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“Mia figlia ha la sindrome di Marfan, una malattia terribile e molto rara. Oggi, grazie alle cure, la sua colonna vertebrale è dritta”: Luca Ward racconta le terapie in Francia

30 October 2026 at 13:49

Dalla voce di Massimo Decimo Meridio ne Il Gladiatore a quella di Dante Alighieri. Luca Ward, attore e doppiatore tra le voci più riconoscibili del cinema italiano, è il narratore di Dante Inferno – Immersive Exhibition, la mostra inaugurata il 22 ottobre a Città della Scienza, a Napoli. Un viaggio nell’Inferno della Divina Commedia tra ologrammi, realtà virtuale e installazioni multimediali, durante il quale Ward presta la voce al Sommo Poeta.

Ed è proprio da questa esperienza che prende le mosse la lunga intervista rilasciata a Fanpage, a cominciare dalla scelta della voce da dare a Dante. La sua, senza particolari trasformazioni: “Io doppio tanti attori, non perché me li sono scelti, ma perché me li hanno affidati gli americani, gli inglesi (…). Su Dante ho detto: ‘No, facciamo Luca, però leviamo il dialetto romano, perché sennò non va bene‘. Diventava una cosa pericolosa, mi massacravano. E ho fatto la mia voce, senza modificare nulla, ispirandomi a quello che avevo fantasticato studiando da ragazzo la Divina Commedia”.

La conversazione tocca molti temi. Dalla decisione di registrare la propria voce come marchio sonoro per tutelarsi dagli utilizzi non autorizzati dell’intelligenza artificiale (“Credo di essere stato il primo, purtroppo. E anche in ritardo, perché siamo molto in ritardo su questa roba qua”), all’esperienza nel doppiaggio dei videogiochi, un lavoro che considera particolarmente complesso: “È una cosa difficilissima. Quando vai in sala a doppiare Matrix, per esempio, hai il film e lo vedi, c’è l’attore, lo vedi. Il videogioco no…”. C’è spazio anche per Oggi voglio essere me stesso, lo spettacolo che Ward sta portando in tournée e nel quale racconta aneddoti sul mondo del doppiaggio, coinvolgendo direttamente gli spettatori. “Prendo molto in giro il mio lavoro e anche i miei colleghi, in maniera carina, ovviamente. Ma soprattutto il mio è uno spettacolo interattivo: il pubblico fa parte dello spettacolo“. Chi sale sul palco può infatti cimentarsi nel doppiaggio di celebri personaggi cinematografici, con tanto di filmati, microfoni e copioni.

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Intelligenza artificiale, la nuova miniera d’oro sono i cavi elettrici

29 October 2026 at 14:55

L’intelligenza artificiale corre, ma l’elettricità necessaria per alimentarla deve ancora trovare la propria strada. Dietro i grandi investimenti nei data center, i nuovi impianti industriali e le infrastrutture digitali si nasconde un problema molto concreto: servono cavi elettrici, connessioni e reti capaci di trasportare quantità crescenti di energia. Costruirli richiede molto più tempo di quanto ne occorra per acquistare nuovi server.

È qui che sta emergendo un cambiamento negli equilibri economici. Chi produce i collegamenti indispensabili al funzionamento delle infrastrutture acquista un potere contrattuale crescente. Chi deve utilizzarli, invece, rischia di sostenere costi maggiori, attendere più a lungo o rinviare investimenti già programmati.

Il caso della francese Nexans e la crescita dell’italiana Prysmian raccontano una trasformazione che riguarda l’intera economia: la disponibilità di elettricità non dipende soltanto da quanta energia viene prodotta, ma anche dalla possibilità di trasportarla dove serve.

Nexans lancia il segnale: produrre nuovi cavi richiede anni

In occasione della pubblicazione dei risultati dei primi nove mesi dell’anno, Nexans ha confermato la forte domanda nei settori legati all’elettrificazione. Le attività del comparto hanno registrato una crescita organica del 5,3% nei primi nove mesi, accelerata al 7,1% nel terzo trimestre. Il portafoglio ordini rettificato della divisione Transmission ha raggiunto 7,8 miliardi di euro a fine settembre.

Il dato più interessante, tuttavia, riguarda la capacità produttiva. Il direttore finanziario Vincent Piquet ha spiegato, in una intervista, che realizzare una nuova linea per produrre cavi con isolamento in polietilene reticolato, indicato dalla sigla XLPE, può richiedere circa tre anni. Questo significa che la produzione non può aumentare immediatamente per rispondere a un improvviso incremento della domanda. La capacità disponibile diventa così una risorsa preziosa.

Un esempio arriva dalla Francia: secondo quanto riferito da Piquet, il gestore della rete di distribuzione Enedis è passato da accordi annuali di approvvigionamento a contratti della durata di sei o sette anni, per garantirsi le forniture. È un segnale importante. In un mercato dove ottenere i materiali può diventare difficile, assicurarsi oggi le consegne di domani assume un valore economico autonomo.

Il vero collo di bottiglia dell’intelligenza artificiale

Quando pensiamo a un data center immaginiamo server, processori e sistemi di raffreddamento, ma ogni struttura deve anche essere collegata alla rete elettrica, distribuire energia al proprio interno e garantire continuità di alimentazione. L’Agenzia internazionale dell’energia (IEA) prevede che i consumi elettrici mondiali dei data center passino da circa 485 terawattora nel 2025 a 950 nel 2030. Nello stesso periodo, quelli delle strutture specificamente dedicate all’intelligenza artificiale potrebbero triplicare.

L’aumento della domanda, tuttavia, non riguarda soltanto il settore tecnologico. Veicoli elettrici, pompe di calore, industrie e impianti rinnovabili richiedono nuove connessioni.
Secondo il rapporto Electricity 2026 dell’IEA, nel mondo rimangono bloccati nelle code di connessione progetti per oltre 2.500 gigawatt, comprendenti produzione rinnovabile, sistemi di accumulo e grandi utilizzatori di energia. Non tutti questi ritardi dipendono dalla carenza di cavi: pesano anche autorizzazioni, capacità delle reti e disponibilità di altre apparecchiature. Il risultato, però, è lo stesso: un investimento può essere completato senza poter entrare pienamente in funzione.

Chi guadagna dalla scarsità dei collegamenti elettrici

Il vantaggio economico riguarda, innanzitutto, i produttori capaci di fornire cavi complessi, certificati e disponibili nei tempi richiesti. Quando la capacità produttiva è limitata, le imprese possono selezionare con maggiore attenzione le commesse, negoziare contratti pluriennali e ottenere condizioni commerciali più favorevoli. Questo non significa che tutti i prezzi aumentino automaticamente. Il costo dei metalli, soprattutto rame e alluminio, incide sulle quotazioni, mentre la concorrenza e le clausole contrattuali limitano la libertà di determinare i prezzi.
La scarsità può, comunque, migliorare la redditività dei produttori meglio posizionati, specialmente nei segmenti tecnologicamente più complessi.

Protagonista Opportunità o rischio economico
Produttori di cavi Maggiore domanda, contratti lunghi e migliore selezione delle commesse
Gestori delle reti Investimenti necessari, ma anche maggiori costi e vincoli regolatori
Data center Rischio di ritardi, immobilizzazione dei capitali e costi aggiuntivi
Imprese industriali Possibili attese per nuovi allacciamenti o ampliamenti
Consumatori Eventuale pressione sulle tariffe, secondo le regole di finanziamento delle reti

Il vantaggio dei produttori, dunque, non è privo di rischi. Aumentare la capacità industriale comporta investimenti rilevanti, spesso effettuati anni prima di incassare i ricavi previsti. Se la domanda rallentasse, una parte delle nuove linee potrebbe risultare sottoutilizzata.

Prysmian, il ruolo dell’Italia nella nuova economia elettrica

L’Italia partecipa a questa trasformazione attraverso Prysmian, gruppo con sede a Milano e protagonista internazionale dei sistemi in cavo per energia e telecomunicazioni. I risultati del secondo trimestre 2026 mostrano la dimensione delle opportunità: ricavi pari a 6,02 miliardi di euro, crescita organica del 9,4% e margine del segmento Transmission salito al 21,2%, rispetto al 17,1% dello stesso periodo dell’anno precedente.

La domanda nordamericana dei data center ha contribuito alla crescita della divisione Industrial & Construction, mentre Power Grid e Transmission hanno beneficiato degli investimenti nelle infrastrutture elettriche. Prysmian sta, inoltre, rafforzando il proprio ruolo nei collegamenti digitali. A luglio ha annunciato un accordo fino a 5,5 miliardi di euro con Molex, della durata massima di dieci anni, per forniture di cavi ottici destinati agli interni dei data center.

Il gruppo prevede investimenti per 1,25 miliardi di euro entro il 2031, finalizzati all’espansione della capacità produttiva di fibre e cavi ottici. È importante distinguere i due mercati: i cavi elettrici trasportano energia, quelli ottici trasmettono dati. La crescita dell’AI sostiene entrambi, ma attraverso esigenze differenti. Per l’Italia il valore strategico riguarda anche competenze industriali, progettazione e stabilimenti specializzati, tra cui quello di Arco Felice, a Pozzuoli, coinvolto nella produzione di cavi sottomarini.

Un impianto fermo può costare più del cavo

Per comprendere il valore delle connessioni basta immaginare un’impresa che investe milioni di euro in un nuovo stabilimento. I macchinari arrivano, i lavoratori vengono selezionati e i contratti commerciali sono pronti, ma l’allacciamento elettrico necessario non è ancora disponibile. L’azienda continua a sostenere costi finanziari e organizzativi senza poter utilizzare pienamente il capitale investito.

Per questo il costo del cavo non coincide con il suo prezzo di acquisto. Conta anche il tempo necessario per ottenerlo e installarlo. Un ritardo può modificare la redditività complessiva di un progetto, soprattutto quando gli investimenti sono elevati e il mercato cambia rapidamente. Il fenomeno riguarda i data center, ma anche fabbriche, infrastrutture ferroviarie e nuovi impianti energetici.

Chi pagherà il potenziamento delle reti?

La questione più delicata riguarda la distribuzione dei costi. Le reti elettriche sono infrastrutture regolamentate. Una parte degli investimenti può essere recuperata attraverso le tariffe, secondo regole che variano tra Paesi e sistemi elettrici. Il punto è stabilire quanto debbano contribuire i grandi utilizzatori che richiedono nuove connessioni e quanto, invece, debba essere distribuito sulla collettività.

L’IEA stima che gli investimenti mondiali annui nelle reti debbano aumentare di circa il 50% entro il 2030 rispetto agli attuali 400 miliardi di dollari per sostenere la domanda prevista. È una spesa necessaria, ma richiede attenzione: costruire infrastrutture insufficienti rallenta l’economia; realizzarne troppe o nei luoghi sbagliati rischia di generare costi difficili da recuperare. Per famiglie e imprese, quindi, la partita non riguarda soltanto la produzione di elettricità a prezzi competitivi.
Riguarda anche chi finanzia la rete, chi ottiene priorità nelle connessioni e come vengono ripartiti i benefici degli investimenti.

La nuova corsa all’elettricità sta cambiando il significato stesso della scarsità. Non manca necessariamente l’energia: può mancare la possibilità di farla arrivare al momento giusto. Ed è proprio in questo spazio, tra domanda crescente e infrastrutture lente da realizzare, che i produttori di cavi stanno acquisendo un ruolo economico sempre più importante.

La domanda decisiva non è soltanto chi produrrà l’elettricità del futuro, ma chi sarà in grado di collegarla al mondo che vuole utilizzarla.

Ita Airways avvia procedura di licenziamento collettivo per 226 lavoratori: tra le cause guerra, costo carburante e AI

29 October 2026 at 13:34

Ita Airways comunica l’avvio di una procedura di licenziamento collettivo per 226 lavoratrici e lavoratori. Coinvolto sia personale di volo che di terra. Lo riporta Repubblica. Le motivazioni addotte dalla compagnia controllata per il 41% da Lufthansa sono plurime: l’impatto della guerra sul costo del carburante, la brusca frenata nei progetti di espansione, il rallentamento nella vendita dei biglietti, oltre alla trasformazione tecnologica dettata del sempre maggiore utilizzo dell’intelligenza artificiale. Tutte le ragioni sono riconducibili alla necessità di ridurre i costi. Al 15 ottobre 2026, Ita Airways conta 5.269 dipendenti: il licenziamento dei 226 lavoratori – 10 piloti, 90 assistenti di volo e 126 addetti d terra – equivarrebbe alla perdita del 4,3% del personale complessivo.

Non è ancora noto il numero effettivo di lavoratori che lasceranno la compagnia, dal momento che criteri di scelta ed eventuali alternative saranno oggetto di confronto tra sindacati; tuttavia, la società ha fatto sapere che gli esuberi sono “strutturali” e non temporanei, dunque i tagli ci saranno. Le prime lettere di licenziamento potrebbero essere recapitate già entro il 30 dicembre 2026. La compagnia, tra l’altro, non ha predisposto scivoli o incentivi economici aggiuntivi rispetto a quelli che stabiliscono la legge e i contratti collettivi di categoria: spetterà ai sindacati chiedere questo tipo di agevolazioni all’uscita durante la contrattazione con l’azienda.

La prima motivazione addotta dalla compagnia riguarda il costo del carburante: Ita Airways ricorda che, per effetto delle guerre in Ucraina e in Medioriente, il jet fuel è passato da 670 a 1.700 dollari per tonnellata. I conflitti, inoltre, hanno imposto la modifica delle rotte aeree, spesso allungate, comportando un incremento nei costi delle tratte, a cui è conseguentemente corrisposta una riduzione della vendita dei biglietti. Sono state dunque preferite scelte low cost, vicine e percepite come meno rischiose. Sempre sul tema carburante, viene anche ricordata la carenza che a luglio aveva inciso sull’operatività della compagnia.

I problemi sono stati rinvenuti anche nella componentistica degli aeromobili: i difetti sui motori Pratt & Whitney hanno tenuto a terra alcuni velivoli di nuova generazione, mentre il costruttore Airbus è stato costretto a rinviare diverse consegne. La flotta operativa di Ita Airways, dunque, si è rivelata più piccola del previsto, e ciò ha rallentato i piani di espansione sui collegamenti intercontinentali; e ciò proprio mentre all’aeroporto Milano Malpensa è stato deciso l’ampliamento dei “diritti di quinta libertà”, che comporta il permesso per vettori stranieri di aumentare i collegamenti internazionali tra Italia e Paesi stranieri.

Ci sono poi la digitalizzazione e l’intelligenza artificiale a complicare ulteriormente il quadro lavorativo: alcune attività amministrative e organizzative saranno automatizzate, e parte dei programmi e delle strutture verranno messe a disposizione dalla casa madre Lufthansa, eliminando i doppioni che si verranno a creare. Ita Airways comunica inoltre che sarà ampiamente utilizzata l’intelligenza artificiale agentica, capace di svolgere autonomamente alcuni compiti, e perciò necessiterà l’assunzione di alcune figure specializzate nell’automazione e nel machine learning. Da qui il tema dei percorsi di formazione o riqualificazione annunciati dall’azienda, che presenterà ai sindacati un piano formativo per “ricollocare internamente, anche tra reparti diversi, una significativa parte di personale”.

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“Ragazzi, pubblicate solo ciò che avete visto e fotografato, l’AI crea immagini bellissime ma sono opere di fantasia. Mi fanno ridere i bastoncini per i selfie”: il monito di Steve McCurry

29 October 2026 at 09:23

“La fotografia comincia dall’attenzione. Prima di prendere in mano la macchina fotografica, dobbiamo fermarci, ascoltare e lasciare a una persona o a un luogo il tempo di rivelare qualcosa di sé”. È un manifesto di pazienza, antropologia visiva e difesa della verità quello che Steve McCurry affida alle pagine di Repubblica, in una densa intervista rilasciata alla vigilia della sua nuova avventura espositiva italiana. Le riflessioni del settantaquattrenne autore della celebre “Ragazza afghana” fanno infatti da cornice a “Steve McCurry workshop spirituality“, la mostra con la direzione creativa del maestro e la curatela di Paul Henry Robb, ospitata dal 30 ottobre al 10 gennaio 2027 all’Accademia di Belle Arti “Pietro Vannucci” di Perugia (ingresso gratuito dal giovedì alla domenica). Il progetto è il frutto di un workshop immersivo svoltosi la scorsa estate in Umbria, in cui McCurry ha guidato sette fotografi professionisti e due studenti dell’Accademia attraverso le aree interne della regione, dalla Valnerina all’Orvietano, fino al Trasimeno e alla Media Valle del Tevere.

Il celebre fotografo americano sfrutta l’occasione per tracciare una linea di demarcazione netta tra il suo mestiere e la deriva digitale contemporanea: “L’IA può produrre immagini bellissime, ma in questo caso diventano un’opera di fantasia. E bisognerebbe dichiararlo. Regolare la luce, i colori, i contrasti non è lo stesso che inventare elementi. Una testimonianza fotografica reale va oggi più che mai tutelata. Ragazzi, pubblicate solo ciò che avete visto e fotografato“. “L’Umbria è la terra della spiritualità che ne permea luoghi, personaggi e la vita quotidiana“, spiega McCurry a Repubblica. “Il mio progetto voleva essere un’esplorazione fotografica sulla dimensione spirituale nei luoghi di fede, nella dignità dei gesti quotidiani, nella luce e nel legame tra le persone e la terra. In Umbria, la spiritualità affiora nella vita quotidiana: in un gesto, in un volto, in uno squarcio di luce. Il workshop è nato da questo tipo di attenzione che non può non chiedere molta pazienza”.

Il percorso espositivo restituisce questa ricerca sdoppiandosi su due livelli: il piano terra dell’Accademia accoglierà le nove indagini autonome sviluppate dai partecipanti al workshop, mentre la Pinacoteca ospiterà trenta scatti inediti del maestro americano, affiancati a una selezione di immagini storiche catturate durante i suoi passati soggiorni nel “cuore verde” d’Italia.

Ma al di là dell’indagine sul territorio, l’intervista svela un McCurry intimamente trasformato dalla paternità. Legatissimo all’Italia sin dal 1969, ha scelto di chiamare la sua unica figlia Lucia, che oggi ha 8 anni. E proprio lei è diventata il centro di gravità che ha modificato il suo modo di vivere e lavorare, ancorandolo al verbo “restare“. “Da quando ho mia figlia sono molto più stanziale per poterla vivere e immortalare in ogni suo attimo”, confida il fotografo. “La prima volta che ho scattato una foto a Lucia è stato un secondo dopo la sua nascita, l’ultima un’ora fa. L’arrivo di Lucia ci ha cambiato la vita. Da quando c’è mia figlia il mio modo di puntare l’obiettivo sul mondo e di viverlo in generale è diverso: una volta, fotografando, pensavo soprattutto a me stesso, alle mie emozioni, alle mie reazioni. Ora non riesco a non pensare che la realtà che fotografo sarà quella che lasceremo a lei”.

Un senso di responsabilità intergenerazionale che lo porta a inquadrare la fotografia moderna senza snobismi tecnologici, assolvendo i telefoni cellulari ma condannando severamente le falsificazioni. “Penso sia bene che ognuno abbia la possibilità di riprendere ciò che ci circonda. Mi fanno solo un po’ ridere i bastoncini per i selfie“, ironizza McCurry. “La smania di fissare il momento non deve sottrarci tempo, ma arricchirlo, eventualmente. Le fotografie circolano molto più velocemente e arrivano dappertutto, e io continuo ad avere fiducia nel potere di raccontare una storia con le immagini. Si tratta di osservare persone, culture e tradizioni e di preservare quei momenti come parte della nostra storia collettiva. In questo senso, la fotografia è sia arte che documentazione”. E come tale, conclude il maestro, deve rimanere saldamente ancorata alla realtà.

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Elonville, la città che Musk vuole comprare per i suoi data center dell’intelligenza artificiale

28 October 2026 at 18:26

Elon Musk vuole acquistare una città in Mississippi: si chiama Southaven, ospita una centrale elettrica fondamentale per alimentare i data center della sua intelligenza artificiale, e da alcuni media americani è stata già ribattezzata “Elonville“. Il piano del miliardario prevede l’acquisto di 418 case a un prezzo di mercato di 180.000 dollari; come parte della compravendita è previsto anche un accordo con i proprietari in cui rinunciano a partecipare a una causa legale contro l’azienda. Diciotto proprietari avrebbero già accettato.

La proposta indecente di Musk agli abitanti di questo piccolo centro è: vendetemi le vostre case e trasferitevi altrove. E non è neanche una di quelle offerte che non si possono rifiutare. Pare, infatti, che il miliardario non voglia andare oltre il prezzo di mercato, 180.000 dollari. Secondo quanto riferito dal sindaco della città, le case serviranno ad accogliere il personale di xAI, la società di intelligenza artificiale di Musk confluita in SpaceX a febbraio che sta vivendo una fase di espansione rapidissima nell’area.

Negli ultimi due anni, infatti, l’azienda ha realizzato tre data center tra Southaven e la vicina Memphis, in Tennessee. Ed è lì che Musk trascorre almeno tre notti a settimana, dormendo in un caravan, nemmeno di super lusso, per supervisionare direttamente il progetto. D’altra parte Musk ha investito circa mezzo miliardo di dollari per sostenere l’elezione di candidati repubblicani negli ultimi due cicli elettorali e il suo fervore per i data center è condiviso da Donald Trump e dalla sua amministrazione.

Non si può invece dire che i residenti di Southaven siano entusiasti. Per quanto alcuni abitanti siano propensi ad accettare l’offerta dell’uomo più ricco del mondo e lasciare la città, altri intendono dare battaglia. A giugno tre residenti della zona, esasperati dal frastuono causato dai lavori di espansione dell’impianto di xAI, hanno intentato una causa, lamentando “rumori costanti, vibrazioni e altri disagi” a causa delle turbine a gas necessarie per l’alimentazione.

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La truffa con la falsa voce di Vannacci: “Versa 250 euro, ne guadagnerai 10 mila. Garantiscono Meloni e Mattarella”

28 October 2026 at 14:19

Una truffa con la falsa e suadente voce di Roberto Vannacci, clonata con l’intelligenza artificiale, come amo per pescare a strascico nell’oceano sterminato di Youtube. Migliaia di vittime ignare possono abboccare all’esca, mentre guardano un video sulla piattaforma di Google e spunta la frode travestita da pubblicità. “Tutto è trasparente, me ne faccio personalmente garante”, esordisce il falso Vannacci. “Il link è sotto il video, seguendolo, puoi iniziare a guadagnare già oggi. Basta un versamento minimo di 250 euro”. Cliccando, si approda all’indirizzo della truffa: proxiacoadvir.pro.

Il precedente contro Fideuram con la voce clonata di Messina

Anche Paolo Molesini, ex presidente di banca Fideuram, è caduto nella trappola della voce clonata dall’IA. È costata 39 milioni di euro, ma senza gli investigatori il bottino poteva arrivare a 95 milioni. Il timbro replicato era di Carlo Messina, amministratore delegato di Intesa. In quel caso i criminali hanno mirato ad una vittima di altissimo profilo. Stavolta, nel setaccio dei delinquenti possono restare impigliati migliaia di persone comuni. Ilfattoquotidiano.it può documentare la clip con la voce di Vannacci, ma i vip emulati possono essere molti di più, negli annunci pubblicitari su Youtube. Cambia forma anche la pagina linkata all’inserzione fraudolenta. Oggi, 28 ottobre, ecco la “bufala” nel titolo d’apertura: “Le società Fininvest, Microsoft e alcuni miliardari italiani stanno lanciando una piattaforma che garantisce un reddito mensile fino a 30.000 euro”.

La frode con finte pagine giornalistiche, l’endorsement dei Berlusconi, Vacchi e Ferrero

Ieri, 27 ottobre, campeggiava un falso sito di Rai News, con un quadretto bizzarro in cima: il presidente della Repubblica Sergio Mattarella, la premier Giorgia Meloni, Piersilvio e Marina Berlusconi, l’influencer Gianluca Vacchi, l’imprenditore Giovanni Ferrero. Insieme sotto un titolo cubitale: “Oggi, 27 ottobre 2026, è l’ultimo giorno di iscrizione al progetto di guadagno automatizzato QuantumAI sostenuto dal governo. A ogni investitore è garantito un reddito di 10.000 euro al mese dopo l’attivazione”. Una falsa notizia camuffata neppure a regola d’arte.

Ecco la proposta per l’utente, annunciata in una clip incastonata dentro un finto articolo giornalistico, tra endorsement del presidente del capo dello Stato, garanzie di palazzo Chigi e il timbro dei miliardari sul nuovo sistema di guadagno: “Versa 250 euro – esorta la voce neutra e professionale – e l’algoritmo automatizzato di Intelligenza artificiale compra da solo gli asset ai prezzi migliori, e li vende non appena il prezzo sale un po’. Non è necessario capire il trading, il programma fa tutto al posto vostro. Poi scelgo l’importo da prelevare, indico la banca e premo ‘prelevo denaro’. E rimarrete scioccati”. C’è da crederci. “All’inizio pensavo fosse un’altra truffa – prosegue la clip – ma non era il mio primo prelievo sul conto bancario”. Grazie all’app Quantum AI, suggerisce la voce, “nella prima settimana ho guadagnato 2 mila 500 euro. Potete ottenere lo stesso risultato, ma prima bisogna registrarsi. Inserite anche voi il vostro nome completo, l’email e il numero di telefono”. Poco dopo chiamerà l’azienda, avvisa la voce, basta confermare l’identità e il gioco è fatto.

“Il consiglio della premier: registra i tuoi dati, ti contatterà un consulente personale”

Tra il video e lo spazio per la registrazione, la pagina ospita un falsa dichiarazione, virgolettata, attribuita a Giorgia Meloni: “La piattaforma rappresenta un passo significativo verso il benessere finanziario di ogni cittadino italiano. Oggi più di 500.000 dipendenti pubblici, pensionati, titolari di imprese, lavoratori e casalinghe in tutta Italia stanno già prelevando fondi da QuantumAI direttamente sui propri conti presso Intesa Sanpaolo, UniCredit, Banco BPM e Poste Italiane”. All’esortazione della premier segue il “Pannello di monitoraggio” con le “statistiche in tempo reale: negli ultimi minuti, 2076 utenti si sono registrati e 726 hanno effettuato il primo deposito di almeno 250 euro”. A titolo di esempio, nomi inventati come Francesca Colombo, Valentina Bruno, Marco Rossi, Chiara Marino, tutti dalla città di Ivrea, con la somma esatta del prelievo o del deposito.

Scendendo ancora, arriva un altro video. Il logo di Rai News è in alto a destra, un uomo con gli occhiali scimmiotta un collegamento televisivo: “Ho provato io stesso, senza dubbi ogni italiano può iniziare, in un mese ho raggiunto un reddito superiore a 10 mila euro. E’ stata lanciata con la partecipazione dei principali esponenti politici del paese, Giorgia Meloni e Sergio Mattarella”. Recita il sottopancia con grafica da all news: “Ultim’ora, 98% operazioni riuscite”. Un’occasione talmente ghiotta che “il numero di posti disponibili è limitato”, bluffa il testo in pagina sotto il video, per “evitare il sovraccarico del sistema: al momento restano 8 posti”. Infine, il riepilogo delle istruzioni: compilare il “sottostante” modulo di registrazione con i dati di contatto, attendere la chiamata del “consulente personale”, investire almeno 250 euro, configurare la piattaforma col supporto del predetto consulente, passare all’incasso. “I pagamenti arriveranno sul vostro conto bancario ogni giorno alle 10:00”, la rassicurazione conclusiva.

Il gesto di Meloni contro la clonazione

Contro la clonazione della voce ad opera dell’Intelligenza artificiale, giova ricordare anche il gesto della premier Giorgia Meloni, ad inizio ottobre: per difendersi dai deepfake ha registrato il marchio, con tanto di copyright. L’effetto? “Una modesta, modestissima quasi nulla utilità”, ha commento sulla Stampa il 9 ottobre Guido Scorza, esperto di privacy digitale. Neppure il copyright mette al riparo dalla clonazione della voce.

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Gli editori norvegesi portano Meta in tribunale: il problema è epocale

28 October 2026 at 12:15

L’allarme lo ha lanciato, per prima, la Nieman Lab Foundation di Harward lo scorso 15 ottobre: “A partire dal 30 ottobre, gli account aziendali che continueranno a utilizzare Facebook, Instagram o WhatsApp acconsentiranno automaticamente alla raccolta di dati da parte di Meta sui propri siti web”.
Destinatari dell’allarme, innanzitutto, gli editori. Secondo la Fondazione Nieman, infatti, per effetto di un aggiornamento delle proprie condizioni generali di contratto business, Meta si sarebbe garantita il diritto di sfruttare i contenuti dei giornali per addestrare modelli e algoritmi alla base dei propri prodotti.

In poche ore, in tutto il mondo, gli editori si son messi sul piede di guerra. Tanto è bastato a suggerire a Meta di fare marcia indietro o, almeno, tirare il freno.

Il gigante di Menlo Park, infatti, ha rivisto e corretto l’aggiornamento delle condizioni generali di servizio all’origine della protesta degli editori, chiarito che non aveva mai avuto intenzione di garantirsi alcun diritto in più rispetto a quelli che già aveva e tanto meno di farlo contro la volontà degli editori e specificato che i contenuti degli editori, a valle della modifica in questione, avrebbero potuto essere utilizzati esclusivamente per migliorare i propri prodotti pubblicitari e commerciali, quelli, cioè, forniti proprio agli editori. E ha aggiunto che gli editori avrebbero, comunque, continuato a disporre del diritto di sottrarre qualsiasi contenuto al proprio scraping, semplicemente utilizzando l’apposito comando – il famoso robot.txt – da sempre a loro disposizione.

Meglio ma non bene secondo la stessa Fondazione Nieman che in un articolo del 17 ottobre è tornata sull’argomento, chiarendo, attraverso la vivavoce di una serie di esperti, che la modifica dell’aggiornamento alle condizioni generali di servizio proposta da Meta non sarebbe valsa a superare il problema, che la società sarebbe rimasta libera di utilizzare i contenuti degli editori per addestrare gli algoritmi alla base di una non meglio definita ampia gamma di “prodotti commerciali” e che, nonostante le rassicurazioni, niente nelle condizioni generali di servizio avrebbe, effettivamente, garantito agli editori di sottrarre, attraverso il comando robot.txt i propri contenuti alla bulimica voracità degli algoritmi di Menlo Park.

Nessun cessato allarme insomma. E, anche da questa parte dell’oceano, in tanti, tra gli editori, la pensano allo stesso modo.

Tra questi sicuramente gli editori norvegesi che, infatti, hanno appena trascinato Meta in Tribunale chiedendo al Giudice di ordinarle di sospendere l’aggiornamento dei propri termini d’uso, di ordinarle di inserirvi un esplicito riferimento alla circostanza che con il comando robot.txt sarebbe possibile sottrarre i propri contenuti all’addestramento di qualsivoglia prodotto e di imporre che qualsiasi questione relativa allo sfruttamento di contenuti editoriali sia disciplinata con un contratto completamente autonomo rispetto a quelli relativi ai servizi generalmente utilizzati per la diffusione e promozione dei contenuti editoriali, così da sottrarli al rischio di rimanere esposti a eventuali abusi di posizione dominante da parte della società di Menlo Park.

Ancora una volta la risposta di Meta non si è fatta attendere: aggiornamento dei termini d’uso posticipato dal 30 ottobre al 20 novembre per aver modo di spiegarne meglio agli editori il significato e di tranquillizzarli.
Ancora una volta, meglio ma non bene.

Il problema resta ed è epocale anche se, per la verità, non riguarda solo Meta ma tutte le grandi fabbriche globali di algoritmi: non è, infatti, tollerabile oltre l’idea che, specie soggetti che, in un modo o nell’altro, si sono ormai conquistati un ruolo ineliminabile nella catena di distribuzione dei contenuti informativi, provino a appropriarsi di questi contenuti, trasformandoli in asset tecno-commerciali attraverso i quali andare, addirittura, a fare concorrenza agli stessi editori dei contenuti in questione.

E non è solo una questione di soldi e di sopravvivenza delle imprese editoriali. È, anche, una questione di democrazia perché se pochi grandi giganti dell’intelligenza artificiale, divorando i contenuti dei giornali, si pongono in condizione di diventare – come, in parte, sta già accedendo – nuovi oligopolisti globali dell’informazione, la dieta mediatica dell’intera umanità finisce con il cadere nelle loro mani con ogni conseguenza facilmente immaginabile in termini di pluralismo informativo, manipolazione dell’opinione pubblica globale e, appunto, democrazia.

Ma c’è di più. Non solo, infatti, le grandi fabbriche di algoritmi non hanno alcun diritto di appropriarsi dei contenuti degli editori per addestrare i propri algoritmi senza neppure chiedere permesso ma – ed è bene dirlo subito e senza nessuna ambiguità – gli stessi editori non possono vendere ai giganti dell’intelligenza artificiale in questione i loro contenuti perché li usino per l’addestramento degli algoritmi.

La ragione è semplice: i contenuti in questione, infatti, non sono solo oggetto di diritti di proprietà intellettuale degli editori dei quali questi ultimi possono certamente disporre ma contengono anche milioni di dati personali di milioni di persone – i protagonisti dei fatti raccontati – sui quali, al contrario, gli stessi editori, non hanno alcuna forma di proprietà e dei quali non possono in alcun modo disporre.

Questi dati personali, infatti, sono presenti nei contenuti degli editori in forza di un’eccezione – quella che ne consente il trattamento in vista del soddisfacimento del diritto di cronaca – e non di un diritto disponibile degli editori e quell’eccezione, evidentemente, mentre consente la pubblicazione del contenuto, non consente all’editore, pure titolare dei diritti di proprietà intellettuale dei quali vorrebbe appropriarsi Meta e le sue concorrenti, di autorizzare chicchessia al loro sfruttamento al fine di addestrare, non importa quale algoritmo o modello, non importa in quale contesto.

Se vendessero alle grandi fabbriche di algoritmi i loro contenuti perché li usino per trasformarli in asset tecnologico-commerciale, gli editori farebbero esattamente ciò che, a ragione, stanno contestando ai giganti dell’intelligenza artificiale di fare: esproprierebbero milioni di persone di un loro diritto fondamentale e trasformerebbero, a loro volta, i dati personali di milioni di persone in un proprio asset commerciale, senza neppure chiedere permesso.

Quindi bene e, anzi, benissimo che gli editori, anche se in ritardo, si preoccupino di difendere la loro proprietà intellettuale, ma guai a dimenticarsi, che c’è un diritto, altrettanto prezioso, che va difeso con eguale energia: quello che milioni di persone, protagoniste, nei contesti più diversi, dei contenuti pubblicati dagli editori, hanno sui loro dati personali, dati legittimamente – fino a prova contraria e a condizione che esistesse un interesse pubblico – pubblicati sulle pagine dei giornali ma, non solo per questo, legittimamente cedibili alle fabbriche di algoritmi o da queste acquistabili per contratto.

E, ancora una volta, se accadesse sarebbe gravissimo perché, quei dati, i nostri dati personali, una volta finiti nei ventri molli e profondi delle fabbriche di algoritmi, sarebbero sottratti per sempre al nostro controllo e, con loro, lo sarebbero frammenti di inestimabile valore della nostra identità personale.

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L’IA si è mangiata 120mila lavoratori negli Usa. E ora nel mirino ci sono anche i manager

28 October 2026 at 10:11

L’intelligenza artificiale continua a fare progressi e a farne le spese sono sempre di più i lavoratori in carne e ossa. I numeri relativi agli ultimi nove mesi sono impressionanti. Negli Stati Uniti l’IA si è divorata qualcosa come 120mila posti di lavoro, incarichi in cui l’uomo è stato sostituito dalla macchina. Trentamila annunciati solo da Amazon. Ora, Microsoft offre incentivi all’esodo a una platea potenziale di 60 mila dipendenti, mentre nei Paesi Bassi persino il governo vuole eliminare 25 mila posti pubblici in dieci anni. Secondo Challenger, Gray & Christmas, da gennaio l’intelligenza artificiale è stata indicata come la causa di 120.136 tagli del personale in Usa, il 21% dei 573 mila complessivi. Quasi uno su cinque.

Nel 2025 – riporta Il Corriere della Sera – i tagli annunciati e attribuiti all’AI erano stati circa 55 mila. Ora sono più del doppio. Ridurre il personale può servire a migliorare i margini e a liberare risorse. Microsoft investirà quest’anno 175 miliardi di dollari, sopratutto in infrastrutture e AI; Amazon 220; Meta fino a 145, mentre ha annunciato una raccolta da 95 miliardi, alla quale Nvidia, il colosso dei chip, parteciperà con 3 miliardi. Ma la mossa che più spaventa per l’entità dei tagli è quella che sta per compiere l’Olanda. L’obiettivo del governo è quello di ridurre di un quinto il personale statale per risparmiare 3,5 miliardi. Nel 2027 il piano diventerà operativo e verrà spiegato nel dettaglio in quali specifici settore la macchina sostituirà completamente l’essere umano.

Block, la società di pagamenti fondata da Jack Dorsey, ha annunciato oltre 4 mila tagli, quasi metà dell’organico, sostenendo che l’AI consente ormai di fare di più con meno persone. Anche Atlassian ha collegato chiaramente i 1.600 esuberi all’autofinanziamento dell’AI; HP ne ha stabiliti fino a 6 mila. E ora si aggiunge anche Microsoft che, dopo i 4.800 tagli annunciati a luglio, propone uscite volontarie in Usa, Canada, Uk e India. La trasformazione – conclude Il Corriere – non risparmia neppure chi occupa i gradini più alti. Secondo l’Ocse, tra le professioni maggiormente esposte all’AI figurano manager e specialisti della finanza, chiamati a confrontarsi con algoritmi capaci di svolgere una parte crescente delle loro attività.

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Intelligenza artificiale, la sfida per gli agenti assicurativi: a Roma il confronto tra esperti e operatori del settore

28 October 2026 at 09:54

Il 5 novembre a Villa Miani il convegno promosso da GAAT Service con UNI Agenti e AGI. Tra i relatori Aranzulla, Camisani Calzolari, Frontoni e Veltroni. Peter Gomez modererà la tavola rotonda sul futuro dell’intermediazione.

L’intelligenza artificiale è già entrata nei processi di molte imprese e sta cambiando il modo in cui vengono analizzati i dati, organizzate le attività e costruite le relazioni con i clienti. Per il mondo assicurativo, il tema non riguarda soltanto l’adozione di nuovi strumenti: chiama in causa il ruolo degli intermediari, la loro autonomia professionale e la capacità di accompagnare persone e aziende in decisioni sempre più complesse.

A queste domande è dedicato il convegno nazionale “Intelligenza artificiale & Agenti di assicurazione”, in programma giovedì 5 novembre 2026 a Villa Miani, a Roma. L’iniziativa è organizzata da GAAT Service, in collaborazione con UNI Agenti e AGI Agenti Generali Italia, e riunirà divulgatori, studiosi e rappresentanti del comparto per discutere opportunità e criticità della trasformazione digitale.

Il confronto parte da una questione concreta: l’IA potrà aiutare gli agenti a interpretare meglio i bisogni della clientela e a rendere più efficiente il lavoro quotidiano, ma solleva anche interrogativi sulla gestione dei dati e sul rapporto diretto tra compagnie e consumatori. È proprio su questo equilibrio che gli organizzatori intendono aprire una riflessione.

“I cambiamenti non si subiscono, si governano”, osserva Roberto Salvi, presidente di GAAT Service e UNI Agenti. Secondo Salvi, “il settore non può limitarsi a osservare l’evoluzione tecnologica: deve comprenderne le conseguenze”. E sugli spazi di autonomia degli intermediari, Salvi è molto chiaro: “L’intelligenza artificiale può rappresentare una grande opportunità proprio per rafforzare quella autonomia se gli intermediari sapranno affrontare questa trasformazione insieme, mettendo in comune competenze, esperienze, risorse e capacità di investimento. La forza di molti può consentire di accedere a strumenti e soluzioni che il singolo, da solo, avrebbe più difficoltà a sviluppare o governare. L’obiettivo del convegno – spiega – è finalizzato ad affrontare il tema senza semplificazioni e con competenze differenti”.

Il programma prevede l’avvio delle attività alle 11 con la registrazione dei partecipanti e un light lunch. Alle 13 l’introduzione di Peter Gomez e il saluto istituzionale di Roberto Salvi apriranno gli interventi. Sul palco si alterneranno Salvatore Aranzulla, divulgatore informatico conosciuto per le sue guide pratiche all’uso della tecnologia; Marco Camisani Calzolari, esperto di digitale, sicurezza e rischi della rete; Emanuele Frontoni, professore ordinario all’Università di Macerata e studioso di intelligenza artificiale e visione artificiale; e Walter Veltroni.

VIDEO | Il videomessaggio di Salvatore Aranzulla

VIDEO | Il videomessaggio di Emanuele Frontoni

VIDEO | Il videomessaggio di Marco Camisani Calzolari

Alle 15.40 è prevista una tavola rotonda moderata da Peter Gomez, dedicata al punto di vista degli operatori del mercato. Interverranno Pietro Franchini (IVASS), Denis Girola (Xoldy), Pisana Liberati (UNI

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Emanuele Frontoni

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Roberto Salvi

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Salvatore Aranzulla

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Agenti), Gianni Mezzalira (AGI), Alfredo Penna (UCA Assicurazioni), Osvaldo Rosa (Assigeco) e Orazio Rossi (Chubb). Un confronto tra realtà e ruoli diversi, chiamati a misurarsi con le ricadute dell’innovazione sul lavoro degli agenti e sui rapporti con gli assicurati.

Il filo conduttore della giornata è la necessità di affiancare alla conoscenza tecnica una riflessione sulle persone e sulle professioni. Perché la capacità di ascolto, la fiducia e l’interpretazione dei bisogni restano centrali nel rapporto con il cliente, anche quando cambiano gli strumenti con cui questo rapporto si costruisce.

La partecipazione al convegno è gratuita, con prenotazione obbligatoria. Per informazioni: segreteriaorganizzativa@eventoai.it; tel. 377 5501110.

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La Siae cerca di sopravvivere al progresso tecnologico: la battaglia mi sembra già persa

28 October 2026 at 05:11

Gli eredi di Elvis Presley contro Anthropic: “Ha usato 274 canzoni per addestrare IA” (Ansa, 26.10)

Un amico compositore mi informa, piuttosto incazzato, che la Siae adesso accetta il deposito di brani musicali realizzati con l’IA tramite un prompt: “Purché vi sia un contributo creativo umano riconoscibile. La Siae, però, non verifica questo requisito al momento del deposito: si affida alla dichiarazione dell’autore”. Gli dico che sono contro l’anacronismo del diritto d’autore e del copyright, leggi che la deriva iper-proprietaria ha reso assurde e il progresso tecnologico superate (l’IA viene addestrata su milioni di opere protette da copyright, spesso senza il consenso degli autori; per le aziende di IA trattasi di fair use, cioè di uso legittimo: la battaglia è in corso).

Premessa: mentre negli Usa prevale una concezione patrimoniale del copyright, che consente di vendere i diritti di sfruttamento commerciale di un’opera, il nostro diritto d’autore è informato dal criterio filosofico della personalità dell’autore (puoi cedere i diritti economici, ma quelli morali, come il riconoscimento della paternità dell’opera, restano tuoi). Queste leggi hanno vizi d’origine che da sempre legittimano la manomorta assurda di eredi e corporation, privando la comunità artistica della possibilità di rielaborare liberamente l’arte del passato, esplorare direzioni nuove e creare nuovi mercati finché quelle opere sono ancora culturalmente rilevanti.

La filosofia del nostro diritto d’autore deve molto all’estetica romantica: il Genio creatore assoluto, ispirato dalle Muse. Ma adesso sappiamo che ogni artista è figlio della propria epoca, così come la sua arte. E che l’arte è anche una questione di ricezione. Questo riguarda la sua produzione (il cubismo influenza seguaci e contestatori), il suo significato, che cambia nel tempo (lo dimostra Borges nel Pierre Menard, 1939) e persino la storia letteraria, perché ogni scrittore crea i propri precursori (ancora Borges, in Kafka e i suoi precursori, 1951).

L’artista eredita un patrimonio culturale collettivo, lo trasforma e lo restituisce alla collettività: Shakespeare e Mozart attingevano a piene mani anche dalle opere dei loro contemporanei, con una libertà che il copyright e il diritto d’autore gli avrebbero impedito. Reputo dunque anacronistici e controproducenti copyright e diritto d’autore, e ritengo che andrebbero radicalmente riformati (per tanti motivi che ho esaminato qui: t.ly/42GSI).

Il mio amico, che invece crede ancora nella bontà di quelle leggi, usa questo argomento contro la concorrenza di chi produce musica con l’IA: “Se uno stesso prompt genera musiche diverse, significa che chi lo scrive non determina le caratteristiche espressive del risultato. Chi chiede all’IA di comporre un brano jazz malinconico non decide la melodia, l’armonia, il ritmo o l’orchestrazione. Il legame autoriale fra il prompt e il prodotto musicale è talmente generico da essere irrilevante. Non più rilevante del girare un caleidoscopio per ottenere le sue meravigliose immagini colorate.

L’IA musicale è un caleidoscopio moderno. Contiene miliardi di vetrini colorati, ricavati dalla creatività musicale del passato e del presente che è stata utilizzata per addestrare le macchine. Chi gira il caleidoscopio sceglie quali immagini guardare, magari ne scarta cento prima di trovarne una che gli piace. Basta a farne l’autore?” Sì: anche la sola scelta può costituire un atto autoriale, vedi Duchamp. Perché scegliere un orinatoio può essere un atto autoriale e scegliere una composizione generata dall’IA non dovrebbe esserlo? Forse la Siae ha un problema più serio di questo.

L’IA renderà sempre meno indispensabile l’intermediazione delle società di gestione dei diritti, perché permette di produrre a costi irrisori quantità illimitate di musica, riducendo potenzialmente la domanda di opere del repertorio protetto. Vedo dunque nell’apertura della Siae alle opere generate con l’IA un tentativo di adattarsi a una trasformazione che minaccia la sua stessa ragion d’essere: la tecnologia sta erodendo le condizioni economiche che giustificavano storicamente il copyright e il diritto d’autore.

Nel 2024 la Siae ha esercitato l’opt-out per il proprio repertorio, opponendosi all’utilizzazione delle opere tutelate per l’addestramento dell’IA. Interessante: la Siae da una parte cerca di controllare l’impiego delle opere nell’addestramento, dall’altra ammette il deposito di opere realizzate con l’ausilio dell’IA. Le due posizioni sono giuridicamente compatibili, ma rivelano una tensione fra difesa del repertorio esistente e integrazione delle nuove tecnologie: la Siae cerca di sopravvivere al progresso tecnologico incorporandolo nel sistema proprietario che quel progresso sta mettendo in crisi. La battaglia mi sembra già persa. Un’IA capace di generare nuove opere a costo irrisorio renderà superflui il copyright e il diritto d’autore, anche se continueranno a esistere formalmente. Andrà impedito, a quel punto, che il monopolio sulle opere sia sostituito da quello delle aziende che controllano le tecnologie per produrle.

L’altro giorno Art Spiegelman (Maus) ha confessato di aver utilizzato l’IA per uno sticker da applicare sulla nuova copertina di un suo vecchio fumetto. Voleva ottenere l’effetto di un’incisione antica, ma “non avevo voglia di disegnarla”. Ed ecco definitivamente sdoganata (d’autorità: bel paradosso) la pratica immonda.

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I deepfake stanno invadendo le campagne elettorali

28 October 2026 at 03:45

Ossoff Deepfake

Un uomo prende una Bibbia e comincia a imbrattarla con un pastello a cera. Inizia a leggere e recita versi apocrifi: «In principio Dio era non binario e non era cristiano», «Dio ha mandato sulla Terra il suo unico figlio, che era un femminista radicale». Poi guarda in camera e si definisce «un cristiano che odia la cristianità». È James Talarico, candidato democratico al Senato in Texas. Ma la scena non è mai avvenuta. È stata costruita con l’intelligenza artificiale e utilizzata in uno spot elettorale del repubblicano Ken Paxton, che attribuisce al suo avversario parole inventate a partire da dichiarazioni reali. Una caricatura della posizione politica di Talarico trasformata in un video iperrealistico, pronto per circolare sui social e suscitare indignazione nell’elettorato.

Con le elezioni di metà mandato in arrivo la prossima settimana, i team di comunicazione dei candidati hanno aperto la cassetta degli attrezzi e ha tirato fuori tutti gli strumenti possibili, compresi quelli che fino a poco tempo fa nemmeno esistevano. Come i video deepfake, come quello diffuso da Paxton su Talarico: stanno cambiando la comunicazione politica, mescolando il reale con il falso.

In Georgia, alcuni annunci finanziati da un Super Pac vicino ai repubblicani raffigurano il senatore democratico Jon Ossoff mentre si sottopone a trattamenti estetici vistosi, prendendo di mira le spese della sua campagna per parrucchieri e truccatori. In Michigan, un altro gruppo ha usato l’intelligenza artificiale per inserire il candidato democratico Abdul El-Sayed in una fotografia di famiglia mai esistita, insieme al podcaster Hasan Piker e a quattro donne con il niqab. In Pennsylvania, uno spot della repubblicana Stacy Garrity fa pronunciare al governatore democratico Josh Shapiro dichiarazioni sui finanziamenti ricevuti e sulle autorizzazioni concesse ai data center. Sono tutti esempi di una stessa forma di manipolazione: i candidati – e i loro staff – usano la capacità dell’intelligenza artificiale di produrre immagini credibili per rendere più aggressiva la comunicazione elettorale. Non sempre si tratta di inventare tutto da zero. A volte si prendono dichiarazioni autentiche, si modificano o si ricompongono fuori contesto; altre volte si costruiscono scene inesistenti, affidando al candidato una battuta che non ha mai pronunciato. Secondo il Wesleyan Media Project all’11 ottobre erano stati spesi centotrentasette milioni di dollari per duecentoventi annunci elettorali realizzati in tutto o in parte con l’intelligenza artificiale. Quasi tutti sono riconducibili ai repubblicani. Non tutti sono catalogati come deepfake ingannevoli in senso stretto, ma la cifra dà la misura della rapidità con cui le nuove tecnologie si stanno mangiando la propaganda elettorale.

Le regole, per il momento, tengono il passo a fatica. Secondo una ricognizione di Axios, quattro Stati americani vietano determinati impieghi dei deepfake politici, mentre altri ventisette richiedono qualche forma di dichiarazione sull’uso dell’intelligenza artificiale. Una normativa federale specifica, invece, non esiste. Il risultato è un mosaico di disposizioni diverse, nel quale la comunicazione viene sottoposta a obblighi differenti a seconda del luogo in cui viene diffusa.

Il danno, infatti, non coincide con la possibilità che un elettore scambi un falso per vero. Anche chi riconosce la manipolazione può conservare un’impressione negativa del candidato che ha appena visto imbrattare una Bibbia o pronunciare una frase offensiva. La psicologa e studiosa diepistemologia Cailin O’Connor ha detto ad Axios che l’impatto emotivo di un contenuto può persistere anche quando sappiamo che è falso. E c’è un secondo rischio, forse ancora più difficile da contrastare, che si verifica quando i video artificiali diventano onnipresenti, e lì diventa più semplice liquidare come un prodotto dell’IA anche un contenuto autentico. È il cosiddetto liar’s dividend: quando i deepfake si moltiplicano, anche un video autentico può essere scambiato per falso.

La storia dei deepfake in politica non comincia certo con le midterm americane. In Slovacchia, già a settembre 2023, due giorni prima delle elezioni, aveva iniziato a circolare un audio falso che sembrava mostrare il leader dell’opposizione Michal Šimečka mentre tramava per manipolare il voto. In India, durante le elezioni del 2024, dei video generati con l’intelligenza artificiale hanno mostrato due star di Bollywood mentre criticavano Narendra Modi e invitavano a votare per l’opposizione. In entrambi i casi, il falso è arrivato agli elettori in un momento in cui smentirlo era difficile, o sfruttando la popolarità di personaggi famosi per ottenere visibilità.

Anche in Italia i deepfake stanno entrando nella comunicazione politica. A luglio Roberto Vannacci ha rilanciato un video generato con Grok, l’intelligenza artificiale di X, in cui veste i panni di un imperatore romano al Colosseo, accanto a Giorgia Meloni e Ignazio La Russa. Nell’arena, alcuni avversari politici, tra cui Elly Schlein e Giuseppe Conte, sono prigionieri destinati a essere sbranati dai leoni. Una fantasia di potere e punizione, più che un tentativo di documentare un fatto reale: un esempio di quella che viene chiamata slopaganda, la propaganda costruita con contenuti sintetici pensati per suscitare reazioni e circolare sui social.

Facta ha ricostruito la storia di quel video e ha scoperto che era stato realizzato da una sostenitrice di Vannacci residente nel Regno Unito, non dallo staff ufficiale del partito. La donna lo aveva pubblicato sulla pagina Instagram Robertus Vannaccius; Ugo Rossi, consigliere comunale di Futuro Nazionale a Trieste, aveva raccontato di averlo visionato in anticipo e di aver suggerito un elemento del finale. Vannacci lo aveva poi condiviso sul proprio profilo. E da mesi ormai circolano video artefatti di Vannacci in uniforme militare e con il logo di Futuro Nazionale che schiaffeggia donne, strappa passaporti e aggredisce persone per le loro scelte personali. In una clip colpisce una ragazza diretta a Ibiza; in un’altra aggredisce una donna intenzionata ad abortire. Il leader ha negato qualsiasi legame con i filmati, e un’analisi di Open ha ricondotto tutto all’account Terra Cava 2. La strategia era pubblicarli fingendosi indignati per quelle scene e poi assumere toni di sostegno a Vannacci, prendendo in giro chi aveva creduto alla loro autenticità. Indignazione, approvazione e condivisioni finivano così per alimentare la circolazione degli stessi contenuti.

È un problema che riguarda anche la responsabilità dei partiti. A dicembre dell’anno scorso Pagella Politica e Facta hanno chiesto alle forze parlamentari di impegnarsi a non creare né diffondere deepfake degli avversari, a correggere pubblicamente eventuali condivisioni ingannevoli e a sensibilizzare i propri sostenitori. La Lega è stata l’unica a non firmare, sostenendo di preferire «i fatti e non gli appelli», pur dichiarando inaccettabili questi strumenti. A settembre 2026 Pagella Politica ha riferito di non aver ricevuto risposta da Futuro Nazionale alla successiva richiesta di adesione. Non tutte le forze politiche hanno accettato di assumersi un impegno pubblico contro la falsificazione della realtà a fini propagandistici.

Rifiutare un impegno così elementare di correttezza democratica è una scelta di campo chiara. Sottrarsi a un principio minimo di trasparenza non è contro la legge, ma rivela come ci si vuole muovere nella comunicazione. Perché la propaganda ha sempre cercato di piegare i fatti ai propri obiettivi, e oggi può farlo con immagini molto credibili prodotte senza girare un solo fotogramma reale.

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Sciopero generale 30 ottobre, 22mila persone preparano le proteste su 3 chat Telegram: “Vietato incitare alla violenza”

27 October 2026 at 16:20

Su Telegram procede l’organizzazione delle proteste, mentre Youssef Siher è agli arresti con l’accusa di terrorismo e il gruppo Movimento 17 ottobre ha chiuso i battenti. Prossimo appuntamento: lo sciopero generale del 30 ottobre contro il carovita. La linea emersa dalla chat Italia in piazza è chiara: nessuna violenza, aggregarsi alle proteste delle sigle e delle organizzazioni promotrici della piazza, seguire le loro istruzioni, nessuna contestazione autonoma. La via del saccheggio, dell’assalto alla proprietà privata di banche e negozi di lusso, è bocciata senza appello. Il primo messaggio di benvenuto in cima alla chat, fissato il 20 ottobre alle 19,10, è inequivocabile: “Purtroppo ci hanno ‘bannato’ tra mille virgolette i gruppi di Telegram, per questo abbiamo deciso di crearne un altro ‘questo qua’. Per questo però vorrei annunciarvi un punto critico. – NON bisogna ASSOLUTAMENTE INCITARE alla VIOLENZA, che sia verbale o altro”.

Luoghi, date delle contestazioni e imprevisti al corteo

Non è l’unico gruppo attivo sulla piattaforma di Pavel Durov. La pagina Piazze piene conta circa 16.224 iscritti (2308 nel gruppo di discussione a portata di link), quella di Mappa della rivolta 3.734. Italia in piazza, con 2.359 partecipanti, è erede della community WhatsApp Italia in piazza 17 ottobre: la data non è un accessorio. Quel giorno sono esplose le guerriglie urbane durante le manifestazioni contro il carovita nelle principali città italiane. 24 ore dopo è nata la comunità virtuale Movimento 17 ottobre, su Telegram, “spenta” dagli amministratori il 23 ottobre, alla viglia delle contestazioni di sabato 24. Ma la piazza covava da mesi in altri luoghi del cyberspazio. Ora oltre 22 mila persone, sparse su 3 chat Telegram, seguono l’organizzazione delle manifestazioni di sabato 30 ottobre. Anche Piazze piene e Mappa della rivolta (con una grafica interattiva dei luoghi delle proteste) indicano una linea non violenta e di servizio. I partecipanti prima condividono luoghi e date delle manifestazioni in tutta Italia. Poi, il giorno delle proteste, in presa diretta scambiano dettagli sui cortei: l’orario e il punto del raduno, la direzione del corteo, indirizzi precisi, contrassegnando tutto con l’hashtag della città, per reperire le informazioni locali nell’oceano della pagina nazionale. Durante le contestazioni, ogni imprevisto è segnalato in diretta, in chat: ad esempio, i fermi delle forze dell’ordine. Sabato 24 ottobre, diversi manifestanti hanno messo in guardia gli altri con un messaggio di questo tenore: attenzione, autorità di sicurezza hanno voluto scattare una foto del volto accostato al documento di identità.

Il confronto tra le chat e la discussione su assalti ai negozi

Il tema della violenza è quasi totalmente estraneo alle 3 chat Piazze piene, Mappa della rivolta e Italia in piazza. Scarseggiano discussioni sull’opportunità di spaccare vetrine, assaltare negozi, occupare palazzi delle istituzioni e simboli del potere, banche in primis. Temi dibattuti nella chat Movimento 17 ottobre, spenta dalle autorità. Quest’ultima suggeriva strumenti tecnologici dove organizzare contestazioni al riparo dallo sguardo dallo Stato: Signal, app bluetooth come Briar e Session, GrapheneOS per cancellare ogni dato sullo smartphone. Nulla di tutto ciò appare nelle chat Telegram ancora attive, dove corre la protesta in vista del 30 ottobre. Per distinguere le due galassie della contestazione online, si possono contare i messaggi che contengono un invito alla violenza. Sono lo 0,14% (10 su 7140 messaggi) nelle chat Italia in piazza, salgono all’1,7 per cento nella pagina del Movimento 17 ottobre. “Sembrano percentuali irrisorie, ma sono circa 30 in media al giorno, dal 18 al 23 ottobre, 170 in tutto”, dice il Lorenzo Alvisi, dottorando dell’Imt di Lucca. Il ricercatore ha mappato le comunità online per una ricerca scientifica. E cita un altro numero: “Gli utenti che hanno invitato almeno una volta alla violenza sono il 12,1% per il Movimento 17 ottobre, contro l’1.7% del gruppo di Italia in piazza”, prosegue Alvisi.

“Italia in piazza”, restyling in corso: sparito sito e “fondatore”

La chat Telegram Piazze Piene è attiva da mesi, già al tempo delle proteste Pro Pal nel 2025. Mappa della rivolta da poche settimane. Italia in piazza è sbarcata sulla piattaforma di Durov il 7 ottobre scorso, erede della community WhatsApp Italia in piazza 17 ottobre, battezzata i primi giorni del mese. Qui ha covato la protesta, per settimane, senza che nessuno fuori dalla bolla ne avesse sentore. Ad eccezione di pochissimi, allertati dai partecipanti: ad esempio, centri sociali e collettivi studenteschi milanesi. Ora la galassia Italia in piazza è in corso di restyling: il 20 ottobre, 19 chat telegram hanno lasciato il posto ad una sola pagina nazionale, dove sono confluite le “edizioni” locali. Venerdì 23 ottobre (tra le 12 e le 15) un altro cambiamento: sparito l’admin con il profilo Andrea, insieme al sito internet piazza-italia-hub.lovable.app, 24 ore prima dell’arresto di Siher. Nelle chat di Italia in Piazza Andrea si presentava come fondatore e TechDev, ovvero lo sviluppatore tecnologico. Firmava gran parte dei comunicati, non sappiamo se sia l’autentico creatore del gruppo. Degli altri 5 admin, ne restano in servizio solo tre. Due profili amministratori hanno abbandonato la discussione, per traslocare nella chat Movimento 17 ottobre tra il 18 e il 23 ottobre.

L’identikit: 40 per cento apolitico, in cerca di rappresentanza

Lorenzo Alvisi, con il supporto dell’Intelligenza artificiale Claude, ha tracciato l’identikit ideologico di Italia in Piazza. La gran parte degli iscritti non sa a che santo votarsi, non aderisce a partiti politici e non si sente rappresentato da nessuno. Ma è incline ad attivarsi politicamente, anzi lo desidera, attende solo la chiamata giusta. Nella ricerca sono classificati come antisistema: circa il 40 per cento. La sinistra, incluse le posizioni estreme, raduna un altro 40 per cento circa. Il 15 per cento è di centro. Di destra la quota del 5 con lo 0,5 di estrema destra. Oltre le idee, conta la tecnica: in Italia è il primo caso di proteste supportate dall’Intelligenza artificiale. “L’IA compare in più punti della mobilitazione – sostiene l’esperto – nelle chat i partecipanti discutono le locandine generate con l’IA, e tra gli strumenti diffusi nei gruppi c’è la ‘Mappa della Rivolta’, un sito il cui codice pubblico mostra che è stato costruito in larga parte con Claude e che prevede perfino un amministratore AI”. Un’architettura sofisticata e complessa: un sito ufficiale, circa 40 pagine connessi tra Telegram, Instagram e TikTok. Con migliaia di persone in cerca di rappresentanza.

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Microsoft vuole tagliare 60mila dipendenti, un quarto della forza lavoro: “Soldi da investire nell’AI”

27 October 2026 at 09:37

Sessantamila dipendenti, cioè un quarto della forza lavoro, da espellere in quattro Paesi per abbassare i costi fissi e avere soldi disponibili per investimenti in intelligenza artificiale. È il piano presentato da Microsoft che intende intervenire pesantemente sul suo assetto occupazionale in Usa, Canada, India e Gran Bretagna per allentare la pressione sulle sue finanze in modo da poter far fronte alle crescenti spese destinate ai data center a causa di un’elevata domanda legata all’intelligenza artificiale, a partire dai servizi cloud offerti ad aziende, come Anthropic e OpenAI.

Ad aprile, il gruppo di Redmond aveva già annunciato un primo piano di pensionamenti volontari, al quale poteva accedere circa il 7% dei dipendenti negli Stati Uniti, pari a 4.800 unità. Ora, secondo quanto riferito da un portavoce, la proposta è rivolta al personale di specifici team di Usa, Canada, India e Regno Unito con livello gerarchico pari o inferiore a quello di vicepresidente.

Restano esclusi alcuni gruppi di dipendenti, tra cui quelli che si occupano di data center, vendite e marketing. “L’offerta di uscita volontaria riflette un aspetto importante della nostra evoluzione nell’approccio al cambiamento: creare maggiore flessibilità e, laddove possibile, offrire ai dipendenti più opportunità per definire il proprio percorso futuro”, ha scritto in una nota al personale Amy Coleman, vicepresidente esecutiva e responsabile delle risorse umane di Microsoft.

L’iniziativa, che ha spinto i titoli a guadagnare in Borsa più dell’1%, “si basa su quanto appreso all’inizio di quest’anno attraverso il programma di pensionamento volontario”, ha aggiunto Coleman. Nel secondo trimestre, i principali concorrenti di Microsoft nel settore cloud – Alphabet e Amazon – hanno registrato un flusso di cassa disponibile negativo, mentre Microsoft è riuscita a mantenerlo in territorio positivo: 19,64 miliardi, in calo annuo però del 23%.

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Microsoft licenzia 60.000 dipendenti per finanziare IA, data center e cloud

27 October 2026 at 09:02

Microsoft impugna le forbici: la Big Tech di Redmond ha messo a punto una proposta di esodo volontario anticipato rivolta a circa 60.000 dipendenti dislocati fra Stati Uniti, Canada, India e Gran Bretagna.

La misura coinvolge circa un quarto della sua forza lavoro totale a tempo pieno e ha l’obiettivo di contenere i costi.

Microsoft, incentivi all’uscita 2026

Riducendo le spese legate al personale, Microsoft intende allentare la pressione sulle proprie finanze e far fronte ai crescenti investimenti destinati ai data center, spinti dall’elevata domanda di infrastrutture per l’intelligenza artificiale e dai servizi cloud offerti a realtà come Anthropic e OpenAI.

Secondo Reuters, Microsoft ha previsto 175 miliardi di dollari di investimenti in conto capitale per l’anno solare 2026. Il gruppo di Redmond deve inoltre rispondere alle aspettative degli investitori, che osservano con attenzione il rapporto tra le somme destinate all’intelligenza artificiale e i ricavi.

Nel secondo trimestre, Microsoft ha mantenuto positivo il flusso di cassa disponibile, pari a 19,64 miliardi di dollari, pur registrando una diminuzione del 23% su base annua. Nello stesso periodo, Alphabet e Amazon, due dei suoi principali concorrenti nel cloud, hanno registrato un flusso di cassa disponibile negativo.

La notizia del nuovo programma di tagli ha accompagnato un rialzo di circa l’1% delle azioni Microsoft nella seduta di lunedì 26 ottobre. Martedì 27 ottobre, le azioni hanno registrato un +1,5%.

L’iniziativa si rivolge al personale di specifici team con livello gerarchico pari o inferiore a quello di vicepresidente (livello 70 e inferiori).

Perchè Microsoft riduce il personale

Secondo quanto trapelato, la proposta coinvolge settori noti tra cui le divisioni legate a Windows, le esperienze IA, Copilot, la finanza, le risorse umane e la sezione Xbox, fra le altre. Restano invece esclusi dal programma alcuni gruppi specifici, tra cui gli addetti alla sicurezza informatica, alle vendite, al business commerciale, al marketing e alla gestione dei data center.

In una nota inviata al personale, Amy Coleman, vicepresidente esecutiva e responsabile delle risorse umane di Microsoft, ha descritto l’operazione in questi termini:

Questa offerta offre ai dipendenti idonei, che potrebbero valutare un futuro al di fuori dell’azienda, una nuova opportunità per affrontare tale transizione fin da subito, potendo contare su un adeguato supporto. Al contempo, fornisce alle organizzazioni aderenti un ulteriore strumento per adeguare il proprio organico alle mutevoli esigenze.

E ancora:

L’offerta di uscita volontaria è una novità per noi. Ne faremo tesoro. Allo stesso tempo, continueremo ad aiutare le persone a concentrarsi sul lavoro più importante, a sviluppare nuove competenze e, laddove opportuno, a trovare nuove opportunità all’interno di Microsoft.

I licenziamenti precedenti

Il nuovo piano arriva dopo altre iniziative con cui Microsoft ha cercato di ridimensionare la propria forza lavoro. In precedenza, l’azienda aveva già proposto un programma di pensionamento volontario rivolto a circa il 7% dei dipendenti statunitensi.

A luglio, inoltre, aveva annunciato la riduzione di 4.800 posti di lavoro a livello globale, pari a circa il 2,1% della forza lavoro, intervenendo anche sul comparto dei videogiochi Xbox e annunciando la cessione di un massimo di cinque studi.

Il contenimento dei costi attraverso tagli o uscite volontarie è una tendenza diffusa tra le Big Tech. Meta (Facebook, Instagram e WhatsApp) ha annunciato ad aprile un piano di ridimensionamento del 10% del personale (circa 8.000 lavoratori) per aumentare l’efficienza. Oracle a giugno ha ridotto la propria forza lavoro di quasi il 13%, tagliando 21.000 posti. Ed anche Amazon ha recentemente effettuato diverse riduzioni di organico.

Microsoft vuole risparmiare sulla forza lavoro per investire sull’intelligenza artificiale

27 October 2026 at 06:03

FILE - A Microsoft logo is seen on a screen as people listen at an event at Microsoft headquarters, May 20, 2024, in Redmond, Wash. (AP Photo/Lindsey Wasson, File)

Microsoft offre incentivi all’uscita volontaria a un massimo di sessantamila dipendenti, circa il ventisette per cento della sua forza lavoro globale. Il gruppo sta pensando dunque di assottigliare il numero di dipendenti, ma intanto investe centinaia di miliardi di dollari nell’intelligenza artificiale e nelle infrastrutture necessarie a sostenerla. L’Associated Press scrive che il programma di tagli riguarda i dipendenti residenti in Stati Uniti, Canada, Regno Unito e India, fino al livello di vicepresidente.

Tra le divisioni coinvolte ci sono Xbox, Windows e Copilot, l’assistente di intelligenza artificiale integrato nei prodotti Microsoft. Restano esclusi, tra gli altri, i dipendenti che lavorano nelle vendite, nel marketing, nella cybersicurezza, nel quantum computing, nei data center e in alcuni gruppi di ingegneria. «Questa offerta dà ai dipendenti idonei che stanno valutando un futuro fuori dall’azienda una nuova possibilità di fare ora questo passaggio con il nostro sostegno», ha scritto Amy Coleman, responsabile delle risorse umane, in una comunicazione interna riportata dal Financial Times.

Il gruppo di Redmond, nello Stato di Washington, aveva circa 223mila dipendenti a fine giugno. La nuova iniziativa segue il programma di pensionamento volontario avviato a luglio per i lavoratori più anziani e con maggiore anzianità di servizio: oltre il trenta per cento degli 8.750 dipendenti interessati aveva accettato l’offerta. Questa volta, però, la partecipazione potrebbe essere inferiore, perché il programma non prevede incentivi aggiuntivi rispetto alle normali indennità di uscita.

Come detto, la scelta si inserisce in una fase di forte aumento degli investimenti nell’intelligenza artificiale. Microsoft sviluppa modelli propri e costruisce o prende in affitto nuovi data center per rispondere alla domanda crescente di capacità di calcolo. A luglio ha confermato una previsione di spesa in conto capitale di centosettantacinque miliardi di dollari per l’anno fiscale e ha comunicato di aver firmato contratti di locazione per centotrenta miliardi di dollari di data center nel solo quarto trimestre fiscale.

Questi investimenti stanno però mettendo sotto pressione i conti. Secondo il Financial Times, il flusso di cassa libero è diminuito del ventitré per cento su base annua nell’ultimo trimestre, a 19,6 miliardi di dollari. L’azienda deve quindi trovare un equilibrio tra l’espansione delle infrastrutture e la gestione delle risorse.

Microsoft precisa che il programma di uscite non nasce specificamente per compensare i costi degli investimenti nell’intelligenza artificiale. Riflette invece, secondo una fonte citata dal quotidiano britannico, la rapidità con cui sta cambiando il lavoro e la volontà dei vertici di favorire nuove forme di organizzazione. L’azienda continua infatti ad assumere in aree strategiche e a fare controfferte per trattenere i talenti contesi dai concorrenti. La riduzione volontaria del personale e la corsa all’intelligenza artificiale procedono dunque insieme, mentre Microsoft cerca di adattare la propria struttura a un settore sempre più costoso e competitivo.

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Che cosa resta ai matematici dopo l’avvento dell’Ai? La lettera di un collega preoccupato

26 October 2026 at 06:19

Nel casino che ha avvolto la comunità matematica da quando gli LLM (Claude, ChatGPT e simili) si sono messi a sfornare soluzioni di celebri problemi, si confrontano diverse opinioni sul futuro di questa meravigliosa disciplina, che probabilmente è solo il primo avamposto sotto attacco. Ho già parlato delle reazioni di alcune Medaglie Fields. Oggi vi propongo la lettera (qui in originale) che un collega francese di Télécom ParisTech, David A. Madore, ha scritto in risposta alla mail di uno studente preoccupato.

Condivido i sentimenti di base della lettera, ma sono più ottimista dell’autore: credo che si apra un periodo entusiasmante per un giovane matematico, sempre che la comunità riesca a scrollarsi di dosso un certo snobistico attaccamento al passato. Credo che i nuovi strumenti aprano orizzonti che ancora non riusciamo bene a immaginare, e che un giovane debba cavalcare questa tigre con coraggio. Qualche collega mi fa notare con delicatezza che è facile vederla così per me, in pensione da tempo; chi ha oggi studenti (soprattutto di dottorato di ricerca) non può non preoccuparsi per loro. Lascio quindi la parola a Madore.

Caro […],
non ti mentirò: la comunità matematica, me compreso, è estremamente preoccupata per ciò che sta accadendo. Alcuni colleghi sono più ottimisti di altri, ma tutti ci chiediamo verso dove stiamo andando (e il problema, ovviamente, va ben oltre la matematica).

In ogni caso, sono perfettamente d’accordo con quanto scrivi (e la tua email dimostra che hai colto molto bene la situazione). Anch’io sono convinto che le aziende che si occupano di IA non abbiano a cuore la scienza (se fosse così, avrebbero fornito maggiori dettagli, ad esempio sull’insieme dei problemi che hanno tentato di risolvere, sui mezzi impiegati, ecc.). Vogliono semplicemente addestrare e vendere i propri modelli; hanno scelto la matematica come terreno di scontro e di allenamento, e questo sta arrecando un danno enorme alla scienza. Respingo anch’io l’idea che la matematica possa ridursi a una sorta di «vibrazione matematica» – un «math vibing», come scrivi molto bene tu – in cui bisogna cercare di capire cosa un computer abbia elaborato, manipolato e infine vomitato in un file.

A mio avviso, lo scopo della matematica è comprendere il mondo, non risolvere problemi. I problemi aperti sono stati formulati nella speranza che fungessero da punti di riferimento per comprendere la realtà e scoprire nuove teorie, fungendo da stimolo per la ricerca e l’indagine. Le aziende di IA, invece, li utilizzano in modo ampiamente distruttivo, collezionandoli come trofei e fornendo soluzioni che non portano ad alcuna comprensione. Siamo in molti a essere arrabbiati.

Tuttavia, credo che sia stata anche, in parte, colpa nostra – come matematici – aver attribuito un’importanza eccessiva ai «problemi difficili» e alla gloria che deriva dalla loro risoluzione (come con la Medaglia Fields), e aver talvolta concepito la matematica come una corsa al risultato, anziché come una collaborazione volta a comprendere il mondo. Non so come andrà a finire, quindi non posso certo prometterti nulla. Ma so che «comprendere» è un’attività umana che i computer non possono svolgere al posto nostro (anche se risolvono i problemi meglio di noi, ciò non serve a nulla se non ci sono esseri umani a comprendere). Forse la ricerca matematica orienterà maggiormente il proprio interesse verso la ricerca di questioni stimolanti, punti di vista illuminanti o un’esposizione elegante — anche rivolta al grande pubblico — piuttosto che verso la corsa alla risoluzione di problemi complessi: è ciò che spero.

(«”Vorrei che tutto questo non fosse accaduto ai miei tempi”, disse Frodo. “Anch’io”, rispose Gandalf, “e così pure tutti coloro che vivono in tempi come questi. Ma non spetta a loro decidere. Tutto ciò che dobbiamo decidere è cosa fare con il tempo che ci viene concesso.”» — J.R.R. Tolkien, *La Compagnia dell’Anello*, libro I, cap. 2.)

Credo sinceramente che abbiamo bisogno di più matematici (umani!) per comprendere un mondo sempre più complesso e confuso; e anche per imparare, a seconda dei casi, a utilizzare l’IA in modo intelligente — senza per questo diventare noi stessi meno capaci di pensare — oppure a scegliere di non farne uso, ma in ogni caso a gestirla in modo utile.

Dunque, non posso farti promesse su ciò che accadrà domani. È evidente che hai compreso molto bene le difficoltà attuali (meglio di alcuni miei colleghi ricercatori). Capirei perfettamente se decidessi di abbandonare la matematica per un altro ambito […]: il senso di questo percorso formativo è proprio quello di permetterti di decidere cosa preferisci e cosa ritieni più interessante e utile. Ma ciò che posso affermare con certezza è che, se l’avvento dell’IA dovesse scoraggiare gli studenti più promettenti dal dedicarsi alla matematica, questo rappresenterebbe il danno peggiore che essa possa arrecare a tale disciplina.

Cordialmente,
David A. Madore

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L’analisi del Nobel Card: necessario tassare le rendite patrimoniali per aiutare giovani e clima

26 October 2026 at 06:00

L’impatto dell’intelligenza artificiale, la crescente concentrazione della ricchezza nelle mani di pochi e le disuguaglianze che penalizzano le giovani generazioni: questi sono stati alcuni dei temi al centro dell’intervento di David Card, Premio Nobel per l’Economia 2021.

Nel corso delle conferenze tenutesi durante la giornata di sabato 24 ottobre al Festival Internazionale dell’Economia di Torino, l’economista canadese ha tracciato una diagnosi severa sullo stato dell’economia globale, mettendo in guardia dai facili entusiasmi legati alle nuove tecnologie e denunciando le distorsioni di un sistema fiscale che grava quasi esclusivamente sui redditi da lavoro.

La crescita dei patrimoni e il ritardo della tassazione

Uno dei temi al centro dell’intervento di Card è l’analisi della disuguaglianza, che non deriva da una semplice differenza tra stipendi, ma dall’accumulo patrimoniale di pochi. Se la disparità salariale è rimasta sostanzialmente stabile dagli anni Novanta, l’aumento generale della ricchezza a livello globale si spiega solo con profitti d’impresa e rendite di capitale cresciuti a ritmi vertiginosi, lasciati indietro da una tassazione proporzionata. Il fenomeno è guidato dai colossi tecnologici e dalle grandi piattaforme digitali americane, come Meta, Amazon e Alphabet, che monopolizzano i mercati globali e ne estraggono valore.

Le piattaforme Usa e il ritardo europeo

L’Europa continua a produrre talenti di primo livello grazie a un sistema educativo pubblico di qualità, ma soffre di una cronica scarsità di offerta e di infrastrutture industriali in grado di gareggiare sul campo dove si gioca la vera partita. Il Vecchio Continente si ritrova così nel ruolo di puro consumatore di tecnologie statunitensi, incapace di trattenere il valore generato e di far fruttare i propri cervelli all’interno di player autoctoni.

Patrimoniali, reddito universale e sostenibilità dei bilanci

Dopo l’analisi, il Nobel canadese prova a tirare le somme per indicare possibili soluzioni. Il reddito universale viene considerato una vera e propria utopia assistenziale, finanziariamente insostenibile per le casse pubbliche di qualsiasi Paese: garantire un assegno, anche modesto, a un’ampia fascia della popolazione porterebbe i bilanci statali al collasso.

Il nodo fiscale resta tuttavia aperto. Un prelievo sulle grandi ricchezza e sui dividendi patrimoniali oggi non tassati adeguatamente rappresenterebbe la risorsa chiave per finanziare le grandi transizioni del nostro tempo:

  • investimenti per l’ambiente e per la transizione energetica;
  • rafforzamento dell’istruzione pubblica.

Oggi la pressione fiscale pesa in modo punitivo sui lavoratori dipendenti e sui giovani, costretti a versare un terzo del proprio stipendio per sostenere il sistema pensionistico e la spesa sociale a favore della popolazione anziana.

Il ruolo dell’Intelligenza Artificiale

Card ha ridimensionato anche la narrazione trionfalistica sull’Intelligenza Artificiale generativa. Non si tratta di una tecnologia a somma zero o priva di perdenti, perché i modelli linguistici stanno già mettendo in crisi la domanda di professioni che prima sembravano inattaccabili.

Ne è un esempio il settore del software: dopo un decennio di crescita esponenziale delle assunzioni tra il 2010 e il 2023, la richiesta di programmatori e ingegneri informatici tradizionali registra una fase di stasi. L’integrazione dell’AI nei processi industriali spinge i colossi tech ad arruolare meno personale di primo livello e a ridurre la progressione di carriera per i lavoratori intermedi. In questo modo, nei prossimi anni si rischia di penalizzare i neo-laureati e di aumentare la precarietà di chi si trova a pochi anni dalla pensione.

A PresaDiretta l’inchiesta sulla galassia di Vannacci su TikTok: “Migliaia di account sospetti registrati in Benin e Nigeria”

By: F. Q.
25 October 2026 at 10:59

Domenica 25 ottobre alle 20.30 su Rai 3, nuovo appuntamento con PresaDiretta. Il programma di Riccardo Iacona affronta il tema del rapporto tra Ai e democrazia; mentre PresaDiretta Open è dedicata al conflitto in Medioriente.

Palantir, il colosso fondato da Peter Thiel, è diventato il cervello tecnologico di Pentagono ed eserciti, mentre bot farm e macchine per la propaganda create con l’utilizzo dell’Intelligenza artificiale ci profilano e orientano il nostro voto, le telecamere ci osservano e gli archivi di oggi addestreranno le intelligenze artificiali di domani. Chi governa gli algoritmi, potrebbe governare anche noi? E poi un importante reportage da Gaza, tra annunci di ricostruzione, cantieri mai partiti e violenze mai cessate: che fine hanno fatto soldi e promesse?

PresaDiretta Open, nella prima parte della serata, si chiede che fine abbia fatto il Board of Peace, il Consiglio internazionale presieduto da Trump per guidare la ricostruzione di Gaza. Grazie alle immagini girate da Yasser, filmaker palestinese, PresaDiretta racconta una Striscia dove il 94% della popolazione è sfollato, dove l’Onu ha contato 1400 palestinesi uccisi dal cessate il fuoco a oggi e dove l’esercito israeliano controlla e occupa il 64% del territorio. La ricostruzione non è mai partita: il piano operativo del Board vale 2,45 miliardi, contro i 71 che servirebbero secondo l’ONU.

E poi la puntata Democrazia Artificiale. A Roma, a porte chiuse, Peter Thiel parla dell’Anticristo; intanto la sua creatura Palantir, azienda specializzata nello sviluppo di software e analisi di big data con la AI è diventata uno dei cervelli tecnologici del Pentagono e degli eserciti in guerra. PresaDiretta ricostruisce come i suoi software siano entrati nelle istituzioni di vari Paesi anche in Europa: nella sanità inglese e anche nei contratti della Difesa italiana, tra documenti che mancano o che non ci è permesso di leggere.

Queste stesse tecnologie non solo ci sorvegliano, ma soprattutto lavorano per influenzare il consenso politico. In Sassonia-Anhalt l’AfD ha appena stravinto le regionali soprattutto sui social, con una macchina della propaganda potentissima che funziona grazie alla AI. “Alternita”, il software di AI – scoperto dal gruppo di giornalismo investigativo Correctiv – sceglie le notizie più virali, scrive i post, genera immagini e gonfia le visualizzazioni e il consenso con migliaia di profili falsi. E le stesse tecniche sono già arrivate in Italia, dove su TikTok la galassia di Vannacci conquista i giovanissimi con meme e video creati con l’AI. Insieme a AI Forensics e Trollrensics, PresaDiretta ha ricostruito le origini di migliaia di account sospetti registrati in Benin e Nigeria.

Infine la crescente diffusione degli strumenti per la sorveglianza di massa: dagli Stati Uniti all’Italia, come vengono trattati i nostri dati biometrici, quelli sanitari, le informazioni finanziarie e in generale tutte le informazioni personali gestiti con l’Intelligenza Artificiale? Come li utilizzeranno le forze dell’ordine, per farne cosa e per quanto tempo?

Riflettori puntati, a chiusura di puntata, sulla truffa con cellule staminali portata avanti, anche con infusioni a domicilio, dalla società polacca BioCells Medical. Dopo l’inchiesta della scorsa edizione, PresaDiretta racconta i nuovi sviluppi sulle indagini giudiziarie, nazionali e internazionali. Le puntate di PresaDiretta sono visibili integralmente su RaiPlay.

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Cosa lega il Sessantotto alle contestazioni di oggi? Attenzione alla trappola della Storia che si ripete

25 October 2026 at 06:09

Impossibile resistere alla tentazione di tracciare, se non un parallelo, una linea di contatto tra il ‘68 e la attuale contestazione studentesca. Ma bisogna fare molta attenzione a non cadere nella trappola della Storia che si ripete, perché la Storia sta cambiando radicalmente. Allora c’era lo Stato e noi, oggi c’è lo Stato, noi e l’intelligenza artificiale – o come è comunemente nota, l’Ai. L’equazione è cambiata, e forse è proprio questo il nocciolo della questione.

L’ingresso di un terzo personaggio nel quotidiano sta scombussolando tutto: la guerra cambia, l’informazione si altera e quel confine netto tra realtà e finzione evapora. Chi non si domanda vedendo un video se è vero oppure no? Il morbo dell’incertezza fa stragi ovunque e nessuno ne è immune. Fatichiamo a recepire tutto ciò che ci sta intorno: politica, economia, persino l’amore si sfilaccia attraverso i siti online che offrono una varietà di profili falsi di compagni ‘ideali’ che gli algoritmi offrono nella solitudine esistenziale dell’era della super-comunicazioni.

In quattro anni l’avvento di AI ha distrutto gran parte delle verità che ci hanno accompagnato per millenni. Soprattutto, il presente non esiste più perché tra pochi minuti sarà sostituito dal futuro ed è impossibile prepararsi o anticipare il cambiamento. Ed è vero anche il contrario: il futuro non esiste più perché si fa incessantemente presente. Come si sente un adolescente di fronte a questa rivoluzione?

Non è facile rispondere, bisogna esserci in quel marasma senza tempo, viverci dentro per capire cosa si provi. E proviamoci.

Nel ’68 l’obiettivo era democratizzare la scuola, rompere le catene dell’autoritarismo e dare libero sfogo alla creatività, alla libertà, alla pace. Oggi la contestazione giovanile chiede una scuola che funzioni, una cultura di cui genitori e nonni hanno potuto usufruire. Chiede di essere messa al centro delle politiche perché il domani, il futuro, è composto da chi lo vivrà.

Sono domande legittime, giuste, di chi capisce che dietro l’angolo dell’età adulta non c’è nessuna certezza, ma le risposte non ci sono. La sovrapposizione tra presente e futuro ha indebolito governi già inefficienti, svuotato la battaglia politica delle idee, pensiamoci bene: se tutto cambia costantemente, come si fa a programmare? È vero, investire nel riarmo quando non ci sono i soldi per istruire i giovani o curare gli anziani è un’assurdità, ma che tipo di percorso accademico si può offrire nell’arco di una generazione al ritmo dei cambiamenti attuali? Tra qualche anno le funzioni di tante professioni saranno svolte da Ai e dai robot. La velocità supersonica di apprendimento dell’intelligenza artificiale rende qualsiasi programmazione obsoleta.

Più facile è invece per i governi focalizzarsi su settori reali, contingenti. L’Europa non ha un esercito, non ha armamenti: allora investiamo nell’industria bellica. Anche qui la marcia a perdifiato delle armi intelligenti rende il presente precario, ma le armi le stiamo usando, le armi hanno una vita breve, anzi brevissima e possono essere sostituite da quelle nuove, ed è relativamente facile incamerare le nuove tecnologie.

La retorica della difesa è diventata il cavallo di battaglia di una classe politica europea incapace di gestire la nuova equazione: Stato-popolo-AI. La violenza attribuita ai manifestati ne è il corollario, ci si deve difendere dalla minaccia esterna e dalle rivolte interne. E meno male che c’è l’Ai che ci aiuta a farlo! Peccato che questa difesa non includa i giovani, ma rimanga confinata alla protezione delle élite al potere, al mantenimento di uno status quo fuori tempo.

Ed ecco un’istantanea del nostro mondo: lo Stato si rimpicciolisce e diventa l’espressione dei privilegiati, non solo quelli dei ricchi e potenti, ma anche di chi ha avuto la fortuna di usufruire di una scuola che gli ha trasmesso cultura e incoraggiato la creatività. Il primo è ormai un bene che l’intelligenza artificiale ci sta strappando e il secondo un dono che sta scomparendo. I ragazzi lo sanno e temono l’inevitabile: crescere ignoranti.

Nessuna innovazione tecnologica è stata mai fermata, ci siamo adattati a tutte nel bene e nel male. Anche questa volta bisognerà farlo, però non rimuovendo la cultura e impoverendo la scuola. Questi ragazzi devono trovare il modo di scuotere uno Stato annichilito, che ha perso il senso del suo esistere, ma anche di mobilitare il popolo per bilanciare nell’equazione della democrazia il peso, e la minaccia, dell’intelligenza artificiale. E forse per riuscirci dovranno reinventare lo Stato insieme all’idea stessa di democrazia.

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“L’AI non sta risolvendo l’infodemia, la sta industrializzando”: la sanità globale tra allucinazioni digitali e rivoluzione scientifica

24 October 2026 at 08:08

L’Intelligenza Artificiale sta sommergendo la sanità pubblica globale di informazioni prive di fonti, proprio mentre le istituzioni perdono personale e finanziamenti. È il grido d’allarme lanciato su PLOS Global Public Health da Kent Buse e Sarah Hawkes: in un’epoca in cui produrre un’ipotesi dall’aspetto autorevole costa zero, “distinguere le prove misurate dalle affermazioni non supportate è diventata una responsabilità fondamentale”. Il lavoro per verificare la verità scientifica rischia così di diventare un lusso impoverito dai tagli. Eppure, la stessa tecnologia che rischia di paralizzare le politiche sanitarie con testi inaffidabili sta contemporaneamente rivoluzionando la medicina diagnostica e la ricerca di laboratorio grazie alla sua straordinaria capacità di analizzare enormi quantità di dati.

Per comprendere la gravità del problema istituzionale, secondo i ricercatori, basta guardare al recente taglio dei fondi statunitensi al programma Demographic and Health Surveys (DHS). Per quasi quattro decenni, questo progetto da 47 milioni di dollari all’anno – meno dello 0,1% del budget USAID – ha fornito dati essenziali su mortalità infantile, nutrizione e vaccinazioni a oltre novanta Paesi. Lo stop improvviso ha lasciato ventitré Paesi a metà delle rilevazioni, esponendo “la fragilità dell’infrastruttura delle prove quando le istituzioni pubbliche dipendono da un singolo donatore”.

In questo vuoto di dati primari e con istituzioni come l’Organizzazione Mondiale della Sanità (OMS) colpite da ristrutturazioni e licenziamenti, si sono inseriti i modelli linguistici generativi. L’AI generativa agisce come una cassa di risonanza priva di discernimento: genera “abbondanza senza discernimento”, ponendo sullo stesso piano uno studio peer-reviewed e un’allucinazione di sistema, fabbricando citazioni bibliografiche inventate e amplificando i pregiudizi esistenti attingendo a dati prodotti in gran parte nel Nord del mondo. Quando gli stessi autori dell’articolo hanno cercato informazioni sullo stato del programma DHS durante la stesura, la prima risposta ottenuta è stata una sintesi generata dall’AI “sicura di sé e solo parzialmente fondata su fonti”. Come intuì Herbert Simon nel 1971, una ricchezza di informazioni crea una povertà di attenzione. L’AI non sta risolvendo l’infodemia, la sta industrializzando.

Sarebbe tuttavia un errore condannare la tecnologia in modo indistinto. La distinzione fondamentale risiede nella differenza tra l’AI usata come generatore di testo e l’AI impiegata come analizzatore di dati complessi. Se nel campo della politica sanitaria l’AI generativa rischia di oscurare le fonti, nell’ambito della medicina clinica, della genomica e della diagnostica sta guidando una vera e propria rinascita scientifica. Quando si tratta di elaborare moli titaniche di dati biologici, l’Intelligenza Artificiale raggiunge traguardi straordinari. Nella diagnostica per immagini, gli algoritmi di deep learning analizzano milioni di radiografie, risonanze e TAC in pochi secondi, individuando microlesioni tumorali o patologie retiniche con un’accuratezza talvolta superiore a quella dell’occhio umano.

Nel campo del ripiegamento proteico e della ricerca farmaceutica, strumenti come AlphaFold hanno risolto la struttura tridimensionale di centinaia di milioni di proteine, accelerando in modo esponenziale la scoperta di nuovi farmaci e vaccini. Nella medicina di precisione e nella genomica, l’AI sviscera il sequenziamento genetico di intere popolazioni incrociandolo con le cartelle cliniche digitali per identificare marcatori rari e suggerire terapie personalizzate. Un conto è chiedere a un chatbot di riassumere la politica vaccinale di un Paese, rischiando l’invenzione di sana pianta, un altro è utilizzare reti neurali per individuare pattern matematici ed evidenze biochimiche sommerse in terabyte di dati scientifici.

La sfida per il futuro della salute globale non è quindi fermare l’Intelligenza Artificiale, ma ridefinirne i confini di utilizzo e rafforzare gli arbitri del sistema. Buse e Hawkes invocano l’adozione di standard di provenienza chiari, affinché ogni dato o stima usata in ambito sanitario specifichi se sia stato misurato, modellato o generato, indicando sempre il margine di incertezza. Inoltre, sottolineano la necessità di difendere l’indipendenza delle istituzioni pubbliche, poiché “i modelli vendono fluidità piuttosto che verifica” e l’esternalizzazione della verità rischia di distruggere la legittimità della scienza.

L’Intelligenza Artificiale rappresenta uno dei più potenti microscopi che l’umanità abbia mai inventato per decifrare la complessità della biologia. Tuttavia, quando si tratta di decidere le politiche sanitarie che guidano la vita di milioni di persone, nessun algoritmo potrà mai sostituire il rigore dell’evidenza empirica e la responsabilità delle istituzioni pubbliche.

Valentina Arcovio

Lo studio

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