PSP apreende 500 doses de haxixe a agressor em Aveiro



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Cooperazione industriale, export rafforzato, nuove strade di investimenti e ulteriori partnership nei settori strategici, come le materie critiche. Italia e Azerbaigian viaggiano spedite verso una nuova stagione di relazioni, fondate su business, cultura e geopolitica, in vista del Business Forum di Baku. Gli ultimi accordi siglati a Roma alla presenza di istituzioni e imprese raccontano tutta la bontà dell’iniziativa “Italy-Azerbaijan: Strengthening Economic and Industrial Cooperation”, organizzata da Confindustria, in collaborazione con il ministero delle Imprese e del Made in Italy, il ministero degli Affari Esteri e della Cooperazione Internazionale e il ministero dell’Economia della Repubblica dell’Azerbaigian.
La presenza del ministro dell’Economia azero Mikayil Jabbarov, in visita in Italia, racconta i concreti passi in avanti nel rafforzamento delle relazioni bilaterali, anche in vista del Business Forum Italia-Azerbaigian, in programma a Baku entro la fine dell’anno. Primo punto affrontato le prospettive di collaborazione tra i sistemi produttivi dei due Paesi in settori nevralgici, come energia, materie prime critiche, industria mineraria e metallurgica, intelligenza artificiale, infrastrutture digitali. Dal momento che l’Italia è il primo mercato di destinazione delle esportazioni azere, con un interscambio bilaterale che nel 2025 ha raggiunto gli 8 miliardi di euro, ecco che il futuro delle relazioni tra i due Paesi può essere costruito su una base già ampiamente solida, che è cartina di tornasole per individuare nuove partnership.
Come è noto, la cooperazione energetica è stato uno dei pilastri del partenariato bilaterale, grazie al gasdotto TAP, che ha permesso di inviare in Italia quasi 48 miliardi di metri cubi di gas tra il 2021 e il 2025. Si tratta di un’infrastruttura decisamente strategica per la diversificazione degli approvvigionamenti energetici italiani ed europei, per cui Baku e Roma intendono mettere a frutto questa buona relazione al fine di lavorare per nuove filiere industriali e tecnologiche. L’incontro, aperto dal vicepresidente di Confindustria per l’Energia, Aurelio Regina, ha approfondito le opportunità di cooperazione tra i due Paesi. Le imprese azere hanno presentato progetti e possibili ambiti di collaborazione, seguiti da incontri B2B con le aziende italiane.
“Il partenariato strategico tra Italia e Azerbaigian si rafforza con una nuova prospettiva: affiancare alla consolidata collaborazione energetica tra i nostri Paesi nuovi investimenti azeri nel nostro sistema produttivo”, ha affermato il ministro delle Imprese e del Made in Italy, Adolfo Urso. “Vogliamo costruire con l’Azerbaigian una partnership tecnologica e industriale che valorizzi le eccellenze italiane nei settori più innovativi, dall’intelligenza artificiale applicata ai processi produttivi, fino alla robotica avanzata. La dichiarazione congiunta sulle materie prime critiche firmata oggi va in questa direzione: unire risorse azere e competenze italiane per diversificare gli approvvigionamenti e promuovere investimenti lungo l’intera filiera, anche con il possibile sostegno del Fondo Nazionale del Made in Italy”, ha aggiunto. “L’Azerbaigian può essere un partner importante anche per il progetto di deposito strategico di materie prime critiche che l’Italia si candida a realizzare a Porto Marghera: un primo sito pilota europeo per proteggere le industrie italiane ed europee dagli shock nelle forniture e rafforzare la nostra autonomia strategica”.
“La cooperazione energetica è un pilastro delle relazioni tra Italia e Azerbaigian, ma oggi abbiamo l’opportunità di rafforzare e ampliare questa partnership a nuovi settori strategici, dalle materie prime critiche alla metallurgia, dall’intelligenza artificiale alle tecnologie digitali. Il nostro export verso l’Azerbaigian ha raggiunto i 432 milioni di euro nel 2025, ma possiamo fare molto di più: secondo le stime del nostro Centro Studi esiste un potenziale aggiuntivo di oltre 110 milioni di euro”, ha dichiarato il Presidente di Confindustria Emanuele Orsini. “L’obiettivo è trasformare queste opportunità in progetti industriali, investimenti e collaborazioni di lungo periodo, valorizzando le competenze e le tecnologie delle nostre imprese e contribuendo alla diversificazione produttiva dell’Azerbaigian. Confindustria è pronta a sostenere questo percorso e a favorire nuove sinergie tra i due sistemi produttivi, anche in vista del prossimo Business Forum di Baku”.
“L’Azerbaigian è un partner strategico per l’Italia, sia sul piano economico che su quello politico e vogliamo rafforzare ulteriormente le opportunità di cooperazione industriale, anche nel settore delle materie prime critiche. La Dichiarazione congiunta sulla cooperazione strategica offrirà una cornice per integrare le competenze italiane con il potenziale minerario azero, lungo l’intera filiera, dall’estrazione alla trasformazione e al riciclo”, ha detto il ministro degli Esteri Antonio Tajani.
La capacità di intercettare le nuove rotte geopolitiche a cavallo tra Caucaso e Mare Nostrum è all’origine dell’intensificarsi delle relazioni tra Italia e Azerbaigian, convinzione che il Governo Meloni ha da subito avuta ben chiara nelle priorità internazionali. Baku rappresenta un peculiare partner che si inserisce alla perfezione nel concetto di Mediterraneo Globale, da dove Roma può tessere nuove relazioni e imprimere un’accelerazione alle proprie priorità. Se in principio il nesso era essenzialmente circoscritto al dossier energetico coagulatosi attorno al TAP, progressivamente le interlocuzioni del viceministro degli Esteri Edmondo Cirielli e di quello delle Imprese e del Made in Italy Urso hanno rafforzato anche le relazioni personali, oltre che di sistema tra i due Paesi. Molto lavoro negli ultimi anni si deve anche all’ambasciatore Rashad Aslanov, che ha da poco lasciato Roma per la nuova destinazione in Turchia.
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O Município de Silves promove a 10.ª edição do Jazz nas Adegas, iniciativa que regressa em novembro para mais uma temporada de concertos intimistas, onde o jazz se cruza com os vinhos de Silves e o património vitivinícola do concelho, os quais vão até maio de 2027, cujo programa percorre diferentes espaços de produção de vinho, proporcionando ao público o contacto próximo com os artistas, os produtores e as particularidades de cada local.
Ao longo das suas dez edições, o Jazz nas Adegas tem contribuído para diversificar a oferta cultural do concelho, levando a música a espaços distintos dos equipamentos convencionais e criando novas oportunidades de fruição artística, cuja aposta traduz a importância do investimento público na cultura, enquanto dimensão essencial da vida coletiva, e na criação de iniciativas que aproximam artistas, públicos e comunidade.
A programação arranca a 6 de novembro de 2026, na Quinta João Clara, com a atuação da Feel Good Band, seguindo-se uma segunda sessão no dia 7 de novembro. Nos meses seguintes, o ciclo apresenta diferentes formações e abordagens musicais, abrangendo várias linguagens do jazz e sonoridades próximas.

Entre os artistas e projetos desta edição encontram-se Low Tech Groove, Scooby 4 Tet, Betty and the Boopers, Sonic Bloom Jazz Collective, Silves Filarmónica Combo, Sofia Moreira Quarteto, Diga Diga Doo’s, Al Guitar Duo, Jaime Almeida Trio, Marta Santa Maria Trio, OJA, Funky Noise e The Invisible Tuba.
O programa passa por diversos produtores e espaços vitivinícolas do concelho, nomeadamente Cabrita Wines, Quinta do Francês, Quinta do Barradas, Quinta do Malaca, Paxa Wines, Barranco Longo, Quinta do Rogel, Patuá Wine, Quinta dos Sentidos e Convento do Paraíso. A ligação entre a programação musical e estes espaços contribui para dar visibilidade aos produtores, promover os vinhos locais e dinamizar a economia, articulando cultura, turismo e atividade produtiva.
A iniciativa integra uma visão de desenvolvimento local assente na valorização dos recursos endógenos, na cooperação com os agentes culturais e económicos e no envolvimento das instituições e da comunidade. Ao assinalar a sua 10.ª edição, o Jazz nas Adegas reafirma o papel da cultura na construção de um concelho mais dinâmico, coeso e ligado à sua identidade.
Os bilhetes para as primeiras sessões estarão à venda a partir das 16h00 de amanhã, 22/10/2026, através da plataforma BOL e nos pontos de venda FNAC, Worten, El Corte Inglés, CTT, Pousadas da Juventude e Quiosques Serveasy.
Com o custo de 35 euros, os ingressos destinam-se a maiores de 18 anos e incluem o acesso ao concerto, provas de vinho e tapas, um voucher para visita ao Castelo de Silves e ao Museu Municipal de Arqueologia, bem como a oferta de uma garrafa de vinho.
Esta edição conta, mais uma vez, com a parceria do Agrupamento de Escolas Silves Sul, reforçando a ligação da iniciativa à comunidade educativa.
Para mais informações, os interessados podem contactar o setor de Turismo do Município de Silves através do telefone 282 440 800 (ext. 2743) ou do endereço de correio eletrónico turismo@cm-silves.pt.
A 10.ª edição do Jazz nas Adegas começa em Alcantarilha, com a Feel Good Band, nos dias 6 e 7 de novembro. O ciclo percorre espaços do concelho de Silves até maio de 2027.
O conteúdo Jazz nas Adegas percorre espaços vitivinícolas de Silves até maio de 2027 aparece primeiro em Barlavento.
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Ciclo de concertos decorre entre novembro de 2026 e maio de 2027, em diferentes produtores de vinho do concelho, promovendo a criação artística, os produtos locais e a identidade de Silves. O Município de Silves promove a 10.ª edição do Jazz nas Adegas, iniciativa que regressa em novembro para mais uma temporada de concertos intimistas, […]
Il Partito Laburista ha approvato nuove trivellazioni nel Mare del Nord. Cosa cambia per Londra e per l’Ue? In primis dal lato interno Burnham affronta una rivolta politica sul clima dopo l’approvazione della misura osteggiata da sinistra e ambientalisti, ma dal punto di vista internazionale di fatto è un’occasione interessante (anche se da mettere in cantiere ben prima delle attuali crisi).
Il neo premier non si è discostato dalla traccia imboccata dai due ministri degli Esteri, Fahnbulleh e dal suo predecessore, Ed Miliband. Infatti all’inizio dell’anno, Burnham ha lasciato intendere di condividere le posizioni del presidente americano Donald Trump che premeva non poco per esplorare in quelle zone, promettendo di adottare un “approccio pragmatico” nella decisione finale. Certo dovrà adesso salvaguardare la “sua” opinione pubblica, per questa ragione si lavora su come permettere agli organismi di regolamentazione di valutare le emissioni di carbonio generate dalla combustione del petrolio e del gas estratti dai due giacimenti.
Risale a due mesi fa la richiesta avanzata da Shell ed Equinor per ottenere l’autorizzazione ambientale. Pochi giorni fa il premier rivolgendosi alla Camera dei Comuni, ha affermato: “Adotterò un approccio pragmatico in merito a petrolio e gas; comunicheremo le nostre decisioni a breve”. Ma secondo un sondaggio condotto da Savanta per l’organizzazione ambientalista E3G, un terzo degli elettori Labour sarebbe meno propenso a votare per loro se dessero il via libera a ulteriori trivellazioni petrolifere nel Mare del Nord.
Per cui se nel nord-est della Scozia, area in cui ha sede gran parte del settore industriale, il Labour crescerebbe, altrove perderebbe: è il motivo vero della prudenza dell’inquilino di Downing street, che solo tre mesi fa prometteva bollette accessibili, crescita industriale e un clima pulito. Di contro il Partito Conservatore, all’opposizione e convinto sostenitore del progetto, ha affermato che, se approvato, il giacimento di Jackdaw potrebbe iniziare a riscaldare 1,4 milioni di case nel Regno Unito già quest’inverno.
Che significa aprire il Mare del Nord? Rosebank è il più grande giacimento di petrolio e gas non ancora sfruttato nel Regno Unito: situato a circa 80 miglia a nord-ovest delle Shetland, conoscerà il suo destino entro fine anno. Ha una capacità produttiva stimata tra i 300 e i 500 milioni di barili di petrolio entro circa 25 anni. Invece il giacimento di Jackdaw che si trova a circa 240 chilometri a est di Aberdeen potrebbe essere collegato alla rete britannica in pochissimo tempo.
A tal proposito il presidente degli Stati Uniti ha scritto il proprio pensiero su Truth Social: “Gli abitanti di Aberdeen, in Scozia, stanno ballando per le strade perché il nuovo Primo Ministro, Andy Burnham, ha dichiarato che aprirà completamente i preziosi giacimenti petroliferi del Mare del Nord!”. Lo scorso agosto BP ha messo in vendita la sua attività petrolifera nel Mare del Nord, dopo 60 anni di produzione nella regione. La vendita potrebbe potenzialmente fruttare a BP due miliardi di sterline.
Labour has finally approved new drilling for gas in the North Sea, despite the project already receiving the go ahead over two years ago under the Tories, after energy prices hit a four-year high.
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© ANDRE KOSTERS/LUSA
Dalla Francia all’Italia, fermo restando che il diritto di manifestare è assolutamente sacrosanto nelle democrazie liberali, la dimensione di queste manifestazioni ormai coinvolge studenti, famiglie, lavoratori dei settori più diversi colpiti dal caro energia, dalla globalizzazione e da tutta una serie di fattori: sono il sintomo di un disagio sociale che nell’Europa esiste perché l’Europa non vive più una crescita economica. Vede attaccate le fondamenta, ovvero la sua capacità manifatturiera, la sua capacità di innovazione tecnologica, e la sua competitività è messa a rischio. Tutto questo degenera in forme di violenza che sembrano avere l’unico scopo di destabilizzare le democrazie occidentali che noi rappresentiamo. È legittimo quindi interrogarsi su chi stia soffiando sul fuoco. Lo dice a Formiche.net l’ambasciatore Luigi Mattiolo, presidente italiano di Villa Vigoni, Centro italo-tedesco per il dialogo europeo, già Primo Consigliere alla Rappresentanza Permanente d’Italia presso l’Onu, ambasciatore a Tel Aviv, ad Ankara, a Berlino oltre che Consigliere Diplomatico del governo del Presidente del Consiglio italiano Mario Draghi.
Caro energia, black bloc, non solo a Parigi, ma purtroppo anche a Milano, ed elezioni alle porte in mezza Europa: è la tempesta perfetta? E come potrà difendersi l’Unione europea?
Innanzitutto concordo con questa definizione di tempesta perfetta, perché effettivamente siamo in una fase in cui ci sono tre fattori esogeni che colpiscono in pieno l’Europa. Il primo, ovviamente, è l’atteggiamento dell’attuale amministrazione americana con riguardo alla difesa euro-atlantica e agli evidenti tentativi di trovare un accordo sull’Ucraina con la Russia, sulla testa dell’Ucraina e sulla testa dell’Europa. Il secondo è la minaccia russa sia che sia ibrida, sia che sia inafferrabile, o anche retorica, ma comunque è sicuramente una minaccia, ed è sicuramente un fattore profondo di destabilizzazione in Europa, visto che ha portato un conflitto che non intende interrompere, evidentemente, nel cuore del continente. Il terzo è la Cina che comunque continua ad agire abbastanza spudoratamente sulle catene di valore di materiali critici e mette in difficoltà profonda l’industria e la capacità manifatturiera europea, con una esportazione direi massiccia se non selvaggia e di beni di consumo a prezzi assolutamente stracciati.
Su tutto questo poi impatta la crisi ucraina…
L’intervento di Zelensky al Consiglio europeo è stato particolarmente preoccupante, non solo perché ha coinciso con una fase in cui l’Ucraina è colpita al cuore nelle sue infrastrutture energetiche e nei suoi obiettivi, che ormai di militare non hanno nulla, ma sono semplicemente legati all’evidente disegno di scoraggiare e demoralizzare e terrorizzare la popolazione civile. Bensì c’è un’Ucraina che lamenta un appoggio strategico americano a dir poco a intermittenza, malgrado i 90 miliardi stanziati l’anno scorso dall’Unione Europea, che ormai, è bene ricordarlo, è l’unica che si fa carico dei costi della difesa ucraina in questa fase. Per cui Zelensky ha denunciato un buco l’anno prossimo di 30-35 miliardi: al momento non si vede dove l’Unione europea potrebbe andare a prendere quel denaro, a meno di non mettere mano alle riserve valutarie russe.
Con quali inconvenienti?
Si aprirebbe un autentico vaso di Pandora e personalmente capisco le perplessità del Belgio che, attraverso il meccanismo di Euroclear, finisce per essere quello giuridicamente responsabile in prima battuta della gestione e della protezione di quelle riserve. Ci sarebbe inoltre un discorso di credibilità dell’Europa come rifugio e detentore di riserve valutarie di qualunque Paese al mondo: ciò potrebbe avere delle ripercussioni gravissime e sarebbe per certi versi senza precedenti. In passato le riserve valutarie di un Paese sono state utilizzate molto spesso, ma si trattava di Paesi sconfitti, dopo un accordo di pace inevitabilmente penalizzante nei loro confronti. Ma non è questo ancora lo scenario, come sappiamo. E in più poi mi ha anche colpito questa annotazione che non voglio chiamare minaccia, perché non lo è, ma diciamo una pesante annotazione di Zelensky che ha detto chiaramente che in caso di sconfitta l’Unione europea dovrebbe far fronte a un’ondata migratoria di profughi. Francamente non penso che sarebbe altrimenti, perché dopo quattro anni di guerra e di martirio non so quanto i cittadini ucraini siano così pronti a cadere sotto il giogo della Russia vincitrice: quindi è chiaro che questo fenomeno andrebbe affrontato.
Come arriva l’Europa?
Nello scorso Consiglio europeo non sono stati fatti grossi passi avanti. Ha affrontato innanzitutto una situazione polarizzata, basta guardare alle violenze che hanno caratterizzato purtroppo le manifestazioni. Dalla Francia all’Italia, fermo restando che il diritto di manifestare è assolutamente sacrosanto nelle democrazie liberali, la dimensione di queste manifestazioni ormai coinvolge studenti, famiglie, lavoratori dei settori più diversi colpiti dal caro energia, dalla globalizzazione e da tutta una serie di fattori: sono il sintomo di un disagio sociale che nell’Europa esiste perché l’Europa non vive più una crescita economica. Vede attaccate le fondamenta, ovvero la sua capacità manifatturiera, la sua capacità di innovazione tecnologica, e la sua competitività è messa a rischio. Tutto questo degenera in forme di violenza che sembrano avere l’unico scopo di destabilizzare le democrazie occidentali che noi rappresentiamo. È legittimo quindi interrogarsi su chi stia soffiando sul fuoco. Ma non è tutto.
Ovvero?
Se non si risolverà il terzo fattore di crisi, il bilancio dei prossimi sette anni, sarà credo sempre peggio. A seconda di quanto si troverà un compromesso tra questi grandi Paesi, potrebbe essere ancor più difficile trovare un compromesso, fare delle rinunce, “vendere” alle proprie opinioni pubbliche l’accordo trovato. Se ci fossero dei cambi di coalizione di governo in grandi Paesi europei come Francia e Spagna potrebbero trovarsi al potere delle forze politiche che viceversa hanno tutto l’interesse a mortificare ulteriormente il bilancio comunitario, mettendo assolutamente a repentaglio tutti quelli che sono gli obiettivi di cui parliamo da anni, come l’innovazione, la transizione e la difesa e quant’altro.
Ritiene che proprio in un momento simile, caratterizzato dalle policrisi, così come le ha definite l’altro giorno la Presidente del Consiglio, ci sia l’opportunità per l’Ue di crescere, magari sanando le proprie deficienze. E in che modo visto che si trova con le spalle al muro?
Questa volta sì, l’Ue è proprio messa con le spalle al muro. Ma essere messi con le spalle al muro può significare soccombere oppure tirarsi fuori dall’angolo e quindi fare scelte che solo fino a un momento prima sembravano impensabili. Come? Penso al caro energia, che pesa di più ed è quello che è alla base del disagio sociale che, al di là delle violenze terribili e delle strumentalizzazioni nelle piazze, è un dato di fatto. Io mi auguro, leggendo le conclusioni del Consiglio europeo, che si prenda di petto la questione calmierando i prezzi, tornando su quello che è un cavallo di battaglia dell’Italia da molti anni cioè il disaccoppiamento del prezzo dell’energia elettrica dal prezzo del gas. Perché in questa fase il primo kilowatt di energia elettrica prodotto con le rinnovabili, nel nostro caso con l’idroelettrico, con l’eolico e soprattutto con il solare, lo paghiamo al prezzo dell’ultimo kilowatt prodotto con il gas: nelle conclusioni del Consiglio europeo si insiste perché la Commissione proponga delle soluzioni su questo fronte. In realtà non è che la Commissione le soluzioni non ce le abbia, è che manca la volontà politica di tutti gli Stati membri perché non tutti sono nelle medesime condizioni. Alcuni hanno una quota di rinnovabili molto maggiore della nostra e quindi non hanno poi questo grande interesse al disaccoppiamento, ma è arrivato il momento di studiare dei meccanismi comuni: uno potrebbe essere quello di restituire al bilanci nazionali gli extraprofitti fatti sui primi kilowatt, visto che sono stati venduti tutti al prezzo dell’ultimo kilowatt. Però è necessario anche lavorare sulla domanda, cioè fare una domanda aggregata fra Stati membri, come l’Unione europea è stata capace di fare nel caso dei vaccini per la pandemia che rimangono un esempio unico, devo dire finora anche non ripetuto, ma sicuramente replicabile sul fronte dell’energia. Infine non va dimenticata la capacità di accumulo.
Come procedere?
Attraverso batterie dieci o venti volte superiori a quelle che esistono sul continente europeo, saremmo finalmente in grado di immagazzinare l’energia elettrica prodotta da fonti rinnovabili in surplus e utilizzarla banalmente nelle fasce orarie in cui viceversa produciamo energia elettrica con il gas.

Premium paid over French counterparts has risen to almost £30 a megawatt hour, analysis by lobby group finds
British steelmakers have been pushed further behind European rivals on electricity costs after the US-Israeli war on Iran caused a surge in global gas prices.
The premium paid by the British industry over its French counterpart has risen to almost £30 a megawatt hour (MWh), its highest level in three years, according to analysis by the lobby group UK Steel.
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© Photograph: Ian Forsyth/Getty Images

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The administration of US President Donald Trump is considering the restoration of Russian natural gas supplies to Europe, including through Ukraine’s pipeline network, as part of a proposed settlement to end Russia’s war against Ukraine. The initiative would offer Moscow renewed energy revenues while potentially opening opportunities for American investors to participate in the trade.
According to a New York Times investigation published on 17 October, presidential envoys Steve Witkoff and Jared Kushner have raised the proposal with Ukrainian and European officials, including President Volodymyr Zelenskyy. The White House has confirmed that economic incentives for Russia and Ukraine form part of its peace diplomacy, although no agreement on renewed gas transit has been announced.
The proposal would require Ukraine to reopen a transit route that ceased operating for Russian exports in January 2025, while European governments would be expected to resume purchases they have spent years reducing. American negotiators reportedly regard the prospect of renewed commercial revenues as an incentive for President Vladimir Putin to reach a settlement.
There is, however, a considerable difference between offering Russia a commercial opportunity after a verified peace agreement and restoring a source of revenue and political influence before Moscow has demonstrated any willingness to abandon its territorial objectives.
The reported initiative represents a reversal of Trump’s earlier position on European energy security.
During his first presidency, Trump repeatedly warned Germany that its dependence on Russian energy exposed it to political pressure from Moscow. Speaking at the United Nations General Assembly in September 2018, he accused Berlin of becoming dangerously dependent on Russian supplies. Members of the German delegation visibly smiled at his remarks.
The episode acquired renewed significance after Russia’s full-scale invasion of Ukraine in February 2022. Germany had developed an extensive commercial relationship with Gazprom, while the Nord Stream pipelines were intended to facilitate Russian gas deliveries directly to Germany, bypassing traditional transit countries, including Ukraine.
Trump maintained his opposition to those energy relationships well into his second presidency. As EU Today reported in September 2025, he told European governments that continuing to purchase Russian energy amounted to financing the war against themselves.
Washington is now reportedly considering precisely the commercial relationship that Trump previously identified as a strategic danger.
The change cannot be explained solely by the objective of ending the war. It also coincides with discussions about a substantially different economic arrangement, in which American commercial interests could participate in infrastructure and transactions previously dominated by Russia and European energy companies.
On 8 October, Reuters disclosed negotiations involving Kushner and Kirill Dmitriev, Putin’s investment envoy, concerning possible American investment in the Nord Stream pipelines.
The discussions included the prospect of US investors profiting from renewed Russian gas deliveries to Europe. Separate negotiations have involved assets belonging to the Russian energy company Lukoil.
The White House has denied that Nord Stream was a subject of recent discussions and has said any agreements must benefit American taxpayers and companies. There is no established evidence that Witkoff, Kushner or members of Trump’s family would personally profit from the proposed gas arrangements.
Nevertheless, the possibility of American participation changes the commercial equation. Russian gas returning to Europe through infrastructure involving US investors would no longer be exclusively a Russian-European business relationship.
That distinction matters financially, but it does not necessarily resolve the underlying security problem. American ownership of transit infrastructure would not eliminate Moscow’s ability to influence production, supply volumes or export decisions.
The European Union has already confronted the consequences of allowing an energy relationship to become a source of geopolitical leverage. Introducing American intermediaries would not, by itself, remove that vulnerability.
The proposal also conflicts with legislation already adopted by the European Union.
In January 2026, the Council formally approved a regulation phasing out Russian natural gas imports. The restrictions began taking effect in March, with the remaining long-term LNG imports scheduled to end in January 2027 and pipeline imports in autumn 2027.
Consequently, restoring substantial Russian supplies would require changes to existing EU policy or the use of legally available exceptions. Neither Washington nor Moscow can make that decision on Europe’s behalf.
Germany has already opposed the reported American initiative. Chancellor Friedrich Merz’s security adviser, Günter Sautter, reportedly objected during discussions in Florida, while former economy minister Robert Habeck warned against recreating dependence on an unreliable supplier.
The economic attraction remains understandable. European industry faces substantial energy costs, and cheaper pipeline gas could offer relief to some consumers and manufacturers. Yet commercial prices do not account for the wider costs associated with supply disruption, strategic exposure and the potential use of energy exports as political leverage.
Europe’s decision to reduce Russian gas imports was therefore not simply a change of supplier. It was a response to the security implications of its previous energy model.
The initiative also intersects with divisions inside European politics, particularly in Germany.
Alternative for Germany (AfD) has repeatedly advocated restoring Russian energy imports, arguing that sanctions and expensive replacement supplies have damaged German industry. Sahra Wagenknecht’s left-wing BSW has advanced similar arguments concerning energy prices and relations with Moscow.
The overlap extends beyond energy policy. On 14 October, AfD and BSW representatives supported a motion in Saxony-Anhalt calling for an end to military assistance for Ukraine.
A US-backed proposal to restore Russian gas could give these parties an additional argument against the federal government’s existing approach. They would be able to point to Washington’s own negotiations when questioning the economic and strategic rationale for maintaining restrictions on Russian energy.
This does not establish that the Trump administration’s gas initiative is intended to strengthen particular European political movements. It does demonstrate how the same policy could serve several objectives simultaneously: commercial rapprochement with Russia, a negotiating incentive for Moscow and a change in the European debate over sanctions.
The central uncertainty concerns the relationship between renewed revenues and Russian military objectives.
Washington’s argument assumes that the prospect of substantial future gas income could persuade Putin to accept a settlement. Yet negotiations over commercial cooperation have so far produced no demonstrated change in Moscow’s fundamental territorial demands.
Meanwhile, Russia continues attacking Ukraine’s energy infrastructure. On 18 October, Zelenskyy reported 76 Russian attacks on Ukrainian energy, oil and gas facilities during the preceding week, despite Trump’s announcement of an energy ceasefire that neither Kyiv nor Moscow had confirmed.
There is also an unresolved contradiction in Washington’s wider sanctions policy. Having previously demanded that Europe stop financing Russia through energy purchases, Trump has recently suspended additional American sanctions against Moscow while his representatives explore new economic arrangements.
For Ukraine, renewed transit could restore revenue lost when the previous gas agreement expired. For Russia, however, the potential benefits extend beyond immediate export earnings. Access to European markets would restore commercial relationships and a degree of political influence that Moscow lost after the invasion.
The distinction is fundamental. A peace settlement that permits carefully regulated economic cooperation after Russian withdrawal and enforceable security guarantees would be different from an agreement that restores Moscow’s commercial advantages in anticipation of concessions that have not yet been secured.
The question for European governments is therefore not merely whether Russian gas could once again become cheaper than alternative supplies. It is whether restoring that trade would leave Europe better protected against another confrontation with Moscow, or recreate the vulnerabilities that became apparent in 2022.
Washington’s proposed economic bargain cannot answer that question on Europe’s behalf.
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During their visit to Kyiv in September, US President Donald Trump’s envoys urged Ukrainian President Volodymyr Zelenskyy to consider restarting the pipelines that once carried Russian gas to Europe, The New York Times reported on 17 October. They presented it as part of a peace deal with Russia. In the weeks that followed, they pressed the idea with European officials, while Washington freed Russian diesel and spared Russia’s oil buyers from new US penalties.
Energy sales fund Russia’s war, and Ukraine’s halt of transit in January 2025 left TurkStream as Gazprom’s only pipeline route into the EU. Meanwhile, Russia has kept bombing Ukraine’s grid through the energy truce Washington declared on 11 October.
Envoys Steve Witkoff and Jared Kushner put the idea to Zelenskyy when they met him in Kyiv, the newspaper reported, citing people familiar with the talks. Trump officials argued that transit fees, which Ukraine gave up at about $1 billion a year, would benefit Kyiv, and that European voters would eventually want cheaper energy. Russia’s share of EU gas imports had fallen from 45% in 2021 to 13% last year.
The envoys presented renewed Russian gas sales as one of the economic incentives in a wider settlement covering Russia’s relationship with NATO, security guarantees for Ukraine, and territorial control. Some European and Ukrainian officials suspected Washington would seek a cut of the profits. The White House denied that the Nord Stream pipeline had been a subject of recent discussions. Kremlin spokesman Dmitry Peskov claimed that resuming energy cooperation is in Russia’s interest and, right now, even more in Europe’s.

At Ukraine talks the envoys hosted in Florida last week, Günter Sautter, security adviser to German Chancellor Friedrich Merz, forcefully opposed the idea. German lawmakers have called a return to Russian deliveries a disaster for European security, even treason, as the far-right AfD courts Gazprom to bring the gas back. Former Economy Minister Robert Habeck, who steered Germany off Russian gas after 2022, said Trump “seems to have more sympathies with Vladimir Putin than he has with the Ukrainians.”
Rather than pressure Putin or strengthen Ukraine, the administration has spent much of its peace effort on economic incentives for Russia, the newspaper wrote. The US Treasury cleared imports of Russian diesel on 9 October. On 16 October, Trump waived the penalties on Russia’s oil buyers that Congress had passed in the Graham Act. Washington is also weighing relief for sanctioned shadow fleet tankers. And the White House ordered limits on the military satellite service Ukraine’s forces rely on, Reuters reported.
Putin’s economic envoy Kirill Dmitriev claimed the ice had broken and more joint initiatives would follow, including data centers powered by Russian nuclear energy. The talks also cover the sale of Lukoil’s foreign assets to a group that includes the US government, the newspaper reported earlier this month. Zelenskyy, who had heard the pitch in Kyiv, alluded to it in a Financial Times interview this week.
“The question will be when will the next deal be? Maybe it will be gas. Definitely it will be gas,” he said.
Reopening the pipelines could hand Moscow back significant revenue and strengthen its sway over Europe’s energy market, Liga noted. Each new concession lowers the price Russia pays for continuing the war.

© LUIS FORRA/LUSA

© CLEMENS BILAN/EPA
Peak oil is real and we must prepare for its exhaustion now as it'll be too late once the price is spiking, says Richard Lyon as he responds to Tilak Doshi's review of his book The Energy Trap.
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© JOSÉ JECO/LUSA