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Gaza, la denuncia di Msf: “Non possiamo più produrre le maschere per i bambini ustionati a causa del blocco di Israele”

I bambini di Gaza che hanno il volto ustionato rischiano di non poter più avere le protesi per curarsi a causa delle restrizioni di Israele. Si tratta di dispositivi essenziali, perché evitano malformazioni e disabilità permanenti. Lo denuncia Medici senza frontiere: il suo team impegnato nell’assistenza della popolazione palestinese non ha più il materiale per continuare la produzione delle maschere 3D. L’ultima è stata realizzata il 14 ottobre.

“A causa delle restrizioni e del blocco imposto dalle autorità israeliane su materiali essenziali, non siamo più in grado di continuare ad assistere i pazienti che hanno riportato gravi lesioni e ustioni al volto” racconta il dottor Feras Swairjo, responsabile delle attività di fisioterapia di Msf. “Abbiamo le competenze mediche e la capacità di aiutare questi pazienti, ma ci vengono negati i materiali di base necessari per svolgere il nostro lavoro. Ogni giorno assistiamo alle devastanti conseguenze delle ustioni gravi sui nostri pazienti a Gaza, molti dei quali sono bambini piccoli. Alcuni hanno riportato lesioni estese a causa degli attacchi aerei israeliani, mentre altri si sono ustionati cucinando in tende sovraffollate o su fuochi all’aperto”. Senza queste maschere specialistiche, i pazienti rischiano deformazioni permanenti del volto e disabilità che possono compromettere la capacità di muoversi, vedere o persino respirare normalmente. “Il blocco di queste forniture essenziali rischia di lasciare i bambini con disabilità per il resto della loro vita quando potrebbero essere evitate. Si tratta di un problema creato dall’uomo che potrebbe essere risolto oggi stesso. Le autorità israeliane devono consentire l’ingresso senza restrizioni dei materiali medici necessari per curare i pazienti ora”.

Nella clinica di Gaza City, Medici senza frontiere assiste un numero molto alto di pazienti con gravi ustioni al viso. A marzo, spiega l’organizzazione, l’85% dei pazienti in cura nella clinica erano bambini. “Per prevenire malformazioni permanenti e disabilità – scrive Msf in un comunicato – i pazienti hanno bisogno di maschere specifiche per la terapia a pressione. Dal 2020, Msf è l’unico fornitore di maschere fisioterapiche stampate in 3D a Gaza. Queste maschere esercitano una pressione costante sulle ustioni in via di guarigione, prevenendo cicatrici ipertrofiche e contratture che possono compromettere la respirazione, i movimenti e le funzioni facciali”.

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Balzano contro Dragoni: “Gli israeliani rivotano Netanyahu? Sono come i tedeschi se avessero riscelto Hitler nel ’45”

Scontro furibondo a Battitori liberi, su Radio Cusano, tra Savino Balzano, conduttore della trasmissione insieme a Gianluca Fabi, e Fabio Dragoni, firma di Libero. A incendiare il confronto sono le elezioni in Israele, sulle quali Dragoni osserva: “Netanyahu ha perso la maggioranza, ma non nella maniera così trascendentale come tutto il mondo occidentale, salvo poche eccezioni, sperava o credeva. Noi continuiamo a non capire Israele, perché viviamo la vicenda Israele-Gaza con i nostri occhi. Le sirene le sentono in Israele, nei rifugi scendono gli israeliani. Gli israeliani ragionano con un’altra logica, sono uno Stato in guerra perenne e non si fanno le pippe mentali che ci facciamo noi accapigliandoci tra pro-Pal e pro-Israele”.
Dragoni cita un articolo di Federico Rampini sul Corriere della Sera e il risultato elettorale degli arabi israeliani: “Alla faccia di chi dice che in Israele c’è l’apartheid, abbiamo avuto una grande dimostrazione di democrazia. Vorrei capire quando ci saranno le elezioni in Libano e in tante altre parti”.

Balzano interviene immediatamente: “Le elezioni non sono l’elemento che consente necessariamente di distinguere il bene dal male. Partiamo da questo presupposto”.
Dragoni lo interrompe accusandolo di affrontare la questione come una tifoseria, ma lo scrittore respinge l’obiezione e porta il confronto sulla responsabilità politica degli elettori israeliani: “Con queste elezioni in Israele deve cadere l’ipocrisia di chi dice: ‘Non dovete parlare di Israele, ma del governo israeliano; non dovete parlare degli israeliani, ma di Netanyahu‘. No. Che sia bene o che sia male, in questo momento c’è un’unione delle responsabilità“.
E aggiunge: “Dopo aver visto tutto quello che è successo, e gli israeliani l’hanno visto perché ci sono i social, i video, la rete è piena di quello che è successo a Gaza e in Cisgiordania, se scelgono di rivotare Netanyahu significa che sono con Netanyahu, che sono d’accordo con lui, che sottoscrivono quello che decide. Dire che non bisogna coinvolgere il popolo israeliano era una boiata e si capiva già prima. Adesso non si può più dire. Dobbiamo avere il coraggio di affermare che le responsabilità sono in solido”.

Poi arriva il paragone destinato a far esplodere definitivamente la discussione. Balzano richiama la Germania del 1945 e immagina cosa avrebbe significato un eventuale nuovo voto a favore di Adolf Hitler dopo gli orrori del nazismo: “Queste elezioni in Israele possono essere paragonate alla situazione nella quale i tedeschi avessero votato per Hitler nel ’45. Perché se lo voti negli anni Venti o nel ’33 puoi non sapere quello che farà, ma ora lo sai. Anche la Germania era in guerra, anche i tedeschi andavano nei rifugi, anche i tedeschi sopportavano i bombardamenti. Se nel ’45 avessero rivotato Hitler, avrebbero condiviso le responsabilità dei nazisti. Ed è quello che sta facendo il popolo israeliano, o perlomeno la maggioranza del popolo israeliano”.

Dragoni contesta il paragone e torna a insistere sulla condizione di pericolo vissuta dalla popolazione israeliana: “Sbagli, continui a perpetrare il tuo errore. Non ti immedesimi minimamente in ciò che vivono gli israeliani. Continui a non capire che quello è uno Stato in guerra e che non ragionano con le nostre categorie”.
Balzano ribalta l’accusa, chiamando in causa le sofferenze dei palestinesi e contestando con durezza la prospettiva adottata dal giornalista di Libero. “Sei tu che continui a non immedesimarti in ciò che patiscono le vittime di quello Stato terrorista. Sei tu che non ti immedesimi in ciò che patiscono le vittime di quello Stato neonazista che è Israele. Questo è l’errore, ed è tuo, non mio. C’è un genocidio e dinanzi a un genocidio c’è poco da dire“.
Dragoni insiste: “Gli israeliani capiscono meglio di te, perché le sirene suonano a loro, non a te. Capito?”.
“Con ‘ste sirene avete rotto il cazzo – replica lo scrittore – Hanno spianato Gaza, me ne sbatto i coglioni delle sirene di Tel Aviv, capito?”.

La firma di Libero contesta anche l’utilizzo della parola genocidio e chiama in causa Hamas, Hezbollah e l’Iran: “L’unico genocidio proclamato è quello di tante frange islamiche nei confronti di Israele, a partire da Hamas. Lo dico a voi, che provate una pulsione orgasmica per la parola ‘genocidio'”.
“Mi viene da ridere, ma ora il genocidio l’hanno fatto i palestinesi?”, ribatte Balzano.
“Ho detto proclamato”, precisa Dragoni.
“Ma mai realizzato”, replica il saggista.
“Allora Israele si deve sentire in colpa per non essersi fatto distruggere?”, rilancia Dragoni.
“No, Israele si deve sentire in colpa per aver perpetrato un genocidio a Gaza“, risponde Balzano.

La tensione raggiunge il culmine nell’ultimo scambio, quando Dragoni sostiene che gli unici a volere un genocidio siano “Hamas, Hezbollah e l’Iran”. Balzano torna ad attaccare duramente lo Stato israeliano e il suo esercito, ricorrendo a un ulteriore paragone con il nazismo: “Ma come fai a difendere Israele in questo contesto? Adesso la divisa delle SS di Hugo Boss se la sono messa loro addosso, e questo è il paradosso: l’Idf come le SS. Uguale”.
A chiudere il confronto, ormai incandescente, arriva la battuta sarcastica di Gianluca Fabi: “Caro Mossad, volevo solo dire che io mi dissocio “.

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Conte, Cacciari e Mauro Corona ospiti di Sommi ad Accordi&Disaccordi sabato 31 ottobre. Con Travaglio e Scanzi

Il racconto dell’attualità è protagonista il sabato in prima serata sul Nove con il talk di confronto, discussione e approfondimento “Accordi & Disaccordi”, condotto da Luca Sommi.

Sabato 31 ottobre alle 21:30 sono ospiti il leader del Movimento 5 stelle Giuseppe Conte, il filosofo Massimo Cacciari e lo scrittore Mauro Corona.

Tra i temi della conversazione i risultati delle elezioni in Israele e la manovra di bilancio italiana che approda alle Camere prima dell’approvazione finale entro Natale.

Nel corso di ogni puntata, come da tradizione, gli interventi del direttore de Il Fatto Quotidiano Marco Travaglio e del giornalista Andrea Scanzi, per analizzare cronaca, potere e società.

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Elezioni in Israele, ecco come le opposizioni e i partiti arabi possono già impedire a Netanyahu di rimanere premier

Nell’attesa dell’inizio delle consultazioni tra il presidente della repubblica Herzog e i leader dei partiti israeliani per tentare di formare una coalizione di governo, il blocco di opposizione – guidato da Gadi Eisenkot – intende sfruttare i propri voti, assieme a quelli dei partiti arabi, per nominare un nuovo presidente della Knesset, il parlamento israeliano. L’incarico è attualmente ricoperto da Amir Ohana, esponente di spicco del Likud nonchè fedelissimo del primo ministro uscente Benjamin Netanyahu. Ma con un cambio alla presidenza le opposizioni potrebbero avviare il processo per l’approvazione della legge che impedisce a un candidato primo ministro sotto processo di venire rieletto, oppure far nascere la tanto ostacolata commissione parlamentare d’inchiesta sul 7 ottobre. Clausola che escluderebbe definitivamente Benjamin Netanyahu.

A sostenere che questa sia la carta nascosta degli avversari di Netanyahu per assicurarsi subito una delle figure cardine delle istituzioni è l’emittente Channel 12. Secondo quanto riportato, non sarebbe stato ancora individuato un candidato condiviso, sebbene siano stati fatti i nomi di Oded Forer, deputato del partito della destra nazionalista Yisrael Beytenu, ed Elazar Stern, della lista Yashar. Stern, neo deputato di Yashar, ovvero il partito di Eisenkot che è arrivato secondo, con 48 seggi, dopo il Likud, ha più chance perché potrebbe trovare l’appoggio anche delle due liste arabe che, assieme, hanno raggiunto per la prima volta ben 19 seggi. Sommando gli scranni raggiunti dalle opposizioni, oltrepasserebbero dunque i 61 richiesti sia per formare il governo sia per eleggere un nuovo presidente della Knesset. Si tratta di due operazioni che, va sottolineato, sono disgiunte e possono seguire tempi diversi. Se questa mossa andasse in porto, potrebbe inoltre essere il banco di prova di un appoggio esterno delle liste arabe a un governo di minoranza del blocco per il Cambiamento.

La conseguenza principale sarebbe il controllo di una posizione istituzionale strategica anche in assenza di un nuovo governo o con un futuro governo guidato ancora dal Likud, leggasi Bibi Netanyahu. Qualora i parlamentari del blocco di Eisenkot e dei partiti arabi lo individuassero e quindi eleggessero, questo potrebbe, per esempio, proporre all’assemblea parlamentare una legge che vieta a un candidato primo ministro sotto processo (come Netanyahu) di venire eletto o rieletto. In ogni caso, la condizione sine qua non per eleggere il nuovo presidente della Knesset, anche se i partiti arabi rimanessero fuori dal governo, è la capacità di riunire un numero sufficiente di deputati attorno a un candidato comune. La sua funzione è paragonabile, per certi aspetti, a quella del presidente della Camera dei Deputati italiana, ma esistono differenze importanti, soprattutto per quanto riguarda la supplenza del capo dello Stato. Tra i suoi numerosi poteri c’è la decisione su quando discutere determinate questioni. Incide pertanto attivamente sull’agenda politica. Di conseguenza, se l’opposizione volesse portare rapidamente in Parlamento una questione politicamente imbarazzante per il governo, la presidenza può influire sui tempi e sulle modalità del dibattito.

Un ruolo che dal 2022 viene esercitato dal falco del Likud Amir Ohana. È stato colui che ha promosso nel 2023 la controversa riforma della Giustizia a vantaggio dell’esecutivo contro cui si scatenarono le piazze con manifestazioni durate mesi, prima che venisse sospesa. E Ohana fu anche uno dei principali artefici dell’approvazione della Legge fondamentale del 2018 che declassò l’arabo da lingua ufficiale a lingua con uno status speciale. Anche per questo i partiti arabi israeliani – forti dei loro 19 seggi – vorrebbero sostituirlo. E questa volta contribuirebbero con i propri seggi, dirimenti, a far sì che avvenga. Se non ci fossero ancora esclusioni a priori nei loro confronti da parte di membri di Yashar, che però è il primo partito del blocco del Cambiamento e pesa. Sarebbe però un’occasione positiva per chi sperava nell’apertura di una commissione d’inchiesta per investigare sulle falle negli organismi preposti alla sicurezza che hanno portato al 7 ottobre. Il presidente del Parlamento svolge infatti un ruolo concreto nell’istituzione di una commissione d’inchiesta.

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Cinque attivisti italiani fermati in Cisgiordania durante la raccolta delle olive: la Farnesina chiede il rilascio immediato

Erano insieme ad alcuni cittadini palestinesi e li affiancavano mentre erano impegnati nella raccolta delle olive, uno dei più rilevanti fattori di sostentamento per chi abita in Cisgiordania. Ma cinque attivisti italiani sono stati fermati dalle autorità israeliane nei pressi del villaggio di Al Lubban al-Gharbiyye nell’ambito di un’operazione che ha coinvolto anche altri cittadini stranieri, e trasferiti in una stazione di polizia. La Farnesina, da Roma, ne ha chiesto il rilascio immediato, mentre sul posto si sono attivati l’Ambasciata d’Italia a Tel Aviv e il Consolato Generale d’Italia a Gerusalemme per ottenere chiarimenti sulle circostanze del fermo e garantire loro assistenza consolare.

La stagione della raccolta delle olive è un momento ad altissimo rischio di incidenti con i coloni, e sono tanti gli attivisti che arrivano nei Territori da tutto il mondo per portare sostegno e aiuto, ma anche a fare da scudo, agli agricoltori locali. La scorsa settimana due italiani – Alberto e Manuel Tartarotti, un padre e un figlio arrivati da Bolzano per consegnare fondi umanitari e sostenere la raccolta nei campi – erano stati trattenuti per oltre un giorno dalla polizia israeliana con l’accusa di terrorismo, e poi formalmente espulsi. Il giorno successivo, un’altra stretta contro i volontari impegnati a difesa dei raccoglitori di olive aveva portato al fermo di un gruppo di attivisti del quale facevano parte anche cinque cittadine italiane: anche loro, trattenute per ore in una stazione di polizia e interrogate, sono state espulse il giorno successivo.

Sempre la scorsa settimana in una maxiretata dell’Idf erano finiti una novantina di volontari, tra cui anche il candidato ebreo democratico al Congresso degli Stati Uniti Brad Lander. “Stavo solo raccogliendo olive in Cisgiordania – aveva scritto sui social in quell’occasione -. L’occupazione è un crimine secondo il diritto internazionale. Raccogliere olive non è un reato secondo nessuna legge che io conosca”. Lander, insieme a decine di altri, è stato successivamente rilasciato sotto severe restrizioni di movimento.

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Israele al bivio: l’autogol dell’opposizione fa il gioco di Netanyahu. E ora l’attacco all’Iran è più vicino

Scrivo questo post con grande rammarico, ma con una netta consapevolezza del quadro politico israeliano all’indomani di queste elezioni. Pare che una grande fetta dell’elettorato viva consapevolmente accettando la minaccia di un isolamento internazionale, di sanzioni economiche, di un conflitto perenne e di ben sei o sette fronti aperti con i paesi vicini o lontani. Altrimenti l’esito di questo voto non sarebbe spiegabile.

Benjamin Netanyahu – il principale responsabile, come primo ministro, della sciagura del 7 ottobre e del massacro compiuto da Hamas; colui che ha rifiutato qualsiasi commissione d’inchiesta; colui che a due o tre giorni dalle urne ha proposto come soluzione economica il passaggio a un’economia basata sulle criptovalute; colui che alla vigilia del voto ha diffuso un’immagine creata dall’intelligenza artificiale che mostrava Tel Aviv sotto una bomba atomica iraniana – questo leader politico non solo non ha perso il suo potere, ma ha riscosso un ampio consenso.

Che cosa possiamo dedurre da questo esito? A mio avviso, che molti israeliani non comprendono la reale posizione internazionale del proprio paese e, con il loro voto, finiscono per attirare sanzioni, minacce e guerre. Dopo il risultato di martedì notte, Netanyahu si sentirà autorizzato dal suo popolo – che è anche il mio – a sferrare all’Iran quello che definirà un “attacco preventivo”. Se a questo aggiungiamo l’incertezza del quadro politico americano, vediamo come ancora una volta il Medio Oriente rischi di incendiarsi.

L’elettorato di Netanyahu è un fenomeno peculiare. Stanotte, mentre seguivo l’evoluzione dei dati dagli exit poll fino ai risultati reali, mi è tornato in mente un evento storico traumatico che tutti i lettori conoscono bene. Netanyahu vinse le elezioni per la prima volta dopo l’assassinio di Yitzhak Rabin: si candidò contro Shimon Peres, premio Nobel e statista di caratura mondiale, riuscendo a prevalere a pochi mesi dall’uccisione di Rabin per mano di un terrorista dell’ultradestra.

Perché collego quell’evento al voto di oggi? Perché l’elettorato di Netanyahu ragiona esattamente come la tifoseria di una squadra di calcio: non c’è un’analisi razionale sull’operato del governo, sull’andamento dell’economia, sulla sicurezza reale dei cittadini, sulla qualità del sistema scolastico o sulle pensioni. Nonostante negli ultimi quattro anni tutti questi ambiti abbiano registrato fallimenti, gli elettori non valutano questi aspetti: tifano per Netanyahu a prescindere dal piano politico.

La prova è semplice: solo tre o quattro giorni fa, Netanyahu ha ammesso apertamente che Israele rischia le sanzioni e che gli Stati Uniti stanno cambiando atteggiamento, sostenendo che tali sanzioni si potrebbero aggirare con le criptovalute. Poi ha agitato la minaccia dell’atomica iraniana, dimenticando che solo sei mesi fa dichiarava che gli attacchi preventivi avevano già distrutto ogni capacità nucleare dell’Iran. La logica e la verità sono diventate del tutto opzionali per questo elettorato.

Nella giornata di giovedì terminerà lo scrutinio delle elezioni israeliane. Nel momento in cui scrivo si sta verificando l’esito delle ultime 400.000 buste, ma non è un motivo per sperare in un cambiamento per come lo avevamo immaginato. Adesso il blocco di Netanyahu ha 53% e il blocco di Eisenkot ha 48. I dati ufficiali definitivi non cambieranno questo esito: nelle campagne precedenti le “doppie buste” (il sistema per il voto a distanza o fuori sede) hanno sempre mostrato una leggera tendenza verso la destra.

La parola cambiamento è tornata molto in queste settimane. Se veramente le forze democratiche, che nella società israeliane credono in uno Stato democratico e liberale, vogliono operare un reale cambiamento, allora devono invitare i partiti arabi – che sono i grandi vincitori di quest’ultima tornata elettorale – a governare insieme con il blocco di Eisenkot. Vorrei aggiungere, come israeliano che vive fuori del suo paese, nella cosiddetta “diaspora”, che se nell’establishment occidentale qualcuno avesse osato dire sugli ebrei le cose che i partiti legittimi di governo, ma anche di opposizione, dicono degli arabi israeliani, allora tutti noi ebrei della diaspora grideremmo all’antisemitismo: è ora di finirla con questa retorica e andare verso il cambiamento perché a mio avviso è l’unica strada per il futuro di Israele. Scelte diverse porteranno a un paese boicottato, invischiato in guerre continue con i suoi vicini, senza più alcuna prospettiva di pace.

Ma c’è un’altra questione che va analizzata con pari durezza: anche il cosiddetto “blocco del cambiamento” – i partiti di Gadi Eisenkot, Naftali Bennett, Yair Lapid e Avigdor Lieberman – ha commesso un errore politico gravissimo e imperdonabile. Rifiutando a più riprese qualsiasi ipotesi di governo con i partiti arabi, hanno ceduto a pregiudizi ideologici e compiuto un autogol strategico clamoroso. Nel tentativo di escludere dall’esecutivo i rappresentanti del 20% della popolazione israeliana, hanno finito per fare il gioco di Netanyahu. Se i partiti che intendono fermarlo si alleassero con i partiti arabi israeliani, avrebbero i numeri per bloccare la formazione di un nuovo governo di destra o di estrema destra.

Il modo in cui è stata trattata la popolazione araba israeliana in questi ultimi anni è intollerabile: un clima di aperto disprezzo e ostilità. La violenza e gli omicidi all’interno di questa comunità hanno raggiunto livelli mai visti prima. E il ministro della Sicurezza Nazionale, Itamar Ben-Gvir, ha agito deliberatamente in questa direzione, considerando gli arabi israeliani come quinte colonne o collaboratori dei palestinesi. Ogni giorno si assiste a incursioni nei territori e ad azioni alimentate da frange estremiste armate.

Tutto ciò è gravissimo. I partiti arabi hanno ottenuto un’alta affluenza perché i cittadini sono usciti a votare per rispondere alle offese di Ben-Gvir. Rifiutarsi di collaborare con loro solo perché arabi è di una cecità politica inaccettabile per uno Stato che ospita una minoranza così consistente. Gli israeliani devono decidere se vogliono vivere in un paese in cui tutte le rappresentanze politiche legittime possono governare, o se intendono affermare che il 20% della popolazione ha diritto di voto ma non di governo. Agli occhi del mondo, questo è l’ennesimo segnale di una società discriminatoria con venature di apartheid — una deriva che non aiuta Israele e che, al contrario, aumenta i rischi per le comunità ebraiche in tutto il mondo.

L’atteggiamento verso la popolazione araba mi sdegna profondamente anche per un motivo molto concreto, legato al sistema sanitario: oltre il 20% dei medici e degli infermieri negli ospedali israeliani sono arabi, così come quasi il 50% dei farmacisti. Sono loro a curare i nostri anziani, i nostri genitori e i nostri figli, e lo fanno con immensa dedizione.

Una società che affida la propria salute a questi professionisti e poi nega valore politico al loro voto si macchia di un’ipocrisia inaccettabile, riducendoli a semplici servitori utili nel momento del bisogno. E così facendo, ci si consegna nuovamente nelle mani di Netanyahu e dell’estrema destra.

Tuttavia, temo che nei prossimi giorni Netanyahu possa ritenere legittimato un attacco all’Iran. E il capo di Stato Maggiore Eyal Zamir, che prima delle elezioni aveva sollevato forti perplessità evidenziando come l’azione non fosse dettata da reali esigenze di sicurezza nazionale, si troverà ora nell’impossibilità di frenarlo, poiché il voto popolare viene usato per legittimare l’ennesima escalation. A Netanyahu poco importa se l’intelligence americana conferma che non ci sono movimenti o minacce imminenti nei siti nucleari iraniani: gli basterà appagare le aspettative della sua tifoseria elettorale.

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Israele, dal Likud accuse di “brogli” e la Commissione chiede di indagare su presunte interferenze del Qatar. La replica delle liste arabe: “Vogliono ribaltare l’esito del voto”

Meno di due giorni dopo la chiusura dei seggi, in Israele è il momento delle trattative e dei veleni. In un contesto ricco di incognite e di insidie. Ieri, a scrutini avanzati, il premier Benjamin Netanyahu e le forze di estrema destra avevano lanciato accuse di brogli elettorali contro i partiti arabi, vera rivelazione di queste legislative. Oggi il presidente della Commissione elettorale centrale, il giudice della Corte Suprema Noam Sohlberg, ha chiesto al capo dello Shin Bet, David Zini, di indagare su presunte interferenze straniere e corruzione elettorale.

“Sono stato informato di gravi sospetti riguardanti un’influenza indebita sulle elezioni, esercitata attraverso finanziamenti provenienti da entità straniere che agiscono contro gli interessi di Israele“, ha affermato Sohlberg, sottolineando di “non poter confermare la fondatezza di tali sospetti”. Tuttavia, ha aggiunto, “ritengo che, trattandosi di entità straniere, vi sia l’obbligo di condurre un’indagine approfondita“. I risultati dell’indagine devono essere presentati entro una settimana, ha chiesto il capo della Cec allo Shin Bet.

Secondo il quotidiano Yedioth Ahronoth, lo Shin Bet ha avviato un’indagine con il sospetto di un coinvolgimento del Qatar. Secondo i sospetti, il Qatar avrebbe trasferito “somme di denaro molto ingenti” per influenzare i risultati delle elezioni che si sono svolte martedì.

Il quadro uscito dal voto del 27 ottobre per rinnovare la Knesset è uno stallo in cui nessuna coalizione detiene i 61 seggi per governare, con il blocco di Benjamin Netanyahu in vantaggio (53 seggi) su quello dell’opposizione guidato da Gadi Eisenkot (fermo a 48). Ma il dato più rilevante è il boom delle liste arabe, che questa volta hanno abbandonato il tradizionale boicottaggio e mobilitato gli elettori nella speranza di archiviare il governo Netanyahu. Uno strategia che li ha portati a raddoppiare i seggi, conquistandone 19. Il loro appoggio consentirebbe quindi al blocco anti-Bibi di formare un esecutivo.

Questa opzione, sebbene difficile da percorrere a causa delle resistenze di alcuni esponenti della coalizione, lascerebbe fuori dai giochi l’attuale premier. Ed è per questo che l’estrema destra, con il Likud in testa, già ieri ha scatenato tutta la potenza di fuoco della sua macchina politica. Netanyahu ha parlato di un “governo pericoloso” qualora fossero state coinvolte le forze arabe. Mentre il suo partito ha accusato di “brogli” ed elezioni rubate da chi “sostiene il terrorismo”.

I media israeliani riferiscono che il Likud ha trasmesso alla Commissione elettorale centrale del materiale che, secondo il partito, comprenderebbe “registrazioni dirette di persone appartenenti alla comunità araba che avrebbero ammesso di aver corrotto elettori mediante buoni carburante e denaro contante”. Il dito viene puntato anche in questo caso su presunti finanziamenti arrivati da Turchia e Qatar. “Si tratta si tratta di un attacco alla democrazia volto a portare alla presa di controllo della Knesset da parte di potenze straniere, all’islamizzazione di Israele e al rovesciamento del governo di destra, al fine di provocare la ritirata e la sconfitta dell’Idf su tutti i fronti, in primis l’Iran” sostiene il partito guidato da Netanyahu che ha già soprannominato la vicenda Ra’amgate (dal nome del partito Ra’am).

”In Israele, la parte sconfitta costruisce una calunnia razzista e incita le forze di sicurezza a usare la forza per ribaltare il verdetto popolare” ha replicato su X Sami Abou Shahadeh, leader di Balad, uno dei partiti arabi che formano la Lista Unita. ”Non dobbiamo permettere all’estrema destra di rubare le elezioni o di trascinare il Paese verso una nuova tornata elettorale basandosi su accuse inventate e deliranti”, ha aggiunto in merito alle contestazioni del Likud sulla presunta corruzione elettorale.

Nel frattempo, sono stati arrestati 4 sospettati nell’ambito dell’inchiesta sul presunto pagamento di denaro in cambio di voti a favore del partito Ra’am, dopo i tre arresti avvenuti il 27 ottobre.

Una fonte della sicurezza interna ha specificato alla tv pubblica israeliana Kan che l’indagine per presunta corruzione elettorale era stata avviata prima delle elezioni: “Si tratta di un’indagine aperta nelle ultime due settimane sulla base di informazioni di intelligence attendibili. Sappiamo che c’è qualcosa che non va e stiamo indagando seriamente per fare piena luce sulla questione. Nei prossimi giorni la situazione si chiarirà” ha dichiarato all’emittente.

Il leader del Blocco del cambiamento, Eisenkot, ha detto di essere “in contatto con le autorità competenti” e di ricevere “aggiornamenti in merito ai sospetti di interferenze straniere nelle elezioni”. Allo stesso tempo ha messo in guardia dalla strumentalizzazione politica. “Non si deve permettere a esponenti politici di sfruttare questa situazione per influenzare la data dell’insediamento della 26ma Knesset, il Parlamento israeliano”. Sulla stessa linea il presidente israeliano Isaac Herzog che ha chiesto di “non infangare un’intera comunità che ha cercato di esercitare il proprio diritto di voto e di prendere parte attiva alla democrazia”.

Intanto, sul fronte del conteggio dei voti c’è ancora una variabile da considerare, anche se nelle previsioni non dovrebbe essere determinante: le cosiddette “doppie buste“, con le preferenze di militari, detenuti, diplomatici in servizio all’estero e ad elettori impossibilitati a votare nel seggio. Sono stimate tra le 430mila e 480mila e finora ne sono state scrutinate meno di 30mila. Tra queste schede il partito del premier è in testa, seguito dal movimento Yashar di Eisenkot. Secondo la Commissione elettorale lo spoglio dei voti potrebbe essere terminato entro questo pomeriggio.

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Elezioni in Israele, Netanyahu non molla Ben Gvir e Smotrich: “Restiamo uniti”. Ma per un governo di estrema destra mancano i numeri

Il primo ministro Benjamin Netanyahu ha parlato ieri sera con i suoi partner di estrema destra, il ministro della Sicurezza nazionale Itamar Ben Gvir e il ministro delle Finanze Bezalel Smotrich, promettendo di mantenere unito il loro blocco, secondo quanto riportato dai media israeliani. Il blocco di Netanyahu, che comprende il suo partito Likud e le fazioni ultraortodosse, nonché Otzma Yehudit di Ben Gvir e il Sionismo Religioso di Smotrich, dovrebbe conquistare 53 seggi nelle elezioni di ieri, un numero considerevolmente inferiore alla maggioranza di 61 seggi. Anche gli oppositori di Netanyahu sono divisi, il che alimenta le speculazioni su un possibile governo di unità nazionale, una prospettiva che potrebbe vedere Netanyahu abbandonare i suoi alleati di estrema destra. Netanyahu, tuttavia, avrebbe detto a Ben Gvir e Smotrich: “Siamo uniti e resteremo uniti”, secondo quanto riportato dal canale televisivo filogovernativo Canale 14.

Nessuno dei due principali blocchi ha abbastanza voti per governare. E nessuno, sulla carta, vuole chiedere ai partiti arabi quei voti preziosi per costruire una maggioranza solida, almeno numericamente. Dunque non è un caso che il presidente Isaac Herzog si sia augurato che le forze politiche partecipino alle consultazioni, la settimana prossima, con “mente aperta“. E di flessibilità ne servirà molta.

Con oltre l’85% delle schede scrutinate, il partito Likud del premier Benjamin Netanyahu si conferma primo con 26 seggi, e il suo blocco di destra e con gli ultraortodossi può contare su 53 seggi. Ben al di sotto dei 61 necessari per avere una maggioranza nel parlamento di 120 deputati. Sul fronte dell’opposizione, il partito Yashar guidato dall’ex capo di Stato maggiore dell’Idf Gadi Eisenkot si attesta come secondo con 21 seggi. In totale il cosiddetto ‘blocco di cambiamento’ sionista anti-Netanyahu ha 48 seggi, di nuovo molti meno del necessario. Determinanti si sono rivelati in partiti arabi, con la Lista Comune che si è assicurata 12 seggi e Ra’am 7.

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Israele boccia Netanyahu, ma non riesce a liberarsene

Israeli Prime Minister Benjamin Netanyahu, accompanied by his wife, Sara, waves to supporters at Likud party headquarters in Jerusalem after the release of the first exit poll results in Israel's general election, Wednesday, Oct. 28, 2026. (AP Photo/Ohad Zwigenberg)

Benjamin Netanyahu ha governato per quattro anni e condotto quattro guerre, sostenuto da una maggioranza di sessantotto seggi. Oggi il voto popolare ha ridotto il suo blocco a una schiacciante minoranza parlamentare: secondo lo scrutinio delle schede ordinarie, ha perso quindici seggi e ne conta cinquantatré. L’analisi del voto è dunque chiara e netta: il blocco che sostiene il suo esecutivo non dispone più di una maggioranza. Questo è il dato politico, il più importante e indiscutibile del voto in Israele. Non si vede, peraltro, in cosa consisterebbe la tanto citata rimonta che esalta Donald Trump e tanti improvvisati commentatori da talk show. Il blocco era accreditato da alcuni sondaggi a quota 49-51 seggi e ora ne ha cinquantatré: lo scarto rispetto a quelle previsioni è stato minimo.

Il secondo dato, importantissimo, è che nel voto di condanna dei quattro anni di governo della coalizione di destra un ruolo fondamentale è stato svolto dai partiti arabi, che passano da dieci a diciannove seggi, con un incremento notevole secondo lo scrutinio delle schede ordinarie. Questo risultato si deve a tre dinamiche.

Innanzitutto, e finalmente, gli elettori arabi sono andati alle urne, soprattutto i beduini, che in tutto il mondo islamico, non ebraico quindi ma arabo, sono considerati dei paria a causa di alcuni versetti del Corano e costituiscono lo strato più basso della società multietnica israeliana.

In secondo luogo, i partiti arabi hanno cominciato a fare politica e, anche se solo agli inizi, ad abbandonare il loro massimalismo verbale, spesso di marca jihadista. Hanno messo al primo posto del programma il contrasto alla criminalità araba, il tema delle abitazioni e il welfare.

In terzo luogo, per gli arabi israeliani ha ovviamente contato anche la necessità di contrastare il suprematismo razzista ebraico di Itamar Ben-Gvir e Bezalel Smotrich, cinicamente e irresponsabilmente spalleggiato da Netanyahu, che andava penalizzato con il voto. Chi crede invece che l’elettorato arabo israeliano si mobiliti per i due Stati si sbaglia, se non per quanto concerne una sua esigua minoranza: la corruzione, l’immoralità e l’inaffidabilità di Abu Mazen e dei suoi sono ben presenti agli arabi israeliani, che sono ben contenti dei loro privilegi di cittadini a pieno titolo dello Stato ebraico.

Sia chiaro: si è detto che i partiti arabi hanno iniziato a fare politica, ma in realtà sono ancora appesantiti dal jihadismo secolare palestinese. Solo Ra’am di Mansour Abbas ha condannato con chiarezza e determinazione Hamas e la strage del 7 ottobre, definendoli contrari all’islam. Yousef Jabareen, leader della Joint List, la più forte alleanza di tre partiti arabi, incluso quello comunista, non ha mai condannato il 7 ottobre, mentre Sami Abu Shehadeh, leader di Balad, uno dei tre partiti, l’8 ottobre 2023 ha definito la strage «un evento storico importante». Nei fatti, la radicale diffidenza della stragrande maggioranza dell’elettorato ebraico verso l’affidabilità dei partiti arabi è largamente giustificata.

Infine, ma non per ultimo, anzi, le urne hanno punito la fragilità politica del blocco non arabo dell’opposizione a Netanyahu, che ha ottenuto soltanto quarantotto seggi, contro i 55-56 che alcuni sondaggi pronosticavano. In questo insuccesso hanno contato lo scarso spessore politico e, soprattutto, il deficit di carisma e leadership di Gadi Eisenkot, ma anche di Naftali Bennett, Yair Lapid e Avigdor Lieberman. È stata inoltre disastrosa la lite sotterranea, ma evidente, tra i primi tre per l’indicazione del candidato premier, con molti colpi bassi reciproci, in stile Campo largo italiano. Infine, ha pesato il fatto che Yashar, il partito più votato dell’opposizione non araba, quello di Eisenkot, non avesse un forte radicamento territoriale, essendo stato fondato dal nulla un anno fa. Il Likud, invece, forte di 16 anni di governo, ha una presenza sul territorio capillare, diffusa e radicata.

Da notare, inoltre, che le liste di Itamar Ben-Gvir e Bezalel Smotrich avevano 13 seggi e ne hanno 13 anche oggi. La loro sovraesposizione mediatica e il ruolo decisivo svolto nella conduzione feroce della guerra a Gaza e nel sostegno alle sopraffazioni dei coloni in Cisgiordania non hanno giovato ai due partiti. I due partiti religiosi alleati con Netanyahu hanno invece perso seggi.

Va ricordato — e il dato è importantissimo — che devono ancora essere conteggiate circa seicentocinquantamila schede speciali, comprese quelle dei militari fuori sede, degli sfollati dal nord di Israele, delle persone ricoverate o impossibilitate a recarsi al proprio seggio e del personale diplomatico. Il loro peso può incidere sull’assegnazione di circa quattordici seggi. Veniamo dunque agli scenari di governo possibili.

Nell’ipotesi credibile che questi voti rispecchino, con poche variazioni, le proporzioni del voto espresso nelle urne e che non attribuiscano comunque a nessuno dei due blocchi i sessantuno seggi necessari per raggiungere la maggioranza, lo scenario che pare più probabile — non certo, ma probabile — è quello di nuove elezioni anticipate a gennaio o febbraio.

È infatti impossibile che Eisenkot e i suoi alleati, con soli quarantotto seggi, formino un governo di minoranza contando sull’astensione dei partiti arabi. Sarebbe un esecutivo zoppo, debolissimo, e avrebbe come conseguenza un netto rigetto alle urne nella successiva, imminente tornata elettorale da parte dell’elettorato ebraico che, non senza ragione, non si fida affatto tanto degli elettori arabi quanto delle loro leadership, letteralmente educate male da un secolo di jihadismo e terrorismo palestinese.

Yair Golan, leader dei Democratici, che hanno riportato un risultato abbastanza deludente con soli 8 seggi, ha indicato questa soluzione, ma è totalmente isolato e smentito dai suoi alleati.

Resta l’ipotesi di un governo di unità nazionale, senza Ben-Gvir e Smotrich né Golan: una soluzione richiesta da Donald Trump, auspicata per dovere istituzionale dal presidente della Repubblica Isaac Herzog e soprattutto indicata come obiettivo per tutta la campagna elettorale da Netanyahu, che prevedeva la caduta della sua coalizione e che, indubbiamente, a differenza dei suoi avversari, sa fare politica. Ha infatti già iniziato a inviare, invano, emissari discreti a Bennett e Lieberman nel tentativo di incrinare il fronte avversario.

Il problema di fondo, che con ogni probabilità renderà impraticabile questo esecutivo unitario, sta proprio nella principale motivazione del voto dell’elettorato ebraico: la volontà, addirittura la necessità, di accertare sino in fondo le responsabilità per il disastro del 7 ottobre 2023 e per la gestione delle trattative per liberare gli ostaggi. È questa, infatti, la ragione principale del crollo del blocco Netanyahu, passato da sessantotto a cinquantatré seggi. Ma è evidente che Netanyahu porrà come condizione ferrea e ultimativa — e non potrebbe fare altrimenti — l’istituzione di una commissione d’inchiesta su quelle responsabilità, di fatto addomesticata e da lui controllabile, che lo assolva da ogni responsabilità, pur evidente e indiscutibile, per la serie di decisioni politiche e militari che hanno permesso ad Hamas di penetrare senza ostacoli in Israele, uccidere circa milleduecento persone, in gran parte civili israeliani, e prendere in ostaggio 251 persone.

Questa condizione, che Netanyahu porrà e che Eisenkot e i suoi alleati non potranno assolutamente accettare, si scontrerà non solo con il buon senso e con la volontà di accertare le responsabilità, chiaramente espressa dall’elettorato, ma anche con un dato politico stranamente non rilevato dagli osservatori. L’ex generale Gadi Eisenkot e il suo partito Yashar devono la loro comunque eccellente affermazione, per quanto sovrastimata, a un fatto e a un fatto solo: sono il partito di riferimento non solo dell’intero vertice delle Forze armate, dell’Idf, a iniziare dal loro comandante in capo Eyal Zamir — uno dei tanti stretti collaboratori di Netanyahu, da lui nominati e che ora lo contrastano —, ma anche di tutto il quadro degli ufficiali di carriera. La ragione è ovvia: devono difendere l’onore dell’Idf dalle accuse infamanti, dichiarate e addirittura urlate da Netanyahu, secondo cui l’esercito e lo Shin Bet sarebbero gli unici responsabili e colpevoli del 7 ottobre. In un contesto talmente avvelenato — una barbarie indotta colpevolmente e personalmente da Netanyahu stesso —, un sondaggio dell’Università Reichman condotto nell’aprile scorso rilevava che addirittura il quarantasei per cento degli elettori della coalizione di governo era convinto che i vertici militari e della sicurezza avessero deliberatamente nascosto al premier informazioni sull’imminente attacco di Hamas per danneggiarlo politicamente.

Si apre dunque una fase politica di stallo e di grandi tensioni interne in Israele, che sarà influenzata dalle conseguenze del voto di midterm negli Stati Uniti e soprattutto dalla nuova iniziativa militare contro l’Iran che Donald Trump pare stia preparando e che Netanyahu voleva anticipare rispetto al voto israeliano, ma che è stata letteralmente bloccata da Eyal Zamir, il comandante dell’Idf, ormai suo implacabile, ma silente, avversario.

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L’Italia firma con altri 8 Paesi il proprio sostegno alla Cpi dopo le sanzioni di Washington. Ma in Parlamento la maggioranza evita il voto contro Trump

Il governo italiano ha aderito a una dichiarazione congiunta siglata da otto Paesi (tra cui Francia, Germania, Regno Unito, Canada e Giappone) per ribadire il proprio sostegno alla Corte Penale Internazionale e contestare le misure restrittive decise da Washington a ottobre, quando l’amministrazione Trump ha annunciato sanzioni alla Cpi nelle stesse ore dell’assegnazione del Premio Nobel per la Pace 2026 a Navanethem Navi Pillay, giurista sudafricana già giudice della medesima Corte e Alta commissaria delle Nazioni Unite per i diritti umani. Ma Giorgia Meloni in prima persona ha evitato di condannare fermamente la scelta. Tanto è vero che adesso che si tratta di votare in Parlamento, il centrodestra si muove tra l’ambiguità e il rinvio.

Martedì l’aula della Camera doveva votare una proposta di legge del centrosinistra, sottoscritta dal campo larghissimo (Pd-M5S-Avs-Italia viva e più Europa) ma non se n’è fatto nulla. Il testo si riferiva sia alle sanzioni dello scorso ottobre, sia al fatto che il 6 febbraio 2025 il presidente degli Stati Uniti emanava l’ordine esecutivo n. 14203, sulla base del quale sono state emesse sanzioni, tra gli altri, contro il procuratore capo, i due viceprocuratori e altri otto magistrati della Corte. In particolare, Washington accusava la Corte di aver “intrapreso azioni illegittime e prive di basi prendendo di mira l’America e il suo stretto alleato Israele”, riferendosi al mandato di cattura spiccato nei confronti di Benjamin Netanyahu e dell’ex Ministro della difesa, Yoav Gallant, per i crimini commessi ai danni della popolazione di Gaza, e volutamente ignorando che la Corte, contestualmente, spiccava analoghi mandati nei confronti di tre figure apicali di Hamas.

La proposta di legge del centrosinistra impegna il governo a criticare duramente questa iniziativa. In particolare “a esercitare una forte pressione in tutti i consessi europei e internazionali, oltre che nei rapporti bilaterali, affinché gli Stati Uniti rimuovano tutte le sanzioni contro la Corte penale internazionale emesse dall’Amministrazione Trump, sia quelle con l’ordine esecutivo n. 14203, sia quelle annunciate il 9 ottobre 2026”. E anche “ad adoperarsi affinché la Commissione europea proceda senza indugio all’adozione degli atti necessari a rendere applicabile alle sanzioni statunitensi contro la Corte penale internazionale lo ‘Statuto di blocco’ dell’Unione europea”.

Su questi punti il centrosinistra aveva cercato una convergenza con il centrodestra. Nulla di fatto. Non solo. Martedì, a urne aperte in Israele, la maggioranza ha fatto rimandare il voto dicendo di “non essere pronta” (ma il testo era stato presentato ad agosto) e di non voler creare “ricadute” sullo scenario internazionale. Esisteva una proposta di legge alternativa del centrodestra, ma la Lega non era intenzionata a votare neanche la generica condanna di Netanyahu. Ma l’opposizione insiste: la prossima settimana in Aula si vota l’urgenza; da vedere – a elezioni passate in Israele – cosa farà il centrodestra.

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Il diktat di Trump a Netanyahu: “Fuori gli estremisti dal governo”. Così avanza l’ipotesi del governo di unità nazionale

Il sostegno degli Stati Uniti di Donald Trump a Benjamin Netanyahu, questa volta, ha un prezzo: fuori gli estremisti dal prossimo governo. Così, però, col premier uscente che ha già escluso qualsiasi possibile alleanza con la folta rappresentanza dei partiti arabi, che a scrutinio ancora in corso pesa tra i 17 e i 19 seggi alla Knesset, l’unica alternativa di rimanere in carica per il primo ministro è quella di farsi accettare dal gruppone d’opposizione del Change Bloc nato, però, con uno scopo preciso: cacciare Benjamin Netanyahu dal governo.

A riportare la posizione del presidente americano, mai espressa pubblicamente, è stato il portale Ynet che cita fonti vicine al capo della Casa Bianca. Secondo queste fonti, Trump non vuole che del prossimo esecutivo faccia parte di nuovo Itamar Ben-Gvir, volto più estremo della destra israeliana, colui che ha spinto Netanyahu, con la minaccia della crisi di governo, a supportare le politiche più radicali. La presenza del leader di Otzma Yehudit in un futuro governo “non è un’opzione”, dicono le fonti, e probabilmente nemmeno quella del leader di Sionismo Religioso, Bezalel Smotrich.

Sottolineando i propri meriti a scrutini ancora in corso, Trump starebbe quindi ricordando al premier israeliano i termini del loro accordo. Un accordo che ha come tema centrale ovviamente la guerra all’Iran. Un conflitto che il leader di Tel Aviv vuole riprendere il prima possibile, mentre a Washington si cerca una via d’uscita che porti a una graduale riapertura dello Stretto di Hormuz e un conseguente ribilanciamento dei prezzi del petrolio. Secondo Ynet, i due leader hanno già stabilito la timeline: pieno impegno da parte di entrambi i governi durante il primo dei due anni rimanenti del mandato di Trump, cercando di porre fine alla guerra iniziata il 28 febbraio 2026. Durante il secondo anno si svilupperanno gli sforzi per portare avanti gli Accordi di Abramo, sui quali il presidente americano punta.

Ed è partendo da questo punto che si devono analizzare le possibili vie d’uscita per Netanyahu, sempre che non voglia andare allo scontro col suo principale alleato. Un’alleanza con i partiti arabi, come anche lui ha garantito, è totalmente da escludere. Se così stanno le cose, il premier uscente per poter governare dovrebbe trovare alleati altrove. Una delle strade percorribili è quella di cercare di dividere l’opposizione andando a stuzzicare le ambizioni degli esponenti di estrema destra che ne fanno parte. Tra questi, il profilo più interessante è quello dell’ultranazionalista sostenitore delle colonie, Avigdor Lieberman. I seggi del leader di Israel Beitenu potrebbero bastare per ottenere la maggioranza assoluta di 61 che consente di governare alla Knesset. Ma questo non rispetterebbe il diktat imposto da Trump: fuori Ben-Gvir (e Smotrich?) dall’esecutivo. Per soddisfare questa richiesta, la strada davanti a Netanyahu rimane una sola: convincere l’opposizione che un governo di unità nazionale, senza Ben-Gvir e Smotrich, sia la soluzione migliore per loro e per il Paese.

Ne è convinto anche il presidente Isaac Herzog che, secondo Channel 11, convocherà a breve i leader dei due schieramenti per convincerli a impegnarsi in questo percorso. Difficile però far digerire alle opposizioni un nuovo premierato con alla guida Netanyahu. Lo stesso vale per diversi Paesi arabi, tra cui l’Arabia Saudita, che hanno chiarito a Trump che non perseguiranno la normalizzazione delle relazioni con Israele finché Bibi rimarrà primo ministro. Trump, però, potrebbe avere la soluzione da proporre: un governo di unità nazionale con una rotazione per la carica di premier.

X: @GianniRosini

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Israele, l’enigma del voto: tre scenari per il dopo-Netanyahu (ma il rebus non si scioglie)

Elezioni in Israele, Netanyahu resiste ma è stallo: nessuno ha i numeri per governare

L’illusione dell’opposizione di essersi lasciata alle spalle l’era Netanyahu è durata appena il tempo dei primi exit poll di ieri sera, quando sui palchi si celebrava già Gadi Eisenkot presentandolo come “il prossimo primo ministro”. Lo spoglio reale ha però ribaltato la serata: con la maggior parte delle schede ormai conteggiate, la destra di Netanyahu conquista 54 seggi contro i 47 del fronte del cambiamento, mentre i partiti arabi toccano il record storico di 19 parlamentari. La soglia di 61 deputati indispensabile per formare un governo rimane così un miraggio per chiunque. A questo punto saranno decisivi i voti ancora da spogliare a Tel Aviv, bacino storico del centrosinistra, insieme alle schede inviate da soldati e diplomatici all’estero. I risultati ufficiosi si vedranno venerdì, mentre la convalida ufficiale arriverà a inizio novembre, sapendo che in un Parlamento così spaccato anche un singolo seggio può ribaltare l’esito finale.

Invece di crollare come previsto dai sondaggi, il Likud torna in vetta con 27 seggi: sono 5 in meno rispetto alla precedente tornata, ma bastano a riportare Bibi al centro dei giochi. I centristi di Eisenkot si fermano a quota 20, mentre la vera sorpresa arriva dai seggi arabi del Triangolo, che salgono a 13 seggi diventando la terza forza del Paese.

Ora la palla passa al presidente Herzog per l’avvio delle consultazioni. Chi riceverà l’incarico avrà sei settimane per trovare un’intesa; in caso di fallimento ci sarà un secondo tentativo, prima di passare a un’ultima finestra di tre settimane in cui qualunque parlamentare potrà cercare di unire 61 voti. Qualora non si trovasse un accordo resterebbero solo le urne, anche se in Israele le trattative si preannunciano lunghissime. Sul tavolo restano tre strade, e nessuna è priva di ostacoli.

La prima strada porta a un nuovo mandato per Netanyahu con il Likud. Nel suo discorso notturno Bibi ha ringraziato i suoi “partner leali” lanciando un appello affinché “la maggioranza sionista deve tornare in sé e unirsi“, senza fare nomi specifici. Un’uscita che, “scrive il quotidiano israeliano Haaretz”, molti interpretano come un segnale d’apertura verso Ben-Gvir, Smotrich e i partiti religiosi. Per arrivare alla quota magica servono altri sette deputati, ma le sponde scarseggiano, dato che Bennett e Liberman, suoi ex ministri poi diventati fieri avversari, hanno escluso qualsiasi accordo per farlo tornare al potere.

Dal canto suo Abbas fa notare che a cercarlo “non è solo il blocco del cambiamento”, ricordando le intese sfiorate con Bibi nel 2021 prima del veto di Smotrich. Tuttavia, pure con i 6 voti di Ra’am, Netanyahu si fermerebbe a quota 60.Rimane l’opzione di una grande coalizione di unità nazionale, ben vista dalla presidenza e, dicono a Gerusalemme, caldeggiata anche da Donald Trump.

La seconda opzione punta a un governo di minoranza guidato da Eisenkot con il sostegno esterno dei parlamentari arabi,un’ipotesi credibile ai primi dati ma ormai quasi impossibile dopo lo scrutinio notturno. L’alleanza progressista conta appena 47 seggi e, pur sommando Ra’am e ipotizzando l’astensione della Lista Unita, resterebbe sotto i 54 seggi di Netanyahu.

Per ottenere la fiducia servirebbe infatti il voto favorevole di tutti i 19 deputati arabi, che si dicono aperti a trattare: Abbas è pronto a entrare nell’esecutivo e Tibi offre una «rete di protezione». L’ostacolo è però nel campo avverso, perché Eisenkot aveva promesso in campagna elettorale di non accettare quel sostegno, mentre Liberman — pur attaccando pesantemente il premier definendolo “il capo di un’organizzazione criminale”— rifiuta l’idea di un esecutivo di minoranza. Con questi dati sfuma pure l’ipotesi dell’opposizione di creare un governo provvisorio per sostituire il presidente della Knesset Amir Ohana e lanciare la commissione d’inchiesta sui fatti del 7 ottobre sempre bloccata da Netanyahu.

La terza via è quella più pericolosa: in assenza di un’intesa, Netanyahu rimarrebbe in carica come premier ad interim fino a nuove elezioni, che rappresenterebbero la settima chiamata alle urne dal 2019. È un film già visto, dato che tra il 2019 e il 2020 guidò una fase provvisoria per un anno e mezzo attraverso tre tornate elettorali, ma la differenza è che oggi il Paese si trova in guerra.

Un primo ministro con poteri ridotti dovrebbe affrontare emergenze gravissime, dall’Iran a Gaza, senza una maggioranza solida. A Netanyahu, tuttavia, il caos potrebbe persino far comodo, scommettendo su un calo dei votanti arabi e su una minore affluenza degli israeliani all’estero. Nel campo dell’opposizione, “racconta il giornale israeliano Ynet”, c’è già chi teme che possa sfruttare l’escalation con Teheran per costringere tutti a un esecutivo d’emergenza.

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La scommessa vinta dei partiti arabi: i palestinesi israeliani li hanno votati in massa. E ora hanno la chance di contare

Sono forse gli unici a poter rivendicare un ottimo risultato alle elezioni del 27 ottobre, avendo moltiplicato voti e seggi. Hanno vinto la scommessa di portare la comunità dei palestinesi cittadini di Israele con diritto di voto alle urne in massa, superando un’affluenza dell’80% e rompendo con la tradizione di sfiducia e astensionismo propria di questa comunità, che sente tutto il peso della discriminazione da parte delle autorità “ebraiche” dello Stato. Le due “liste arabe” Joint List e Ra’am saranno nelle prossime settimane i protagonisti delle trattative per la formazione di un governo a Gerusalemme, dopo il risultato complesso emerso dalle elezioni politiche israeliane. Il loro popolo di riferimento gli ha dato un mandato chiaro, ma non carta bianca. Finora l’astensionismo era motivato anche dalla scarsa fiducia nel fatto che i partiti rappresentativi della comunità araba potessero davvero incidere nelle istituzioni israeliane e sulla politica del Paese, dopo decenni di discriminazioni e condizioni di vita peggiorate. E stavolta, dovranno provare ai palestinesi che sono in grado di realizzare un vero cambiamento.

Joint List (Lista comune). È un’alleanza elettorale tra Hadash, fronte della sinistra comunista ebraico-araba, Ta’al, il Movimento arabo per il rinnovamento di Ahmad Tibi, e Balad, formazione nazionalista palestinese e laica. L’unione è nata nel 2015, e all’inizio comprendeva anche Ra’am, poi si è sciolta e si è ricostituita per le elezioni del 27 ottobre non senza fatica e senza la partecipazione di Ra’am. Il capolista attuale della lista è Yousef Jabareen, docente universitario ed esperto di diritti umani; gli altri principali riferimenti sono Tibi, figura storica della rappresentanza parlamentare araba, e Sami Abu Shehadeh, presidente di Balad, che rimasto alla guida del partito anche se si è ritirato dalle liste elettorali a inizio ottobre, dopo che la destra ha presentato una petizione per la sua esclusione, motivandola con le tesi sostenute in un articolo in cui parlava del 7 ottobre e suggeriva di vederlo nel contesto dell’oppressione dei palestinesi di Gaza da parte dello Stato di Israele. Uno degli esponenti più visibili all’estero di Hadash è il deputato ebreo Ofer Cassif, di cui pure la destra ha chiesto l’esclusione dalla Knesset varie volte, per aver definito in discorsi pubblici la guerra a Gaza “un genocidio”.

La Joint List è forte soprattutto nell’antica Galilea, nel triangolo dei villaggi palestinesi, musulmani e cristiani, del centro-nord di Israele. Ma l’alleanza cerca anche il voto degli ebrei contrari all’occupazione in West Bank e alla discriminazione dei palestinesi. Più attivo in questo senso è soprattutto il corno di Hadash, che insiste su giustizia sociale, diritti dei lavoratori e cooperazione ebraico-araba. Ta’al coniuga rivendicazioni nazionali palestinesi e ha legami con la sinistra palestinese storica anche in West Bank. Balad ha una piattaforma di massima che chiede uno “Stato di tutti i suoi cittadini”, contestando il primato costituzionale dell’identità ebraica di Isrele. Il terreno comune comprende uguaglianza civile, autodeterminazione palestinese, opposizione all’occupazione e alla guerra a Gaza. La Joint List non vuole separare il miglioramento delle condizioni degli arabi israeliani dalla questione palestinese. Per questo l’ingresso in un governo guidato dai partiti sionisti resta molto difficile. È invece possibile un sostegno parlamentare esterno a una coalizione anti-Netanyahu. Jabareen ha dichiarato di essere disponibile a offrire una “rete di sicurezza”, cioè un appoggio esterno, a un governo alternativo imperniato sul blocco di Gadi Eisenkot, ma subordinandola a impegni politici concreti che nono sono stati ancora negoziati.

Ra’am, o Lista araba unita. Si tratta invece una formazione di matrice islamista, socialmente conservatrice, storicamente nata come braccio politico del ramo meridionale del Movimento islamico israeliano legato ai Fratelli musulmani. Questo è stato un elemento centrale nella campagna della destra, che accusa Abbas di sostenere in fondo Hamas. In realtà, il leader di Ra’am Mansour Abbas, un ex dentista e imam di 52 anni, ha portato il partito alla svolta che nel 2021 lo portò a uscire dalla Joint List e dentro la maggioranza “sioniosta” guidata da Naftali Bennett e Yair Lapid. Ra’am è stato finora il primo e unico partito arabo indipendente a partecipare a una coalizione di governo israeliana. Abbas ha posizione pragmatiche e moderate, conservatrici sul piano dei diritti civili. A dispetto della accuse di Netanyahu e soci, non nega l’autodeterminazione degli ebrei nello Stato di Israele e, a differenza della Joint List, non ha un progetto di “fusione” della Cisgiordania e di Israele in unico Stato federale. Il radicamento di Ra’am è soprattutto nelle comunità musulmane, in particolare nella provincia desertica del Negev, tra i beduini. Lì il movimento ha costruito reti religiose, assistenziali e di rappresentanza locale. Sono quindi centrali il riconoscimento dei villaggi beduini, la casa, le infrastrutture, i servizi e i finanziamenti ai comuni arabi, insieme alla lotta alla criminalità organizzata. Rispetto alla Joint List, Abbas privilegia la contrattazione per ottenere risultati immediati: Ra’am sostiene lo Stato palestinese e la fine dell’occupazione, ma non ne fa la condizione preliminare di ogni collaborazione con i partiti ebraici. Alle ultime elezioni del 2026 l’apertura si è tradotta nell’inserimento in lista di Yoav Segalovitz, ebreo, ex esponente di Yesh Atid ed ex alto funzionario di polizia, valorizzato per il suo lavoro contro la criminalità nelle comunità arabe. Ra’am è quindi disponibile a entrare direttamente in una coalizione con partiti di centro, sinistra o destra moderata, e infatti Mansour Abbas ha dichiarato di essere stato “contattato” da Gadi Eisenkot e da altri leader. In campagna elettorale Abbas escludeva di fare un governo con Netanyahu, nonostante diversi analisti considerano possibile un accordo, sempre all’insegna del pragmatismo e solo nel caso di un governo di “unità nazionale” che tenga fuori i partiti della destra estremista e anti-islamica. La disponibilità di Ra’am si scontra però con le resistenze di diversi esponenti dei partiti ebraici anti-Netanyahu, che continuano a respingere una coalizione formalmente dipendente dai partiti arabi.

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Israele, i possibili scenari post-voto: accordo con le liste arabe o lo spettro di un nuove elezioni entro pochi mesi

Il conteggio del voto reale delle elezioni del 27 ottobre in Israele ha sgonfiato in parte le speranze dei partiti ebraici che hanno fatto campagna contro Netanyahu, quello che è stato chiamato il blocco del cambiamento o anche semplicemente l’opposizione. Mentre i voti continuano a essere scrutinati e i risultati si prevede tarderanno ad arrivare – forse giovedì o addirittura più avanti – per via dei tanti voti per corrispondenza dei soldati e dei difficili calcoli rispetto ai partiti che hanno o meno superato la soglia di maggioranza, risulta chiaro che il Likud di Benjamin Netanyahu resta il partito più votato in Israele. Anche con la campagna di massa che ha portato un record di cittadini al voto come non si vedeva dal 1999 e anche dopo i disastrosi, quattro anni di governo Netanyahu segnato dal 7 ottobre e dalla Guerra a Gaza.

Il Likud è vicino ad assicurarsi 27 seggi al parlamento, e anche se le altre liste di estrema destra che fanno parte della maggioranza che sostiene il premier non brillano, il totale arriva comunque a 54 seggi. Uno stacco significativo rispetto ai 48 che l’opposizione a Netanyahu riesce a contare. C’è un dato però che sempre più chiaramente si afferma come quello determinante di questa tornata elettorale, ed è un storico a modo suo, anche se è tutt’altro che chiaro la direzione che potrà prendere e cosa significherà per il futuro del paese. È quello dell’exploit delle liste arabe, la Joint list che contiene all’interno Partiti anti sionisti israeliani e palestinesi e il partito comunista, e poi la lista islamica conservatrice di Mansour Abbas, Ra’am. La lista unita delle sinistre ha più che raddoppiato i suoi voti ed è proiettata come terzo partito del paese, con 12 seggi, mentre anche il Ra’am, che in passato è già sceso ad accordi politici per entrare in una maggioranza di governo quando era premier Naftali Bennet, viaggia fra 6 e 7 seggi.

Il totale delle liste arabe quindi è determinante, sono 19 seggi che non vengono calcolati nel novero di quelli dell’opposizione tradizionale a Netanyahu, ossia i partiti che si riconoscono in un sismo di sinistra di centro o di centrodestra, e però l’alleanza fra i due blocchi potrebbe determinare una maggioranza chiara. Tutto questo, però, solo in teoria, perché non è mai successo e portare i palestinesi della lista unita dentro una maggioranza di governo è ancora un tabù anche per la maggioranza delle forze di opposizione Netanyahu. In particolare per Avigdor Liberman e anche per la base, se non proprio per Yashar di Gadi Eisenkot che si è piazzato secondo per preferenze dopo Netanyahu.

La situazione è sospesa, non in stallo, ma c’è tempo per riflessioni e trattative. Netanyahu non ha i numeri per formare una maggioranza che richiede almeno 61 seggi all’Knesset e l’opposizione non è d’accordo sul dialogo con le liste arabe. Ma ci sono dei tempi tecnici che possono aiutare i leader a negoziare. Innanzitutto, i risultati ufficiali non saranno certificati prima del 4 novembre, e solo dopo una settimana da questa data il presidente Isaac Herzog assegnerà l’incarico di formare una maggioranza a uno degli sfidanti. Per legge non ha l’obbligo di affidarlo al primo arrivato alle consultazioni, ma deve dare il mandato alla figura che ritiene avere più probabilità di costruire un governo stabile. Potrebbe essere quindi Gadi Eisenkot.

Le norme danno all’incaricato fino a 42 giorni di tempo per formare una maggioranza. Di solito le verifiche durano due settimane. Poi il mandato torna al presidente che ha la facoltà di affidarlo a un secondo candidato, dopo di che la questione alla Knesset. A quel punto, se non si riuscirà a trovare una maggioranza di 61 voti per indicare un altro premier potenziale si dovrà necessariamente sciogliere e convocare nuove elezioni. Il calendario che porta a una seconda tornata elettorale entro pochi mesi in Israele, dopo quattro anni di turbolenze, quindi è già segnato. Ma nel frattempo è tornata in primo piano la questione palestinese, in Israele, stavolta declinata come la questione dell’accesso alla politica e ai vertici della società da parte della comunità di palestinesi che vivono stabilmente in Israele, ne sono cittadini e hanno diritto di voto. E per la prima volta da quando partecipano alle elezioni, hanno deciso in massa di provare a cercare una svolta attraverso il voto democratico.

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Belgrado, attacca poliziotto con il coltello davanti all’ambasciata di Israele: ucciso. “E’ un minore sostenitore dell’Isis”

Un tentato assalto con il coltello a un agente di polizia davanti all’ambasciata di Israele, terminato con l’uccisione dell’assalitore. E’ accaduto poco dopo mezzanotte a Belgrado. “Un minore, la cui identità non è ancora stata accertata ma che si presume sia originario di Sabac (città della Serbia occidentale, ndr), ha aggredito un membro della gendarmeria usando due coltelli e gridando ‘Allah Akbar'”, ha dichiarato il ministro dell’Interno serbo, Ivica Dacic, parlando di “attacco terroristico“.

L’agente, ha precisato il dicastero, ha ucciso l’assalitore per legittima difesa, ma è rimasto leggermente ferito al volto da una coltellata. I servizi di sicurezza tenevano sotto controllo l’aggressore, noto per essere un sostenitore dello Stato Islamico: “Sul suo profilo Instagram apparivano una bandiera nera e l’emblema dello Stato Islamico”, ha aggiunto Dacic. Il livello di minaccia terroristica è stato portato al massimo, ovvero in “allerta rossa“, ha reso noto il ministro. “Ciò comporta controlli di sicurezza più rigorosi e una maggiore presenza delle forze dell’ordine in siti sensibili, incluse infrastrutture e luoghi frequentati da grandi folle”, ha affermato.

Le foto della polizia mostrano la guardiola all’esterno dell’ambasciata e l’area transennata, con agenti in tenuta antisommossa. L’attacco è giunto poco dopo le elezioni di martedì in Israele e pochi giorni dopo le decisive elezioni parlamentari anticipate tenutesi domenica, in cui l’ex presidente Aleksandar Vucic, al potere da lungo tempo, è stato sconfitto dal movimento guidato dagli studenti dopo quasi due anni di proteste contro di lui. Ora il paese si trova dinanzi al difficile compito di formare un nuovo governo.

L’ambasciata israeliana a Belgrado era già stata presa di mira in passato. Nel giugno 2024, un aggressore armato di balestra aveva ferito gravemente un agente di polizia, per poi essere ucciso dagli agenti. L’uomo, un 25enne originario di un villaggio vicino a Belgrado, si era convertito all’Islam abbracciando posizioni estremiste. La sede diplomatica si trova non lontano dall’ambasciata degli Stati Uniti, in un quartiere esclusivo di Belgrado. È sorvegliata da un’unità di polizia d’élite composta da agenti armati di armi automatiche. La Serbia ha sempre mantenuto stretti rapporti con Israele.

Il ministero degli Esteri israeliano ha confermato un “tentativo di attentato terroristico” nei pressi della propria ambasciata a Belgrado, aggiungendo che nessun membro del personale dell’ambasciata è rimasto ferito e che l’incidente è oggetto di indagine. “L’aggressore è stato neutralizzato dalla polizia locale. Nessun membro del personale dell’ambasciata è rimasto ferito e la sede diplomatica era chiusa al momento dell’incidente, avvenuto a tarda notte. L’incidente è attualmente oggetto di indagine da parte delle autorità competenti”, ha scritto il ministero su X.

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Netanyahu, l’eterno ritorno di Bibi. E ora speriamo in bene

Il commento

Come al solito, non abbiamo capito niente. O forse, più semplicemente, abbiamo scambiato i nostri desideri per la realtà. Ci siamo raccontati che Benjamin Netanyahu fosse arrivato al capolinea. Che gli israeliani fossero stanchi di Bibi, della sua arroganza, delle sue guerre, della sua capacità quasi soprannaturale di sopravvivere a qualsiasi crisi. Abbiamo pensato che il dolore, la rabbia, le piazze piene, le famiglie distrutte avrebbero finalmente prodotto una svolta. Che ci fosse un limite a tutto. Anche a Netanyahu.

E invece no. O almeno, forse no. Perché l’ennesima possibile affermazione del premier israeliano ci mette davanti a una verità terribile: la stanchezza che vedevamo noi non è necessariamente quella che sente Israele. E soprattutto non basta essere esausti per desiderare un cambiamento. A volte succede il contrario. Più una società ha paura, più si aggrappa a chi quella paura ha imparato a governarla. Anche quando ha contribuito ad alimentarla. È questo il paradosso di Netanyahu. Un uomo che sembra politicamente immortale, capace di trasformare ogni sconfitta in una ragione per restare, ogni emergenza in una necessità, ogni critica in una minaccia. Non importa quante volte venga dato per finito: Bibi torna. Sempre. Come se il destino di un intero Paese fosse ormai inseparabile da quello di un solo uomo.

E fa male dirlo. Perché avremmo voluto credere che dopo tutto quello che è successo, dopo il 7 ottobre, dopo una quantità di sofferenza umana che nessuna statistica riuscirà mai a raccontare davvero, potesse aprirsi una stagione diversa. Una stagione nella quale la sicurezza di Israele non fosse contrapposta alla pace in Medioriente. Nella quale la forza non fosse l’unico linguaggio della politica. Nella quale il futuro contasse finalmente più della vendetta e della sopravvivenza personale.

Non significa che gli israeliani siano tutti Netanyahu. Sarebbe un’ingiustizia verso chi lo combatte, verso chi manifesta, verso chi chiede pace, responsabilità e democrazia. Ma significa che abbiamo sottovalutato quanto sia profonda la frattura, quanto sia radicata la paura e quanto sia difficile costruire un’alternativa credibile quando un Paese vive da anni con la sensazione di essere perennemente sotto assedio. E allora viene da chiedersi se Netanyahu sia ancora soltanto un leader politico o se sia diventato il simbolo di qualcosa di molto più grande e inquietante: l’incapacità di immaginare un futuro diverso dal presente.

C’è poi un elemento che rende tutto ancora più angosciante. Il voto del 27 ottobre non ha consegnato, almeno nei primi risultati, una maggioranza chiara. Il Likud è davanti, ma nessuno dei due schieramenti sembra avere i 61 seggi necessari per governare. Netanyahu non ha ancora vinto la partita. Eppure è ancora lì, al centro di tutto, pronto a giocarsela fino all’ultimo voto, fino all’ultimo alleato, fino all’ultima trattativa. Forse è proprio questa la sua vittoria più grande. Aver convinto un pezzo consistente di Israele che, dopo di lui, possa esserci soltanto il vuoto. Aver trasformato la propria permanenza al potere in una questione di sopravvivenza nazionale.

Ma un Paese non può vivere eternamente in guerra. Non può continuare a chiedere ai propri figli di crescere nell’odio e nella paura. Non può considerare inevitabile che ogni generazione erediti da quella precedente un nuovo conflitto, un nuovo lutto, una nuova ragione per non fidarsi del vicino. E questo vale per gli israeliani come per i palestinesi. Perché dietro le strategie militari, le mappe e i proclami ci sono esseri umani. Bambini che vorrebbero soltanto diventare grandi. Madri che vorrebbero soltanto rivedere i propri figli.

Il punto, alla fine, non è neppure Netanyahu. È quello che la sua possibile ennesima sopravvivenza politica racconta di noi, della nostra epoca, di un mondo nel quale la paura continua a battere la speranza e la promessa di sicurezza sembra valere più di qualsiasi progetto di pace. Avevamo sperato che gli israeliani voltassero pagina. Che dicessero basta. Che scegliessero qualcuno capace di immaginare un domani meno sanguinoso. Forse siamo stati ingenui. Forse abbiamo guardato Israele con gli occhi di chi vive a migliaia di chilometri di distanza e può permettersi il lusso di credere che la pace sia una scelta semplice.

Ma non voglio rassegnarmi all’idea che sia impossibile. Perché se Netanyahu dovesse davvero tornare a governare, il problema non sarebbe soltanto la sua ennesima vittoria. Sarebbe la sconfitta di un’idea: che perfino dopo il peggiore degli incubi sia possibile svegliarsi e ricominciare. E allora, mentre si contano i voti e si preparano le trattative, resta una sensazione difficile da scrollarsi di dosso. Quella di un’occasione che rischia di sfuggire ancora una volta. Di una storia che continua a ripetersi, sempre più dolorosa, sempre più crudele. Di un Medio Oriente che non riesce a liberarsi dei propri fantasmi.

Vorrei sbagliarmi. Vorrei che questa volta la politica riuscisse a sorprenderci. Che qualcuno trovasse il coraggio di interrompere la catena della paura, della violenza, delle promesse tradite. Ma guardando quello che sta succedendo, faccio fatica a essere ottimista. Dio ce la mandi buona. Perché gli uomini, finora, non sembrano esserci riusciti.

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Netanyahu rimonta, ma Israele rimane senza una maggioranza

Le elezioni israeliane non consegnano ancora una maggioranza a Benjamin Netanyahu, ma i primi risultati dello scrutinio ridimensionano le speranze dell’opposizione. A scrutinio delle urne ultimato, sono 53 i seggi al blocco del premier e 48 a quello anti Netanyahu. Per governare servono 61 seggi nella Knesset, il parlamento israeliano. Il quadro resta provvisorio: devono ancora essere conteggiati, tra gli altri, i voti in doppia busta, compresi quelli dei militari, che potrebbero modificare gli equilibri.

La notte elettorale ha visto entrambi i principali contendenti rivendicare la possibilità di guidare il prossimo governo. Il premier uscente, alla guida del Likud, ha aspettato oltre cinque ore dalla chiusura dei seggi prima di parlare ai sostenitori a Gerusalemme. «Stiamo ancora aspettando i risultati veri», ha detto, rivendicando però che il suo partito è il più grande del Paese. Netanyahu ha sostenuto che la destra dispone di una maggioranza «chiara e decisiva» tra gli elettori ebrei e sionisti, chiedendo la formazione di un governo «di destra, nazionalista e forte».

Il nodo è il possibile ruolo dei partiti arabi. Netanyahu ha definito una vergogna che altri schieramenti siano disposti a collaborare con loro, accusandoli di attaccare i soldati israeliani. Le formazioni arabe hanno ottenuto risultati significativi e potrebbero risultare decisive nella costruzione di una maggioranza, ma diversi leader dell’opposizione hanno escluso accordi con loro. L’ex capo di stato maggiore Gadi Eisenkot, alla guida di Yashar, ha promesso una «nuova era» e sostenuto che gli israeliani abbiano votato per il cambiamento. Anche l’ex premier Naftali Bennett ha dichiarato che Netanyahu ha perso, annunciando l’avvio delle trattative per formare un governo sionista.

A rivendicare un ruolo nella rimonta del premier è stato Donald Trump. Il presidente americano ha scritto su Truth Social che la sua endorsement avrebbe cambiato l’andamento della corsa, trasformando una possibile sconfitta in una situazione di stallo o persino in una vittoria. Ai giornalisti aveva già detto di ritenere che il suo sostegno avesse aiutato Netanyahu, precisando di non averlo ancora sentito dopo il voto.

Netanyahu ha legato la partita politica alla guerra con l’Iran, definendo quella attuale un’occasione storica da cogliere insieme a Trump per eliminare definitivamente la minaccia iraniana. Ma lo stallo può anche aprire spazi di compromesso. Secondo Thomas Warrick dell’Atlantic Council, la necessità di costruire una coalizione potrebbe rendere possibili interlocuzioni finora politicamente impraticabili e favorire progressi su questioni come la violenza dei coloni in Cisgiordania e la ricostruzione di Gaza.

La formazione del governo richiederà probabilmente settimane. Resta da capire se la trattativa produrrà un’apertura politica o se le esclusioni reciproche impediranno a entrambi i blocchi di raggiungere la maggioranza.

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Il grido di Netanyahu al telefono con un attivista: “Perché gli ultraortodossi non vanno a votare? Sono pazzi? Moriremo tutti!”

“Ditemi, sono pazzi? Vogliono un governo di sinistra? Sono pazzi? Moriremo”. E’ il grido che il premier israeliano Benjamin Netanyahu ha rivolto, parlando al telefono, contro un attivista ultraortodosso, un’ora e mezzo prima che chiudessero i seggi. Durante la chiamata, registrata e diffusa da Ynet, il capo del governo chiedeva all’attivista per quale motivo gli elettori ebrei ultraortodossi non si recassero ai seggi. “Cosa sta succedendo con gli Haredim?”, si sente il premier chiedere al telefono. Itche Dzalovsky, gestore di una linea telefonica per ultraortodossi, risponde: “Quello che sta succedendo è che sono molto arrabbiati perché, fino ad oggi, tutte le promesse sulla coscrizione e sulla comunità ultraortodossa”… Netanyahu lo interrompe, gridando: “Ditemi, sono pazzi? Vogliono un governo di sinistra? Sono pazzi? Moriremo”.

Dzalovsky, membro della comunità chassidica di Ger, ha cercato di spiegare: “Vogliono un governo che mantenga le promesse fatte più volte”. Netanyahu ha continuato a gridare con rabbia: “Vogliono morire? Vogliono distruggere il mondo della Torah e non si fanno avanti? Questo è quello che voglio sapere”. L’attivista ultraortodosso ha replicato: “Vogliono che gli ebrei ultraortodossi possano osservare la Torah e i suoi comandamenti nel profondo della loro anima, senza che la loro religione venga calpestata”. Ancora Netanyahu: “Quindi, in breve, non andranno a votare. È questo che chiedo. Non andranno a votare. È questo il punto?”. Dzalovsky: “Vogliono andare a votare, ma solo dopo aver visto quelle promesse mantenute nel tempo”. Netanyahu ha risposto: “Cosa intende con ‘promesse mantenute’? Tra un’ora e mezza insedieranno un governo guidato da Mansour Abbas, che dice di voler distruggere il mondo della Torah”. Netanyahu si riferiva al leader del partito arabo islamista Ra’am. “Ma sono quattro anni che le promesse vengono costantemente infrante”, ha ribattuto l’attivista. Il dialogo serrato è continuato a suon di “Andranno a votare?” e “Non hanno visto mantenere le promesse”. “C’è qualcosa che possiamo fare ora, con un’ora e mezza rimasta?” chiede ancora il capo del governo. E Dzalovsky: “Penso che se chiami e prometti di fornire garanzie ai rabbini più importanti, ai membri del Consiglio dei Saggi della Torah e ad altre autorità rabbiniche…”. Netanyahu interruppe: “Ora darò loro delle garanzie, con un’ora e mezza ancora da giocare, dimmi?”. “Ciò che non è stato fatto per quattro anni è certamente molto difficile da fare ora” è l’ultima risposta, di logica stringente.

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