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Caetano explica ausências de atletas de Flamengo e Palmeiras na convocação

Rodrigo Caetano, coordenador de seleções da Confederação Brasileira de Futebol (CBF), explicou as ausências de jogadores de Flamengo e Palmeiras na convocação para a Seleção Brasileira, nesta quinta-feira (29).

O dirigente explicou que, devido à longa viagem ao continente asiático, para os jogos contra Japão e Singapura, a comissão decidiu não chamar atletas dos postulantes ao título da Série A.

“Devido ao calendário do futebol brasileiro, que está sendo ajustado ao longo deste ano, e no qual temos a garantia para 2027 de que a mesma Data Fifa de novembro, que é muito complexa para a Seleção Brasileira e para clubes brasileiros, por se tratar de um período de fase final do Campeonato Brasileiro, produto da CBF, a gente debateu muito para criar critérios que pudessem equilibrar a convocação da Seleção sem levar prejuízos aos clubes”, iniciou Rodrigo Caetano.

“Diante disso, gostaria de parabenizar a diretoria de competições, junto a toda a diretoria da CBF, por já em 2027 essa rodada, após a Data Fifa, não ter jogos do Campeonato Brasileiro, o que já alivia para todos”, acrescentou.

Na sequência, o dirigente destacou que o critério utilizado foi o de chamar apenas um jogador de cada clube brasileiro, com exceção de Palmeiras e Flamengo, para evitar interferência na disputa pelo título da Série A.

Tivemos como critério convocar até um atleta de cada clube do futebol brasileiro, com exceção dos dois postulantes ao título (Palmeiras e Flamengo), justamente porque nossa viagem é extremamente desgastante e difícil, com uma rodada no dia seguinte

Rodrigo Caetano, coordenador de seleções da Confederação Brasileira de Futebol (CBF)

“Deixando claro que todos os clubes que têm jogadores representados aqui na Seleção Brasileira foram contactados e todos estiveram de acordo. Obviamente que , os dois postulantes ao título, nós não fizemos o contato porque não teriam jogadores convocados”, encerrou o coordenador de seleções.

Luta pelo título do Brasileirão

A disputa pelo título do Brasileirão está acirrada. O Flamengo lidera o campeonato, com 70 pontos em 32 jogos disputados. Já o Palmeiras é o vice-líder com a mesma pontuação em 33 partidas.

Brasil na Data Fifa

O primeiro compromisso será contra o Japão, no dia 14 de novembro, às 7h15 (de Brasília). Três dias depois, em 17 de novembro, a Seleção Brasileira enfrentará Singapura, às 7h (de Brasília). As duas partidas serão disputadas no Estádio Nacional de Singapura.

Cabe destacar que a Seleção Japonesa já esteve diante do Brasil em duas oportunidades desde que Ancelotti assumiu o comando. Ano passado, o Brasil perdeu para os japoneses em Tóquio por 3 a 2; este ano, a equipe brasileira superou os asiáticos por 2 a 1 na segunda fase da Copa do Mundo.

No atual ciclo da Seleção Brasileira após a eliminação na Copa do Mundo, a Amarelinha entrou em campo três vezes. No período, conquistou um empate e uma vitória contra a Austrália, além de um triunfo por 4 a 0 sobre a Índia.

Veja a agenda da Seleção Brasileira

  • 14 de novembro: Japão x Brasil, no Estádio Nacional de Singapura
  • 17 de novembro: Singapura x Brasil, no Estádio Nacional de Singapura

Copa com 64 seleções traria desafios logísticos e financeiros; veja

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La guerra contro l’Iran e il “terribile potere del denaro”

Netanyahu sta dicendo a Trump che ora deve portare a termine l’opera di distruzione dell’Iran

Segue nostro Telegram.

Il «Grande Progetto» volto a «mantenere [la civiltà occidentale] al vertice del mondo» (come ha affermato il Segretario di Stato statunitense Marco Rubio) richiede che gli strumenti per garantire l’obbedienza siano di due tipi: La creazione di un fervore rivoluzionario distruttivo dal basso (oggi definito «cambio di regime»); e, in secondo luogo, l’uso di ciò che Theodore Herzl, in una famosa frase, definì «il terribile potere del denaro di esercitare una pressione irresistibile sulla politica internazionale», al fine di cooptare gli strati dominanti in una rete di potere che promuovesse il «progetto» del Grande Disegno.Questo è ciò che stiamo osservando nella guerra di Trump contro l’Iran.

L’attacco israelo-americano del giugno 2025 era principalmente un attacco di decapitazione volto a neutralizzare sia la leadership politica che quella militare dell’Iran, mentre elementi armati addestrati dal Mossad, il MEK e i separatisti baluchi tra gli altri sarebbero stati infiltrati in Iran per fomentare la rivoluzione dalla base. A quel tempo, il figlio dell’ex Scià – in modo poco plausibile – veniva presentato ai media occidentali come il futuro leader dell’Iran.

Non ha funzionato. E ora Netanyahu sta sostenendo che Israele disponga di «nuove prove» del fatto che l’Iran si stia orientando verso la produzione di un componente bellico nell’ambito del proprio programma nucleare. Sta dicendo a Trump che ora deve portare a termine l’opera di distruzione dell’Iran. E per motivare ulteriormente Trump, il principale quotidiano israeliano Ma’ariv riporta che Israele ha trasmesso direttamente alla Casa Bianca i sondaggi del Likud, secondo cui Netanyahu potrebbe vincere le elezioni israeliane del 27 ottobre. Secondo l’articolo, queste informazioni del Likud (che contraddicono la maggior parte degli altri sondaggi israeliani) hanno spinto Trump a esprimere il proprio pieno sostegno elettorale a Netanyahu.

Allo stesso tempo, i miliardari filosionisti stanno esercitando il «terribile potere del denaro» su Trump: «Non accetteremo nulla di meno della sconfitta dell’Iran. Se continuerà a cercare un accordo, le ritireremo il nostro sostegno finanziario».

Alti funzionari della sicurezza israeliani, sia in carica che in pensione, confutano tuttavia la necessità di un attacco imminente all’Iran e l’affermazione di Netanyahu relativa a nuove prove che l’Iran si stia muovendo verso l’arma nucleare –il Capo di Stato Maggiore delle Forze di Difesa Israeliane (IDF) Zamir ha dichiarato al Canale 13 israeliano: «Non vediamo la necessità di attaccare l’Iran prima delle elezioni»; Il principale stratega militare israeliano Udi Evental ha messo in guardia: «Una guerra per ostacolare le elezioni e la democrazia, non per ostacolare il programma nucleare dell’Iran. Netanyahu, che si sospetta sia immerso fino al collo in considerazioni politiche e personali estranee alla questione, non è idoneo a prendere una decisione del genere. Non glielo si deve permettere».

Che esistano o meno prove del genere non ha davvero importanza. Probabilmente non esistono. L’affermazione costituisce semplicemente il pretesto con cui si sta esortando gli Stati Uniti ad agire per ‘portare a termine l’opera’ contro l’Iran. Come sempre, Netanyahu ha dichiarato negli ultimi giorni: «L’Iran sta ancora una volta cercando di sviluppare le sue armi di morte… C’è un solo modo per eliminare questa minaccia una volta per tutte: rovesciare il regime in Iran, e questa è la mia direttiva all’IDF, al Mossad e alle agenzie di sicurezza».Un alto funzionario iraniano ha dichiarato a Drop Site che l’attuale valutazione dei servizi segreti interni di Teheran indica un’elevata probabilità che possano iniziare bombardamenti su larga scala – anche prima delle elezioni israeliane di martedì.

Il punto è che all’Iran non interessa chi vincerà le elezioni di medio termine, né chi conquisterà la presidenza degli Stati Uniti nel 2028. Per la leadership iraniana è tutto uguale. Comprendono bene il concetto del «Grande Disegno» (come potrebbero non farlo?).In Iran è ben chiaro che il Paese è impegnato in una lunga guerra contro l’intero blocco atlantista: Israele, i suoi servizi di intelligence, i suoi arsenali, i suoi satelliti, la sua industria militare e la sua macchina mediatica. Non importa se alla Casa Bianca ci sia un repubblicano o un democratico. Gli alti funzionari iraniani ritengono che entrambi i partiti siano stati comprati dal terribile potere sionista del denaro.

Comprendere il «Progetto» significa comprendere che la classe dei finanziatori sionisti non si accontenterà mai di un «accordo o compromesso». Essi sostengono con certezza che l’Iran alla fine verrebbe meno a qualsiasi acconsentimento ipotizzato alle richieste statunitensi. Gli israeliani e i loro alleati della classe dei finanziatori semplicemente non credono (e lo ripetono incessantemente) che l’Iran accetterebbe mai di sottomettersi a Israele, né di accettare il dominio politico e culturale degli Stati Uniti. Potrebbero avere ragione. Perché? Semplicemente perché l’Iran possiede una civiltà profonda, che affonda le sue radici in un complesso di credenze e pratiche specificamente persiano-iraniane risalenti al secondo millennio a.C.: il mazdeismo, una cosmologia del dramma divino, rappresentata dalla lotta continua tra Luce e Oscurità.

Il rinomato studioso, il professor Henri Corbin, ha sostenuto che «l’Iran era situato in una posizione centrale… non essendo solo una nazione o un impero, ma un universo spirituale». Egli concepiva quindi l’Iran come una forza mediatrice, sia geograficamente che metafisicamente.

Per millenni, gli iraniani hanno percepito il mondo come dotato di una chiara dimensione metafisica – e di una storia. È quindi improbabile che possano essere attratti da un atteggiamento materialistico e nichilista di stampo occidentale. Gli Stati civilizzatori, siano essi l’Iran o la Russia, che abbracciano valori contrari non soccomberebbero mai al «Grande Disegno». Di conseguenza, devono essere distrutti.

Cosa significa questa storia metafisica? Significa che l’Iran si sta preparando alla guerra, non a un «accordo». Mohsen Rezaei, segretario del Consiglio Supremo di Sicurezza Nazionale iraniano e rappresentante personale della Guida Suprema, l’Ayatollah Mojtaba Khamenei, ha affermato che, «Se la domanda è se l’Iran abbia ancora la capacità di proseguire le operazioni con missili e droni [in caso di attacco], la risposta è “sì” … Gli Stati Uniti dispongono di risorse preziose nella regione. In caso di guerra, anche cavi, centri dati e strutture di intelligenza artificiale potrebbero rientrare nel raggio d’azione. Se il conflitto dovesse riprendere, avremo un piano più ampio». «Tutti devono comprendere che un’azione contro l’Iran comporta un costo».

Alti funzionari iraniani ritengono che la guerra sia imminente. L’Iran dispone di piani di ampia portata (in caso di attacco) che coinvolgono anche l’Arabia Saudita e la sua leadership, ha lasciato intendere un alto funzionario iraniano. Karl Miller (dal campo) afferma che, a questo proposito, un quarto della produzione petrolifera saudita è già stato distrutto e che i danni causati dagli attacchi di rappresaglia di AnsarAllah interessano l’intera catena produttiva saudita – «dalla testa di pozzo alla stazione di servizio» – e che l’Arabia Saudita sta colmando il deficit attingendo alle proprie riserve.

Il rapporto di Miller, citato da Larry Johnson, avverte che,«se i canali di esportazione dell’Arabia Saudita dovessero chiudersi, il suo petrolio non avrebbe altra destinazione se non le proprie raffinerie, le proprie centrali elettriche e i propri serbatoi di stoccaggio. Una volta che lo stoccaggio fosse pieno, si raggiungerebbe all’incirca il limite massimo di produzione che l’Arabia Saudita potrebbe mantenere. Se Ras Tanura e Yanbu venissero chiusi contemporaneamente, il Regno sarebbe costretto a chiudere la maggior parte dei propri giacimenti petroliferi. Questo è esattamente lo scenario che la campagna di Ansar Allah contro l’oleodotto, il Mar Rosso e i terminali del Golfo è volta a provocare». «Qualsiasi nuova campagna americana o israeliana contro l’Iran si abbatterà su un sistema energetico saudita che non dispone più di margini per assorbirla», osserva Larry Johnson.

Qualsiasi nuovo attacco all’Iran, per estensione, significherà la fine del Golfo così come lo conosciamo, la fine del petrodollaro e la fine del Golfo come principale fornitore di liquidità per Wall Street e il mondo della tecnologia.

Ciononostante, secondo quanto riferito, Trump avrebbe affermato che gli Stati Uniti non stanno attualmente negoziando con l’Iran e che qualcosa accadrà «molto presto».

Forse. (Ma con Trump tutto si riduce a speculazioni). Se però sta bluffando, non funzionerà, e la sua umiliazione sarà ancora più profonda.

Un uomo che conosce Trump meglio di molti altri (avendo scritto quattro libri su di lui), Michael Wolff, sostiene che se i Democratici vinceranno nelle elezioni di medio termine del 3 novembre –

«Cercheranno di far capire al mondo che è “un nuovo giorno”. Trump, dal canto suo, cercherà di far capire al mondo che è ancora lui a controllare la scena. Ci sarà una serie di eventi di questo tipo (come una presunta invasione di Cuba, ad esempio) di portata superiore a qualsiasi cosa possiamo immaginare. Non si mostrerà umile. Il concetto di umiltà non esiste nell’animo di Donald Trump. Pertanto, farà esattamente il contrario».

«Non ritirarsi, ma attaccare».

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Il nuovo stadio di Inter e Milan si chiamerà “Generali Stadium”: i dettagli dell’accordo

Il nuovo stadio di Milano si chiamerà “GENERALI STADIUM” e sarà pronto per la stagione 2031/32. Accordo commerciale siglato dunque tra i due club e una delle principali compagnie assicurative in Italia, riconosciuta anche in Europa. Il progetto è stato svelato al Castello Sforzesco di Milano, alla presenza dei vertici dei due club e dei due progettisti, Lord Norman Foster e David Manica. La struttura sarà ovale e non più rettangolare come l’attuale San Siro, l’elemento visivo più impattante è l’esterno con le sue linee ondulate (verso il basso sui lati lunghi del campo per poi alzarsi in corrispondenza delle due curve, con il punto più alto che supera i 60 metri) e 80 “diamanti” in membrana a caratterizzarne la struttura (all’interno ci sono i led per personalizzare lo stadio a seconda della squadra che gioca in casa).

Il tetto presenterà 27mila metri quadri di fotovoltaico, con i pannelli solari che lo renderanno indipendente e autonomo dal punto di vista energetico. “Sigillato” a livello acustico, il suono potrà uscire solo dall’alto, e restando all’interno del catino garantirà un fortissimo effetto tifo. La capienza sarà di 71500 posti, con le tribune inclinate di 37 gradi che offriranno un impatto visivo simile a quello dell’attuale San Siro o il famoso muro giallo di Dortmund.

L’accordo prevede che il nuovo stadio prenda il nome di Generali Stadium fin dal primo momento, in quella che i due club definiscono come una delle partnership più rilevanti a livello globale. In particolare, i ricavi si aggireranno intorno ai 650 milioni di euro a lungo termine – spiega La Gazzetta dello Sport – nell’arco di circa 20 anni. Generali (che sarà anche Official Insurance Partner di entrambi i club) durante gli eventi internazionali – come già capita ad Atalanta e Juventus per esempio – dovrà lasciare il nome e la denominazione sarà “Milano Stadium“. Secondo il regolamento Uefa, infatti, i naming rights non sono ammessi in Champions League e nelle altre coppe, come già avviene ad esempio per l’Allianz Stadium di Torino (che torna Juventus Stadium) o per l’Emirates Stadium di Londra (chiamato Arsenal Stadium).

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Svelato il progetto del nuovo stadio di Inter e Milan: capienza, forma, la particolarità del podio e quando sarà inaugurato – Le prime foto

La forma è quella di un catino sopraelevato su un podio, con una doppia curvatura verso il basso in prossimità delle due tribune, che si alza nelle curve e raggiunge un’altezza massima di 60 metri. Nessun effetto wow a primo impatto, vista la sua struttura semplice. Ma nella sua semplicità, il Generali Stadium – nuovo stadio di Inter e Milan che sorgerà sempre nell’area di San Siro e che sarà composto da due anelli – trasporta comunque il pubblico in una dimensione diversa. Il primo impatto sarà senza dubbio differente nel giorno dell’inaugurazione, con l’atmosfera da stadio, una partita e tutta l’area intorno ricca di spazi ristoro e per lo shopping. E per i progettisti – in ottica futura – c’è anche la suggestione di ospitare grandi show, concerti, match di football americano e altri eventi sportivi.

La capienza? Confermate le indiscrezioni: sarà di 71.500 posti (di cui circa 11.500 corporate, più di 7mila in più dell’attuale) e sarà inaugurato nella stagione 2031/32 (la prima previsione è fine 2031), con l’obiettivo – scrivono Inter e Milan – “di avviare i lavori nel 2028“. Tutto ciò è stato rivelato oggi, nella Sala Viscontea del Castello Sforzesco, dove è stato svelato il progetto e il rendering del nuovo stadio che ospiterà le partite di Milan e Inter e che avrà il difficile compito di sostituire San Siro, la “scala del calcio” che verrà abbattuta proprio dopo il completamento del nuovo impianto. Durante le partite sarà possibile accedere al podio che sostiene lo stadio soltanto con biglietto, mentre l’accesso sarà libero nei giorni senza eventi. Sul podio saranno presenti punti di ristoro e aree shopping. Sotto sarà costruito un parcheggio.

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Credit photo: Ac Milan e Fc Inter

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generali stadium (3)

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Fonte: FC Inter e AC Milan

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Credit photo: Ac Milan e Fc Inter

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Generali Stadium (screen da profilo X @Inter)

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Generali Stadium (screen da profilo X @Inter)

A coronare l’edificio è una copertura a doppia curvatura, “dalla silhouette inconfondibile”, scrivono Inter e Milan nella nota pubblicata dopo l’incontro al Castello Sforzesco. “Più di una dichiarazione architettonica, incornicia ed esalta le due iconiche curve, creando una potente identità visiva e integrando tecnologia fotovoltaica, ottimizzazione acustica e altre soluzioni di sostenibilità essenziali per uno stadio moderno”, si legge ancora nella nota. Sopra la copertura, appunto, impianti fotovoltaici che rendono l’impianto autosostenibile.

Le tribune avranno un’inclinazione del 37% (contro il 41% dello stadio attuale) per garantire un’atmosfera più immersiva e ridurre la percezione dei suoni all’esterno. La capienza sarà appunto di 71mila e 500 posti, circa 4mila in meno dell’attuale San Siro: una richiesta fatta dai due club – secondo quanto trapela – agli autori del progetto Foster + Partners e MANICA, guidati da Lord Norman Foster, tra i protagonisti più autorevoli dell’architettura contemporanea, e David Manica, riferimento internazionale nella progettazione di stadi all’avanguardia. Il nuovo impianto conterrà quindi – contando anche i circa 7mila corporate in più – circa 11mila spettatori in meno dell’attuale San Siro, parlando di biglietti “popolari”.

Il nome è stato svelato proprio nella parte centrale della presentazione e sarà ben visibile all’esterno, sulla facciata principale dell’impianto, ma durante gli eventi internazionali – come già capita ad Atalanta e Juventus per esempio – la denominazione sarà “Milano Stadium“. Secondo il regolamento Uefa, infatti, i naming rights non sono ammessi in Champions League e nelle altre coppe, come già avviene ad esempio per l’Allianz Stadium di Torino (che torna Juventus Stadium) o per l’Emirates Stadium di Londra (chiamato Arsenal Stadium).

Il nuovo stadio prenderà dunque il posto di San Siro, destinato a essere abbattuto una volta completato il nuovo impianto. L’obiettivo di Inter e Milan è avviare i lavori nel 2028 e inaugurare la struttura nella stagione 2031/32. Per vedere il progetto trasformarsi in realtà serviranno ancora alcuni anni: per ora, il futuro della casa dei due club milanesi ha una forma, una capienza e un nome. Per le emozioni ci sarà tempo.

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Papamóveis serão tema de exposição no Vaticano até janeiro de 2027

O Vaticano abriu ao público nesta quinta-feira (29) a exposição “Mercedes-Benz: Um Século de Papamóveis”, instalada em um pavilhão de vidro próximo à Pinacoteca Vaticana.

A mostra reúne oito automóveis históricos que retratam a evolução dos veículos oficiais utilizados pelos papas desde 1930, quando a Daimler-Benz presenteou o Papa Pio XI com um Mercedes-Benz Nürburg 460 Pullman Limousine.

A exibição marca uma parceria de quase 100 anos entre a montadora alemã e a Santa Sé, cobrindo a transição das limusines e landauletes — carroceria em que apenas a parte traseira do teto é retrátil — de luxo até a consolidação dos utilitários com cúpula transparente voltados à proximidade do público durante aparições oficiais.

A evolução dos modelos

Mercedes-Benz S 500 lang Landaulet (Baureihe 140)
Mercedes-Benz S 500 lang Landaulet (Baureihe 140) • Mercedes-Benz AG

A mostra reúne exemplares que acompanharam diferentes pontificados. Entre os destaques históricos está o 300 d Landaulet, entregue ao Papa João XXIII em 1960 com entre-eixos estendido e degraus retráteis automáticos nas portas traseiras.

Em 1965, o Papa Paulo VI passou a utilizar o 600 Pullman Landaulet, adaptado com portas alargadas, teto traseiro elevado e sistema de intercomunicação com o motorista.

O conceito moderno do Papamóvel estreou em 1980 com o Mercedes-Benz 230 G, criado para a visita do Papa João Paulo II à Alemanha. Desenvolvido sobre a plataforma da Classe G, o modelo introduziu o teto alto em acrílico transparente e pintura perolizada, priorizando a visibilidade e a segurança do pontífice.

A fórmula evoluiu posteriormente com o ML 430, utilizado na Jornada Mundial da Juventude de 2002 em Toronto, e com o ML 500, entregue em 2012 ao Papa Bento XVI com cúpula ampliada e novo projeto de iluminação interna.

Homenagem aos 140 anos do automóvel

Mercedes-Benz Nürburg 460 (W 08)
Mercedes-Benz Nürburg 460 (W 08) • Mercedes-Benz AG

Além da frota papal, a exposição conta com dois modelos que celebram os 140 anos de inovação da Mercedes-Benz: uma réplica do Benz Patent Motor Car de 1886, considerado o primeiro automóvel movido a motor de combustão interna do mundo, e uma unidade da nova geração do Classe S, modelo que realizou uma expedição por seis continentes no primeiro semestre do ano.

Os visitantes poderão conferir a frota de papamóveis na Praça dos Museus até o dia 31 de janeiro de 2027. O acervo exposto conta com os modelos:

  • Nürburg 460 (1930);
  • 300 d Landaulet (1960);
  • 600 Pullman Landaulet (1965);
  • 300 SEL Pullman (1967);
  • 230 G (1980);
  • S 500 Landaulet (1997);
  • ML 430 (2002);
  • ML 500 (2012).

Automobilismo foi criado há 132 anos; conheça a história

 

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Kiluanji Kia Henda estreia sátira sobre Angola no festival de cinema de Roterdão

O filme “Karl Marx, Luanda”, do artista angolano Kiluanji Kia Henda, vai ter estreia mundial no Festival Internacional de Cinema de Roterdão, em janeiro, nos Países Baixos, revelou hoje a organização.

Em “Karl Marx, Luanda”, Kiluanji Kia Henda imagina um país que “renova o seu compromisso com o comunismo” e conta “uma história de amor com viagens no tempo”, que combina “ficção científica africana com ‘western spaghetti’”, como descreveu o festival.

O filme tem coprodução entre Angola e Portugal (pela Wonder Maria Filmes) e representa um regresso de Kiluanji Kia Henda ao festival de Roterdão, onde apresentou em 2021 a performance “Red Light Square – history is a bitch project: Kinaxixi”, sobre o Largo de Kinaxixi, em Luanda, um projeto desenvolvido em residência no Porto.

Artista multidisciplinar nascido em 1979, Kiluanji Kia Henda aborda, através da arte, a memória coletiva, os espaços públicos e a sociedade. Tem refletido sobre o pós-colonialismo em várias exposições e criações, com trabalhos como “Redefining the power”, sobre os movimentos pela retirada de monumentos, que têm emergido na América, na Europa e também em África.

Em 2012 recebeu o Prémio Nacional de Arte e Cultura, em Angola, e, em 2017 o Frieze Artist Award, atribuído pela feira de arte londrina com o mesmo nome, dedicado a jovens emergentes.

Já marcou presença em iniciativas como a Bienal de São Paulo, e foi selecionado para exposições no Centre George Pompidou, em Paris, em 2020, na Tate Modern, em Londres, em 2018, e no Guggenheim de Bilbau, em 2015, o mesmo ano em que fez parte de uma mostra no Smithsonian, em Washington.

É ainda autor do Memorial de Homenagem às Pessoas Escravizadas, para ser instalado na zona da Ribeira das Naus, em Lisboa.

O filme “Karl Marx, Luanda” é um dos primeiros títulos a ser anunciado para a 56.ª edição do festival de cinema de Roterdão, marcada de 28 de janeiro a 07 de fevereiro de 2027.

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Litoral do Piauí ganha primeiro bairro planejado e inaugura nova fase no desenvolvimento urbano regional

Impulsionado pela transformação na dinâmica urbana, o Piauí entra oficialmente no mapa dos bairros planejados no Brasil com o lançamento da Cidade Conviver Parnaíba. Idealizado pela Conviver Urbanismo, o empreendimento marca a estreia do estado nesse modelo de desenvolvimento territorial. Para inaugurar essa nova etapa em Parnaíba, a empresa apresenta o Life Parnaíba, o primeiro produto do ecossistema.

Trata-se de um loteamento residencial de acesso controlado concebido para entregar uma experiência completa de moradia, unindo segurança, espaços de esporte, bem-estar, lazer e convivência para os futuros residentes.

O avanço piauiense acompanha um movimento consolidado no mercado imobiliário nacional. Segundo levantamento da Idealiza Cidades, pelo menos 52 bairros planejados privados foram lançados no país desde 2010. O ritmo de expansão ganhou força nos últimos anos: entre 2020 e 2025, foram apresentados 29 novos projetos — uma média de quase cinco lançamentos por ano. Esse dado sinaliza uma mudança expressiva na lógica de crescimento das cidades, substituindo a simples construção de imóveis por um planejamento de longo prazo focado no bairro como unidade central.

Essa reestruturação é ainda mais evidente no Nordeste. Dados do IBGE mostram que as áreas urbanizadas da região cresceram 16,52% entre 2019 e 2022, superando a taxa nacional de 12,27%. A expansão destaca o ritmo acelerado das cidades nordestinas e a urgência de ordenar os novos territórios que surgem com esse avanço.

A chegada da Cidade Conviver Parnaíba também simboliza a própria evolução da Conviver Urbanismo no Piauí, onde atua em Parnaíba desde 2012 e já assinou projetos como Parnaíba I, II e IV, Parnaíba Residence, Conviver Litoral e Costamare.

“A Cidade Conviver Parnaíba representa uma mudança de perspectiva. Não estamos falando apenas sobre onde as pessoas vão morar, mas sobre como aquele território poderá funcionar ao longo do tempo. Um bairro planejado parte de uma visão mais ampla, que considera mobilidade, convivência, serviços, natureza e qualidade de vida como partes da experiência urbana”, afirma Luiz Geddes, sócio-diretor e CEO da Conviver Urbanismo.

A história dos empreendimentos da empresa na região ilustra a transformação do território ao longo dos anos. Tendo como base as tabelas históricas de vendas, alguns loteamentos registraram variações expressivas de preços entre o lançamento e os valores atuais. O Parnaíba Residence teve um ganho de tabela de 631%, enquanto o Parnaíba II subiu 230%, o Parnaíba IV variou 183% e o Parnaíba I registrou 112%. No Litoral Residence, o índice alcançou 142%. Embora os percentuais reflitam tabelas de venda e não a rentabilidade direta de cada comprador, eles ajudam a compreender como a consolidação de infraestrutura e serviços impulsiona a percepção de valor dos imóveis.

“Existe uma mudança importante no comportamento das pessoas. O imóvel continua sendo fundamental, mas o entorno ganhou peso. Quanto tempo levo para chegar ao trabalho? Posso caminhar? Tenho comércio e serviços próximos? Há espaços para lazer e convivência? Essas perguntas ajudam a explicar por que o bairro passou a ser parte importante da decisão de moradia”, analisa Ângelo Vieira Jr., CMO da Conviver Urbanismo.

Desenhado em parceria com o escritório IDEIA1, especializado em City Design, o projeto da Cidade Conviver Parnaíba adota preceitos do Novo Urbanismo adaptados à realidade local. As diretrizes priorizam o uso misto do solo, fachadas ativas, valorização do pedestre, caminhabilidade, preservação de áreas verdes e facilidade de mobilidade, criando uma centralidade viva e conectada.

O projeto estende a presença histórica da empresa no eixo da BR-343 e presta uma homenagem à memória regional ao integrar a Praça Engenheiro Roberto Broder ao novo espaço urbano.

Com 46 anos de trajetória e atuação em 44 municípios do Piauí, Ceará e Maranhão, a Conviver Urbanismo soma mais de 120 empreendimentos lançados e 16 mil clientes atendidos.

© DIVULGAÇÃO

Piauí entra oficialmente no mapa dos bairros planejados no Brasil com o lançamento da Cidade Conviver Parnaíba
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Indonésia: Bocelli atua apesar de críticas por apoiar Israel

O apoio ao Estado de Israel pelo famoso tenor italiano originou a contestação da mais alta autoridade religiosa muçulmana da Indonésia. Mas o Governo decidiu em sentido contrário.

© PAULO NOVAIS/EPA

Andrea Bocelli deu, em 2022, um concerto em Tel Aviv e participou numa campanha de angariação de fundos para as Forças de Defesa de Israel, em 2010
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“Signora lo dice a sua sorella”. Lite furiosa tra Matone e Bruti Liberati su La7, tra urla, risate e minacce di abbandonare lo studio

Scontro al fulmicotone a L’aria che tira (La7) tra Simonetta Matone, deputata di Forza Italia, ex leghista ed ex magistrata, ed Edmondo Bruti Liberati, già procuratore capo di Milano ed ex presidente dell’Associazione nazionale magistrati. Tra urla, battibecchi, accuse reciproche e involontari siparietti comici, la discussione degenera fino all’ultimatum della parlamentare al conduttore David Parenzo: “O gli togliete l’audio o vado via. Deve stare zitto!”.
Il motivo del contendere è la scarcerazione di Youssef Siher, decisa dalla gip di Milano Tiziana Landoni. Bruti Liberati, in collegamento, contesta duramente l’attacco di Giorgia Meloni: “Le parole del presidente del Consiglio, con questo insulto a un giudice, sono incommentabili”. E aggiunge che il riferimento al terrorismo contenuto nel provvedimento della Procura di Milano era talmente infondato che la gip lo ha liquidato in pochissime pagine.
Matone comincia a borbottare e a interromperlo. L’ex procuratore la richiama: “No, signora, stia attenta alle parole”.

Apriti cielo: la parola “signora” scatena la prima crisi diplomatica della trasmissione.
“Lei mi deve chiamare onorevole o dottoressa – protesta Matone – perché sono una sua collega. Non signora, perché se ero maschio lei non mi chiamava signore, ma dottore onorevole”.
Bruti Liberati, per nulla impressionato dal protocollo parlamentare, replica: “No, io chiamo tutti signore o signori”.
Ma Matone insiste: “Non credo proprio, la conosco. Signora lo dice a sua sorella e non a me“.

L’ex procuratore tenta allora di tornare al tema della discussione e illustra le motivazioni con cui la giudice Landoni ha escluso la sussistenza dei presupposti per la misura cautelare richiesta nei confronti di Siher: “Il giudice non ha convalidato il fermo perché l’istigazione a delinquere non c’è stata. La gip ha applicato scrupolosamente i principi della Cassazione e della Corte costituzionale. Non c’è stata istigazione a delinquere neanche nella diffusione di quella parte del manuale egiziano, perché la parte che incitava alla violenza non è stata riportata”.

Matone riprende la parola e muove a Bruti Liberati un’accusa singolare: “Il dottor signor Bruti Liberati, in primis, non si dissocia dagli accadimenti del 17 dicembre“.
A intervenire è Maurizio Acerbo, segretario nazionale di Rifondazione Comunista: “Dissociarsi dal 17 dicembre è un po’ difficile”.
La deputata si corregge, ma Bruti Liberati sbotta: “Ma da cosa mi devo dissociare? Ma stiamo scherzando, onorevole? Ho fatto il procuratore capo di Milano per una vita!”.
“Lo ha fatto male, evidentemente!”, ribatte Matone.
“Ho mandato a giudizio terroristi dell’Isis – rilancia il magistrato – E sono stati condannati! Ma di cosa parliamo?”.

La deputata cambia bersaglio e gli rimprovera di avere definito “volgare” il capo di imputazione formulato dalla Procura di Milano, ricordandogli che l’ufficio giudiziario “non è esattamente il pizzicagnolo sotto casa”.
Bruti Liberati cerca di replicare: “No, no, signora! Ascolti!”. Ma è un’altra “signora” di troppo.
“Lei deve stare zitto! Io vado via! – esplode Matone – Perché la prepotenza di certa magistratura la sta dimostrando lui, che non sta zitto!”.
L’ex procuratore scoppia a ridere, Matone torna ancora una volta sulla mancata dissociazione dagli “accadimenti del 17 ottobre”.
“Mi dissocio anche dall’assassinio di Umberto I, se vuole“, ribatte ridendo Bruti Liberati.
Matone si rivolge direttamente a Parenzo e detta le condizioni per proseguire la trasmissione: “Ma lo vede? O gli togliete l’audio o vado via! Deve stare zitto!“.

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Milano e le manifestazioni del 30 ottobre, allerta massima: diverse piazze di studenti e centri sociali. Impegnati centinaia di agenti

L’obiettivo è quello già visto: mettere in atto più concentramenti e più piazze di partenza per poi riunire i vari cortei. Venerdì è sciopero generale e se in altre città c’è più tranquillità rispetto alla gestione dell’ordine pubblico, a Milano l’allerta è massima. Se non altro per i fatti avvenuti nei giorni scorsi. A partire dai saccheggi e dalle devastazioni del 17 e 18 ottobre. Uno scenario che non è escluso possa ripetersi, anche se gli analisti tendono a escludere presenza di casseur del tipo di quelli visti in piazza Duomo. Resta invece forte il rischio di scontri con le forze dell’ordine vista la possibile presenza di gruppi sciolti di marca anarcoide. Uno degli obiettivi non detti potrebbe essere quello di occupare le tangenziali come già avvenuto in passato e durante la manifestazione dei 100mila contro il genocidio in Palestina. Al momento sono due i concentramenti resi ufficiali. Uno di questi sarà in piazza Leonardo da Vinci davanti al Politecnico, meta raggiunta lo scorso 24 ottobre dal corteo spontaneo che ha contato oltre diecimila persone. Qui per le 9,30 sono attesi una parte dei centri sociali e dell’area antagonista, in parte rappresentata dal centro sociale Lambretta. In piazzale Loreto è previsto poco prima un pre concentramento di alcuni collettivi studenteschi (altri partiranno da Piazza Leonardo da Vinci) che si sposteranno poi in piazza Duca D’Aosta per il concentramento principale e si riuniranno con i lavoratori assieme all’unità sindacale di base (Usb).

Per come è stato comunicato il corteo che parte dietro l’Usb in Stazione Centrale dovrebbe proseguire su via Vitruvio svoltare a destra su Corso Buenos Aires, arrivare in piazzale Loreto e proseguire lungo via Padova verso il parco Martiri della libertà iracheni nella zona della Martesana. Di contro da piazza Leonardo da Vinci si rimonterà viale Gran Sasso, viale Abruzzi per ricongiungersi poi in piazzale Loreto con il primo corteo. Naturalmente la logistica prevede un cerchio rosso, quando il primo corteo imboccherà Corso Buenos Aires, unico strada verso il centro, comunque vietato, arrivando poi in piazzale Loreto. Qui potrebbe crearsi forti criticità. Non vengono poi nemmeno sottovalutati i proclami online che per tutta la giornata si sono rincorsi per portare i manifestanti, attesi in oltre diecimila, a occupare le tangenziali.

In campo, dopo la riunione con il questore Bruno Megale, l’ordinanza siglata prevede un dispiegamento massiccio di centinaia di agenti, affiancati, ma senza compiti di ordine pubblico, dai cinquecento militari della Folgore.

Se è molto improbabile assistere alle scene del 17 e 18 ottobre, di certo lo sciopero generale contro il carovita e in generale contro il governo Meloni, è molto sentito soprattutto dagli studenti e dai relativi collettivi. Un appuntamento fondamentale, come era già stato definito durante un’assemblea pubblica del 20 ottobre alla quale hanno partecipato buona parte dei collettivi di Milano e dell’hinterland. Resta, come sempre, un grosso punto di domanda la miccia anarchica e quella antagonista. Di certo sui profili Telegram di area anarchica, la mobilitazione per il 30 ottobre è rilanciata da giorni, ad esempio sul profilo Tutto Squat Milano che già aveva anticipato il corteo anarchico per il 24 ottobre, poi annullato. Una saldatura tra mondo anarchico e realtà antagonista può essere rappresentato dal Centro occupato e autogestito T28 in via dei Transiti, il quale, sui suoi profili social non sembra avere mezze misure, tanto da annunciare la scelta di piazza per il 30 ottobre con questa frase: “Senza tregua, senza contrattare, blocchiamo tutto insieme”.

La foto d’archivio

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Il Fatto non si vende: avere denaro non dà diritto a comprare qualsiasi cosa

di Roberto Celante

Leonardo Maria Del Vecchio dovrebbe avere già capito dal comunicato ufficiale di Seif che la propria idea di acquisire la maggioranza delle azioni del Fatto Quotidiano non è destinata a concretizzarsi. Leggere queste mie righe, ancorché esprimano il punto di vista di un semplice lettore, potrebbe giovare a Del Vecchio per rassegnarsi più rapidamente, così come potrebbe far desistere subito eventuali altri aspiranti editori.

In primo luogo, e in linea generale, deve essere chiaro che nemmeno la più ampia disponibilità di denaro dà il diritto di comprare qualsiasi cosa solo perché, per interesse, per capriccio, o per noia, la si desideri. Perché, dietro la proprietà, ci sono le persone e le loro vite, quindi possono esserci, o esserci state, le loro ansie e le loro speranze, le loro battaglie e i loro traguardi, le loro sconfitte e le loro rivincite. Il che non significa necessariamente essere materialisti, ma riconoscere che vi può essere una qualche forma di legame tra proprietà e sfera emotiva, che va rispettato.

Nel caso specifico della titolarità delle azioni dei soci fondatori del Fatto Quotidiano, vi è un legame ancora più forte, perché esse costituiscono la garanzia dell’indipendenza dei giornalisti, soci e non soci. Il vero proprietario del Fatto Quotidiano è, infatti, la deontologia professionale dei giornalisti, perché solo a questa essi devono rispondere.

La presenza di un editore, cioè di un socio di maggioranza assoluta, o relativa, può avere un’influenza sulla linea editoriale del giornale, a maggior ragione se l’editore ha forti interessi da tutelare in altri settori economici. L’organo di stampa, infatti, potrebbe voler essere utilizzato come uno strumento pubblicitario, oppure come un’arma contro la concorrenza, oppure come la parte agguerrita di un processo mediatico parallelo ad eventuali inchieste della magistratura che coinvolgano l’editore, orientando l’opinione pubblica a credere a una fantomatica persecuzione giudiziaria.

Non è scontato che la mera presenza di un editore porti automaticamente all’avverarsi di uno, o più, degli scenari prospettati; però, espone certamente i giornalisti a quei rischi, concreti o putativi, tali da attentare alla loro indipendenza. Il tema è cruciale, perché il giornalismo, in una democrazia sana, dovrebbe essere il “cane da guardia del potere”, non un servo del padrone.

Inoltre, la Costituzione tutela la democrazia, non soltanto avendo delineato l’architettura istituzionale dello Stato, ma anche riconoscendo il diritto allo studio per tutti (art. 34) e la libertà di stampa (art. 21), perché sono gli strumenti fondamentali a disposizione dei cittadini per valutare l’operato dei politici e delle lobby. La posizione attuale dell’Italia nel ranking mondiale della libertà di stampa è a un preoccupante 56° posto su 180 Paesi e, senza il Fatto Quotidiano, sarebbe certamente a un livello ancora più basso.

Ecco, quindi, tutti i motivi che, a mio parere, portano i soci fondatori a respingere irremovibilmente la proposta di acquisizione del Fatto Quotidiano da parte di Leonardo Del Vecchio. Perché nel 2009 hanno affrontato il rischio d’impresa, senza il paracadute del finanziamento pubblico e stanno continuando a farlo, senza soluzione di continuità; perché solo l’assenza di un editore permette al Fatto Quotidiano di continuare a restare una voce autorevole e indipendente nel panorama mediatico italiano; perché essere indotti a lavorare in modo diverso significherebbe perdere non soltanto la propria indipendenza, ma anche la propria identità e dignità; perché, infine, il Fatto Quotidiano perderebbe tutti i lettori, senza attirarne di nuovi, dato che i suoi giornalisti, soci e non soci, dovrebbero improvvisarsi a fare un mestiere diverso, che non riuscirebbero mai a imparare.

Il blog Sostenitore ospita i post scritti dai lettori che hanno deciso di contribuire alla crescita de ilfattoquotidiano.it, sottoscrivendo l’offerta Sostenitore e diventando così parte attiva della nostra community. Tra i post inviati, Peter Gomez e la redazione selezioneranno e pubblicheranno quelli più interessanti. Questo blog nasce da un’idea dei lettori, continuate a renderlo il vostro spazio. Diventare Sostenitore significa anche metterci la faccia, la firma o l’impegno: aderisci alle nostre campagne, pensate perché tu abbia un ruolo attivo! Se vuoi partecipare, al prezzo di “un cappuccino alla settimana” potrai anche seguire in diretta streaming la riunione di redazione del giovedì – mandandoci in tempo reale suggerimenti, notizie e idee – e accedere al Forum riservato dove discutere e interagire con la redazione.

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Vertice Russia-Africa, Putin: "Siamo alleati naturali nella costruzione di un ordine mondiale multipolare e veramente democratico"

Il Cremlino ha chiuso oggi la seconda giornata del III Vertice Russia-Africa con un messaggio inequivocabile: l’alleanza con il continente africano non solo retorica diplomatica, ma un’architettura economica e politica concreta. Alla sessione plenaria, il presidente Vladimir Putin e il suo omologo del Burundi, Evariste Ndayishimiye, attuale presidente di turno dell’Unione Africana, hanno delineato un partenariato fondato sulla de-dollarizzazione e sulla cooperazione strategica.

I numeri presentati dal leader russo indicano una crescita del 50% del volume degli scambi rispetto al precedente vertice, raggiungendo la soglia dei 27 miliardi di dollari. Il dato più significativo, tuttavia, è di natura valutaria. "La quota del rublo nelle transazioni commerciali tra Russia e Africa ha già raggiunto l’85%", ha rivelato Putin. Un canale di pagamenti definito dal presidente come "affidabile” e capace di "proteggere i nostri scambi economici dalle influenze esterne e renderli più resilienti alle fluttuazioni del panorama economico e politico mondiale".

Le imprese di Mosca, ha sottolineato, operano "con onestà, rispetto e buona fede, conducendo gli affari su base di parità". Niente estrazione di risorse a senso unico. "Lontano dal drenare i profitti nello spirito delle pratiche coloniali delle ex potenze imperiali, reinvestono quanto guadagnato nello sviluppo delle vostre economie, condividono tecnologie avanzate e coinvolgono ampiamente subappaltatori locali", ha dichiarato Putin, tracciando un confine netto con i modelli storici occidentali.

La Russia si conferma fornitore stabile di derrate per il continente. Dopo gli 18 milioni di tonnellate di grano del 2025, nei primi nove mesi del 2026 ne sono state consegnate 13 milioni. A questo si aggiunge l’offerta, inaspettata ma logica nel contesto attuale, di delocalizzare parte della produzione industriale in Africa per aggirare il regime sanzionatorio occidentale. "Le nostre compagnie sono interessate a trasferire alcune strutture produttive nei paesi africani, il che è del tutto negli interessi della Russia nell’attuale contesto", ha spiegato il presidente, citando settori come l’energia nucleare civile, l’estrazione mineraria e la logistica. 

?? "Rusia y África están unidas por lazos sólidos de amistad y estrecha colaboración" El presidente ruso, Vladímir Putin, afirmó que Rusia y África son aliados naturales en la construcción de un orden mundial multipolar, democrático y libre de dobles raseros. https://t.co/fpZE4eqORZ

— Errete en Español (@erreteespanol) October 29, 2026

Anche il sistema dei dazi gioca a favore del continente: 47 paesi africani beneficiano delle preferenze tariffarie dell’Unione Economica Eurasiatica, e 32 di questi godono di dazi doganali completamente azzerati.

L’espansione dell’influenza russa passa anche dalle rappresentanze fisiche. Dall’ultimo vertice del 2023, otto nuove ambasciate hanno aperto i battenti in Africa, portando il totale a 48. A breve, Botswana, Seychelles e Togo apriranno le loro rappresentanze a Mosca, un flusso che il Cremlino sostiene con "tutta l’assistenza necessaria". Sul piano della sicurezza, Mosca vanta accordi di cooperazione militare e tecnico-militare con 45 paesi del continente, pur ribadendo il principio cardine delle "soluzioni africane ai problemi africani".

Nel suo intervento, Putin ha toccato anche i dossier più sensibili. Ha annunciato un’operazione umanitaria in corso ad Alyoshki, nella regione di Kherson, per assistere la popolazione civile, citando il sostegno della First Lady degli Stati Uniti, Melania Trump. Sulla crisi ucraina, ha ribadito che Mosca sta esplorando opzioni per una risoluzione pacifica. 

Sul Medio Oriente, il leader russo ha avvertito che "non bisogna perdere di vista i problemi della Palestina, che continua a soffrire", ribadendo il sostegno del Cremlino alla soluzione dei due Stati come unica via per una risoluzione definitiva.

I lavori del Vertice si chiuderanno con l’approvazione di una dichiarazione finale, un piano d’azione per il triennio 2027-2029 e un documento specifico sulla cooperazione nell’intelligenza artificiale. L’obiettivo dichiarato è elevare la partnership a un livello qualitativamente nuovo, capace di sfidare le dinamiche di potere del XXI secolo.

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Se il conflitto termina, quale destino per la classe dirigente europea ? La vigilia di un disastro per una elite al potere da una generazione.

In un certo senso Mosca sta facendo qualcosa che la società europea non può fare da sola: mettere alle strette la sua classe dirigente, farla venire allo scoperto e ridicolizzarla costringendola a mettersi a confronto coi propri limiti, ad uscire dalla propria torre d’avorio ed infine a ridefinire un’identità – quella europea – in dubbio da quasi 80 anni.

Segue nostro Telegram.

Le notizie delle ultime settimane lasciando intravedere spiragli di qualcosa: un qualcosa che è ancora troppo presto per definire, ma in cui molti sperano. Una risoluzione del conflitto che infiamma il fianco orientale d’Europa potrebbe vedere una svolta (si mormora) eppure più tale ipotesi si avvicina, più si percepisce un’ansia generalizzata, come un nervosismo inesprimibile che pervade la classe politica al comando delle istituzioni europee, a tutti i livelli, ma soprattutto a quelli più alti. Lo spaventoso paradosso lo si può articolare in modo assai semplice: c’è paura della pace.

La classe dirigente europea, anzichè remare in direzione di una soluzione definitiva, a lungo termine, del conflitto in Ucraina, al contrario esterna tutta una serie di dubbi e ostilità ad ogni compromesso da far quasi credere nell’esistenza di un avversione a tale pace: in breve, le istituzioni europee nel momento più critico dell’ultimo lustro, esprimono qualcosa di indicibile che di certo non si addice allo spirito dei padri costituenti della comunità europea, votati a edificare una cultura sovranazionale basata sul compromesso, sulla reiezione del nazionalismo e sulla diplomazia. La verità è che siamo di fronte ad un nodo di grandissime proporzioni: il conflitto in Ucraina, sebbene limitato dal punto di vista prettamente geografico, ha effetti geopolitici di grande portata che ridefiniscono gli equilibri di potere ereditati dalla caduta del muro di Berlino. In un contesto come questo, sorgerà una delle domande più difficili: quale destino per l’Europa ? Un continente uscito azzerato dal secondo conflitto mondiale, risorto e fiorito economicamente fino al massimo splendore nelle generazioni post-belliche, pur rimanendo perennemente “monco” ovvero privo di una propria politica di difesa (così come di una propria politica estera indipendente da quella di Washington). I suoi leader si trovano ad affrontare ora qualcosa di mai visto prima nell’esperienza dell’Europa politica, ovvero l’assumersi di una responsabilità storica: in questo caso quella di un insuccesso, nel prevenire e gestire una grande guerra convenzionale ai margini del proprio continente, aver preso decisioni avventate ed ora ritrovarsi messi da parte constatando una propria sconfitta sul campo contro il rivale identificato con Mosca. Per poter comprendere tutto questo occorre tuttavia fare qualche passo indietro e riflettere su cosa sia la leadership europea, cosa rappresenta e come si è formata. Innanzitutto occorre rendersi conto che la classe dirigente europea è forse l’elite più saldamente insediata e meno “sfidata” sulla faccia del pianeta facendo i conti: siedono sul trono di un continente pacificato, vale a dire senza velleità di potenza o nemici naturali da cui doversi difendere, estremamente prospero (a differenza degli USA per 70 anni non ha affrontato vere spese militari), le cui elite sociali di riferimento – anziane e benestanti – non danno problemi particolari. Una torre di avorio unica sul pianeta, che per la prima volta nella sua esistenza ha subito una scossa: la crisi geopolitica che abbiamo visto in questi anni – ancora in corso – primo grande conflitto europeo del XXI secolo (in realtà il primo dal 1945 ad oggi su questo continente) costituisce anche la prima vera sfida alla classe politica europea: quest’ultima in 70 non ha mai dovuto vedersela con un vero nemico, con nulla che potesse mettere alla prova la propria prerogativa al “trono” il loro diritto “sacro” al comando.

Si può dunque dire questo a buona ragione: le circostanze odierne sono un inedito banco di prova per tutti costoro, un momento della verità per tutto l’estabilishment politico emerso in Europa dai tempi dell’ultimo conflitto mondiale in poi (il carosello di forze liberal-democratiche, cristiano-democratiche/democristiane, social-democratiche, ecologiste tipiche del panorama partitico occidentale post-bellico): il cosiddetto “arco costituzionale” europeo consolidatosi nel corso di generazioni con il placet d’oltreoceano ossia con la condizionale delle fedeltà indiscussa alle direttiva politiche di Washington.

Ora, tale classe si è messa in un pasticcio più grande di sè stessa senza rendersene conto: ha sfidato una potenza militare (malgrado tutto, la Russia questo ancora è) con la sicurezza assoluta di un successo nonchè di un grande fratello a stelle e strisce, pronto ora e sempre all’intervento in supporto degli alleati. Questi ultimi, mai si sono resi conto della propria funzione di satelliti rispetto al potente alleato ed ora si ritrovano soli a dover gestire un evento per loro ingestibile: un grande conflitto convenzionale che non possono vincere, il cui insuccesso può essere la miccia di una situazione sociale a casa propria già ai limiti per altre ragioni. Per riassumere in altre parole, la classe dirigente europea che oggi osserviamo, si ritrova per la prima volta sul banco degli imputati (assieme al governo di Kiev): i governanti europei nella propria animosità nei confronti di Mosca, si sono esposti oltre il limite massimo fino a trovarsi ora in un vicolo cieco, considerando che la prova di forza che hanno voluto non può essere vinta, ma al tempo medesimo non si può tornare indietro. L’Europa politica – quella di Bruxelles – si è gravemente compromessa, fomentando nelle proprie opinioni pubbliche paure infondate ed isterismi al fine di creare artificialmente un consenso attorno a prese di posizione antirusse e far accettare un coinvolgimento nel conflitto ucraino costato ai contribuenti centinaia di miliardi di euro, a danno delle proprie economie e pace sociale. Il nodo più inconfessabile è proprio questo: si è voluto inventare un “grande nemico” (in realtà inesistente) cui addossare responsabilità di ogni colpa, di ogni male sociale che affligge l’occidente europeo, per non dover affrontare le proprie di responsabilità; in fondo nulla di strano, un meccanismo esistente da secoli ovvero cercare di convogliare le energie sociali verso l’esterno (dandogli un bersaglio, un nemico) per evitare che queste ultime identifichino il problema del male sociale verso l’interno vale a dire nei propri stessi governanti. La riprova di questo si è manifestata in maniera eclatante tanto in Francia quanto in Italia nelle ultime settimane, sotto forma di una protesta di piazza come non se ne vedevano da decenni, che ha costretto la capitale francese allo stato di emergenza per la prima volta da una generazione a questa parte. In Francia come in Germania si è alle porte del successo di forze non convenzionali, alternative nel contesto politico europeo, come Fronte nazionale (ora RN) oppure Alternative fur Deutschland (AFD) che sono sempre meno contenibili: la classe dirigente di Bruxelles – di matrice liberaldemocratica – di questo ha timore e non vi è modo di arginare la “marea sovranista” se non con una “vittoria contro le autocrazie” che però non può esserci nel mondo reale. La responsabilità storica dell’UE è di aver ceduto ad un idealismo che ignora ogni regola di realpolitik, facendosi tutt’una col mito di una superiorità etica inesistente e non applicabile nella realtà oggettiva: atteggiamento che ha finito col danneggiare e addirittura mettere in pericolo la propria base sociale.

In definitiva sì, la conclusione del conflitto ucraino mette in tensione perchè costringe ad una resa dei conti inedita nella politica interna delle pricipali economie europee: una classe dirigente che verrà soppesata e valutata di fronte all’opinione pubblica, scontando il tutto con una potenziale catastrofe elettorale neigli anni a venire che rischia di sostituirla. Proprio a tale proposito, di recente il sociologo ed editorialista italiano Alessandro Orsini ha lanciato una provocazione direttissima, affermando che la Russia di V. Putin in un certo senso sta contribuendo ad una futura “rivoluzione” europea, dal momento che la socnfitta del regime di V. Zelensky può comportare anche il declino rapido di tutta la corrotta classe al potere a Bruxelles che ha legato le sue sorti all’esito alle sorti dell’Ucraina. Quindi, in un certo senso Mosca sta facendo qualcosa che la società europea non può fare da sola: mettere alle strette la sua classe dirigente, farla venire allo scoperto e ridicolizzarla costringendola a mettersi a confronto coi propri limiti, ad uscire dalla propria torre d’avorio ed infine a ridefinire un’identità – quella europea – in dubbio da quasi 80 anni.

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“Il Fatto Quotidiano non è in vendita”: l’appello di Fiorello che aderisce alla nostra campagna e fa la foto in diretta mostrando la prima pagina di oggi

Colpo di scena durante l’appuntamento odierno con “La Pennicanza” di Fiorello con Fabrizio Biggio. Lo showman ha letto in diretta un messaggio legato alla nuova campagna de “Il Fatto Quotidiano non è in vendita”. Iniziativa che nasce dopo le cronache degli ultimi giorni sull’Opa lanciata da Leonardo Maria Del Vecchio, poi ritirata dopo il no sia dei soci fondatori, sia del Cda.

“Ho ricevuto un messaggio da Federico Pontiggia – ha detto Fiorello durante la diretta – Allora, Federico mi dice se vuoi aiutarci, ti chiediamo di farti una foto con Il Fattoo (la campagna avviata con i nostri lettori, ndr) con questa indicazione che ti inoltro di seguito oppure semplicemente me le mandi qui, grazie'”.

La risposta di Fiorello è stata immediata: “Io però io ti voglio bene tantissimo ti voglio bene Pontiggia, ti voglio bene però io mi devo mettere a fare la foto poi postarla e mandartela. No, non voglio quindi lo faccio in diretta qua qui c’è la foto in diretta lo facciamo? Tieni, Biggio mettiti qui con il giornale tipo rapito e io leggo le cose”.

Poi la lettura del testo integrale: “Il Fatto Quotidiano non è in vendita, i nostri unici padroni siete voi lettori e lettrici a dispetto di chiunque voglia intimidirci o comprarci! – ha detto in diretta il conduttore – Noi dobbiamo rendere conto a voi che ci comprate in edicola! Facciamo sentire la nostra voce, andate a comprare la vostra copia e scattatevi una foto con il giornale in vista taggando Il Fatto Quotidiano e scrivendo “Il Fatto non è in vendita!”.

Ed è così che Fiorello, inforcando scherzosamente occhiali e naso finto (forse per imitare Leonardo Maria Del Vecchio), assieme a Biggio ha posato per la campagna del giornale.

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La toppa peggio del buco. Il comunicato della Farnesina per "giustificare" l'astensione sul bloqueo a Cuba

 

Il governo Meloni ieri ha scelto l'infamia umiliando, con l'ignavia dinanzi un assedio medioevale che non permette a neonati, donne anziane e incinte di poter avere il sostentamento sanitario minimo, tutti i cittadini italiani. Lo ha fatto decidendo di astenersi per la prima volta alle Nazioni Unite nella risoluzione che ogni anno condanna il criminale bloqueo contro Cuba.

Con stucchevoli parole di circostanza, la Farnesina ha voluto oggi tentare di giustificare l'infamia tirando in ballo la Germania, l'Olanda e altri paesi (altrettanto vassalli) dell'UE con una toppa peggio del buco. Come se il fatto di non essere l'unico vassallo alleviasse l'infamia per i burocrati del nostro ministero degli esteri. 

Vi pubblichiamo il comunicato completo senza ulteriore commento per non offendere ulteriormente la vostra intelligenza.

 

Dal sito della Farnesina (esteri.it)

Alle Nazioni Unite, come ogni anno, è stata votata oggi una risoluzione dell’Assemblea generale che chiede di revocare l’embargo economico, commerciale e finanziario statunitense contro Cuba. L’Italia, nel ribadire la vicinanza al popolo cubano e la necessità di continuare gli aiuti umanitari, ha scelto di astenersi assieme ad altri paesi alleati come Germania, Olanda, Polonia, Grecia, Bulgaria, Romania, Estonia, Lettonia e Croazia.

In sintesi, l’Italia ritiene che vada accelerato un cambiamento con le autorità cubane: l’embargo economico imposto dagli Stati Uniti a Cuba ha conseguenze economiche e umanitarie negative per il popolo cubano. La revoca dell’embargo potrebbe rendere più efficaci le riforme economiche e favorire una ulteriore apertura dell’economia cubana, a beneficio del popolo cubano: ma le riforme non arrivano, le decisioni delle autorità cubane sono il motivo della crisi attuale. La mancanza di libertà politiche ed economiche, le debolezze strutturali e le inefficienze di lunga data del sistema economico hanno contribuito in misura significativa alla crisi attuale.

Sono necessarie urgentemente riforme politiche, economiche, sociali e giudiziarie sostanziali da parte delle autorità cubane per alleviare le sofferenze del popolo cubano. Le 176 misure economiche e sociali adottate lo scorso giugno dovranno essere attuate rapidamente.

L’Italia inoltre rimane profondamente preoccupata per la situazione dei diritti umani a Cuba, in particolare dopo gli eventi del luglio 2021, e ribadisce il suo appello al governo cubano affinché rilasci tutti i prigionieri politici. Deploriamo inoltre che la posizione di Cuba sulla guerra di aggressione illegale della Russia contro l’Ucraina continui a essere incompatibile con i principi della Carta delle Nazioni Unite. Cuba ha votato contro la risoluzione dell’Assemblea generale ONU del 24 febbraio 2026 che promuoveva un cessate il fuoco e una pace duratura in Ucraina.

Allo stesso tempo l’Italia e l’Unione europea non hanno interrotto la loro assistenza alla popolazione cubana. Nel 2026 la Ue ha aumentato a 16 milioni di euro i propri aiuti umanitari a Cuba, dando priorità all’assistenza sanitaria, agli aiuti alimentari d’emergenza e all’accesso all’acqua e all’energia. Attualmente sono in corso 12 iniziative della Cooperazione allo sviluppo italiana per un valore totale di circa 30 milioni di euro, a cui si aggiungono circa 32 milioni di euro per la cooperazione delegata UE. Per il 2026 sono previsti ulteriori interventi: 250.000 euro al WFP per il sostegno nutrizionale ai gruppi vulnerabili, e 3,5 milioni di euro per il progetto di sviluppo rurale e sicurezza alimentare realizzato con la Fondazione Lavazza. A questi aiuti si sommano ulteriori aiuti di emergenza.

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Hugo Calderano vence com tranquilidade na estreia do WTT de Montpellier

Nesta quinta-feira (29), Hugo Calderano foi superior na partida contra o japonês Hiroto Shinozuka e garantiu uma vitória na estreia do WTT WTT de Montpellier. O mesa-tenista brasileiro venceu o duelo por 3 sets a 0.

O Hugo comandou a partida do começo ao fim. O primeiro set o mesa-tenista brasileiro ganhou com facilidade por 11 a 7. O segundo foi mais equilibrado com o placar de 12 a 10 para Calderano.

Já no último set, o brasileiro voltou a ter domínio no duelo e garantiu a vitória na estreia. Calderano venceu por 11-5.

Caso Hugo seja campeão do torneio, ele se tornará o atleta com mais vitórias no WTT.

Revanche

No Smash dos EUA, Hugo perdeu de virada para o japonês, com os placares de  4-11, 11-9, 11-6 e 11-3.

Calderano começou o jogo colocando pressão em cima de Hiroto Shinozuka , mas não conseguiu segurar o placar até o fim.

Próximo confronto

Na segunda rodada, Hugo Calderano enfrentará o alemão Dimitrij Ovtcharov, nesta sexta-feira (30), à partir das 14h30 (de Brasília).

Justiça veta Tifanny, e atleta não pode jogar na Superliga

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Il Corriere parla di "isolamento russo". A Mosca 48 Paesi al vertice con Putin

 

di Fabrizio Poggi per l'AntiDiplomatico

 

29 ottobre. Tra le varie reazioni al colloquio telefonico del 27 ottobre tra il presidente finlandese Alexander Stubb e del primo ministro norvegese Jonas Gahr Støre col presidente russo Vladimir Putin, una delle più “curiose” e, di fatto, tra le più indicative del clima che avvolge ben determinati circoli della congregazione europeista ormai in stato lotta a coltello tra soggetti che si presentano gesuiticamente solidali, è stata quella del Financial Times. Quello che è considerato il megafono mediatico dei globalisti ha riportato l'evento come se Putin abbia interrotto una discussione sostanziale sull’Ucraina, tenendo invece ai suoi interlocutori una lezione sulla storia medievale degli slavi. Immediata smentita di tale versione da parte del primo ministro norvegese Støre, che ha dichiarato falsa la versione secondo cui Putin avrebbe «monopolizzato» la conversazione impedendo agli europei di intervenire. Anche Helsinki, a nome di entrambi i paesi, ha chiesto ufficialmente alla redazione di correggere il falso e Støre ha affermato che il giornale avrebbe dovuto correggere l’articolo, dato che i partecipanti al colloquio telefonico sanno esattamente di cosa si sia discusso, a differenza degli anonimi informatori del giornale. Per tutta risposta, il Financial Times si è rifiutato di apportare correzioni. Dunque, osserva Nikolaj Anfalov su PolitNavigator, il succo della questione non consiste tanto nel fatto il Financial Times abbia scritto il falso, quanto nella costruzione politica che abbia generato la distorsione. Riassumendo: Stubb e Støre contattano Putin di propria iniziativa; il colloquio dura un’ora e mezza e loro cercano di coinvolgere l’Europa nel processo negoziale, sempre più determinato da Washington e Moskva. Dalla versione del FT risulta invece che mentre gli europei cercano di condurre negoziati seri, Putin non intende concordare alcunché e che i negoziatori hanno dunque sprecato il loro tempo: una trama molto comoda per coloro si oppongono a contatti autonomi di leader europei con il Cremlino e che coincidono con quegli ambienti europei cui non conviene il ripristino di un dialogo diretto con Moskva. L'esposizione fatta da Putin nel corso della telefonata, riguardo la situazione in Europa dal 2014, nella versione del FT si trasforma in una lezione di “storia medievale degli slavi”: quello che si chiama una sostituzione dell’argomentazione politica con una sua caricatura, che toglie in partenza ogni significato ai negoziati.

Per inciso, l'aperta falsificazione del quotidiano britannico a proposito del colloquio a tre, si trasforma, ad opera del Corriere della Sera, in una distorsione che, mentre tace sulle divisioni che, con ogni evidenza, acquistano sempre più forza tra gli sponsor europei della junta nazigolpista di Kiev, ribalta l'evidenza dei fatti, come si stanno evidenziando proprio in questi giorni nella capitale russa. Se da via Solferino si sostiene che «sul piano diplomatico, una novità rompe la linea di isolamento del Cremlino seguita da gran parte dei leader dell’Europa occidentale dal 2022. Il presidente finlandese Alexander Stubb e il premier norvegese Jonas Gahr Støre hanno telefonato a Vladimir Putin», ecco che, in barba a quell'“isolamento”, sono giunti a Moskva, per il summit Russia-Africa del 28-29 ottobre, esponenti di primo piano di 48 paesi africani su 54, tra cui 22 tra presidenti e primi ministri. Di contro alla cieca e bieca visione eurocentrica dei media bellicisti, che tentano di esorcizzare l'autentico isolamento in cui sta rotolando sempre più l'Europa – per dire: il beniamino di Bruxelles, Vladimir Zelenskij è in preda al panico, perché, in Cina, USA, Cina e Russia potrebbero accordarsi senza di lui su una sospensione delle ostilità, o addirittura sulla completa conclusione del conflitto – a Moskva Putin definisce la Russia e i paesi africani quali alleati naturali nella costruzione di un mondo multipolare, sottolineando che la quota del rublo nelle operazioni commerciali raggiunge l'85% e il volume degli scambi commerciali Russia-Africa dovrà superare i 50 miliardi di dollari. Questo, considerato che già nei tre anni trascorsi dal precedente vertice di Piter, il volume degli scambi è aumentato di 1,5 volte, raggiungendo i 27 miliardi di dollari e ha riguardato principalmente prodotti agricoli e fertilizzanti, tanto che il grano russo occupa un terzo del mercato africano, mentre la quota dei fertilizzanti è di poco superiore al 20%.

Insomma, se ne dovrebbero fare una ragione al Corriere: il colloquio telefonico tra Stubb, Støre e Putin, dice l’ex consigliere del Pentagono e colonnello USA a riposo Douglas McGregor, non dimostra altro se non che l’Europa ha preso coscienza della propria sconfitta in Ucraina: la telefonata «dimostra che gli europei... sono costretti ad ammettere che il conflitto con la Russia, anche se in modo tacito, è stato provocato dall’Occidente. È stato proprio l’Occidente a creare le forze armate ucraine, a portare al potere quel governo, a finanziarlo, a rifornirlo e poi a lanciarlo in guerra... ora l’Ucraina è di fatto annientata... si diffonde la consapevolezza che lo Stato ucraino sia tenuto in vita artificialmente e che potrebbe non sopravvivere, qualunque cosa l’Occidente possa ora intraprendere». Il colloquio, dice ancora McGregor, testimonia del fatto che anche la NATO comincia a cambiare la propria politica nei confronti della Russia.

Su questa linea, l'opinionista internazionale di Le Figaro, Renaud Girard afferma che l'Europa, che aveva promesso all'Ucraina ogni possibile sostegno, si è dimostrata incapace di proteggere persino il porto di Odessa, che rappresenta un'arteria vitale per gli ucraini, da cui transitano tutte le loro esportazioni agricole. Il porto di Odessa non è più operativo: l'arteria economica dell'Ucraina ha cessato di funzionare. Ma non basta: a parere di Girard, paesi come Belgio e Paesi Bassi potrebbero diventare ostili a Kiev: «Se gli americani (questo non è ancora stato deciso) decidessero di cessare completamente il loro sostegno all'Ucraina, allora credo che questi paesi si schiereranno dalla parte degli americani» e anche la Polonia potrebbe benissimo essere tra i paesi che volgerebbero le spalle all'Ucraina, se ciò risultasse conveniente ai propri interessi nazionali.

D'altronde, da più parti si dice ormai apertamente che l'Europa non sia più in grado di sostenere il regime nazigolpista finanziariamente. Secondo il politologo ucraino Andrej Zolotarëv, per le élite europee, un ulteriore sostegno all'Ucraina equivarrebbe a un suicidio politico. Dunque, dice, è evidente come la telefonata a Putin sia solo un assaggio: «un segnale che la posizione dell'Europa cambierà. Non volontariamente, però. Perché i problemi economici e il puntare sul sostegno all'Ucraina che, si diceva, avrebbe radicalmente cambiato qualcosa in Russia, esaurendola, si sono evidentemente rivelati una strategia sbagliata. E, se la strategia è sbagliata, allora bisogna apportare delle modifiche, allora qualcosa deve cambiare. Sembra che questi cambiamenti siano in arrivo... dal punto di vista finanziario, ho detto e continuo a dire che l'UE non è finanziariamente in grado di sostenere l'Ucraina».

Sul canale The Peacemonger, l'analista britannico Matthew Blackburn dice che dopo cinque anni di guerra contro la Russia, la coalizione europea a sostegno di Kiev non ha ottenuto nulla. La “Coalizione dei Volenterosi” potrebbe essere ribattezzata “Coalizione dei Non Volenterosi”: «intendo dire che non sono giunti a nessuna conclusione e ora sono “restii e indecisi"». Dopo i negoziati di Istanbul, dice Blackburn, ci sono state molte opzioni per uscire dalla situazione, ma gli europei non ne hanno appoggiata nessuna: «Zelenskij è il denominatore comune per cui tutti questi tentativi falliscono; la leadership europea sta cambiando, ma Zelenskij è l’unica costante»; così che le élite europee che sostengono il regime di Kiev stanno perdendo consensi una dopa l'altra e saranno costrette a lasciare i loro incarichi. «I politici europei hanno perseguito una posizione massimalista e se ora cedono e dicono “ci siamo sbagliati, abbiamo fatto un errore di valutazione, non sapevamo cosa stavamo facendo”, sembreranno dei falliti assoluti». Hanno sempre proclamato di “sostenere l'Ucraina finché sarà necessario"; ma ora molti di qui leader comprendono che sostenere l'Ucraina costa loro caro finché la guerra continua. Circola una battuta, dice Blackburn, sulla "maledizione di Zelenskij", che ha afflitto e destabilizzato un leader dopo l'altro, specialmente in Gran Bretagna.

D'altronde, già così l'Ucraina è sull'orlo di una catastrofe umanitaria. La strategia russa di attaccare le infrastrutture critiche ucraine è estremamente efficace, ha affermato il generale polacco Jaroslaw Kraszewski, ex capo del Dipartimento di supervisione delle forze armate, intervistato dal quotidiano Gazeta Wyborcza. Anche quest'anno, con «l'avvicinarsi dell'inverno, il fronte si stabilizza, entrando in una fase di stagnazione che ricorda i combattimenti della Prima Guerra Mondiale. L'unica differenza è che ora la parte russa sta attivamente cercando, a qualsiasi costo, di provocare una catastrofe umanitaria in punti strategici dell'Ucraina». Le forze russe, afferma Kraszewski, utilizzeranno massicci attacchi aerei contro infrastrutture chiave: sistemi di riscaldamento e fornitura di energia, impianti di carburante, reti stradali e ferroviarie e, alla fine ci sarà un enorme esodo di profughi verso ovest. Ma, una volta raggiunto il territorio della UE, si aprirà un «altro dibattito: dovranno essere accolti o no? L'Europa dovrebbe continuare a sostenere l'Ucraina nella sua lotta o dovrebbe cessare il suo sostegno?». All'osservazione secondo cui i paesi UE dovrebbero prepararsi a un afflusso di un milione di ucraini, Kraszewski afferma che la cifra potrebbe essere molto più alta.

E tra quei milioni, ci permettiamo di aggiungere, potrebbero esserci non solo profughi stremati da tredici anni di potere golpista al servizio di monopoli USA-UE e NATO, ma anche migliaia di nazisti addestrati alla guerra, che potranno servire da avamposto per l'ucrainizzazione dell'Europa.

 

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La "ricostruzione" del FT della telefonata Putin-Stubb-Store diventa un caso

 

"Il presidente russo Vladimir Putin ha dedicato gran parte della conversazione telefonica avuta ieri con il presidente finlandese Alexander Stubb e il primo ministro norvegese Jonas Gahr Støre a una lunga ricostruzione della storia degli slavi nel Medioevo, anziché concentrarsi sulle prospettive di conclusione della guerra in Ucraina". Lo scriveva ieri il quotidiano britannico “Financial Times”, citando sue fonti dirette anonime. La telefonata, inizialmente prevista per una durata di 30 minuti, si è protratta per un’ora e mezza, e secondo il quotidiano inglese, Stubb e Støre avrebbero deciso di non interrompere il presidente russo per valutare quanto seriamente intendesse avviare un dialogo con l’Europa. Nel resoconto ufficiale, il Cremlino ha riferito che Putin ha richiamato l’attenzione sulle “politiche di confronto dei Paesi dell’Ue e della Nato, che stanno portando a un prolungamento delle ostilità”. 

Il governo finlandese ha però contestato la versione del FT e dichiarato al quotidiano norvegese Verdens Gang (VG) che la descrizione era inesatta e che la Finlandia aveva contattato il FT a nome di entrambi i paesi per contestarne la versione dei fatti, come riportato giovedì dal giornale. Anche altri media finlandesi hanno dato risalto alla contestazione congiunta, con il quotidiano Helsingin Sanomat che ha citato fonti proprie per contestare la descrizione della telefonata fornita dal quotidiano britannico. Il consigliere per la politica estera di Putin, Yury Ushakov, ha dichiarato più tardi nella giornata che l’articolo del FT è «informazioni inventate, o meglio disinformazione» e che i leader nordici hanno fatto bene a contestare la pubblicazione.

Il FT, tuttavia, ha respinto la richiesta, comunicando al VG di confermare la propria versione dei fatti. L'articolo del FT è stato scritto da tre autori. Uno di loro, il cittadino statunitense Christopher Miller, ha lavorato in precedenza per Radio Free Europe/Radio Liberty, un’emittente internazionale finanziata dal governo statunitense, originariamente fondata con fondi segreti della CIA per condurre operazioni di propaganda anticomunista durante la Guerra Fredda. Miller si è recato in Ucraina nel 2010 come volontario del Corpo di Pace degli Stati Uniti. Sull'attendibilità di quello che scrive e delle sue fonti qualche dubbio emerge

Un altro dei giornalisti protagonisti dello scoop, Seddon, si è contraddistinto per un altro articolo pubblicato la scorsa settimana intitolato «I sussurratori di Putin», che raccontava una storia drammatica ma difficile da verificare su cittadini statunitensi e tedeschi che tentavano di scongiurare un «Armageddon nucleare» attraverso una diplomazia segreta con Mosca. Il terzo autore, Foy, nel 2025 è stato uno dei principali diffusori della fake news che sosteneva che un aereo a bordo del quale viaggiava la presidente della Commissione europea Ursula von der Leyen avesse subito un sospetto disturbo del segnale GPS da parte della Russia. Lo stesso giornalista del FT si trovava a bordo dell’aereo quando è atterrato in Bulgaria, come ha successivamente rivelato nel podcast del quotidiano. Il suo articolo originale, citando funzionari anonimi, suggeriva che la Russia potesse aver deliberatamente preso di mira la massima responsabile dell’UE con interferenze elettroniche. Gli elementi chiave della notizia sono stati contestati quasi immediatamente dal servizio di monitoraggio dei voli Flightradar24. Le autorità bulgare hanno successivamente smentito le affermazioni principali riportate dal FT.

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Commissario UE Jorgensen ammette: i giovani potranno non raggiungere mai il tenore dei genitori

Per decenni, l’Europa ha costruito il proprio modello sociale attorno a una promessa fondamentale: ogni generazione avrebbe vissuto meglio di quella precedente. Oggi, però, persino la Commissione europea ammette che questa prospettiva rischia di svanire. Dan Jorgensen, commissario europeo all’Energia e alla Casa, ha riconosciuto che i giovani potrebbero non raggiungere più il tenore di vita dei propri genitori. Le cause sono proprio le emergenze che l’Unione non riesce a risolvere: abitazioni inaccessibili, caro energia e precarietà lavorativa. Negli ultimi dieci anni, i prezzi delle case nell’UE sono aumentati in media di oltre il 60%, mentre gli affitti sono cresciuti di più del 20%. Per milioni di giovani, acquistare un’abitazione è diventato un traguardo sempre più irraggiungibile.

In Italia e Spagna, l’uscita dalla casa dei genitori avviene mediamente a 30,2 anni. Non si tratta di una scelta generazionale, ma della conseguenza di un sistema economico che concentra la ricchezza e restringe le opportunità. La frattura è evidente anche nel mercato immobiliare. In Spagna, la quota di famiglie con capofamiglia under 35 proprietarie di un’abitazione è precipitata dal 65% del 2008 al 40% del 2022. Chi ha acquistato casa prima dell’impennata dei prezzi ha beneficiato della rivalutazione degli immobili; chi è arrivato dopo si ritrova escluso. Anche sul lavoro il divario si allarga: nei Paesi ricchi, l’occupazione cresce maggiormente tra i lavoratori più anziani, mentre i giovani faticano a conquistare una posizione stabile.

A rendere il quadro ancora più drammatico è la crisi energetica. Secondo Jorgensen, quasi 50 milioni di europei incontrano difficoltà nel pagare il riscaldamento durante un inverno normale. Per queste persone, il rischio è dover scegliere tra mangiare e riscaldarsi. Eppure, mentre riconosce la gravità della situazione, Bruxelles conferma la volontà di mantenere il divieto di importare energia russa anche dopo l’eventuale raggiungimento della pace, con l’entrata in vigore prevista nel 2027. La contraddizione è evidente: l’Unione denuncia l’emergenza sociale, ma difende scelte energetiche che hanno contribuito a rendere più oneroso l’approvvigionamento del continente. La rottura con gli idrocarburi russi a basso costo, insieme all’impossibilità di utilizzare direttamente il gasdotto Nord Stream dopo la sua distruzione nel 2022, ha aggravato le vulnerabilità energetiche europee. Il pessimismo dei cittadini riflette questa realtà. Quasi l’80% degli europei ritiene che la prossima generazione vivrà peggio dei propri genitori, mentre circa due terzi considera ormai tramontati gli anni migliori. E la frustrazione sta già scendendo in strada. Dalla Spagna al Belgio, dall’Italia al Portogallo, fino alla Francia, il costo della vita, i salari insufficienti e l'emergenza abitativa alimentano proteste sempre più dure. In Francia, le violenze del 17 ottobre hanno provocato circa 2.700 arresti, migliaia di esercizi commerciali colpiti e centinaia di agenti feriti.

Episodi che non possono essere liquidati soltanto come un problema di ordine pubblico: dietro la rabbia esplode una crisi sociale che le istituzioni faticano a contenere. La vera emergenza europea è il fallimento della promessa di progresso. Un continente che non garantisce ai giovani una casa accessibile, un lavoro dignitoso e la possibilità di riscaldarsi senza sacrificare altre necessità fondamentali sta erodendo le basi del proprio patto sociale. E mentre Bruxelles continua a parlare di competitività, transizione e sicurezza, una domanda si fa sempre più pressante: quale futuro può offrire un sistema nel quale ogni nuova generazione rischia di perdere ciò che quella precedente aveva conquistato?

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