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Lavoro: per la prima volta da febbraio 2022, in Italia i contratti a termine crescono più degli indeterminati

Il numero di occupati in Italia a settembre 2026, pari a 24 milioni 328mila, è stabile rispetto al mese precedente. Ma i dati di occupati e disoccupati, pubblicati mensilmente dall’Istat, evidenziano che il calo dei dipendenti a tempo indeterminato (16 milioni 490mila) è compensato dalla crescita dei dipendenti con contratto a termine (2 milioni 567mila). La crescita dell’occupazione rispetto a settembre 2025 (+198mila occupati in un anno) interessa i dipendenti permanenti (+71mila), quelli a termine (+89mila) e gli autonomi (+38mila). Mentre nel confronto mensile i tassi di occupazione, disoccupazione e inattività rimangono invariati (rispettivamente 63,0%, 6,3% e 32,7%).

Secondo questi dati, pertanto, per la prima volta da febbraio 2022, “la crescita annuale dei dipendenti a termine supera quella dei dipendenti permanenti”. Lo sottolinea in un post su X Francesco Seghezzi, presidente di ADAPT, l’Associazione per gli studi internazionali e comparati sul diritto del lavoro e sulle relazioni industriali.

“Rispetto a settembre 2025, gli occupati a termine sono aumentati di 89mila unità (+3,6%), quelli permanenti di 71mila (+0,4%). L’ultima volta che era accaduto, nel 2022, eravamo ancora nella fase di recupero occupazionale successiva alla pandemia. Oggi il quadro è diverso. Da aprile il numero complessivo degli occupati ha sostanzialmente smesso di crescere, mentre la disoccupazione è tornata ad aumentare. E nel solo mese di settembre si registrano 108mila dipendenti permanenti in meno e 101mila a termine in più”, sottolinea Seghezzi.

Viene comunque sottolineato che, al momento, sarebbe prematura parlare di inversione strutturale, anche perché i dati sul singolo mese possono risentire di diverse variabili e oscillazioni statistiche. Il presidente di ADAPT, comunque, pone un quesito: “Le imprese, di fronte a prospettive economiche meno favorevoli, stanno tornando a privilegiare rapporti di lavoro temporanei, riducendo la propensione ad assumere stabilmente?”. La risposta a questa e ad altre domande potrà arrivare nei prossimi mesi. “Intanto il segnale c’è. E suggerisce che, oltre a contare quanti posti di lavoro si creano, dobbiamo tornare a guardare con attenzione anche a quali rapporti di lavoro stanno crescendo”, conclude Seghezzi.

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Lavoro, occupazione stabile al 63% ma la disoccupazione sale a quota 6,3%

Secondo gli ultimi dati Istat relativi all’occupazione, il mese di settembre mostra un’economia in cui la spinta alla creazione di nuovi posti di lavoro va rallentando mentre ci sono importanti segnali di precarizzazione per via della sostituzione di contratti indeterminati con contratti a termine.

Ma c’è anche il rovescio della medaglia, rappresentato dalla contestuale diminuzione degli inattivi su base annua (-293mila), che indica un segnale di fiducia nel complesso. Le persone tornano a cercare un’occupazione, anche se l’assorbimento da parte delle imprese stenta a stare al passo nel breve termine.

Occupazione e disoccupazione a settembre 2026

Il dato più preoccupante è relativo al tasso di disoccupazione: a settembre 2026 è pari al 6,3%. A settembre 2025 era pari al 5,9% mentre a settembre 2024 era del 6,1%.

Guardando i dati in dettaglio, a settembre 2026 il numero di occupati è pari a 24 milioni e 328mila unità. Un dato più o meno stabile rispetto al mese precedente.

Cresce, dunque, la disoccupazione mentre contestualmente cresce anche l’inflazione. Un colpo per il portafoglio, soprattutto per chi è socialmente più fragile.

Questo l’andamento della disoccupazione giovanile (15-24): settembre 2026 al 19,9%, settembre 2025 al 20,5% e settembre 2024 al 18,6%.

La crescita dei dipendenti a termine, che sono 2 milioni e 567mila unità, è compensata dal calo dei dipendenti permanenti (che sono 16 milioni e 490mila unità).

Rimane stabile il numero dei lavoratori autonomi (pari a 5 milioni e 270mila unità).

L’occupazione rispetto a settembre 2025 (+198mila occupati in un anno) interessa:

  • i dipendenti permanenti (+71mila);
  • quelli a termine (+89mila);
  • e gli autonomi (+38mila).

Nel confronto mensile i tassi di occupazione, disoccupazione e inattività rimangono invariati:

  • tasso di occupazione 63%;
  • tasso di disoccupazione 6,3%;
  • tasso di inattività 32,7%.

Chi cerca lavoro in Italia

La crescita delle persone in cerca di lavoro (+0,3%, pari a +4mila unità) coinvolge soprattutto le donne, i 25-34enni e i 35-49enni.

Il numero dei disoccupati

Secondo l’Istat, il numero di disoccupati diminuisce tra gli uomini e nelle classi d’età. Il tasso di disoccupazione è stabile al 6,3% e quello giovanile cala al 19,9% (-0,4 punti).

Rispetto al trimestre precedente, le persone in cerca di lavoro crescono del 7,2% (+108mila unità) e gli inattivi di 15-64 anni diminuiscono dello 0,8% (-101mila unità).

Popolazione per genere e condizione professionale

Di seguito i dati relativi all’occupazione del mese di settembre 2026 (variazioni congiunturali):

Valori assoluti
(migliaia di unità)
set26
ago26
(assolute)
set26
ago26
(percentuali)
lug-set26
apr-giu26
(assolute)
lug-set26
apr-giu26
(percentuali)
MASCHI
Occupati 13.955 -12 -0,1 +17 +0,1
Disoccupati 844 -6 -0,7 +41 +5,3
Inattivi 15-64 anni 4.487 +24 +0,5 -56 -1,2
FEMMINE
Occupati 10.373 +5 0,0 -30 -0,3
Disoccupati 776 +10 +1,3 +66 +9,5
Inattivi 15-64 anni 7.634 -27 -0,4 -46 -0,6
TOTALE
Occupati 24.328 -7 0,0 -13 -0,1
Disoccupati 1.620 +4 +0,3 +108 +7,2
Inattivi 15-64 anni 12.121 -3 0,0 -101 -0,8

Qui sotto i le variazioni tendenziali:

set26
set25
(assolute)
set26
set25
(percentuali)
MASCHI
Occupati +126 +0,9
Disoccupati +41 +5,0
Inattivi 15-64 anni -110 -2,4
FEMMINE
Occupati +72 +0,7
Disoccupati +77 +11,0
Inattivi 15-64 anni -183 -2,3
TOTALE
Occupati +198 +0,8
Disoccupati +117 +7,8
Inattivi 15-64 anni -293 -2,4

Occupati per posizione professionale e carattere dell’occupazione

Qui sotto una tabella che mostra la distribuzione degli occupati per posizione professionale a settembre 2026 (variazioni congiunturali):

Valori assoluti
(migliaia di unità)
set26
ago26
(assolute)
set26
ago26
(percentuali)
lug-set26
apr-giu26
(assolute)
lug-set26
apr-giu26
(percentuali)
OCCUPATI 24.328 -7 0,0 -13 -0,1
Dipendenti 19.057 -7 0,0 +18 +0,1
– permanenti 16.490 -108 -0,7 +35 +0,2
– a termine 2.567 +101 +4,1 -17 -0,7
Indipendenti 5.270 0 0,0 -32 -0,6

Qui sotto un altro punto di vista sull’occupazione, tenendo conto delle variazioni tendenziali:

set26
set25
(assolute)
set26
set25
(percentuali)
OCCUPATI +198 +0,8
Dipendenti +160 +0,8
– permanenti +71 +0,4
– a termine +89 +3,6
Indipendenti +38 +0,7

 

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L’agricoltura italiana non è come ce la raccontiamo

Al supermercato le pere ci sono. Anche la farina di mais per la polenta, l’olio e il latte. E noi facciamo la spesa come al solito, convinti che pere, farina, olio e latte siano gli stessi cibi italiani di sempre. Poi qualcuno guarda un rapporto Istat e scopre che, in meno di vent’anni, la produzione italiana di pere è diminuita del sessanta per cento e la superficie coltivata a mais si è più che dimezzata. Il cibo continua ad arrivare, ma il sistema produttivo sta cambiando moltissimo.

Il focus sulle produzioni agricole e zootecniche del 2025, pubblicato da Istat alla fine della scorsa estate, riunisce i movimenti della produzione alimentare degli ultimi venti anni, a partire dal 2006. È un lasso di tempo sufficiente per capire l’agricoltura e la zootecnica oltre le cattive annate o l’evento avverso, ma guarda a qualcosa di più profondo. Dentro ci sono colture che arretrano, altre che guadagnano spazio, allevamenti che cambiano e una crescente dipendenza dall’estero per alcune materie prime. Ci sono anche risultati che complicano il racconto: meno bovini, ma più latte raccolto; meno carne bovina macellata, ma molta più carne avicola.

Per assorbire questi dati, però, dobbiamo spogliarci della spocchia sul successo agroalimentare italiano di cui ci vestiamo spesso, perché il valore economico e la quantità prodotta raccontano cose diverse. Nei conti economici dell’agricoltura, sempre Istat, il valore della produzione di frutta nel 2025 cresce del 10,1 per cento. Sembrerebbe una buona notizia. I volumi, però, diminuiscono del 7,3 per cento: a far salire il valore sono i prezzi, aumentati del 18,8 per cento. È possibile avere meno frutta e un risultato economico complessivo più alto. Che questo significhi stare meglio, per ogni singolo produttore, è un altro discorso.

Frutteti tristi
Le pere sono uno dei casi più evidenti (ne scrivemmo già qualche anno fa). Tra il 2006 e il 2025 la produzione scende del 60,6 per cento e la superficie del 52,8 per cento: da oltre quarantaduemila ettari a poco meno di ventimila. Il dato della terra è persino più eloquente di quello del raccolto. Una stagione può andare male, ma perdere più della metà delle superfici significa ridimensionare la presenza stessa di quella coltura.

Nel frattempo, le importazioni di pere sono quasi triplicate. Le due dinamiche descrivono una filiera nella quale l’offerta nazionale arretra e gli acquisti dall’estero aumentano, senza che basti questa coincidenza a spiegare tutte le cause. Il rapporto richiama la concorrenza internazionale e i processi di riorganizzazione produttiva. Il punto, per chi compra, è che la continuità dell’assortimento può nascondere una discontinuità molto forte nei campi italiani.

La frutta offre anche un altro dato poco rassicurante: coltivare più ettari non garantisce di raccogliere di più. Le superfici a nocciolo crescono del trentasette per cento, ma la produzione diminuisce del 30,3 per cento. La resa per ettaro è quasi dimezzata. Ma non tutta la frutticoltura segue la stessa direzione. Le mele aumentano del 13,2 per cento, pur occupando meno superficie, grazie a rese più elevate. Crescono anche clementine e kiwi. Il quadro è quello di una selezione tra colture e territori, con risultati molto diversi. È possibile che il contenuto del portafrutta sul tavolo della cucina – ammesso che non ci teniate le chiavi della Panda e le bollette da pagare – non sia tutto made in Italy.

Non è mais abbastanza
Interessante ma anche più complicato il discorso sul mais. Per molti si tratta di una pannocchia, una scatoletta, una polenta. Per la filiera alimentare è anche un elemento fondamentale che entra nell’alimentazione degli animali e, attraverso gli allevamenti, nella produzione di carne e latte. In quasi vent’anni il mais da granella perde il 51,2 per cento delle superfici e il 42,7 per cento della produzione. Le rese migliorano, ma non abbastanza da compensare la riduzione dei terreni coltivati. Nel 2025 ne importiamo circa sette milioni di tonnellate, mentre la produzione nazionale si ferma intorno a cinque milioni e mezzo. Dal 2022 le importazioni superano stabilmente il raccolto italiano.

Bizzarro che, proprio negli anni in cui abbiamo un Ministero della sovranità alimentare, ci si ritrovi a mettere in discussione questo concetto. Le nostre materie prime sono sufficienti per sostenere il nostro sistema produttivo? Comprare all’estero fa parte del funzionamento delle filiere e non rende automaticamente peggiore un alimento. Una dipendenza crescente, però, lega maggiormente gli allevamenti italiani ai prezzi e alla disponibilità dei mangimi sui mercati internazionali.

Uno degli ingredienti strategici a cui guardare è la soia, la cui produzione è aumenta del 94,6 per cento rispetto al 2006. Il rapporto la mette in relazione con la domanda di proteine vegetali per i mangimi e con le strategie europee per ridurre la dipendenza dalle importazioni. Quindi no, non siamo tutti appassionati di tofu, siamo desiderosi di carne e derivati degli animali e la soia la coltiviamo principalmente per ingrassare loro. Sembra che le uniche spinte agricole siano in funzione delle filiere animali, più che umane.

Per quanto tempo l’olio sarà ancora italiano?
Sull’olio, invece, l’identità nazionale incontra un problema di produttività. Tra il 2006 e il 2025 le superfici a olivo diminuiscono appena dell’1,4 per cento, mentre la quantità di olive raccolte cala del 27,2 per cento. Gli ettari restano quasi gli stessi; il raccolto no. Istat richiama fattori climatici, fitosanitari e gestionali. La produzione di olio passa da circa 603 a 379 milioni di litri, con oscillazioni annuali molto forti.

Il paesaggio degli ulivi, da solo, non ci dice quanto olio riusciremo a ottenere. E la fragilità produttiva può convivere con una discesa dei prezzi: a settembre 2026 l’indice Ismea dei prezzi alla produzione dell’olio d’oliva è inferiore del quarantadue per cento rispetto a un anno prima. È un indicatore all’origine, non lo sconto che dobbiamo aspettarci sulla bottiglia al supermercato. Ma aiuta a capire quanto sia complicato, per chi produce, programmare investimenti dentro un mercato così variabile. Sul tema è interessante leggere il post Instagram del professor Antonio Michele Fino di qualche giorno fa, che racconta la stasi dell’olivicoltura italiana rispetto quella spagnola.

Un Paese di polli
Nelle stalle, intanto, cambiano sia gli animali sia le quantità ottenute. Tra il 2006 e il 2025 i bovini diminuiscono del 12,2 per cento, i suini del 15,6 e gli ovini del 28,1. In controtendenza i bufalini, quasi raddoppiati, e i caprini, in lieve crescita. Questi numeri, però, non autorizzano a concludere che stiamo semplicemente producendo meno alimenti di origine animale.

Per il latte, i dati del rapporto si fermano al 2024: la raccolta raggiunge 13,8 milioni di tonnellate, il 27,2 per cento in più rispetto al 2006. Istat descrive un aumento della produttività legato a selezione genetica, alimentazione e modernizzazione delle tecniche di allevamento. È una trasformazione che pone domande sulla gestione degli animali, sul loro benessere e sulla sostenibilità economica delle aziende. Produrre di più, del resto, non mette al riparo dalle difficoltà di mercato, anzi. A settembre 2026 l’indice Ismea dei prezzi alla produzione di latte e derivati bovini segna un calo del 13,8 per cento su base annua. Il dato riguarda l’insieme del comparto e non il prezzo riconosciuto a ogni allevatore, ma ricorda quanto la capacità produttiva e la remunerazione possano muoversi in direzioni diverse: all’aumento di disponibilità di latte, per esempio, il prezzo riconosciuto all’allevatore può crollare.

E poi l’amato pollo. Nel periodo considerato, la quantità di carne bovina ottenuta dalle macellazioni italiane diminuisce del 42,4 per cento. Quella avicola cresce del 56,8 per cento; considerando soltanto polli e galline, l’aumento arriva all’89,4 per cento. Sono dati di macellazione, non direttamente collegabili al consumo effettivo di pollame, ma raccontano un cambiamento netto nell’organizzazione della produzione. Gli allevamenti avicoli crescono, alla faccia di chi pensa a sistemi più consapevoli o al calo del consumo di carne. Bisogna chiedersi, piuttosto, per quali animali, per quali prodotti e attraverso quali sistemi produttivi.

©Getty images for Unsplash

L’Italia conserva un peso agricolo rilevante in Europa. Nel 2025 produce oltre la metà del riso dell’Unione europea, il 43,2 per cento del grano duro e il 42,1 per cento del pomodoro coltivato in piena aria. Questi primati convivono con gli arretramenti. Essere importanti per alcune filiere non ci rende meno vulnerabili in altre. Il rapporto serve soprattutto a riportare la discussione sul cibo a ciò che succede prima che diventi un prodotto da sbandierare. Alla possibilità di continuare a coltivare un frutteto, alla convenienza di seminare mais, all’acqua disponibile, al prezzo riconosciuto a chi munge.

Possiamo continuare a raccontare le nostre eccellenze, essere fieri di dire che facciamo mango in Sicilia, che abbiamo i meloni più succosi del mondo e che la pasta è cento per cento di grano italiano. Ma sarebbe utile, piuttosto, riguardare i dati al completo e cercare di capire quanto c’è da vantarsi davvero.

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Caporalato agricolo, Istat: il 34,3% dei lavoratori è in nero. Danni sull’economia tra i 6,3 e i 9,4 miliardi di euro

Nonostante il rafforzamento dei controlli, aumentano le irregolarità per ciò che concerne il lavoro sommerso nel campo dell’agricoltura. Secondo l’Istat, sono oltre 146mila i lavoratori in nero in questo settore dell’economia, pari al 34,3% del totale: il danno sulle casse dello Stato che ne deriva, tra Irpef, addizionali e contributi, è stimato tra i 6,3 e i 9,4 miliardi di euro di gettito non incassato. In generale, dal 2023 al 2026 il valore aggiunto (ovvero la ricchezza prodotta) del lavoro sommerso nel settore agricolo è stato pari a 39,8 miliardi di euro.

Secondo uno studio di Eurispes, la legge 199/2016 sul caporalato si è rivelata, a 10 anni dall’entrata in vigore, una norma efficace sul piano repressivo ma non risolutiva: il lavoro irregolare rimane una caratteristica strutturale del settore primario (agricoltura, pesca, allevamento, silvicoltura e attività estrattiva). Inoltre, c’è un divario di circa il 28% tra la retribuzione di un bracciante regolare e uno in nero: 11,30 euro l’ora per il primo contro 8,10 per il secondo. Questa disparità retributiva è in calo rispetto al 40% del 2018 e, più in generale, è decisamente minore rispetto alla differenza di pagamento tra lavoro regolare e lavoro sommerso dell’economia nel suo complesso, pari al 48%.

Per quel che riguarda la mappa dei territori dove il fenomeno è più presente, il triste primato è di Latina dove il 95% dei lavoratori agricoli ha un contratto a tempo determinato e dove 6.601 dipendenti (46%) percepiscono meno di quanto previsto dal contratto. Qui la paga per un bracciante in nero è passata da quattro euro (2021) a cinque euro (2026) l’ora, a fronte dei nove euro del contratto regolare. Inoltre, secondo le stime, in Emilia-Romagna almeno il 30% del lavoro agricolo non è in regola. In Lombardia, poi, il tasso di irregolarità rinvenute nelle ispezioni agricole è stato del 65,4%, con un picco a Mantova (68,9%).

Per ciò che concerne i controlli, l’Istat registra un aumento di ispettori del +35% tra 2015 e 2025, anche se nel 2025 c’è stato un lieve calo rispetto al 2024. In tal modo le pratiche da gestire sono scese da 2,4 a 1,6 per ispettore. Aumentano le infrazioni accertate durante i controlli – il tasso di irregolarità delle pratiche sale dal 54,2% al 64,8% – e difatti il numero di lavoratori coinvolti nelle irregolarità passa da 6.153 a 8.851.

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Redditi in aumento, ma più famiglie non arrivano a fine mese: 5,4 milioni in povertà assoluta

In Italia oltre 5,4 milioni di persone vivono in condizioni di povertà assoluta, pari al 9,3% della popolazione residente. Il dato, riferito al 2025, rimane sostanzialmente stabile rispetto all’anno precedente, ma evidenzia un peggioramento nel lungo periodo. Secondo il Rapporto sul Benessere Equo e Sostenibile (Bes) 2026 dell’Istat, nel 2014 la povertà assoluta interessava il 6,9% dei residenti. Nell’arco di undici anni l’incidenza è quindi aumentata di 2,4 punti percentuali.

Povertà assoluta in Italia, 5,4 milioni di persone nel 2025

I dati Istat mostrano che nel 2025 l’8% delle famiglie residenti si trova in povertà assoluta, una quota stabile rispetto al 2024. Considerando le singole persone, il fenomeno interessa il 9,3% della popolazione, per un totale superiore a 5,4 milioni di individui.

La povertà assoluta viene misurata sulla base della capacità di una famiglia di sostenere le spese necessarie per acquistare beni e servizi essenziali e mantenere condizioni di vita considerate adeguate.

Il confronto storico evidenzia un aumento significativo. Nel 2014 la povertà assoluta colpiva il 6,9% della popolazione, contro il 9,3% del 2025. Secondo l’Istat, nel periodo considerato il fenomeno ha registrato una diminuzione soltanto nel 2019, mentre gli aumenti più rilevanti si sono verificati nel 2020 e nel 2022.

Nel primo caso hanno inciso le conseguenze della pandemia, mentre nel secondo l’accelerazione dell’inflazione ha pesato soprattutto sulle famiglie con minori disponibilità economiche.

Povertà assoluta più alta al Sud, il confronto con Nord e Centro

Le condizioni economiche cambiano sensibilmente tra le diverse aree del Paese. Nel 2025 il Mezzogiorno presenta l’incidenza più elevata di povertà assoluta, pari all’11,5%, sebbene il dato sia diminuito rispetto al 12,5% registrato nel 2024.

Al Nord la percentuale si attesta all’8,5%, in lieve calo rispetto all’8,8% dell’anno precedente. La situazione più favorevole si osserva nel Centro, dove la quota di persone in povertà assoluta è del 7,4%, contro il 7,6% del 2024.

Un altro indicatore utilizzato dall’Istat è il rischio di povertà, che misura la quota di persone con un reddito disponibile equivalente inferiore al 60% del valore mediano nazionale.

Questo parametro è diverso dalla povertà assoluta, perché considera il reddito familiare rispetto alla distribuzione dei redditi della popolazione. Nel 2025 il rischio di povertà interessa il 32,1% dei residenti nel Mezzogiorno, una percentuale più di tre volte superiore al 10,4% registrato al Nord.

Nel Centro il valore è del 15,1%, mentre la media nazionale si attesta al 18,6%, sostanzialmente stabile rispetto al 18,9% del 2024. Le differenze sono particolarmente evidenti anche a livello regionale.

In Sicilia il rischio di povertà raggiunge il 38,4%, in Campania il 35,6% e in Calabria il 32,8%. Le tre regioni superano quindi il 30% e presentano valori nettamente superiori alla media italiana.

Rischio di povertà, Italia al 21° posto nell’Ue

Il confronto internazionale mostra una situazione italiana meno favorevole rispetto alla media europea. Secondo i dati Eurostat riportati nel Bes 2026, il 22,6% della popolazione italiana è a rischio di povertà o esclusione sociale, contro una media del 20,9% nell’Unione europea. L’Italia occupa il 21° posto tra i 27 Stati membri, considerando l’ordinamento dal valore più basso a quello più elevato dell’indicatore.

Il parametro europeo comprende tre dimensioni: rischio di povertà, grave deprivazione materiale e sociale e bassa intensità lavorativa delle famiglie. Nel confronto con gli altri Paesi, l’Italia presenta una percentuale superiore a quelle di Germania e Francia, entrambe vicine alla media europea, ma inferiore alla Spagna, dove il valore raggiunge il 25,7%. La Repubblica Ceca registra il dato più basso, pari all’11,5%, mentre la Bulgaria presenta quello più elevato, con il 29%.

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Dove si vive meglio in Italia, la classifica delle regioni: 2 eccezioni al Sud

In alcune regioni ci sono più servizi, in altre la vita costa meno e in altre ancora c’è maggiore possibilità di trovare un lavoro. L’Italia presenta caratteristiche specifiche che variano a seconda della geografia. L’ultimo report, la 13ª edizione del “Rapporto sul benessere equo e sostenibile” dell’Istat, racconta proprio le tendenze delle disuguaglianze di benessere che si possono osservare sul territorio. In altri termini, l’Istat classifica le regioni in base a dove si vive meglio per accesso alla sanità, istruzione e formazione, lavoro, benessere economico, relazioni sociali, sicurezza, ambiente, innovazione, qualità dei servizi e diverse altre voci.

La mappa del benessere conferma la spaccatura tra Centro-Nord e Mezzogiorno. Infatti, mentre tutte le regioni del Nord e del Centro, con l’eccezione del Lazio, registrano prestazioni superiori alla media nazionale per almeno la metà degli indicatori, nel Mezzogiorno, con la sola eccezione dell’Abruzzo, la maggioranza degli indicatori segnala livelli inferiori alla media. Quindi dove si vive meglio in Italia? L’Istat ha trovato la risposta.

Dove si vive meglio in Italia?

Per rispondere alla domanda su dove si viva meglio in Italia basterebbe dire in tutte le regioni del Nord e del Centro, a eccezione del Lazio. Di conseguenza si potrebbe dire che in tutte le regioni del Mezzogiorno, fatta eccezione per l’Abruzzo, si vive peggio.

Ma oltre a quello che dice la media dei risultati dell’analisi del Rapporto sul benessere equo e sostenibile, si può scendere nei dettagli e rispondere caso per caso.

Per esempio, la distanza tra Nord e Mezzogiorno è evidente in alcuni domini del benessere, come lavoro e conciliazione dei tempi di vita, benessere economico e relazioni sociali.

Ma il quadro non è omogeneo:

  • sul tema del lavoro, Abruzzo e Sardegna si distinguono dal contesto meridionale;
  • sul tema innovazione, ricerca e creatività Valle d’Aosta e Liguria sono sotto la media nazionale.

Il tema della Sicurezza

Sorprende il valore della sicurezza in determinate regioni. Infatti, rispetto a quanto ci si potrebbe aspettare, la contrapposizione Nord-Sud sul tema della sicurezza non è così netta. Secondo l’Istat le regioni meridionali registrano risultati migliori rispetto alla media nazionale.

Tranne la Campania, le grandi aree metropolitane del Centro e del Nord risultano penalizzate da una maggiore incidenza di reati predatori e violenze.

Le criticità più marcate si registrano nel Lazio, seguito da Lombardia, Emilia-Romagna e Toscana. Un risultato che spinge a ragionare sugli stereotipi territoriali, ma soprattutto a non confondere il benessere economico con una maggiore sicurezza o una minore esposizione a determinati reati.

Le migliori regioni dove vivere

Il Friuli-Venezia Giulia e le due Province autonome di Trento e Bolzano sono le uniche realtà territoriali che hanno raggiunto valori medi superiori al valore dell’Italia in 10 dei 12 domini di benessere calcolati. Si può quindi dire che sono questi i territori dove si vive meglio.

All’opposto ci sono le regioni dove i valori di almeno 10 dei 12 domini sono peggiori rispetto al riferimento medio nazionale. Ciò accade in:

  • Campania;
  • Puglia;
  • Calabria.

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Da Milano all’intera penisola: così è distribuito il disagio sociale in Italia – le mappe interattive

Le mappe che trovate qui di seguito mostrano i principali indici di disagio sociale calcolati dall’Istat. I dati di riferimento sono quelli del 2023, gli ultimi resi disponibili dall’Istituto di Statistica. La prima mappa è dedicata a Milano – diventata epicentro della protesta giovanile nelle ultime settimane. E’ possibile navigare selezionando i quartieri, le aree ADU (aree di disagio urbano definite dall’Istat) o specificamente all’interno delle sezioni urbane.

Una cosa importante da tenere in considerazione è che all’interno del Comune, l’indice sintetico di disagio sociale (Idise) misura la variazione rispetto al valore dell’intero Comune fatto 100. L’Idise, a sua volta, è “un indice composito costruito come combinazione di nove indicatori elementari, rappresentativi delle componenti più rilevanti del fenomeno e misurabili con elevata disaggregazione territoriale”. Questo significa, banalmente, che alcuni indicatori – ad esempio la presenza di anziani soli in abitazioni in affitto, possono “pesare” come disagio anche in quartieri tendenzialmente ricchi. Dalla mappa di Milano, ad esempio, appare tanto evidente quanto sorprendente che zone come Duomo e Brera abbiano un indice di disagio maggiore rispetto alla media della città. Ma non necessariamente, scorrendo i singoli indici, questo significa che si tratti di zone più povere. Al contrario, alcuni indicatori usati nell’indice possono avere una doppia valenza. Il basso numero di lavoratori stabili – ad esempio – che nei quartieri più poveri pesa certamente come fattore di disagio, nei quartieri ricchi potrebbe avere una valenza esattamente contraria. A questo va aggiunto che alcune aree centrali della città hanno pochissimi residenti dichiarati. Di conseguenza il peso statistico delle eccezioni è molto più forte nella costruzione dell’indice. Questo tipo di avvertenza non è necessario nella seconda mappa, dedicata all’intero territorio nazionale e navigabile per comuni. In questo caso i pesi statistici sono riequilibrati sull’intero territorio.

Gli indicatori mostrati sono complessivamente 26: nove dedicati ai singoli indicatori di disagio (anziani soli, disoccupazione, istruzione, continuità lavorativa) e 15 che spiegano il contesto di riferimento (immigrazione, età, composizione delle famiglie) più un indice riassuntivo. In ogni mappa è possibile cercare tra le aree/comuni, zoomare e tornare alla visione di insieme.

La mappa del disagio a Milano

La mappa del disagio a livello nazionale

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Serve una spiegazione delle correzioni al Pil

Le prime stime dell’attività economica sono spesso diverse dal risultato finale. Non è una questione solo italiana e le revisioni sono sempre al rialzo. Capire perché accade diventa cruciale e gli istituti di statistica dovrebbero chiarirne le cause.

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Il termometro-Istat non ha colpe

Il deficit 2025 confermato dall’Istat al 3,1 per cento del Pil ha riacceso il dubbio che le prime stime sottovalutino l’economia. Ma le revisioni del Pil spostano il rapporto deficit/Pil di centesimi, non di decimi. E il problema non è chi fa i calcoli.

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Come si è arrivati al 3,1 per cento

Sul 3,1 per cento di deficit confermato dall’Istat si è alzato un polverone. A parte il fatto che il vincolo del 3 per cento non è più così stringente, Pil ed entrate sono aumentati. Sono le previsioni sbagliate sulla spesa ad aver determinato il risultato.

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Chi vivrà in Italia nel 2080?

A fine agosto l’Istat ha pubblicato le previsioni della popolazione italiana residente fino al 2080. Sono dati che vengono adottati per stimare i fabbisogni per pensioni o spesa sanitaria. Comprendono anche il ruolo dei flussi migratori. Con qualche sorpresa.

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