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Dirigente de Francia insumisa arremete contra racismo en su país

26 October 2026 at 22:53

París, 26 oct (Prensa Latina) El máximo dirigente de La Francia Insumisa (LFI), Jean-Luc Mélenchon, llamó hoy a nunca perdonar ni mirar para el lado con el racismo, al intervenir en un acto en el barrio de Courneuve, en Saint-Denis.

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Haifa, la rabbia e i dubbi degli israelo-palestinesi: “In massa a votare contro Netanyahu, ma nella nuova Knesset nessuno sarà davvero la nostra voce”

26 October 2026 at 16:59

Sul gradino della frutteria tra via Wadi e via Hadad, Ahmad fuma seduto. Clienti non se ne vedono, di domenica mattina nel centro storico di Haifa: nella parte più antica della città, quella dove nel ’48 quello che rimaneva della comunità palestinese fu relegata dopo la Nakba, è questo il giorno in cui i negozi sono chiusi e la gente resta a riposo. Non il sabato ebraico, non il venerdì musulmano, o non solo. Fuori è estate, dentro il negozio saranno 17 gradi, l’aria condizionata si sente anche all’esterno, fino alla prima fila di cassette di arance. Dietro le spalle compare Oren, deve comprare una cassa d’acqua: su al primo piano del palazzo di fronte, nella sede del partito comunista e della Joint List i militanti sono rimasti a secco. La loro domenica prima delle elezioni è fatta di fogli Excel con liste di persone, numeri e indirizzi, volantini e adesivi da piegare prima di uscire per l’ultimo volantinaggio che la legge che regola la campagna elettorale permetter di fare. “C’è molto da lavorare, questa volta l’affluenza sarà altissima, dobbiamo indirizzare il nostro messaggio il più possibile”, spiega Reem, responsabile della sezione. Ha gli occhi azzurri, quarant’anni l’accento americano, si riconosce come palestinese: “Il nostro è sempre stato un partito arabo-ebraico per definizione, siamo internazionalisti”.

Alle pareti ci sono foto di Lenin e Marx. C’è anche una bandiera della Palestina, che a un certo punto qualcuno scosta per far risaltare nelle foto lo stemma storico del partito con la falce e martello. Passare il messaggio, significa, per questi militanti, anche capitalizzare la rabbia di una comunità araba. “C’è molta frustrazione per le politiche del governo estremista e fascista guidato da Benjamin Netanyahu. Ma non parliamo solo a loro, abbiamo il sostegno di tanti ebrei che vogliono la pace e la fine dell’occupazione della Palestina. Guerra e occupazione sono il motore delle disuguaglianze sociali, dal costo della vita alla demolizione delle case palestinesi la battaglia è una sola”, continua Reem. Ha fretta, deve dare le consegne a Gaja e Saar, ventenni al primo voto nazionale, un computer e molto entusiasmo.

Ad Haifa la sinistra israeliano-palestinese va piuttosto bene: alle ultime elezioni le varie sigle della sinistra hanno preso quasi il 60% in totale, soprattutto qui nel quartiere di Wadi Nisnas, e le sigle che oggi corrono nella Lista Unita hanno superato il 10%. Ma di solito l’affluenza nella comunità araba non superava il 55%, mentre il 27 ottobre tutti si aspettano che raggiunga al 70%, forse più. Come la Joint List, anche Ra’am, la lista islamica conservatrice dell’imam Mansour Abbas punta a raccogliere questi voti, soprattutto nelle comunità rurali.

“La comunità andrà a votare in massa, anche se non è convinta dei programmi e dei partiti. E a differenza del passato, voteranno meno i partiti ebraici della sinistra e più quelli che si identificano con la comunità palestinese. Gli elettori vogliono farla finita con Netanyahu, ma ancor di più vogliono cacciare Itamar Ben-Gvir dal ministero della polizia, viste le violenze che ha fomentato”, valuta Mustafa Shalaata, giornalista di Radio Al Shams, la voce di riferimento dei palestinesi in Israele. “I temi principali da queste parti sono tre: la criminalità organizzata, che il governo ha lasciato proliferare per razzismo, la guerra a Gaza e l’occupazione e infine la discriminazione sociale, il diritto all’abitare che viene negato e le case palestinesi demolite”. I palestinesi con diritto di voto in Israele sono 1,2 milioni, su una popolazione che ne conta due, una minoranza consistente, tra un terzo e un quarto del Paese, che finora è rimasto escluso dai governi. Alla fermata arriva un autobus con un cartellone elettorale di Ben-Gvir sul retro. Il successivo porta la foto di Gadi Eisenkot.
Haifa non è Nazareth e Uma el Fahem (dove la Joint List è fortissima): la comunità palestinese è storica e salda, ma oggi è una città mista a maggioranza ebraica, ma è anche da molti considerata un modello della convivenza. Il filosofo Omri Bohem ha perfino proposto in un saggio recente di ribattezzare così lo Stato federale binazionale che tanti, a sinistra, vorrebbero sostituire a Israele e anche alla teoria stantia dei due Stati: “Repubblica di Haifa”. Reem è scettica: “Forse è un modello di tolleranza, sicuramente la città è rimasta coesa anche dopo il 7 ottobre, ma la discriminazione non è sparita”. Non è d’accordo neanche Osama, da dietro il bancone di una gelateria di Silkin Street, la via degli hipster a 20 minuti a piedi in salita dalla vecchia Haifa, vicino all’altrettanto storico Talpiot market. “Voterò per la Joint List, ma solo perché non abbiamo alternativa”. Viene dal villaggio cristiano Eliabun, laureato in medicina a trent’anni è finito a lavorare come gelataio da “Boza”, una catena fondata nel kibbutz progressista di Sasa, al confine col Libano, e gestita da un ceo ebreo e uno palestinese che promuove la convivenza attraverso il gelato. “Mio cugino era deputato nella Joint List”, Hanna Swaid, continua aprendo Instagram. Ha appena servito una vaschetta di caffè al cardamomo, pistacchio e yogurt all’olio d’oliva e zatar, a un cliente poco incline alla conversazione. “Voglio fare un post critico sotto questo discorso di mio cugino: non va bene che continuino a dire ‘non potremo fare molto nella nuova Knesset’. Ci serve più della loro buona volontà”. Giorni fa, Osama si è ritrovato Bezalel Smotrich davanti. “È entrato nella sinagoga qui a fianco, quando è uscito gli abbiamo fischiato. Netanyahu non è mai venuto”. Forse non a Silkin street, ma la destra estrema non manca neanche ad Haifa. Come l’indifferenza “Fuck the elections, adesso ho problemi a casa”, dice un commerciante di telefonia, una stella di David vistosa al collo. “Cosa farò? Soldi, prima della crisi economica che scoppierà il 28 ottobre”, dice il gestore del negozio vicino.

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Japanese prosecutors charge US marine suspected of robbing and killing woman

Devin Jacob Ballard, 20, denies charges that he fatally strangled Anna Yagi, 39, in a hotel on the island of Okinawa

Prosecutors in Japan have filed formal charges against a US marine suspected of murdering and robbing a woman while stationed on the country’s island of Okinawa, according to Japanese media.

Devin Jacob Ballard, a 20-year-old lance corporal assigned to Marine Corps Air Station Futenma in Okinawa, is charged with fatally strangling Anna Yagi, 39, at a hotel in the city and stealing from her a backpack containing a wallet, the public broadcaster NHK reported.

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© Photograph: KYODO/Reuters

© Photograph: KYODO/Reuters

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“Il padre di Meghan Markle accusato di pedofilia, la polizia britannica lo sapeva ma ha detto nulla. Anche la duchessa aveva saputo tutto poco dopo le nozze con il principe Harry”

26 October 2026 at 10:32

La polizia britannica era a conoscenza delle accuse di pedofilia mosse contro il padre di Meghan Markle, ma “non ha passato l’informazione alle autorità estere”.
La duchessa del Sussex si sarebbe detta “turbata e frustrata” dopo che la Metropolitan Police ha ammesso di non aver dato seguito alle parole contenute nella lettera scritta dalla prima moglie di suo padre, Roslyn Loveless, che lo accusava di pedofilia e abusi sessuali, già nel 2019.
A rivelarlo è il Telegraph, che scrive di aver letto la missiva che la madre di Thomas Jr e Samatha Markle, aveva condiviso con la Metropolitan Police di Londra e della quale anche Meghan ha confessato di essere a conoscenza.

Thomas Markle senior sposò Roslyn nel 1964 e si separò da lei nel 1975 per poi sposare la madre della duchessa del Sussex, quattro anni dopo. Nella lettera datata 2019, la donna aveva raccontato che l’uomo si era trasferito nelle Filippine e in Thailandia, lasciando gli Stati Uniti, “perché lì i dodicenni sono legali”.
Il diretto interessato ha dichiarato di non aver mai avuto rapporti sessuali con persone di età inferiore ai 18 anni. Venerdì 23 ottobre, a riaprire la vicenda, è stato invece il fratellastro della duchessa, Thomas Jr, che ha denunciato il padre di essere in possesso di materiale pedopornografico nascosto dentro a diverse scatole piene di foto e ricordi di famiglia. Alla notizia delle indagini condotte dalla polizia delle Filippine che si era detta pronta a sequestrare computer e ogni elemento di prova disponibile nella casa di Cebu, Meghan aveva immediatamente reagito scrivendo un comunicato nel quale si diceva “molto angosciata” e rivolgeva i suoi pensieri “ad ogni bambino offeso”.

Ma al di là del dolore come figlia e come madre di due bambini, (che il nonno non lo hanno mai conosciuto), la moglie del principe Harry aggiungeva anche un dettaglio che sta gettando le forze dell’ordine britanniche nel caos. “Una lettera mandata alla Metropolitan Police, ai reali e alla loro Protezione Speciale, venne girata anche a me”. “C’erano accuse preoccupanti e inquietanti contro mio padre ed ero stata rassicurata che queste sarebbero state investigate”. Secondo il Sun, la lettera sarebbe stata inviata anche ad un’unità della polizia metropolitana (Met Police) incaricata di occuparsi di individui che rappresentano una minaccia per i membri della famiglia reale e i politici: il Fixated Threat Assessment Centre.

Chi l’aveva visionata era stata anche Scotland Yard che, ora, ammette di aver ricevuto una lettera “contenente una serie di affermazioni su presunti illeciti” commessi al di fuori della propria giurisdizione britannica, ma di non averla condivisa con alcuna autorità estera. Il risultato è che oggi, le forze dell’ordine stanno valutando se segnalarsi all’autorità di vigilanza in merito alla gestione della missiva, che all’epoca fu condivisa con il duca e la duchessa del Sussex. Va poi aggiunto che, a confusione si aggiunge confusione, dal momento in cui, come riportato per la prima volta dal New York Post, la lettera fu spedita nel 2019 e non nel 2018 come invece dichiarato da Meghan, che ha poi mandato avanti il suo staff per spiegare di non avere nota delle date esatte. “La duchessa sta facendo del suo meglio per ricordare la tempistica precisa di eventi che non erano stati annotati in un diario” hanno specificato i suoi Pr, aggiungendo che “qualsiasi discrepanza di alcuni mesi è una conseguenza comprensibile del trascorrere del tempo”. Ciò non toglie però, che le accuse erano arrivate al suo orecchio e a quello della famiglia reale subito dopo il matrimonio con il principe Harry.

Il diretto interessato ha sempre negato ogni addebito sebbene la prima moglie, in una intervista rilasciata subito dopo la nascita del principe Archie, definiva il suo ex marito “un padre terribile” e un nonno al quale doveva “essere vietato di vedere suo nipote”. “Non avrei mai potuto fare ciò di cui vengo accusato – si è difeso Markle – è la peggiore accusa che mi si possa fare. È una str.. sono solo un mucchio di bugie. È una cosa disgustosa”.

Secondo quanto riportato dalla Bbc, la duchessa del Sussex ha interrotto i contatti con suo padre l’anno scorso, quando dal letto di ospedale dove gli era stata amputata una gamba, lui continua a chiedere di poter vedere i suoi nipoti. Meghan gli aveva comunicato che lei e le autorità erano a conoscenza del fatto che avesse abusato di minori. Thomas Markle senior non ha mai conosciuto il principe Harry nè ha mai visto Archie e Lilibet.

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The Island That Gave Copper Its Name Had a 3,600-Year-Old Port City that Received Goods From Sardinia, the Baltic and India During the Bronze Age

26 October 2026 at 10:25
Beside the airport of Larnaca, on the south-east coast of Cyprus, there is a salt lake. About 3,500 years ago it was a sheltered bay, and on its shore stood a port city of up to 50 hectares (124 acres). That is roughly 90 American football fields, or a square you could walk across in […]

Descubren que la ciudad de Chipre que recibía mercancías de Cerdeña, la India y el Báltico en plena Edad del Bronce tiene más de 3600 años

Muy cerca del aeropuerto de Larnaca, en la costa sureste de Chipre, hay hoy un lago salado. Hace unos 3.500 años era una bahía protegida del mar Mediterráneo, y en su orilla se levantaba una ciudad de hasta 50 hectáreas. Es medio kilómetro cuadrado, el equivalente a un cuadrado de unos 700 metros de lado […]

The opposition returns to the streets in Venezuela after María Corina Machado’s return: ‘She’s coming to step on the accelerator’

26 October 2026 at 08:59

It was a long and emotional day for thousands of Venezuelans who could not believe it when they heard on Sunday morning that the opposition leader María Corina Machado had returned to Venezuela. When her message started circulating on cellphones — “I am here. With you.” — thousands of supporters of Machado and opponents of Chavismo began pouring into the streets to follow her slow march to the capital, Caracas, in an epic demonstration of Venezuelans shedding the fear of repression that had been holding them back for so long.

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© Pedro Mattey (AP Photo/Pedro Mattey)

Supporters of María Corina Machado in Valencia, Venezuela.

La rabia de las revueltas francesas por acabar con el malestar social

25 October 2026 at 04:30

Viendo lo que está ocurriendo en Francia, me viene a la memoria la célebre frase “Un fantasma recorre Europa” con la que se inicia el preámbulo del Manifiesto Comunista escrito por Karl Marx y Friedrich Engels, publicado por primera vez el 21 de febrero de 1848, en vísperas de las revoluciones liberales y obreras que se produjeron ese año en Francia y otros países europeos. Marx y Engels utilizaron la metáfora del fantasma para describir el miedo y la inquietud que sentían las clases e instituciones conservadoras de la época ante la incipiente lucha de clases entre trabajadores y empresarios dentro del naciente capitalismo.

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© DIEGO MIR (EL PAÍS)

Lula x Flávio Bolsonaro: resultados da eleição no exterior por país

25 October 2026 at 17:44
AF! Abaixo está uma tabela com os resultados divulgados da votação no exterior no 2º turno das eleições de 2026 entre Lula (PT) e Flávio Bolsonaro (PL). Os números são parciais e variam conforme a apuração dos boletins de urna. Resultados por país País / território Lula — votos (%) Flávio Bolsonaro — votos (%) […]

Scientists Switch Back On a Chimpanzee Gene Silenced by a Virus Millions of Years Old. Humans Use it to Form the Brain

25 October 2026 at 17:27
Line up human and chimpanzee DNA and the first surprise is how little separates us. We share more than 96% of the sequences used to make proteins, the molecules that build and run a living body. And yet the human brain is roughly three times the size of a chimpanzee’s, and it does things a […]

Un virus infectó a los chimpancés hace millones de años y apagó en ellos un gen que los humanos usamos para formar el cerebro

Si ponemos los genes de una persona junto a los de un chimpancé, lo llamativo es lo poco que difieren. Compartimos más del 96% de las secuencias que sirven para fabricar proteínas, que son las piezas con las que se construye un organismo. Y aun así nuestro cerebro es unas tres veces mayor que el […]

María Corina Machado returns to Venezuela

25 October 2026 at 16:46

After nearly 10 months abroad, María Corina Machado, the anti-Chavista opposition leader and Nobel Peace Prize laureate, has returned to Venezuela. “I am here, with you,” the opposition figure wrote on social media on Sunday morning.

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© Vente Venezuela (EFE)

Supporters welcome María Corina Machado this Sunday at the Divina Pastora Shrine in Barquisimeto, Venezuela.

La voglia di un mostro, purchessia – Il commento di Antonello Caporale

25 October 2026 at 11:07

Replicare alle violenze di strada a Milano con la mostrificazione di qualcuno a cui si potessero cucire i panni del terrorista. La voglia di un mostro purchessia, la necessità di esibire un volto contro cui vomitare addosso tutte le accuse sembra la prima urgenza di una destra, politica e giornalistica, affamata.

Ieri pomeriggio contro Youssef Siher, in passato giornalista free lance, che nella redazione del Fatto online ha svolto nel 2022 uno stage seguito da una collaborazione sporadica (nel 2025 ha firmato due articoli sulla Tunisia, nel 2026 nessun articolo) come ha avuto altrove altre esperienze lavorative, ricercatore con ottime competenze e referenze, c’era una nota della Digos che indaga sul suo conto per istigazione a delinquere a fini di terrorismo. Non ancora un magistrato che avesse formalizzato l’accusa, men che mai un giudice che l’avesse convalidato.

Le devastazioni ci sono state e certo non conosciamo il suo livello di responsabilità. Aspettiamo che i fatti e le attività a lui contestate siano specificate e rese pubbliche nel dettaglio al più presto. Quel che colpisce è la voglia matta di chiudere con l’impiccagione all’albero della colpa di questa persona, italiano di genitori marocchini, la crisi sociale di giovani e giovanissimi che gravitano nelle periferie degradate delle nostre città, esplose nelle devastazioni che ha vissuto la settimana scorsa Milano.

Attribuire al manganello della polizia lo strumento risolutivo della contesa e chiuderla così. Se chi rompe paga, come ha detto la presidente del Consiglio, e certo è un motto corretto e condiviso, che ogni italiano ricorda da quando bambino se lo sentiva dire in casa, è necessario che accanto alla voglia di far pagare chi rompe, venga anche spiegato cosa si fa perché nessuno rompa, cosa si spende per chi si affaccia nel mondo del lavoro, come si sostiene chi nasce in una famiglia povera, quali luoghi, oltre al marciapiede, può frequentare.

Già che c’è la presidente del Consiglio potrebbe spiegare se e come sono stati spesi i danari del più grande fondo di rinascita (il famigerato Pnrr) il cui principale capitolo di spesa era quello di finanziare le politiche per la nuova generazione. Il next generation Eu, do you remember? Oltre ai manganelli il Parlamento dovrebbe interrogarsi su cosa è stato fatto, i soldi dove sono finiti, cosa si dice a chi oggi non ha nè un lavoro, nè un futuro, e a coloro che pur avendo un impiego pensano di perderlo in favore dell’intelligenza artificiale.

Più che mettersi all’ascolto delle proteste il governo dovrebbe mettersi al lavoro, ammettere le proprie responsabilità, illustrare le idee che gli sono venute per affrontare o almeno mitigare la crisi. Invece di restare con le mani in mano, anzi con il manganello in mano e un nuovo mostro da sbattere in tv.

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“Se avessi potuto scegliere sarei stato un poliziotto, oppure un disc jockey”: ma William è nato principe e sarà re. Se tutto va bene

24 October 2026 at 08:00

L’operazione simpatia ingaggiata dalla corona grazie alla presenza dell’erede al trono William nel salotto tra i più ironici e divertenti della tv, segna un nuovo inedito. Da ieri, The Graham Norton Show si fregia di aver fatto accomodare sul suo divano rosso anche un membro della famiglia reale.

D’altro canto, ci sono troppe sfide in corso in Inghilterra, troppe falle nel sistema della monarchia, per questo è giunto il momento che la corona si giochi il tutto per tutto, includendo il rischio di mandare un esponente di punta in tv. Anche se, per stare sul sicuro, la puntata del programma satirico che ha ospitato William è stata pre registrata, perchè poi, non si sa mai.

Così nel disperato tentativo di fare dimenticare la faccia del fratello Harry che, con le sue richieste di pace, negli ultimi giorni ha monopolizzato i media britannici e sperando di darsi un tono con le sue attività caritatevoli, William si è seduto sul divano rosso della Bbc e ha mostrato tutto lo charme di cui può essere dotato.

In effetti, il premio che ha organizzato nel 2020, l’Earth shot Prize, non fa parlare molto di sé, almeno non tanto quanto il principe vorrebbe, per giustificare i soldi che la sua posizione costa al Paese e quelli che investe per una attività nella quale dovrebbe davvero mostrare di credere: ovvero il bene ed il futuro della terra. Lo scorso anno, l’evento era stato portato in Brasile, là dove si teneva Cop30 e l’allora Primo Ministro britannico, Keir Starmer si era prestato a fare capolino nel panel creato dall’erede al trono per darsi un ruolo sulla scena mondiale.

Questa edizione lo porterà in India insieme a dei testimonial d’eccezione che, guarda caso, erano seduti accanto a lui su quel divano. Cate Blanchett, Robert Irwin e Hannah Waddingham, tutti schierati a ridere delle battute del futuro re. Così, gli spettatori della rete britannica, hanno scoperto che il lavoro dei sogni del principe era un altro e che sarebbe stato “un buon poliziotto”, a suo dire, mentre ripensando alla fase in cui sognava di fare il Dj, oggi ammette che non sarebbe stato “un granché”, in quello.

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Le elezioni possono sconfiggere gli autocrati ma non bastano a ricostruire la democrazia

24 October 2026 at 03:45

Nel 1974 la Rivoluzione dei garofani apriva in Portogallo quella che Samuel Huntington avrebbe chiamato la «terza ondata di democratizzazione». Più di cinquant’anni dopo, quei guadagni sono quasi interamente svaniti. È la conclusione del decimo Democracy Report del V-Dem Institute dell’Università di Gothenburg, il più ampio database al mondo sulla qualità democratica: oltre 4.200 esperti, più di 600 indicatori, 202 Paesi osservati dal 1789 a oggi. A fine 2025 il mondo conta 92 autocrazie e 87 democrazie; per il secondo anno consecutivo, le prime superano le seconde. Il 74 per cento della popolazione mondiale, circa sei miliardi di persone, vive in regimi autocratici. Solo il 7 per cento, 600 milioni, vive in una democrazia liberale: il dato più basso da oltre mezzo secolo.

C’è poi un dato che misura la dinamica del fenomeno. Sono 44 i Paesi oggi in un episodio di autocratizzazione, quasi un quarto delle nazioni del pianeta. Ospitano il 41 per cento della popolazione mondiale – 3,4 miliardi di persone, contro il 9 per cento del 2005 – e il 39 per cento del Pil globale. I Paesi che si stanno democratizzando sono appena 18 e insieme fanno il 5 per cento degli abitanti della Terra.

Secondo una ricerca del gruppo V-Dem citata nel rapporto, l’ondata attuale supera per durata, estensione e intensità quella degli anni Trenta. E la prima vittima è quasi sempre la stessa: la libertà di espressione, in peggioramento in 44 Paesi. La censura dei media è la tattica preferita da tre autocratizzatori su quattro, seguita dalla repressione della società civile, che colpisce ormai il 68 per cento dei casi.

Il capitolo più impressionante riguarda gli Stati Uniti. Nel 2024 il loro Liberal Democracy Index valeva 0,75; a fine 2025 è sceso a 0,57: meno 24 per cento in un solo anno, dal ventesimo al cinquantunesimo posto su 179 Paesi. È il calo annuale più ampio dell’intera serie storica americana, che V-Dem ricostruisce dal 1789. Gli Stati Uniti non sono più classificati come democrazia liberale, ma come democrazia elettorale. Il livello raggiunto è quello del 1965, l’anno del Voting Rights Act. Ma il paragone è ingannevole, e gli stessi autori lo avvertono. Allora il deficit era legale, ossia l’esclusione di milioni di cittadini dal voto e dai diritti civili. Oggi è istituzionale, figlio di un esecutivo che concentra potere svuotando i contrappesi.

I dati scompongono bene il meccanismo. I vincoli legislativi sull’esecutivo passano da 0,86 a 0,61, perdendo un terzo del loro valore e toccando il minimo da oltre cent’anni: un Congresso a maggioranza repubblicana che ha approvato 49 leggi, quasi tutte minori, mentre il presidente firmava 225 ordini esecutivi. La libertà di espressione scende da 0,94 a 0,73, il punto più basso dal dopoguerra. Diritti civili e uguaglianza davanti alla legge tornano ai livelli di fine anni Sessanta. A colpire è soprattutto la velocità. Viktor Orbán ha impiegato oltre quattro anni per produrre un calo comparabile; Aleksandar Vučić, otto; Narendra Modi e Recep Tayyip Erdoğan, circa un decennio. A Washington è bastato un anno. Il rapporto osserva che una caduta così ripida, in genere, si registra solo dopo un colpo di Stato.

Resta un dettaglio decisivo: quello di un indice non crollato ancora di più solo perché le componenti elettorali vengono rivalutate negli anni di voto. Il punteggio 2025 riflette le elezioni del 2024, giudicate libere e regolari. Per questo le elezioni di midterm del 3 novembre saranno il vero banco di prova. E i segnali non sono rassicuranti: richieste del Dipartimento di Giustizia sulle liste elettorali di quasi tutti gli Stati, 24 Stati citati in giudizio per aver rifiutato, una perquisizione dell’Fbi negli archivi elettorali della contea di Fulton, in Georgia, e il 40 per cento dei funzionari elettorali che ha lasciato l’incarico dal 2020.

Per quel che riguarda l’Unione europea, l’autocratizzazione tocca oggi sette Stati membri. Tra i dieci nuovi autocratizzatori individuati quest’anno, cinque sono europei: Croazia, Italia, Slovacchia, Slovenia e Regno Unito (extra-Ue). In Europa occidentale e Nord America la Grecia era l’unico caso; ora si aggiungono Italia, Regno Unito e Stati Uniti, che insieme pesano per il 59 per cento della popolazione della regione.

Va precisato cosa significa. L’Italia rimane una democrazia liberale, trentasettesima al mondo con un indice di 0,64, ma nella fascia di incertezza che la avvicina alla categoria inferiore. L’episodio di arretramento viene fatto partire dal 2021 e il calo rispetto al 2015 è statisticamente significativo. Non siamo l’Ungheria di Orbán né la Slovacchia di Robert Fico, ma siamo nella lista. Le voci che spiegano il dato sono quelle dell’informazione. L’Italia compare tra i Paesi in cui cresce l’autocensura dei media e tra quelli in cui aumenta lo sbilanciamento dell’informazione a favore di chi governa. Sono esattamente gli indicatori che, secondo V-Dem, cedono per primi.

C’è anche un contrappeso metodologico da tenere presente, e lo offrono gli stessi principal investigator di V-Dem in un commento allegato al rapporto. Le soglie che definiscono un «episodio» sono in parte arbitrarie; tra 2024 e 2025 il punteggio di 175 Paesi su 179 non è cambiato in modo significativo; le medie pesate per popolazione amplificano il peso di giganti come India e Stati Uniti. Proprio perché i cambiamenti sono lenti e poco visibili, accorgersene presto è l’unico modo per non doverli constatare a cose fatte.

Il rapporto contiene anche un dato fondamentale per chi fa politica: circa il 70 per cento degli episodi di autocratizzazione della terza ondata è stato poi invertito. V-Dem li chiama U-turn, inversioni a U. Va tenuto insieme all’altro elemento, meno consolatorio: quando una democrazia comincia a scivolare, nel 54 per cento dei casi finisce per crollare.

Le ricerche del gruppo di Gothenburg individuano tre fattori ricorrenti nelle inversioni riuscite. I freni istituzionali – quindi integrità elettorale, magistratura indipendente, un Parlamento che controlla davvero – sono le istituzioni che rallentano l’aggressione. Negli Stati Uniti il rapporto indica la Corte Suprema e il federalismo, cioè governi e tribunali statali che amministrano il voto.

C’è poi il motore sociale: un’opposizione unita, una società civile attiva, media indipendenti, mobilitazione pacifica e continua. Infine, il tempo. La maggior parte delle inversioni avviene entro la fine del primo ciclo elettorale; dopo, il potere si consolida e la finestra si restringe.

Gli esempi non mancano. In Polonia, la coalizione guidata da Donald Tusk ha interrotto nel 2023 otto anni di governo PiS. In Brasile, Luiz Inácio Lula da Silva ha vinto nel 2022 con una coalizione di nove partiti e Jair Bolsonaro è stato condannato. In Guatemala, Bernardo Arévalo si è insediato nonostante i tentativi di rovesciarne l’elezione. In Corea del Sud, le istituzioni hanno respinto la legge marziale di Yoon Suk Yeol.

E c’è un caso arrivato dopo la chiusura del rapporto, che ne conferma le argomentazioni. Il 12 aprile scorso, l’Ungheria, prima nella classifica degli autocratizzatori e autocrazia elettorale dal 2018, ha mandato a casa Orbán dopo sedici anni. Il Tisza di Péter Magyar ha conquistato la maggioranza dei due terzi, con un’affluenza record, oltre il 77 per cento. Un’opposizione finalmente unificata, un voto di massa, un campo ancora sufficientemente aperto. I tre ingredienti di V-Dem, visti all’opera nel caso più difficile d’Europa.

Attenzione però a scambiare l’alternanza per riparazione. La Polonia, dopo due anni, resta sotto i livelli democratici del 2015, perché smontare la cattura dello Stato si è rivelato più lento che costruirla. E lo Zambia, inversione celebrata nel 2021, è tornato a scivolare verso l’autocrazia elettorale. Vincere le elezioni resta insomma condizione necessaria, ma non sufficiente.

Il valore del rapporto V-Dem sta proprio nella capacità di diagnosi, che arriva precocemente. Le autocrazie del ventunesimo secolo nascono da un’erosione graduale: un’informazione più docile, un Parlamento che smette di controllare, una società civile messa sotto pressione. Processi lenti, quasi impercettibili, che possono diventare irreversibili. Per gli Stati Uniti le elezioni di midterm saranno il momento della verità. Per l’Europa e per l’Italia, la lezione è invece che le leve funzionano finché il campo resta aperto. Difendere l’indipendenza dei media, la forza dei contrappesi, l’unità di chi si oppone e la capacità di agire presto è manutenzione ordinaria. E come ogni manutenzione, costa molto meno farla prima.

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