Trump Is Still Chasing His Yalta. Here’s What He Doesn’t Get.

© Eugene Kotenko/Agence France-Presse — Getty Images

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Lo scorso gennaio Mathias Döpfner, amministratore delegato e comproprietario del gruppo editoriale tedesco Axel Springer, ha ospitato nel suo studio di Berlino Charles Kushner. Dall’ambasciatore statunitense in Francia, nonché padre di Jared, genero di Donald Trump, voleva sapere qualche dettaglio del piano pensato dall’amministrazione americana per TikTok. Anche Döpfner aveva in mente qualcosa di simile, così da fugare le preoccupazioni di sicurezza che circondano la piattaforma cinese, per cui una chiacchierata non avrebbe fatto male. A raccontare l’incontro è il Financial Times, secondo cui il magnate dei media vorrebbe arrivare a un accordo per scorporare il social network e diventare titolare della sezione europea.
La questione è tutta in divenire. Sia Byte Dance, proprietaria di TikTok, sia funzionari della Commissione europea che hanno discusso della proposta con Döpfner hanno chiuso la porta, definendola una suggestione irrealizzabile. La questione è problematica soprattutto per Bruxelles. Le sue regole sulla sicurezza valgono per tutti gli operatori, dentro e fuori l’Ue, e sono stringenti. Forse non così tanto, come ha sottolineato il vicepresidente del Parlamento europeo Martin Hojsík: “Non stiamo applicando sufficientemente il Digital Services Act e il Digital Markets Act. Dobbiamo chiamare le piattaforme a rispondere delle loro responsabilità”. Döpfner però non perde le speranze.
TikTok, affermava in una intervista a Dpa a inizio settembre, “dovrebbe essere venduto ad azionisti democratici o bandito. Non capisco ancora perché noi in Europa non stiamo agendo. Gli americani hanno dimostrato che si può fare”. Non è un caso che le aziende che amministra siano da poco sbarcare su TikTok. Axel Springer, Bild e Welt hanno di recente aperto un loro profilo sulla piattaforma. Politico e Telegraph, sempre di proprietà di Döpfner, già ne hanno uno. Ed è proprio Axel Springer a uscire allo scoperto: “Come risulta chiaro dalle sue dichiarazioni pubbliche, Mathias Döpfner ha sempre sostenuto una soluzione europea per TikTok sulla falsariga del modello americano. Se tale soluzione si fosse concretizzata, avremmo accolto con favore l’opportunità di farne parte in quanto importante operatore mediatico europeo”.
Dietro c’è anche dell’altro. La strategia di Döpfner è larga e punta a inglobare altri interessi. Politico è uno dei media che sono stati bannati dalla Casa Bianca su ordine di Trump. Per cercare di riportare i suoi giornalisti all’interno delle sale istituzionali americane, Döpfner ha avviato una capillare opera di persuasione. Non soltanto con Kushner. A febbraio, quindi un mese dopo averlo incontrato, si è visto con Susie Wiles, l’importantissima capa di gabinetto di Trump, che la considera centrale per il suo lavoro. A settembre, invece, ha premiato di persona Peter Thiel, altra figura fondamentale nell’alveo del presidente. Un modo elegante per cercare di rientrare nella sua cerchia.
On Thursday, Former Ecuadorian President Rafael Correa denounced the arrest of Luisa Gonzalez, a former presidential candidate and one of the leading figures in the Citizen Revolution movement.
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On social media, Correa criticized Gonzalez’s arrest and expressed his disapproval of the measure, accompanying his message with slogans of support for the leader and her political organization.
Andean Parliamentarian Virgilio Hernandez joined in the denunciation, asserting that Gonzalez has been the target of political persecution and expressing concern about the lack of official information regarding her whereabouts following her arrest.
Meanwhile, Ecuadorian media cited police sources who preliminarily “confirmed” the former candidate’s arrest, although authorities had not initially provided complete details about the procedure.
🔴 Gabriela Rivadeneira denuncia el secuestro de Luisa González y exige su liberación inmediata
— Elena Rodríguez Yánez (@ElenaDeQuito) October 22, 2026
La presidenta del movimiento Revolución Ciudadana, Gabriela Rivadeneira, denunció que la excandidata presidencial Luisa González ha sido secuestrada y exigió su inmediata liberación,… pic.twitter.com/77XQVmE70E
The text reads, “Gabriela Rivadeneira, president of the Citizen Revolution, denounced the kidnapping of Luisa Gonzalez and demanded her immediate release, following her arrest in the early hours of Thursday, October 22, in the Ecuadorian province of Manabi.”
The case comes weeks after the Electoral Disputes Tribunal upheld the disqualification that prevented Gonzalez from running for Prefect of Manabi, a decision that was challenged by her supporters and political allies.
Days before her arrest, the leader had publicly denounced international pressure and interference in Latin American political affairs, and warned of what she considers a strategy of judicial persecution against progressive sectors in the region.
The leadership of the Citizen Revolution movement demanded immediate information on Gonzalez’s condition and whereabouts, while also calling for guarantees that her rights will be respected during the ongoing legal proceedings.
#FromTheSouth News Bits | Ecuador: Delegations from all provinces participated in the first day of the National Convention of the Citizen Revolution Movement, which was held in Manta, Manabi province. pic.twitter.com/1bGT3DeLKo
— teleSUR English (@telesurenglish) January 21, 2026
teleSUR: JP
Source: teleSUR

Non c’è tema politico più divisivo del Green Deal nell’Unione Europea, anche all’interno dei singoli Stati. Richieste di soppressione, modifiche radicali, attuazione senza intoppi attraversano le campagne elettorali. Ma è bene ricordare che la ragione per cui è stato promosso non è uno slancio etico ma una valutazione di costi e benefici ambientali ed economici che, certo, deve essere aggiornata, ma non tradita.
In questi giorni il Partito popolare europeo sta spingendo per un nuovo rinvio dell’ETS2 (il mercato delle emissioni per trasporti e riscaldamento, previsto dal 2028) e per allentare le norme sulle emissioni di metano. Sul fronte delle auto, i negoziatori di PPE, Socialisti e Renew hanno raggiunto un compromesso che consentirebbe di ridurre fino all’87,5 per cento il taglio delle emissioni delle nuove auto nel 2035, anche attraverso crediti per l’acciaio europeo a basse emissioni, con aperture a carburanti rinnovabili e ibride plug-in e incentivi contabili per le piccole elettriche efficienti.
Sono iniziative in discussione, non decisioni già approvate: l’intesa sulle auto deve essere confermata dai gruppi politici, diventare la posizione del Parlamento e poi essere negoziata con i governi. Ma il segnale politico è chiaro: il ridimensionamento non viene più soltanto da governi e industria, coinvolge ormai anche la maggioranza europeista del Parlamento, Renew compresa. Imporre nuovi costi a chi non ha alternative accessibili può essere un errore. Ma la domanda di fondo è un’altra: cosa si intende fare del tempo guadagnato? Costruire quelle alternative o rinviarle ancora?
C’è un problema che i critici del Green Deal continuano a sottovalutare: la vulnerabilità di un’Europa che deve comprare all’estero gran parte dell’energia necessaria a vivere e produrre. Nella settimana conclusa il 18 ottobre, i flussi petroliferi dal Medio Oriente, comprese le rotte alternative a Hormuz, hanno superato, secondo il Wall Street Journal, i livelli pre-guerra (oltre 24 milioni di barili al giorno contro 23,3). Ma il recupero delle quantità non è un ritorno alla normalità. Trasporti, assicurazioni e rischio militare continuano a presentare il conto.
Il petrolio può arrivare senza tornare conveniente, e nessuno garantisce che arrivi domani alle stesse condizioni. È il costo della dipendenza, che scompare troppo spesso dal dibattito: si sommano gli oneri della transizione e si tratta la conservazione del sistema precedente come se fosse gratuita.
Intanto il clima ci mette fretta. Il nuovo Emissions Gap Report dell’UNEP avverte che il superamento di 1,5 gradi non è più evitabile. Bisogna contenerne entità e durata, tagliando rapidamente le emissioni per rendere possibile un ritorno sotto quella soglia entro fine secolo. Essere in ritardo è una ragione per accelerare gli interventi efficaci e finanziare l’adattamento, non per fermarsi.
Questo non significa che ogni misura del Green Deal fosse giusta o ogni scadenza ragionevole. Ma alle ragioni climatiche della transizione si aggiungono quelle della sicurezza economica.
Il paradosso è evidente: i conservatori rivendicano la sovranità, ma una parte di quella sovranità passa dalla capacità di produrre energia sul nostro territorio e di consumarne meno. Il nostro sole e il nostro vento non attraversano Hormuz. L’efficienza non richiede una scorta navale. Certo, non sostituiscono direttamente il petrolio dei trasporti: lo fanno attraverso l’elettrificazione e riducono il peso del gas. Servono impianti, reti, accumuli, e bisogna evitare di sostituire una dipendenza con un’altra (questa volta dai componenti cinesi). Ma un combustibile da ricomprare ogni giorno e un impianto che produce per anni non comportano la stessa vulnerabilità.
Difendere il Green Deal non obbliga a difenderne ogni disposizione. Correggerlo dovrebbe servire a renderlo efficace. L’autonomia energetica richiede investimenti e reti comuni, un mercato integrato, una capacità industriale europea. Richiede, insomma, più Europa. Chi invoca la sovranità dovrebbe spiegare come conquistarla continuando a comprare, insieme a gas e petrolio, la propria vulnerabilità.
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In a direct confrontation with Russia, European NATO states would likely be even more vulnerable than Ukraine to swarms of Russia’s new jet-powered strike weapons, Fabian Hoffmann of the Norwegian Institute for Defence Studies (NIDS) argued in a 20 October op-ed for the Center for European Policy Analysis (CEPA). He calls them low-cost cruise missiles. Just three days earlier, Romania met what it believes were two of them over the Black Sea.
Romanian F-16 fighter jets shot down two jet-powered Geran-family drones over Romania’s territorial waters on 17 October, the Defense Ministry said. Interim Defense Minister Radu Miruță said they flew at about 450 km/h and were likely Geran-4s, the first of that type Romania had downed.
Russia began using the Geran-4 in May in response to effective Ukrainian interceptor drones, Ukraine’s military intelligence (HUR) said, adding that it reaches up to 500 km/h. By June, those interceptors were downing about half of slower Shahed-type drones, defense adviser Serhii Beskrestnov estimated.
Hoffmann traces the shift to the Geran-3, a model Ukraine recovered intact in 2025. In his account, a Chinese JT80 turbojet roughly doubled its speed, from 185 to 350 km/h. However, he puts newer models, including the Geran-4, at 600 km/h or more, above HUR’s figure for that model.
By his estimate, each costs $150,000–$250,000, against about $50,000 for a long-range drone. Still, from Russia’s perspective, he wrote, that buys a significantly higher chance of getting through.
Hoffmann argues defenses must match the threat’s speed, for example with jet-powered interceptor drones. Ukraine already fields some. On 4 October, President Zelenskyy said its Bars interceptors had shown the highest percentage among Ukrainian interceptors, about 30% of targets, according to Militarnyi. One unit destroyed five aerial targets with five Bars interceptors, Defense Minister Yevhenii Khmara later told journalists. He also called aviation one of the most effective tools against jet drones.
Hoffmann’s concern is scale. Jet engines are in short supply, he wrote, because too few European and US suppliers can meet demand. Ukraine’s Defense Industry Council flagged a shortage of such engines for its drones in April. In his view, gun systems and higher-end missile defenses are too scarce or too costly to fill the gap.
Arrivano gli aiuti dell’Unione europea per le aree colpite dal ciclone Harry nello scorso gennaio. L’Italia in particolare riceverà 74,9 milioni di euro da parte del Parlamento europeo che ha approvato lo stanziamento nell’ambito del Fondo di solidarietà dell’Ue, lo strumento comunitario che aiuta gli Stati membri a fronteggiare le conseguenze delle grandi calamità naturali. Le risorse serviranno a contribuire agli interventi necessari per superare i danni provocati dalla tempesta e favorire il ritorno alla normalità nei territori interessati.
Il via libera è arrivato il 21 ottobre 2026 a Strasburgo, con 651 voti favorevoli, 17 contrari e 3 astensioni. L’erogazione dei fondi deve ora passare attraverso l’approvazione formale del Consiglio dell’Unione europea, prima del trasferimento delle risorse da parte della Commissione europea.
La somma prevista per l’Italia ammonta a 74,9 milioni di euro. Si tratta di un sostegno finanziario destinato agli interventi di ripristino nelle zone colpite dal ciclone Harry, che ha interessato il Paese nel gennaio 2026. Il finanziamento rientra in un pacchetto complessivo da 489 milioni di euro approvato dal Parlamento europeo per aiutare quattro Paesi a far fronte ai danni provocati da eventi meteorologici estremi.
Oltre all’Italia, sono coinvolti Malta, che riceverà 3,7 milioni di euro per le conseguenze della stessa tempesta Harry, il Portogallo e la Spagna, colpiti da gravi inondazioni nel febbraio 2026. Nel dettaglio, sono previsti 261,5 milioni di euro per il Portogallo e 149,1 milioni per la Spagna. La ripartizione delle risorse riflette le richieste di assistenza presentate dai singoli Paesi in relazione ai danni subiti.
Le risorse europee sono destinate a sostenere il ripristino delle aree danneggiate dalla tempesta. Il Fondo di solidarietà dell’Ue interviene infatti per aiutare gli Stati a gestire le conseguenze di calamità naturali particolarmente gravi e a finanziare le operazioni necessarie per il recupero dei territori colpiti.
Il sostegno non va quindi interpretato come un contributo erogato direttamente a tutte le famiglie o alle imprese danneggiate. Si tratta, piuttosto, di fondi pubblici destinati agli interventi ammissibili previsti dal meccanismo europeo, secondo le procedure e le condizioni stabilite per il loro utilizzo. L’obiettivo è contribuire alle spese legate alla gestione dell’emergenza e al ripristino delle condizioni essenziali nelle aree interessate. L’effettiva destinazione delle somme dipenderà dagli interventi riconosciuti ammissibili e dalle modalità di attuazione previste dalle autorità competenti.
Il Fondo di solidarietà dell’Unione europea è stato istituito per consentire all’Ue di fornire un sostegno finanziario agli Stati membri colpiti da gravi calamità naturali. Può essere attivato, in presenza dei requisiti previsti, per contribuire a coprire alcune spese pubbliche sostenute per affrontare l’emergenza e ripristinare servizi e infrastrutture essenziali.
Il fondo rappresenta uno strumento di solidarietà tra Paesi europei: permette di affiancare le risorse nazionali quando un evento eccezionale provoca danni rilevanti e richiede interventi straordinari. L’approvazione del Parlamento europeo è un passaggio importante, ma non coincide ancora con il trasferimento effettivo del denaro. Nel caso degli aiuti per il ciclone Harry, resta necessaria l’approvazione formale del Consiglio Ue, dopodiché la Commissione europea potrà procedere con il finanziamento.

Vladimir Putin ha annunciato di essere disposta a riprendere i negoziati con Ucraina e Stati Uniti per cercare di mettere fine alla guerra, dopo un incontro di circa tre ore con l’inviato speciale americano Steve Witkoff, ieri a San Pietroburgo. I colloqui potrebbero svolgersi a metà novembre ad Abu Dhabi, negli Emirati Arabi Uniti, ma per il momento non sono stati concordati né una data definitiva, né un programma negoziale. L’apertura del Cremlino è arrivata mentre il presidente americano Donald Trump sostiene che un accordo sia sempre più vicino, nonostante le persistenti divergenze tra Mosca e Kyjiv e il proseguimento degli attacchi russi contro le città ucraine.
Poche ore dopo l’annuncio, nella notte tra mercoledì e giovedì, nuovi missili russi hanno colpito la capitale ucraina, danneggiando edifici residenziali e provocando sei feriti, secondo il sindaco Vitaliy Klitschko. Gli attacchi si sono aggiunti ai bombardamenti delle ore precedenti, che avevano causato tre morti e dodici feriti a Kyjiv e altre due vittime nella regione di Kharkiv. La prosecuzione delle operazioni militari mostra la distanza tra la disponibilità a tornare al tavolo negoziale e la possibilità di ottenere una sospensione effettiva dei combattimenti.
A comunicare la posizione russa è stato Yuri Ushakov, consigliere di Putin per la politica estera, che ha partecipato all’incontro con Witkoff. Secondo Ushakov, il presidente russo ha accettato in linea di principio la proposta americana di riprendere i negoziati trilaterali a partire dal 10 novembre. I colloqui dovrebbero svolgersi inizialmente a livello tecnico, con la partecipazione di rappresentanti di Russia, Ucraina e Stati Uniti, e concentrarsi sulle future garanzie di sicurezza per Mosca e Kyjiv. Abu Dhabi è stata indicata come possibile sede. Durante l’incontro, Witkoff ha inoltre presentato a Putin le proposte discusse il giorno precedente con l’Ucraina e i governi europei, tra cui nuove garanzie di sicurezza e una possibile sospensione degli attacchi alle infrastrutture energetiche. Ushakov le ha giudicate poco utili per arrivare a una soluzione del conflitto, pur riconoscendo successivamente alcuni segnali di progresso diplomatico.
Witkoff ha definito costruttivo l’incontro con Putin, il nono tra i due dall’inizio dei contatti diplomatici promossi dall’amministrazione Trump, e ha confermato che le discussioni proseguiranno in un formato trilaterale. Ha però riconosciuto che rimane ancora molto lavoro da fare per arrivare a un accordo. Secondo Reuters, l’inviato americano ha consegnato a Putin alcuni documenti contenenti nuove idee per una possibile intesa.
La riunione di San Pietroburgo è stata preceduta da una serie di incontri a Oslo, dove martedì Witkoff aveva discusso con il presidente ucraino Volodymyr Zelensky e con rappresentanti europei, tra cui il primo ministro norvegese Jonas Gahr Støre e il presidente finlandese Alexander Stubb. Ai colloqui avevano partecipato anche rappresentanti della NATO. Durante gli incontri in Norvegia era stata avanzata anche la possibilità di organizzare un vertice direttamente tra Trump, Putin e Zelensky. Il Cremlino non ha assunto alcun impegno in questo senso, limitandosi ad accettare la ripresa delle discussioni tra funzionari. Mosca ha ribadito che un eventuale incontro tra Putin e Zelensky dovrebbe essere preceduto da un’attenta preparazione diplomatica.
Parlando con i giornalisti durante il ritorno dalla Norvegia, Volodymir Zelensky ha spiegato di avere ricevuto dagli Stati Uniti la conferma della disponibilità di Mosca e di sostenere la proposta americana di convocare rapidamente le delegazioni, preferibilmente entro i primi giorni di novembre. Ha aggiunto che Kyjiv è disponibile a discutere qualsiasi iniziativa che possa portare a un cessate il fuoco, compresa una sospensione degli attacchi alle infrastrutture energetiche, oltre a misure umanitarie. Zelensky ha comunque ricordato che la Russia aveva già manifestato in passato la volontà di partecipare ai negoziati, salvo poi rinviarli o interromperli.
Dall’inizio dell’invasione russa su vasta scala, nel febbraio del 2022, si sono susseguite diverse iniziative negoziali senza che fosse raggiunta un’intesa per fermare la guerra. Nei primi mesi del 2026, rappresentanti di Russia, Ucraina e Stati Uniti si erano incontrati ad Abu Dhabi e successivamente a Ginevra, ottenendo progressi limitati soprattutto agli scambi di prigionieri. I colloqui si erano poi interrotti a febbraio, in coincidenza con l’inizio della guerra condotta da Stati Uniti e Israele contro l’Iran.
Il principale ostacolo a un accordo resta la distanza tra le condizioni poste dai due paesi. Ieri Zelensky ha ribadito di essere disposto ad accettare un cessate il fuoco che congeli le posizioni militari lungo l’attuale linea del fronte, rinviando a successive trattative la definizione delle garanzie di sicurezza. Una soluzione del genere non comporterebbe necessariamente il riconoscimento giuridico dei territori occupati dalla Russia, ma permetterebbe di interrompere i combattimenti senza attendere un accordo politico complessivo.
Mosca continua invece a rivendicare il controllo dell’intera regione di Donetsk, nell’Ucraina orientale, comprese le aree che le sue forze non sono riuscite a conquistare. Il Cremlino mantiene inoltre la propria opposizione a un eventuale ingresso dell’Ucraina nella NATO e insiste sulla necessità di raggiungere un accordo complessivo, anziché limitarsi a una tregua temporanea. Attualmente la Russia controlla circa un quinto del territorio ucraino, compresa la Crimea, annessa illegalmente nel 2014. Putin ha ripetuto durante l’incontro con Witkoff che le sue truppe manterrebbero l’iniziativa strategica lungo il fronte, una valutazione contestata da Kyjiv e dai suoi alleati europei, che descrivono una situazione militare sostanzialmente bloccata.
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Francia e Germania sono sempre state come cane e gatto. Per almeno un secolo e mezzo, la politica europea è stata attraversata dalla loro rivalità. Oggi a riavvicinarle è il timore verso la sovraccapacità industriale cinese, anche perché il deficit commerciale dell’Unione europea con la Cina ammonta a un miliardo di euro al giorno. Il 5 ottobre Friedrich Merz ed Emmanuel Macron hanno scritto congiuntamente a Ursula von der Leyen chiedendo uno strumento per escludere un Paese terzo dal mercato unico. Obiettivo tacito, la Cina. Fino a pochi anni fa sarebbe stato difficile immaginarlo, soprattutto da parte tedesca, poiché la Germania è legata a doppio filo alle imprese cinesi.
Non che Parigi e Berlino siano improvvisamente del tutto d’accordo su come proteggere l’industria europea. La posta in gioco riguarda l’intera base industriale, dall’acciaio alle tecnologie pulite. Proprio sull’automotive si erano trovate su fronti opposti. Sulle emissioni delle nuove auto al 2035, Berlino voleva obiettivi più leggeri mentre Parigi resisteva. Sull’Industrial Accelerator Act (Iaa), la proposta con cui Bruxelles vuole usare appalti e incentivi pubblici per sostenere la produzione europea, i ruoli erano invertiti. Parigi voleva un “Made in Europe” rigido, Berlino temeva di escludere partner importanti e di spezzare le catene di fornitura della sua industria. Il 16 ottobre, l’armistizio. La Francia ha accettato un obiettivo di riduzione delle emissioni delle nuove auto del 90% entro il 2035; la Germania ha accettato un criterio “Made in Europe” per l’auto nell’Iaa. Entrambi i dossier sono ingabbiati nel trilogo, e il compromesso politico rimane tutto da tradurre in realtà.
È stata la Cina a spingere Francia e Germania verso l’intesa. A metà giugno i leader europei avevano chiesto alla Commissione di provare la strada del dialogo con Pechino per riequilibrare il deficit commerciale, preparandosi a intervenire se entro l’autunno non fossero arrivati risultati. Il 29 giugno Maroš Šefčovič, Commissario europeo al Commercio, e il ministro cinese del Commercio Wang Wentao hanno così inaugurato le Eu-China Trade and Investment Consultations. Il primo banco di prova è stato l’automotive. Nel 2024 l’Ue aveva imposto dazi sulle auto elettriche cinesi ma non sulle ibride, e i produttori cinesi hanno sfruttato la falla. Quando Pechino ha rifiutato di limitare le esportazioni, la Commissione ha iniziato a preparare una reazione, un cosiddetto “strumento di salvaguardia”. Lo strumento è rapido ma ha un difetto. Le regole dell’Omc impongono di applicarlo a tutti, senza discriminazioni. Per fermare la Cina, Bruxelles avrebbe colpito anche Regno Unito, Giappone, Corea del Sud e gli altri partner. È l’obiezione che si sente spesso a porte chiuse a Bruxelles: le salvaguardie colpirebbero soprattutto i paesi like-minded.
È qui che si situa l’iniziativa Macron-Merz. La loro lettera del 5 ottobre propone un nuovo strumento, diverso da quello di salvaguardia, per reagire in maniera rapida alle distorsioni commerciali, fino a interrompere l’accesso al mercato interno. La minaccia è bastata, e il 9 ottobre Pechino ha accettato un tetto di trecentocinquantamila auto ibride nel primo anno: meno della metà di quelli attesi, ma comunque più di quelli importati nel 2025. In cambio, Pechino ha accettato anche di continuare a facilitare le licenze per l’esportazione verso l’Europa di terre rare e magneti permanenti.
È un compromesso che mostra insieme la forza e i limiti dell’Unione europea. L’accesso a un mercato di quattrocentocinquanta milioni di consumatori offre a Bruxelles una leva che Pechino non può ignorare. Ma colpire in maniera mirata un singolo concorrente sleale senza coinvolgere gli alleati è piuttosto difficile. È il problema che l’Europa sta cercando di risolvere con l’Iaa. In Parlamento sono stati depositati circa cinquemila emendamenti e anche i grandi gruppi come il Partito Popolare sono divisi tra due impostazioni: partire da un numero ristretto di Paesi e ammettere progressivamente i partner che rispettano determinate condizioni, oppure partire da un perimetro più ampio e lasciare alla Commissione il compito di escludere chi non garantisce reciprocità. Anche gli Stati stanno cercando un compromesso: la presidenza irlandese del Consiglio ha proposto di valutare l’accesso prodotto per prodotto e Paese per Paese, sulla base degli impegni commerciali assunti dall’Ue. È in questo negoziato che acquista peso l’armistizio del 16 ottobre. Francia e Germania propongono una possibile via di mezzo: un “Made in Europe” aperto anche ad alcuni partner europei esterni all’Unione, a condizione di reciprocità e di allineamento alle regole europee. Che questo diventi un paradigma per tutti i settori non è scontato, considerando che ognuno ha interessi divergenti. Ad esempio, chi produce acciaio chiede definizioni strette, mentre i settori più integrati nelle catene globali temono di perdere fornitori e mercati.
Dopo anni passati a discutere se l’Europa debba proteggere più attivamente la propria industria, qualcosa si muove. Quali prodotti considerare europei, quali partner ammettere nel “Made in Europe” e quali condizioni chiedere in cambio? Il compromesso Macron-Merz non risolve ancora queste domande. Ma il fatto che Parigi e Berlino abbiano cominciato a formularle insieme è una novità importante.
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La Fabbrica del Vapore di Milano ospita la sesta edizione di ReA! Art Fair, la prima fiera in Italia rivolta agli artisti emergenti senza la mediazione di gallerie o musei. Dopo le ultime edizioni, la manifestazione torna alla sua storica collocazione autunnale negli spazi del centro culturale del Comune di Milano, in via Procaccini.
A organizzarla è ReA! Arte, associazione culturale no profit fondata da Maryna Rybakova e Pelin Zeytinci, con l’obiettivo di creare un punto d’incontro diretto tra le nuove voci dell’arte contemporanea, il pubblico e gli operatori del settore. Il modello è quello di un mercato primario: chi visita la fiera dialoga con gli artisti, ne conosce la ricerca e può sostenerne il percorso senza passaggi intermedi.

Anche quest’anno la fiera punta su un numero contenuto di partecipanti, con cinquanta artiste e artisti internazionali, scelti tramite un’open call aperta a candidature da tutto il mondo. La selezione è stata curata dal comitato scientifico di ReA! Arte sotto la direzione della head curator Maria Myasnikova, con l’intento di privilegiare qualità e innovazione della proposta.
Il filo conduttore dell’edizione di quest’anno è la distanza tra l’immaginare qualcosa e il portarlo nel mondo. Nel suo testo curatoriale, Myasnikova parte da una constatazione sul presente: «Oggi le idee circolano a una velocità senza precedenti. Vengono generate, condivise, consumate e dimenticate nell’arco di pochi secondi. Le immagini si moltiplicano all’infinito. Le opinioni arrivano già compiute. I concetti sono economici. La realizzazione, invece, non lo è». Le opere in mostra, tra pittura, scultura, installazione, performance, media digitali e pratiche interdisciplinari, nascono proprio da questo scarto, che secondo la curatrice è il luogo in cui l’arte acquista il proprio peso.

In un momento in cui il lavoro creativo viene misurato sempre più in termini di visibilità e rapidità, ReA! rivendica una scelta diversa, quella di sostenere pratiche che mettono la ricerca davanti alla reazione e lo sviluppo a lungo termine davanti al riconoscimento immediato. «Se le idee sono facili, la realizzazione resta un atto di convinzione», conclude Myasnikova.
La fiera si accompagna a un programma di premi e collaborazioni per gli artisti selezionati. Grazie alla nuova partnership con MARES, uno dei partecipanti otterrà una residenza in Piemonte, da maggio a luglio 2027, nel Complesso Monumentale di Santa Croce, con mostra conclusiva a settembre 2027 e catalogo edito da Allemandi. Torna inoltre il premio in denaro di Artsted, dedicato ai progetti più innovativi.
Tra i cinquanta nomi in fiera figurano, tra gli altri, Azzah Salwaa, Debora Graziano, Pauline Cordier, Nuo Chen, Marco Montemezzo (Amen), Zhang Qi, Johanna Dreyer, Isatou Jallow, Alexandra Taoukidou, Nikolai Prokofiev, Shir Shovel-Simhoni e Marco Silvestre (Nikopol).
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The U.S. Army wants to infuse new autonomous capabilities into its current and future fleets of amphibious landing ships and other watercraft. The service is also aiming to acquire up to 100 new purpose-built uncrewed surface vessels (USV). The maritime assets the service has now, often referred to as ‘the Army’s Navy,’ are obscure and generally underappreciated. However, the small force offers an important additional set of naval logistics capabilities, especially for any future fight in the Pacific, which could be further bolstered with optionally-crewed or entirely uncrewed platforms.
Army Maj. Gen. Frederick Crist, head of 8th Theater Sustainment Command (TSC), issued plans for future autonomous watercraft capabilities during a talk last week during a talk at the Association of the U.S. Army’s (AUSA) main annual symposium. 8th TSC, which has its main headquarters at Fort Shafter in Hawaii, is one of the top formations tasked with managing U.S. military logistics across the Pacific.

“In order to be able to increase theater distribution, we have the two composite watercraft companies, at end state there, west of the IDL [International Date Line],” Crist explained, referring to the Army’s future planned maritime force posture in the Pacific. “We continue partnering with industry to be able to move into autonomous watercraft systems to be able to conduct other means of maritime distribution.”
To take a step back quickly, as part of its broader regional role, 8th TSC also has forward-deployed elements in Japan. This includes the 5th Transportation Company, which is currently organized as what the Army calls a composite watercraft company. As of 2024, the unit had a pair of General Frank S. Besson class Logistics Support Vessels (LSV), as well as 10 smaller Landing Craft Utility (LCU) type vessels and four small tugs, according to the Government Accountability Office (GAO).
The Army has eight LSVs, in total, and these are by far its largest and most capable ships. The two youngest LSVs, which were acquired in the mid-2000s, also form a distinct subclass, and their design is optimized for long-distance open-ocean operations, as you can read more about here. It’s not immediately clear which LSVs are currently assigned to the 5th Transportation Company. The unit is also set to receive new Maneuver Support Vessel (Light) landing craft.

Until very recently, the 10th Support Group (Regional), headquartered in Okinawa, was more directly responsible for overseeing forward-deployed Army logistics units in Japan. Earlier this month, the Army performed a so-called ‘reflagging’ of that formation, a largely administrative process that transformed it into the 45th Sustainment Brigade.
As part of the reflagging of the 10th Support Group into the 45th Sustainment Brigade, the Army has also been pushing ahead with plans for “the standup of a second composite watercraft company in Yokohama North Dock,” in the port city of the same name on the Japanese home island of Honshu, Maj. Gen. Crist explained last week. “That end state will have two composite water[craft] companies west of the IDL [International Date Line] under the command and control of the 45th Sustainment Brigade.”

When it comes to the watercraft assigned to these units, “we’re also moving into the autonomous lane,” Crist added. “Just in August, USARPAC [U.S. Army Pacific] had an opportunity to conduct an experiment by retrofitting an existing commercial vessel, the HOS Resolute [sic; HOS Resolution], with a kit to provide autonomous navigation.”
Maritime autonomy firm Sea Machines was able to integrate its SM300 software package on the HOS Resolution in just nine days for this demonstration. The ship is a 257-foot-long offshore support vessel more typically used to support oil and gas rigs. However, it features a stern ramp and four jack-up legs that also make it well suited to loading and unloading cargo at remote beaches.

For years now, the U.S. Marine Corps has also been experimenting with the HOS Resolution and other similar ships more generally. That service has been using the vessels to help refine its new expeditionary and distributed concepts of operations, which are themselves heavily centered on future conflict scenarios in the Pacific. The Marines have brought those capabilities to Army demonstration exercises in the past, as well.

The Army sees the August experiment as a potential stepping stone to integrating increasing degrees into its existing watercraft fleets.
“You could increase the fleet of autonomous vessels by tapping into the existing manned fleet,” Maj. Gen. Crist said. “Put on retrofitting kits to be able to conduct navigation, and then eventually propulsion and engine room activities, and eventually get to a fully autonomous system.”
Even just adding in autonomous navigation capabilities could help reduce the workload for the human crews on Army vessels and provide added margins of safety. Blending autonomy with “propulsion and engine room activities” could improve reliability and reduce maintenance demands. Being able to operate those ships in a fully uncrewed mode, if desired, would open up additional operational possibilities, including just for repositioning ships across the broad expanses of the Pacific.

Reduced manning requirements could be especially attractive for the Army’s ‘Navy,’ which is already a very small part of the service’s overall force structure. Last week, Maj. Gen. Crist also talked about further leveraging traditional crewed vessels owned and/or operated by contractors.
“It’s going to be a broad portfolio of systems of systems,” he said of the overall watercraft vision for the Pacific. “Army watercraft with Army Mariners will be, of course, one aspect of it. We also look for the opportunity to be able to leverage USTRANSCOM’s (U.S. Transportation Command) contracting capability to leverage operational support vessels that are commercially owned and commercially operated. We’re considering ways of being able to have commercial vessels that become manned by Army mariners.”
It is also interesting to note here how extremely similar this all sounds to the modifications the U.S. Navy made to the Spearhead class Expeditionary Fast Transport USNS Apalachicola ahead of its commissioning in 2023. However, despite tens of millions of dollars spent and successful demonstration of autonomous capabilities, the Navy curiously decided to put the Apalachicola into service without any plan to make use of these features operationally. There does not appear to have been any effort to integrate these capabilities more broadly within the Spearhead class since then, either.

Last year, the Navy struck the four oldest Spearhead class ships from its rolls entirely and has put several others on reduced operating status, ostensibly as a cost-saving measure. The service is still acquiring new Expeditionary Fast Transports, including members of the Expeditionary Medical Ship subclass that feature expanded medical facilities. The Spearhead class was born out of a program specifically to meet Army and Marine Corps requirements, and the ships are regularly used to support those services in the Pacific and elsewhere globally.
The Army also wants to expand its fleets of purpose-built uncrewed surface vessels (USV) for use in the Pacific, as well as elsewhere globally. Just earlier this year, Army Maj. Gen. Gavin Gardner, who preceded Maj. Gen. Crist as head of the 8th Theater Sustainment Command, said he wanted to rapidly acquire as many as 100 drone boats. His vision included larger USVs capable of carrying eight to 10 standardized shipping containers.
“I could see those operating in the U.S. PACOM area of responsibility,” Gardner told reporters at a roundtable in June, according to Military Times. “I think that gives you a ton of operations, inventory in motion, easy to respond. And then because they’re autonomous, and we can work with our partner nations forward, you have those berthed up everywhere from Korea to Japan, the Philippines, Australia, Singapore, Thailand, etc.”
“Clearly, [the autonomous vessels] would be forward in the theater, kind of moving supplies, because we have a constant demand for Army watercraft time now, to deliver equipment and supplies forward in the theater,” Gardner added at that time.
One of the inherent benefits of the Army watercraft fleets, and its LSVs in particular, is their ability to help alleviate the need for the U.S. Navy to meet more localized littoral logistics needs, if they are even available to help in the first place. Navy amphibious and military sealift ships would already be heavily strained by high demand during any major conflict in the Pacific or elsewhere globally. This could easily be further exacerbated by threats to those supply lines. All of this has already been underscored this year by pressure on maritime logistics chains in the context of the war with Iran. The Army’s ‘Navy’ also offers valuable additional capabilities and capacity in non-combat contingencies, such as responding to natural disasters.

More generally, the Army has been working to expand its use of smaller USVs, including speedboat-like designs, in various roles. The service has clearly been paying close attention to Ukraine’s very successful use of drone boats in one-way kamikaze attacks, as well as ones armed with guns and rockets and examples configured as launch platforms for surface-to-air missiles and weaponized uncrewed aerial systems (UAS).
The 7th Infantry Division, one of the Army’s main maneuver combat formations in the Pacific, just recently experimented with a Ukrainian-developed Magura-series USV during an exercise in Michigan. That particular USV was configured to launch a quadcopter-type drone. Another member of the Magura family was observed being used in a one-way-attack configuration by U.S. Army Green Berets from the 1st Special Forces Group during the annual Balikatan exercise in the Philippines earlier this year.



The Army has also been experimenting with American-designed USVs. The aforementioned recent exercise in Michigan also featured a Saronic Corsair, the same type of USV that the Navy used to rescue the crew of an Army AH-64 Apache attack helicopter that went down in the Gulf of Oman in June. Explosive-laden Corsairs were also used to carry out the first known U.S. kamikaze USV attack, which was launched against a coastal target in Iran in July.

During another separate exercise in the Philippines this year, Salaknib 2026, Army forces used unarmed Rampage USVs from U.S. firm Havoc, as seen below. As part of that exercise, the USVs escorted a crewed General Frank S. Besson class LSV to its destination, heading out in front to help spot potential hazards.

“There’s all the work that the Department’s already doing with autonomy and autonomous systems that we look to take advantage of in the [Pacific] theater, as well,” Maj. Gen. Crist said at AUSA.
The Navy and the Marine Corps have both been working to grow their operational fleets of smaller USVs, as well as larger ones, in recent years. At the same time, the Navy has suffered years of setbacks and shakeups in its efforts to operationalize bigger and more capable designs. The service awarded contracts for a total of 30 new medium-sized USVs last month in its latest attempt to reverse that trend.
In September, Secretary Pete Hegseth also announced several new initiatives aimed at further expanding use of uncrewed platforms and advanced autonomous capabilities across the U.S. military and all domains. The Pentagon is presently laying the groundwork for the establishment of an all-new top-level Autonomous Warfare Command (AUTOWARCOM), which it hopes to see come to fruition next year.
What is clear now is that the Army’s vision for future watercraft operations, especially in the Pacific, is increasingly autonomous.
Contact the author: joe@twz.com
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One drone launched another drone, which then shot down a third. All three were unmanned, and all at sea off Ukraine.
Ukraine’s Navy has destroyed a Russian Shahed attack drone with a Sting interceptor launched from the Sargan 3000 unmanned surface vessel, the Navy said, showing sailors adapting to new aerial threats with sea-launched interceptors.
Russian Shaheds threaten Ukraine’s ports, coastline and the ships that approach them, so meeting those drones out at sea, before they reach land, matters for the whole southern defense.
A Ukrainian Navy sea drone, the Sargan 3000, destroyed a Russian Shahed kamikaze drone with a Sting interceptor drone
— Euromaidan Press (@EuromaidanPress) October 21, 2026
Ukrainian troops continue to adapt to new threats to protect civilians and infrastructureUkrainian Navy pic.twitter.com/kXvnqaebAw
The Sting is built to destroy Russian kamikaze drones such as the Shahed, Geran and Lancet, as well as reconnaissance drones, with quick deployment, a short training course and a top speed of 280 km/h, its producer, Wild Hornets, says.
The Sting has earned its place at the front. The Ukrainian FPV interceptor has proven highly effective in combat, with a typical hit rate of 80 to 90% depending on the unit, and on some days reaching 100 percent, one launch for one kill.
It is currently Ukraine’s most productive Shahed interceptor, according to the Wild Hornets, having destroyed more than 3,000 drones in its first seven months of use. Mounting it on a sea platform extends that record from land into the Black Sea.
The Sargan 3000 has become a multi-purpose hunter. In July, Ukrainian naval personnel used a Sargan 3000 to sink a Russian second-rank border patrol ship.
In October, the same drone boat shot down a Russian Shahed with a turret-mounted machine gun over the Black Sea. Ukraine’s Navy took the Sargan 3000 into service in April 2026, and the drone boat has a combat radius of up to 1,600 kilometers, letting it clear the sky far from shore without putting a sailor in range.
New footage of Australia’s Ghost Shark extra-large autonomous underwater vehicle (XL-AUV) provides the first look at how the vehicle launches aerial drones, while also revealing a pair of deployable masts not previously seen on the platform. The video comes soon after we got a glimpse of some of the payloads that the Royal Australian Navy plans to integrate on the new uncrewed submarine, as you can read more about in our coverage here.
"Ghost Shark has teeth now." – @PatConroy1, Australia's Minister for Defence Industry.
— Anduril Industries (@anduriltech) October 21, 2026
The @ausgov and @Australian_Navy confirmed the payloads that our Ghost Shark extra-large autonomous submarine carries: sea mines, logistics caches, and air-launched effects for ISR and strike.… pic.twitter.com/IALPFpOf4V
Published by manufacturer Anduril, the footage shows a Ghost Shark surfacing before doors on the top of its hull slide open. A launcher consisting of 12 angled tubes then emerges from a drone sub. Another launcher is seen in the other upper payload bay, but is not raised in the video. While it appears to be of the same type, the second launcher could also have a different arrangement of tubes.

The footage subsequently cuts to an ALTIUS-type drone being launched from one of the tubes, with Ghost Shark itself remaining surfaced.

The sequence provides a much more concrete look at the aerial-drone deployment concept — or one of them — than the photographs released previously, which offered the first public view inside Ghost Shark’s side payload bay.
The Australian government has said the vehicle is being developed for missions including persistent intelligence, surveillance, reconnaissance (ISR) and strike, but the precise configuration and operational capabilities of its weapons and how they are launched had not previously been disclosed.
The video does not identify which ALTIUS variant is being launched. However, Ghost Shark has previously been displayed at the Altus factory in Australia alongside derivatives of the ALTIUS-600 family. This includes the ALTIUS-600 for ISR, as well as the ALTIUS-600M, which is designed for strike missions. You can read more about this family of drones here. As we noted before, unarmed variants of the ALTIUS-600 are designed to be optionally expendable, and can be reused, although in many scenarios that isn’t possible. In terms of capabilities, the ALTIUS-600 has a maximum range of around 275 miles and can remain airborne for at least four hours, according to Anduril.

Ghost Shark can clearly deploy a substantial number of aerial drones — two dozen in this case – in a single sortie, enabling swarms to be launched far from an adversary’s coastline. Depending on the drones carried and how they are employed, such a swarm could provide broad-area surveillance, wreak havoc on enemy air defenses via electronic warfare, or attack targets.
The concept could also have value below the threshold of open conflict. A mass launch of relatively inexpensive drones could be used to probe or stimulate an adversary’s air defenses, prompting them to reveal their locations, signatures and operating procedures for collection by other intelligence assets or even some of the drones themselves. There is a precedent for exactly this going back to the early Cold War years, which you can read all about here.
Ghost Shark could carry these capabilities deep into contested waters clandestinely without putting a crew at risk, unleashing their payload even at standoff distances or right next to the shore to give the drones maximum penetration and loitering time over target, depend on the risk profile.
At the same time, while the 12-tube launchers fit neatly into Ghost Shark’s hull architecture, the modular nature of the design means that the same space can accommodate many other payloads, which might include alternative types of aerial drones. This could be fewer larger, more capable types, or far more plentiful smaller, less capable ones.
The other notable development in the video is the appearance of two deployable masts. Their presence is particularly interesting given Anduril’s emphasis on designing uncrewed underwater vehicles without the kinds of protruding mast arrangements associated with traditional submarine designs. On UUVs, masts like these are generally used to support sensors, communications, and propulsion systems.

“We don’t have big masts running down the backbone of our vehicle that a lot of other designs do that then preclude the ability for the payloads to come out in different directions… of the payload module itself,” Dr. Shane Arnott, Senior Vice President for Engineering at Anduril and the company’s maritime lead, told TWZ back in 2024.
“So we have… in effect, unlimited flexibility in this design, just the way that we’ve configured the vehicle and the payload bay itself could be almost anything within a size configuration that you can dream up,” Arnott added. “We haven’t encountered a crazy idea yet from a customer that … we can’t fit.”

The larger mast that lies flat is actually a fairly traditional one for large UUVs. It lies along the centerline of the hull when stowed, between the upper payload bays. It then deploys upward in an arm-like motion and carries an antenna. The smaller mast is located farther aft and rises vertically from its own housing. Potentially, the tall mast supports a line-of-sight datalink to the drones, while the other being a satcom array, such as one connected to Starlink/Starshield, sends drone feed to controllers anywhere in the world. It’s also worth noting that Ghost Shark could just launch the drones and send them on their missions autonomously, without needing to stay surfaced at all. Other arrangements could exist, as well, such as Ghost Shark launching a dozen drones and one larger one capable of carrying its own satcom terminal. This would allow direct control of the drones by operators anywhere in the world without Ghost Shark remaining present near the surface.
Ghost Shark also has a lower-profile swept-back sail on top of its nose section, not visible in the video. Overall, the vessel would retain a very small signature above the waterline while connected to the drones, making it hard to detect by radar and electro-optical imaging systems.

The new video follows the recent disclosure of three payload concepts for the Royal Australian Navy’s Ghost Shark: the deployment of up to 12 sea mines in a mission, the placement of supply caches on the seabed, and the launch of aerial drones. Those capabilities expand the vehicle beyond conventional underwater surveillance into a broader range of undersea warfare missions.
The mine-delivery option could support operations in strategically important maritime areas, while seabed caches could provide a means of positioning equipment and supplies for later retrieval. The aerial-drone capability, as seen in the new video, would allow Ghost Shark to extend surveillance beyond the reach of its own sensors or potentially deliver strike effects without exposing crewed platforms to the same risks. Having 12 ALTIUS drones ready to launch (and potentially the same number in the adjacent upper payload bay) would allow multiple missions to be undertaken.
The modular design is central to Ghost Shark. As we have discussed, the payload section can be configured using different hull sections and mission-specific systems, allowing the same underlying vehicle design to accommodate different requirements. The newly revealed launcher provides a first look at how at least one of those payload concepts may be implemented in practice.

Australia has committed substantial resources to autonomous and uncrewed undersea warfare capabilities, with a planned fleet of Australian-designed and built Ghost Shark vehicles serving alongside the Speartooth large uncrewed underwater vehicle (LUUV) and the BlueBottle uncrewed surface vessel (USV). The Ghost Shark program is also part of the broader AUKUS effort to develop advanced maritime technologies alongside the United Kingdom and the United States.
The new footage provides a clearer picture of the practical design choices behind that effort. Most notably, how the underwater vehicle can operationalize its aerial drone launching capability and the quantity of those systems it could potentially deploy very quickly before slipping back below the waves.
Contact the author: thomas@thewarzone.com
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È stata aperta un’indagine formale su Booking.com da parte della Commissione europea. L’obiettivo è verificare come la piattaforma contrasti truffe e frodi ai danni di chi prenota le proprie vacanze. L’annuncio è del 20 ottobre 2026 e si basa sul Digital Services Act (Dsa), il regolamento europeo che impone obblighi stringenti alle grandi piattaforme online.
Sotto la lente finiscono così:
A partire dal 25 aprile 2023, Booking.com è designata come “piattaforma online di dimensioni molto grandi”. Questa è una specifica categoria del Dsa soggetta agli obblighi più severi. Le grandi piattaforme devono individuare, analizzare e ridurre i cosiddetti “rischi sistemici” legati ai propri servizi.
Questo comprende ovviamente anche frodi e truffe. Secondo la Commissione, Booking potrebbe non aver rispettato questi obblighi. Un’indagine che nasce da un’analisi preliminare delle valutazioni del rischio (presentata tra il 2023 e il 2026). Al centro ci sono i rapporti di trasparenza e le risposte fornite alle richieste di informazioni. Un lavoro complesso, durato a lungo e svolto in collaborazione con l’Autorità olandese per i consumatori e i mercati (il Paese in cui ha sede il gruppo).
In merito si è espressa Henna Virkkunen, vicepresidente esecutiva della Commissione per la Sovranità tecnologica, la sicurezza e la democrazia:
Gli europei dovrebbero poter prenotare le proprie vacanze senza il timore di essere truffati. Il Digital Services Act stabilisce responsabilità chiare per le piattaforme nell’affrontare questi rischi e dobbiamo assicurarci che la principale piattaforma di prenotazione in Europa prenda sul serio queste responsabilità.
Uno dei fronti più importanti riguarda gli annunci truffa. Un problema che grava sulle spalle dei clienti che prenotano e degli host che affittano. La Commissione vuole capire se Booking abbia valutato e contrastato in modo adeguato il rischio di inserzioni false.
Per capire esattamente di cosa si stia parlando, ecco un esempio. Prenotate un alloggio e all’arrivo i proprietari vi dicono, sorridenti e stupiti, che non “siete nella lista”. Non c’è alcuna traccia di voi e tantomeno del vostro pagamento. Qualcuno ha infatti ben pensato di replicare quell’annuncio, intascare i soldi e sparire.
C’è poi spazio anche per quegli annunci di strutture non conformi alle regole. Una situazione grave e complessa, che vede tutti i partecipanti perdenti, tranne ovviamente i malviventi.
Si passa poi al phishing. L’indagine esaminerà i rischi legati alle truffe che sfruttano i dati delle prenotazioni. Vi sarà capitato infatti di ricevere dei messaggi all’interno della chat privata con un host. Si chiedono solitamente conferme delle carte o nuovi pagamenti, a fronte di problemi di varia natura.
Bruxelles valuterà come Booking condivide i dati con le strutture ricettive, com’è progettato il servizio di messaggistica interno e quali tutele esistono per evitare che queste informazioni finiscano nelle mani sbagliate.
Che dire poi della pubblicità. Sotto esame ci sono i cosiddetti “boosted listings”. Spiegando il concetto in italiano, si parla di quelle strutture che pagano per comparire più in alto nei risultati di ricerca. Secondo la Commissione, questi annunci potrebbero non essere segnalati con sufficiente chiarezza come pubblicità.
Gli utenti potrebbero non sapere chi ha pagato per quella vetrina, ritenendo che la posizione migliore corrisponda a una più elevata qualità dei servizi o dei locali. Un aspetto tutt’altro che secondario, perché influenza le scelte di chi confronta prezzi e strutture prima di prenotare.
Le presunte violazioni riguardano gli articoli 34 e 35 del Dsa, sugli obblighi di valutazione e riduzione dei rischi sistemici, e l’articolo 26, paragrafo 1, sulla corretta identificazione della pubblicità. Di per sé, ovviamente, l’apertura dell’indagine non corrisponde a una colpa, ancora tutta da appurare.
Questo processo consente però alla Commissione di raccogliere ulteriori prove e adottare diversi strumenti:
In base alle regole generali del Dsa, in caso di violazione accertata le sanzioni possono arrivare fino al 6% del fatturato mondiale annuo della società. Parliamo di circa 1,4 miliardi di euro.

Nell’altro articolo che la Linea pubblica oggi si legge cosa prevede lo «Scenario buono» per il 2036 presentato dall’oligarca Konstantin Malofeev al Forum economico di San Pietroburgo: presa di Odesa e Kharkiv, riduzione dell’Ucraina a uno Stato-moncone vassallo di Mosca, crisi dell’americanocentrismo e disgregazione dell’Unione europea. La domanda più interessante, oggi, non è chi condivida questo programma a Mosca, ma quanti lavorino ormai – per ideologia, per fatalismo accademico o per puro calcolo personale – a realizzarlo in Occidente o a disegnarne la mappa.
Non c’è solo la pattuglia dei propagandisti militanti: ex militari americani come Douglas Macgregor o Scott Ritter, che definiscono Odesa «città russa» e auspicano apertamente la marcia su Kyjiv, o intellettuali europei come il demografo francese Emmanuel Todd, che all’Accademia delle Scienze di Mosca celebra la vittoria della Russia «conservatrice e rassicurante» sull’Unione europea prossima all’implosione. E non ci sono soltanto i prescrittivi della resa immediata, da Jeffrey Sachs che dalle colonne della Tass intima a Kyjiv di cedere subito se non vuole perdere tutta la costa del Mar Nero, fino alle nostre caricature mediatiche, da Marco Travaglio a Michele Santoro, da Angelo D’Orsi ad Alessandro Di Battista, da Elena Basile a Ginevra Bompiani e compagnia bella.
Il caso intellettualmente più insidioso riguarda chi non si dichiara affatto filorusso, ma pretende di limitarsi a descrivere la realtà in nome della scienza politica o della geopolitica. I due campioni di questa scuola, sulle due sponde dell’Atlantico, sono il politologo dell’Università di Chicago John Mearsheimer e il direttore di Limes Lucio Caracciolo.
Partono da premesse opposte sulla natura del regime russo: Mearsheimer nega che Putin volesse conquistare l’Ucraina e ricostruire un impero e attribuisce la guerra soprattutto all’Occidente e alla Nato, pur ammettendo che a invadere è stato Putin. Caracciolo riconosce la radice imperiale del mito della Novorossija da Kharkiv a Odesa, la tratta come un dato eterno della storia russa. Eppure sul quadro finale combaciano: un’Ucraina ridotta a Stato residuo disfunzionale, «dysfunctional rump state», nelle parole di Mearsheimer; una Russia che prevale e un’Europa senza peso strategico che, per Caracciolo, non essendo un soggetto geopolitico unico, non può avere alcun ruolo. Non è identità di programma, è identità di mappa.
Nel caso di Caracciolo, il corto circuito di questo metodo è palese. Fino alla vigilia del 24 febbraio 2022 scriveva che Vladimir Putin «non attaccherà l’Ucraina (checché ne dicano gli Usa)», perché marciare su Kyjiv sarebbe stato un suicidio strategico. Dal giorno successivo, quella stessa invasione prima giudicata folle è diventata, per magia deterministica, una guerra che «la Russia non può perdere» e in cui l’Ucraina, definita «un’invenzione di Lenin e Stalin» dalla vaga identità, è condannata per legge demografica e geografica alla disfatta.
Prevedere non è volere. Ma una previsione ripetuta per anni, che dalle riviste passa ai consigli a Kyjiv di cedere, smette di essere pura descrizione; e quando sbaglia sul punto decisivo, come accadde a Caracciolo alla vigilia del 24 febbraio, il metodo andrebbe messo in discussione, non rivenduto come lucidità.
Non stupisce che quattro firme storiche del comitato scientifico e redazionale di Limes – Federigo Argentieri, Franz Gustincich, Giorgio Arfaras e il generale Vincenzo Camporini – si siano dimesse denunciando una deriva «filorussa e antieuropeista». Camporini ha colto il punto teorico decisivo: «La geopolitica senza etica e senza diritto internazionale diventa pura contabilità della forza».
Oggi quella «contabilità della forza» dei realisti di cattedra ha trovato il suo braccio esecutivo nel transazionalismo di Donald Trump. Che non è nemmeno più un realismo spregiudicato: il realista classico sacrifica la solidarietà internazionale in nome dell’interesse nazionale e della tenuta delle alleanze nel lungo periodo; il transazionalista sacrifica tutti e due – l’interesse internazionale e quello nazionale americano – sull’altare del prossimo sondaggio, del prossimo affare, del prossimo turno elettorale. Non è soltanto una politica senza ideali: è una politica senza Stato, privatizzata ad uso del leader.
I fatti di queste settimane lo mostrano. Il 9 ottobre, dopo una telefonata con Putin e a pochi giorni dal voto di metà mandato del 3 novembre, Trump ha sospeso fino ad aprile le sanzioni sul gasolio russo per frenare i prezzi alla pompa. Il giorno dopo ha chiesto apertamente che l’Ucraina si trovi un nuovo presidente, accusando gli attacchi di Kyjiv alle raffinerie russe di far salire il prezzo del carburante. Il 16 ottobre, con un ordine esecutivo che invoca l’interesse nazionale, ha congelato dazi e nuove sanzioni previsti dalla legge Graham. Mosca ha parlato di momento storico. Il cerchio si chiude: la dottrina imperiale del Cremlino, il mercantilismo privato della Casa Bianca e il determinismo geopolitico dei nostri analisti convergono sullo stesso punto, cancellare la libertà dei popoli e il diritto internazionale come fastidiosi ostacoli al negozio tra i forti. I nazionalisti russi lo chiamano «Scenario buono», Trump lo chiama «deal», i nostri geopolitici lo chiamano «realtà». Ma la mappa che ci mettono davanti è sempre la stessa.
L'articolo Mearsheimer, Caracciolo, e i realisti che chiamano geopolitica la resa a Putin proviene da Linkiesta.it.
Mario Draghi richiama l’attenzione sulle difficoltà economiche dei giovani europei, collegando le proteste degli ultimi giorni alla mancanza di crescita e alle disuguaglianze tra generazioni. L’ex presidente della Banca centrale europea ed ex presidente del Consiglio italiano è intervenuto durante una conferenza di Citadel Securities, rispondendo alle domande della giornalista di Bloomberg Lisa Abramowicz. Secondo Mario Draghi, alla base delle proteste che hanno interessato diverse città europee c’è una difficoltà strutturale legata alle prospettive economiche delle nuove generazioni.
L’ex premier ha parlato di “aspettative bloccate”, spiegando che molti giovani “hanno la sensazione che nessuno li ascolti”. Il problema riguarda soprattutto la possibilità di trovare un’occupazione stabile, migliorare la propria condizione economica e affrontare i cambiamenti del mercato del lavoro.
“La maggior parte delle persone vuole crescita e giustizia sociale, o crescita con giustizia sociale. Per i giovani, la giustizia sociale significa giustizia fra generazioni. E quando non c’è crescita, diventa molto difficile mantenerla”, ha dichiarato Draghi. L’ex presidente della Bce ha sottolineato che i giovani “faticano a trovare un impiego” e devono confrontarsi con “una società in rapidissima trasformazione tecnologica”. La mancanza di prospettive economiche, secondo Draghi, “genera ansia” e contribuisce ad alimentare il malcontento sociale.
Nel corso dell’intervista Mario Draghi ha individuato nella stagnazione economica uno dei principali problemi strutturali dell’Unione europea. “Tutta l’Europa ha avuto e ha un problema di crescita, di crescita che manca”, ha affermato. Nonostante alcune revisioni al rialzo delle previsioni economiche, l’ex premier ritiene che il continente continui a confrontarsi con le difficoltà di “una società ricca, certamente, anziana e che non cresce”.
La crescita insufficiente rischia di accentuare le differenze tra chi occupa già una posizione lavorativa consolidata e chi cerca di entrare nel mercato del lavoro. “Quando non c’è crescita, a comandare sono quelli che occupano già le posizioni, gli anziani”, ha spiegato Draghi.
Riferendosi alle manifestazioni e agli scontri registrati a Parigi e Milano, l’ex premier ha precisato che la violenza “va condannata in ogni circostanza”. Le dinamiche politiche e gli episodi di disordine rappresentano, nella sua analisi, fattori che amplificano un problema economico e sociale già presente.
Nell’analisi di Mario Draghi sono due gli elementi principali che potrebbero rendere necessario un intervento della Banca centrale europea. Il primo riguarda il contagio finanziario, ossia la diffusione della crisi di un Paese agli altri Stati dell’area euro. “Francamente, non vediamo un contagio sostanziale in Europa”, ha dichiarato, precisando che l’aumento dei rendimenti registrato in diversi mercati è diverso dalla situazione osservata durante le precedenti crisi finanziarie.
Il secondo elemento riguarda il funzionamento del credito e la capacità delle decisioni della Bce di raggiungere famiglie e imprese attraverso il sistema bancario. Un intervento potrebbe diventare necessario in presenza di difficoltà nei mercati del credito o di problemi nella trasmissione della politica monetaria. Secondo Mario Draghi, questi segnali attualmente non emergono. Anzi, “gli ultimi dati mostrano che i prestiti bancari sono aumentati”.
Labour has finally approved new drilling for gas in the North Sea, despite the project already receiving the go ahead over two years ago under the Tories, after energy prices hit a four-year high.
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Drones struck the seized Ukrtelecom building in occupied Luhansk overnight on 21 October, hitting the mobile operator Russia’s occupation authorities run there under the name “Lugacom,” Russian Telegram channel Astra and Ukrainian monitoring channels reported. The strike came a night after drones hit “Ugletelecom,” the occupation’s telecom operator in Donetsk, which reportedly runs on equipment seized from Ukrainian companies. Footage posted by Ukrainian monitors shows heavy fire damage inside the Luhansk building. Ukraine has not officially commented.
Ukraine has spent months hitting the supply lines, depots, and infrastructure that sustain Russia’s occupation of southern and eastern Ukraine, with mid-range drones striking trucks, trains, and communications towers well behind the front. This spring the commander of Ukraine’s Unmanned Systems Forces, Robert “Madyar” Brovdi, promised Russian troops in occupied territory a “stone age.” This time the targets were the networks the occupation runs on.

Residents reported explosions in Luhansk overnight, and the former Ukrtelecom building was attacked by a drone, Astra reported, citing its readers. The occupation runs its mobile operator, “Lugacom,” from the seized building, and built its network on equipment taken from Ukraine’s Kyivstar, according to dev.ua. The building also houses an occupation-run telecom services center. Luhansk is situated in the easternmost Ukrainian region and has been occupied since 2014.
Ukrainian monitoring channel Exilenova+ said Ukraine’s Defense Forces struck the building, which also hosts an information technology and technical support center. A video it posted shows extensive burning inside. Petro Andriushchenko, head of the Center for the Study of Occupation, said the drones hit a data center in the building.
Occupation officials had not commented, according to NV. In September, drones hit a hardware store in Luhansk, sparking a large fire. Earlier this month, fires broke out at a Russian supply base in Khrustalnyi, also in occupied Luhansk Oblast.

The night before, drones struck “Ugletelecom,” one of the key communications operators in occupied Donetsk Oblast, Exilenova+ reported. It operates from an office building at 60 Postysheva Street, where Ukraine’s state holding company Donbasugleobespechenie was registered before the occupation, according to RBC-Ukraine. Astra found about 27 organizations registered at the address, including internet provider Fticom, and damage on four floors.

Ugletelecom runs on equipment seized from Ukrainian companies, Donetsk-focused outlet Kochegarka reported, citing local sources. The occupation also moved local businesses that had used Ukrtelecom over to it, according to dev.ua. Residents had reported powerful explosions in the city.
In occupied Donetsk Oblast, drones attacked the 330 kV Pivdenna substation in Chystiakove, and locals reported outages, Telegram channel DroneBomber said, calling the report preliminary. Occupied Donetsk went into a blackout on the evening of 20 October after strikes on its power supply, Andriushchenko said. He also reported air defense activity and hits in the Mariupol area.
In occupied Crimea, residents of Krasnoperekopsk reported explosions and hits near the railway station, then partial power cuts, monitoring channel Crimean Wind said. In occupied Melitopol, drones tried to attack the city’s power facilities at around 03:30 but missed, Russian senator Dmitry Rogozin claimed.
French mapper Clément Molin counted 770 confirmed Ukrainian drone strikes on Russian trucks in the logistics zone 10 km behind the front line in September, up from 630 in August.