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In U.S. Gas Talks With Kremlin, Hidden Financing for Alaska Project Emerges

© Daniel Acker/Bloomberg
Gas a +200% rispetto al pre guerra in Iran: inverno a rischio stangata sulle bollette
Oltre tre volte tanto. Le quotazioni del gas sul mercato Ttf di Amsterdam hanno superato oggi i 93,5 euro al megawattora, contro i 30 di fine febbraio subito prima dell’inizio della guerra in Iran e della riduzione delle forniture attraverso lo Stretto di Hormuz. Fa +200%, a spanne. La corsa riporta l’energia – oltre al caro carburanti che ha scatenato le proteste di autotrasportatori e agricoltori – al centro delle preoccupazioni per l’inverno, quando riscaldamenti accesi e consumi di conseguenza più alti metteranno ulteriormente sotto pressione i bilanci di famiglie e imprese. Mentre il “tetto al prezzo del gas” che il governo Meloni rivendica di aver ottenuto dalla Ue non migliorerà la situazione.
Tornando ai prezzi, il paragone con la crisi del 2022, quando il gas arrivò a 311 euro al megawattora nell’agosto successivo all’invasione russa dell’Ucraina, a prima vista rassicura: oggi non va così male. Ma i prezzi attuali, pur molto sotto quel picco, sono comunque un problema per un continente che dipende ancora pesantemente dalle importazioni. E in particolare per un Paese, l’Italia, in cui il metano continua a pesare molto nella produzione di elettricità e dunque a determinarne il prezzo. Il nostro “mix energetico fortemente dipendente dalle fonti fossili“, annota l’Ufficio parlamentare di bilancio nella nota sulla congiuntura di ottobre, “contribuisce alla maggiore esposizione del nostro Paese alle oscillazioni delle quotazioni delle materie prime energetiche”. Rendendo più rapida, tra l’altro, la propagazione dei rincari dell’energia ai prezzi di beni e servizi, il che gonfia l’inflazione.
Sul fronte delle quantità disponibili, va detto, l’Italia arriva all’inverno con una buona copertura. È stato raggiunto con dieci giorni di anticipo rispetto all’avvio della stagione invernale l’obiettivo del 90% di riempimento degli stoccaggi a fronte di una media europea del 74,5%, con la Germania al 61%. Ma se le riserve allontanano il rischio di una carenza immediata e permettono di affrontare con maggiore sicurezza l’aumento dei consumi, non congelano i prezzi: il gas stoccato viene progressivamente utilizzato e le nuove forniture risentono delle quotazioni internazionali. Se il Ttf resterà vicino ai 90-100 euro, le bollette seguiranno, ovviamente con effetti che dipenderanno anche dai contratti di fornitura e dai tempi di aggiornamento delle tariffe.
La settimana scorsa Facile.it ha stimato che, con le attuali tariffe del mercato libero a prezzo bloccato, il costo medio per riscaldare casa in inverno potrebbe arrivare a 1.016 euro: il 26% in più rispetto al 2025 a parità di consumi. Per chi ha invece un contratto indicizzato, il comparatore aveva previsto a fine agosto una spesa di 709 euro per il gas nel periodo settembre-dicembre, il 43% in più rispetto allo stesso periodo del 2025. Ma da allora il Psv, il prezzo di riferimento del gas all’ingrosso in Italia, è salito fino a 0,99 euro al metro cubo. Aggiornando la stima, l’esborso sale a 750-780 euro, con un aumento annuo superiore al 50%.
È in questo contesto che il governo il 16 ottobre ha presentato come un ottimo risultato l’intesa preliminare con Bruxelles per mettere un tetto al costo del gas utilizzato nelle centrali elettriche. La soglia indicativa è di 59-60 euro al megawattora, contro i 40 euro inizialmente richiesti da Roma che puntava a ottenere il risultato rimborsando ai produttori di elettricità i soldi pagati per le quote europee di emissione. La Commissione ha detto no e alla fine l’accordo è che l’Italia riscriverà il decreto Bollette della scorsa primavera, finora inapplicato, prevedendo un meccanismo di compensazione dei maggiori costi di approvvigionamento dei produttori termoelettrici. L’obiettivo è abbassare il prezzo all’ingrosso della corrente, che in Italia viene fissato in base al costo di produzione negli impianti alimentati a metano. Ma la misura non riguarda il riscaldamento domestico. Non solo: non garantisce uno sconto uniforme a tutti i consumatori: andrà a beneficio, nel 2027, solo di quelli che hanno un contratto a prezzo variabile. I quali peraltro saranno chiamati a coprire i costi del meccanismo attraverso oneri in bolletta.
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© GNR
European Parliament Backs Three-Year Delay to Methane Rules After Pressure from Energy Suppliers
The European Parliament voted on Thursday, 22nd October, to support a three-year postponement of certain methane emissions obligations for oil, gas and coal imports, substantially extending the timetable proposed by the European Commission.
The decision follows pressure from European governments, energy companies and the United States, which have warned that implementing the regulations under the existing timetable could complicate fossil fuel supplies to the European market.
MEPs approved the amendments by 341 votes to 225, with six abstentions. The revised deadlines must now be negotiated with EU governments before they can become legally binding.
The parliamentary position also extends some postponements to European oil and gas producers, going beyond the Commission’s original proposal.
EU moves away from original timetable
The EU Methane Regulation, adopted in 2024, established requirements intended to reduce methane emissions associated with fossil fuel production, transportation and imports.
Methane is a greenhouse gas with a considerably greater warming effect than carbon dioxide over shorter periods. Emissions occur throughout the oil and gas supply chain, particularly through leaks, venting and incomplete combustion.
Under the existing legislation, new monitoring, reporting and verification requirements for imported fossil fuels were scheduled to begin on 1 January 2027.
However, the Commission proposed amendments on 14 October 2026 to give companies additional time to comply.
The European Parliament has now supported a longer postponement than the Commission requested.
Under the parliamentary amendments, importers of crude oil, natural gas and coal would have until 31 May 2031 to demonstrate equivalent monitoring, reporting and verification arrangements for relevant supplies delivered in 2030.
The requirements would cover supply contracts concluded or renewed since 4 August 2024. Older contracts would remain subject to separate reporting requirements concerning efforts to obtain compliance.
Pressure from the United States and EU governments
Energy security concerns have been central to the debate. The United States has become Europe’s largest supplier of liquefied natural gas, particularly following the reduction of Russian pipeline gas deliveries after Moscow’s full-scale invasion of Ukraine.
American officials have argued that certain provisions of the methane legislation could create substantial compliance difficulties for exporters and potentially disrupt gas deliveries.
France, Italy and the Czech Republic have also supported adjustments to the timetable, reflecting concerns about energy costs, administrative burdens and the availability of alternative supplies.
European industrial consumers remain sensitive to fluctuations in natural gas prices, while the continuing conflict in the Middle East has increased uncertainty in international energy markets.
For importers, the principal concern is obtaining reliable information about emissions generated by suppliers operating outside EU jurisdiction.
European companies must demonstrate compliance using data collected throughout production and transportation networks that they do not necessarily control.
Additional changes for European producers
Parliament’s position includes extensions for certain reporting obligations affecting oil and gas operators within the European Union.
Verified reports combining measurements of methane emissions at individual sources and production sites would be subject to revised deadlines.
For assets operated directly by reporting companies, the proposed deadline would move to February 2030. Certain non-operated assets would be covered by a later deadline in August 2031.
The amendments would also permit continuous monitoring systems to replace separate measurement campaigns where the equipment meets the required technical standards.
Independent verification would remain necessary. Romanian MEP Virgil Popescu, a former energy minister, supported the longer timetable, arguing that companies require additional time to make investments in monitoring infrastructure.
Environmental organisations have opposed further postponements, arguing that delays could prolong avoidable emissions and weaken the regulatory framework established in 2024.
Sanctions and energy security provisions
Parliament also supported an exception preventing fossil fuel supplies covered by relevant EU import sanctions from benefiting from the extended deadlines.
Importers would be required to identify the affected volumes, including where restricted-origin fuels form part of mixed shipments.
The exemption would not authorise trade already prohibited by EU sanctions.
A further amendment would require the European Commission to review implementation readiness by July 2029, including the availability of accredited verifiers and potential risks to energy supplies.
The Commission would then be able to propose additional legislative changes if substantial implementation problems remained.
Negotiations with member states
Thursday’s vote does not repeal the methane legislation or automatically postpone its requirements.
The adopted amendments represent the European Parliament’s negotiating position. The Council of the European Union must agree to any changes before the revised legislation can enter into force.
The outcome forms part of a broader debate over European industrial competitiveness and the economic consequences of environmental regulation.
As EU Today recently reported, Brussels is already adjusting parts of its climate-policy framework in response to pressure from energy-intensive industries.
Negotiations over methane reporting will now determine how far those adjustments extend into Europe’s international energy supply chains and whether the EU can preserve the regulation’s emissions objectives under a longer implementation timetable.
Rota das Algas regressa ao memmo Baleeira em Sagres com exploração do litoral e gastronomia
O programa de 7 e 8 de novembro inclui descoberta de macroalgas na Praia do Castelejo. No sábado, há também uma oficina de fermentação e um almoço temático.
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PSP apreende 500 doses de haxixe a agressor em Aveiro

Ruti Aga vencedora da Maratona de Tóquio suspensa por doping

© KIYOSHI OTA/EPA
Dal Tap alle terre rare, Roma e Baku rafforzano la partnership industriale
Cooperazione industriale, export rafforzato, nuove strade di investimenti e ulteriori partnership nei settori strategici, come le materie critiche. Italia e Azerbaigian viaggiano spedite verso una nuova stagione di relazioni, fondate su business, cultura e geopolitica, in vista del Business Forum di Baku. Gli ultimi accordi siglati a Roma alla presenza di istituzioni e imprese raccontano tutta la bontà dell’iniziativa “Italy-Azerbaijan: Strengthening Economic and Industrial Cooperation”, organizzata da Confindustria, in collaborazione con il ministero delle Imprese e del Made in Italy, il ministero degli Affari Esteri e della Cooperazione Internazionale e il ministero dell’Economia della Repubblica dell’Azerbaigian.
Gli accordi
La presenza del ministro dell’Economia azero Mikayil Jabbarov, in visita in Italia, racconta i concreti passi in avanti nel rafforzamento delle relazioni bilaterali, anche in vista del Business Forum Italia-Azerbaigian, in programma a Baku entro la fine dell’anno. Primo punto affrontato le prospettive di collaborazione tra i sistemi produttivi dei due Paesi in settori nevralgici, come energia, materie prime critiche, industria mineraria e metallurgica, intelligenza artificiale, infrastrutture digitali. Dal momento che l’Italia è il primo mercato di destinazione delle esportazioni azere, con un interscambio bilaterale che nel 2025 ha raggiunto gli 8 miliardi di euro, ecco che il futuro delle relazioni tra i due Paesi può essere costruito su una base già ampiamente solida, che è cartina di tornasole per individuare nuove partnership.
Come è noto, la cooperazione energetica è stato uno dei pilastri del partenariato bilaterale, grazie al gasdotto TAP, che ha permesso di inviare in Italia quasi 48 miliardi di metri cubi di gas tra il 2021 e il 2025. Si tratta di un’infrastruttura decisamente strategica per la diversificazione degli approvvigionamenti energetici italiani ed europei, per cui Baku e Roma intendono mettere a frutto questa buona relazione al fine di lavorare per nuove filiere industriali e tecnologiche. L’incontro, aperto dal vicepresidente di Confindustria per l’Energia, Aurelio Regina, ha approfondito le opportunità di cooperazione tra i due Paesi. Le imprese azere hanno presentato progetti e possibili ambiti di collaborazione, seguiti da incontri B2B con le aziende italiane.
Le voci
“Il partenariato strategico tra Italia e Azerbaigian si rafforza con una nuova prospettiva: affiancare alla consolidata collaborazione energetica tra i nostri Paesi nuovi investimenti azeri nel nostro sistema produttivo”, ha affermato il ministro delle Imprese e del Made in Italy, Adolfo Urso. “Vogliamo costruire con l’Azerbaigian una partnership tecnologica e industriale che valorizzi le eccellenze italiane nei settori più innovativi, dall’intelligenza artificiale applicata ai processi produttivi, fino alla robotica avanzata. La dichiarazione congiunta sulle materie prime critiche firmata oggi va in questa direzione: unire risorse azere e competenze italiane per diversificare gli approvvigionamenti e promuovere investimenti lungo l’intera filiera, anche con il possibile sostegno del Fondo Nazionale del Made in Italy”, ha aggiunto. “L’Azerbaigian può essere un partner importante anche per il progetto di deposito strategico di materie prime critiche che l’Italia si candida a realizzare a Porto Marghera: un primo sito pilota europeo per proteggere le industrie italiane ed europee dagli shock nelle forniture e rafforzare la nostra autonomia strategica”.
“La cooperazione energetica è un pilastro delle relazioni tra Italia e Azerbaigian, ma oggi abbiamo l’opportunità di rafforzare e ampliare questa partnership a nuovi settori strategici, dalle materie prime critiche alla metallurgia, dall’intelligenza artificiale alle tecnologie digitali. Il nostro export verso l’Azerbaigian ha raggiunto i 432 milioni di euro nel 2025, ma possiamo fare molto di più: secondo le stime del nostro Centro Studi esiste un potenziale aggiuntivo di oltre 110 milioni di euro”, ha dichiarato il Presidente di Confindustria Emanuele Orsini. “L’obiettivo è trasformare queste opportunità in progetti industriali, investimenti e collaborazioni di lungo periodo, valorizzando le competenze e le tecnologie delle nostre imprese e contribuendo alla diversificazione produttiva dell’Azerbaigian. Confindustria è pronta a sostenere questo percorso e a favorire nuove sinergie tra i due sistemi produttivi, anche in vista del prossimo Business Forum di Baku”.
“L’Azerbaigian è un partner strategico per l’Italia, sia sul piano economico che su quello politico e vogliamo rafforzare ulteriormente le opportunità di cooperazione industriale, anche nel settore delle materie prime critiche. La Dichiarazione congiunta sulla cooperazione strategica offrirà una cornice per integrare le competenze italiane con il potenziale minerario azero, lungo l’intera filiera, dall’estrazione alla trasformazione e al riciclo”, ha detto il ministro degli Esteri Antonio Tajani.
Le prospettive
La capacità di intercettare le nuove rotte geopolitiche a cavallo tra Caucaso e Mare Nostrum è all’origine dell’intensificarsi delle relazioni tra Italia e Azerbaigian, convinzione che il Governo Meloni ha da subito avuta ben chiara nelle priorità internazionali. Baku rappresenta un peculiare partner che si inserisce alla perfezione nel concetto di Mediterraneo Globale, da dove Roma può tessere nuove relazioni e imprimere un’accelerazione alle proprie priorità. Se in principio il nesso era essenzialmente circoscritto al dossier energetico coagulatosi attorno al TAP, progressivamente le interlocuzioni del viceministro degli Esteri Edmondo Cirielli e di quello delle Imprese e del Made in Italy Urso hanno rafforzato anche le relazioni personali, oltre che di sistema tra i due Paesi. Molto lavoro negli ultimi anni si deve anche all’ambasciatore Rashad Aslanov, che ha da poco lasciato Roma per la nuova destinazione in Turchia.
10.ª edição do Jazz nas Adegas regressa em novembro com música e vinhos de Silves

Ciclo de concertos decorre entre novembro de 2026 e maio de 2027, em diferentes produtores de vinho do concelho, promovendo a criação artística, os produtos locais e a identidade de Silves.
O Município de Silves promove a 10.ª edição do Jazz nas Adegas, iniciativa que regressa em novembro para mais uma temporada de concertos intimistas, onde o jazz se cruza com os vinhos de Silves e o património vitivinícola do concelho, os quais vão até maio de 2027, cujo programa percorre diferentes espaços de produção de vinho, proporcionando ao público o contacto próximo com os artistas, os produtores e as particularidades de cada local.
Ao longo das suas dez edições, o Jazz nas Adegas tem contribuído para diversificar a oferta cultural do concelho, levando a música a espaços distintos dos equipamentos convencionais e criando novas oportunidades de fruição artística, cuja aposta traduz a importância do investimento público na cultura, enquanto dimensão essencial da vida coletiva, e na criação de iniciativas que aproximam artistas, públicos e comunidade.
A programação arranca a 6 de novembro de 2026, na Quinta João Clara, com a atuação da Feel Good Band, seguindo-se uma segunda sessão no dia 7 de novembro. Nos meses seguintes, o ciclo apresenta diferentes formações e abordagens musicais, abrangendo várias linguagens do jazz e sonoridades próximas.

Entre os artistas e projetos desta edição encontram-se Low Tech Groove, Scooby 4 Tet, Betty and the Boopers, Sonic Bloom Jazz Collective, Silves Filarmónica Combo, Sofia Moreira Quarteto, Diga Diga Doo’s, Al Guitar Duo, Jaime Almeida Trio, Marta Santa Maria Trio, OJA, Funky Noise e The Invisible Tuba.
O programa passa por diversos produtores e espaços vitivinícolas do concelho, nomeadamente Cabrita Wines, Quinta do Francês, Quinta do Barradas, Quinta do Malaca, Paxa Wines, Barranco Longo, Quinta do Rogel, Patuá Wine, Quinta dos Sentidos e Convento do Paraíso. A ligação entre a programação musical e estes espaços contribui para dar visibilidade aos produtores, promover os vinhos locais e dinamizar a economia, articulando cultura, turismo e atividade produtiva.
A iniciativa integra uma visão de desenvolvimento local assente na valorização dos recursos endógenos, na cooperação com os agentes culturais e económicos e no envolvimento das instituições e da comunidade. Ao assinalar a sua 10.ª edição, o Jazz nas Adegas reafirma o papel da cultura na construção de um concelho mais dinâmico, coeso e ligado à sua identidade.
Os bilhetes para as primeiras sessões estarão à venda a partir das 16h00 de amanhã, 22/10/2026, através da plataforma BOL e nos pontos de venda FNAC, Worten, El Corte Inglés, CTT, Pousadas da Juventude e Quiosques Serveasy.
Com o custo de 35 euros, os ingressos destinam-se a maiores de 18 anos e incluem o acesso ao concerto, provas de vinho e tapas, um voucher para visita ao Castelo de Silves e ao Museu Municipal de Arqueologia, bem como a oferta de uma garrafa de vinho.
Esta edição conta, mais uma vez, com a parceria do Agrupamento de Escolas Silves Sul, reforçando a ligação da iniciativa à comunidade educativa.
Para mais informações, os interessados podem contactar o setor de Turismo do Município de Silves através do telefone 282 440 800 (ext. 2743) ou do endereço de correio eletrónico turismo@cm-silves.pt.
Programa
06 e 07 NOV’26
- Feel Good Band
- QUINTA JOÃO CLARA | Alcantarilha
27 e 28 NOV’26
- Low Tech Groove
- CABRITA WINES | Silves
04 e 05 DEZ’26
- Scooby 4 tet
- QUINTA DO FRANCÊS | Odelouca – Silves
08 e 09 JAZ’27
- Betty and the Boopers
- QUINTA DO BARRADAS | Silves
29 e 30 JAN’27
- Sonic Bloom Jazz Colective
- QUINTA DO MALACA | Real Picadeira – Pêra
06 e 06 FEV’27
- Silves Filarmónica Combo
- DITO CUJO | Casa Islâmica – Silves
05 e 06 MAR’27
- Sofia Moreira Quarteto
- HERDADE BARRANCO DO VALE | São Bartolomeu de Messines
19 e 20 MAR’27
- Diga Diga Doo´s
- Paxa Wines | Silves
09 e 10 Abr’27
- Al Guitar Duo
- BARRANCO LONGO | Algoz
23 e 24 Abr’27
- Jaime Almeida Trio
- QUINTA DO ROGEL | Silves
07 e 08 MAI’27
- Marta Santa Maria Trio
- PATUÁ WINE | Silves
15 MAI’27
- OJA
- QUINTA DOS SENTIDOS | Silves
21 e 22 MAI’27
- Funky Noise
- CONVENTO DO PARAÍSO | Silves
UK Approves Long-delayed Jackdaw Gas Field on Energy Security Grounds
Jazz nas Adegas percorre espaços vitivinícolas de Silves até maio de 2027
A 10.ª edição do Jazz nas Adegas começa em Alcantarilha, com a Feel Good Band, nos dias 6 e 7 de novembro. O ciclo percorre espaços do concelho de Silves até maio de 2027.
O conteúdo Jazz nas Adegas percorre espaços vitivinícolas de Silves até maio de 2027 aparece primeiro em Barlavento.
10.ª edição do Jazz nas Adegas regressa em novembro com música e vinhos de Silves

Ciclo de concertos decorre entre novembro de 2026 e maio de 2027, em diferentes produtores de vinho do concelho, promovendo a criação artística, os produtos locais e a identidade de Silves. O Município de Silves promove a 10.ª edição do Jazz nas Adegas, iniciativa que regressa em novembro para mais uma temporada de concertos intimistas, […]
Trivellazioni nel Mare del Nord. L’Ue sorride ma per Burnham iniziano i guai
Il Partito Laburista ha approvato nuove trivellazioni nel Mare del Nord. Cosa cambia per Londra e per l’Ue? In primis dal lato interno Burnham affronta una rivolta politica sul clima dopo l’approvazione della misura osteggiata da sinistra e ambientalisti, ma dal punto di vista internazionale di fatto è un’occasione interessante (anche se da mettere in cantiere ben prima delle attuali crisi).
Il neo premier non si è discostato dalla traccia imboccata dai due ministri degli Esteri, Fahnbulleh e dal suo predecessore, Ed Miliband. Infatti all’inizio dell’anno, Burnham ha lasciato intendere di condividere le posizioni del presidente americano Donald Trump che premeva non poco per esplorare in quelle zone, promettendo di adottare un “approccio pragmatico” nella decisione finale. Certo dovrà adesso salvaguardare la “sua” opinione pubblica, per questa ragione si lavora su come permettere agli organismi di regolamentazione di valutare le emissioni di carbonio generate dalla combustione del petrolio e del gas estratti dai due giacimenti.
Risale a due mesi fa la richiesta avanzata da Shell ed Equinor per ottenere l’autorizzazione ambientale. Pochi giorni fa il premier rivolgendosi alla Camera dei Comuni, ha affermato: “Adotterò un approccio pragmatico in merito a petrolio e gas; comunicheremo le nostre decisioni a breve”. Ma secondo un sondaggio condotto da Savanta per l’organizzazione ambientalista E3G, un terzo degli elettori Labour sarebbe meno propenso a votare per loro se dessero il via libera a ulteriori trivellazioni petrolifere nel Mare del Nord.
Per cui se nel nord-est della Scozia, area in cui ha sede gran parte del settore industriale, il Labour crescerebbe, altrove perderebbe: è il motivo vero della prudenza dell’inquilino di Downing street, che solo tre mesi fa prometteva bollette accessibili, crescita industriale e un clima pulito. Di contro il Partito Conservatore, all’opposizione e convinto sostenitore del progetto, ha affermato che, se approvato, il giacimento di Jackdaw potrebbe iniziare a riscaldare 1,4 milioni di case nel Regno Unito già quest’inverno.
Che significa aprire il Mare del Nord? Rosebank è il più grande giacimento di petrolio e gas non ancora sfruttato nel Regno Unito: situato a circa 80 miglia a nord-ovest delle Shetland, conoscerà il suo destino entro fine anno. Ha una capacità produttiva stimata tra i 300 e i 500 milioni di barili di petrolio entro circa 25 anni. Invece il giacimento di Jackdaw che si trova a circa 240 chilometri a est di Aberdeen potrebbe essere collegato alla rete britannica in pochissimo tempo.
A tal proposito il presidente degli Stati Uniti ha scritto il proprio pensiero su Truth Social: “Gli abitanti di Aberdeen, in Scozia, stanno ballando per le strade perché il nuovo Primo Ministro, Andy Burnham, ha dichiarato che aprirà completamente i preziosi giacimenti petroliferi del Mare del Nord!”. Lo scorso agosto BP ha messo in vendita la sua attività petrolifera nel Mare del Nord, dopo 60 anni di produzione nella regione. La vendita potrebbe potenzialmente fruttare a BP due miliardi di sterline.
Labour Finally Approves New North Sea Drilling
Labour has finally approved new drilling for gas in the North Sea, despite the project already receiving the go ahead over two years ago under the Tories, after energy prices hit a four-year high.
The post Labour Finally Approves New North Sea Drilling appeared first on The Daily Sceptic.
Polícias apreenderam 42 toneladas de cocaína em 2026

© ANDRE KOSTERS/LUSA
Dalle piazze alle minacce esterne. La tempesta perfetta sull’Europa raccontata dall’amb. Mattiolo
Dalla Francia all’Italia, fermo restando che il diritto di manifestare è assolutamente sacrosanto nelle democrazie liberali, la dimensione di queste manifestazioni ormai coinvolge studenti, famiglie, lavoratori dei settori più diversi colpiti dal caro energia, dalla globalizzazione e da tutta una serie di fattori: sono il sintomo di un disagio sociale che nell’Europa esiste perché l’Europa non vive più una crescita economica. Vede attaccate le fondamenta, ovvero la sua capacità manifatturiera, la sua capacità di innovazione tecnologica, e la sua competitività è messa a rischio. Tutto questo degenera in forme di violenza che sembrano avere l’unico scopo di destabilizzare le democrazie occidentali che noi rappresentiamo. È legittimo quindi interrogarsi su chi stia soffiando sul fuoco. Lo dice a Formiche.net l’ambasciatore Luigi Mattiolo, presidente italiano di Villa Vigoni, Centro italo-tedesco per il dialogo europeo, già Primo Consigliere alla Rappresentanza Permanente d’Italia presso l’Onu, ambasciatore a Tel Aviv, ad Ankara, a Berlino oltre che Consigliere Diplomatico del governo del Presidente del Consiglio italiano Mario Draghi.
Caro energia, black bloc, non solo a Parigi, ma purtroppo anche a Milano, ed elezioni alle porte in mezza Europa: è la tempesta perfetta? E come potrà difendersi l’Unione europea?
Innanzitutto concordo con questa definizione di tempesta perfetta, perché effettivamente siamo in una fase in cui ci sono tre fattori esogeni che colpiscono in pieno l’Europa. Il primo, ovviamente, è l’atteggiamento dell’attuale amministrazione americana con riguardo alla difesa euro-atlantica e agli evidenti tentativi di trovare un accordo sull’Ucraina con la Russia, sulla testa dell’Ucraina e sulla testa dell’Europa. Il secondo è la minaccia russa sia che sia ibrida, sia che sia inafferrabile, o anche retorica, ma comunque è sicuramente una minaccia, ed è sicuramente un fattore profondo di destabilizzazione in Europa, visto che ha portato un conflitto che non intende interrompere, evidentemente, nel cuore del continente. Il terzo è la Cina che comunque continua ad agire abbastanza spudoratamente sulle catene di valore di materiali critici e mette in difficoltà profonda l’industria e la capacità manifatturiera europea, con una esportazione direi massiccia se non selvaggia e di beni di consumo a prezzi assolutamente stracciati.
Su tutto questo poi impatta la crisi ucraina…
L’intervento di Zelensky al Consiglio europeo è stato particolarmente preoccupante, non solo perché ha coinciso con una fase in cui l’Ucraina è colpita al cuore nelle sue infrastrutture energetiche e nei suoi obiettivi, che ormai di militare non hanno nulla, ma sono semplicemente legati all’evidente disegno di scoraggiare e demoralizzare e terrorizzare la popolazione civile. Bensì c’è un’Ucraina che lamenta un appoggio strategico americano a dir poco a intermittenza, malgrado i 90 miliardi stanziati l’anno scorso dall’Unione Europea, che ormai, è bene ricordarlo, è l’unica che si fa carico dei costi della difesa ucraina in questa fase. Per cui Zelensky ha denunciato un buco l’anno prossimo di 30-35 miliardi: al momento non si vede dove l’Unione europea potrebbe andare a prendere quel denaro, a meno di non mettere mano alle riserve valutarie russe.
Con quali inconvenienti?
Si aprirebbe un autentico vaso di Pandora e personalmente capisco le perplessità del Belgio che, attraverso il meccanismo di Euroclear, finisce per essere quello giuridicamente responsabile in prima battuta della gestione e della protezione di quelle riserve. Ci sarebbe inoltre un discorso di credibilità dell’Europa come rifugio e detentore di riserve valutarie di qualunque Paese al mondo: ciò potrebbe avere delle ripercussioni gravissime e sarebbe per certi versi senza precedenti. In passato le riserve valutarie di un Paese sono state utilizzate molto spesso, ma si trattava di Paesi sconfitti, dopo un accordo di pace inevitabilmente penalizzante nei loro confronti. Ma non è questo ancora lo scenario, come sappiamo. E in più poi mi ha anche colpito questa annotazione che non voglio chiamare minaccia, perché non lo è, ma diciamo una pesante annotazione di Zelensky che ha detto chiaramente che in caso di sconfitta l’Unione europea dovrebbe far fronte a un’ondata migratoria di profughi. Francamente non penso che sarebbe altrimenti, perché dopo quattro anni di guerra e di martirio non so quanto i cittadini ucraini siano così pronti a cadere sotto il giogo della Russia vincitrice: quindi è chiaro che questo fenomeno andrebbe affrontato.
Come arriva l’Europa?
Nello scorso Consiglio europeo non sono stati fatti grossi passi avanti. Ha affrontato innanzitutto una situazione polarizzata, basta guardare alle violenze che hanno caratterizzato purtroppo le manifestazioni. Dalla Francia all’Italia, fermo restando che il diritto di manifestare è assolutamente sacrosanto nelle democrazie liberali, la dimensione di queste manifestazioni ormai coinvolge studenti, famiglie, lavoratori dei settori più diversi colpiti dal caro energia, dalla globalizzazione e da tutta una serie di fattori: sono il sintomo di un disagio sociale che nell’Europa esiste perché l’Europa non vive più una crescita economica. Vede attaccate le fondamenta, ovvero la sua capacità manifatturiera, la sua capacità di innovazione tecnologica, e la sua competitività è messa a rischio. Tutto questo degenera in forme di violenza che sembrano avere l’unico scopo di destabilizzare le democrazie occidentali che noi rappresentiamo. È legittimo quindi interrogarsi su chi stia soffiando sul fuoco. Ma non è tutto.
Ovvero?
Se non si risolverà il terzo fattore di crisi, il bilancio dei prossimi sette anni, sarà credo sempre peggio. A seconda di quanto si troverà un compromesso tra questi grandi Paesi, potrebbe essere ancor più difficile trovare un compromesso, fare delle rinunce, “vendere” alle proprie opinioni pubbliche l’accordo trovato. Se ci fossero dei cambi di coalizione di governo in grandi Paesi europei come Francia e Spagna potrebbero trovarsi al potere delle forze politiche che viceversa hanno tutto l’interesse a mortificare ulteriormente il bilancio comunitario, mettendo assolutamente a repentaglio tutti quelli che sono gli obiettivi di cui parliamo da anni, come l’innovazione, la transizione e la difesa e quant’altro.
Ritiene che proprio in un momento simile, caratterizzato dalle policrisi, così come le ha definite l’altro giorno la Presidente del Consiglio, ci sia l’opportunità per l’Ue di crescere, magari sanando le proprie deficienze. E in che modo visto che si trova con le spalle al muro?
Questa volta sì, l’Ue è proprio messa con le spalle al muro. Ma essere messi con le spalle al muro può significare soccombere oppure tirarsi fuori dall’angolo e quindi fare scelte che solo fino a un momento prima sembravano impensabili. Come? Penso al caro energia, che pesa di più ed è quello che è alla base del disagio sociale che, al di là delle violenze terribili e delle strumentalizzazioni nelle piazze, è un dato di fatto. Io mi auguro, leggendo le conclusioni del Consiglio europeo, che si prenda di petto la questione calmierando i prezzi, tornando su quello che è un cavallo di battaglia dell’Italia da molti anni cioè il disaccoppiamento del prezzo dell’energia elettrica dal prezzo del gas. Perché in questa fase il primo kilowatt di energia elettrica prodotto con le rinnovabili, nel nostro caso con l’idroelettrico, con l’eolico e soprattutto con il solare, lo paghiamo al prezzo dell’ultimo kilowatt prodotto con il gas: nelle conclusioni del Consiglio europeo si insiste perché la Commissione proponga delle soluzioni su questo fronte. In realtà non è che la Commissione le soluzioni non ce le abbia, è che manca la volontà politica di tutti gli Stati membri perché non tutti sono nelle medesime condizioni. Alcuni hanno una quota di rinnovabili molto maggiore della nostra e quindi non hanno poi questo grande interesse al disaccoppiamento, ma è arrivato il momento di studiare dei meccanismi comuni: uno potrebbe essere quello di restituire al bilanci nazionali gli extraprofitti fatti sui primi kilowatt, visto che sono stati venduti tutti al prezzo dell’ultimo kilowatt. Però è necessario anche lavorare sulla domanda, cioè fare una domanda aggregata fra Stati membri, come l’Unione europea è stata capace di fare nel caso dei vaccini per la pandemia che rimangono un esempio unico, devo dire finora anche non ripetuto, ma sicuramente replicabile sul fronte dell’energia. Infine non va dimenticata la capacità di accumulo.
Come procedere?
Attraverso batterie dieci o venti volte superiori a quelle che esistono sul continente europeo, saremmo finalmente in grado di immagazzinare l’energia elettrica prodotta da fonti rinnovabili in surplus e utilizzarla banalmente nelle fasce orarie in cui viceversa produciamo energia elettrica con il gas.
Centro Nacional de Vigilância Toxicológica das Drogas

Electricity costs put UK steelmakers in worst position in three years against EU rivals
Premium paid over French counterparts has risen to almost £30 a megawatt hour, analysis by lobby group finds
British steelmakers have been pushed further behind European rivals on electricity costs after the US-Israeli war on Iran caused a surge in global gas prices.
The premium paid by the British industry over its French counterpart has risen to almost £30 a megawatt hour (MWh), its highest level in three years, according to analysis by the lobby group UK Steel.
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© Photograph: Ian Forsyth/Getty Images

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Russian Gas, American Profits: The Economic Bargain Behind Trump’s Ukraine Diplomacy
The Trump administration’s reported proposal to restore Russian gas supplies to Europe through Ukraine marks a reversal of Washington’s longstanding energy policy. Behind the promise of an economic incentive for peace lies a more consequential question: whether Europe is being asked to restore the very dependence on Moscow that it has spent four years dismantling.
The administration of US President Donald Trump is considering the restoration of Russian natural gas supplies to Europe, including through Ukraine’s pipeline network, as part of a proposed settlement to end Russia’s war against Ukraine. The initiative would offer Moscow renewed energy revenues while potentially opening opportunities for American investors to participate in the trade.
According to a New York Times investigation published on 17 October, presidential envoys Steve Witkoff and Jared Kushner have raised the proposal with Ukrainian and European officials, including President Volodymyr Zelenskyy. The White House has confirmed that economic incentives for Russia and Ukraine form part of its peace diplomacy, although no agreement on renewed gas transit has been announced.
The proposal would require Ukraine to reopen a transit route that ceased operating for Russian exports in January 2025, while European governments would be expected to resume purchases they have spent years reducing. American negotiators reportedly regard the prospect of renewed commercial revenues as an incentive for President Vladimir Putin to reach a settlement.
There is, however, a considerable difference between offering Russia a commercial opportunity after a verified peace agreement and restoring a source of revenue and political influence before Moscow has demonstrated any willingness to abandon its territorial objectives.
From opposition to Russian gas to facilitating its return
The reported initiative represents a reversal of Trump’s earlier position on European energy security.
During his first presidency, Trump repeatedly warned Germany that its dependence on Russian energy exposed it to political pressure from Moscow. Speaking at the United Nations General Assembly in September 2018, he accused Berlin of becoming dangerously dependent on Russian supplies. Members of the German delegation visibly smiled at his remarks.
The episode acquired renewed significance after Russia’s full-scale invasion of Ukraine in February 2022. Germany had developed an extensive commercial relationship with Gazprom, while the Nord Stream pipelines were intended to facilitate Russian gas deliveries directly to Germany, bypassing traditional transit countries, including Ukraine.
Trump maintained his opposition to those energy relationships well into his second presidency. As EU Today reported in September 2025, he told European governments that continuing to purchase Russian energy amounted to financing the war against themselves.
Washington is now reportedly considering precisely the commercial relationship that Trump previously identified as a strategic danger.
The change cannot be explained solely by the objective of ending the war. It also coincides with discussions about a substantially different economic arrangement, in which American commercial interests could participate in infrastructure and transactions previously dominated by Russia and European energy companies.
American investors and the economics of peace
On 8 October, Reuters disclosed negotiations involving Kushner and Kirill Dmitriev, Putin’s investment envoy, concerning possible American investment in the Nord Stream pipelines.
The discussions included the prospect of US investors profiting from renewed Russian gas deliveries to Europe. Separate negotiations have involved assets belonging to the Russian energy company Lukoil.
The White House has denied that Nord Stream was a subject of recent discussions and has said any agreements must benefit American taxpayers and companies. There is no established evidence that Witkoff, Kushner or members of Trump’s family would personally profit from the proposed gas arrangements.
Nevertheless, the possibility of American participation changes the commercial equation. Russian gas returning to Europe through infrastructure involving US investors would no longer be exclusively a Russian-European business relationship.
That distinction matters financially, but it does not necessarily resolve the underlying security problem. American ownership of transit infrastructure would not eliminate Moscow’s ability to influence production, supply volumes or export decisions.
The European Union has already confronted the consequences of allowing an energy relationship to become a source of geopolitical leverage. Introducing American intermediaries would not, by itself, remove that vulnerability.
Europe’s legal and political obstacles
The proposal also conflicts with legislation already adopted by the European Union.
In January 2026, the Council formally approved a regulation phasing out Russian natural gas imports. The restrictions began taking effect in March, with the remaining long-term LNG imports scheduled to end in January 2027 and pipeline imports in autumn 2027.
Consequently, restoring substantial Russian supplies would require changes to existing EU policy or the use of legally available exceptions. Neither Washington nor Moscow can make that decision on Europe’s behalf.
Germany has already opposed the reported American initiative. Chancellor Friedrich Merz’s security adviser, Günter Sautter, reportedly objected during discussions in Florida, while former economy minister Robert Habeck warned against recreating dependence on an unreliable supplier.
The economic attraction remains understandable. European industry faces substantial energy costs, and cheaper pipeline gas could offer relief to some consumers and manufacturers. Yet commercial prices do not account for the wider costs associated with supply disruption, strategic exposure and the potential use of energy exports as political leverage.
Europe’s decision to reduce Russian gas imports was therefore not simply a change of supplier. It was a response to the security implications of its previous energy model.
The consequences for European politics
The initiative also intersects with divisions inside European politics, particularly in Germany.
Alternative for Germany (AfD) has repeatedly advocated restoring Russian energy imports, arguing that sanctions and expensive replacement supplies have damaged German industry. Sahra Wagenknecht’s left-wing BSW has advanced similar arguments concerning energy prices and relations with Moscow.
The overlap extends beyond energy policy. On 14 October, AfD and BSW representatives supported a motion in Saxony-Anhalt calling for an end to military assistance for Ukraine.
A US-backed proposal to restore Russian gas could give these parties an additional argument against the federal government’s existing approach. They would be able to point to Washington’s own negotiations when questioning the economic and strategic rationale for maintaining restrictions on Russian energy.
This does not establish that the Trump administration’s gas initiative is intended to strengthen particular European political movements. It does demonstrate how the same policy could serve several objectives simultaneously: commercial rapprochement with Russia, a negotiating incentive for Moscow and a change in the European debate over sanctions.
A peace incentive that could restore Russian leverage
The central uncertainty concerns the relationship between renewed revenues and Russian military objectives.
Washington’s argument assumes that the prospect of substantial future gas income could persuade Putin to accept a settlement. Yet negotiations over commercial cooperation have so far produced no demonstrated change in Moscow’s fundamental territorial demands.
Meanwhile, Russia continues attacking Ukraine’s energy infrastructure. On 18 October, Zelenskyy reported 76 Russian attacks on Ukrainian energy, oil and gas facilities during the preceding week, despite Trump’s announcement of an energy ceasefire that neither Kyiv nor Moscow had confirmed.
There is also an unresolved contradiction in Washington’s wider sanctions policy. Having previously demanded that Europe stop financing Russia through energy purchases, Trump has recently suspended additional American sanctions against Moscow while his representatives explore new economic arrangements.
For Ukraine, renewed transit could restore revenue lost when the previous gas agreement expired. For Russia, however, the potential benefits extend beyond immediate export earnings. Access to European markets would restore commercial relationships and a degree of political influence that Moscow lost after the invasion.
The distinction is fundamental. A peace settlement that permits carefully regulated economic cooperation after Russian withdrawal and enforceable security guarantees would be different from an agreement that restores Moscow’s commercial advantages in anticipation of concessions that have not yet been secured.
The question for European governments is therefore not merely whether Russian gas could once again become cheaper than alternative supplies. It is whether restoring that trade would leave Europe better protected against another confrontation with Moscow, or recreate the vulnerabilities that became apparent in 2022.
Washington’s proposed economic bargain cannot answer that question on Europe’s behalf.