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In Trump’s Diplomacy, Insults Are a One-Way Street. Ukraine Is the Latest Example.

The latest rift with President Volodymyr Zelensky of Ukraine serves as a reminder that President Trump readily lashes out at other world leaders, only to grow outraged if they fight back.

© Alex Kent/The New York Times

President Trump’s belligerence leaves many world leaders reluctant to cross him for fear of blowback or even, depending on his mood, a fresh round of tariffs.
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When Starshield Cut Out, Ukrainian Drones Fell From the Skies

Ukraine says it still doesn’t know why the military satellite internet service, a sister to Starlink, was abruptly throttled, leaving troops vulnerable to Russian attacks.

© Reuters

A Ukrainian soldier flying a drone in the Donetsk region last week. Members of the military have reported issues with drone connectivity since Starshield was disrupted.
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Ukraine war latest: Drone strikes on Yandex data centers disrupt Russian court hearings, media reports

Key developments on Oct. 20:

  • Ukrainian strikes on Yandex data centers disrupt Russian court hearings, media reports
  • Ukraine's HUR claims 108 Russian soldiers killed, 29 captured in Sumy Oblast operation
  • Power outages in half of Ukraine's oblasts after Russian assault on power plants
  • Fire at oil

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As Trump turns toward Russia, Zelensky drops his restraint

President Volodymyr Zelensky has spent much of the past two years trying to win over Donald Trump. Flattery, constant meetings, and carefully calibrated concessions have become hallmarks of his dealings with the U.S. president.

But the strategy has failed, prompting Zelensky to change course and adopt a more confrontational

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Wie die USA und Europa wegen Selensky streiten

Da Steve Witkoff, der Sondergesandte des US-Präsidenten, sich heute in Oslo zu erneuten Verhandlungen Selensky und Vertretern aus Großbritannien, Deutschland, Italien und Frankreich, der EU und der NATO treffen will, übersetze ich hier einen Artikel der TASS über den Streit zwischen der EU und der Ukraine einerseits und den USA andererseits, weil er zeigt, in […]
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Warum sich Selensky und Klitschko seit Jahren bis aufs Blut bekämpfen

In deutschen Medien hört man fast nichts über den erbitterten Kampf, den sich der ukrainische Machthaber Selensky und der Kiewer Bürgermeister Klitschkos seit vielen Jahren liefern. Manchmal erscheinen in Deutschland zwar Interviews, in denen Klitschko Selensky kritisiert, aber viel mehr weiß das deutsche Publikum nicht über deren Streit. Da der Streit vor dem Hintergrund des […]
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70 miliardi e scorte di Patriot. Cosa chiede Zelensky all’Ue per l’inverno

Chiede i Patriot all’Ue, prevede un’invasione di profughi in caso di sconfitta, fa i conti della serva sulle risorse che gli occorrono per il prossimo anno, incassa il supporto di alcuni senatori americani critici sul depotenziamento di Starlink per le difese ucraine. Volodymyr Zelensky, ospite del Consiglio Europeo, fa il punto sullo stato della guerra e delle relazioni politiche a supporto della sua parte, con una consapevolezza di base: se Washington sta mollando Kyiv, Bruxelles no.

“Per Putin non è mai abbastanza, ci vuole distruggere – parte in quarta – e poi vorrà di più e ancora di più. Ora sta mettendo alla prova i Paesi Nato con questi droni. Siamo di fronte a un’escalation”. Il tema è allo stesso tempo bellico, economico, geopolitico e militare. Perché se è vero come è vero che dagli europei ha ricevuto solo sostegno (“comprendono che la nostra posizione è totalmente giustificata”), mette l’accento sul ruolo americano. Quando dice che Putin darà ascolto all’America se eserciterà pressione fa riferimento alle tante persone presenti negli Stati Uniti “dal cuore nobile che desiderano sinceramente la sconfitta del male e che l’Ucraina rimanga salda. Sono proprio queste le persone che hanno aiutato l’Europa a difendere la propria libertà, che hanno combattuto durante lo sbarco in Normandia, che hanno vinto la Guerra Fredda e che vogliono il meglio per l’Europa. Persone che desiderano essere alleate, non dividere o umiliare l’Europa. Credo che la maggior parte degli americani la pensi ancora così. E, in ultima analisi, sarà il popolo americano a dire la sua”.

Una stoccata a quella minoranza che invece vorrebbe togliergli gli aiuti. In questo senso va letto il suo riferimento all’accordo Russia-Usa sul diesel che è stato “una sorpresa per tutti”, mentre per quanto riguarda il rapporto con Trump annuncia che “ci sarà nei prossimi giorni un incontro tra i negoziatori, col presidente abbiamo sempre temi da discutere”.

Ma oltre agli auspici ci sono previsioni e richieste. Sulle prime spicca lo scenario che si potrebbe abbattere sull’Europa in caso di caduta di Kyiv, ovvero 20 milioni di profughi ucraini, “perché ci distruggeranno, ci spingeranno fuori per questo vi chiediamo di difendere il nostro Paese”. La parte del leone in questo senso la sta facendo il nuovo strumento di guerra che risponde al nome di drone. Putin “sta già testando i droni sui Paesi europei, sull’Ucraina sono arrivati migliaia di droni. Migliaia. E gli americani dicono che è difficile parlare con Zelensky, che è più facile parlare con Putin”, come a voler rimarcare il passaggio iniziale. Sulle seconde, ecco la lista della spesa: altri 70 miliardi per i 2027, “per tenere a bada la Russia”, oltre agli intercettori per i sistemi Patriot (Pac-2 e Pac-3). Quelli disponibili in Europa permetteranno all’Ucraina di superare l’inverno e tutti i leader sono a conoscenza di questo pacchetto. La questione è sul tavolo dei paesi Ue, che stanno riflettendo sul da farsi.

Quel che è certo è che arriveranno presto nuovi F-16, verosimilmente entro la fine dell’anno. Infine una considerazione sull’accordo Trump-Putin sul gasolio: “ci ha sorpresi, non possiamo accettarlo”. Il timore di Zelensky è che il passo successivo verta un altro accordo simile sul gas, oppure l’esenzione da nuove sanzioni legate ai sistemi bancari, ad alcuni individui o all’industria chimica.

Tutto finito? Per nulla. Alcuni senatori americani hanno richiesto un’indagine urgente sulle interruzioni della rete Starlink in Ucraina, lo strumento che Musk aveva offerto a Kyiv per indirizzare i droni verso gli obiettivi russi. E in una missiva indirizzata all’ispettore generale del dipartimento della Difesa i senatori esprimono “grave preoccupazione” in merito al depotenziamento della rete, perché queste restrizioni “avrebbero compromesso la capacità dell’Ucraina di condurre operazioni difensive contro gli attacchi russi, effettuati tramite droni e missili, diretti verso le infrastrutture civili”.

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Il whisky resiste e a Milano c’è un festival per i suoi appassionati

Milano Whisky Festival & Rum Show

Mercato e nicchia. Industria e artigianato. Quantità e qualità. Vendite e cultura. Le direttrici secondo cui analizzare un fenomeno, un prodotto, una filiera spesso possono sembrare due linee parallele alternative, destinate a non incrociarsi, ma la realtà si trova invece proprio nelle intersezioni, nei punti di incontro, dove le tonalità si sfumano e i numeri devono essere interpretati.

Prendiamo ad esempio il mondo dei distillati. I dati diffusi da Iwsr (società internazionale di ricerca e analisi di mercato specializzata nel settore delle bevande alcoliche) confermano nel 2025 un’ulteriore (dopo il 2024 e il 2023) riduzione nel volume delle bevande alcoliche totali (Tba) commercializzate a livello mondiale, meno due per cento, ma l’analisi di dettaglio del dato offre valori e trend diversi a seconda del tipo di prodotto in esame. Siamo consapevoli infatti della crescente attenzione nei confronti di prodotti no e low alchool, così come della diminuzione in corso nei consumi di vino, mentre può creare sorpresa constatare che per la prima volta, a livello di macro categoria, questo calo avviene a fronte di un sorpasso da parte degli spirits.

Come anticipato, un conto sono però i macro numeri, un altro le storie e i Paesi dietro le singole produzioni, le loro tipologie, i livelli qualitativi, le quantità distribuite, secondo quali canali e a quali prezzi. E le dinamiche di mercato vanno inserite in contesti più ampi, che comprendono eventi geopolitici, cambiamenti climatici, trend generazionali. Tornando al settore in esame, un altro elemento di sorpresa può essere scoprire ad esempio che nell’area dei superalcolici il volume globale relativo al whisky risulta in crescita, più due per cento, e che ciò sia effetto anche dell’incredibile risultato del whisky indiano, capace di segnare un aumento di consumo interno del quattro per cento.

In realtà i cultori della materia probabilmente non saranno stupiti da questi dati, ma sia per loro sia per chi desidera capire perché il distillato da cereali sia in questa fase storica così apprezzato c’è un appuntamento che offre l’occasione di immergersi (per metafora) nel suo universo. Si tratta del Milano Whisky Festival & Rum Show, pronto ad aprire le porte per la ventunesima volta dal 7 al 9 novembre.

L’evento, ospitato all’Hotel Marriott di Milano, riunisce distributori, imbottigliatori indipendenti e distillerie di scotch whisky, irish whiskey, bourbon, whisky giapponesi e orientali, rum, ron e rhum tra le più apprezzate al mondo. Naturalmente ci sarà spazio anche per i tanti produttori italiani che con sempre più passione e professionalità si stanno ritagliando un ruolo di rilievo nel settore, come dimostrano ad esempio le medaglie guadagnate da Strada Ferrata ai World Whiskies Awards 2026.

Il festival offrirà l’occasione di partecipare a diverse masterclass a tema, da quella dedicata al carpathian whisky a quella di approfondimento sul whisky giapponese o a quella che permetterà di degustare whisky old & rare da Islay, come da tradizione invece l’ultima giornata sarà riservata solo ai professionisti e agli operatori del settore. Le etichette presenti saranno più di quattromila, sul sito dedicato è possibile leggere le modalità di degustazione e acquisto previste, oltre che comprare il biglietto in anticipo.

Per chi vuole arrivare all’evento preparato in materia, può essere una buona idea imparare qui il vocabolario minimo degli spirits, scoprire qui la sostanziale differenza tra le due diciture whisky e whiskey, studiare qui le caratteristiche di una degustazione tecnica, approfondire qui i segreti della torba, leggere qui, qui e qui la storia del whiskey americano, e infine conoscere qui oppure qui alcuni dei migliori produttori di whisky italiano.

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Quelli che non criticano Trump sull’Ucraina non sono pacifisti, ma guerrafondai che tifano per gli avversari

La dimostrazione eclatante che la posizione cosiddetta pacifista sulla guerra scatenata dalla Russia contro l’Ucraina è, quando va bene, ipocrita si è avuta in queste ore di ennesimo e vile attacco di Donald Trump e Elon Musk all’Ucraina, al suo presidente e al suo popolo.

Trump ha stretto un grottesco, inutile, e inapplicabile accordo con Vladimir Putin sul gasolio russo, in violazione delle leggi del suo Congresso e al solo fine propagandistico interno per scaricare sull’Ucraina, e non sulla guerra in Iran, le responsabilità del prezzo alto della benzina a poche settimane dal voto di metà mandato. Inoltre, da Mar-a-Lago, Trump ha ripreso a insultare e a minacciare Volodymyr Zelensky, dopo qualche mese di pausa, e ha smesso di passare agli ucraini parte delle informazioni di intelligence che servono ad anticipare la difesa della contraerea missilistica. Musk, invece, ha rallentato la connessione di Starlink in Ucraina e ha minacciato di staccare del tutto la spina, costringendo gli ucraini a rinunciare alle azioni belliche con i droni che così tanti danni hanno fatto alle infrastrutture offensive, energetiche e di approvvigionamento russe.

Il risultato della bravata del duo Trump-Musk è che i missili russi ora entrano nello spazio aereo ucraino indisturbati e poi colpiscono i civili ucraini come mai prima d’ora.

In linea generale, se le parole avessero un senso, un pacifista dovrebbe chiedere all’aggressore di fermare gli attacchi e non all’aggredito di smettere di difendersi, invece mai in quasi quattro anni abbondanti di guerra russa all’Ucraina ci sono state iniziative dei leader progressisti italiani o manifestazioni del fronte pacifista per chiedere alla Russia di fermare la guerra.

Ormai è diventato normale, malgrado sia un atteggiamento controintuitivo e moralmente osceno, che il sedicente pacifista italiano chieda all’Europa di non sostenere più l’aggredito, di non fornirgli le batterie antimissili che difendono la popolazione civile dall’attacco russo, e di inviare in Ucraina, anziché missili, un inviato di pace, come se fosse l’Ucraina a volere le guerra, al fine poi di intavolare una trattativa che la Russia non ha nessuna intenzione di intraprendere e che ogni giorno rigetta in tutte le lingue, a meno che la soluzione diplomatica sia la completa resa degli ucraini.

Questo è il teatrino dell’orrore cui assistiamo da oltre quattro anni, inscenato soprattutto da una parte della sinistra che si riempie la bocca della parola pace mentre con i fatti lavora per la continuazione della guerra russa.

Le ultimissime intemerate di Trump e Musk contro Zelensky e l’Ucraina scoperchiano però l’ipocrisia politica di quello che a buon diritto viene chiamato Campo Lavrov.

Qui non si tratta di cambiare linea politica sul “no alle armi” o sulla necessità di far terminare la guerra, né di mettere in difficoltà i leader dei partiti che provano a mantenere unita la coalizione elettorale. Qui ci sono i due più spudorati esponenti della destra nazionalista globale che, prendendosi una pausa dal gettare nel caos il mondo e dal sostenere tutti i movimenti neonazi del pianeta, minacciano l’aggredito, accarezzano l’aggressore cercando anche di fare affari personali, e mettono in pratica un piano di disimpegno per massimizzare le vittime civili ucraine.

Per i capi della sinistra “pacifista” non potrebbe esserci un’occasione più facile e doverosa di questa per criticare Trump e Musk e difendere le vittime innocenti della guerra, anche senza cambiare la linea politica sullo stop all’invio delle armi difensive.

Eppure non c’è stato nessun leader del Campo Largo o del fronte intellettuale pacifista che in queste ore abbia criticato Trump e Musk, dimostrando così in modo plastico l’impostura della posizione “pacifista”, ma anche la fine della gloriosa sinistra anti totalitaria, e la trasformazione del Campo Largo non solo in Campo Lavrov ma anche in Campo Mar-a-Largo.

Un fronte progressista che rifiuta di difendere l’aggredito, che non disturba mai l’aggressore, e che non riesce nemmeno a criticare i due più grandi fascistoni del pianeta impegnati a facilitare l’imperialismo russo può essere definito in qualsiasi modo, tranne che con l’aggettivo progressista.

Il più grande intellettuale della sinistra anti totalitaria, il compianto Christopher Hitchens, aveva svelato la vera natura dei pacifisti pro Saddam Hussein. Una lezione valida anche nel 2026. Oggi i pacifisti italiani non solo pretendono la resa degli aggrediti ucraini e non fanno niente per fermare l’aggressore russo, ma non trovano nemmeno il modo di censurare le mascalzonate di Trump e Musk contro l’Ucraina e l’Europa. Come scriveva Hitchens, questi non sono pacifisti, «non vogliono la pace, sono a favore della guerra, e tifano per gli avversari».

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Attacking Trump, Zelensky showed lack of judgment

Ukrainian President Volodymyr Zelensky’s harsh words about US President Donald Trump were an emotional response after Zelensky deliberately thwarted Trump’s request that Ukraine not strike Russian refineries. Unfortunately Zelensky is making matters worse, and Ukraine’s future is now in doubt. Ukraine targeted two Russian oil refineries, according to Russian Deputy Prime minister Aleksandr Novak. The […]

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When the US slows down Starlink in Ukraine

The drone has become the signature weapon of the Russo-Ukraine war. On any day in Ukraine, tens of thousands of drones are out hunting the battlefield for targets. These could be individual enemy soldiers or vehicles, or they could be larger targets such as depots, headquarters, bridges or power plants. Yet, this drone war has […]

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SpaceX schränkt Kiews Zugang zu Starlink ein und die USA liefern keine Aufklärungsdaten mehr

Trump scheint seine Forderung, die Ukraine solle ihre Angriffe auf russische Raffinerien einstellen, ernst zu meinen und lässt dem, nachdem Selensky Trumps Forderungen offen ignoriert hat, nun Taten folgen. Die USA haben Kiew schon die zweite Nacht infolge keine Aufklärungsdaten über russische Raketenangriffe geschickt und dann SpaceX den Zugang des ukrainischen Militärs zum Satelliteninternet Starlink […]
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Diesel et crise diplomatique : Poutine durcit le ton, Zelensky pète uncâble et Trump exige sa tête

par Russia TRUTH

Une succession rapide de manœuvres diplomatiques a permis à Donald Trump d’être publiquement réhabilité, à Vladimir Poutine de garder le contrôle stratégique total et à Volodymyr Zelensky de sombrer dans une rage sans bornes :

• L’accord bilatéral sur le diesel : La Maison Blanche et le Kremlin ont conclu un accord en vertu duquel le Trésor américain accorde une dérogation renouvelable aux sanctions sur les exportations russes de diesel jusqu’au 7 avril 2027. En contrepartie, Moscou a accepté de lever son interdiction temporaire d’exportation nationale de distillats moyens, apportant ainsi un soulagement immédiat, tant psychologique que concret, à un marché mondial du diesel mis à mal par les interdictions de transport maritime imposées au Moyen-Orient.

• L’effondrement du mythe de la «trêve énergétique» : Les rumeurs relayées par les médias occidentaux alléguant que Moscou aurait accepté une cessation provisoire des frappes aériennes et des tirs de missiles sur le réseau électrique ukrainien en échange d’un allègement plus large des sanctions ont été totalement discréditées. La position russe reste inébranlable : pas de cessez-le-feu provisoire ni sur terre, ni en mer, ni dans les airs.

• Moscou suspend officiellement les négociations : Lors d’un point presse officiel rendant compte du sommet téléphonique entre Poutine et Trump, le conseiller du Kremlin en matière de politique étrangère, Youri Ouchakov, a lancé une bombe diplomatique : la Russie a officiellement révoqué sa décision de septembre dernier de reprendre les négociations trilatérales avec Washington et Kiev. Invoquant les tentatives d’attaques par drones menées par l’Ukraine contre des bureaux de vote russes lors des élections à la Douma d’État, Poutine a informé Trump que le processus de négociation est suspendu indéfiniment tandis que les forces russes progressent sur l’ensemble du front.

• Rupture entre Washington et Kiev : Axios a confirmé que Donald Trump a personnellement adressé six exigences distinctes à Zelensky, lui ordonnant de mettre immédiatement fin aux raids de drones ukrainiens visant les raffineries russes. Zelensky a défié ces six exigences. Piégé par la dépendance de son pays aux financements occidentaux, Zelensky s’en est ouvertement pris à Trump, qualifiant le dialogue entre Washington et Moscou de «trahison en coulisses» et accusant la Maison Blanche d’utiliser les réunions à Miami comme écran de fumée pour traiter directement avec le Kremlin.

1. La transaction sur le diesel : un levier stratégique négocié contre un répit électoral

L’accord conclu entre Washington et Moscou est présenté par la Maison Blanche comme une avancée majeure. En réalité, cet accord marque le recul logique d’une puissance hégémonique surendettée, confrontée aux réalités économiques à l’approche des élections de mi-mandat de novembre :

• Le mécanisme de la dérogation : tout comme le Trésor américain a discrètement délivré des licences renouvelables pour permettre aux raffineries indiennes d’acheter du pétrole brut russe acheminé par voie maritime à la suite des premières escalades dans le golfe Persique en février, Washington a de nouveau accordé une dérogation d’urgence pour le diesel russe. Confronté à la réalité des pénuries de diesel agricole et routier, Trump a cédé sur ce que son dispositif de sanctions s’efforçait d’empêcher depuis des années.

• Le levier calculé de Novak : le vice-premier ministre russe Alexandre Novak a signalé il y a plusieurs semaines que les stocks nationaux de diesel en Russie affichent un excédent, la récolte agricole de cette année étant suffisante et comparable à celle de l’année dernière. L’interdiction russe des exportations, loin d’être un acte de désespoir déclenché par les frappes de drones ukrainiens, constituait un instrument de levier géopolitique. Moscou a retenu les distillats hors du marché jusqu’à ce que Washington soit contraint de négocier un assouplissement des sanctions.

• L’arithmétique du réel : comme l’ont démontré les analystes énergétiques, les volumes de diesel exportables par la Russie couvrent environ neuf jours de consommation intérieure américaine. Le véritable moteur de la crise énergétique mondiale reste le blocus du golfe Persique et de la mer Rouge. Pourtant, en acceptant de libérer ce volume, Moscou a obtenu une concession politique majeure de la part de Trump tout en démontrant aux pays du Sud que les régimes de sanctions occidentaux sont mis de côté dès que les prix intérieurs menacent une élection américaine.

2. Le point presse d’Ouchakov : la Russie claque la porte des négociations

La révélation géopolitique cruciale du jour provient du compte-rendu officiel de Youri Ouchakov sur le sommet téléphonique Poutine-Trump.

Pour la première fois depuis le lancement de l’opération militaire spéciale en 2022, la Fédération de Russie a officiellement et publiquement retiré son offre de pourparlers diplomatiques :

Poutine expose à Trump la doctrine russe durcie :

Les tentatives du régime de Kiev de perturber notre processus démocratique par des attaques terroristes contre des bureaux de vote ont réduit à néant toute possibilité de négociations. Nos forces armées détiennent l’initiative et avancent avec assurance. C’est à nous de déterminer si et quand des pourparlers auront un sens.

Il s’agit là d’un tournant décisif.

Tout au long du conflit, Moscou a maintenu une position cohérente : nous restons ouverts à un règlement politique et diplomatique selon nos conditions.

En lançant des attaques massives de drones contre les capitales provinciales russes et les bureaux de vote pendant les élections à la Douma, Bankova a fait le jeu de l’état-major russe.

Poutine a profité de cet incident pour mettre définitivement fin à cette voie de négociation, informant Trump que la Russie n’envisagera pas de discussions trilatérales tant que ses forces auront l’initiative opérationnelle totale.

Selon Ouchakov, Trump n’a pas réagi ; il a promis d’envoyer des «signaux» fermes à la délégation ukrainienne qui attendait à Miami.

3. Le coup de folie de Bankova : six défis, l’arnaque des 27 milliards d’euros et la rupture de Séoul

À Kiev, la prise de conscience que Donald Trump négocie des accords énergétiques directement avec Vladimir Poutine a provoqué une réaction démesurée de la part de Volodymyr Zelensky :

• Les six exigences : un reportage d’Axios a confirmé que la Maison Blanche a émis six directives distinctes à l’intention de Bankova, ordonnant la fin immédiate des attaques contre les infrastructures de raffinage russes. La motivation de Trump est purement intéressée : chaque frappe contre un craqueur de catalyseur russe fournit aux traders de Wall Street un prétexte pour faire grimper les cours à terme du diesel. Zelensky a rejeté toutes ces directives. Mettre fin aux frappes reviendrait à admettre que toute la campagne estivale de drones n’a abouti à aucun résultat stratégique.

• Le racket des 27 milliards d’euros : les dirigeants ukrainiens ne peuvent se permettre d’arrêter l’offensive de drones, car celle-ci constitue leur principal argumentaire utilisé pour extorquer des fonds à Bruxelles. Des responsables du ministère ukrainien de la Défense ont récemment déclaré que sans 27 milliards d’euros de subventions européennes immédiates, le montage de drones sur le territoire national serait interrompu. En déployant des munitions volantes pour incendier des réservoirs de stockage périphériques dans des villes de province russes, Bankova fabrique des images destinées à persuader des dirigeants européens comme Friedrich Merz et Ursula von der Leyen de continuer à faire affluer l’argent des contribuables dans les caisses du régime.

• La crise diplomatique avec Séoul : l’irritabilité diplomatique de Zelensky s’est étendue au-delà de Washington. Après la capture de deux soldats nord-coréens dans la région frontalière de Koursk, un accord a été conclu avec Séoul pour transférer secrètement les prisonniers en vue de les interroger. Ignorant la demande explicite de confidentialité formulée par la Corée du Sud pour éviter tout conflit avec Pyongyang, Zelensky a annoncé publiquement l’opération à des fins de relations publiques. Lorsque Séoul a protesté, Bankova a refusé de présenter des excuses, déclenchant une rupture diplomatique sans précédent qui a abouti au retrait par la Corée du Sud de son ambassadeur à Kiev — s’aliénant inutilement un partenaire qui avait fourni plus de 500 000 obus d’artillerie de 155 mm pour la campagne de 2023.

4. Le théâtre de la décapitation : sous-stations, centres de la SBU et le «Collegium» de Surovikin

Tandis que les diplomates échangent leurs reproches, la campagne aérienne stratégique russe contre Kiev est entrée dans une phase opérationnelle meurtrière :

1. La destruction du réseau électrique : des observateurs indépendants du secteur électrique confirment que les frappes russes sur la sous-station de Kievska de 750 kV et les nœuds de transformation du nord ont contourné les boucliers de protection en béton en ciblant les transformateurs de réduction de tension, les disjoncteurs et les parcs de refroidissement. Toute la rive droite (moitié ouest) de Kiev reste plongée dans une coupure d’électricité totale. Le réseau de métro étant à l’arrêt et les pompes de relevage d’eau à haute pression hors service, l’assainissement municipal a cessé de fonctionner, provoquant des refoulements d’eaux usées généralisés dans tout le centre administratif.

2. Les ogives coupe-câbles : les Forces aériennes russes (VKS) ont introduit des sous-munitions spécialisées, déployées par des appareils Geran-4 à propulsion à réaction, conçues spécifiquement pour sectionner les lignes aériennes à haute tension. En coupant les lignes reliant la production nucléaire de base de l’ouest à Kiev, les forces russes s’assurent que, même si les transformateurs des sous-stations sont réparés, le courant ne puisse physiquement atteindre la capitale.

3. Le collège de Surovikin : des sources militaires faisant autorité confirment que, bien que le chef d’état-major général Valery Gerasimov conserve officiellement le commandement suprême, le général Sergei Surovikin dirige activement la campagne d’interdiction et de destruction des infrastructures sur l’ensemble du théâtre d’opérations, à la tête d’un collège restreint de généraux supérieurs, dont Andrey Mordvichev et le vice-ministre de la Défense Yunus-Bek Yevkurov. Les caractéristiques de ce groupe de commandement — blocus systématique des ponts, ciblage méthodique des nœuds administratifs du SBU et publication de coupes architecturales du bunker souterrain de Zelensky situé sous la rue Bankova — indiquent une opération destinée à rendre la capitale fonctionnellement inhabitable pour le régime.

5. Usure sur le front : Dobropillya nettoyée, mines saisies, poches encerclées

Sur le terrain, les formations interarmes russes progressent à un rythme accéléré à travers les dernières lignes de fortifications ukrainiennes :

• La prise d’assaut de la mine de Dobropilska : le ministère russe de la Défense a confirmé que des groupes d’assaut de la 51e armée interarmes et des formations spécialisées d’infanterie de marine ont nettoyé les secteurs ouest de Dobropillya, pénétrant dans les galeries fortifiées de la mine de charbon de Dobropilska. Plus de 82 structures fortifiées ont été nettoyées en l’espace de 24 heures. La prise des imposants terrils de la mine offre aux observateurs d’artillerie russes un contrôle de tir direct et panoramique sur les lignes arrière de Druzhkivka.

• La liquidation des poches de résistance du nord : dans le nord-est de l’oblast de Kharkiv, les dernières poches de résistance du groupement frontalier ukrainien, fort de 1 700 hommes, ont été éliminées. Les forces russes ont libéré les hameaux centraux de la région, déplaçant ainsi le centre de gravité opérationnel du Groupe de forces Nord vers l’encerclement direct du nœud logistique de Velykyi Burluk. Au nord de Soumy, les positions avancées ukrainiennes le long des lisières de forêt se sont effondrées, rapprochant les détachements russes avancés à portée d’artillerie des limites municipales de Soumy.

• Le couloir mortel du Dniepr méridional : à Zaporijia, la fermeture du pont de Vantovyi (Khortytsia) a transformé les voies d’approvisionnement de la rive est en champ de bataille meurtrier. Les opérateurs de drones FPV russes, bénéficiant d’une ligne de visée ininterrompue au-dessus des fonds asséchés du réservoir de Kakhovka, ont établi un contrôle total des tirs sur tout le trafic routier tentant de renforcer le front sud.

Le crépuscule de la guerre par procuration

Les événements du 10 octobre 2026 marquent la fin d’une époque dans l’art de gouverner moderne :

• Donald Trump a obtenu sa dérogation temporaire sur le diesel pour protéger ses arrières sur le plan politique intérieur, reconnaissant ainsi que l’arme unipolaire des sanctions est inopérante.

• Vladimir Poutine a fait savoir que la Fédération de Russie ne se prêtera plus au jeu des négociations trilatérales théâtrales alors que ses soldats traversent les lignes défensives ukrainiennes.

• Et à Kiev, Volodymyr Zelensky est confiné dans une capitale plongée dans l’obscurité et envahie par les eaux usées — hurlant des insultes à ses protecteurs américains, rompant ses liens avec ses fournisseurs asiatiques et regardant ses brigades d’élite périr dans les tourbières du Donbass.

La transaction est conclue. Les illusions sont brisées.

Le maître impérial a conclu son accord parallèle sur le carburant, son mandataire a été abandonné à son sort, et la machine militaire souveraine de la Fédération de Russie achève méthodiquement la guerre dans la steppe eurasienne.

Publiéà l’origine par RussiaTruth 

Traduction:  ReseauInternational

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Newsweek spekuliert, wer Nachfolger von Selensky werden könnte

Selensky ist unbestreitbar ein politischer Überlebenskünstler, aber nachdem Präsident Trump offen gefordert hat, die Ukraine solle ihn als Präsidenten loswerden, ist Selenskys Stuhl so wackelig, wie wohl noch nie zuvor. Jetzt ist er mehr denn je auf die Unterstützung der Europäer angewiesen, die zwar Trump nicht mögen und den Krieg gegen Russland weiterführen wollen, die […]
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Trump is free at last to be what he has always been for Putin

Poor Donald Trump. For the last 21 months he had to do a great deal of lying. He had to pretend at times that he really cared about the people dying in the Russo-Ukraine War, that he really wanted a deal that was good for Ukraine, that he was getting frustrated with Vladimir Putin, and […]

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Cuelga tú – ¡no! ¡Cuelga tú! – Y al final los dos colgaron… también a Zelensky y a la Unión Europea

No fue la venta de ese diésel lo que le interesaba a Putin, pero no sabemos bien todavía qué.

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Escríbenos: info@strategic-culture.su

“Pero les diré que es raro tener conversaciones tan largas en las que ninguno de ellos quisiera terminar la conversación, ninguno de ellos quería colgar el teléfono si se puede decir así”

Yuri Ushakov. Asesor de la Presidencia rusa, 19 de mayo de 2025

“Fue una conversación muy intensa y amistosa. Nadie quería ser el primero en colgar”, reveló Ushakov, quien destacó el ambiente cordial del diálogo entre ambos mandatarios.

Yuri Ushakov. Asesor de la Presidencia rusa, 9 de octubre de 2026

El día 9 de octubre un desesperado Donald Trump -que no había extendido como gesto cordial y diplomático una felicitación por el cumpleaños de su homólogo ruso el 7 de octubre- llamó al Kremlin y entabló un acuerdo para nada modesto: habilitó la venta de petróleo y diésel rusos, mismo que había vetado apenas en septiembre con aranceles del 100% a quien comerciara con Moscú.

De esta forma:

…acordaron que Rusia suministrará inmediatamente más de 300.000 toneladas de combustible diésel a los mercados estadounidense y mundial. Según detalló, Moscú entregará otras 500.000 toneladas durante el mes de noviembre y un millón de toneladas adicionales inmediatamente después, así como otros tres millones de toneladas en un corto período de tiempo, dependiendo del estado de las refinerías rusas.

La noticia cayó mal en Kiev y en Europa e incluso congeló la conversación que mantenían una comitiva ucraniana con Kushner y Witkoff en Miami, terminándola un día antes de lo previsto.

La Europa desconcertada empezó a tener comunicaciones con Zelensky para mostrar de nuevo el apoyo a esta demencial apuesta por la guerra en donde Ucrania pone los muertos y los europeos endeudan a los ucranianos que quedan vivos.

Sin embargo, los vaivenes del presidente estadounidense no son nuevos y mucho menos en lo que tiene que ver con suministro energético. Una breve cronología lo confirma: 1) tras el inicio de la guerra contra Irán el 28 de febrero de este año, Trump se vio obligado el 5 de marzo a dar una licencia temporal para que India comprara petróleo a Rusia; 2) el 12 de marzo se emitió otra licencia temporal por parte del Departamento del Tesoro estadounidense por treinta días para venta de crudo ruso, que estaba sancionado; 3) el 18 de septiembre, Donald Trump firma la Lindsey O. Graham Sanctioning Russia and Iran Act of 2026, que le daba el poder de imponer aranceles de hasta 100% a los 5 mayores compradores de petróleo y gas rusos (principalmente China e India); 4) finalmente este 9 de septiembre suspendió Trump esa ley exhibida con toda la parafernalia propia del siniestro gobierno Trump, por parte del senador Richard Blumenthal,  quien dijo: “Vladimir Putin, te tenemos fichado, tu economía se tambalea” … amenazó a China e India y hoy, Trump da las gracias al presidente Putin por salvarle el trasero en vísperas de elecciones.

Y así, como un Déjà vu, Yuri Ushakov volvió a decir las mismas palabras del año anterior: ninguno de los dos quería colgar. Y bueno esta vez colgaron a Zelensky y a la Unión Europea, la pregunta es: ¿cuándo volverá a dar otro bandazo Trump? ¿Cuándo volverá a ser amigo de von der Leyen, mentor de Zelensky y enemigo de Putin?

La Unión Europea, ridículo completo

Es sabido por ellos y por varios analistas esta cruda verdad: Trump no quiere a los europeos, a penas los soporta, siempre ha querido sacar las tropas de esa zona, siempre quiso salir de la OTAN, les puso en ridículo desde las primeras reuniones, les dijo que estaban muriendo las buenas costumbres con una Europa llena de migración desordenada y grupos LGBTI+Q por todo lado, hombres en competencias de mujeres y etc. etc. El propio J.D. Vance les dijo que había una caída moral de Europa y a eso se debía su crisis.

No siendo esto poco, Úrsula von der Leyen se comprometió en nombre de la UE a comprar 750.000 millones de dólares en energía a EE.UU. (gas natural licuado, petróleo y productos nucleares) hasta 2028. Además, se comprometió a realizar inversiones adicionales por 600.000 millones de dólares en Estados Unidos. Y a cambio, Estados Unidos fijó un arancel general del 15% sobre la mayoría de productos europeos, en lugar del 30%.

Y ahora, luego de tanto ir y venir, Estados Unidos le sigue comprando petróleo a Rusia, además de uranio y otros materiales que luego revende a Europa más caro. Ya los precios de gas están reventando al ciudadano común y mientras Trump viola las sanciones occidentales que pretenden asfixiar a Rusia, Europa tiene que pagar por tratos leoninos con EE.UU., invertir en la guerra en Ucrania y exprimir al poco Estado de Bienestar que les queda y del cual ya se ven revueltas nuevamente por vivienda, educación o empleo en Francia, España, Alemania, Portugal y Bélgica.

Este nuevo pacto comercial, que va hasta abril de 2027 ridiculiza a Europa, la pone en el lugar que le corresponde: el de una civilización – collage en decadencia. Europa anhela el regreso de los halcones demócratas para retornar a una presión unánime sobre Rusia y en franca escalada bélica como la llevaba ‘sleepy’ Biden. Esto no pasará. El nuevo rumbo estadounidense es Asia Oriental.

Rusia y sus socios, actores globales

Si bien esta venta es un golpe no sólo económico sino reputacional a favor del presidente Putin y Rusia, también deja abiertos otros aspectos no menos relevantes.

Por un lado, China mira con celo cualquier acercamiento entre Rusia y USA en este baile de tres potencias globales. Los chinos son los principales socios comerciales de los rusos y muy seguramente de mantenerse la restricción al diésel ruso, chinos e indios lo comprarían. Entonces, ¿qué ganó y condicionó Vladímir Putin en la llamada con Trump? Los rusos tienen acuerdos comerciales y han aprendido a maniobrar en medio de más de treinta mil sanciones así que este trato fue un guiño a Trump ante su SOS.

Es claro que no le cae mal esto a Rusia que ahora puede poner un precio no por debajo de los costos -de haberlo tenido que vender con restricciones por sanciones- pero quien marcó el teléfono fue Trump no Putin.

Por otro lado, Irán no creo que esté cómodo con esto. Con claridad Trump quiere no sólo estar bien con los precios y abastecimiento de combustible en su país, sino estar lo suficientemente seguro de que se mantiene un flujo nada modesto de diésel en el mercado mundial para atacar a Irán sin problemas o no tantos. Por cierto, hay que ser una potencia para decir sin duda alguna: ‘cuente señor Trump con tres millones de toneladas de diésel’. Sin lastimar su consumo interno, lo hace Rusia.

Además, la ruta por el Ártico plantea una alternativa a los cierres de Ormuz y Bab el-Mandeb que derivan de las resistencias al imperio y al sionismo por parte de Irán y Yemen. Lo que implica que como de costumbre EE.UU. celebra comerciar por Alaska con Rusia.

De tal suerte que, si Irán lleva a su manera una presión mediante la diplomacia y el cierre estratégico del flujo de petróleo, fertilizantes y mercancías con lo cual busca desgastar a los estadounidenses y una salida de la guerra en sus términos, el guiño del Kremlin a Trump no le favorece. Fortalece a su enemigo, quien gana tiempo y sin desesperar puede atacarlo de mejor manera. No implica una derrota de Irán, implica un cambio en los cálculos de presión, si en abril se extiende el plazo y si Trump decide atacar antes.

Finalmente, hay un socio que los propios rusos lo señalan como valioso. Cuba. La Isla, país que apoyó a millones de personas en el mundo de diversas formas y cuando sucedió en 1986 la catástrofe de Chernóbil en la URSS hace cuarenta años, en pleno Periodo Especial, Cuba recibió a 26 mil niños de Rusia, Bielorrusia, Moldavia y Ucrania para darles tratamiento y los adoptó como hijos propios. Esa Cuba amiga incondicional y solidaria no recibe petróleo desde hace un año largo y en septiembre la Guardia Costera de EE.UU. devolvió el buque Grace con combustible.

Sobre Cuba se teje un genocidio. No le llega combustibles ni mercancías. ¿Se habrá acordado el presidente Putin de la Isla, patria del más grande antiimperialista del siglo XX en todo occidente cuando negoció con Trump salvando el trasero a su enemigo, este republicano vetusto? Si Trump permitió liberar de sanciones el combustible para todo el mundo, ¿Ese ‘todo el mundo’ incluirá a Cuba?

Potencias: sin amigos y sin engaños

Es claro que cuando el asesor presidencial, Ushakov, señala que la conversación fue amable y llego a un punto de: ‘cuelga tú, ¡no!, ¡cuelga tú!’ entre los dos mandatarios, sólo desea crear una sobrecarga de cortisol en la UE y los ucronazis y seguro logró tal efecto. Esto no significa que crean que están tratando con la esperanza de una amistad. Por el contrario, sólo un pragmatismo puro y duro tiene las tripas para llegar a estos acuerdos.

Qué pasaría si el presidente Putin le dice a Trump: no te daré un gramo de diésel. No lo sabremos, pero seguro ofende a este tarado mental y lo pone del lado de Europa y Ucrania.

Es el mismo hombre que respaldó a Marco Rubio, su secretario de Estado, cuando hace unos meses celebraba los bombardeos sobre colegios de infantes en Rusia señalando que era válida la máxima presión. Es el mismo hombre que autoriza la entrega de datos de la CIA y el Pentágono a los ucronazis para atacar las mismas refinerías que condena que Zelensky ataque.

Esto también es claro, como nota al pie. El propio neonazi Volodómir Zelensky, presidente ilegítimo de Ucrania hace dos años y asesino de su pueblo, tiene razón al criticar la acción de Trump y hasta de tildarlo de débil. “La paz nunca llega gracias a la debilidad”, señaló. Trump salió a decir que era ya necesario cambiar de presidente por alguien que deseara negociar, que Zelensky perdió más de un millón de ciudadanos y 30% del territorio.

Y lo que diga la UE al respecto tiene su parte de verdad, así como de ingenuidad, como señaló el presidente eslovaco Robert Fico. Pero nadie está seguro con lo que se pacte con Trump ni con ningún gringo. Nunca han mantenido la palabra. Quizá la excepción es Kennedy en la crisis de los misiles.

Siempre los más pequeños saldrán lastimados en los acuerdos entre potencias, pero no aprenden no leen la historia. Le pasó a Cuba en 1962 en la crisis de los misiles. Le pasó a Libia, cuando decidió no tener armas nucleares y europeos y estadounidenses acordaron robarla. Europa todavía era algo fuerte. Hay más ejemplos.

Lo clave es que en este intempestivo acuerdo hay más de enemistad que de amistad. EE.UU. no desea salvar ni ayudar a Rusia. No le interesa la paz, se limpió el trasero con el acuerdo del Anchorage, sólo vela por su bienestar, el de su élite. Por su parte Putin sabe que le desean muerto, que, durante una llamada en 2025, mientras hablaba con Trump caían drones en una de sus residencias.

La diferencia sustancial radica en que Putin juega a largo aliento, tiene calculadas las contingencias. No fue la venta de ese diésel lo que le interesaba, pero no sabemos bien todavía qué. Mientras, Trump lleva una política de mentiras apalancada en el poder de los medios y el peso de la información salida de la boca del presidente de una potencia, con la cual improvisa, salva, ataja, corrige, omite y salta a otra cosa.

Lo cierto es que por ahora -y sin saber cómo despertará mañana, pensando o deseando el frustrado candidato auto propuesto a Nobel de paz- felizmente al terminar la llamada, los presidentes, además de colgar sus teléfonos, colgaron a Zelensky y a la Unión Europea.

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