A fronte dell’espandersi dell’autoritarismo e di minacce ibride sempre più complesse, la stretta collaborazione tra Europa e Taiwan è di fondamentale importanza, non solo per rafforzare la resilienza democratica, ma anche per salvaguardare i valori condivisi e affrontare le sfide emergenti in ambito di sicurezza. Sono le conclusioni della dichiarazione finale della Conferenza annuale del Formosa Club 2026, tenutasi a Taipei, forum giunto al secondo anno di vita, alla presenza di 49 parlamentari europei e 19 parlamenti nazionali europei, a dimostrazione del loro sostegno a Taiwan.
Si tratta di una piattaforma fondamentale per promuovere la libertà, lo Stato di diritto, la resilienza democratica e un ordine internazionale basato su regole, in un contesto caratterizzato da crescenti pressioni autoritarie e minacce ibride (tra virgolette, la Cina). Perché l’Ue ha tutto l’interesse a spingere verso tale partnership? “Taiwan è un presidio di modernità, valori comuni di diritti e democrazia, resistenza e resilienza, straordinaria capacità produttiva globale nei semiconduttori, impegnata nelle grandi sfide dell’IA, ma soprattutto frontiera della libertà. L’Italia non può che esserle al fianco”, dice a Formiche.net il vicepresidente della commissione Esteri/Difesa del Senato, Roberto Menia (FdI), raggiunto telefonicamente a Taipei, dove partecipa all’annuale conferenza.
Il riferimento è ad una cooperazione, quella tra Europa e Taiwan, che si sta focalizzando su settori nevralgici come le catene di approvvigionamento resilienti, l’innovazione democratica, l’uso dell’intelligenza artificiale, dei droni, dei sistemi a pilotaggio remoto, fino ad un ambito ormai imprescindibile come i semiconduttori avanzati. In questa direzione l’appuntamento di Taipei ha ribadito alcuni punti fissi.
Primo, l’Europa sostiene Taiwan per la gestione dei rischi relativi ai cavi sottomarini internazionali, lanciata dal ministro degli Esteri Lin Chia-lung. “Si tratta, come è noto, di arterie vitali per Nazioni ed economie digitali – aggiunge Menia – ragion per cui la cooperazione tra Europa e Taiwan va allargata ad una serie di micro settori interconnessi, come condivisione delle informazioni, riforme sistemiche, sviluppo delle conoscenze e consapevolezza del dominio marittimo. Abbiamo l’obbligo di far procedere questa alleanza su un binario preferenziale, anche a causa del diffondersi di minacce ibride sempre più complesse”.
Il Forum ha acceso un fascio di luce, a tal proposito, su un provvedimento legislativo adottato dalla Cina, ovvero la “Legge sulla promozione dell’unità e del progresso etnico”, su cui ci sono state due risoluzioni del Parlamento europeo (il 30 aprile 2026 e il 7 ottobre) che hanno condannato le disposizioni extraterritoriali di tale legge, definendole una forma di repressione transnazionale. Secondo, le attività condotte contro Taiwan nella cosiddetta “zona grigia” abbracciano svariate forme di interferenza ibrida, come la disinformazione e le pressioni di carattere militare fatte nello Stretto di Taiwan. Terzo, la Risoluzione 2758 dell’Assemblea generale delle Nazioni Unite non definisce lo status di Taiwan e non preclude la partecipazione significativa di Taiwan a organizzazioni e meccanismi internazionali, per cui il Forum sostiene che la partecipazione internazionale di Taiwan, laddove le sue competenze possano offrire un contributo alla comunità internazionale, sia da perseguire in maniera decisa.
“L’Italia – conclude il senatore di FdI – è consapevole del ruolo di Taiwan nello scacchiere economico e geopolitico, d’altronde siamo dinanzi ad una fase caratterizzata da policrisi, come ripetuto spesso dalla presidente del Consiglio, Giorgia Meloni. Roma sta tessendo con Taipei una tela fatta di amicizia, rispetto e condivisione di progetti industriali e obiettivi politici, così come il governo ha fatto sin dal suo insediamento con la grande attenzione verso l’Indopacifico”.
Il 21 settembre il governo di Baku ha modificato le norme sull’abbigliamento nelle scuole pubbliche, vietando capi considerati incompatibili con l’uniformità delle divise o con il “carattere laico dell’istruzione di Stato”. Il testo non proibirebbe esplicitamente l’hijab, ma dall’inizio di ottobre alcune studentesse e insegnanti velate si sono viste negare l’accesso alle aule. La reazione non si è fatta attendere: proteste, boicottaggi delle lezioni e almeno 37 fermi annunciati dal ministero dell’Interno azero lo scorso 12 ottobre. In un Paese a maggioranza musulmana e prevalentemente sciita, il provvedimento ha riaperto una questione che va ben oltre il codice di abbigliamento scolastico, nonché oltre gli stessi confini azeri.
Per Teheran, questo sviluppo in un paese vicino – in Iran è anche presente una massiccia minoranza azera, soprattutto nella regione di confine dell’Azerbaijan occidentale, e nel suo capoluogo Tabriz – presenta insieme un’opportunità ed un rischio.
Gli ambienti ultra conservatori iraniani hanno infatti colto l’occasione per denunciare quella che descrivono come “un’aggressione all’identità islamica” del Paese vicino. Il religioso Mohammad Javad Fazel Lankarani ha condannato le nuove restrizioni, mentre esponenti politici e quotidiani conservatori hanno evocato pressioni occidentali ed in particolare il ruolo di Israele. Il giornale Kayhan, il cui direttore viene nominato direttamente dalla Guida Suprema, ha sostenuto che le misure adottate a Baku risponderebbero ad una logica imposta da Tel Aviv, con cui esiste una profonda cooperazione anche sul piano militare – laddove Teheran, in modo apparentemente controintuitivo, sostiene da tempo l’Armenia, paese a maggioranza cristiana, che a sua volta ha una massiccia minoranza in Iran.
È una lettura che riflette una preoccupazione geopolitica autentica, ma anche una convenienza interna. Per la Repubblica islamica questo legame israelo-azero costituisce da tempo un motivo di allarme. Presentare le restrizioni sul velo come il prodotto di un’agenda israeliana consente ai conservatori iraniani di saldare due battaglie: quella per la centralità della religione nella società e quella contro l’influenza strategica di Israele nel Caucaso meridionale.
Eppure, è proprio in questa dimensione che emerge la contraddizione più difficile da aggirare. In Iran, il velo obbligatorio è diventato uno dei simboli della coercizione esercitata dallo Stato sulla vita privata. Sin dalle proteste in seguito alla morte di MahsaAmini, e alla nascita del movimento “Donna, vita, libertà” nel 2022, nonostante la legge non sia stata ufficialmente abolita, in molte aree urbane dell’Iran le donne senza velo sono diventate quasi la normalità, mentre le autorità oscillano tra periodi di tolleranza e nuove campagne repressive.
È in questo contesto che la vicenda azera può trasformarsi in uno scomodo specchio per Teheran. In questo senso, il quotidiano riformista Mardomsalari ha sottolineato l’ironia di quanti, in Iran, hanno a lungo sostenuto che la legge debba essere rispettata anche quando impone il velo, e ora si ritrovano ad invocare il diritto delle studentesse azere a indossarlo, contro la stessa legge azera. Sui social, decine di attivisti e commentatori – come Golshan Fathi o Moosa Hasanvand – hanno spinto il ragionamento anche oltre, verso una posizione in fin dei conti logica e di buonsenso: obbligare una donna a velarsi e costringerla a togliersi il velo sono due forme diverse della stessa ingerenza.
Si contesta alla radice l’idea che lo Stato possa decidere quale abbigliamento sia legittimo per una donna, sia quando giustifica la propria scelta in nome della laicità, sia quando lo fa in nome della religione. La libertà di scelta, in questa prospettiva, non appartiene né ai sostenitori del velo né ai suoi oppositori: appartiene a chi lo indossa o lo rifiuta.
Il dibattito assume così una dimensione politica e filosofica: i conservatori iraniani possono denunciare la discriminazione religiosa in Azerbaigian ma così facendo rischiano di rafforzare involontariamente le argomentazioni di chi, in patria, chiede di porre fine all’obbligo del velo nei luoghi pubblici. Perché se il problema è il diritto delle ragazze azere a frequentare la scuola indipendentemente dal velo, diventa più difficile sostenere che lo Stato iraniano possa punire le donne iraniane che non vorrebbero indossarlo.
Sul piano diplomatico, Teheran sembra anche consapevole dei rischi. L’ambasciata iraniana a Baku ha respinto le accuse di interferenza nella controversia, dopo che un’organizzazione azera aveva denunciato presunte campagne straniere contro la nuova legge del Paese. Il 20 ottobre il portavoce del ministero degli Esteri iraniano, Esmail Baghaei, ha auspicato una soluzione fondata sul dialogo, sul rispetto dei diritti fondamentali e sulla comprensione reciproca, insistendo sui legami storici tra i due popoli.
Una cautela non casuale. Iran e Azerbaigian condividono una storia, una frontiera e una maggioranza religiosa sciita ma come accennato le loro relazioni sono attraversate da rivalità strategiche. Teheran guarda con sospetto alla cooperazione azera con Israele e teme che il rafforzamento di Baku alteri gli equilibri regionali. L’Azerbaigian, dal canto suo, difende la propria sovranità e respinge le ingerenze esterne. Il velo offre ora a entrambi un nuovo motivo di attrito, perché trasforma una disputa interna azera in una questione di identità religiosa e legittimità politica. Alcune importanti personalità iraniane, come Ali Akbar Velayati, si sono spinte fino a mettere in dubbio l’opportunità che Baku ospiti il prossimo anno il prossimo summit del Consiglio di Cooperazione islamica.
È improbabile, tuttavia, che da sola la controversia provochi una rottura diplomatica. Più concreto, invece, il rischio che le ragazze escluse dalle aule finiscano per essere ridotte a simboli in una contesa che non hanno scelto.
Il tempo non esiste (almeno come misura assoluta), ci insegna la fisica quantistica, e proprio per questo la misurazione è relativa, può quindi essere funzione delle bottiglie aperte e delle persone che le bevono in un locale. Tra i tavoli affollati di InVino, il wine bar-enoteca che nel centro di Yerevan ha contribuito a plasmare l’esperienza enoica nella capitale armena, Mariam Saghatelyan lo fa partendo da uno stupore quasi incredulo. «Se quattordici anni fa qualcuno mi avesse detto che la scena del vino armeno sarebbe diventata quella di oggi, e che avremmo avuto a Yerevan l’evento clou annuale del Concours Mondial, sarei stata piuttosto scettica», ammette sorridendo. «All’epoca non avevamo quasi nessun vino da presentare al mondo, mentre oggi ne abbiamo così tanti da offrire».
È da questa distanza percorsa che parte il suo ragionamento sul presente e sulla prospettiva del vino armeno. Un futuro che, nella sua visione, non passa dai grandi numeri.
Piccoli è la scelta, non il limite Saghatelyan è netta nel rifiutare l’idea di un’Armenia produttrice di massa. «Poiché l’Armenia è essenzialmente così piccola e abbiamo un terroir così interessante, una storia e una cultura della vinificazione millenarie – dichiara con convinzione – credo che il nostro futuro sarà fatto di produzioni molto piccole e di proposte di nicchia capaci di essere riconosciute in tutto il mondo. Dovremo raggiungere davvero le persone a cui piacciono i nostri vini e che vogliono capire questa storia, questa cultura».
Le proporzioni sono presto fatte, perché «l’Armenia del vino non arriva alle dimensioni di una piccola regione della Francia o dell’Italia». Da questo, però, non discende un complesso di inferiorità, ma – secondo Mariam – «una strategia orientata verso vini di qualità migliore, frutto di un approccio più interessante, vinificati nei karas tradizionali, in acciaio o in cemento, esplorando tecniche portate da tutto il mondo».
InVino, Yerevan
Trecento vitigni da studiare e una questione di origine Il vero “vantaggio competitivo” armeno, secondo Saghatelyan, è un universo vitivinicolo ancora in larga parte inesplorato. «Abbiamo oltre trecento varietà endemiche – ricorda – quindi serve più ricerca su questi vitigni autoctoni e su come siano adattati alle diverse regioni».
Occorre allora capire quale uva dia il meglio in quale territorio, ma in prospettiva risulta utile anche un sistema di tutela. «Mi piacerebbe che avessimo un sistema di denominazioni con cui poter proteggere il consumatore – spiega – perché un Areni della Vayots Dzor e un Areni dell’Aragatsotn non sono la stessa cosa, e chi acquista dovrebbe poterlo leggere sull’etichetta».
I risultati sono spesso eccellenti, soprattutto con i vitigni autoctoni Areni e Voskeat o con l’originalissimo Nrneni vinificato da Moonq. Quello che fa la differenza non è però ciò che sta nel bicchiere. «Per noi il vino non è solo una bevanda: è sempre la connessione con la terra, con le persone che fanno il vino, i contadini e i produttori».
Antico e nuovo, il vino come esperienza Se il nome delle varietà è complicato e la geografia intricata, la soluzione che Saghatelyan indica è tanto semplice quanto “radicale”: visitare l’Armenia. «Il modo migliore per capire non solo la complessità del nome, ma anche il concetto, le radici, la geografia complessa delle varietà in Armenia, è venire qui e viverlo. Si possono incontrare i produttori, si può toccare la terra, riconoscere la diversità di suoli, scoprire l’energia delle persone che danno vita al vino».
L’enoturismo diventa allora il vero biglietto da visita, forse più efficace di uno scaffale in un negozio all’estero – dove peraltro il prezzo potrebbe essere penalizzato dai dazi sulle importazioni. «Credo che il turismo esperienziale, soprattutto nel settore del vino, sia molto importante. E credo che le persone cerchino cose nuove da scoprire». Perché l’Armenia può giocare la carta di un paradosso affascinante: è «la più vecchia delle nuove» regioni vinicole – come recitava il claim del Concours Mondial de Bruxelles. È infatti un Paese di antichissima tradizione – poco importa se l’archeologia lo collochi prima o dopo la Georgia – che però si presenta al mondo come emergente. «Gli armeni hanno molte emozioni da dare, perché siamo stati fuori dal mondo del vino per così tanto tempo», chiosa Mariam.
Mariam Saghatelyan al Concours Mondial de Bruxelles
Se infatti la vitivinicoltura ha radici antiche nella regione, la pianificazione sovietica ha portato nel Novecento a una focalizzazione sulla produzione di brandy (o konjak, come veniva anche chiamato) con relativo abbandono dei vitigni autoctoni più interessanti e con una piccola “resistenza” di una vitivinicoltura di sussistenza, a uso familiare.
Fuori dallo schema C’è un vantaggio nascosto nell’essere arrivati per ultimi, o quasi. Quando dagli anni Novanta ai primi Duemila si affermava l’idea che il vino dovesse seguire un canone preciso – il rovere da barrique, un certo processo, uno stile riconoscibile – l’Armenia era altrove. E oggi questo la rende più libera di essere sé stessa. «Con l’attenzione ai vitigni locali e a uno stile produttivo originale – osserva Mariam – in qualche modo l’Armenia sembra al sicuro dal paradigma del “devi fare così”. È questo il bello. L’Armenia sta ancora esplorando tecniche e processi per trovare la sua strada, quindi stiamo ancora sperimentando, cercando ancora noi stessi».
Anche il posizionamento di mercato è, dichiaratamente, un cantiere aperto. «In questo momento abbiamo vini che partono da cinquemila dram (meno di tredici euro) e altri che arrivano oltre i duecento euro, con produzioni molto piccole da vecchie vigne. Stiamo ancora cercando di trovare un posizionamento, si sperimenta ed è tutta qui la bellezza del mondo del vino in Armenia».
Secondo Mariam, la vera scommessa rimane però il prodotto stesso. «Una volta che le persone trovano il nostro vino – dice – e capiscono che vale la pena provarlo, perché è una nicchia preziosa, allora abbiamo già raggiunto il nostro obiettivo. E questo ci aiuterà a trovare uno spazio nostro nel mercato».
Conquistare uno spazio, però, non basta. Perché bisogna difenderlo. «Se ci ritroviamo su uno scaffale da qualche parte, che garanzia c’è che un altro Paese vinicolo nuovo, soprattutto con il cambiamento climatico e tutto quello che sta succedendo, non emerga e ci prenda il posto? Una volta trovato il nostro spazio, dobbiamo fare tutto il possibile per tenercelo. Per questo cerchiamo sostegno e confidiamo nelle persone che capiscono che questo è un gioiello sconosciuto». In questo senso, oltre al consumo locale legato all’enoturismo e oltre alla curiosità dei wineloverinternazionali, i produttori contano anche sulla diaspora che ha portato milioni di armeni nel mondo.
InVino, Yerevan
Lavorare la terra, presidiare il confine Il momento non è dei più facili e Mariam non finge di dimenticarsene. «Il comparto del vino va sempre su e giù – dice – e noi ne siamo semplicemente parte. L’Armenia è un Paese sopravvissuto: siamo passati attraverso molte guerre, molte situazioni diverse nel corso della storia». E non si parla solo dei secoli andati, perché anche la recente guerra con l’Azerbaigian per il controllo sul Nagorno-Karabakh ha impattato su cantine e viticoltori costretti a fuggire, perdendo tutto.
È qui che il discorso di Saghatelyan cambia registro e tocca il nervo scoperto per il Paese. Il vino, in Armenia, non è soltanto cultura: è un modo di tenere abitata la terra. «L’idea è che dobbiamo lavorare la terra» proclama. «L’Armenia conta oltre dieci milioni di espatriati con la diaspora e solo tre milioni di persone vivono in Armenia. Credo che, per preservare la nostra cultura, i nostri confini, tutto quello che abbiamo oggi, dobbiamo essere qui, a lavorare la terra».
Nata fuori dall’Armenia e rientrata con tutta la famiglia, Mariam non nasconde la commozione nel ricordare i tempi difficili della guerra. «Nei momenti più duri dell’aggressione, parlavamo (quasi ironicamente) di viticoltura estrema, perché mentre i vignaioli cercavano di portare a termine la vendemmia, altri gli sparavano addosso. Per fortuna ora, almeno temporaneamente, la situazione sembra pacificata e allora bisogna presidiare la nostra terra».
Gena-ts, alla vita Va detto che l’Armenia, dopo la rinascita enoica, si ri-affaccia al mercato globale del vino in un momento non certo facile sotto il profilo del clima culturale che circonda il consumo di alcol in questi anni. E Saghatelyan affronta di petto la questione. «Il mondo è in un momento folle – chiosa con convinzione – e la gente dice che l’alcol non fa bene. Certo, lo capiamo, ma noi non lo scegliamo per la salute. Io non bevo vino per essere più sana; bevo vino perché, alla fine di una giornata stressante, voglio solo rilassarmi, stare con gli amici o prendermi il mio tempo, respirare e godermi la vita, perché la vita non è troppo lunga».
Ed è proprio in una parola che si raccoglie tutto il senso della sua visione del vino e della storia di InVino. «Noi armeni siamo stati schiacciati e perseguitati per tutta la nostra storia, ma la parola armena per dire brindisi è gena-ts, che significa “alla vita”. Ecco, noi beviamo sempre alla vita».
The Cali Fund, set up to raise $1bn a year for biodiversity from drug companies, remains near empty
Big pharmaceutical companies have been accused of “free-riding on nature”, after a landmark biodiversity fund that invites businesses to put some of their profits back into conservation was left virtually empty.
The Cali Fund set out to raise $1bn (£750m) annually, by asking companies that profit from nature’s genetics to contribute towards conservation in low-income countries. But more than 18 months after the fund was launched, it remains far below this target.
In 2022, I helped push through the international agreement to protect biodiversity. Wars and economic pressures can make nature seem like a ‘nice-to-have’. But it is a critical asset, and Cop17 must deliver real action
When I was five, property developers came to cut down the woods behind my home in La Tuque, Quebec. My mother encouraged me to climb one of the trees in protest, then told the developers, straight-faced, that there was nothing she could do when they asked her to get me down. A few days later, the tree was cut down anyway.
I thought about that tree in the early hours of a freezing Montreal morning in December 2022, as the gavel came down on a global agreement between nearly 200 countries to halt and reverse the loss of nature by 2030. I thought about how important nature is for our health, our food security and our economies, but also how much passion there is around protecting it, and how it has the power to inspire people all around the world.
As Cop17 kicks off, records since 1921 show more bee species declining than increasing in all parts of Europe except the Alps
Most of Europe’s wild bee species and about half of its hover fly species have declined over the last century, a study has found, as a UN biodiversity summit begins in Armenia.
Records since 1921 show more bee species are declining than increasing in all parts of Europe except the Alpine region. The richness of bee and hover fly species suffered a persistent drop in the Atlantic and Continental regions, the study found, though trends in other regions were mixed or even positive.
Four years ago nearly every government on Earth agreed to protect nature. Now, as countries gather for Cop17, the pressure is on to follow through on those commitments
Passersby could smell the dead fish before they saw them. In August, more than 3,000 pike, roach, carp and rudd were found lifeless along the River Wensum in Norwich. Some gasped for air in their final moments, desperate for the oxygen that heatwave conditions had depleted in the water. Investigators believe that the die-off was triggered by heavy rainfall that flushed through high concentrations of pollution at a time when wildlife were already struggling.
The 45-mile (70km) chalk river is one of about 250 in the country. They are a geological accident almost unique to Britain – and one of Earth’s rarest habitats. They emerge from chalk aquifers and are home to species such as freshwater shrimp, otters and stoneflies, also providing drinking water for millions of people. But just 11 have formal protection, with many ravaged by sewage pollution and overextraction. The Norfolk river is one of the few that does have legal protection, but it is in poor ecological health.
This month, nearly every country on Earth will return to the question of how to stem the rapid destruction of the natural world. Humans are driving it, but so far we have not found a way to stop it.
In late 2022, governments reached an ambitious once-in-a-decade deal to better protect nature amid scientific warnings that the planet is going through the largest loss of life since the extinction of the dinosaurs. Now, they are assessing their progress on the targets for the first time.
O secretário-geral da NATO encontrou-se com o Presidente romeno e com o primeiro-ministro búlgaro, na cimeira da UE, depois de um ataque a um navio no mar Negro. Oito pessoas estão desaparecidas.
Nikol Pashinyan’s policies are increasingly at odds with Armenia’s national interests. Instead of strengthening its security, the country is facing new and increasingly serious threats. The defeat in the Second Karabakh War has plunged Armenian society into a state of deep frustration. The prime minister’s populism and his willingness to make unilateral concessions to Azerbaijan […]
The Trump administration is trying to turn a US-brokered opening between Armenia and Azerbaijan into something more tangible: a transport corridor linking Central Asia and the South Caucasus with Western markets -- and an investment opportunity for American companies.
The United States is set to unveil the next stage of TRIPP, a planned transport corridor through southern Armenia that Washington says could open new trade routes linking the South Caucasus and Central Asia with Western markets.
En la meseta de Aragatsotn, al pie del monte homónimo, se alza el yacimiento de Aruch, un lugar que fue mucho más que una fortaleza. Entre los siglos XII y XIII, sus muros albergaron una residencia de alto rango con pavimentos de losas y cisternas; pero con el tiempo, ese espacio señorial se fragmentó en […]
At the foot of Mount Aragatsotn, in the Armenian highlands, sits the site of Aruch — a castle that was never just a castle. Between the 12th and 13th centuries, it housed a high-status residence, complete with stone-slab floors and cisterns. Over time, though, that elite space was carved up into smaller rooms, and holes […]