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Bensafrim: entre a Escrita do Sudoeste, menires e uma necrópole perdida

O novo centro interpretativo e as Rotas Rurais explicam e divulgam o património arqueológico de Bensafrim, em Lagos, os achados e as perguntas em aberto.

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Alfândega da Fé celebra a semana do Mestre José Rodrigues

VTM

A Semana do Mestre José Rodrigues, que decorre em Alfândega da Fé, destaca a arte, a memória e a criatividade, celebrando os 90 anos do nascimento do artista plástico. Esta iniciativa visa homenagear uma figura marcante da cultura portuguesa, cujas raízes estão no concelho.

O evento não se limita a recordar o percurso de José Rodrigues; procura também manter viva a sua herança artística e despertar o interesse pela arte na comunidade. A programação valoriza o papel da cultura na identidade local e promove o contacto com diversas formas de expressão artística.

Particularmente focada nos jovens, a iniciativa inclui visitas guiadas à Bienal de Arte Contemporânea das Terras de Trás-os-Montes – Linha da Terra e Oficinas Criativas. Estas experiências visam estimular a imaginação e a capacidade interpretativa dos participantes através da arte.

No dia 28 de outubro, data que marca o aniversário de José Rodrigues, as homenagens ganham um significado especial ao evocar o legado de um artista cuja obra continua a enriquecer o património cultural português.

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Iniciativa “Vamos aos Santos” promove partilha de tradições em Chaves

VTM

A iniciativa “Vamos aos Santos” teve lugar na Biblioteca Municipal de Chaves, reunindo seniores e crianças num ambiente propício à troca de saberes e valorização das tradições. O evento foi dinamizado pela Casa do Conhecimento de Chaves, em colaboração com a equipa municipal do CLDS 5G.

Estiveram presentes a Vereadora do Município, Paula Chaves, e o Presidente da ACISAT, Vítor Pimentel. Participaram também seniores do Lar da Abobeleira e cerca de 50 alunos do 3.º e 4.º anos da Escola Básica de Santo Amaro.

Integrada no projeto «Conversas com Memória», a sessão proporcionou um diálogo intergeracional que permitiu a partilha de histórias e recordações associadas à celebração dos Santos. Este encontro recriou os serões familiares de outrora, preservando as vivências através da palavra e da memória coletiva como património imaterial.

Os participantes puderam desfrutar de castanhas assadas, um sabor característico desta época do ano, que acrescentou um toque especial ao evento.

O projeto “Conversas com Memória” visa promover a animação da leitura, oficinas de escrita criativa e momentos dedicados à partilha de histórias, lendas, lengalengas, contos e cantigas antigas.

Esta iniciativa é apoiada pelo programa Pessoas 2030, através do Fundo Social Europeu+, no âmbito do Programa Portugal 2030, financiado pela União Europeia.

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São Brás de Alportel junta músicos internacionais num festival de Blues único no Algarve

Os Blues estão de regresso à Serra do Caldeirão com a 4.ª edição do Festival Internacional de Blues de São Brás de Alportel – SÃO BLUES em SÃO BRÁS.

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Teatro Municipal de Tavira recebe Raquel Tavares após regresso aos palcos

Raquel Tavares apresenta o seu trabalho mais recente em Tavira, numa fase em que prepara um novo álbum. O concerto realiza-se no Teatro Municipal António Pinheiro, a 31 de outubro.

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Publicados desde 1969, Anais do Município de Faro chegam ao 48.º volume

Reitora da UAlg Alexandra Teodósio apresenta a edição de 2026 na Biblioteca Municipal de Faro, a 31 de outubro, às 15h30. A entrada é livre, sujeita à lotação da sala.

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L’altro volto della trasformazione urbana, negli scatti di Sirkka-Liisa Konttinen

Che cosa resta di una comunità di cittadini quando le strade del suo quartiere vengono rase al suolo? Alla domanda prova a rispondere Under Development: What Happens When Cities Change?, la mostra visitabile fino al 29 novembre alla Newcastle Contemporary Art e che riunisce oltre mezzo secolo di fotografia documentaria dalla AmberSide Collection e dal Four Corners Archive. Accanto a nomi come Chris Killip e Henri Cartier-Bresson, l’esposizione racconta i grandi piani di demolizione e ricostruzione avviati in Gran Bretagna nel secondo dopoguerra, e le conseguenze che questi cambiamenti hanno avuto sui suoi abitanti.

Al centro del percorso c’è il lavoro della fotografa finlandese Sirkka-Liisa Konttinen, che per dodici anni ha documentato la vita delle comunità operaie residenti nell’area di Byker, un quartiere storico situato nella zona est di Newcastle upon Tyne, in Inghilterra. Nell’Ottocento l’area si è sviluppata come quartiere operaio legato alle industrie locali, e alla fine degli anni Sessanta era composto da case a schiera vittoriane sovraffollate e in cattive condizioni, dove abitavano circa diciassettemila persone.

Il Comune di Newcastle decise di demolirlo e ricostruirlo, all’interno di un progetto di sventramento e risanamento di quartieri considerati degradati. L’incarico venne dato all’architetto inglese Ralph Erskine, che prese spunto dal modello socialdemocratico svedese. Ne nacque il Byker Estate, insieme al Byker Wall: un edificio residenziale dal design innovativo che fungeva da barriera verso nord, proteggendo un interno di case basse, giardini e percorsi pedonali. A seguito dei lavori, gran parte della comunità originaria però non rientrò nello stabile: i lunghi tempi di costruzione e i trasferimenti temporanei spinsero molte persone a non tornare più.

Kendal Street in Snow, Byker, 1969 © Sirkka-Liisa Konttinen. Courtesy of the artist

Nel 1969 la fotografa Sirkka-Liisa Konttinen si trasferisce nel quartiere, vivendo tra i suoi abitanti, fotografando le case a schiera e la vita di strada, prima della demolizione degli immobili. Dopo anni, è tornata a fotografare un quartiere oggi conosciuto come Erskine’s Byker Wall, sorto sulle macerie del quartiere operaio. Oggi è composto da milleottocento unità abitative che ospitano novemilacinquecento persone.

All’interno del percorso espositivo sono affiancate due serie che raccontano il prima e il dopo la trasformazione, e che evidenziano lo scarto tra le ambizioni dell’urbanistica e lo stravolgimento della vita quotidiana di chi è stato travolto da quei cambiamenti. Mentre casa, rigenerazione urbana e futuro delle comunità tornano al centro del dibattito pubblico, abbiamo chiesto a Konttinen che cosa si perde e che cosa rimane nella memoria di una comunità, quando un quartiere cambia volto.

Kids with Collected Junk Near Byker Bridge, Byker, 1971 © Sirkka-Liisa Konttinen. Courtesy of the artist

Sirkka-Liisa Konttinen, lei non si è limitata a fotografare Byker, ci ha vissuto. Che cosa significava abitare in quelle case a schiera?
Le case a schiera, disposte lungo la griglia delle strade, facevano sì che ogni giorno si passasse davanti alla porta dei vicini, e così si finiva per conoscerli. La maggior parte delle case era abbastanza solida da durare ben oltre il destino che le attendeva e avrebbe potuto essere ristrutturate, con bagni interni e riscaldamento centralizzato: è ciò che la maggior parte degli abitanti di Byker avrebbe preferito, se avesse potuto scegliere. Io, come gli altri, usavo i bagni pubblici e il lavatoio comunale, che tra le donne creavano chiacchiere, battute condivise e legami sociali. Le strade, i pub e i negozi erano luoghi d’incontro, salotti comuni.

Le case che lei ha fotografato erano state classificate come inadeguate. I residenti condividevano questo giudizio?
I piani per demolire e ricostruire il quartiere erano noti da molti anni, e per questo alcune case in affitto erano state deliberatamente trascurate e lasciate andare in rovina dai proprietari. Gli abitanti non si sono mai considerati residenti di uno “slum”, un termine offensivo per una comunità orgogliosa delle proprie case e delle proprie strade. Senza dubbio gli ultimi nuclei familiari rimasti vivevano in condizioni disperate e nell’angoscia, in attesa di essere trasferiti mentre la demolizione avanzava.

A distanza di decenni, che cosa l’ha sorpresa di più della vita nel nuovo Byker Estate?
Sono stata invitata a tornare per fotografare il nuovo Byker venticinque anni dopo essere stata costretta a lasciare il vecchio. Era il 2003, quando Byker era diventato sede di un centro di accoglienza governativo per richiedenti asilo e rifugiati. La popolazione, prima bianca, era diventata visibilmente variegata quasi da un giorno all’altro. In circa ottanta ettari, racchiusi dalla “fortezza” del Byker Wall, un perimetro lungo oltre due chilometri, si parlavano ormai ventotto lingue, da persone provenienti da trentuno Paesi.

Mrs Potter in Mason Street, Byker, 1975 © Sirkka-Liisa Konttinen. Courtesy of the artist

Gli abitanti del nuovo complesso avevano storie molto lontane da quelle dei residenti originari. Che cosa ci dice questo cambiamento sul modo in cui la città assegna e ridistribuisce le case?
L’impossibile promessa di ricollocare la comunità storica di Byker nel nuovo complesso, evidentemente, non poteva essere mantenuta. Col tempo vi fece ritorno un quinto dei residenti, ma la comunità di un tempo, fatta di fitte interdipendenze, fu dispersa e distrutta. La popolazione del nuovo Byker divenne più transitoria, e gli abitanti vivevano in piccole sacche, ciascuno all’interno della propria comunità.

La fotografia documentaria rischia di raccontare queste storie in una nostalgia estetica. Come evitare questo rischio?
La fotografia documentaria ha molte forme estetiche e molti atteggiamenti diversi, sia da parte del fotografo sia da parte di chi guarda. L’estetica, qualunque essa sia, non è sinonimo di nostalgia. La nostalgia per ciò che viene rappresentata, provata dalle persone fotografate o da chi osserva la fotografia, arriva dopo (la parola nostalgia significa “desiderio struggente del passato”). Un momento catturato in una fotografia appartiene a quel momento, non è una forma di senno di poi.

 Jeremy Seabrook scrive del libro BYKER su New Society, settembre 1983: «In queste immagini è racchiusa un’intera epoca di storia sociale: riflettono le conseguenze per una comunità mentre la sua stessa ragion d’essere – le officine meccaniche e i cantieri navali – viene lentamente smantellata. Non ha nulla a che vedere con la nostalgia: le condizioni di vita erano troppo dure per questo. Ma l’attaccamento a luoghi che sono stati teatro di lotte, di amore e di sofferenza non è amore per i mattoni, la pietra e la povertà: è la misura dell’intensità di ciò che le persone, qui, provavano l’una per l’altra».

Oggi, di fronte alla crisi abitativa, alla gentrificazione e agli sfratti, che cosa possono dirci queste fotografie che il dibattito politico non riesce a dire?
Raccontano l’esperienza degli esseri umani travolti da questi sconvolgimenti.

Se dovesse scegliere una sola immagine che racconti il costo umano della trasformazione urbana, quale sceglierebbe?
Uomo che gesticola in una strada demolita, Byker 1971. Penso che la foto parli da sé.

Man gesturing in a demolished street, Byker, 1971© Sirkka-Liisa Konttinen. Courtesy of the artist

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Come il cachi è diventato croccante

A inizio ottobre, in Spagna, il raccolto di cachi era già stato ridimensionato prima di entrare nel vivo: l’Associazione spagnola del frutto stimava una resa di meno di 240 mila tonnellate contro un potenziale iniziale vicino a 320 mila. Tre grandinate hanno danneggiato i frutti, mentre il caldo ha rallentato la raccolta. Sul mercato arriva intanto un cachi trasformato dalla tecnologia, diverso da quello che si mangiava un tempo. Per generazioni, il cachi è stato un frutto da aspettare: le nonne li raccoglievano ancora sodi, e li lasciavano sopra gli armadietti della cucina, per far ammorbidire la polpa fino a diventare quasi una crema, da gustare con il cucchiaino. Assaggiato troppo presto, lasciava in bocca una sensazione asciutta e ruvida, l’astringenza tipica del frutto, provocata dai tannini solubili. Ma oggi che la frutta è un bene commerciale, il problema di averli così maturi, delicati e deperibili li rende poco adatti alla grande distribuzione.

E infatti, da qualche anno, accanto ai cachi morbidi, si vendono quelli da mordere come una mela. L’espressione «cachi mela» descrive la consistenza, senza identificare una sola varietà né un’unica tecnica produttiva. Alcune cultivar, come Fuyu e Jiro, sono naturalmente non astringenti già quando la polpa è soda. Altre, come Rojo Brillante, richiedono un trattamento dopo la raccolta. L’aspetto è simile mentre il percorso produttivo cambia.

La svolta che hanno reso i cachi buoni anche senza il riposo e hanno cambiato la loro consistenza è arrivata grazie alla scienza, dalle camere di deastringenza. Per i Rojo Brillante la ricerca ha individuato un trattamento con atmosfera ricca di anidride carbonica, circa il 95 per cento per 24 ore a 20 gradi. In queste condizioni il frutto produce sostanze che rendono insolubili i tannini responsabili dell’allappamento, mantenendo la consistenza soda. Il frutto diventa così vendibile prima di essere molle, con tempi di manipolazione più compatibili con la distribuzione moderna e soprattutto con una consistenza che piace ai più. Il caco è un frutto divisivo, e chi ne ama la morbidezza filante si contrappone a chi lo trova addirittura immangiabile proprio per la sua natura scioglievole.

La Spagna ha costruito attorno a questa nuova possibilità una intera filiera. Nella Ribera del Xúquer, vicino a Valencia, Persimon è un marchio registrato che identifica i Rojo Brillante della denominazione d’origine, pronti da consumare e croccanti, dove una tecnologia successiva alla raccolta è diventata un’identità commerciale.

La trasformazione continua nella conservazione. Per allungare la vendita oltre le settimane centrali dell’autunno servono refrigerazione, controllo dell’umidità e gestione della maturazione. Secondo Benito Orihuel, esperto di tecnologie dedicate alla frutticoltura, le conservazioni possono arrivare a 40, 50 o 60 giorni, ma espongono a rischi: alterazioni interne, danni da manipolazione e infezioni fungine che emergono durante lo stoccaggio. Proprio per evitare questi problemi, in questa filiera si impiega anche l’1-MCP, una sostanza che rallenta l’azione dell’etilene, l’ormone vegetale coinvolto nella maturazione. La praticità ha un costo tecnico e produttivo da tenere in considerazione.

Anche in Italia il cambiamento è visibile. Nel 2026 Agribologna ha presentato per la grande distribuzione cachi Rojo Brillante a polpa soda coltivati in Romagna, confezionati in coppia per un peso di 600 grammi. Segno che il destino di questo frutto è segnato anche da noi, e va nella direzione della praticità di stoccaggio e consumo.

La stagione 2026, comunque, mostra quanto sia fragile il modello fondato su disponibilità regolare e aspetto uniforme. In area valenciana, secondo l’associazione dei produttori, alcuni appezzamenti colpiti dalla grandine hanno perso tra l’80 e il 100 per cento dei frutti. Le superfici coltivate, scese da 18.500 a circa 14 mila ettari, si sono stabilizzate negli ultimi due anni, ma l’associazione segnala costi crescenti e difficoltà di ricambio generazionale. Se anche lavoriamo post raccolta, e siamo in grado di modificare la consistenza del frutto, dobbiamo comunque preoccuparci per quel che succede prima, perché il nodo è sempre legato alla terra e al clima, quando parliamo di frutta e verdure.

Il cachi resta un frutto autunnale, ma il suo destino commerciale dipende sempre meno dalla sola maturazione sull’albero. La vera innovazione è aver separato due eventi che un tempo coincidevano: perdere l’astringenza e diventare morbido. È bastato questo per far entrare un frutto da cucchiaino nella logica della frutta da mordere.

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Quelli di sinistra e di destra che vanno a vedere Brunori hanno capito tutto, tranne le battute

Dario Brunori sul red carpet alla Festa del cinema di Roma, 13 ottobre 2026 (LaPresse)

C’è una frase che a certi amici di Guccini piace tantissimo ripetere, è una frase su certi limiti del pubblico con la quale il maestrone sintetizzava egregiamente la questione, è una frase in dialetto perché Guccini era consapevole della maggior efficacia del dialetto nel veicolare un certo sbrigativo sprezzo, è una frase cui penso tantissimo durante lo spettacolo di Dario Brunori, “TuttoBrunori”, in un teatro bolognese.

Ve la dico dopo, prima devo dirvi che sono arrivata nel retropalco di Brunori, prima che cominciasse lo spettacolo, e indossavo dei ridicoli occhiali da sole, perché come spesso mi accade avevo perso gli occhiali da vista nel disordine, senza sono orba, e quindi avevo risolto con occhiali da sole graduati, che alle nove di sera al chiuso ti fanno sembrare un po’ Silvio con l’uveite un po’ Aristotele Onassis.

Per consolarmi dal mio imbarazzo, Brunori mi ha raccontato che sere prima, a Firenze, c’era in platea uno col cappellino e gli occhiali da sole, per non farsi riconoscere, e quell’uno era Matteo Salvini, ma a lui che era sul palco di Salvini in platea l’hanno detto solo dopo – e adesso che vedi lo spettacolo, si sono affrettati a rimarcarmi tutti, vedrai quanto è assurdo che ci fosse Salvini, chissà cos’ha pensato.

E lo vedo, perché nello spettacolo c’è Salvini, non in platea, ma come coprotagonista di uno dei frammenti del lungo monologo che è il nucleo di questo preciso spettacolo di Brunori Sas (che più che un nome d’arte sembra un’identità da picchiatello dell’internet convinto di non poter dire col suo vero nome che a lui la panna nella carbonara piace), dove le canzoni sono molto attese dal pubblico per l’incantesimo della rima e del poter fare da coro, ma a stare attenti (neppure troppo) si capisce che stanno lì per spiegare quei monologhi: sono le cose che gli sono successe per fargli scrivere quelle canzoni, il modo in cui gli sono venute in mente, l’architettura. Sì, quella del suo cuore che avete sentito a Sanremo, ma pure quella di Leonardo da Vinci se andrete a teatro.

In quel frammento lì Dario Brunori dice una cosa che dicono tutti gli scemi, cioè che ai Salvini del mondo mica può piacere De André – «o non hanno capito loro, o non abbiamo capito noi» – ma la dice in un modo non da scemo. La dice nel modo in cui dice le cose lui, pieno di dubbi e di autoironia e di contraddizioni e di umanità, ma il pubblico questo livello qui non lo vede. Sarà che siamo a Bologna, e quello bolognese è il più complessato dei ceti medi, il più stolido, il più ideologico, ma a me sembra che siano un algoritmo: colgono le parole chiave, quelle di fronte alle quali avere soddisfazioni di Pavlov, mica i toni.

Brunori dice che con tutti i Salvini cui piacciono i De André gli viene il dubbio che fare il cantautore sia diventato di destra, ma no, perché lui canta per tutte le associazioni benefiche, scrive tutte le cose giuste, e insomma gli è chiaro d’essere la figurina cliché del cantautore di sinistra; lui dice così sul palco, e loro in platea emanano l’ottusa soddisfazione del liceale con la maglietta di Che Guevara che squarciagola «trionfi la giustizia proletaria», solo che hanno l’età mia e il mutuo e la babysitter da pagare quando tornano a casa.

A un certo punto c’è un pezzo favoloso in cui la questione «genocidio» viene dibattuta in una riunione milanese, dove uno vestito da milanese e che parla come un milanese dibatte del “brief genocidio”, chiedendosi se stiano ottenendo gli obiettivi aziendali o se si stiano facendo battere dal Ruanda, e oltre a «brief» ci sono altre cento parole in aziendalese, ma neanche questo fa sì che il pubblico in platea sappia distinguere tra oggetto e bersaglio della satira.

È allora che la signora di fianco a me tira fuori dalla sua brava borsetta la sua brava bandiera della Palestina, la dispiega, la solleva sopra la testa. La prima cosa che penso è: ma quella dietro così non vede più niente. La seconda cosa che penso è: guarda, una che pensa che questo pezzo parli di genocidi e non di milanesi. La terza cosa che penso è: tu vai in giro con una bandiera della Palestina in borsa? Ma io voglio conoscerti, io voglio parlarti, io voglio studiarti.

Ma non è la sbandieratrice il primo punto dello spettacolo in cui penso a quella frase di Guccini. Il primo frammento di monologo inizia con una dichiarazione d’intenti poetici, «Io mi chiamo B.», di cui mi chiedo quanti in sala capiscano il riferimento, poi B. passa per la madre che gli chiede come possa andare a Sanremo, «cumu ti ci presenti cu ’sta panza a Sanremo, pari Pavarotti», per il padre che tutta la vita ha votato fiamma tricolore e ora il figlio va da tutti quelli che gli stavano sul cazzo, Fazio, Gramellini, «in una parola: Rai3», per il fisioterapista che gli rimprovera che la sinistra non lotti più contro i ricchi («Mimmo, con tutta la buona volontà: ma come facciamo a lottare contro noi stessi?»); ma la serata esalta il pubblico in sala in misura che per le altre due ore e spicci non è nemmeno paragonabile quando Dario e Simona – madre di sua figlia e corista e tutte cose – duettano dicendosi «Ti amo».

Potrebbe essere la scena d’un reality, cioè dell’unico linguaggio che capisca ormai non solo il pubblico di Sanremo, non solo il pubblico di Angelo Duro, non solo il pubblico di Sal Da Vinci, ma anche e soprattutto il pubblico che si percepisce raffinato venendo a vedere il santino dei cantautori di sinistra.

Più avanti succede un’altra cosa, e io non so se la sbandieratrice alla mia sinistra la sapesse, fosse venuta equipaggiata perché informata su quel preciso pezzo di monologo, potrei restare a domandarglielo ma chi legge questa pagina non si stupirà se dico che l’urgenza di andare a farsi un gin tonic in camerino prevale sempre su quella del giornalismo investigativo.

Succede che Brunori racconta d’un suo spettacolo al quale si svolge la scena che ormai c’è a tutti i concerti, quella che ti garantisce pubblicità gratuita perché fa finire il concerto nelle homepage di tutti i giornali, quella che esalta i giornalisti di spettacoli perché se ci mettiamo di mezzo il tema importante ci strillano l’articolo in prima pagina, il dirottamento preferito dalla fotogenia (vuoi mettere che macchia di colore, quella bandiera) e dai giornalisti che per venire finalmente filati dalla direzione se ne fottono di Mimmo e ti chiedono di Ed Sheeran e di De Gregori.

I capitoli di monologo hanno dei titoli che compaiono nello schermo dietro di lui, quello della scena che conosciamo tutti ma vista dal lato del cantante s’intitola “1 minuto e 20”, Brunori racconta di sé stesso sul palco che vede quello che gli agita la bandiera davanti perché vuole la prenda (neanche dice di che bandiera si tratti, non c’è bisogno: esistono altre bandiere, in questa stagione dell’economia dell’attenzione?). Lo vede e non sa che fare.

Se la prende il pubblico si esalterà, ma mica l’impegno politico può diventare marketing, mica si può perdere il diritto al silenzio, lui è pieno di dubbi e, siccome è uno che sa fare il proprio mestiere, descrive questo sbandieratore nel modo più facilmente credibile, come un ventenne, che «mi sorride come chi non ha nessun dubbio».

Che è una condizione che, nel mondo di prima, affliggeva solo i ventenni, ma la sbandieratrice sessantenne alla mia sinistra sorride come una bambina a Natale, meno male che la bandiera se l’era poggiata in grembo e non l’aveva messa via, così ora può sollevarla certa che Brunori sia con lei, mentre Brunori dice che nella scena che sta raccontando gli danno «un minuto e venti per sciogliere il nodo mediorientale, loro sono ottant’anni che ci lavorano», ma lei sbandiera felice, lei non ha dubbio alcuno che sia lei al concerto di Brunori, lei con un pezzo d’acrilico colorato in borsetta, a poter un domani dire ai nipoti «La pace nel mondo fu merito nostro».

Quando alla fine Brunori racconta che, in quella scena, la bandiera l’ha infine presa, lei – che già della riflessione e dei dubbi e delle considerazioni sul marketing se ne fotteva – si percepisce finalmente vincitrice: sta nella stessa curva di tifoseria di quello sul palco. E – lo so che non mi crederete, e se non fosse successo nella poltrona di fianco non ci crederei neanch’io – poggia un attimo la bandiera e fa il gesto che faceva Alberto Sordi nei “Vitelloni”, e io non so chi stia mandando affanculo, Ed Sheeran, De Gregori, la coscienza tormentata di Brunori, Miss Italia che la pace nel mondo non l’ha ottenuta e lei sì. So però che aveva ragione Guccini quando diceva: in capésen un cazz’.

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