percentuale, in media nel quinquennio 2021-2025. Senza quel sostegno, anche la nostra economia sarebbe stata più debole.

Resta il giudizio politico. Gli elettori non votano soltanto sulla crescita: valutano affidabilità, correttezza e capacità di governo. Le inchieste per presunta corruzione, da distinguere sempre dalle condanne, hanno logorato Sánchez. José Luis Ábalos, ex ministro dei Trasporti e uomo forte del partito, è stato condannato a ventiquattro anni di carcere. L’estate ha poi portato la crisi di Ceuta, con circa ottantamila migranti arrivati nell’enclave. È stato un regalo politico enorme per chi chiede “prioridad nacional”, cioè la precedenza agli spagnoli nell’accesso a sussidi e case popolari. La frammentazione dei suoi appoggi parlamentari ha ristretto lo spazio d’azione.

Per un elettore italiano c’è poi un dettaglio quasi incredibile. Nella legislatura iniziata nel 2023 il governo non ha presentato alle Cortes un nuovo progetto di bilancio: lo Stato funziona con la proroga dei conti precedenti, che in Spagna non ha scadenza. Da noi l’articolo 81 della Costituzione limita l’esercizio provvisorio a quattro mesi. Possiamo lamentarci delle manovre scritte all’ultimo minuto, ma almeno siamo obbligati a scriverle. Governare a lungo senza maggioranza costa in trasparenza e in legittimità, e i buoni risultati economici non cancellano questa anomalia istituzionale.

Javier Cercas, scrittore e intellettuale di riferimento per la cultura liberale contemporanea, offre un criterio utile per orientarsi. Ha criticato duramente Sánchez e la tentazione di rispondere agli scandali denunciando complotti e attaccando chi controlla il potere. Nello stesso tempo difende l’accoglienza degli immigrati e combatte il nazionalpopulismo. Sono posizioni coerenti: chiedere conto alla sinistra dei suoi errori non obbliga a concedere credito alla destra radicale.

La domanda spagnola riguarda dunque anche noi: come trasformare la crescita in autonomia personale, sicurezza materiale, e fiducia democratica? Sánchez ha meriti che i suoi avversari dovrebbero riconoscere e responsabilità alle quali non può sottrarsi. Agli elettori non basta sapere che il Paese cresce: vogliono potervi costruire una vita migliore.

Questo è un estratto di “La Linea” la newsletter de Linkiesta curata da Marco Taradash per orientarsi nel gran guazzabuglio della politica e della vita, tutte le mattine – dal lunedì al venerdì – alle sette. Più o meno. Qui per iscriversi.

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La precettazione di Salvini non ferma lo sciopero generale di venerdì

Il vice premier è leader della Lega Matteo Salvini in occasione della Festa de 'Il Tempo'. Roma, Mercoledì 23 Settembre 2026 (foto Mauro Scrobogna / LaPresse) VIce PM an Secretary of Lega Matteo Salvini on the occasioni of the Festa de 'Il Tempo' daily newspaper. Rome, Tuesday September 23 2026. (photo by Mauro Scrobogna / LaPresse)

Lo sciopero generale di venerdì 30 ottobre si apre con uno scontro tra sindacati e governo. L’Usb conferma la mobilitazione nazionale nonostante la precettazione firmata dal ministro dei Trasporti Matteo Salvini, annunciando che non rispetterà l’ordinanza e si assumerà il rischio di sanzioni. Al centro della protesta ci sono il caro vita, i salari erosi dall’inflazione e le risorse destinate al riarmo, mentre sanità e istruzione restano, secondo il sindacato, sottofinanziate. Sui trasporti, però, lo sciopero potrebbe avere effetti più limitati del previsto.

Tra le richieste del sindacato ci sono l’adeguamento degli stipendi all’inflazione, anche attraverso il ripristino della scala mobile, la riduzione dei prezzi dei beni essenziali, delle bollette e degli affitti e un taglio dell’Iva sui prodotti di prima necessità. L’Usb contesta inoltre la scelta del governo di destinare risorse al riarmo mentre, secondo il sindacato, sanità, istruzione e servizi pubblici restano sottofinanziati. La protesta si inserisce anche in una giornata di mobilitazione internazionale dei lavoratori portuali contro il traffico di armi, le politiche di riarmo e la militarizzazione dei porti.

L’ordinanza di Salvini, scrive Repubblica, riguarda il trasporto aereo, ferroviario, pubblico locale e marittimo, i taxi, gli appalti ferroviari e alcuni servizi legati alla circolazione stradale. Il ministro ha chiesto di rinviare lo sciopero per la concomitanza con il periodo di franchigia previsto in occasione della commemorazione dei defunti. L’Usb ha respinto il provvedimento, definendolo «sbagliato e illegittimo», e ha confermato la mobilitazione nei comparti interessati.

Sul fronte dei trasporti, tuttavia, l’impatto potrebbe essere più limitato rispetto alle attese iniziali. In Lombardia, per esempio, Trenord ha comunicato che, a seguito della precettazione, i treni circoleranno secondo l’orario ufficiale. Anche per i servizi di Trenitalia, Atac e Cotral si prevede una partecipazione contenuta. Le modalità restano comunque diverse a seconda del settore e del territorio: lo sciopero ferroviario era stato inizialmente proclamato dalle 21 di giovedì 29 ottobre alle 20.59 di venerdì, mentre per il trasporto pubblico locale gli orari dipendono dalle singole città.

La protesta non riguarda soltanto i trasporti. Sono previste mobilitazioni anche nella scuola e negli altri comparti pubblici e privati. Gli studenti torneranno in piazza nelle principali città italiane e a Roma l’Usb ha annunciato un presidio in piazza dei Cinquecento. Alla giornata aderiscono anche altri sindacati di base, tra cui Cobas, Adl, Clap e Sial, che hanno proclamato uno sciopero generale con l’esclusione dei trasporti.

È prevista inoltre una mobilitazione internazionale dei lavoratori portuali contro il traffico di armi e il riarmo. Secondo gli organizzatori, hanno aderito lavoratori di oltre cento porti in diciassette Paesi e quattro continenti. In Italia sono previste iniziative, tra gli altri, a Genova, Livorno, Trieste, Civitavecchia, Ancona, Ravenna e Gioia Tauro.

La giornata si svolge dunque su due piani: da una parte la protesta sociale contro il carovita e le priorità di spesa del governo, dall’altra il braccio di ferro sul diritto di sciopero nei trasporti. La precettazione riduce l’impatto previsto su una parte dei servizi, ma non ferma la mobilitazione generale.

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Un frate francescano, una parrocchia romana, un pallone e la birra

Foto di Tommao Wang su Unsplash

Birra e religione, è possibile unire il sacro con il profano? Ma certamente! Pensate agli ordini monastici che furono istituzioni fondamentali per traghettare la produzione brassicola dal mondo antico fino all’età moderna e quindi non c’è da stupirsi se anche nel 2026 dei frati francescani si ingegnano per produrre della birra artigianale.

L’animatore di tutta questa vicenda è fra Daniele Randazzo del Terzo Ordine Regolare dei Frati Francescani, un milanese trapiantato nella periferia di Roma per seguire la sua vocazione di fede e dar vita a questa esperienza d’innovazione che riprende l’antica tradizione della produzione birraia fatta dai frati ma reinterpretandola in chiave moderna e con un forte spirito sociale.

Il suo desiderio è sempre stato quello di coniugare la sua missione pastorale con il lavoro concreto, manuale, ovvero in altri termini, artigianale. Come lui tiene a ricordare, già san Francesco diceva ai suoi seguaci di trovarsi un’occupazione per vincere l’ozio e cimentarsi in attività di “lavoritia”. Per lungo tempo nella sua mente c’è quindi l’idea di un lavoro pratico che possa richiamarsi alla tradizione religiosa ma che possa anche saper implementare aspetti innovativi andando a creare nuove dinamiche che si adattino alla vita contemporanea. La birra appare quindi come una risposta molto sensata e interessante; i monaci tradizionalmente facevano la birra (sebbene i Francescani in minima parte rispetto ai Benedettini e i Trappisti) ed è un lavoro che ha trovato negli ultimi anni un certo successo. La visione che s’inizia a materializzare è quindi quella dell’ambiente lavorativo come spazio di vita in cui favorire l’incontro umano e la crescita reciproca, annunciando anche il vangelo seppur in modo implicito.

Dall’idea alla pratica è presto fatto, nel 2013 fra Daniele inizia alcune sperimentazioni di homebrewing nella parrocchia di Santa Maria della Salute nel quartiere di Primavalle a Roma condividendo la passione con altri tre parrocchiani con cui si divertivano a fare qualche piccola cotta insieme, studiando tutto il processo dal punto di vista chimico e biologico. Questa esperienza ha poi trovato stimolo per evolversi e diventare altro, non forse per una scelta immediata di fra Daniele ma per delle esigenze del contesto attorno a lui e alla parrocchia che un giorno sono venute a bussare alla porta… letteralmente.

Un mercoledì mattina di marzo di una decina di anni fa, il religioso sente citofonare alla porta della parrocchia e aprendo l’uscio si trova di fronte due ragazzini che gli chiedono un pallone per giocare nel cortile. Incuriosito da questa presenza (e conseguenze assenza da scuola), fra Daniele decide di fare due chiacchiere con loro, cercando di capire come mai i due non fossero a lezione. «Tanto ormai quest’anno ci bocciano» gli dicono, «non serve a niente che andiamo a scuola»; questa risposta lo fa riflettere molto e lo porta a una considerazione profonda: già a marzo o aprile, molti giovani scelgono di “buttare” via l’anno e perdere un anno della propria vita in maniera infruttuosa non è cosa da poco. Da qui allora la domanda successiva: «Che desideri avete per la vostra vita in futuro?». Le risposte possono sembrare banali: la macchina costosa, tanti soldi, una bella fidanzata… desideri semplici o superficiali, dipende dalle prospettive ma condivisi da molti. Quello che poi lascia ancora più turbato il frate, proseguendo il confronto, è che questi ragazzi non avevano però alcuna idea di come evolvere e strutturare le loro vite; ai suoi occhi sono parsi come delle persone disinformate o comunque incapaci di saper formulare dei desideri più “profondi” di realizzazione di sé stessi.

È così che nasce il birrificio, non per esigenze economiche o solo per coltivare una passione personale ma al fine di attrarre giovani che vivono esperienze esistenziali “fragili” e aiutarli a sognare e immaginare un futuro diverso e migliore. Fare la birra per regalare la possibilità d’immaginare sé stessi in una maniera differente. La visione viene quindi tradotta nel nome del birrificio, soprattutto nella parte inglese “Contemporary Tradition” che esprime il senso di una ricerca di equilibrio fra il riscoprire il passato e l’adattamento al presente.

Nel 2023 fra Daniele porta il progetto al Capitolo Provinciale (assemblea ufficiale che riunisce i membri di una provincia religiosa, cioè una suddivisione territoriale di un ordine o congregazione) e chiede l’autorizzazione ad avviare un’attività commerciale sotto la sua direzione. Il birrificio trova sede in un luogo poco distante, a Montespaccato, un altro quartiere molto sfidante della periferia ovest di Roma.

Due Fusti ha da subito un’impronta chiara che incarna tutta la visione espressa da fra Daniele, un ambiente di lavoro sano e positivo, dove si fa si fatica ma nell’ottica di una crescita personale oltre che professionale. Attualmente collaborano otto persone under 30 fra produzione e taproom con servizio cucina; la gente giunge per passaparola e trova un luogo accogliente e amichevole. I giovani arrivano attraverso la parrocchia o sono persone di Montespaccato che hanno intercettato l’attività nella loro ricerca di lavoro. Il senso generale dell’esperienza è che i giovani devono essere di passaggio nel birrificio, non si devono fermare. A fra Daniele piace spiegare quest’idea del fatto che i giovani lì non si devono fermare rifacendosi a una scena di “Will Hunting – Genio ribelle” quando Chuckie (Ben Affleck) incita il suo amico Will (Matt Damon) ad andarsene dal quartiere in cui vivono, cogliere l’opportunità che la sorte gli sta dando e provare a vivere una vita diversa. Il birrificio dev’essere capace di capire le fragilità di queste persone, la vita in questa periferia è complessa e sfidante; spesso ci sono battute d’arresto e complicazione durante i turni, esperienze che avrebbero fatto desistere altri datori di lavoro ma il Due Fusti è differente, intende seriamente investire nel rapporto umano con questi giovani.

In questi tre anni di apertura, il Due Fusti ha consolidato la sua produzione e sviluppato la taproom con cucina dove i clienti possono degustare tutte le birre. La scelta di non essere un’impresa sociale (nonostante la forte vocazione) è dovuta all’aspirazione di dimostrare come sia possibile coniugare un’azienda totalmente sul mercato con la generazione d’impatti sociali significativi; provare a misurarsi sulla sostenibilità economica solo con proprie risorse senza donazioni o finanziamenti.

Particolarità che forse non si nota subito ma che ha suscitato la mia curiosità durante l’intervista è che un birrificio gestito da frati francescani ha come nomi di referenze delle divinità pagane. La spiegazione è molto scherzosa, essendo loro del Terzo Ordine Regolare (TOR) hanno dedicato la prima birra (una porter) alla propria confraternita solo con un “H” in più per divertimento; poi è nata l’Imperial Russian Stout, anche questa scura ma più intensa, da subito identificata come “il padre di Thor” ed è così che è nata la “Odino”, a chiudere il cerchio dunque la Valhalla.

La birra come strumento al servizio della crescita dei giovani per lavorare sui loro desideri, sogni e aspirazioni. Nei tre anni di esperienza, circa dodici giovani sono passati come collaboratori; c’è chi ha finito il suo periodo ed è andato a studiare, chi ha trovato un nuovo lavoro, chi una nuova vita da un’altra parte. Il birrificio è un luogo di ristoro, anche per lo spirito, per ritrovarsi e ripartire, uscire da quelle porte e andare, convintamente, nel mondo.

Estratto da “Dalla fermentazione all’inclusione. Viaggio tra le birre sociali italiane” di Michele Bianchi, Altra Economia, 224 pagine, euro 18

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Trump, le elezioni di midterm, e la triste realtà di un’America ancora febbricitante

A pochi giorni dalle elezioni di metà mandato, gli analisti americani si chiedono se il vantaggio dei democratici segnalato dai sondaggi si tramuterà in una sconfitta del fronte trumpiano sia alla Camera sia al Senato o se, come al solito, il voto per Trump invece è sottovalutato dalle indagini demoscopiche e mercoledì mattina ci sveglieremo con i repubblicani che manterranno perlomeno il Senato. 

Una Camera ancora a guida repubblicana è improbabile, ma la situazione è più aperta al Senato. Martedì sarà rinnovato soltanto un terzo del Senato (trentacinque seggi), e più o meno ovunque in Stati dove i trumpiani sono tradizionalmente molto forti: per conquistare la maggioranza, i democratici dovrebbero conquistare almeno quattro seggi tra quelli occupati dai repubblicani, e non perderne nemmeno uno.

I democratici sembrano in grande vantaggio in luoghi fino a poco tempo fa inimmaginabili per i candidati liberal. In Texas, per esempio, grazie a un ottimo candidato democratico moderato come James Talarico e a un pessimo repubblicano Ken Paxton, un estremista e pasticcione che Trump ha sponsorizzato nei mesi scorsi, costringendo il senatore uscente repubblicano John Cornyn a non ricandidarsi, e la famiglia Bush e lo stratega conservatore Karl Rove ad annunciare il voto per Talarico. 

Insomma, il primo seggio che potrebbe passare di mano è un gentile regalo di Trump ai suoi avversari. Il secondo seggio che pare già assegnato ai democratici è quello della North Carolina, di nuovo a causa di un candidato scelto da Trump. Il terzo seggio che potrebbe andare ai democratici è quello dell’Alaska, un’altra roccaforte repubblicana. Anche qui una buona candidata democratica, Mary Peltola, e un pessimo senatore uscente Dan Sullivan, che tra le altre cose dovrà vedersela con un omonimo che si è candidato come indipendente e che potrebbe fargli perdere qualche voto. Trump ha già mobilitato il ministero della giustizia di Washington, guidato dal suo avvocato personale, per non certificare il risultato dell’Alaska nel caso vincesse la candidata democratica, e ora agita uno scoop del New York Times, momentaneamente non più etichettato come «fake news», secondo cui sarebbero stati proprio i democratici a cercare e a convincere a candidarsi l’omonimo del senatore repubblicano, in modo da confondere gli elettori di Trump in Alaska. Trump ha chiesto l’esclusione della candidata democratica dalla scheda, con l’accusa di brogli elettorali. Non finirà qui.

Poi ci sono il Michigan, dove i democratici difendono il seggio di un loro senatore uscente, e il Maine. In entrambi gli Stati, i democratici hanno restituito il favore a Trump: in Michigan hanno scelto il brillante ma molto radicale Abdul El-Sayed; e in Maine hanno combinato un guaio enorme, scegliendo un candidato populista e progressista, Graham Platner, che a luglio è stato costretto a ritirarsi per vari scandali sessuali. 

I democratici possono ancora vincere in questi due Stati, ma gli analisti si chiedono che cosa sarebbe successo se avessero scelto candidati meno estremisti. Ieri il senatore del Texas Ted Cruz ha detto che se El-Sayed, che è musulmano, fosse eletto al Senato e entrasse nella Commissione sui servizi segreti di Washington, il risultato sarebbe che molti americani morirebbero perché, secondo Cruz, El-Sayed passerebbe le informazioni riservate ai Fratelli musulmani. Questo è il livello degli attacchi delle ultime ore da parte di un senatore che l’altro ieri Trump ha detto che nominerà giudice della Corte Suprema, e non importa che El-Sayed non sia affiliato ai Fratelli musulmani.

I democratici possono anche strappare l’Ohio ai repubblicani, e incredibilmente sono competitivi anche in Iowa, e addirittura in Carolina del Sud, Alabama e Kansas (dove il candidato repubblicano l’altro giorno ha detto che «la situazione economica oggi è la migliore che abbia visto nella sua vita»), a dimostrazione di quanto sia diffuso il sentimento anti Trump, anche facendo la tara della sottovalutazione cronica dell’elettorato trumpiano. 

Prima di festeggiare, però, i democratici farebbero meglio ad aspettare il conteggio reale dei voti, a fare il bilancio dei seggi senatoriali conquistati e di quelli eventualmente persi, e a sperare che la Casa Bianca non passi dalle minacce di colpo di stato ai fatti in caso di sconfitta. Sarebbe ingenuo escludere che Trump possa reagire alla possibile sconfitta organizzando ancora una volta qualcosa di simile al 6 gennaio 2021, quando istigò all’assalto violento del Congresso, se non addirittura qualcosa di più efficace e pericoloso. 

C’è un elemento che, a prescindere dal risultato finale, però non depone a favore del risveglio dell’America dopo la febbre trumpiana, ed è quello secondo cui la prima preoccupazione degli elettori oggi è di gran lunga quella del costo della benzina. 

Non sappiamo ancora se Trump uscirà con le ossa rotte da queste elezioni di metà mandato, ma nel caso in cui le perdesse non sarebbe perché ha ridotto l’America a una barzelletta globale, né per aver distrutto la geniale rete di alleanze internazionali con cui ha governato il mondo negli ultimi ottant’anni, né perché si è alleata con i peggiori ceffi del pianeta, e nemmeno per aver disintegrato decoro, moralità, e nobiltà della politica. 

Gli americani sono insoddisfatti di Trump (martedì vedremo in che quantità) principalmente perché la benzina è diventata troppo costosa. È molto triste che un così palese smantellamento della democrazia americana, l’indebolimento del mondo libero, e il sostegno alle dittature illiberali tradizionalmente nemiche dell’America non suscitino una gloriosa reazione democratica e liberale, come del resto non la suscitò l’assalto violento al Congresso del 6 gennaio 2021. Per la più longeva democrazia del mondo, e per gli alleati che la guardano con nostalgia da lontano, è avvilente accettare l’idea che la causa di un eventuale indebolimento di Trump non sarà il desiderio di riscatto democratico, la difesa dello stato di diritto, e la passione per la libertà, ma il prezzo del pieno di benzina. 

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Israele boccia Netanyahu, ma non riesce a liberarsene

Israeli Prime Minister Benjamin Netanyahu, accompanied by his wife, Sara, waves to supporters at Likud party headquarters in Jerusalem after the release of the first exit poll results in Israel's general election, Wednesday, Oct. 28, 2026. (AP Photo/Ohad Zwigenberg)

Benjamin Netanyahu ha governato per quattro anni e condotto quattro guerre, sostenuto da una maggioranza di sessantotto seggi. Oggi il voto popolare ha ridotto il suo blocco a una schiacciante minoranza parlamentare: secondo lo scrutinio delle schede ordinarie, ha perso quindici seggi e ne conta cinquantatré. L’analisi del voto è dunque chiara e netta: il blocco che sostiene il suo esecutivo non dispone più di una maggioranza. Questo è il dato politico, il più importante e indiscutibile del voto in Israele. Non si vede, peraltro, in cosa consisterebbe la tanto citata rimonta che esalta Donald Trump e tanti improvvisati commentatori da talk show. Il blocco era accreditato da alcuni sondaggi a quota 49-51 seggi e ora ne ha cinquantatré: lo scarto rispetto a quelle previsioni è stato minimo.

Il secondo dato, importantissimo, è che nel voto di condanna dei quattro anni di governo della coalizione di destra un ruolo fondamentale è stato svolto dai partiti arabi, che passano da dieci a diciannove seggi, con un incremento notevole secondo lo scrutinio delle schede ordinarie. Questo risultato si deve a tre dinamiche.

Innanzitutto, e finalmente, gli elettori arabi sono andati alle urne, soprattutto i beduini, che in tutto il mondo islamico, non ebraico quindi ma arabo, sono considerati dei paria a causa di alcuni versetti del Corano e costituiscono lo strato più basso della società multietnica israeliana.

In secondo luogo, i partiti arabi hanno cominciato a fare politica e, anche se solo agli inizi, ad abbandonare il loro massimalismo verbale, spesso di marca jihadista. Hanno messo al primo posto del programma il contrasto alla criminalità araba, il tema delle abitazioni e il welfare.

In terzo luogo, per gli arabi israeliani ha ovviamente contato anche la necessità di contrastare il suprematismo razzista ebraico di Itamar Ben-Gvir e Bezalel Smotrich, cinicamente e irresponsabilmente spalleggiato da Netanyahu, che andava penalizzato con il voto. Chi crede invece che l’elettorato arabo israeliano si mobiliti per i due Stati si sbaglia, se non per quanto concerne una sua esigua minoranza: la corruzione, l’immoralità e l’inaffidabilità di Abu Mazen e dei suoi sono ben presenti agli arabi israeliani, che sono ben contenti dei loro privilegi di cittadini a pieno titolo dello Stato ebraico.

Sia chiaro: si è detto che i partiti arabi hanno iniziato a fare politica, ma in realtà sono ancora appesantiti dal jihadismo secolare palestinese. Solo Ra’am di Mansour Abbas ha condannato con chiarezza e determinazione Hamas e la strage del 7 ottobre, definendoli contrari all’islam. Yousef Jabareen, leader della Joint List, la più forte alleanza di tre partiti arabi, incluso quello comunista, non ha mai condannato il 7 ottobre, mentre Sami Abu Shehadeh, leader di Balad, uno dei tre partiti, l’8 ottobre 2023 ha definito la strage «un evento storico importante». Nei fatti, la radicale diffidenza della stragrande maggioranza dell’elettorato ebraico verso l’affidabilità dei partiti arabi è largamente giustificata.

Infine, ma non per ultimo, anzi, le urne hanno punito la fragilità politica del blocco non arabo dell’opposizione a Netanyahu, che ha ottenuto soltanto quarantotto seggi, contro i 55-56 che alcuni sondaggi pronosticavano. In questo insuccesso hanno contato lo scarso spessore politico e, soprattutto, il deficit di carisma e leadership di Gadi Eisenkot, ma anche di Naftali Bennett, Yair Lapid e Avigdor Lieberman. È stata inoltre disastrosa la lite sotterranea, ma evidente, tra i primi tre per l’indicazione del candidato premier, con molti colpi bassi reciproci, in stile Campo largo italiano. Infine, ha pesato il fatto che Yashar, il partito più votato dell’opposizione non araba, quello di Eisenkot, non avesse un forte radicamento territoriale, essendo stato fondato dal nulla un anno fa. Il Likud, invece, forte di 16 anni di governo, ha una presenza sul territorio capillare, diffusa e radicata.

Da notare, inoltre, che le liste di Itamar Ben-Gvir e Bezalel Smotrich avevano 13 seggi e ne hanno 13 anche oggi. La loro sovraesposizione mediatica e il ruolo decisivo svolto nella conduzione feroce della guerra a Gaza e nel sostegno alle sopraffazioni dei coloni in Cisgiordania non hanno giovato ai due partiti. I due partiti religiosi alleati con Netanyahu hanno invece perso seggi.

Va ricordato — e il dato è importantissimo — che devono ancora essere conteggiate circa seicentocinquantamila schede speciali, comprese quelle dei militari fuori sede, degli sfollati dal nord di Israele, delle persone ricoverate o impossibilitate a recarsi al proprio seggio e del personale diplomatico. Il loro peso può incidere sull’assegnazione di circa quattordici seggi. Veniamo dunque agli scenari di governo possibili.

Nell’ipotesi credibile che questi voti rispecchino, con poche variazioni, le proporzioni del voto espresso nelle urne e che non attribuiscano comunque a nessuno dei due blocchi i sessantuno seggi necessari per raggiungere la maggioranza, lo scenario che pare più probabile — non certo, ma probabile — è quello di nuove elezioni anticipate a gennaio o febbraio.

È infatti impossibile che Eisenkot e i suoi alleati, con soli quarantotto seggi, formino un governo di minoranza contando sull’astensione dei partiti arabi. Sarebbe un esecutivo zoppo, debolissimo, e avrebbe come conseguenza un netto rigetto alle urne nella successiva, imminente tornata elettorale da parte dell’elettorato ebraico che, non senza ragione, non si fida affatto tanto degli elettori arabi quanto delle loro leadership, letteralmente educate male da un secolo di jihadismo e terrorismo palestinese.

Yair Golan, leader dei Democratici, che hanno riportato un risultato abbastanza deludente con soli 8 seggi, ha indicato questa soluzione, ma è totalmente isolato e smentito dai suoi alleati.

Resta l’ipotesi di un governo di unità nazionale, senza Ben-Gvir e Smotrich né Golan: una soluzione richiesta da Donald Trump, auspicata per dovere istituzionale dal presidente della Repubblica Isaac Herzog e soprattutto indicata come obiettivo per tutta la campagna elettorale da Netanyahu, che prevedeva la caduta della sua coalizione e che, indubbiamente, a differenza dei suoi avversari, sa fare politica. Ha infatti già iniziato a inviare, invano, emissari discreti a Bennett e Lieberman nel tentativo di incrinare il fronte avversario.

Il problema di fondo, che con ogni probabilità renderà impraticabile questo esecutivo unitario, sta proprio nella principale motivazione del voto dell’elettorato ebraico: la volontà, addirittura la necessità, di accertare sino in fondo le responsabilità per il disastro del 7 ottobre 2023 e per la gestione delle trattative per liberare gli ostaggi. È questa, infatti, la ragione principale del crollo del blocco Netanyahu, passato da sessantotto a cinquantatré seggi. Ma è evidente che Netanyahu porrà come condizione ferrea e ultimativa — e non potrebbe fare altrimenti — l’istituzione di una commissione d’inchiesta su quelle responsabilità, di fatto addomesticata e da lui controllabile, che lo assolva da ogni responsabilità, pur evidente e indiscutibile, per la serie di decisioni politiche e militari che hanno permesso ad Hamas di penetrare senza ostacoli in Israele, uccidere circa milleduecento persone, in gran parte civili israeliani, e prendere in ostaggio 251 persone.

Questa condizione, che Netanyahu porrà e che Eisenkot e i suoi alleati non potranno assolutamente accettare, si scontrerà non solo con il buon senso e con la volontà di accertare le responsabilità, chiaramente espressa dall’elettorato, ma anche con un dato politico stranamente non rilevato dagli osservatori. L’ex generale Gadi Eisenkot e il suo partito Yashar devono la loro comunque eccellente affermazione, per quanto sovrastimata, a un fatto e a un fatto solo: sono il partito di riferimento non solo dell’intero vertice delle Forze armate, dell’Idf, a iniziare dal loro comandante in capo Eyal Zamir — uno dei tanti stretti collaboratori di Netanyahu, da lui nominati e che ora lo contrastano —, ma anche di tutto il quadro degli ufficiali di carriera. La ragione è ovvia: devono difendere l’onore dell’Idf dalle accuse infamanti, dichiarate e addirittura urlate da Netanyahu, secondo cui l’esercito e lo Shin Bet sarebbero gli unici responsabili e colpevoli del 7 ottobre. In un contesto talmente avvelenato — una barbarie indotta colpevolmente e personalmente da Netanyahu stesso —, un sondaggio dell’Università Reichman condotto nell’aprile scorso rilevava che addirittura il quarantasei per cento degli elettori della coalizione di governo era convinto che i vertici militari e della sicurezza avessero deliberatamente nascosto al premier informazioni sull’imminente attacco di Hamas per danneggiarlo politicamente.

Si apre dunque una fase politica di stallo e di grandi tensioni interne in Israele, che sarà influenzata dalle conseguenze del voto di midterm negli Stati Uniti e soprattutto dalla nuova iniziativa militare contro l’Iran che Donald Trump pare stia preparando e che Netanyahu voleva anticipare rispetto al voto israeliano, ma che è stata letteralmente bloccata da Eyal Zamir, il comandante dell’Idf, ormai suo implacabile, ma silente, avversario.

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Il sogno di Marte serve a Musk per conquistare Wall Street

Subito dopo aver reso pubblicamente ufficiale che la Luna prende il posto di Marte come obiettivo primario, Musk annuncia la fusione di SpaceX con xAI, la società di Intelligenza Artificiale dal valore di 300 miliardi di dollari.

L’operazione, che secondo Bloomberg ha una valutazione societaria combinata di circa 1,25 trilioni di dollari, porta sotto un unico ombrello SpaceX, Starlink, Starshield, xAI (con il suo modello Grok45) e la piattaforma X. L’obiettivo dichiarato è quello di costruire i data center nello Spazio che, alimentati da energia solare, siano capaci di sostenere futuri sistemi di ai con una potenza di calcolo impossibile da ottenere sulla Terra.

La «Starship Enterprise», secondo la brillante definizione del settimanale The Economist, esplicita la convergenza dell’economia integrata nell’ecosistema imprenditoriale di Elon Musk, e ridefinisce le sue priorità attraverso l’integrazione di SpaceX con xAI. Sposta il centro di gravità da Marte alla Luna e alle orbite tra quest’ultima e la Terra, dove realizzare le infrastrutture orbitali per l’ai, mettendo per il momento in secondo piano i sogni multiplanetari, senza però farli scomparire del tutto. Ma per realizzare la «Starship Enterprise» servono miliardi di dollari, e quindi, si passa da Marte a Wall Street nel giro di un batter di ciglia.

Due sono le domande da porsi. Primo: la «Starship Enterprise» dipende, nomen omen, dal successo tecnologico della futuristica astronave, ma crescono i dubbi sul fatto che il razzo più potente del mondo riuscirà mai a superare le sue sfide ingegneristiche. Il dodicesimo volo di prova, avvenuto subito dopo la pubblicazione del prospetto informativo per l’offerta pubblica, è stato descritto da SpaceX come «una missione quasi perfetta» nel pieno rispetto della Retorica narrativa della società. In realtà, si sono verificati guasti ai motori sia nel primo che nel secondo stadio e, secondo il South China Morning Post, il primo stadio – super heavy booster – è entrato nel Golfo del Messico ad alta velocità, mentre la Starship è riuscita a malapena a raggiungere l’area di rientro designata nell’Oceano Indiano. Magari la fonte cinese potrebbe essere considerata faziosa (anche perché gli aspetti positivi della missione non sono certo stati pochi), ma ci ha pensato comunque la Federal Aviation Authority americana a stabilire ufficialmente che, nei fatti, la missione era da considerarsi globalmente non del tutto positiva per cui era necessaria una approfondita analisi investigativa delle cause. L’indagine si è positivamente risolta in un paio di mesi, e SpaceX ha potuto lanciare a luglio il tredicesimo volo di prova della Starship che, per la gioia degli investitori di Wall Street, è stato positivo superando i problemi verificatisi durante il test precedente e aprendo la strada alle missioni più ambiziose.

La seconda domanda da porsi è: di là dalle scommesse tecnologiche descritte sopra, che certo non sfuggono ai mercati finanziari, se la priorità dell’azienda fosse stata ancora solo la colonizzazione di Marte quanto si sarebbero fidati gli investitori a scommettere una tale montagna di denaro? Lasciando al lettore la risposta, ci si sarebbe tranquillamente potuti attendere che la priorità narrativa dell’azienda avrebbe assunto forme differenti. E invece, leggendo il prospetto informativo S-149 che SpaceX ha depositato il 20 maggio 2026 alla sec, la Securities and Exchange Commission statunitense, ci si rende conto che lo schema retorico è incredibilmente dirompente in quanto espressamente ancorato alla Retorica originaria dell’esplorazione multiplanetaria, quasi si trattasse di un racconto di Asimov e non di un documento societario per Wall Street. Nel prospetto si legge che l’azienda prevede di accelerare l’avvio urgente di nuovi mercati da migliaia di miliardi di dollari sulla Luna, su Marte e oltre, e di garantire il florido futuro dell’umanità per far sì che gli esseri umani non condividano la stessa sorte dei dinosauri. Si tratta di frasi difficilmente riscontrabili con qualsiasi altro documento della sec in previsione di una quotazione di borsa.

Il testo introduttivo del prospetto è stato redatto dallo stesso Musk, il quale scrive testuale: «Si tratta di credere nel futuro e di pensare che sarà migliore del passato. Non riesco a immaginare nulla di più esaltante che partire alla conquista dello Spazio e trovarci tra le stelle». E sul suo profilo X rincara la dose: «Voglio permettere a ciascuno di avere la propria Luna o il proprio Marte, perché è ciò che garantisce il futuro della coscienza».

Coscienza, avete letto bene. Ma poi, a leggere bene, si evince che il business planetario su cui si regge l’intera operazione è dato da tre settori: connettività, ai e data center, che poi sono tutti e tre interconnessi tra loro.

Per il grande pubblico, la Retorica si aggiorna guardando alla Luna e mantenendo sullo sfondo Marte e il suo slancio salvifico per l’umanità, mentre Wall Street guarda direttamente al Pentagono. Perché la narrativa lunare implica due incipit contingenti, non esplicitati: in primis Starlink, il sistema di connettività globale che fornirà telecomunicazioni commerciali dagli aerei fino agli smartphone; e, in secondo luogo, il Golden Dome, cioè lucrosi contratti del dipartimento della Guerra.

Non è un caso se nei giorni immediatamente successivi al deposito del prospetto di borsa, SpaceX ha ricevuto due contratti dalla us Space Force per un totale di 6,45 miliardi di dollari: i due appalti fanno parte del programma Golden Dome e prevedono il lancio di migliaia di satelliti in orbita terrestre bassa, sia per la rete di comunicazione centrale, e sia per lo Space-Based Advanced Moving Target Indicator (sbamti), progettato per rilevare e tracciare minacce aeree in movimento quali aerei da combattimento, droni e missili cruise.

Bisogna poi considerare che, di fatto, nel Golden Dome si integra anche il progetto ai e data center nello Spazio, presentato nel prospetto di SpaceX per la borsa. Anche in questo caso l’annessa Retorica è quella del beneficio per il pianeta dovuto allo spostamento oltre l’atmosfera di infrastrutture voraci di acqua per raffreddamento e di energia per il funzionamento, risorse queste – freddo ed energia – disponibili gratis nello Spazio. Ma il non detto sottinteso è che i data center costituiranno pure un futuro potenziale business commerciale, ma in realtà sono anch’essi delle infrastrutture strategiche per il funzionamento dell’intera architettura spaziale di protezione missilistica, e quindi oggetto di altrettanto lucrosi appalti militari.

In estrema sintesi, l’AI orbitale trasforma il sistema di difesa missilistica tradizionale che si basa su «rilevamento-comunicazione-risposta» con satelliti in orbita e centri di comando e controllo a terra, in un sistema del tutto nuovo basato su «rilevamento-reazione-risposta» autonomo e interamente spaziale. Questo è il Golden Dome. Spostare tutto il sistema di allerta, rilevamento e risposta nello Spazio riduce il tempo di reazione da minuti a secondi; ecco perché i data center spaziali sono l’unica architettura computazionale compatibile con questa velocità operativa.

In sintesi, Marte può attendere, Wall Street e (soprattutto) il Pentagono invece no. Elon Musk, grazie ai suoi indubbi successi tecnici, vende una visione del futuro così forte e convincente da spingere gli investitori a perdonargli cose che non verrebbero permesse a nessun altro – come per esempio un prospetto informativo per la quotazione di borsa che assomiglia a un libro di fantascienza.

Così come appaiono futuribili, e finanziariamente enormi, le previsioni di mercato che SpaceX ipotizza: 28.500 miliardi di dollari di cui 1.600 miliardi grazie a Starlink (che oggi genera ricavi per 4,4 miliardi), e 26.500 miliardi nell’ai con servizi dallo Spazio.

Qui la narrazione esageratamente ampia dei dati economici è funzionale a comunicare che l’azienda non punta a un mercato esistente ma a uno che ancora non c’è, e che prenderà forma concreta proprio grazie all’intrapresa industriale dell’iniziativa stessa. Logico quindi che i sogni di salvezza multiplanetaria restino sullo sfondo; essi sono rinviati perché la funzione escatologica del pianeta rosso non è un progetto commerciale, ma una missione di salvezza della specie. E se questa Retorica eleva il discorso al di fuori della portata della critica ordinaria, ciò non funziona proprio (né potrebbe funzionare) con il mercato finanziario.

Volendo trarre delle conclusioni, si potrebbe riassumere che la narrativa dello Spazio, e di Marte in particolare, di Elon Musk rappresenta uno dei più sofisticati esempi di Retorica contemporanea incentrata su un’idea visionaria extraterrestre, che viene sapientemente applicata alla raccolta di capitali, al lobbying politico e alla costruzione di un consenso pubblico globale, indipendentemente poi dal fatto che su Marte ci si arrivi in tempi ragionevoli. Infatti, il sogno marziano viene ex abrupto messo da parte nel momento in cui la Geopolitica terrestre detta vincoli e limiti.

Tratto da “Tra spazio e terra. Retorica e politica della corsa alla Luna” (Paesi edizioni), di Marcello Spagnulo, 18 euro, 144 pagine.

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Il cervello si frolla di più nei talk show che su TikTok

Tv

La prima volta che ho visto qualcuna arricciare il naso per il vocativo «signora», più o meno trentacinque anni fa, vivevo a Roma e frequentavo nobili decaduti e squattrinati ma determinati a vivere come se quella sera fossero dovuti andare a un ricevimento a Versailles. Magda era siciliana, se i titoli nobiliari fossero valsi qualcosa sarebbe stata marchesa, e sbuffò perché qualcuno l’aveva borghesemente degradata a «signora»: mi spiegò che «o Magda, o marchesa». A Bologna il marchese era il ciclo mestruale, quindi mi fece particolarmente ridere che qualcuna volesse venire così appellata.

Non guardo mai i talk show, perché sono la mia definizione principale di «slop». Lo so che voi pensate che a mandare il cervello al macero siano i video che sui social vi spiegano che avete il cortisolo alto o che siamo in una dittatura, ma io ho una personalissima tassonomia dello slop, e una mia classifica dell’urgenza con cui evitare certe categorie.

Più da evitare di tutti, i talk show; posti dove arrotondano i giornalisti epperciò utilissimi in tempi in cui nessuno è più disposto a leggere, ma anche posti in cui il livello del dibattito è invero imbarazzante. Il che non m’impedirà di girarli tutti quando avrò un libro da vendere (ancora spostano qualche copia, ma sempre meno), ma guardarli proprio no.

Secondo livello di slop: i social in forma scritta. Frequento sempre meno Twitter (o come si chiama ora) e Facebook, perché ho capito che il vero pericolo non sono i video in cui qualche cretino dice cose a caso: il vero pericolo sono le parole scritte. Quelli che scrivono cento righe dandosi toni colti per spiegarti qualcosa, dandosi toni morali coi loro ricordi di gioventù (i settantenni sull’internet sono un’emergenza sociale), dandosi il tono di chi sta dicendo cose serie. In un posto dove puoi cliccare le faccine arrabbiate o i pollici alzati, voi volete dissertare dei problemi del mondo: ma allora siete scemi.

I video che tutti temono, quelli su Instagram e su TikTok, sono un problema minorissimo. Mentre, leggendo quelli che spiegano il mondo su Facebook o guardando i talk show, ho la percezione precisa di stare perdendo punti di quoziente intellettivo, guardando i video di qualcuna che usa un anticalcare dai risultati miracolosi la mia prosa non peggiora e il mio cervello non subisce danni.

Ho fatto un’eccezione all’evitare i talk show l’altro giorno, perché miracolosamente la nuova app di La7 funzionava, e mi era passato davanti sui social un frammento relativo a una di quelle polemichette da dieci minuti che occupano insensatamente spazio nel nostro cervello, e volevo esser sicura di avere capito bene.

Una storica era andata dalla Gruber a dire che La Russa nel secolo scorso era a un corteo fascista (accipicchia, fermate le rotative), La Russa si era offeso moltissimo (tipo noi quando pubblicano le foto delle medie in cui eravamo malvestite) e aveva annunciato querela (un giorno poi dobbiamo parlare di quelli che invece di fare querele le annunciano).

Questa tizia si chiama Michela Ponzani, e lui ha detto che avrebbe querelato «la signora Ponzani». Una cosa normale nel mondo normale, in cui sono tutti mister, pure gli ex presidenti degli Stati Uniti, tutte madame, pure le presidenti della Banca Centrale. Da noi no e, giura la Ponzani, non è per le stesse ragioni per cui Magda voleva essere chiamata marchesa.

Tornata dalla Gruber, cui non è parso vero – mentre Massimo Giannini, che se c’è da sbagliarne una non si tira mai indietro, le dava ragione – di dire che La Russa l’ha chiamata «signora» per maschilismo (neanche avesse detto «signorinella pallida»), la Ponzani – riferendosi in terza persona alla «professoressa Ponzani» – ha spiegato che «i titoli accademici non si ereditano come quelli nobiliari, costano tanta fatica, per le donne è ancora più difficile raggiungere certe vette» (vette!).

Insomma lei pretende che La Russa la chiami professoressa, dice, per poi sciorinarci l’allitterazione da poesia di Natale: «Ho già sentito il mio avvocato, per tutelare quelle che sono le mie ragioni, quella che è la mia onorabilità, quella che è la mia professionalità». Non sono riuscita a capire se stesse dicendo che voleva far causa a La Russa perché non l’aveva chiamata coi titoli di studio come avrebbe fatto un qualsivoglia parcheggiatore.

La cosa stupenda è che poco prima Beppe Sala, in collegamento, aveva detto questa frase qua: «A differenza di quando noi eravamo giovani, questi sono condizionati pesantissimamente dai social media, che sono – purtroppo qui denuncio la mia età – sono una delusione, sono un disastro: stiamo facendo arricchire quattro oligarchi americani che senza regole distruggono proprio i fondamenti del dialogo tra chi è più maturo e chi è giovane, tra i giovani stessi».

Beppe Sala, come si vede che non hai Facebook pieno di settantenni che ci tengono a dire che i giovani ci salveranno, come si vede che non guardi la tv dentro la quale le professoresse non hanno la prontezza di citare Loredana Berté: facciamo a cambio? Beppe Sala, io ti difendo sempre e passo la giornata a dire alle milanesi che si lamentano di te che le farei amministrare dieci minuti da Lepore e poi vedi come corrono a chiederti scusa, ma lì pensavo: ti pare che nel luogo in cui si frollano più i cervelli di tutti, i talk show della tv italiana, tu te la prendi coi social?

Cioè, voglio dire, in quella stessa mezz’ora Giannini ha appena detto che lui domenica era a Milano e non è vero come dicevano i tg che era stata una giornata di tensione, e nessuno gli diceva «Massimo, i tg parlavano di sabato, era un altro giorno», e davvero vogliamo dire che lo slop sta sui social cinesi e non alla tv italiana?

La risposta l’aveva data la sera prima, sempre dalla Gruber, Marco Travaglio, cui lei proponeva di andare lì a confrontarsi con Per Brevità Maria, che si vuole comprare Il Fatto. Tra l’altro, poiché una laurea non si nega a nessuno, ne ha una persino Per Brevità Maria, cui però nessuno nello studio di “Otto e mezzo” si riferisce come «dottore»: sarà misandria?

La proposta della Gruber si incrocia con un’intervista che Per Brevità Maria ha dato a Rtl, in cui racconta che lui, quando andò ospite dalla Dietlinde, chiese di avere come interlocutore Travaglio, ma l’ufficio stampa mise il veto – l’ufficio stampa di Del Vecchio, mica quello di Travaglio.

Comunque, lei – che evidentemente ritiene di poter addomesticare l’ufficio stampa di Per Brevità – propone a Travaglio questo incontro di Camp David, e Travaglio, con un sussiego che altro che La Russa, le risponde che questa del tentativo di scalata al Fatto «è una questione molto seria» (mica come l’Ucraina o Israele o qualunque altra delle sciocchezzuole al dibattito televisivo sulle quali Travaglio non mi pare si sottragga), che «se ci saranno incontri avverranno ovviamente nelle sedi ufficiali», e soprattutto mi fornisce finalmente la definizione che aspettavo di quello slop che sono i programmi che contribuiscono al reddito di Travaglio e degli altri: «Non è che questa storia possa trasformarsi in un Bagaglino, in un circo Barnum, o in un talk dove si chiacchiera del più e del meno».

A quel punto la Gruber – che è una signora, una con tutte stelle nella vita – ha sorriso, ha detto che sì, certo, non si possono discutere questioni che riguardano società quotate in Borsa, ma da giornalista aveva il dovere di provarci; chissà se poi, a fine registrazione, gli ha ricordato quanto gli dà a puntata e che insomma, non è molto signorile sputare nel piatto che ti fa fatturare.

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La manovra del minimo sindacale di Meloni che conferma il passato e ipoteca il futuro

La quinta legge di bilancio del governo Meloni è quella del minimo sindacale: vale complessivamente circa 26 miliardi di euro, di cui nove destinati a confermare interventi già esistenti. Le novità sono poche, tanto che per rivendicare i risparmi dei cittadini la presidente del Consiglio mette nel conto anche i tagli alle tasse delle precedenti manovre del suo governo. La misura fiscale principale è l’estensione dell’aliquota Irpef del 33 per cento fino a 55 mila euro di reddito imponibile. Il risparmio massimo sarà di 500 euro l’anno, circa 42 euro al mese, per chi raggiunge o supera quella soglia. Il taglio riguarda infatti soltanto i cinquemila euro compresi tra 50 mila e 55 mila, sui quali oggi si paga il 43 per cento. Chi ha un imponibile di 52 mila euro, per esempio, risparmierà appena 200 euro all’anno. Sotto i 50 mila euro non cambia nulla con questo intervento.

Anche allargando il conto all’intera legislatura, come ha chiesto Giorgia Meloni in conferenza stampa, il guadagno rimane modesto. Nel 2022, su 55 mila euro di imponibile, si pagavano 16.550 euro di Irpef lorda. Con la nuova misura si scenderebbe a 15.350: 1.200 euro risparmiati in quattro anni di interventi fiscali, circa cento euro al mese. E il beneficio riguarda una platea relativamente ristretta. Secondo gli ultimi dati del Dipartimento delle Finanze, nel 2024 soltanto l’1,41 per cento dei contribuenti, poco più di 602 mila persone, ha dichiarato un reddito complessivo tra 50 mila e 55 mila euro. Considerando tutti quelli sopra i 50 mila si arriva a 3,28 milioni, il 7,66 per cento del totale. 

La seconda novità fiscale riguarda gli autonomi: la soglia per accedere al regime forfettario salirà da 85 mila a 100 mila euro di fatturato annuo. Chi rientra in questo regime beneficia di una tassazione agevolata, generalmente del 15 per cento, che può scendere al 5 per cento per le nuove attività. L’aumento permetterebbe quindi anche a chi fattura fino a 100 mila euro di continuare a pagare imposte più basse rispetto al regime ordinario.

Con un pizzico di malizia, la misura si può leggere anche come un favore politico a Matteo Salvini, appena rieletto segretario della Lega per altri quattro anni. L’allargamento della platea del forfettario è da tempo una delle battaglie del Carroccio, che negli autonomi e nelle piccole partite Iva ha una parte importante del proprio elettorato. Il provvedimento ha però un gigantesco asterisco. Le regole europee permettono agli autonomi di non applicare l’Iva soltanto fino a 85 mila euro di fatturato. Per alzare il limite a 100 mila serve quindi il via libera di Bruxelles. Meloni ha spiegato che il governo avrà un anno per trattare con la Commissione europea. Se l’accordo non arriverà, chi fattura tra 85 mila e 100 mila euro potrebbe comunque beneficiare delle tasse ridotte del forfettario, ma dovrebbe cominciare ad applicare l’Iva ai propri clienti. Un vantaggio, insomma, meno generoso di quello annunciato.

Sulle pensioni Salvini resta lontano dalla promessa ribadita il 27 ottobre a Radio 24: superare la legge Fornero e consentire ai lavoratori di andare in pensione a 64 anni invece che a 67. Per ora la manovra si limita a stanziare 850 milioni di euro per favorire le uscite anticipate con uno specifico fondo. Una possibilità che esiste già, a determinate condizioni, per chi ha iniziato a versare contributi dal 1996. Il governo vorrebbe estenderla ad altri lavoratori, senza aver ancora stabilito a chi e con quali requisiti. Salvini ha comunque rivendicato il fondo come il primo passo verso il pensionamento a 64 anni. Meloni, più prudentemente, ha lasciato al Parlamento il compito di definire i dettagli.

Per togliere all’esenzione dal bollo auto l’aria di una mancetta elettorale in vista del voto del 2027, Meloni ha annunciato che diventerà permanente. Il beneficio riguarderà le automobili fino a 80 kilowatt e i motocicli. Chi possiede più auto potrà usufruirne soltanto per quella meno potente. Il costo per lo Stato è di 2,36 miliardi nel 2027, ma per mantenere la promessa anche negli anni successivi serviranno nuovi stanziamenti, compresi quelli per rimborsare le Regioni delle entrate perdute. La presidente del Consiglio ha aggiunto un’altra novità per gli automobilisti: la possibilità di scegliere una targa personalizzata.

A finanziare una parte consistente della manovra contribuirà il settore finanziario, dal quale il governo conta di ricavare oltre cinque miliardi di euro attraverso due interventi distinti. Il primo è un prelievo a carico di banche e assicurazioni, deciso unilateralmente, senza alcun accordo preventivo con gli istituti, come ha ammesso la stessa Meloni in conferenza stampa. La presidente del Consiglio ha giustificato la scelta con la difficile situazione economica, appellandosi alla comprensione del settore.

Il viceministro dell’Economia Maurizio Leo ha spiegato che il governo intende aumentare di tre punti l’Ires, l’imposta che le società pagano sui propri utili: per le banche passerà dal 27,5 al 30,5 per cento e per le assicurazioni dal 24 al 27 per cento. Diventerà più pesante anche l’Irap, la tassa regionale sulle attività produttive. Oggi banche e assicurazioni possono sottrarre dal calcolo dell’imposta il 90 per cento di alcune spese amministrative e dei costi di ammortamento. Con la manovra potranno dedurne soltanto il 30 per cento. Di conseguenza aumenterà la somma su cui vengono calcolate le tasse e quindi anche l’importo da pagare.

Per alleggerire il conto alle realtà più piccole è prevista una franchigia di 90 mila euro che dovrebbe ridurre o azzerare il prelievo sulle banche popolari e sulle cooperative minori.

Il secondo intervento è l’aumento della Tobin tax, l’imposta che si paga quando si acquistano azioni di società italiane con una capitalizzazione di Borsa di almeno 500 milioni di euro. In questo caso a pagare saranno direttamente gli investitori che comprano i titoli, non le società che li emettono. 

Altri 700 milioni arriveranno dalle società energetiche, alle quali il governo intende chiedere un ulteriore contributo fiscale. Probabilmente intervenendo sull’Irap, l’imposta pagata dalle imprese sulle attività produttive. Una somma analoga è attesa dal settore dei giochi e delle scommesse. Qui il governo potrebbe aumentare le tasse sugli incassi delle slot machine e delle videolotterie oppure chiedere più soldi alle società che gestiscono scommesse e bingo per prorogare le concessioni, cioè le autorizzazioni statali a esercitare queste attività. Un altro miliardo arriverà dai tagli ai bilanci dei ministeri, senza che sia stato precisato quali spese saranno sacrificate.

Per far quadrare i conti Meloni conta anche su una deroga alle regole europee che limitano la crescita della spesa pubblica. Il governo ha chiesto a Bruxelles di poter spendere di più per la difesa e la sicurezza energetica senza violare i normali vincoli di bilancio. La Commissione europea ha dato parere favorevole l’8 ottobre, ma manca ancora l’autorizzazione definitiva del Consiglio dell’Ue. Roma punta a ottenere nel 2027 e nel 2028 uno spazio aggiuntivo fino allo 0,3 per cento del Pil per la difesa e altrettanto per l’energia, complessivamente circa 14 miliardi di euro l’anno di spesa potenzialmente consentita in più. Bruxelles, però, concede soltanto maggiore libertà di spesa: i soldi dovrà trovarli il governo, anche aumentando il deficit e quindi il debito pubblico. Il deficit, previsto al 2,9 per cento del Pil nel 2026, salirà così al 3,4 per cento nel 2027 e al 3,2 nel 2028. Una parte del conto della manovra verrà quindi rinviata agli anni successivi. 

Una parte di questo tesoretto sarà destinata all’installazione di climatizzatori e pompe di calore nelle scuole e al miglioramento dell’efficienza energetica di ospedali e università. Per rientrare nelle deroghe europee, gli interventi dovranno contribuire al risparmio energetico e alla riduzione della dipendenza dai combustibili fossili. Meloni ha indicato i bandi nel 2027 e l’erogazione delle risorse a partire dal 2028. I lavori e i finanziamenti arriveranno quindi in buona parte dopo le elezioni politiche.

Tra le misure rivolte ai giovani compaiono due novità. La prima è un premio da 2.500 euro per i lavoratori sotto i trent’anni, tassato all’1 per cento. Potrà essere ricevuto tutto insieme oppure in dodici rate. Nel secondo caso, considerando soltanto l’imposta annunciata, si tratta di poco più di 206 euro al mese. Sugli affitti il governo prova a incentivare i proprietari a offrire case a prezzi più accessibili, facendo pagare loro meno tasse. La cedolare secca, l’imposta sui redditi da locazione, scenderà dal 10 al 5 per cento per chi affitta a canone concordato, cioè a un prezzo contenuto entro i limiti stabiliti dagli accordi locali tra proprietari e inquilini. Lo sconto sarà ancora più generoso per chi affitta a un giovane sotto i 36 anni: l’aliquota scenderà all’1 per cento.

Facendo i conti: per un affitto di 800 euro al mese, la cedolare secca passerebbe dagli attuali 960 euro ad appena 96 se l’inquilino ha meno di 36 anni. Il governo spera che un risparmio così consistente convinca più proprietari ad affittare a canone concordato, anche se nulla garantisce che il beneficio fiscale si traduca in canoni più bassi. Meloni ha annunciato anche l’estensione della cedolare secca a negozi e botteghe, nel tentativo di rendere più conveniente l’affitto dei locali commerciali. Per le famiglie arriva un rafforzamento del congedo parentale. I mesi pagati all’80 per cento della retribuzione, oggi tre, dovrebbero salire a quattro per il primo figlio, cinque per il secondo e sei dal terzo. Si tratta del periodo di assenza dal lavoro che i genitori possono utilizzare per occuparsi dei figli, distinto dai congedi obbligatori di maternità e paternità. Il governo dovrà ancora chiarire come saranno ripartiti i mesi tra i due genitori e da quando entreranno in vigore le nuove regole.

Per ogni bambino che nascerà sarà inoltre aperta una posizione presso l’Inps, con cento euro versati inizialmente dallo Stato. Genitori e familiari potranno aggiungere altri soldi nel corso degli anni. Le somme saranno esenti da imposte, impignorabili e riscattabili al compimento dei diciotto anni. Prima della maggiore età potranno essere utilizzate soltanto in caso di emergenze straordinarie, con l’autorizzazione del giudice tutelare.

Se lo Stato si limitasse al versamento iniziale, il contributo sarebbe assai meno generoso di quanto suggerisce l’idea di un salvadanaio previdenziale. E c’è un problema tutt’altro che secondario: l’inflazione. Secondo gli ultimi dati Istat, a settembre i prezzi sono aumentati del 4,2 per cento rispetto a un anno prima. Se questo ritmo si mantenesse per i prossimi diciotto anni, i cento euro depositati dall’Inps per un bambino nato nel 2027, al momento della maggiore età, nel 2045, avrebbero un potere d’acquisto equivalente ad appena 48 euro di oggi.

Fra le misure che il governo intende confermare ci sono il credito d’imposta per gli investimenti nella Zona economica speciale del Mezzogiorno, il cui stanziamento secondo Meloni salirà a 2,4 miliardi, la tassazione all’1 per cento dei premi di produttività e il bonus per le madri lavoratrici. Resta anche la superdeduzione del 120 per cento del costo del lavoro per le imprese che aumentano le assunzioni stabili.  Il viceministro Leo ha annunciato che la percentuale salirà al 140 per cento per le assunzioni agevolate di giovani e al 180 per cento per quelle di lavoratrici madri. Confermate inoltre le agevolazioni per agricoltura e pesca.

Per le imprese ad alto consumo di energia viene mantenuto l’Energy release, mentre una nuova versione destinata alle piccole e medie imprese sarà finanziata con un miliardo. Il governo conferma anche i bonus per le ristrutturazioni edilizie al 50 per cento per la prima casa e al 36 per cento negli altri casi previsti, oltre al bonus mobili fino a cinquemila euro.

Per la sanità Meloni ha annunciato 3,4 miliardi di euro in più, che porteranno il Fondo sanitario nazionale a 146,3 miliardi nel 2027. Una parte delle risorse servirà ad aumentare gli stipendi dei medici di pronto soccorso, tra i più esposti alla carenza di personale e ai turni massacranti. Infine il governo ha stanziato altri 1,6 miliardi per un voucher sanitario da 300 euro destinato agli anziani con più di 75 anni e una pensione non superiore a 28 mila euro annui. Potrà essere utilizzato per acquistare farmaci e pagare visite specialistiche e altre prestazioni sanitarie non coperte dal Servizio sanitario nazionale. Secondo le stime del governo, ne beneficeranno circa 5,5 milioni di persone.

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La scarcerazione di Siher, e lo spettacolino dell’indignazione e della beatificazione

Youssef Siher esce dal carcere di San Vittore, Milano (Italy) October 28 2026 (Photo Claudio Furlan/LaPresse) Youssef Siher leaves San Vittore Prison in Milan (Italy) on October 28, 2026 (Photo by Claudio Furlan/LaPresse)

L’istante dopo la scarcerazione di Youssef Siher è iniziato lo spettacolino, con la destra ad accusare i giudici di difendere i terroristi che-li-si-vede-dalla-faccia e la sinistra a portare in trionfo un apologeta di Hamas come un martire della Resistenza al fascismo di ritorno.

Nell’Italia del senso comune bipopulista non sembra darsi logicamente la possibilità che sia infondata – in questo caso: ridicola – l’accusa di eversione terroristica rivolta a un vomitatore di porcherie dal fiume al mare e volenteroso poligrafo del jihadismo antisemita, e che tuttavia questa circostanza non riabiliti la sua campagna d’odio e di disprezzo verso Israele e gli ebrei, né rivesta il suo “Allah Akbar” dopo il 7 ottobre di un’aura nobilmente umanitaria.

In quest’Italia è antipatriottico non credere a occhi chiusi alla fregnaccia che “l’ideatore”, “la mente”, “il regista”, “l’istagore” e “l’organizzatore” (i vari modi in cui è stato definito dall’informazione e dalla politica, e ieri nuovamente da Giorgia Meloni) delle violenze del pomeriggio del 17 ottobre abbia fatto tutto da solo, aiutato dalla consorte e con un alacre attivismo social, ma a partire dalla sera del 18 novembre. Un’istigazione a delinquere a effetto retroattivo.

E oltre che antipatriottico, è anche giuridicamente ingiusto, anzi, come ha detto Meloni, «vergognoso», non ingabbiare preventivamente un figuro accusato di eversione terroristica per avere scritto nientepopodimeno che “lo Stato ci piscia addosso e i media ci fanno credere che piove. Meloni dichiara guerra al futuro di questo paese e noi dichiariamo guerra a questo presente infame”.

La gip che ha deciso la scarcerazione è ora indiziata di parzialità per avere firmato in precedenza, insieme ad altre migliaia di giuristi italiani, un appello contro i crimini a Gaza – non siamo in zona genocidio, ma nei paraggi. Posto che per me è un atto non meno conformisticamente sconveniente del collezionismo di cimeli del Ventennio da parte di alte cariche dello Stato – ognuno ha le proprie coperte di Linus dell’identità –, l’addebito andrebbe rivolto alla fondatezza della decisione, non alla figura e alle opinioni del decisore.

Sono però consapevole che, in questo gioco di specchi, a parti rovesciate – ad esempio, con la scarcerazione di un risaputo fascista o razzista –, l’argomento ad hominem sarebbe stato usato da sinistra contro magistrati pubblicamente schieratisi per cause giudicate sbagliate: ad esempio, per la separazione delle carriere. Mai una sorpresa, mai una deroga alla specularità bipopulista. Peraltro, in questo caso, l’accusa di pregiudizio filo-palestinese contro la gip Tiziana Landoni risulta decisamente depotenziata dal fatto che, con lei, tra le firmatarie dell’appello dei giuristi per Gaza, compare anche il nome della pm che ha chiesto la misura cautelare per Siher, Francesca Crupi.

Tutta questa vicenda, che difficilmente procurerà a Siher troppi grattacapi giudiziari, ma più probabilmente gli aprirà le porte dell’opinionismo televisivo retribuito, in quota palestinista – per una candidatura si metta in coda a Francesca Albanese –, è solo uno dei tanti tappeti sotto cui si continua a nascondere la polvere del rapporto irrisolto con le grandi piattaforme di comunicazione, a partire da Meta e da X: un rapporto che nessuno in Italia vuole neppure affrontare.

Non c’è alcun dubbio che queste rappresentino la base organizzativa, il canale di comunicazione e reclutamento e il sistema di manomissione cognitiva cui si affidano tutti gli impresari del caos e i nemici della libertà e della democrazia, che assediano dall’esterno e mangiano dall’interno le periclitanti istituzioni del fu Occidente euro-atlantico.

Ma altrettanto indubbiamente nessuno vuole sfidare e neppure infastidire i padroni del vapore digitale. Meglio ogni tanto tirare fuori dal mucchio qualche mostro dell’Internet da sacrificare sulla pubblica piazza, piuttosto che porsi il problema di responsabilizzare le piattaforme per i contenuti che sono perfettamente in grado di controllare, ma non hanno alcun interesse a moderare, visto che l’odio è un formidabile propellente e moltiplicatore della comunicazione di consumo digitale.

Da questo punto di vista è esemplare quel che si sta facendo con la legge contro l’antisemitismo, che al Senato non solo i contrari della sinistra, ma anche i favorevoli della destra hanno totalmente svuotato della parte, prevista nell’originaria proposta a prima firma di Graziano Delrio, in cui il Governo e l’Agcom avrebbero dovuto congegnare un sistema effettivo di monitoraggio, segnalazione, rimozione e sanzione che imponesse alle piattaforme almeno di provvedere a un decente servizio di portineria dei contenuti dei loro spazi digitali.

Se anche, come pare, questa legge venisse approvata definitivamente alla Camera, qualunque Youssef Siher potrebbe continuare a scrivere indisturbato bestialità antisemite sulle sue pagine e sui suoi canali social, salvo venire pescato a caso nel mucchio, come è avvenuto, quando servisse trovare un colpevole per una sassaiola o per un delitto. Ma chiedere qualcosa ai gerarchi della rete, non sia mai, considerando che almeno uno di loro, Elon Musk, è in palese conflitto di interessi politico in materia d’odio.

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L’agricoltura italiana non è come ce la raccontiamo

Al supermercato le pere ci sono. Anche la farina di mais per la polenta, l’olio e il latte. E noi facciamo la spesa come al solito, convinti che pere, farina, olio e latte siano gli stessi cibi italiani di sempre. Poi qualcuno guarda un rapporto Istat e scopre che, in meno di vent’anni, la produzione italiana di pere è diminuita del sessanta per cento e la superficie coltivata a mais si è più che dimezzata. Il cibo continua ad arrivare, ma il sistema produttivo sta cambiando moltissimo.

Il focus sulle produzioni agricole e zootecniche del 2025, pubblicato da Istat alla fine della scorsa estate, riunisce i movimenti della produzione alimentare degli ultimi venti anni, a partire dal 2006. È un lasso di tempo sufficiente per capire l’agricoltura e la zootecnica oltre le cattive annate o l’evento avverso, ma guarda a qualcosa di più profondo. Dentro ci sono colture che arretrano, altre che guadagnano spazio, allevamenti che cambiano e una crescente dipendenza dall’estero per alcune materie prime. Ci sono anche risultati che complicano il racconto: meno bovini, ma più latte raccolto; meno carne bovina macellata, ma molta più carne avicola.

Per assorbire questi dati, però, dobbiamo spogliarci della spocchia sul successo agroalimentare italiano di cui ci vestiamo spesso, perché il valore economico e la quantità prodotta raccontano cose diverse. Nei conti economici dell’agricoltura, sempre Istat, il valore della produzione di frutta nel 2025 cresce del 10,1 per cento. Sembrerebbe una buona notizia. I volumi, però, diminuiscono del 7,3 per cento: a far salire il valore sono i prezzi, aumentati del 18,8 per cento. È possibile avere meno frutta e un risultato economico complessivo più alto. Che questo significhi stare meglio, per ogni singolo produttore, è un altro discorso.

Frutteti tristi
Le pere sono uno dei casi più evidenti (ne scrivemmo già qualche anno fa). Tra il 2006 e il 2025 la produzione scende del 60,6 per cento e la superficie del 52,8 per cento: da oltre quarantaduemila ettari a poco meno di ventimila. Il dato della terra è persino più eloquente di quello del raccolto. Una stagione può andare male, ma perdere più della metà delle superfici significa ridimensionare la presenza stessa di quella coltura.

Nel frattempo, le importazioni di pere sono quasi triplicate. Le due dinamiche descrivono una filiera nella quale l’offerta nazionale arretra e gli acquisti dall’estero aumentano, senza che basti questa coincidenza a spiegare tutte le cause. Il rapporto richiama la concorrenza internazionale e i processi di riorganizzazione produttiva. Il punto, per chi compra, è che la continuità dell’assortimento può nascondere una discontinuità molto forte nei campi italiani.

La frutta offre anche un altro dato poco rassicurante: coltivare più ettari non garantisce di raccogliere di più. Le superfici a nocciolo crescono del trentasette per cento, ma la produzione diminuisce del 30,3 per cento. La resa per ettaro è quasi dimezzata. Ma non tutta la frutticoltura segue la stessa direzione. Le mele aumentano del 13,2 per cento, pur occupando meno superficie, grazie a rese più elevate. Crescono anche clementine e kiwi. Il quadro è quello di una selezione tra colture e territori, con risultati molto diversi. È possibile che il contenuto del portafrutta sul tavolo della cucina – ammesso che non ci teniate le chiavi della Panda e le bollette da pagare – non sia tutto made in Italy.

Non è mais abbastanza
Interessante ma anche più complicato il discorso sul mais. Per molti si tratta di una pannocchia, una scatoletta, una polenta. Per la filiera alimentare è anche un elemento fondamentale che entra nell’alimentazione degli animali e, attraverso gli allevamenti, nella produzione di carne e latte. In quasi vent’anni il mais da granella perde il 51,2 per cento delle superfici e il 42,7 per cento della produzione. Le rese migliorano, ma non abbastanza da compensare la riduzione dei terreni coltivati. Nel 2025 ne importiamo circa sette milioni di tonnellate, mentre la produzione nazionale si ferma intorno a cinque milioni e mezzo. Dal 2022 le importazioni superano stabilmente il raccolto italiano.

Bizzarro che, proprio negli anni in cui abbiamo un Ministero della sovranità alimentare, ci si ritrovi a mettere in discussione questo concetto. Le nostre materie prime sono sufficienti per sostenere il nostro sistema produttivo? Comprare all’estero fa parte del funzionamento delle filiere e non rende automaticamente peggiore un alimento. Una dipendenza crescente, però, lega maggiormente gli allevamenti italiani ai prezzi e alla disponibilità dei mangimi sui mercati internazionali.

Uno degli ingredienti strategici a cui guardare è la soia, la cui produzione è aumenta del 94,6 per cento rispetto al 2006. Il rapporto la mette in relazione con la domanda di proteine vegetali per i mangimi e con le strategie europee per ridurre la dipendenza dalle importazioni. Quindi no, non siamo tutti appassionati di tofu, siamo desiderosi di carne e derivati degli animali e la soia la coltiviamo principalmente per ingrassare loro. Sembra che le uniche spinte agricole siano in funzione delle filiere animali, più che umane.

Per quanto tempo l’olio sarà ancora italiano?
Sull’olio, invece, l’identità nazionale incontra un problema di produttività. Tra il 2006 e il 2025 le superfici a olivo diminuiscono appena dell’1,4 per cento, mentre la quantità di olive raccolte cala del 27,2 per cento. Gli ettari restano quasi gli stessi; il raccolto no. Istat richiama fattori climatici, fitosanitari e gestionali. La produzione di olio passa da circa 603 a 379 milioni di litri, con oscillazioni annuali molto forti.

Il paesaggio degli ulivi, da solo, non ci dice quanto olio riusciremo a ottenere. E la fragilità produttiva può convivere con una discesa dei prezzi: a settembre 2026 l’indice Ismea dei prezzi alla produzione dell’olio d’oliva è inferiore del quarantadue per cento rispetto a un anno prima. È un indicatore all’origine, non lo sconto che dobbiamo aspettarci sulla bottiglia al supermercato. Ma aiuta a capire quanto sia complicato, per chi produce, programmare investimenti dentro un mercato così variabile. Sul tema è interessante leggere il post Instagram del professor Antonio Michele Fino di qualche giorno fa, che racconta la stasi dell’olivicoltura italiana rispetto quella spagnola.

Un Paese di polli
Nelle stalle, intanto, cambiano sia gli animali sia le quantità ottenute. Tra il 2006 e il 2025 i bovini diminuiscono del 12,2 per cento, i suini del 15,6 e gli ovini del 28,1. In controtendenza i bufalini, quasi raddoppiati, e i caprini, in lieve crescita. Questi numeri, però, non autorizzano a concludere che stiamo semplicemente producendo meno alimenti di origine animale.

Per il latte, i dati del rapporto si fermano al 2024: la raccolta raggiunge 13,8 milioni di tonnellate, il 27,2 per cento in più rispetto al 2006. Istat descrive un aumento della produttività legato a selezione genetica, alimentazione e modernizzazione delle tecniche di allevamento. È una trasformazione che pone domande sulla gestione degli animali, sul loro benessere e sulla sostenibilità economica delle aziende. Produrre di più, del resto, non mette al riparo dalle difficoltà di mercato, anzi. A settembre 2026 l’indice Ismea dei prezzi alla produzione di latte e derivati bovini segna un calo del 13,8 per cento su base annua. Il dato riguarda l’insieme del comparto e non il prezzo riconosciuto a ogni allevatore, ma ricorda quanto la capacità produttiva e la remunerazione possano muoversi in direzioni diverse: all’aumento di disponibilità di latte, per esempio, il prezzo riconosciuto all’allevatore può crollare.

E poi l’amato pollo. Nel periodo considerato, la quantità di carne bovina ottenuta dalle macellazioni italiane diminuisce del 42,4 per cento. Quella avicola cresce del 56,8 per cento; considerando soltanto polli e galline, l’aumento arriva all’89,4 per cento. Sono dati di macellazione, non direttamente collegabili al consumo effettivo di pollame, ma raccontano un cambiamento netto nell’organizzazione della produzione. Gli allevamenti avicoli crescono, alla faccia di chi pensa a sistemi più consapevoli o al calo del consumo di carne. Bisogna chiedersi, piuttosto, per quali animali, per quali prodotti e attraverso quali sistemi produttivi.

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L’Italia conserva un peso agricolo rilevante in Europa. Nel 2025 produce oltre la metà del riso dell’Unione europea, il 43,2 per cento del grano duro e il 42,1 per cento del pomodoro coltivato in piena aria. Questi primati convivono con gli arretramenti. Essere importanti per alcune filiere non ci rende meno vulnerabili in altre. Il rapporto serve soprattutto a riportare la discussione sul cibo a ciò che succede prima che diventi un prodotto da sbandierare. Alla possibilità di continuare a coltivare un frutteto, alla convenienza di seminare mais, all’acqua disponibile, al prezzo riconosciuto a chi munge.

Possiamo continuare a raccontare le nostre eccellenze, essere fieri di dire che facciamo mango in Sicilia, che abbiamo i meloni più succosi del mondo e che la pasta è cento per cento di grano italiano. Ma sarebbe utile, piuttosto, riguardare i dati al completo e cercare di capire quanto c’è da vantarsi davvero.

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Il centrosinistra ha un problema di cerniere, non di capitoli

In questi giorni i leader del centrosinistra chiedono di vedersi per cominciare a scrivere il programma. Il calendario è fissato, con il testo entro l’anno e le primarie all’inizio del 2027, e anche il metodo si intravede: incontri tematici su lavoro, scuola, sanità e sicurezza, poi un tavolo dove ogni forza porta le sue priorità. Ne uscirà un documento ordinato per capitoli. È il modo più naturale di scrivere un programma. È anche il modo più sicuro di scriverne uno che non si potrà attuare.

Ad agosto ho scritto su queste pagine che i programmi scritti per tavoli tematici producono capitoli difendibili e un insieme che non sta in piedi. Non falliscono nei capitoli. Falliscono nelle cerniere, cioè nei punti in cui un capitolo dovrebbe agganciarsi al successivo e nessuno ha previsto il gancio. Un reddito senza formazione diventa assistenza. Un lavoro senza servizi per la non autosufficienza scarica su una figlia il costo di un genitore malato, finché lei esce dal mercato del lavoro. Allora si discuteva di sequenza. Ora che i tavoli stanno per aprirsi, serve dire come impedirlo.

I tavoli separati non sono una svista. Sono un rifugio. Le cerniere sono esattamente i punti in cui le anime di una coalizione si scontrano, e il tavolo per temi permette di non scegliere prima del voto. Ciascuno scrive il proprio capitolo, nessuno scrive il collegamento, e il documento finale accosta promesse che al governo si riveleranno incompatibili. La scelta rinviata, però, non scompare. Si ripresenta al primo Consiglio dei ministri, con meno tempo, meno soldi e davanti a tutti. A quel punto non è più una discussione sul programma. È una crisi.

Per questo serve una regola politica, e riguarda la firma. Che cosa succede se due forze firmano i rispettivi capitoli ma rifiutano di firmare la cerniera che li collega? Succede che quella promessa non entra nel programma come impegno comune. Resta nel testo come dissenso dichiarato, con il nome di chi sostiene ciascuna posizione. L’elettore deve poter distinguere ciò che la coalizione ha deciso da ciò che ha soltanto accostato. Chi dissente può bloccare la promessa comune, ma non può nascondere il disaccordo. E chi rifiuta di firmare deve spiegarlo adesso, in campagna elettorale, invece di farlo scoprire agli elettori dopo. Un programma con dieci dissensi dichiarati dice qualcosa di vero: che su dieci punti quella coalizione non ha deciso. Per i partiti è un costo, ed è questo a rendere sconveniente il rinvio.

Il caso più difficile è il sostegno al reddito, dove lavoro e welfare si toccano. Prendiamo Marco. Ha quarant’anni e lavorava nella meccanica finché lo stabilimento ha chiuso. Oggi il suo sostegno dipende dal ministero del Lavoro, la formazione dalla Regione, l’incentivo all’impresa che potrebbe assumerlo dal ministero delle Imprese. Tre uffici, tre calendari, nessuno che risponda del risultato. Una coalizione che volesse scrivere davvero questa cerniera dovrebbe sciogliere tre nodi prima del voto. Il primo: chi deve partecipare a un percorso attivo e chi ne resta esentato, per età, salute o carichi di cura. Il secondo: quali obblighi assume l’amministrazione prima di chiederne al beneficiario, dall’orientamento entro un mese a un corso legato a un fabbisogno documentato. Il terzo: che cosa accade se il corso viene erogato e il lavoro non arriva. La risposta seria è che il sostegno prosegue. E se l’impresa che aveva firmato un impegno di assunzione non lo rispetta senza giustificazione, perde per un anno l’accesso al fondo. Ma solo se la responsabilità è accertata. Su ciascun nodo una parte della coalizione dovrà cedere qualcosa. È lì, e non nel capitolo sul lavoro, che si misura l’accordo.

Lo stesso vale per i costi. Estendere le tutele a chi cambia lavoro, senza ridurre quelle di chi le ha già, è un impegno credibile solo se dichiara chi lo finanzia. Una parte la paga chi usa di più il lavoro instabile. Il meccanismo esiste già. Dal 2013 chi assume a tempo determinato versa un contributo in più per finanziare l’indennità di disoccupazione, e dal 2018 quel contributo sale a ogni rinnovo. Va esteso a tutti i contratti brevi e discontinui, e reso più alto quanto più il contratto è breve, perché chi genera il bisogno di protezione contribuisca a finanziarla. Per il resto la coalizione deve dire quali incentivi a pioggia elimina, a cominciare dagli sgravi contributivi concessi a tutti a prescindere dal lavoro che producono, e quanto recupera. Quelle risorse vanno nei servizi, e ci guadagna soprattutto il ceto medio: scuola di qualità per i figli, sanità territoriale che evita il privato, asili e assistenza agli anziani che restituiscono tempo e lavoro, soprattutto alle donne.

Le altre cerniere chiedono la stessa firma. Tra formazione e industria il dato è noto: nel primo semestre del 2026, secondo Cnel e Unioncamere, il 44,8 per cento delle assunzioni programmate è risultato difficile da coprire. Gli ITS Academy portano al lavoro entro un anno almeno otto diplomati su dieci perché le imprese partecipano alla progettazione dei corsi. Da qui la regola per ogni corso pagato con denaro pubblico per trovare lavoro: le imprese lo progettano fin dall’inizio, dicono quali figure cercano e si impegnano su assunzioni che si possono verificare. Dove la domanda privata è debole, come in molte aree del Mezzogiorno, a indicare le figure da formare può essere un’amministrazione pubblica. I corsi di base e quelli di lingua restano fuori da questa regola, perché sono un diritto.

Poi c’è la cerniera tra industria e Stato. L’economista Claudio De Vincenti, in un libro dal titolo eloquente, «Per un Governo che ami il mercato», ha proposto l’immagine più esatta: lo Stato come ancora e timone. L’ancora serve nella burrasca e impedisce che una crisi distrugga in diciotto mesi competenze costruite in vent’anni. Il timone serve a scegliere la rotta, con ricerca, infrastrutture e competenze per i lavori che verranno. Quanto mettere nell’ancora e quanto nel timone è una scelta da firmare prima del voto. Non un incentivo a pioggia da rinnovare a dicembre.

Tra sicurezza e quartiere, infine. Nel primo semestre del 2026 i reati sono calati del 10 per cento, eppure un italiano su quattro non si sente sicuro a camminare da solo la sera. Il palazzo con la luce delle scale rotta da mesi dipende da prefettura, comune, case popolari e servizi sociali, e nessuno risponde del quartiere. Serve un piano unico per il quartiere, giudicato anche su quanto si sentono sicuri i residenti.

Sopra tutte c’è la scala europea. Il Rapporto Draghi stima in 800 miliardi l’anno gli investimenti aggiuntivi necessari al continente, e un Paese che alza da solo tutele e salari rischia di vedere gli investimenti spostarsi dove costa meno. Con un debito comune e una politica industriale europea, le stesse cerniere nazionali rendono molto di più. Tutto si tiene, o niente regge.

Solo dopo la firma viene l’architettura, e qui non serve inventare nulla. Palazzo Chigi può già coordinare i ministeri e sostituirsi a un’amministrazione in ritardo. Il Pnrr, il piano finanziato dai fondi europei dopo il Covid, ha mostrato che un obiettivo con una data e un pagamento legato al risultato cambia il comportamento delle amministrazioni. Manca un accordo politico che renda vincolante l’uso di questi strumenti. Per ogni cerniera firmata servono quattro cose: un obiettivo misurabile, un’unica cassa per tutti i ministeri coinvolti, un responsabile che possa spostare risorse e sostituirsi a chi è in ritardo, una verifica annuale in Parlamento. Se l’obiettivo manca, lo stanziamento torna in discussione.

La firma vale anche per i conti. Un risparmio futuro non paga una spesa di oggi. Ogni cerniera deve dire quanto costa nei primi due anni e chi paga. Deve reggere anche senza debito comune europeo, che resta un acceleratore e non le fondamenta. E un margine c’è già: il piano di bilancio concordato con Bruxelles concede all’Italia sette anni, invece di quattro, per rimettere in ordine i conti, in cambio di riforme e investimenti. Le cerniere sono il modo di dare a quell’impegno un contenuto verificabile.

Resta la fiducia, che nessuna tabella produce da sola. Nel sondaggio Swg condotto a luglio e ripreso da Linkiesta, il 30 per cento degli elettori dichiarava che nessun partito lo rappresenta davvero. Le promesse economiche sono state emesse per trent’anni e spesso smentite, e quella moneta si è svalutata. Per riconquistarla ogni cerniera deve dire anche che cosa chiede in cambio, e a chi. L’impresa che assume Marco firma un impegno, e quell’impegno viene controllato come quelli del governo. Il comune che ottiene il piano di quartiere pubblica i suoi tempi di intervento. È il modo più serio di rispettare i cittadini: non trattarli come destinatari di un sussidio, ma come persone senza le quali le riforme non si fanno. Chi si sente parte del progetto chiede ancora protezione, ma non solo. Chiede di contare.

I capitoli si scrivono in una notte di trattativa, ciascuno al proprio tavolo. Le cerniere vanno scritte prima, tutti insieme, o non si scrivono più. Chi le rinvia lo scoprirà al governo, il giorno in cui si accorgerà di aver vinto le elezioni con un indice.

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L’Ucraina vende all’Europa le armi che sviluppa sul campo

La Bundeswehr si prepara a comprare il Bars, un missile da crociera ucraino a basso costo già impiegato contro obiettivi in Russia. È il segnale di un cambio di paradigma: accanto alle armi sofisticate e costose, gli eserciti europei cercano sistemi producibili in massa, capaci di aumentare rapidamente la potenza di fuoco e mettere sotto pressione le difese avversarie.

La Germania si prepara a fare qualcosa che fino a pochi anni fa sarebbe stato difficile immaginare: acquistare missili sviluppati in Ucraina per il proprio arsenale. Secondo il Financial Times, Berlino dovrebbe finalizzare nelle prossime settimane un accordo per una prima fornitura del Bars, un missile da crociera a propulsione a getto con una gittata fino a mille chilometri e una testata fino a 105 chilogrammi, a seconda della versione. La Bundeswehr lo sottoporrà a test tecnici all’inizio del 2027. Se le prove daranno risultati soddisfacenti, l’ordine potrebbe arrivare a diverse centinaia di esemplari.

La notizia va oltre il valore della singola commessa. A cambiare è il modo in cui la Germania pensa di costruire la propria capacità di attacco a lungo raggio: non più soltanto attraverso sistemi sofisticati, costosi e disponibili in quantità limitate, ma anche con armi relativamente economiche, producibili rapidamente e già sperimentate sul campo.

Il contrasto con i Tomahawk americani è evidente. Berlino ha avviato l’acquisizione di questi missili, il cui costo unitario è stimato tra i quattro e i sei milioni di dollari. Ma i prezzi elevati e i vincoli produttivi rendono difficile accumularne rapidamente grandi scorte: le consegne potrebbero slittare agli anni Trenta. Per questo la Germania sta cercando alternative da affiancare ai sistemi di fascia alta, non necessariamente da sostituire.

Oltre al Bars, il governo tedesco intende testare l’Anthem, prodotto dalla startup americana Covenant, che costerebbe circa un decimo di un Tomahawk. Il Bars sarebbe ancora meno costoso. L’obiettivo è disporre di armi differenti per costo e prestazioni, riservando i sistemi più sofisticati agli obiettivi strategici e utilizzando quelli più economici per aumentare il numero di attacchi possibili.

È una logica che riguarda anche il rapporto tra missili e difese aeree. Il capo dell’esercito tedesco, Christian Freuding, ha spiegato che sistemi di questo tipo permetteranno di colpire obiettivi fino a circa 1.500 chilometri di profondità in grandi quantità, saturando le difese avversarie. In uno scenario simile, la capacità di produrre e impiegare molti vettori diventa importante quanto le prestazioni del singolo missile.

Il cambiamento investe anche l’industria della difesa. Il Bars viene già prodotto in Germania da una joint venture ucraino-tedesca nata nell’ambito del programma «Build with Ukraine»: a ottobre, Kyjiv ha ricevuto i primi esemplari realizzati e finanziati in Germania. La nuova commessa, se confermata, estenderebbe la produzione alle esigenze della Bundeswehr. Sarebbe il primo caso noto di acquisto da parte dell’esercito tedesco di un’arma offensiva sviluppata in Ucraina.

Per Berlino significa anche sperimentare un modello di acquisizione diverso da quello tradizionale, dominato da grandi appaltatori e procedure lunghe. L’apertura a startup e produttori più piccoli, con test condotti mentre si definiscono i contratti, punta ad accorciare i tempi tra sviluppo, valutazione e ingresso in servizio.

Secondo documenti del ministero della Difesa tedesco citati da Politico ad agosto, il piano per costruire un nuovo arsenale di armi a lungo raggio potrebbe richiedere quasi 12 miliardi di euro, di cui 1,8 miliardi destinati ai missili da crociera. Le cifre rappresentano fabbisogni previsti, non necessariamente fondi già approvati. Tra i sistemi presi in considerazione figurano Bars, Flamingo, anch’esso ucraino, e Anthem.

Per l’Ucraina, intanto, si apre una prospettiva industriale nuova. La guerra ha costretto le sue aziende a sviluppare e perfezionare armi in condizioni operative reali, mentre la produzione all’estero consente di aumentare i volumi e ridurre l’esposizione agli attacchi russi. L’interesse non riguarda soltanto Berlino: anche Danimarca, Estonia e Lettonia hanno manifestato disponibilità ad acquistare armamenti ucraini, mentre l’esercito americano ha ordinato droni da ricognizione Raybird a una controllata statunitense della società ucraina Skyeton.

Il risultato è un mercato europeo in cui l’esperienza maturata sul fronte ucraino diventa un possibile vantaggio competitivo. La Germania non rinuncia ai missili americani né ai sistemi avanzati sviluppati con i partner europei. Cerca di affiancarvi armi più economiche e numerose. Perché la deterrenza non dipende soltanto dalla capacità di colpire lontano, ma anche dalla possibilità di farlo in quantità sufficienti e senza esaurire rapidamente le proprie scorte.

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I ricchi americani vivono quanto i poveri europei

A nurse transports a patient on a stretcher inside Brookdale University Hospital and Medical Center on Tuesday, July 1, 2025, in the Brooklyn borough of New York. (AP Photo/Andres Kudacki)

Qualche anno fa, mio figlio adolescente aveva trovato un lavoro estivo nel Midwest degli Stati Uniti, più precisamente in Minnesota. Era un campo, che poi ho scoperto essere relativamente noto, chiamato «Concordia Language Village» in cui d’estate fin dagli anni Sessanta si organizzano corsi di lingue per giovani americani. Mio figlio era l’assistente di campo nella parte del villaggio in cui si insegnava italiano. Per noi italiani il Midwest è un luogo remoto, nel mezzo del nulla e lontano dalle città a cui siamo abituati. Immaginiamo grandi campi coltivati, distese verdi e boscose con più orsi che umani, poche case, magari qualche lago. E immaginiamo bene.

Una mattina, verso la fine della permanenza, mio figlio è svenuto, forse per un colpo di caldo, scarsa idratazione, poco sonno, qualche bagordo, vai a sapere. Nulla di grave. Per prudenza, però, e probabilmente anche per proteggersi da eventuali rischi legali, i responsabili del campo lo portarono in ospedale. Lo hanno tenuto lì dodici ore in osservazione, gli hanno somministrato un flacone di soluzione salina con una flebo, 600 milligrammi di ibuprofene, e gli hanno fatto una lastra all’addome perché aveva un po’ di mal di pancia. Insomma, una ipermedicazione per un malessere che da noi sarebbe stato risolto con una giornata di riposo all’ombra e un po’ di TV. Ma va bene, la prudenza non è mai troppa, di certo non mi sono lamentato.

Un paio di settimane dopo, a casa è arrivata la fattura dell’ospedale: 8000 dollari. Ottomila. Fortunatamente avevamo stipulato un’assicurazione. Ma, come tutti sanno, nelle assicurazioni esiste quasi sempre una franchigia, una somma minima che devi comunque pagare di tasca tua. In questo caso era del 20 per cento, quindi 600 milligrammi di ibuprofene, ovvero tre pastiglie da 200 – che poi è l’unica cosa sensata che ha ricevuto in quelle dodici ore, assieme presumibilmente alla visita di un medico che gli ha misurato la febbre che non aveva –, mi sono costati 1600 dollari.

Gli americani sono un popolo che vive così, sapendo che un problema di salute anche minore, anche risolvibile, anche privo di particolari angosce, porta con sé conseguenze finanziarie serie per chiunque abbia un lavoro normale e una famiglia normale, né ricca né povera. Invece, i problemi di salute che portano con sé angosce e preoccupazioni provocano vere e proprie rovine finanziarie. Le persone si trovano a dover decidere se morire senza curarsi, o curarsi per provare a sopravvivere ma con la famiglia al tracollo finanziario.

Perché comincio un capitolo sull’Europa parlando degli Stati Uniti? Una prima, ovvia, ragione è che se avessi iniziato con una testimonianza del nostro sistema sanitario che funziona, dove per «nostro» intendo quello di qualsiasi paese europeo, l’argomento che voglio trattare qui sarebbe stato meno efficace. Nessun sistema è immune da difetti, quello sanitario in Italia è certamente in una condizione di grande affaticamento e crisi, per molte ragioni tra cui l’enorme invecchiamento della popolazione. Tuttavia, è ancora largamente capace di curare e assistere, i social media sono pieni di storie positive e di gratitudine, e dodici ore al pronto soccorso per togliersi una preoccupazione non sono pagate dal malato, sono pagate dalla fiscalità generale, ossia dalle tasse di tutti. Detto altrimenti, la comprensione di quel che siamo è più evidente dal confronto.

Una seconda ragione per usare gli Stati Uniti come pietra di paragone sta nel fatto che recentemente è molto discussa l’idea che l’Unione europea sia indietreggiata rispetto agli Usa. Che sia meno avanzata e meno prospera, che la popolazione soffra particolarmente di tali differenze. L’idea esiste in buona fede, ma è anche in gran parte veicolata con scarsi argomenti e molta propaganda da macchine algoritmiche nei social media, nonché dai sostenitori di Trump e dai loro utili collaboratori e simpatizzanti.

Questa narrazione si appoggia a un dato di realtà indiscutibile e senza dubbio rilevante: la distanza evidente che esiste tra Stati Uniti ed Europa nei settori tecnologicamente avanzati del software e dell’intelligenza artificiale. Questo fatto, però, non è sufficiente a decretare la superiorità, financo temporanea, dell’economia e società americane.

La fine del neoliberismo - Marco Simoni | Libri Mondadori

Tratto da “La fine del neoliberismo” (Mondadori), di Marco Simoni, 18,50 euro, 192 pagine.

 

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Meloni scopre che la giustizia è indipendente, e la prende malissimo

Il Presidente del Consiglio Giorgia Meloni incontra il Primo Ministro belga, Bart De Wever a Palazzo Chigi, sede del Governo italiano a Roma, Lunedì 07 Settembre 2026 (Foto Mauro Scrobogna / LaPresse) Prime Minister Giorgia Meloni meets Belgian Prime Minister Bart De Wever at Palazzo Chigi, the seat of the Italian Government in Rome, Monday September 07 2026 (Photo by Mauro Scrobogna / LaPresse)

Con il violento attacco alla gip di Milano Tiziana Landoni, che ha ordinato la scarcerazione di Youssef Siher, presunto «cervello» dei disordini di piazza, Giorgia Meloni ha dato un nuovo imprinting alla sua campagna elettorale. Non ci voleva un genio per capire che l’arresto di Siher era buono giusto per i titoli della Verità, Libero e Giornale. Che la Procura non aveva niente in mano.

Ma nel quadro della campagna law and order all’amatriciana, la presidente del Consiglio non ha esitato a invadere l’autonomia della magistratura, di fatto intimidendo i giudici che in futuro dovessero trovarsi in una situazione analoga.

La realtà ha inoltre contraddetto in modo clamoroso l’assunto già berlusconiano e poi fatto proprio da questo governo che varò la legge sulla separazione delle carriere – poi bocciata dal popolo – in base al quale pm e gip sono sempre e comunque sodali: ieri il gip ha dato torto alla Procura sulla base di sue autonome valutazioni in ossequio al codice che prevede un giudice a Berlino, come si suol dire. Meloni presa in castagna, dunque, in punto di diritto.

Senonché il fatto politico è pure più importante perché la vicenda fa capire che la presidente del Consiglio intende proporsi all’elettorato come quella che, più di Matteo Salvini e soprattutto più di Roberto Vannacci, vuole perseguire i terroristi, veri o presunti non importa, «in tutto il globo terraqueo», come ebbe a dire dopo la strage di Cutro, cioè senza star tanto lì a sottilizzare. Perché la paura mobilita, l’indignazione compatta, l’emergenza mette a tacere le domande scomode. E perché, quando la politica non riesce a risolvere i problemi, può sempre provare a convincere gli elettori che il problema siano i giudici.

Il trentenne Siher, le cui opinioni fanno orrore, è stato in questi giorni dipinto come il Mostro alla guida delle violenze e come tale ritenuto pericoloso: il che, alla giudice per le indagini preliminari, non risulta. E va detto che non spetta a Giorgia Meloni vagliare le richieste di una Procura della Repubblica. Né tantomeno emettere addirittura una condanna di primo grado. Invece, nel video pubblicato in rete a tempo di record, la premier ha emesso il verdetto assumendo in toto il parere della Procura: «È vergognosa» la scelta di scarcerare Siher, «accusato di essere il gestore della pagina Telegram “Movimento 17 ottobre”, cioè la pagina che incitava l’organizzazione di quelle manifestazioni che poi abbiamo visto portare alla devastazione di diversi esercizi commerciali a Milano».

È la solita confusione, del tutto voluta, per fare un po’ di propaganda securitaria. È il paradosso di una premier che si proclama paladina della legalità e, nel momento in cui una decisione giudiziaria non le piace, sembra considerare la legge un’opinione e il giudice un dipendente da richiamare all’ordine. Il trentenne era appunto “accusato”. La gip non lo ha “assolto”, ha solo non riconosciuto che sussistono i motivi previsti dalla legge per tenerlo in carcere.

L’antifona della meloniana campagna d’inverno perciò è questa: faccia feroce, calpestamento dei limiti del proprio ambito, semina di tensione. Giorgia-don Chisciotte è dunque partita lancia in resta contro i mulini a vento della giurisprudenza e dell’evidenza per ergersi a paladina della linea dura. E con la fortuna che ha non si può escludere che i pro-Pal più violenti rialzino la testa al grido di «ebrei tutti fascisti» dopo il voto in Israele che non ha cacciato Benjamin Netanyahu.

Una risacca violenta potrebbe aiutare una Meloni a caccia dei voti securitari e fascistoidi di Vannacci, uno dei suoi principali assilli in vista del voto. Alla faccia delle garanzie dei cittadini, nel nome dell’ennesima caccia alle streghe.

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