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Ecco come il governo va ancora in soccorso delle imprese sul payback

Ci risiamo. Ancora una volta futuro delle imprese italiane dei dispositivi medici è a rischio. E, ancora una volta, la spada di Damocle si chiama payback. Un tema di cui questo giornale si è occupato spesso, dando contezza della grande incertezza che ha attanagliato, e ancora attanaglia, un intero comparto industriale. Quello cioè che rifornisce le Pubbliche amministrazioni dei macchinari con cui effettuare controlli, diagnosi, radiografia e molto altro.  Introdotto nel 2015, il payback dei dispositivi medici è diventato operativo nel 2022, col governo Draghi, anche per gli sforamenti relativi al periodo 2015-2018. Quando una Regione supera il tetto di spesa per i dispositivi medici, il 50% dello sforamento viene ripianato dalle imprese fornitrici, in proporzione al fatturato realizzato con il Servizio sanitario nazionale, mentre l’altro 50% resta a carico delle Regioni.

In altre parole, il payback costringe le aziende a pagare di tasca propria metà dello sforamento dei tetti di spesa che sono abbondantemente sottofinanziati e dunque da sempre vengono sfondati. Tutto questo è una vera e propria ipoteca sugli investimenti delle aziende che producono e vendono dispositivi medici. Per avere un’idea, dopo aver fatto pagare 500 milioni alle imprese per il triennio 2015-2018, resta oggi in sospeso la cifra di 5 miliardi per il 2019-2024 mentre solo per il 2025 lo sfondamento del tetto è di 2,8 miliardi con un payback stimato a carico delle imprese di 1,45 miliardi. Se poi al conto dei denari dovuti dalla filiera dei dispositivi si aggiunge anche il payback dovuto dalle aziende farmaceutiche, il totale arriva a sfiorare i 4 miliardi solo per l’anno scorso. Una somma insostenibile con le imprese che aspettano ora un segnale importante in manovra.

Segnale che potrebbe arrivare, anche se non sarà un colpo di magia. Le imprese medicali chiedono nella sostanza due azioni al governo: primo, alzare il tetto di spesa e tararlo su livelli coerenti con i fabbisogni e, secondo, l’azzeramento definitivo del meccanismo per la compartecipazione delle imprese al ripiano dei disavanzi (come invece potrebbe fare la Corte costituzionale a cui i giudici amministrativi del Lazio hanno sollevato la questione di legittimità). Ora, secondo quanto risulta a Formiche.net, la questione sarebbe ancora una volta stata presa a cuore da Fratelli d’Italia che, in vista della prossima manovra, punta a innalzare il tetto della spesa per i dispositivi dello 0,2%, dopo che il massimale dello scorso anno era stato portato al 4,6%. in questo modo, è il ragionamento si punta a smorzare un po’ la pressione sulle imprese, scongiurando una nuova mazzata per gli anni a venire. Ma, viene fatto notare da fonti vicine agli ambienti, se il pregresso è di 5 miliardi, e lo è, sarà impossibile in questa legge di Bilancio, l’ultima del governo Meloni, fare tabula rasa.

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Il muro Ue sulle auto cinesi funziona. E il Dragone vira sul Golfo

Funziona, ed è già una notizia. Nel lungo e faticoso cammino verso il riequilibrio dei pesi commerciali tra Cina ed Europa, quest’ultima raccoglie un primo, non scontato, frutto. Tutto merito dell’accordo raggiunto tra Bruxelles e Pechino a latere della delicata ma non ancora decisiva trasferta in terra cinese del commissario al Commercio  Maroš Šefčovič, due settimane fa, per limitare l’ingresso di auto elettriche e ibride cinesi sul mercato europeo. Non bisogna certo ricordare il conto dei danni causati ai costruttori del Vecchio continente dalla concorrenza sussidiata e per questo sleale della Cina, che produce di più e vende a meno. La crisi nella quale è precipitata Volkswagen è l’esempio più lampante di come l’industria cinese abbia demolito un poco alla volta quella europea.

Ora però l’accordo siglato pochi giorni fa, che nei fatti porta a 350 mila in numero di veicoli cinesi ibridi da commercializzare sul mercato europeo, genera i primi effetti benefici. Per esempio, costringere i costruttori cinesi a dirottare il grosso della auto che non possono più entrare in Ue, verso altri lidi: come il Golfo. E andando anche oltre il concetto stesso di veicolo. Proprio in queste settimane, Paesi quali Arabia Saudita, Emirati Arabi Uniti, Qatar, Kuwait, Bahrein e Oman stanno diversificando le proprie fonti energetiche, puntando su energie alternative, perseguendo obiettivi ambientali e modernizzando le proprie infrastrutture di trasporto. Cosa c’entrano le quattro ruote? Allo stesso tempo, i produttori cinesi non si limitano più dunque a vendere solo auto economiche e basilari. Al contrario, stanno costruendo reti di distribuzione, stringendo partnership e introducendo tecnologie avanzate per le batterie in una regione a lungo dominata da marchi giapponesi, americani, sudcoreani ed europei.

Insomma, tutta la tecnologia e l’infrastruttura a monte e a valle della mobilità green made in China, si sta riposizionando, cercando altri sbocchi, anche e non solo per effetto del blocco europeo. Case quali Byd, Geely, Chery, Changan, MG e Li Auto stanno tutte entrando nel mercato automobilistico del Golfo. La stessa Byd, il principale costruttore del Dragone, si è affermata come un concorrente particolarmente importante per i marchi già consolidati nell’area. Tanto che nel settembre 2026, il suo distributore saudita, Al-Futtaim, ha annunciato l’apertura di nuovi showroom a Riyadh e Al-Qassim, portando a 10 il numero totale dei punti vendita in Arabia Saudita. Altri stanno seguendo percorsi simili. Geely, per esempio, sta consolidando la sua posizione con auto tradizionali, modelli elettrici e marchi premium.

Il dato rilevante è comunque la buona riuscita dell’operazione dell’Ue sulle auto cinesi. Come sottolineato pochi giorni fa dall’istituto Bruegel, “se l’accordo sui veicoli ibridi venisse effettivamente replicato in altri settori, rappresenterebbe un importante passo avanti nella gestione della concorrenza delle importazioni dalla Cina, evitando un’escalation e rispettando gli impegni internazionali. E dal punto di vista della Cina, introdurrebbe inoltre un elemento di stabilità e prevedibilità nelle relazioni con l’Ue”. Come a dire, funziona.

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Mais de uma centena de participantes no jantar-debate com o Ministro da Economia

A AHETA realizou na quinta-feira, dia 15 de outubro, no Castelo Suites Hotel, em Albufeira, mais um jantar-debate que juntou mais de uma centena de empresários, autarcas e líderes regionais. 

O encontro, subordinado ao tema ‘Análise da situação económica e perspetivas para 2027’, contou com a participação do Ministro da Economia e da Coesão Territorial, Castro Almeida, e promoveu uma reflexão sobre a realidade do turismo e os rumos da economia regional. 

Coube ao presidente da direção da AHETA – Associação dos Hotéis e Empreendimentos Turísticos do Algarve, Hélder Martins, a abertura dos trabalhos tendo o dirigente aproveitado boa parte do tempo do seu discurso para expor as distorções nos dados oficiais do setor. 

Hélder Martins, presidente da AHETA

O dirigente denunciou que a amostragem do INE peca por deixar de fora a esmagadora maioria do Alojamento Local com menos de nove camas, um cenário que oculta o verdadeiro volume do turismo regional e faz com que, na prática, “falte contar milhões de dormidas” em relação aos registos europeus do Eurostat. 

Martins criticou também o facto de o Algarve continuar a ser preterido na resolução deste problema, lamentando a forma como a região fica “sempre em último” no arranque de projetos-piloto de medição estatística.

Ao aprofundar os estrangulamentos estruturais da região, Hélder Martins dirigiu-se ao Governo para reclamar investimentos urgentes nas vias de comunicação, nomeadamente na requalificação da A22 e da EN125 no troço Olhão-Tavira, bem como na modernização da frota da CP e no avanço das ligações ferroviárias ao Aeroporto Internacional de Faro e a Huelva. 

Apontou igualmente a perda de expressão da TAP na região, que é a oitava companhia em oferta no aeroporto algarvio.

Hélder Martins não perdeu a oportunidade de pedir a colaboração dos autarcas para defender a qualidade paisagística, com o alerta de que a proliferação de construções clandestinas e sinalética ilegal, que desvaloriza a imagem do destino. 

Se no capítulo ambiental reconheceu os progressos do Governo na resposta à crise da água, o presidente da AHETA colocou no topo das prioridades a urgência de erguer “habitação social para os nossos quadros“, indispensável para captar e fixar trabalhadores na região.

Na sua resposta, o Ministro da Economia e da Coesão Territorial, Castro Almeida, começou por elogiar a trajetória de sucesso do Algarve. O governante lembrou que a região passou de uma imagem negativa do passado para se afirmar hoje como o destino turístico dominante no país e uma referência internacional consolidada, mérito que atribuiu ao profissionalismo do setor privado e ao impulso dos órgãos locais. 

Para o titular da pasta da Economia, a riqueza do país gera-se no seio das empresas, pelo que, deve o Estado apoiar a iniciativa privada em vez de a condicionar, nomeadamente através da redução progressiva da carga fiscal sobre os trabalhadores e o tecido empresarial. 

Num dos momentos centrais da sua intervenção, Castro Almeida anunciou uma verdadeira “guerra à burocracia“, materializada no futuro Código do Licenciamento. Esta reforma irá codificar e revogar 37 diplomas legalmente dispersos, com a regra essencial de dispensa do licenciamento prévio, o que permite às empresas de hotelaria e restauração comunicar a abertura e iniciar a atividade sem o travão das vistorias anteriores.

O ministro da Economia, ao analisar os indicadores do turismo, salientou que o setor cresce de forma saudável e acentuada em valor. Apontou que a subida de 6,8% nas receitas turísticas, muito acima do aumento residual de 0,2% nas dormidas, mostra que os visitantes “valorizam mais o Algarve e deixam mais dinheiro“, o que permite remunerar melhor o investimento e valorizar os salários. 

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O governante congratulou, ainda, a região pela redução progressiva da sazonalidade, com destaque para o facto de 60% da faturação se realizar fora dos meses de verão, e confirmou a aposta no reforço de grandes eventos mundiais como o MotoGP e o regresso da Fórmula 1 para colocar Portugal no “Top 10 dos destinos mais competitivos do mundo“.

Refira-se por fim, que após as intervenções, teve lugar um debate entre os participantes e os oradores. Em cima da mesa, estiveram matérias críticas para a competitividade do Algarve, tais como o acesso a financiamentos, a escassez de habitação para os trabalhadores do setor, a diversificação de produtos complementares e a evolução do perfil do turista.

A AHETA, na nota enviado ao nossos jornal, afirma que vai dar continuidade a estas iniciativas, tendo já agendado o próximo fórum para o dia 20 de novembro, que terá como convidado o Ministro da Administração Interna, Luís Neves.

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AHETA saúda galardoados nos World Travel Awards 2026 e World Luxury Travel Awards

A AHETA – Associação dos Hotéis e Empreendimentos Turísticos do Algarve congratula publicamente todas as entidades e empreendimentos da região distinguidos nos prestigiados World Travel Awards (WTA) 2026 e nos World Luxury Travel Awards (WLTA).

Estas distinções de nível internacional, segundo menciona a AHETA num comunicado enviado à imprensa, vêm consolidar o posicionamento do Algarve como um dos destinos turísticos de referência em Portugal e na Europa. Mais, a conquista destes prémios espelha o empenho, o profissionalismo e a dedicação dos empresários e trabalhadores do setor, num esforço contínuo para posicionar a região no patamar mais elevado da oferta turística global.

Praia da Marinha, most famous beautiful Marinha beach in Algarve, Atlantic coast, Portugal.

Também merece Especial Destaque a eleição do Algarve como Europe’s Leading Beach Destination, um galardão de grande relevância que distingue e premeia a região como um todo.

Para a AHETA, a procura da excelência é um caminho que não se esgota. Se, por um lado, estes reconhecimentos consagram a qualidade do serviço, do património natural e das infraestruturas algarvias, por outro, devem servir de estímulo e motivação para continuar a fazer mais e melhor.

O grande objetivo de toda a região Algarve deve assentar na elevação dos padrões de sustentabilidade, inovação e hospitalidade, de modo a consolidar o papel decisivo da região algarvia na projeção contínua de Portugal no mundo. 

Aerial drone view of Algarve costline, Portugal

Importa referir que a AHETA saúda publicamente e de forma individual, cada um dos seguintes premiados:

World Luxury Travel Awards

Amendoeira Golf Resort – Distinguido, pelo segundo ano consecutivo, como “Melhor Campo de Golfe do Sul da Europa” e “Destino de Golfe Mais Sustentável do Sul da Europa”.

World Travel Awards 2026 – Vencedores da Europa

Europe’s Leading Beach Destination: O Algarve, Portugal

Europe’s Leading Hotel Residences: Pine Cliffs Residence, a Luxury Collection Resort

Europe’s Leading Lifestyle Hotel: Hyatt Regency Vilamoura Algarve

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Europe’s Leading Resort Villas: Dunas Douradas Beach Club

Europe’s Leading Sports Resort: Cascade Wellness Resort

Europe’s Leading Water Park: Aquashow Water Park

World Travel Awards 2026 – Vencedores de Portugal

Portugal’s Leading All-Inclusive Resort: AP Adriana Beach Resort

Portugal’s Leading Beach Resort: Hotel Quinta do Lago

Portugal’s Leading Family & Wellness Resort: Cascade Wellness Resort

Portugal’s Leading Family Resort: Hilton Vilamoura As Cascatas Golf Resort & Spa

Portugal’s Leading Luxury Resort: Domes Lake Algarve, Autograph Collection

Portugal’s Leading Resort: Quinta do Lago

Portugal’s Leading Villa Resort: Dunas Douradas Beach Club

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La fabbrica cinese del futuro è una stampante 3D

La prossima grande conquista industriale cinese potrebbe stare su una scrivania. Non è un robot umanoide, né una batteria per auto elettriche: è una stampante 3D. Un dispositivo che fino a pochi anni fa sembrava destinato soprattutto agli appassionati di tecnologia e che oggi, grazie ai produttori cinesi, è diventato un prodotto di consumo accessibile. Ma dietro la produzione di giocattoli, utensili e piccoli oggetti si nasconde una tecnologia con implicazioni ben più importanti: la possibilità di trasformare un progetto digitale in un componente fisico, riducendo tempi, costi e dipendenza dalle catene produttive tradizionali.

Come ha raccontato l’Economist, nel primo semestre del 2026 le esportazioni cinesi di stampanti 3D sono cresciute del 90 per cento. Nell’arco di un decennio, la quota cinese del mercato globale delle macchine per uso personale sarebbe passata dal 19 al 96 per cento, ridimensionando il ruolo dei concorrenti occidentali. A dominare il settore sono quattro aziende di Shenzhen: Creality, Anycubic, Elegoo e Bambu Lab. Quest’ultima, fondata nel 2020 da ex dipendenti di DJI, il principale produttore mondiale di droni, è diventata il simbolo di una trasformazione che combina design curato, facilità d’uso e prezzi difficili da eguagliare.

Una stampante di questo tipo può costare poco più di 500 dollari, mentre modelli occidentali comparabili partono da prezzi più che doppi. Anche l’intelligenza artificiale promette di ampliare il mercato: anziché utilizzare software di progettazione complessi, gli utenti possono cominciare a creare oggetti descrivendoli in linguaggio naturale. La stampa 3D si avvicina così a un pubblico sempre più ampio, mentre le cosiddette printing farm, strutture con migliaia di stampanti da tavolo che lavorano contemporaneamente, cominciano a offrire un’alternativa alla produzione tradizionale di piccoli oggetti.

Il successo non nasce soltanto dalla capacità delle singole imprese. La produzione additiva è entrata da tempo nella strategia industriale cinese, a partire dal piano Made in China 2025, avviato nel 2015 per rafforzare l’autonomia tecnologica nazionale. Pechino ha sostenuto il settore attraverso programmi di ricerca, incentivi e acquisti pubblici, puntando a ridurre la dipendenza dai fornitori stranieri. La concorrenza feroce tra produttori ha contribuito a migliorare le prestazioni e comprimere i prezzi. Una combinazione che rende sempre più difficile per le aziende occidentali competere sul mercato di massa.

È il quadro ricostruito da David Gardáš, Michal Thim e Filip Urban nel rapporto “Blueprinting the Future: Mitigating the Risks of Chinese Hegemony in Additive Manufacturing”, pubblicato da Sinopsis, progetto di ricerca sulla Cina realizzato in collaborazione con il Dipartimento di sinologia dell’Università Carolina di Praga. Gli autori descrivono un settore sostenuto da piani nazionali, programmi dedicati alla produzione additiva e politiche che favoriscono le imprese locali, la sostituzione delle importazioni e l’integrazione delle filiere. Accanto ai produttori di stampanti consumer come Bambu Lab, citano aziende come Xi’an Bright Laser Technologies e Farsoon, attive nei sistemi industriali avanzati per metalli e polimeri.

La partita, però, non è ancora vinta in tutti i segmenti. Come osserva l’Economist, le aziende cinesi hanno conquistato le stampanti per hobbisti, ma faticano maggiormente a imporsi nel mercato industriale di fascia alta. Le macchine più sofisticate, capaci di lavorare metalli e polimeri per applicazioni aerospaziali e altri settori avanzati, sono ancora fornite soprattutto da imprese americane ed europee e possono costare milioni di dollari. Per chi le acquista, il prezzo non è l’unico criterio: affidare a un sistema connesso progetti riservati e dati di produzione significa anche valutare chi controlla la macchina e le informazioni che la attraversano. 

È qui che la questione industriale diventa un problema di sicurezza economica. Una stampante 3D non gestisce soltanto un modello da riprodurre: può trattare disegni tecnici, specifiche dei materiali, parametri di lavorazione e impostazioni software che condensano anni di ricerca e sviluppo. Se queste informazioni vengono esposte o sottratte, un concorrente può ridurre i tempi necessari per replicare un prodotto, risparmiando parte dei costi e degli errori che accompagnano l’innovazione. La connettività cloud, la telemetria, gli aggiornamenti del firmware e le funzioni di accesso remoto aprono quindi interrogativi che meritano verifiche concrete, soprattutto quando le macchine entrano in ambienti industriali o militari. È uno dei punti centrali del rapporto di Sinopsis: la concentrazione di capacità produttive e competenze nell’ecosistema cinese può aumentare i rischi per la proprietà intellettuale, il trasferimento tecnologico e la riservatezza dei dati.

Il rischio è amplificato dalla natura a duplice uso della tecnologia. Le stesse capacità impiegate per prototipi aerospaziali, dispositivi medici o componenti automobilistici possono trovare applicazione nella produzione di parti per droni, sistemi spaziali e apparati militari. Il rapporto segnala l’impiego di stampanti Bambu Lab nella produzione legata ai droni ucraini e da parte dell’esercito britannico. Sono esempi di come macchine commerciali possano entrare in contesti di difesa, nei quali la sicurezza dei sistemi e la protezione delle informazioni assumono un’importanza particolare. Non dimostrano, di per sé, che le stampanti trasferiscano dati sensibili a Pechino: indicano però perché cloud, accesso remoto e gestione dei progetti debbano essere valutati con attenzione.

La stessa Bambu Lab, intanto, deve affrontare anche controversie sulla proprietà intellettuale: secondo l’Economist, un tribunale statunitense le ha ordinato di pagare 27,6 milioni di dollari per la violazione di quattro brevetti di un’azienda americana. Un promemoria del fatto che la corsa cinese non riguarda solo i prezzi e la capacità produttiva, ma anche le regole che governano la competizione tecnologica.

La stampa 3D non sostituirà dall’oggi al domani le grandi fabbriche. Può però cambiare il modo in cui vengono progettati, testati e prodotti molti componenti, accorciando la distanza tra un’idea e la sua realizzazione. Per l’Occidente la sfida, dunque, non è soltanto difendere le quote di mercato. È evitare che la dipendenza da macchine, software e filiere controllate dall’estero si trasformi in una vulnerabilità industriale e strategica. La Cina ha già conquistato la scrivania degli hobbisti. La partita decisiva si giocherà nelle fabbriche, nei laboratori e nei dati che permettono di costruire ciò che ancora non esiste.

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100 miliardi, ecco come il Venezuela si avvicina alla quota Trump sul petrolio

La quota Trump, se così la si può chiamare, non è poi così lontana. Sei mesi fa, quando Washington decise che il tempo di Nicolas Maduro alla guida del Venezuela era finito, l’amministrazione americana indicò in 100 miliardi la mole di investimenti necessaria a rilanciare sul mercato l’industria petrolifera venezuelana, che vale, giova ricordarlo, un quinto delle riserve globali di oro nero. Ora, quell’obiettivo si avvicina. Caracas, per stessa ammissione della presidente ad interim Delcy Rodriguez, il cui insediamento ha certamente oliato gli ingranaggi per una rinascita industriale ed economica del Paese, anche grazie alla regia americana.

Il Venezuela punta così a circa 76 miliardi di dollari di investimenti in petrolio e gas nei prossimi cinque anni, ha chiarito in queste ore Rodriguez, in occasione della chiusura di una conferenza sull’energia a Maracaibo, capoluogo dello Stato di Zulia, dove si produce petrolio e dove oltre 150 aziende nazionali ed estere si sono riunite per discutere di investimenti e del ripristino della produzione. Secondo la presidente, il governo di Caracas ha firmato 61 accordi nell’ambito del suo quadro normativo riveduto sugli idrocarburi e sta negoziando altri 44. Rodriguez ha affermato che i progetti sono pensati per unire capitali esteri a risorse finanziarie e manodopera venezuelane.

Non è tutto. La stessa Rodriguez ha spiegato come gli investimenti previsti genererebbero oltre 324 mila posti di lavoro, tra diretti, indiretti e indotti. Una cifra che sottolinea quanto ampio sia l’obiettivo del Venezuela, che cerca di ricostruire un settore petrolifero ancora molto lontano dai suoi picchi storici di produzione, nonostante disponga delle maggiori riserve di greggio al mondo. Certo, tradurre gli impegni in produzione richiederà anni di perforazioni e spese per giacimenti deteriorati, sistemi elettrici e altre infrastrutture, oltre a garanzie per gli investitori preoccupati dalla storia di nazionalizzazioni del Paese e dai rischi politici e legali.

Lo sforzo, comunque, c’è. Chevron, tra le più grandi compagnie al mondo, di recente ha ampliato i propri diritti di sviluppo nella fascia dell’Orinoco e ha riveduto i termini delle sue attività in Venezuela, dichiarando che gli accordi sottoscritti tra Caracas e Washington aprono la strada a nuovi investimenti ma che restano ancora anni di lavoro. L’azienda ha affermato che la crescita a lungo termine dipenderà dalla prosecuzione delle riforme e dalla cooperazione tra industria e governo per migliorare le infrastrutture. Insomma, la campagna per gli investimenti è sempre più legata a uno sforzo sostenuto dagli Stati Uniti per rilanciare il vasto ma persistentemente debole settore petrolifero venezuelano. Gli obiettivi mostrano quanto sia grande la sfida. Ma vale la pena tentare.

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AI, l’Europa può ancora giocarsela con la Cina. Grazie all’industria

Sì, la Cina è la fucina globale dell’Intelligenza Artificiale a basso costo, ma dalla qualità e sicurezza tutta da verificare. Ma l’Europa, almeno sul campo dell’industria la partita con Pechino se la può giocare, eccome. Nel grande gioco della competizione tra Europa e Cina, che valica anche il concetto stesso di Intelligenza Artificiale, il Vecchio continente ha i suoi assi, specialmente per quanto riguarda la tecnologia applicata alla manifattura. Bisogna solo andare un po’ più in profondità per accorgersene. Come a dire, se a prima vista la Cina sembra ben posizionata per dominare l’implementazione dell’intelligenza artificiale negli stabilimenti produttivi, con i suoi sistemi vicini a eguagliare le prestazioni dei principali concorrenti statunitensi, anche i più tradizionali conglomerati industriali europei stanno cercando di sfruttare l’Intelligenza Artificiale per dominare la prossima fase dell’automazione industriale.

Con un’enorme quantità di dati di produzione a disposizione, ha fatto notare l’agenzia Bloomberg in un’analisi dedicata proprio alla corsa dell’Ue all’AI, aziende europee quali Siemens, ABB e Schneider Electric sperano che il continente possa accaparrarsi questo redditizio settore dello sviluppo dell’IA, dopo aver fallito nella creazione di chatbot all’avanguardia come invece fatto dalle, rispettivamente cinese e americana DeepSeek o Claude. Ora, il successo delle imprese dell’Unione sul versante dell’AI renderebbe più difficile per i concorrenti emergenti, tra cui proprio gli unicorni cinesi, sottrarre loro clienti e quote di mercato, oltre che competitività. Contribuirebbe inoltre a limitare la dipendenza tecnologica ed economica dell’Europa da Stati Uniti e Cina.

Ora, secondo l’agenzia di stampa americana, il ruolo della Cina come officina del mondo è un fenomeno relativamente recente, “la qualità delle sue fabbriche varia notevolmente e molti impianti si affidano ancora in larga misura al lavoro manuale. L’Europa installa robot e digitalizza la produzione da più tempo, perché rappresentava un modo per affrontare i costi del lavoro relativamente elevati della regione. Inoltre, molte delle apparecchiature installate nelle fabbriche di tutto il mondo sono prodotte in Europa. Ciò significa che le aziende europee dispongono di una grande quantità di dati necessari per costruire i migliori sistemi industriali basati sull’Intelligenza Artificiale. E sono particolarmente abili nell’utilizzarla per prevedere i guasti delle apparecchiature, migliorare la qualità dei prodotti e rendere più efficienti i macchinari esistenti”.

Insomma, la Cina se proprio non si può battere, si può tenere a bada. Diverso, tuttavia, il discorso degli Stati Uniti, che sono un passo avanti a tutti. “Mentre i gruppi industriali europei sono profondamente radicati nelle fabbriche di tutto il mondo, le aziende statunitensi possiedono i sistemi di Intelligenza Artificiale più avanzati e si stanno impegnando a fondo per trasferire le loro capacità nel mondo fisico. Nvidia, con sede a Santa Clara, in California, detiene un vantaggio schiacciante nel settore dei chip per l’IA e quasi tutti i produttori che sviluppano l’IA industriale utilizzano le sue apparecchiature per addestrare i robot e velocizzare le simulazioni. Alcune startup americane nel campo dell’IA industriale stanno attirando valutazioni considerevoli. Prometheus, cofondata da Jeff Bezos e Vik Bajaj, ha raccolto 12 miliardi di dollari”. Solo nel mese di giugno.

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Não há duas sem três: Algarve vai ter mais uma abertura da Mercadona

A Mercadona vai abrir um terceiro supermercado no Algarve, expandindo a sua presença na região após a recente inauguração da loja de Portimão, no passado dia 15 de outubro, e da abertura já agendada em Faro para 12 de novembro.

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Da Bretton Woods a Hormuz. Perché la forza non basta più a difendere il primato del dollaro

Ci sono momenti in cui la storia cambia prima che le istituzioni costruite per governarla se ne accorgano. Non serve una guerra, né la firma di un trattato: basta che gli strumenti che per decenni hanno garantito stabilità comincino, quasi senza rumore, a produrre effetti diversi da quelli per cui erano nati. È quanto sta accadendo all’ordine economico e finanziario internazionale, e la crisi di Hormuz lo ha reso visibile anche a chi preferiva non vederlo.

Nel luglio del 1944, con la guerra ancora in corso, i rappresentanti di quarantaquattro Paesi si riunirono a Bretton Woods. Chi pensa che stessero disegnando soltanto un sistema di cambi sottovaluta quella generazione. Stavano costruendo un pezzo dell’ordine politico del dopoguerra, nella convinzione, maturata sulle macerie degli anni Trenta, che senza stabilità economica non ci sarebbe stata sicurezza internazionale. Il dollaro ne divenne il perno. Gli Stati Uniti disponevano della più grande capacità industriale e militare del pianeta, ma soprattutto avevano compreso che una moneta può organizzare intorno a sé un sistema di relazioni più durevole di qualunque alleanza.

Lo dimostrò il 1971. Quando, in agosto, Richard Nixon sospese la convertibilità del dollaro in oro, l’architettura di Bretton Woods cessò di esistere, ma la centralità americana sopravvisse e anzi si rafforzò. La reggevano mercati finanziari profondi, titoli del Tesoro liquidi, il controllo dei circuiti di pagamento e, sopra ogni cosa, la fiducia che Washington avrebbe garantito regole e continuità. Mezzo secolo dopo, la questione si è spostata. La competizione fra le grandi potenze investe insieme le risorse, la destinazione del capitale, le filiere produttive e la credibilità delle monete. La finanza ha smesso di accompagnare la geopolitica. Ne è diventata uno dei campi di battaglia.

Il rapporto fra petrolio e dollaro è il luogo in cui questa trasformazione si legge meglio, a patto di non cedere agli slogan. Già con gli accordi di Ginevra, all’inizio degli anni Settanta, i produttori ottennero dalle compagnie meccanismi di adeguamento dei prezzi contro la svalutazione della moneta americana. Nel 2000 l’Iraq di Saddam Hussein ottenne di regolare in euro le esportazioni del programma Oil-for-Food delle Nazioni Unite; l’Iran ha percorso a lungo la stessa strada; Russia e Cina hanno moltiplicato negli ultimi anni i pagamenti in valute nazionali. Occorre però distinguere tre piani che il dibattito pubblico tende a confondere: la moneta in cui il barile è quotato, quella in cui una singola transazione viene regolata e quella in cui i proventi vengono reinvestiti. Il petrodollaro vive soprattutto della terza. La domanda vera, dunque, è che cosa accade quando un numero crescente di governi comincia a considerare la diversificazione monetaria una questione di sicurezza nazionale.

Quel momento ha una data. Nel 2022, dopo l’invasione dell’Ucraina, l’Occidente ha immobilizzato circa trecento miliardi di dollari di riserve della banca centrale russa. Era una scelta giusta e necessaria. Ma ogni banca centrale del mondo ne ha tratto una lezione: le riserve detenute nella valuta di un altro paese sono sicure finché si resta dalla parte giusta di chi la emette. La risposta è stata l’oro. Per tre anni consecutivi, dal 2022 al 2024, le banche centrali ne hanno acquistato oltre mille tonnellate l’anno, e la Banca centrale europea ha certificato che nel 2024, ai valori di mercato, il metallo ha superato l’euro diventando la seconda attività di riserva mondiale dopo il dollaro. È un dato che dice molto più di qualunque statistica sui pagamenti in yuan. L’oro è l’unica riserva senza emittente: non promette nulla e non dipende da nessuno. Sceglierlo significa non affidarsi ad alcuna potenza. È il primo segno di quella solitudine che attraversa oggi l’intero sistema.

Gli Stati Uniti conservano comunque vantaggi che nessun concorrente può replicare. Secondo il Fondo monetario internazionale, nel secondo trimestre del 2026 il dollaro rappresentava ancora il 56,7 per cento delle riserve valutarie mondiali, l’euro il 20,6 e il renminbi il 2,1. Chi annuncia la fine del dollaro dovrebbe partire da questi numeri. Il privilegio americano sta nella capacità di attrarre il risparmio del mondo, di finanziare il proprio debito sul mercato più profondo che esista e di usare l’accesso alle infrastrutture finanziarie come strumento di politica estera. Washington lo sa e lavora per estenderlo: con il GENIUS Act del luglio 2025 ha dato una cornice legale alle stablecoin ancorate al dollaro, che portano la moneta americana dove le banche non arrivano. Ma ogni leva usata per esercitare pressione insegna agli altri a dipenderne meno.

È qui che la potenza americana incontra il suo paradosso. La guerra con l’Iran e la paralisi dello Stretto di Hormuz hanno riportato il Brent sopra i cento dollari. A settembre l’inflazione statunitense è salita al 3,7 per cento annuo, con la benzina cresciuta del 9,1 per cento in un solo mese e l’energia in aumento di oltre il 20 per cento su base annua. Il paese che emette la moneta di riserva ed è il primo produttore mondiale di petrolio non è al riparo dallo shock. E lo shock energetico diventa rapidamente shock finanziario: aspettative di inflazione più alte significano tassi più alti, e tassi più alti pesano su un debito federale che dal 2024 costa in interessi più di quanto Washington spenda per la propria difesa. Per chi ha avuto a che fare con i bilanci militari, è un dato che non ha bisogno di commento.

Una grande potenza energetica può subire il prezzo internazionale dell’energia; una grande potenza monetaria può trovarsi a pagare più caro il capitale; una grande potenza militare può vincere una battaglia senza ristabilire condizioni durevoli di stabilità. Il dollaro non è una rendita acquisita. È una posizione da custodire, che vive di liquidità, istituzioni, prevedibilità e fiducia. La forza può difenderla per un tempo. Non può sostituirla per sempre.

Pechino ha capito presto il valore strategico della dipendenza finanziaria. L’internazionalizzazione dello yuan, il circuito di pagamenti CIPS e gli accordi di swap con decine di banche centrali servono a ridurre l’esposizione alle decisioni americane. La Cina si scontra però con un limite che nessun piano quinquennale può aggirare: una moneta non diventa universale perché appartiene a una grande economia. Deve poter essere detenuta, investita e trasferita con libertà, e deve offrire attività sicure e liquide a chi non dipende dal governo che la emette. Con i controlli sui movimenti di capitale e un sistema finanziario subordinato alle priorità del Partito, la crescita dei pagamenti in yuan resta lontana dalla nascita di un nuovo dollaro. Pechino può offrire alternative ai paesi che temono Washington. Non può offrire loro una fiducia che il suo stesso sistema non concede.

Lo scenario più probabile non è quindi il passaggio di testimone fra due egemonie monetarie, ma la crescita di circuiti regionali e bilaterali che convivono con la centralità del dollaro, mentre l’accesso ai mercati e ai sistemi di pagamento diventa sempre più condizionato dalle rivalità politiche. Un mondo meno uniforme, e non per questo più equilibrato, in cui la frammentazione riduce alcune dipendenze, ne crea di nuove e moltiplica le occasioni di ricatto. Lo stiamo vedendo a Hormuz e nel Mar Rosso: le strozzature non appartengono più soltanto alle grandi potenze.

L’Europa vive una contraddizione diversa. L’euro esiste, è solido, è la seconda valuta del sistema internazionale. La debolezza strategica europea non nasce dalla moneta. L’Unione ha un grande mercato, un risparmio imponente, capacità industriali e un potere regolatorio che il mondo le riconosce. Le manca la capacità di trasformare tutto questo in decisione. Il programma SAFE, centocinquanta miliardi di prestiti comuni per la difesa, è stato un primo passo nella direzione giusta, e l’unione del risparmio e degli investimenti è la condizione perché non resti l’ultimo. Ma nessun mercato dei capitali, per quanto completo, sostituisce una volontà comune abbastanza stabile da orientare per vent’anni gli investimenti in difesa, spazio, infrastrutture critiche e tecnologie. Il punto non è quanto denaro possieda l’Europa. È quanto riesca a trasformarlo in libertà di decisione.

L’Italia ne è la rappresentazione più nitida. Le famiglie italiane detengono, secondo i dati della Banca d’Italia, oltre 6.400 miliardi di euro di attività finanziarie; lo Stato porta un debito pubblico che ha superato i tremila miliardi. Siamo un paese ricco di risparmio e povero di strategia, che con il proprio denaro finanzia volentieri le priorità di altri e continua a discutere se e come sostenere le proprie. È la forma economica del pensiero timido: avere i mezzi e rinviare la scelta. In un mondo in cui il capitale segue le alleanze, chi non decide dove indirizzare il proprio risparmio lascia che siano altri a deciderlo.

Intanto la competizione per il capitale si fa più dura. Difesa, intelligenza artificiale, transizione energetica, reti digitali e ricostruzione delle filiere chiedono investimenti enormi, e tutti nello stesso momento. Gli Stati devono finanziarli con debiti già elevati e costi di raccolta in risalita. Fondi sovrani, grandi gestori e banche multilaterali restano guidati da rendimento e rischio, ma pesano ormai anche la sicurezza delle forniture, l’affidabilità delle giurisdizioni e la probabilità di sanzioni. La geografia del capitale comincia così a sovrapporsi a quella delle alleanze. Il capitale resta mobile, ma la sua mobilità ha smesso di essere neutrale: una scelta su semiconduttori o reti digitali pesa sulla competitività di un paese quanto un programma militare. La domanda del prossimo decennio sarà quali Stati sapranno finanziare insieme sicurezza, trasformazione tecnologica e coesione sociale senza compromettere i propri conti. E quali, pur ricchi di risorse, resteranno incapaci di indirizzarle verso una strategia riconoscibile.

Bretton Woods nacque dall’idea che la stabilità economica dovesse impedire il ritorno della catastrofe politica e militare. Ottant’anni dopo, l’interdipendenza che avrebbe dovuto produrre cooperazione viene vissuta come una vulnerabilità da ridurre. Gli Stati Uniti conservano la centralità monetaria ma non governano tutte le conseguenze delle crisi; la Cina allarga il proprio spazio economico senza poter offrire una moneta equivalente; l’Europa possiede una moneta forte e non ha ancora risolto il problema della decisione comune. Nessuno dei tre è condannato al declino. In tutti e tre, però, si allarga la distanza fra il possesso degli strumenti della potenza e la capacità di governarne gli effetti.

Il nuovo ordine potrebbe conservare il dollaro come valuta dominante e, insieme, moltiplicare i fronti della competizione economica. Conterà allora meno la capacità di imporre condizioni e più quella di attrarre capitali e di mantenere relazioni durevoli anche con chi non condivide tutte le proprie scelte. Le banche centrali che comprano oro lo stanno già dicendo, a modo loro. La potenza può imporre un prezzo, ma non può imporre la fiducia. E la solitudine delle grandi potenze è forse proprio questa: disporre di strumenti sempre più sofisticati per esercitare la forza, senza avere più, da sole, la capacità di trasformarla in stabilità.

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Suplemento extraordinário vai ser pago aos pensionistas entre 7 e 8 de dezembro

Ocorreu no ano passado e este ano volta a repetir-se. Vai ser atribuído aos pensionistas um suplemento extraordinário, que será pago juntamente com a pensão de dezembro.

Conforme já foi anteriormente publicado, será atribuído apoio a quem recebe pensão até ao valor de 1.611,39 euros mensais (limite de atribuição do suplemento), estando dispensado de retenção na fonte em sede de IRS, segundo um diploma já publicado em Diário da República.

De acordo com o decreto-lei n.º 201/2026, que estabelece este apoio extraordinário entre 100 e 200 euros aos pensionistas com reformas mais baixas, “o valor do suplemento é determinado em função do montante mensal global das pensões recebidas pelo pensionista“.

Como nos anos anteriores, o apoio é atribuído por pensionista e não por pensão, pelo que quem recebe várias pensões verá estes montantes somados para determinar se tem ou não direito ao suplemento. Exemplo: se recebe duas pensões, uma de 800 euros e outra de 900 euros, o que perfaz um total de 1 700 euros, segundo a Lei não irá receber qualquer suplemento porque ultrapassar o limite definido para atribuição do apoio, embora cada uma das pensões, individualmente, estivesse abrangida.

Isto é, nos termos do diploma, são abrangidos pelo apoio “os pensionistas de invalidez, velhice e sobrevivência do sistema de Segurança Social, os pensionistas por aposentação, reforma e sobrevivência do regime de proteção social convergente e os pensionistas do setor bancário, com pensões devidas até 30 de novembro de 2026, inclusive, cujo montante mensal global de pensões e respetivos montantes de atualização extraordinária, seja igual ou inferior a três vezes o valor do Indexante dos Apoios Sociais (IAS) em vigor”.

Face ao exposto, estão excluídas as pensões por incapacidade permanente para o trabalho e por morte decorrentes de doença profissional, outras pensões de indemnizações, as pensões de natureza não contributiva do âmbito da Caixa Geral de Aposentações (CGA) e os complementos por dependência, por cônjuge a cargo e solidário para idosos.

Valor do suplemento extraordinário

O suplemento extraordinário será de 200 euros para quem recebe uma pensão até 537,13 euros (o equivalente a um IAS), de 150 euros para os pensionistas com pensões entre 537,13 euros e 1.074,26 euros (o equivalente a entre um e dois IAS) e de 100 euros para quem recebe entre 1.074,26 euros e 1.611,39 euros (o equivalente a entre dois e três IAS).

Recordamos que a atribuição de um suplemento extraordinário para os pensionistas foi anunciada pelo Governo em 08 de setembro durante o debate parlamentar da Moção de censura do Chega ao Governo. A atribuição do suplemento foi aprovada no dia 17 desse mês em Conselho de Ministros.

E foi também no dia 17 de setembro, que o primeiro-ministro, Luís Montenegro, afirmou numa declaração ao país que a iniciativa se inseria num conjunto de medidas aprovadas pelo executivo para “reforçar a resposta” à crise provocada pelo aumento do custo de vida.
“Será pago com a pensão de dezembro e vai abranger mais de dois milhões de pensionistas“, anunciou o primeiro-ministro Luís Montenegro.

A previsão do Governo é de que com a atribuição deste apoio irá despender 400 milhões de euros. Será pago, por transferência bancária ou vale de correio, entre 7 e 8 de dezembro, em conjunto com a pensão do mês e o pensionista, entretanto, não tem que fazer nada.

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Master: Em mensagens, Vorcaro declarou lado sem margem para dúvida: “apoiamos a direita”

Há um mês, uma pesquisa do instituto Datafolha mostrou que mais entrevistados acreditavam que o escândalo do Banco Master envolvia mais políticos de esquerda (34%) do que de direita (27%). Naquele retrato da opinião nacional, divulgado em 18 de setembro, havia ainda 13% do velho “tá todo mundo envolvido”. A dúvida não parece ser a mesma quando quem fala é o próprio dono do Master, Daniel Vorcaro, ao trocar mensagens com um amigo pessoal: “apoiamos a direita”, escreveu o banqueiro em conversas de WhatsApp interceptadas pela Polícia Federal (PF) às quais a Agência Pública teve acesso.

Em uma conversa com o pastor e líder da Igreja Batista da Lagoinha, André Valadão, Vorcaro afirmou apoiar a direita brasileira. A declaração foi feita após o empresário demonstrar irritação com uma publicação do deputado federal Nikolas Ferreira (PL), em 27 de abril de 2024.

Daniel Vorcaro, que mantém uma relação próxima com André Valadão, encaminhou um link ao pastor e demonstrou insatisfação com uma publicação do deputado. A postagem compartilhada pelo parlamentar trazia a seguinte mensagem: “Ministro do STF, STJ e TSE silenciam sobre quem pagou suas despesas em Londres”. Na legenda, Nikolas classificou a reportagem como “interessante”.

“Nikolas repostou a Malu [Gaspar]. Loucura isso. Aliás, narrativa ruim pra ele mesmo”, escreveu o empresário. “Quem me mandou foi um blog de esquerda, que sabe que apoiamos a direita. Olha a bola de neve que pode virar”, disse.

“Eu apoio diversos eventos e debates, e nesse caso o apoio foi com a palestra do Tony Blair com quem tive um debate de altíssimo nível. No evento, várias pessoas de direita, apoiadores do evento inclusive vários que apoiaram ele [Nikolas], como nós. Acaba ficando ruim ele incentivar e propagar um ataque a mim, como fez agora. Só preciso saber se estamos do mesmo lado ou agora estamos um contra o outro”, finalizou o banqueiro.

Horas depois de afirmar ao amigo que conversaria com Nikolas Ferreira, André Valadão retomou o diálogo e informou que o deputado desconhecia que o evento mencionado na reportagem da jornalista Malu Gaspar havia sido organizado pelo Banco Master.

“Resumindo, ele [Nikolas] nem sabia sobre o banco e você, “palavras dele né“, e daí pediu perdão demais e vai contornar tudo. Deve te chamar também, ele me disse. Disse da gratidão com você e por aí vai.”

Mensagens no Whatsapp de André Valadão com Nikolas Ferreira sobre 'Dani', Daniel Vorcardo do Banco Master
publicação de Nikolas Ferreira no X com o comentário “Interessante.”, ao compartilhar uma publicação da jornalista Malu Gaspar sobre o silêncio de ministros do STF, STJ e TSE a respeito de quem pagou suas despesas em um evento em Londres, relacionado ao Banco Master.
Publicação de Nikolas Ferreira no X em que afirma que solicitará, via Lei de Acesso à Informação, os gastos de ministros do STF, STJ e TSE e de integrantes do governo Lula em viagem a Londres para um evento jurídico.

Em março de 2025, antes de pedir ajuda de Vorcaro, Nikolas encaminha áudio ao banqueiro, retoma o assunto e pede desculpa pelas publicações com críticas ao evento organizado pelo Master. “Troquei ideia lá com o pastor Valadão naquela época, lá naquela postagem. Eu falei: ‘Pastor, eu não fazia ideia que era este o banco do Dani etc. e tudo, senão, obviamente, eu não teria postado, já teria conversado anteriormente’, mas, enfim, acabou que a palavra dita não tem como voltar, né? Mas espero que tenha sido esclarecido, enfim, depois vamos marcar de a gente se encontrar também, tá bem?”, disse Nikolas.

Apoio e reciprocidade

A relação do Banco Master vai além de críticas pontuais de um ou outro deputado e passa também por manobras no exercício de seus mandatos. Quando diz que “apoiamos a direita”, Vorcaro entende o ecossistema que se formou em torno de sua empresa (e família) e tem rastro de uso de seus recursos para isso.

Em 2022, por exemplo, Fabiano Campos Zettel, pastor da igreja Lagoinha em Belo Horizonte, casado com a irmã de Vorcaro e que muitas vezes atuava para resolver as missões financeiras do empresário, foi oficialmente o sexto maior doador das Eleições 2022. Em nome dele, como já registrou a Pública, foram destinados R$ 2 milhões para a campanha de Tarcísio de Freitas (Republicanos-SP) ao governo de São Paulo e outros R$ 3 milhões para a campanha à presidência de Jair Bolsonaro, derrotado nas urnas.

Zettel segue preso, na mesma investigação de fraude nas operações do Master que investiga Vorcaro. As 54 empresas do grupo seguem sendo controladas por Natália Vorcaro Zettel, irmã de Daniel e esposa de Fabiano, com quem se uniu em regime de separação de bens, como também apontou a Pública.

Do outro lado do balcão, o apoio se mostra mútuo, especialmente em momentos delicados de crise. No início das suspeitas de fraude de suas operações de crédito, a saída para o Banco Master foi a compra pelo Banco de Brasília (BRB), uma operação que envolveu o senador Ciro Nogueira (PP-PI), o dirigente partidário Antônio Rueda (União Brasil-RJ) e o então governador do Distrito Federal Ibaneis Rocha (MDB-DF).

Nogueira ainda foi defensor, no Congresso Nacional, da ampliação da cobertura do Fundo Garantidor de Crédito (FGC). Ao mesmo tempo, ainda foi avaliado por deputados e senadores um projeto de lei, proposto por Cláudio Cajado (PP-BA) para permitir que o Congresso destituísse presidentes e diretores do Banco Central em regime de urgência.

A Pública procurou Daniel Vorcaro para comentar a divulgação das mensagens e a declaração de apoio. A assessoria de imprensa do empresário informou que se manifestaria a partir de segunda-feira (19).

Os Bolsonaros

Entre setembro e novembro de 2025, quem fez contatos recorrentes com Vorcaro foi o candidato à presidência da República Flávio Bolsonaro. Ele cobrou mais de 60 milhões de dólares prometidos pelo banqueiro, que oficialmente seriam utilizados na produção do filme Dark Horse, ainda sem previsão de estreia e sem prestação pública de contas que comprove o destino dos valores.

Flávio Bolsonaro negou o contato. Classificou a denúncia original, do Intercept Brasil, como uma mentira de militante. Depois voltou atrás. Uma, duas, várias vezes. Meses depois, com as eleições, próximas da conclusão, passou de “nem conhecer a figura” para a pessoa que diz que “quem tem que explicar é o PT”, porque ele, um senador da República, estaria apenas fazendo uma “captação privada para um filme privado”.

Não apenas o presidenciável estava no radar do banqueiro Vorcaro. Quando ainda estava em liberdade, o pai de Flávio, Jair Bolsonaro, preso por tentativa de golpe de estado e outros quatro crimes, fez uma postagem na rede social X “de negócio que ele sabe nem o que é”, reclamou Vorcaro a André Valadão.

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Algarve conquista pela 11.ª vez o título de Melhor Destino de Praia da Europa

O Algarve acaba de ser eleito Melhor Destino de Praia da Europa 2026 nos World Travel Awards, considerados os “Óscares do Turismo”, conquistando este prestigiado galardão pela 11.ª vez – depois das distinções alcançadas em 2012, 2013, 2015, 2016, 2017, 2019, 2020, 2021, 2022 e 2023.

Registando um recorde sem precedentes na categoria de Destino de Praia, a distinção foi anunciada este sábado, durante a Gala Europeia dos prémios, realizada em Kotor, no Montenegro.

Na prestigiada votação dos leitores da Condé Nast Traveller, o Algarve consolidou-se como um dos destinos mais amados da Europa tendo-se destacado entre oito destinos nomeados, superando concorrentes como Porto Santo, Maiorca, Sardenha, Marbella, Cannes e Corfu.

Segundo a Região de Turismo do Algarve, a conquista deste novo título europeu surge num momento particularmente positivo para a notoriedade internacional da região com duas praias a integrarem também o top-20 das melhores da Europa, segundo os leitores da edição britânica da Condé Nast Traveller.

A Praia da Falésia, no concelho de Albufeira, conquistou o 4.º lugar, com 94,70 pontos, enquanto a Praia de Benagil, no concelho de Lagoa, registou a 16.ª posição, com 81,67 pontos. São as duas únicas praias portuguesas a integrar esta classificação, que resulta de uma iniciativa com mais de 296 mil respostas de leitores do Reino Unido nos Readers’ Choice Awards 2026.

O presidente do Turismo do Algarve, disse que “conquistar pela 11.ª vez o título de Melhor Destino de Praia da Europa é um motivo de enorme orgulho para toda a região.” como reporta o Algarve Primeiro.

Enalteceu o “percurso de excelência que temos vindo a construir ao longo dos anos“, e “este reconhecimento ganha um significado ainda mais especial quando duas das nossas praias acabam também de ser distinguidas entre as melhores da Europa pelos leitores da Condé Nast Traveller.“

Gomes valorizou as distinções dizendo que elas “refletem a beleza e diversidade da nossa costa, a qualidade da nossa oferta turística e, sobretudo, o trabalho e a dedicação de todos os que contribuem diariamente para afirmar o Algarve como um destino de referência internacional.”

“Mais do que celebrar estas conquistas, importa encará-las como uma responsabilidade acrescida. Queremos continuar a valorizar aquilo que nos distingue, investindo na sustentabilidade, na preservação do nosso património natural e na qualificação da experiência turística. O nosso objetivo é garantir que o Algarve continua a merecer a confiança e a preferência de quem nos visita, mantendo-se na linha da frente dos grandes destinos turísticos internacionais”, destacou o presidente do Turismo do Algarve, André Gomes.

Importa destacar que a região Algarve está novamente nomeada para Melhor Destino de Praia do Mundo nos World Travel Awards 2026, arriscando-se a conquistar o quinto título na categoria.

Para Melhor Destino de Praia do Mundo 2026 a votação está a decorrer até ao dia 30 de outubro, através do site oficial dos World Travel Awards, em https://www.worldtravelawards.com/vote.

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Tem uma ideia de negócio? A StartUp Portimão quer ajudar a transformá-la num sucesso

A StartUp Portimão abriu as candidaturas para a 7ª edição do seu Programa de Aceleração, que este ano decorre sob o mote “Se é para crescer, acelera!”.

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O que deve saber sobre o corte no IRS em novembro – DECO PROteste

Os salários e pensões de novembro vão ser melhorados devido ao corte do IRS, conforme foi anunciado pelo Governo, mas os contribuintes devem aproveitar para guardar alguma folga extra para o acerto de contas com o Fisco, em 2027. É o que aconselha a porta-voz da DECO PROteste numa entrevista da jornalista Beatriz Vasconcelos para o Notícias ao Minuto.

Trocando por miúdos, a “DECO PROteste aconselha os consumidores a não confundirem este reforço pontual do rendimento disponível com um acréscimo definitivo do rendimento. Quem receber mais em novembro deverá ponderar reservar parte desse valor, sobretudo se costuma contar com o reembolso do IRS para fazer face a despesas futuras.”

Por outro lado, importa salientar que é igualmente importante analisar os recibos de vencimento ou de pensão, confirmar a aplicação das retenções, continuar a pedir faturas com NIF, acompanhar e validar as despesas no e-Fatura, e atualizar o agregado familiar até ao final do mês de fevereiro, se tiver havido alguma alteração, para assegurar o aproveitamento de todas as deduções legalmente previstas”, disse Magda Canas, porta-voz da DECO PROteste, ao Notícias ao Minuto.

“Não obstante a aproximação das retenções ao verdadeiro imposto a pagar sejam genericamente positivas, é possível que mais contribuintes tenham de pagar IRS em 2027.
O resultado dependerá dos rendimentos anuais, da situação pessoal e familiar, das deduções aplicáveis e do total de imposto retido ao longo do ano”, como explicou a representante da instituição.

De acordo com a explicação veiculada pela DECO PROteste, o Governo coloca mais dinheiro no bolso das famílias portuguesas em novembro, uma vez que a retenção do IRS na fonte vai ter um corte de 50% em novembro para refletir a descida intercalar do imposto aprovada no Parlamento, voltando a aplicar-se as taxas atuais em dezembro.

A DECO PROteste considera que “esta medida vai representar um alívio imediato para os orçamentos familiares, ao permitir que trabalhadores e pensionistas disponham de mais rendimento líquido num mês em que muitas famílias recebem também o subsídio de Natal”, salientou Magda Canas ao Notícias ao Minuto.

Porém, lembrou que “receber mais dinheiro em novembro não significa necessariamente ter uma redução do IRS”, sendo que as “contas finais serão apresentadas mais tarde, aquando da apresentação do IRS, em 2027”.
A responsável recordou também que a “retenção na fonte é um adiantamento do imposto e não o imposto definitivo”.

“A redução anunciada pelo Governo pretende antecipar os efeitos da descida das taxas de IRS aprovada para os rendimentos de 2026, com efeitos retroativos a 1 de janeiro. Em novembro, a retenção será reduzida para metade do valor habitualmente apurado, nos casos abrangidos pela medida. Mas em dezembro já não haverá extras”, sublinhou Magda Canas.

É oportuno lembrar que o Ministério das Finanças explicou, em comunicado, que “após a aprovação no parlamento da nova redução do IRS, com efeitos desde 01 de janeiro de 2026, o Governo decidiu reduzir em 50% as retenções na fonte aplicáveis aos rendimentos do trabalho e às pensões pagas durante o mês de novembro, incluindo o subsídio de natal devido nesse mês”.

O alívio procura traduzir, com efeitos retroativos ao início deste ano, o desagravamento das taxas de IRS nos primeiros seis escalões de rendimento.

Quando, em 2027, o fisco calcular o IRS sobre os rendimentos de 2026, em vez de usar como referência as taxas que estão atualmente em vigor, irá ter em consideração as taxas que vigorarão em 31 de dezembro de 2026, com a redução entre 0,3 e 0,5 pontos percentuais decidida pelo executivo até ao 6.º degrau do escalonamento.

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Oferta limitada de habitação no Algarve agrava pressão da procura sobre preços e rendas

Estudo publicado pelo Banco de Portugal destaca a procura ligada ao turismo, aos compradores estrangeiros e às segundas casas.

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Marmelete reúne setor florestal para explorar potencial da resina de pinheiro-manso

A extração poderá dar rendimento complementar aos proprietários no Algarve, desde que a técnica seja regulamentada e os povoamentos devidamente geridos.

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Il caro carburanti colpisce chi non può ridurre gli spostamenti

A mezzanotte scade la proroga di due giorni sullo sconto di 17 centesimi al litro deciso il 4 agosto. Il Governo si riunisce oggi per valutare le contromisure: in arrivo una prima proroga di pochi giorni sulle accise del gasolio fino a settembre, seguita da un intervento mirato a tutela delle fasce pi deboli. - Mercoled“, 26 Agosto , 2026. News (Photo by Marco Alpozzi/Lapresse) Midnight marks the end of the two-day extension on the 17-cent-per-liter fuel discount introduced on August 4. The Cabinet meets today to discuss next steps: a initial few-day extension of the diesel excise tax cut through September is expected, followed by targeted measures to support low-income households.- Wednesday, August 26, 2026. News (Photo by Marco Alpozzi/Lapresse)

Per alcune famiglie l’automobile è l’unico mezzo per raggiungere il lavoro, accompagnare i figli a scuola o spostarsi per un altro impegno qualsiasi della vita quotidiana. Le stazioni dei treni possono essere lontane e gli orari degli autobus non sempre coincidono con le necessità dei cittadini. Allora per molti rinunciare alla macchina non è un’opzione concreta. È il cosiddetto «possesso forzato dell’auto»: una condizione in cui anche chi ha poche risorse economiche deve sostenere i costi di un veicolo privato perché non ha alternative praticabili.

Il rincaro dei carburanti rende l’equazione ancora più complessa. Il 14 ottobre 2026, secondo i dati dell’Osservatorio del ministero delle Imprese e del Made in Italy, il prezzo medio sulla rete stradale nazionale in modalità self-service era di 2,035 euro al litro per la benzina e 2,252 euro per il gasolio. Eppure il prezzo alla pompa, da solo, dice poco sull’impatto del caro carburanti. Perché un rincaro pesa diversamente a seconda del reddito, delle distanze da percorrere e delle alternative disponibili.

Il legame tra costi della mobilità, reddito e territorio è al centro di una ricerca commissionata da Transport & Environment (T&E) a Tessa, spin-off dell’Università degli Studi della Tuscia, pubblicata il mese scorso. Il rapporto tecnico “Affrontare la povertà dei trasporti in Italia: evidenze, mappatura e opzioni di policy” incrocia dati Istat sulle spese delle famiglie e sulla vita quotidiana con informazioni su redditi, parco automobilistico, emissioni e accesso ai servizi.

La povertà dei trasporti non riguarda soltanto la difficoltà di pagare gli spostamenti. Comprende anche la mancanza di alternative praticabili per raggiungere il lavoro, la scuola e i servizi essenziali. Lo studio sottolinea come nel 2024 quasi 4,9 milioni di famiglie italiane, il 18,46 per cento del totale, destinassero alla mobilità una quota della spesa complessiva superiore al doppio della mediana nazionale. Un indicatore più specifico individua circa 643mila famiglie vulnerabili alla spesa per carburante: nuclei appartenenti al trenta per cento delle famiglie con i redditi più bassi, per i quali la spesa mensile in benzina e gasolio supera il doppio del valore mediano nazionale. Le due stime misurano fenomeni diversi, perché la prima riguarda la sostenibilità economica della mobilità nel suo complesso, la seconda individua le famiglie a basso reddito particolarmente esposte ai costi del carburante.

Sempre nel 2024, le famiglie italiane hanno speso in media 297 euro al mese per i trasporti, pari al 10,78 per cento della spesa complessiva. È una media riferita a tutte le famiglie, non soltanto a quelle in difficoltà, che dà un’idea del peso economico degli spostamenti.

A fare la differenza è anche la possibilità di rinunciare all’auto. Tra il dieci per cento delle famiglie con i redditi più bassi, il numero medio di automobili è di 0,50 nelle città metropolitane e sale a 0,90 nei comuni con meno di cinquantamila abitanti. Il dato suggerisce che, dove i collegamenti sono meno frequenti, anche chi ha poche risorse può essere costretto a sostenere i costi di un’auto privata.

La ricerca dell’Università della Tuscia individua 766 comuni, il 9,7 per cento del totale, in cui raggiungere il lavoro e i servizi essenziali è particolarmente difficile. Sono soprattutto aree montane, insulari e interne (chi vive o frequenta questi luoghi, che coprono una fetta grossa del territorio italiano, sa bene che le alternative all’automobile sono spesso insufficienti).

La vulnerabilità non segue quindi solo il divario tra Nord e Sud, e le linee di faglia sono diverse. Conta anche la differenza tra città e piccoli comuni, ad esempio. La quota di famiglie vulnerabili alla spesa per carburante è del tre per cento nei comuni con meno di cinquantamila abitanti, contro il 2,1 per cento nelle periferie e nei comuni più grandi non metropolitani e l’1,4 per cento nelle città metropolitane. Tra le regioni maggiormente esposte ci sono Calabria, Basilicata, Sicilia e Puglia. Nei piccoli comuni, inoltre, il carburante assorbe il 6,5 per cento della spesa complessiva delle famiglie vulnerabili. Nelle periferie e nei comuni con più di cinquantamila abitanti la quota è del 6,4 per cento, mentre nelle città metropolitane scende al 3,8 per cento.

La ricerca simula anche gli effetti di diversi rincari sui bilanci familiari, sulla base dell’andamento storico dei prezzi. Con un aumento del 26,82 per cento in sei mesi, la spesa media per carburante crescerebbe di 27,43 euro al mese e altre 1,62 milioni di famiglie supererebbero la soglia di vulnerabilità. Con un rincaro del 34,77 per cento in dodici mesi, l’aumento medio sarebbe di 35,57 euro mensili e le famiglie in più oltre la soglia salirebbero a circa 2,07 milioni. Nello scenario estremo, basato sulla differenza tra il picco e il minimo dei prezzi nel periodo storico analizzato, un aumento del 96,1 per cento farebbe crescere la spesa media di 98,30 euro al mese e porterebbe circa 4,9 milioni di famiglie in più oltre la soglia. Certo, sono simulazioni, non previsioni sui prezzi futuri. Ma servono a mostrare come rincari più o meno intensi possano allargare la fascia delle famiglie vulnerabili.

La disuguaglianza emerge anche nell’accesso alla mobilità elettrica. Nei comuni con i redditi medi più bassi si contano 1,47 veicoli elettrici ogni mille abitanti, contro i 7,76 dei comuni più ricchi – oltre cinque volte tanto. La mobilità elettrica può essere una risposta, ma solo in parte, almeno per il momento: l’accesso ai veicoli e alle infrastrutture di ricarica resta diseguale, e chi dispone di meno risorse rischia di rimanere più a lungo esposto alle oscillazioni dei prezzi dei carburanti.

È una delle direzioni indicate dal report, che affianca a questo obiettivo interventi immediati a sostegno delle famiglie più esposte. Nel breve periodo, i ricercatori suggeriscono aiuti economici temporanei e mirati, anziché sussidi generalizzati ai carburanti o tagli indiscriminati delle accise. Nel medio-lungo periodo, propongono di facilitare l’accesso ai veicoli a zero emissioni e di rafforzare le infrastrutture, insieme al trasporto pubblico, alle tariffe agevolate e ai servizi a chiamata nelle aree meno servite.

Il caro carburanti ci ricorda ogni giorno quanto costa fare rifornimento oggi, ma è anche una spia su quanto famiglie e territori avrebbero bisogno di alternative. Ovviamente non si può chiedere a tutti di rinunciare all’automobile: serve fare in modo che muoversi non significhi necessariamente dipendere da benzina e gasolio. Per riuscirci, la transizione elettrica deve diventare accessibile anche a chi oggi è più esposto ai rincari, mentre dove l’auto può essere sostituita servono trasporti pubblici capaci di rispondere alle esigenze quotidiane.

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