❌

Reading view

Botta e risposta tra Vannacci e Balzano. “Non escludiamo di uscire da Ue e Nato”. “Posizione vaga”

Confronto vivace a Battitori liberi, su Radio Cusano, tra il leader di Futuro Nazionale, Roberto Vannacci, e Savino Balzano, conduttore della trasmissione insieme a Gianluca Fabi. A far scattare il battibecco è la posizione dell’ex generale sull’Unione europea e sull’euro: a Balzano che lo incalza sulle sue dichiarazioni contestandogli una posizione poco incisiva rispetto alle aspettative del suo elettorato, Vannacci replica con tono piccato, respingendo la ricostruzione del saggista (“Sbagliato, è una falsificazione”) e chiarendo che l’uscita dall’Ue e dalla moneta unica resta una possibilità, anche se non figura tra gli obiettivi programmatici del suo partito.

Il politico invita Balzano a leggere il programma di Futuro Nazionale: “Né nel programma né nelle nostre intenzioni c’è quella di mettere in piano un’uscita dall’Ue e dall’euro come punto programmatico del partito. Abbiamo sempre avuto un approccio critico nei confronti di questa Unione europea e di questa Unione monetaria, che vogliamo cambiare”. L’obiettivo, spiega, è “andare a ridiscutere i trattati principali dell’Unione europea”. E cita AfD in Germania, Rassemblement National in Francia, Vox in Spagna e altre forze politiche europee che, a suo giudizio, possono favorire una revisione degli accordi di Maastricht. Poi precisa: “Non escludiamo tuttavia, nel caso di impossibilità di cambiare questa Unione dall’interno, la possibilità anche di uscire“.

Una risposta che non convince Balzano: “Mi sembra una posizione un po’ vaga”.
Vannacci replica: “Non è vaga. È una questione di tempi, di fattibilità e di possibilità di intervenire”.
Ma il conduttore torna alla carica: “Io parlo da cittadino. Mi sembra una posizione vaga. Alla fine questa Unione europea non piace a nessuno, non piaceva neanche al Pd. Pure il Pd vuole cambiare l’Unione europea. Uno da lei si aspetterebbe una posizione più tranchant”.
Il leader di Futuro Nazionale rivendica allora la differenza tra il proprio progetto politico e quello dei democratici: “Il mio partito non si chiama Italexit, quindi già uno se ne dovrebbe essere accorto prima. Il Pd vuole cambiare questa Unione europea nel senso di una maggiore integrazione. Noi invece vogliamo l’Europa delle patrie, delle nazioni e dei popoli sovrani, che è una cosa ben diversa”.

Per Vannacci, tentare di modificare l’Unione dall’interno è una strada più praticabile rispetto all’uscita immediata attraverso l’articolo 50 dei trattati europei. “L’uscita dall’Unione europea è una cosa che gli sprovveduti tirano fuori così, tanto per prendere qualche voto. Chi ha seguito almeno il percorso della Brexit sa che è una cosa tutt’altro che facile e sa che molti in Inghilterra oggi se ne stanno pentendo. Vedasi la Scozia, che sta cercando un percorso alternativo. Quindi bisogna pensarci bene”.
Il discorso si estende anche all’Alleanza Atlantica. “Non escludiamo la possibile uscita anche dalla Nato – afferma Vannacci, che indica come priorità il rafforzamento del peso dell’Italia nelle organizzazioni internazionali – Vogliamo rafforzare la posizione nazionale all’interno di queste organizzazioni e non più subirle da succubi. Vogliamo diventarne attori che riescono a perorare l’interesse nazionale”. E contesta le direttive e i regolamenti che, a suo dire, la Commissione europea impone agli Stati membri.

Balzano, però, torna a punzecchiarlo e chiude con una battuta: “Faccia attenzione a non cascare nel ‘ma anche’ di Veltroni, però. Glielo do come consiglio da cittadino”.
Vannacci non lascia cadere la provocazione: “Veltroni fa un altro lavoro rispetto al mio. Io quello che dico lo mantengo e l’ho sempre fatto nella mia vita”. E ribadisce che la linea del partito è sempre la stessa: “Chiunque abbia letto il programma di Futuro Nazionale sa che questa è stata la posizione sin dall’inizio”.

L'articolo Botta e risposta tra Vannacci e Balzano. “Non escludiamo di uscire da Ue e Nato”. “Posizione vaga” proviene da Il Fatto Quotidiano.

  •  

Kids Act, la Commissione Ue frena le leggi nazionali: stop di 12 mesi ai progetti dei Paesi membri

In merito al Kids Act, l’iniziativa volta a vietare l’uso dei social network ai minori di 13 anni, “abbiamo avanzato una proposta molto chiara, che prevede un approccio graduale e l’obbligo di integrare la sicurezza fin dalla fase di progettazione (‘safety by design’) per tutti i servizi online. La nostra proposta armonizza le norme per garantire che tutti i minori nell’Ue godano di un pari livello di protezione, poiché un problema europeo richiede una risposta europea unitaria. Per questo motivo, posso confermare oggi che la Commissione ha deciso di rinviare di 12 mesi l’iter di qualsiasi progetto di legge nazionale che si sovrapponga alle future norme armonizzate”. 

La dichiarazione arriva da Thomas Regnier, portavoce dell’Esecutivo comunitario per il Digitale, nel corso del consueto incontro con i giornalisti. Motivando il rinvio, il portavoce ha spiegato: “Perché è importante? È assolutamente fondamentale per evitare una frammentazione del nostro mercato interno e per salvaguardare il lavoro dei nostri colegislatori. Dobbiamo ora concentrarci sui negoziati relativi all’Eu Kids Act e garantire un’efficace applicazione delle nostre norme”.

Entrando nel dettaglio dei provvedimenti già presentati, il portavoce ha poi evidenziato: “Ci sono già alcune leggi nazionali – sottolinea il portavoce – che sono state notificate alla Commissione europea” oltre all’Austria come “Slovenia,Italia, Belgio, Francia e altri Stati membri” e “i lavori su tali provvedimenti sono in corso, ma ciò non modifica la nostra posizione di fondo: non intendiamo frammentare il nostro mercato interno.

Se si procedesse in tal modo, si verrebbero a creare normative e requisiti differenti nei vari Stati membri, rendendo l’applicazione delle norme praticamente impossibile. Le piattaforme non sarebbero in grado di conformarsi a un mercato così frammentato e, in ultima analisi, ci ritroveremmo privi di qualsiasi livello di tutela. È proprio per questo che abbiamo presentato una proposta armonizzata volta a proteggere tutti i minori”.

LEGGI LE NOTIZIE DEL CANALE ESTERI

L'articolo Kids Act, la Commissione Ue frena le leggi nazionali: stop di 12 mesi ai progetti dei Paesi membri proviene da Affaritaliani.it.

  •  

Lagarde si dimette dalla BCE, lascia in anticipo la presidenza dal 7 febbraio 2027

Christine Lagarde lascia la presidenza della Banca Centrale Europea. Lo ha comunicato in una nota diffusa giovedì 29 ottobre nella quale informa il Consiglio direttivo e il presidente del Consiglio europeo António Costa che lascerà l’incarico nel 2027, precisamente il 7 febbraio.

L’addio arriva in anticipo rispetto alla scadenza naturale del mandato, fissata al 31 ottobre 2027. La notizia arriva a poche ore dalla decisione sui tassi di politica monetaria e in un momento nel quale l’UE deve fare i conti con un’inflazione che viaggia su percentuali elevate.

Lagarde si dimette in anticipo dalla BCE

In un comunicato arrivato a Francoforte nella mattinata di giovedì 29 ottobre 2026, Christine Lagarde ha annunciato le dimissioni dalla presidenza della Banca Centrale Europea.

Lascerà l’incarico il 7 febbraio 2027, con circa nove mesi di anticipo sulla scadenza del mandato. Infatti Lagarde si era insediata il 1° novembre 2019 e avrebbe dovuto chiudere i suoi otto anni di mandato, non rinnovabile, il 31 ottobre 2027.

Come e quando si sceglierà il successore di Lagarde

Per la nomina del successore di Christine Lagarde bisognerà attendere gli svariati passaggi burocratici della macchina europea. La nomina finale, come indicato dall’articolo 283 del Trattato sul funzionamento dell’Unione europea, spetta comunque al Consiglio europeo.

Il percorso però ha diversi passaggi. In breve:

  • il Consiglio dell’Unione europea formula una raccomandazione;
  • vengono consultati il Parlamento europeo e il Consiglio direttivo della Bce;
  • vengono consultati i leader dei Paesi che hanno l’euro.

Il parere dell’Eurocamera non è vincolante e alla fine la scelta avviene a “maggioranza qualificata”.

La Bce ha già spiegato in una nota che “il successore della presidente Lagarde sarà nominato dal Consiglio europeo secondo la procedura di nomina prevista dall’articolo 283 del Trattato sul funzionamento dell’Unione europea”.

Cosa cambia per tassi, mutui e risparmi dopo le dimissioni di Lagarde

Fino a febbraio 2027, non dovrebbero esserci cambiamenti nella linea della BCE dettata dalla presidente dimissionaria. In genere un cambio al vertice potrebbe portare una temporanea volatilità sui mercati, soprattutto per comprendere al meglio quale potrebbe essere la linea futura del successore di Christine Lagarde.

Per mutui e risparmi, non ci sono effetti dovuti alle dimissioni della presidente della BCE. Si tratta di fattori che vengono stabiliti in base all’andamento Euribor per i tassi variabili e IRS per i tassi fissi e ovviamente anche a seconda delle decisioni prese dal Consiglio direttivo.

  •  

Il conto della guerra: per il commissario Ue all’energia oltre 50 milioni di europei non saranno in grado di scaldare casa. “L’inverno sarà duro”

Il prossimo inverno sarà “duro” per i cittadini europei. Oltre 50 milioni di persone potrebbero non essere in grado di “riscaldare adeguatamente” le proprie abitazioni, a causa degli elevati prezzi dell’energia causati dalla guerra in Medio Oriente. È l’allarme lanciato dal commissario europeo all’Energia, Dan Jorgensen, a Lussemburgo, a margine del Consiglio Ue Energia che discuterà una proposta di regolamento per adeguare alle esigenze future la componente delle bollette destinata a remunerare i costi delle reti. Ieri il prezzo del gas sul Ttf di Amsterdam, piazza di riferimento per l’Europa, ha sfondato la soglia dei 100 euro a megawattora tornando sui livelli del 2022 dopo l’invasione russa dell’Ucraina. “In un anno qualunque, purtroppo, quasi cinquanta milioni di europei non riescono a riscaldare adeguatamente le proprie abitazioni a causa degli elevati prezzi dell’energia in Europa”. Secondo Eurostat, nel 2025 la quota di popolazione Ue che non riusciva a mantenere la propria abitazione adeguatamente calda è scesa all’8,8%, a circa 40 milioni di persone. “Quest’anno, probabilmente, il numero sarà ancora più alto. Dobbiamo quindi fare tutto il possibile per alleviare queste difficoltà”, ha dichiarato.

“L’Ue è in una posizione migliore per affrontare questa crisi” rispetto al 2022, quando la guerra in Ucraina e il taglio delle forniture russe avevano provocato una crisi dei prezzi, ha spiegato Jorgensen, “perché abbiamo ridotto il nostro consumo di gas ma questa crisi è anche più grave, perché riguarda anche il petrolio e i prodotti petroliferi”. Per il momento, ha precisato il commissario, l’Unione non prevede una crisi di approvvigionamento dei carburanti. Ma la distinzione vale poco per chi non riesce a sostenere i costi. “Per i cittadini che non possono permettersi di acquistare la benzina per la propria auto o per riscaldare le case” la situazione non è diversa da una crisi di approvvigionamento, ha sottolineato Jorgensen, chiedendo di “discutere ulteriori misure su ciò che si può effettivamente fare per alleviare questa grave situazione”.

La linea di Bruxelles è duplice: da un lato, aiutare nell’immediato le famiglie più esposte ai rincari. Dall’altro, accelerare la riduzione della dipendenza dai combustibili fossili. Gli Stati membri, ha ribadito il commissario, dovrebbero adottare misure “mirate e temporanee” per sostenere gli utenti più vulnerabili. Ma il messaggio politico rivolto ai governi guarda soprattutto alla transizione energetica. “Fate tutto ciò che è in vostro potere per abbandonare i combustibili fossili il più rapidamente possibile”, ha detto Jorgensen. Questo significa, ha aggiunto, puntare maggiormente sulle energie rinnovabili e sull’efficienza energetica, favorire l’elettrificazione, sostituire le caldaie a gas o a olio combustibile con pompe di calore elettriche e passare dai veicoli con motore a combustione a quelli elettrici. “Sono tutte misure che possono essere sostenute e che, già nel breve periodo, sono in grado di fare una differenza concreta”, ha concluso.

La presidenza irlandese: “Né l’Ue né gli Stati hanno la bacchetta magica per far sparire gli aumenti”

Il problema è come affrontare la fase di transizione mentre famiglie e imprese continuano a fare i conti con bollette e carburanti costosi. A riconoscerlo è anche il ministro dell’Energia irlandese Darragh O’Brien, il cui Paese ha la presidenza di turno dell’Unione. “È bene essere chiari: né l’Ue né gli Stati membri hanno la bacchetta magica per far sparire gli aumenti dei prezzi”, ha affermato a margine del Consiglio. I governi sono già intervenuti sul fronte fiscale e con misure di sostegno di breve periodo, ha ricordato O’Brien, citando la riduzione delle accise su diesel e benzina e gli aiuti a settori come quello dell’autotrasporto. Ma vanno individuate soluzioni più strutturali. “L’obiettivo di oggi è capire come superare queste misure, puntando a soluzioni più sostenibili. È per questo che le reti e i relativi oneri di rete rivestono un’importanza cruciale, ed è per questo che vogliamo promuoverne lo sviluppo durante la nostra presidenza”.

Il nodo è anche quello dei costi delle infrastrutture elettriche, indispensabili per sostenere l’aumento della domanda legato alla diffusione delle auto elettriche, delle pompe di calore e delle altre tecnologie alimentate dall’elettricità. “Non c’è tempo da perdere: stiamo attraversando una crisi energetica molto grave che minaccia la competitività dell’Unione e richiede un intervento adeguato”, ha detto il ministro irlandese. “Dobbiamo fare tutto il possibile per intervenire sugli oneri di rete, sulle infrastrutture e sull’accelerazione dell’elettrificazione, per garantire il nostro futuro”.

In salita la discussione sulla proposta per ridurre le bollette

Sul tavolo del Consiglio ci sono i principi per definire le tariffe e la tassazione dell’elettricità riducendo gli oneri di rete e il costo delle bollette, ma anche gli obiettivi di efficienza energetica, resilienza, interconnessioni ed elettrificazione da integrare nel quadro successivo al 2030, in vista dell’obiettivo climatico europeo per il 2040 e della neutralità climatica entro il 2050. Le discussioni, finora mantenute a livello tecnico, iniziano in salita, con quasi una decina di Paesi che hanno sollevato preoccupazioni sull’intervento per garantire all’elettricità un regime fiscale più favorevole rispetto al gas. La misura era stata proposta dalla Commissione lo scorso luglio nel quadro del pacchetto di revisione delle tariffe di rete per ridurre i costi dell’energia. Diverse capitali – tra cui Svezia, Finlandia, Polonia, Lettonia e Repubblica Ceca – spingono per eliminare l’intervento, contestando la base giuridica scelta da Bruxelles, che consentirebbe di adottare la disposizione a maggioranza qualificata in quanto misura accessoria alla revisione delle tariffe di rete, evitando l’unanimità normalmente richiesta per le decisioni in materia fiscale.
I servizi giuridici del Consiglio Ue hanno definito la proposta di Bruxelles ‘legale’ dal punto di vista procedurale. Ma resta il nodo politico, che potrebbe spingere Palazzo Berlaymont a ritirare la misura nel caso in cui l’opposizione tra i Paesi dovesse allargarsi ancora.

L'articolo Il conto della guerra: per il commissario Ue all’energia oltre 50 milioni di europei non saranno in grado di scaldare casa. “L’inverno sarà duro” proviene da Il Fatto Quotidiano.

  •  

Salari fermi e prezzi alle stelle: ecco quel che dovrebbe fare il centrosinistra di concreto

Il popolo italiano vuole il pane, e non solo promesse di rose. Il popolo ha certamente bisogno di pace, di sanità e scuole migliori, ma ha bisogno anche di avere subito soldi per arrivare alla fine del mese. Ormai da parecchi anni i prezzi aumentano e gli stipendi no, e il centrosinistra si lamenta, protesta, ma non propone nulla di concreto.

Renzi vinse il 40% degli elettori con gli 80 euro in più in busta paga. Berlusconi vinse le gare elettorali con l’abolizione dell’Imu sulla prima casa. La destra prende voti con la flat tax (incostituzionale) per i lavoratori autonomi e con i condoni fiscali. La sinistra invece protesta per l’inflazione che mangia i salari ma non indica una soluzione semplice e immediata: indicizzare in tutto o in parte gli stipendi al carovita, non per aumentare i salari reali, ma solo per recuperare potere d’acquisto.

Per migliorare sanità, scuole e pensioni dovrebbe proporre una tassa patrimoniale e tasse di successione ai super-ricchi; dovrebbe imporre all’Unione Europea di abolire i paradisi fiscali che sono dentro la Ue; imporre un controllo sui prezzi dell’energia per diminuire le bollette a famiglie e imprese, e altre cose di sinistra che invece il nostro morbidissimo centrosinistra – molto di centro e poco di sinistra – non propone.

Per vincere le elezioni ed essere nuovamente credibili dopo i fallimenti passati, le forze di centrosinistra dovrebbero per prima cosa garantire la difesa del potere di acquisto delle famiglie massacrato dall’inflazione crescente. Il centrosinistra ha già promesso di introdurre un salario minimo indicizzato all’inflazione; questa è una misura giusta e sacrosanta, ma non basta: infatti riguarda solo 4 o 5 milioni di lavoratori e non i 19 milioni di lavoratori dipendenti che in grande maggioranza hanno stipendi da fame o insufficienti.

Il centrosinistra dovrebbe dimostrare di non avere timore di scontrarsi con Confindustria, e anche con l’Ue; e dovrebbe proporre una grande riforma fiscale, fondata su imposte sui redditi non basate su scaglioni fissi ma su una progressività continua e continuamente aggiornata, come in Germania.

Occorrerebbe tassare meno il lavoro e il capitale produttivo e più la finanza. Il centrosinistra dovrebbe avere il coraggio e la lungimiranza di proporre una tassa patrimoniale sui super-ricchi chiarendo che, per esempio, i miliardi presi a chi ha lo yacht verranno destinati a finanziare il taglio delle imposte per il lavoro e per i ceti medi. Occorre stabilire un vero controllo sui prezzi dell’energia, magari nazionalizzando l’Eni, ormai in gran parte in mano a azionisti stranieri. In Italia dominano le grandi banche private; occorre invece anche una banca pubblica che faccia credito per lo sviluppo delle piccole e medie aziende.

Alle ultime elezioni politiche italiane del 2022, gli astenuti che non si sono recati alle urne sono stati circa 16,6 milioni di cittadini, pari a circa il 37% del corpo elettorale. Le statistiche dicono che in grande maggioranza sono povera gente, i meno istruiti, i disoccupati e i lavoratori disillusi da una sinistra che non ha fatto nulla per loro. Il centrosinistra rischia di perdere i voti che la grande maggioranza degli astenuti gli darebbe volentieri se si impegnasse su cose concrete. Purtroppo è invece ammalato di moderatismo per non impaurire l’establishment italiano ed europeo: così però rischia di perdere e di dare tutto il potere a Meloni.

Al centrosinistra non basterà denunciare le disfunzioni della sanità pubblica o le spese per il riarmo del governo Meloni. Ormai anche la Lega di Salvini e Futuro Nazionale di Vannacci condannano il fatto che il governo italiano da anni fa morire inutilmente gli ucraini finanziando con miliardi la guerra inutile di Zelensky contro la Russia (una guerra scatenata soprattutto per il fatto che Zelensky voleva fare entrare la Nato in Ucraina).

Non basta promettere, come fanno inutilmente tutti i partiti, di recuperare l’evasione fiscale. Occorre imporre tasse sulle plusvalenze finanziarie e sulle grandi eredità. Occorre che il governo riacquisti le quote di maggioranza delle società strategiche dell’energia, in modo da controllare i prezzi per le imprese e le famiglie. Occorre che il centrosinistra denunci apertamente che l’Unione Europea non fa nulla per impedire lo scandalo dei grandi paradisi fiscali dentro la Ue: Irlanda, Lussemburgo, Olanda, Malta, Cipro.

Il centrosinistra appoggia ciecamente la tedesca Ursula von der Leyen e le sue assurde politiche belliciste; non denuncia però il fatto che ogni anno lo Stato italiano a causa dell’euro – e quindi dell’impossibilità di finanziare gli investimenti pubblici con la propria moneta – paga 90 miliardi circa ai mercati finanziari solamente per pagare gli interessi sui debiti pregressi. Una tassa enorme che soffoca l’economia nazionale a beneficio della finanza nazionale ed estera.

L'articolo Salari fermi e prezzi alle stelle: ecco quel che dovrebbe fare il centrosinistra di concreto proviene da Il Fatto Quotidiano.

  •  

Clima, l’Ue si prepara a un aumento di 2 gradi entro il 2050 ma delega i piani di adattamento ai singoli Stati. E l’Italia è ferma al palo

Dovranno essere i singoli Paesi dell’Unione Europea a elaborare i piani strategici per adattarsi all‘aumento delle temperature globali stimato in 2 gradi entro il 2050 e 3 gradi entro il 2100 rispetto ai livelli pre-industriali. Lo prevede il nuovo quadro sulla resilienza climatica adottato dalla Commissione Ue che per la prima volta responsabilizza gli Stati nella prevenzione. Le autorità nazionali dovranno tenere conto della realtà climatica e dei rischi nelle proprie decisioni, ma Bruxelles non imporrà soluzioni specifiche. E questa rischia di essere una brutta notizia per l’Italia, considerando che finora, fra ritardi e sprechi, il nostro Paese ha dimostrato di non saper mettere in campo strategie efficaci per limitare e mitigare i danni causati dal cambiamento climatico. L’Italia ha raggiunto appena il 15% degli obiettivi al 2030 inseriti nel Piano nazionale integrato per l’energia e il clima (Pniec). Mentre il Piano nazionale di adattamento ai cambiamenti climatici (Pnacc), nato già poco operativo a inizio 2024, è di fatto fermo al palo. Senza soldi, né minime indicazioni di gestione.

Secondo la Commissione, i piani nazionali dovranno coprire i diversi settori dell’economia e il monitoraggio sarà collegato anche al Semestre europeo, per trattare il problema come una questione di resilienza economica e non solo ambientale. Il quadro prevede un’iniziativa legislativa e una comunicazione non vincolante. Il piano adottato non introduce nuove risorse finanziarie, dal momento che nel quadro finanziario pluriennale 2028-2034 Bruxelles ha proposto un obiettivo di spesa del 35% per il clima e la biodiversità naturale, che include anche la preparazione ai cambiamenti climatici.

Il quadro fissa una traiettoria comune di riferimento basata sulla base delle evidenze scientifiche del gruppo intergovernativo sul cambiamento climatico che considera un aumento di 2°C di riscaldamento entro il 2050 e +3°C entro il 2100. Non si tratta di un obiettivo politico, ma uno scenario di riferimento comune sulla base del quale gli Stati membri possono valutare i futuri rischi climatici al momento di prendere decisioni. Per sostenere le autorità pubbliche ad affrontare i rischi climatici, la Commissione europea lancerà una piattaforma online europea per la resilienza climatica che includerà una serie di strumenti, tra cui l’European Climate Viewer, sviluppato dal Centro europeo per le previsioni meteorologiche a medio termine, che fornirà una mappa interattiva dei rischi climatici previsti in tutto il continente. E il Navigator of Climate Resilience Tools, sviluppato dall’Agenzia europea dell’ambiente per aiutare gli utenti a individuare strumenti di resilienza climatica pertinenti in base alla loro ubicazione, al settore di appartenenza e ai rischi specifici che devono affrontare.

Bruxelles conferma che nei prossimi mesi lancerà un piano europeo contro le ondate di calore, un’alleanza per l’assicurazione contro i rischi climatici e un’iniziativa europea per l’acqua. Avvierà inoltre un gruppo consultivo PreparEU sulla preparazione alle catastrofi e un’iniziativa per individuare 100 territori europei più vulnerabili ai cambiamenti climatici. “L’Europa si sta riscaldando a un ritmo doppio rispetto a quello globale. Per diventare veramente resilienti al clima, dobbiamo adattarci e imparare lungo il percorso”, sottolinea la presidente della Commissione europea, Ursula von der Leyen. “Si stima che l’adattamento delle infrastrutture, dell’ambiente costruito, degli ecosistemi e dell’economia dell’Europa alle future condizioni climatiche richiederà investimenti pari a circa 70 miliardi di euro all’anno”, ha spiegato la Commissione europea

Le perdite economiche stimate, dovute ai danni causati dal clima nel periodo 2022-2025, ammontano a circa 200 miliardi di euro, ovvero 50 miliardi di euro all’anno, “in aumento rispetto agli 8,6 miliardi di euro del periodo 1980-1989”. Si legge nei documenti del nuovo quadro. “Le ondate di calore previste in Europa per il 2026 potrebbero comportare un costo annuo in termini di produzione pari a 113 miliardi di euro in 30 paesi, un onere economico sostanziale derivante da un unico fenomeno climatico”, si legge ancora. L’agricoltura viene indicata tra i settori che registrano le perdite più consistenti legate al clima. La perdita media annua nell’Ue è stimata a circa 28,3 miliardi di euro, con solo il 20-30% di tali perdite assicurato. La siccità è la principale causa delle perdite in questo settore: “Ad esempio, nel 2026 le perdite potrebbero raggiungere i 90 miliardi di euro”.

“L’estate scorsa sarà anche stata una delle più calde o la più calda mai registrata, ma con ogni probabilità sarà la più fresca degli anni a venire. E qualunque cosa facciamo, la situazione probabilmente peggiorerà”. È l’avvertimento lanciato dal commissario Ue al clima, Wopke Hoekstra, in conferenza stampa. “La buona notizia è che abbiamo un certo margine di manovra: le scelte che facciamo oggi possono effettivamente rendere meno gravi tali impatti. Quindi occorre fare di più a tutti i livelli: locale, regionale, nazionale, ma naturalmente anche a livello europeo. Per aiutare a proteggere, pianificare e prepararci a un’Europa più calda”, conclude.

L'articolo Clima, l’Ue si prepara a un aumento di 2 gradi entro il 2050 ma delega i piani di adattamento ai singoli Stati. E l’Italia è ferma al palo proviene da Il Fatto Quotidiano.

  •  

Gas a 97 euro, l’Ue paga già +12 miliardi per il Gnl USA: verso taglio dei consumi

Il prezzo del gas ha toccato un nuovo picco. L’indice TTF di Amsterdam ha raggiunto quota 97,29 euro al megawattora, una quota che non si registrava dal 2022. Il Brent invece ha registrato un calo dell’1,2%, chiudendo a 115 dollari al barile, mentre il WTI ha fatto segnare una discesa del -1,85% attestandosi a 101,36 dollari al barile.

Il dato in crescita, quello del gas, si scontra quindi con diverse realtà: l’incertezza geopolitica, la ricomposizione delle scorte e la vicinanza con l’inverno. Non aiuta la situazione dei trasporti attraverso Hormuz, dove ora passa verso l’Europa e l’Asia un terzo del metano esportato a Occidente e Oriente rispetto ai volumi precedenti all’inizio del conflitto.

Gas come nel 2022: 97,29 euro al megawattora

Lunedì 26 ottobre, il prezzo del gas all’indice TTF di Amsterdam ha raggiunto quota 97,29 euro al megawattora. Non succedeva dal 2022, dallo scoppio della crisi tra Russia e Ucraina. In serata il prezzo è poi sceso a 95,81 euro al megawattora, comunque un aumento del 2,13% rispetto al giorno precedente e quindi ancora un valore piuttosto elevato. Il superamento dei 100 dollari al megawattora potrebbe essere solo una questione di ore o giorni.

Gli analisti si domandano cosa c’è dietro l’attuale crescita delle quotazioni del gas e le motivazioni sono ormai sempre le stesse, anche se con alcune nuove incertezze. Da una parte i ritardi nella ricomposizione delle scorte, il fatto che si sta avvicinando effettivamente l’inverno e poi ci sono le motivazioni di natura geopolitica, come le incertezze rispetto a nuovi possibili attacchi sull’Iran da parte degli Stati Uniti.

Lo Stretto di Hormuz infatti continua a rappresentare una strettoia fisica e artificiale al passaggio di gas e petrolio verso l’Europa e l’Asia. Ma anche il Qatar, uno dei massimi venditori al mondo di Gnl, con la riduzione della produzione, sta aumentando le importazioni di gas naturale liquido statunitense.

Quanto costa il Gnl Usa: +12 miliardi

Dalla guerra tra Russia e Ucraina, l’Europa ha iniziato a importare Gnl americano. Un prodotto più costoso rispetto al gas russo e che già gravava sul bilancio. Ora con la crisi in Medio Oriente, la pressione per stoccare il gas è ancora più alta.

Considerando solo gli acquisti di gas naturale liquefatto, soprattutto americano, il rincaro nelle bollette europee è di circa 12 miliardi di euro. Miliardi in più, nonostante una domanda inferiore di ben 24 milioni di tonnellate acquistate.

Perché paghiamo così tanto? Il motivo è legato alla forte esposizione al mercato spot, dove i prezzi fluttuano ogni giorno. Come spiega l’analisi del Messaggero, per comprare più Gnl dagli Stati Uniti l’Europa paga da otto mesi i prezzi del giorno segnati dal TTF europeo, quello che ha raggiunto quota 97 euro al megawattora, mentre negli Stati Uniti si paga l’equivalente di 8 euro al megawattora. Dall’inizio della guerra il gas europeo è più che triplicato (+200% nell’ultimo anno).

L’Europa è tra i continenti più esposti: compra circa il 65% del suo Gnl sul mercato spot, mentre un quarto dei suoi contratti a lungo termine sono legati agli indici dei prezzi del gas. Questo perché incompatibile con la politica green che punta alla riduzione dell’utilizzo del gas.

Il livello degli stoccaggi

La situazione però è sotto controllo. Anche se i prezzi del gas naturale sono elevati, l’inverno europeo potrebbe risultare più caldo della media degli scorsi anni e questo potrebbe ridurre la necessità di acquistare ulteriore gas.

Il riempimento a livello comunitario è sotto il 75%, il minimo dal 2009, ma gli stoccaggi italiani sono quasi pieni, al 90%.

Il 29 ottobre si potrebbe parlare di misure di riduzione forzata dei consumi di gas, qualora però la situazione dovesse peggiorare. Per “peggiorare” si intendono temperature più basse rispetto alla media e che necessiterebbero di maggior riscaldamento. In quel caso l’Unione Europea potrebbe ritrovarsi ad affrontare una carenza di gas del 12-15% rispetto alla domanda. È lo scenario peggiore.

  •  

L’Unione europea parla inglese, ma deve farsi capire in tutte le lingue

Lettere

L’11 settembre la Commissione europea ha trasmesso al Consiglio la proposta di accordo commerciale tra l’Unione europea e l’India, soltanto in inglese. Le traduzioni ufficiali di un testo simile richiedono mesi, perché i giuristi linguisti devono verificare parola per parola che ogni versione produca gli stessi effetti giuridici. La Commissione punta a far firmare l’accordo entro la fine dell’anno e ha scelto di non aspettarle, impegnandosi a renderle disponibili in vista del voto del Parlamento europeo. Quel voto arriva però dopo la fase in cui i governi, riuniti nel Consiglio, devono esaminare l’accordo e autorizzarne la firma. La Francia si è opposta, sostenendo che disposizioni tecniche di questa portata non possono essere valutate seriamente senza una traduzione.

La questione è meno marginale di quanto sembri. Poiché il commercio rientra nelle competenze esclusive dell’Unione, i parlamenti nazionali non dovranno ratificare l’accordo: possono soltanto chiamare i propri ministri a rendere conto delle posizioni che intendono assumere in Consiglio. Se in quel momento il testo esiste solo in inglese, il loro controllo è diseguale prima ancora di cominciare. La questione, quindi, non è se a Bruxelles si possa lavorare in inglese, ma se sia legittimo chiedere ai cittadini europei e ai loro rappresentanti di esaminare in inglese le decisioni che li riguardano. È un problema di accesso democratico, più che un nuovo capitolo dell’antica disputa europea sulle lingue.

L’Unione ha ventiquattro lingue ufficiali: i cittadini possono rivolgersi alle istituzioni in ciascuna di esse e la legislazione deve essere pubblicata in tutte. Nella pratica, però, Bruxelles funziona sempre più spesso in inglese, e non senza motivo. Secondo l’ultimo Eurobarometro sulle lingue, il 47 per cento degli europei sa sostenere una conversazione in inglese come lingua straniera. La Brexit ne ha paradossalmente rafforzato la posizione: oggi l’inglese è la lingua madre di una piccola minoranza dei cittadini dell’Unione e non è la lingua nazionale di nessuno dei grandi Stati membri. Per quasi tutti è una seconda lingua, e proprio per questo nessuno parte avvantaggiato.

Su questa realtà il filosofo belga Philippe Van Parijs ha costruito uno degli argomenti più convincenti a favore dell’inglese come lingua franca europea. I gruppi multilingui, sostiene, tendono a convergere sulla lingua che chiama «maximin», quella in cui anche i meno competenti se la cavano meglio e che quindi esclude meno persone dalla conversazione. In Europa questa lingua è l’inglese, e le alternative sarebbero peggiori: tornare al francese, lingua di lavoro prevalente delle istituzioni comunitarie fino agli allargamenti del 1995 e del 2004, vorrebbe dire sostituire un privilegio linguistico con un altro.

Van Parijs descrive tuttavia un punto d’arrivo, non la situazione presente. Lo stesso Eurobarometro mostra che più della metà degli europei non sa sostenere una conversazione in inglese, e quasi quattro su dieci non ci riescono in nessuna lingua diversa dalla propria. E la conversazione è la parte più semplice: leggere un accordo commerciale, comprendere un proprio diritto o seguire un’allerta sanitaria è un’altra cosa. Nel febbraio 2020, mentre il Covid-19 si diffondeva, la Commissione pubblicò in un primo momento le informazioni sulla propria risposta solo in inglese. Due giorni dopo c’erano le versioni in maltese e in spagnolo, ma non ancora quella italiana, benché l’Italia fosse allora il Paese europeo più colpito. Gli europei possono anche parlare tra loro in inglese; per capire una decisione che li vincola, o un’informazione pensata per proteggerli, nessuno dovrebbe però aver bisogno di padroneggiare una seconda lingua.

Per decenni questa esigenza si è scontrata con un limite materiale: ogni lingua in più significava più traduttori, più coordinamento e più tempo. Oggi quel vincolo è molto più debole, perché il sistema eTranslation della Commissione copre tutte le ventiquattro lingue ufficiali e produce bozze di traduzione quasi istantaneamente. Tra una traduzione disponibile e una che l’istituzione è disposta a sottoscrivere rimane però una distanza. Un testo apparentemente fluido può perdere una precisazione, eliminare un’ambiguità voluta o introdurre piccole differenze tra una lingua e l’altra, e quando le parole producono effetti giuridici il controllo umano resta indispensabile.

L’alternativa a una traduzione automatica ufficiale, d’altra parte, non è l’assenza di traduzione. Funzionari parlamentari, giornalisti e cittadini possono già incollare un documento disponibile solo in inglese in un chatbot commerciale, ottenendo al posto di un testo autorevole uno leggibile di cui nessuna istituzione risponde. E questi sistemi non si comportano allo stesso modo in ogni lingua: un audit condotto nel 2026 su sei dei principali modelli di intelligenza artificiale ha rilevato che, interrogati sulla guerra in Ucraina, alcuni rispondevano in russo in modo più vicino alle tesi del Cremlino che in inglese o in ucraino. Le traduzioni, insomma, circoleranno comunque; il problema è stabilire chi se ne assume la responsabilità.

Una soluzione è già alla portata delle istituzioni europee: quando una traduzione umana non è pronta, potrebbero pubblicare insieme all’originale una propria versione automatica in ciascuna lingua ufficiale, dichiarata provvisoria, non vincolante e aperta a correzioni. Per le decisioni formali servirebbero, come oggi, le versioni revisionate dai giuristi linguisti, ma governi e parlamenti nazionali disporrebbero da subito di un testo comprensibile per una prima lettura.

Non servirebbe inventare tutto da zero. L’India, controparte proprio dell’accordo da cui nasce questa discussione, ha costruito Bhashini, una piattaforma pubblica che usa l’intelligenza artificiale per tradurre tra le numerose lingue del Paese e che sta entrando anche nel lavoro parlamentare. L’esempio indiano mostra che la tecnologia linguistica può essere trattata come un’infrastruttura pubblica, invece di essere lasciata alle piattaforme commerciali. Anche l’Unione ha già in mano buona parte degli strumenti necessari: da quasi settant’anni le sue istituzioni producono versioni parallele e giuridicamente verificate dei propri testi. Quello che è sempre apparso come il costo del multilinguismo è diventato così uno dei patrimoni di dati multilingui più preziosi al mondo. Su questa base, nel luglio 2026, la Direzione generale della Traduzione della Commissione ha reso disponibile, accanto a eTranslation, un proprio modello linguistico istituzionale, sviluppato per lavorare nelle ventiquattro lingue ufficiali.

Non si tratta di costruire una macchina che cancelli le differenze tra le lingue. La filosofa francese Barbara Cassin, che ha lavorato a lungo con i giuristi linguisti della Corte di giustizia dell’Unione, ha invitato a «riflettere non contro, ma con la traduzione automatica». Un servizio pubblico dovrebbe fare proprio questo: usare l’automazione dove funziona, dichiararne i limiti e restituire la parola a traduttori e giuristi quando il testo lo richiede. La stessa logica vale oltre i documenti scritti. Nell’aprile 2024 ha circolato molto un video, dichiaratamente rielaborato con l’IA, in cui il sindaco di Venezia Luigi Brugnaro spiegava ai turisti il nuovo ticket d’ingresso alla città in un inglese fluente e con la propria voce. L’anno successivo, durante la presidenza polacca del Consiglio, la stessa tecnologia è entrata in un contesto istituzionale. Le conferenze stampa ministeriali sono state doppiate in polacco, inglese e francese. Non è difficile immaginare un commissario europeo che parla nella propria lingua mentre ogni cittadino ascolta lo stesso intervento nella sua. Basta che la versione sintetica sia dichiarata e che l’originale resti accessibile.

Nulla di tutto questo obbliga a portare ventiquattro lingue nelle riunioni interne di Bruxelles, dove negoziatori e funzionari possono continuare a lavorare in inglese. La posta in gioco riguarda ciò che accade fuori da quelle stanze. Uno dei limiti più discussi della democrazia europea è l’assenza di un’opinione pubblica comune: le stesse decisioni vengono commentate in ventisette dibattiti nazionali separati, ciascuno con i suoi giornali, le sue polemiche e i suoi tempi. Le lingue non sono l’unica causa di questa frammentazione, ma sono una delle più evidenti. Una traduzione automatica garantita da un’istituzione pubblica permetterebbe a un cittadino italiano di leggere l’intervento di un deputato polacco al Parlamento europeo o i contributi che altri europei inviano alle consultazioni della Commissione. La piattaforma digitale della Conferenza sul futuro dell’Europa, tra il 2021 e il 2022, consentiva già di scrivere in qualsiasi lingua ufficiale e di leggere in traduzione gli interventi altrui. Era uno spazio limitato, ma ha mostrato che una discussione europea può esistere senza passare per una lingua unica.

L’intelligenza artificiale non risolverà il problema politico delle lingue europee, ma rende molto meno credibile la vecchia giustificazione secondo cui ricorrere all’inglese sarebbe inevitabile perché tradurre richiede troppo tempo. Per l’Unione è anche un’occasione. Da decenni le sue istituzioni sono accusate di essere lontane e tecnocratiche, chiuse in un linguaggio che i cittadini non sentono come proprio. Rivolgersi a ciascuno nella sua lingua non basterà a colmare questa distanza, ma ne rimuoverebbe una delle cause più concrete. Un’Unione che riesce a parlare ai propri cittadini nella loro lingua sarebbe, almeno sotto questo aspetto, un po’ meno distante dallo spazio pubblico comune che da decenni prova a costruire.

L'articolo L’Unione europea parla inglese, ma deve farsi capire in tutte le lingue proviene da Linkiesta.it.

  •  

Chi sono gli Studenti serbi che hanno sconfitto Vučić: organizzazione orizzontale, nessun leader e decisioni assembleari. Adesso la prova di governo

Dopo una lunga notte che ha avuto le sembianze di un sogno, è arrivato il giorno. E la Studentska lista ora ha sulle proprie spalle la vera sfida: traghettare la Serbia verso una stagione più luminosa, dimostrare ai cittadini che hanno riposto in loro fiducia che condizioni di vita migliori sono davvero possibili. Il movimento nato dalla tragedia di Novi Sad, in cui 16 persone il primo novembre del 2024 persero la vita a causa del crollo della pensilina della stazione cittadina, è legato soprattutto a volti giovanissimi. Furono loro i primi a scendere per le strade per chiedere che si facesse chiarezza, che si mettesse fine a un sistema corrotto i cui gangli permeavano tutti i settori della società, edilizia compresa. Ma come sotto l’effetto di un contagio collettivo, il movimento nei mesi si è allargato, riuscendo ad abbracciare una parte significativa della società serba in modo trasversale e a catalizzare persone di età, esperienze lavorative e provenienze diverse. Tra i 250 candidati presentati lo scorso settembre figurano infatti, oltre agli studenti, docenti universitari, artisti, agricoltori e professionisti negli ambiti più disparati.

Tuttavia, almeno per il momento, uno dei principali capisaldi che la Studentska lista ci ha tenuto a rimarcare è l’assenza di un leader o di un portavoce. L’intenzione dichiarata è quella di basarsi su un’organizzazione orizzontale, anche se durante la campagna elettorale il movimento è stato guidato soprattutto da Ilija Srdanović, un professore della Facoltà di Medicina dell’Università di Novi Sad. Il cardiologo, al momento, è visto come il candidato più probabile a occupare la posizione di primo ministro, anche se non è chiaro chi assumerà la guida dei ministeri chiave, inclusi quelli degli Affari Interni, delle Finanze e della Giustizia.

In questo passaggio anti-verticistico è custodito il vero taglio con il passato, poiché negli ultimi 14 anni la Serbia è stata abituata a qualcosa di diverso, a un singolo uomo, Aleksandar Vučić, che aveva finito per trattare il suo partito (SNS, Partito Progressista Serbo) e la politica di governo come un affare personale. Opponendosi a una formula verticistica del potere, le decisioni del movimento sono prese attraverso i plenum, assemblee studentesche in cui le proposte vengono discusse e poi sottoposte al voto. Anche la selezione dei candidati è avvenuta attraverso questo processo, con l’obiettivo di garantire una rappresentanza condivisa, seguendo un modello orizzontale che punta a ridurre il peso dei singoli. L’obiettivo è quello di fare pulizia e nell’opera di rinnovamento di cui gli studenti vogliono essere gli artefici hanno una traiettoria segnata da undici punti, quelli che compongono il loro programma ufficiale.

“Con interventi decisi, vogliamo fermare il saccheggio delle risorse pubbliche e restituire alle casse dello Stato il denaro sottratto, destinandolo direttamente all’istruzione e allo sviluppo economico. L’obiettivo è creare le condizioni affinché i giovani possano restare in Serbia e costruire qui il proprio futuro e quello delle loro famiglie – si legge nel documento – Abbiamo bisogno di istituzioni capaci di funzionare senza direttive delle segreterie di partito, di una magistratura in cui la legge sia uguale per tutti, indipendentemente da chi si trovi davanti ai giudici. Di finanze pubbliche sottoposte al controllo dei cittadini, di un sistema di istruzione e di una sanità che lo Stato non consideri un peso. Di media liberi dalle pressioni politiche. E di amministrazioni locali in cui i cittadini partecipino davvero alle decisioni che determinano la loro vita”.

Tra i punti più concreti del programma ci sono libri di testo gratuiti per tutti gli studenti delle scuole primarie e secondarie, ma anche gite e attività scolastiche più economiche. Sul fronte sociale, la lista propone soluzioni abitative a condizioni agevolate per alcune categorie, mentre in ambito occupazionale, vuole ridurre da 24 a 12 mesi la durata dei contratti a tempo determinato. Per quanto riguarda la questione sanitaria, invece, emerge la priorità per un accesso più equo a medicinali e farmacie nelle aree rurali e meno sviluppate.

Tuttavia, mentre a una prima occhiata risultano molto chiare le riforme interne, appaiono più sfumate le posizioni su alcuni temi cruciali riguardanti la politica internazionale della Serbia, come il percorso di integrazione nell’Unione europea e il complesso rapporto con il Kosovo. In alcune interviste ai media del Paese, Radomir Sajčić, una delle figure che fa parte della Studentska lista, nel merito ha cercato la risposta nella Costituzione serba che considera il Kosovo parte integrante del Paese. Una posizione in controtendenza rispetto ai principi di giustizia e libertà di cui il movimento si vuole fare portavoce. Resta quindi da capire come i vincitori del 25 ottobre navigheranno tra i tanti scogli politici accumulati negli anni dalla politica serba e se sapranno davvero differenziarsi dal regime che sono stati in grado di sconfiggere nelle cabine elettorali.

L'articolo Chi sono gli Studenti serbi che hanno sconfitto Vučić: organizzazione orizzontale, nessun leader e decisioni assembleari. Adesso la prova di governo proviene da Il Fatto Quotidiano.

  •  

Cibo a base di insetti e carne coltivata, gli europei divisi: chi è disposto a mangiarli

Gli alimenti a base di insetti, la carne coltivata in laboratorio e gli ingredienti ottenuti attraverso tecniche innovative fanno parte di un dibattito sempre più centrale per il sistema agroalimentare europeo, chiamato a confrontarsi con il cambiamento climatico, la scarsità di risorse e la necessità di rendere più resilienti le filiere produttive.

Intanto, i consumatori sembrano riconoscere le opportunità offerte dalla ricerca, ma chiedono più trasparenza, informazioni comprensibili e garanzie sulla sicurezza di ciò che acquistano. Non tutti, però, sono aperti a questa eventualità.

Cibo a base di insetti e carne da laboratorio, cosa pensano gli europei

Come riportato nel nuovo Eurobarometro sull’innovazione alimentare, pubblicato dalla Commissione europea il 26 ottobre 2026:

  • il 68% degli europei riconosce che l’innovazione in ambito alimentare può aiutare agricoltori e produttori ad affrontare le sfide del settore;
  • il 72% dichiara di non sentirsi adeguatamente informato sui nuovi alimenti, ingredienti e colture.

Il primo dato che emerge dall’indagine (condotta in tutti i 27 Stati membri tra il 22 maggio e il 24 giugno 2026 su 26.456 persone di almeno 15 anni) è che quasi sette europei su dieci ritengono che l’innovazione alimentare possa fornire strumenti aggiuntivi per affrontare problemi come:

  • siccità;
  • parassiti;
  • eventi meteorologici estremi;
  • scarsità di risorse;
  • interruzioni delle catene di approvvigionamento.

Tuttavia, molti europei che riconoscono l’utilità della ricerca sono poco convinti all’idea di acquistare alimenti realizzati con ingredienti insoliti o processi produttivi poco conosciuti. E questo nonostante abbiano già visto quanto siccità ed eventi estremi pesino sulla competitività dell’agricoltura e sulla stabilità dei prezzi.

Il sostegno, quindi, non equivale necessariamente alla disponibilità a consumare qualsiasi prodotto ottenuto attraverso tecniche recenti. Infatti:

  • il 51% degli intervistati dichiara di avere una visione negativa dei prodotti alimentari innovativi;
  • solo il 39% ne ha una positiva.

Chi è più disposto a provare il cibo del futuro

Dati più specifici sulla carne coltivata arrivano da altre indagini. Uno studio realizzato da Euroconsumers nel gennaio 2025 in quattro Paesi europei, tra cui l’Italia, ha rilevato che il 47% dei consumatori italiani sarebbe disposto a provarla se fosse autorizzata e disponibile sul mercato. La percentuale sale al 56% in Spagna, al 53% in Portogallo e si attesta al 44% in Belgio.

C’è quindi un potenziale interesse, che non si traduce con certezza in domanda (e acquisto). La ricerca però fa anche luce su quali condizioni potrebbero favorire la diffusione della carne coltivata:

  • per il 48% dei consumatori coinvolti nello studio, il prodotto dovrebbe avere gusto e consistenza simili a quelli della carne tradizionale;
  • per il 59% il prezzo è altrettanto importante: più della metà degli intervistati ha infatti dichiarato che non la comprerebbe se costasse più della carne convenzionale.

Il 51% esprime timori legati ai possibili effetti sulla salute nel lungo periodo, mentre il 68% si dichiara disposto a fidarsi dell’Autorità europea per la sicurezza alimentare (Efsa) nel valutare se il prodotto sia sicuro.

Il discorso cambia quando si parla di insetti destinati all’alimentazione umana. Grilli, larve e altre specie commestibili possono essere trasformati in ingredienti utilizzabili, per esempio, in farine, snack e prodotti ad alto contenuto proteico. In questo caso, secondo un altro studio, condotto in 11 Paesi dell’Unione europea, il 12,9% degli intervistati non escludeva la possibilità di sostituire la carne con gli insetti, pur senza dichiararsi disposto a farlo con certezza. Tra i Paesi in cui emergeva una maggiore apertura figuravano Belgio, Austria e Paesi Bassi.

La resistenza, quindi, non riguarda soltanto la conoscenza delle caratteristiche nutrizionali, ma anche le abitudini alimentari e la percezione di ciò che viene considerato normale o accettabile a tavola.

Chi accetta meglio le novità

Secondo il nuovo Eurobarometro, infine, la disponibilità ad accettare alimenti innovativi è maggiore in alcune fasce della popolazione:

  • i giovani;
  • le persone con livelli di istruzione più elevati;
  • chi vive nelle grandi città;
  • chi conosce già queste tecnologie.

In particolare, oltre il 50% degli intervistati con meno di 39 anni dichiara di sentirsi a proprio agio con gli alimenti innovativi, contro il 34% delle persone di almeno 55 anni. Nelle grandi città, più della metà dei residenti esprime un atteggiamento positivo rispetto agli alimenti sviluppati con tecniche moderne, mentre nelle aree rurali e nei villaggi la percentuale varia tra il 42% e il 46%.

La differenza più marcata, tuttavia, riguarda il livello di informazione:

  • tra chi ritiene di essere ben informato sugli alimenti innovativi, il 72% ha un’opinione positiva;
  • la percentuale scende al 27% tra chi non si sente adeguatamente informato;
  • il 59% di chi ne aveva già sentito parlare si dichiara a proprio agio con gli alimenti innovativi, contro il 32% di chi non li conosceva.

Uno dei risultati più importanti dell’indagine riguarda comunque le informazioni che dovrebbero accompagnare i nuovi prodotti. L’85% degli europei ritiene infatti che gli alimenti innovativi debbano avere denominazioni chiare e fornire indicazioni comprensibili su come vengono prodotti, quali ingredienti contengono e da dove provengono.

  •  

Gli Studenti sconfiggono Vucic e sperano nella svolta europea: il sogno di un Paese con istituzioni trasparenti e democratiche

Ad Aleksandar Vucic non è bastato onorare il genocida Ratko Mladic con funerali di Stato per titillare il nazionalismo dei serbi, specialmente dei giovani che guardano all’Europa. Dopo 14 anni alla guida del Paese, il suo ultimo disperato tentativo per rimanere al potere facendosi eleggere di nuovo primo ministro dopo essersi dimesso anticipatamente dalla presidenza della Repubblica si è infranto contro il muro dell’aspirazione di oltre metà della popolazione di vivere e crescere in un Paese con istituzioni trasparenti e realmente democratiche in grado peraltro di far entrare il Paese nell’Unione europea.

La “Lista degli Studenti”, con a capo il cardiologo e docente universitario di Novi Sad Ilija Srdanović, ha costretto l’equilibrista conservatore neoliberale Vucic, da sempre vicino a Mosca e a Pechino anziché a Bruxelles, ad ammettere la sconfitta a seggi appena chiusi. L’enorme affluenza, anche tra gli espatriati, ai seggi aveva fatto comprendere a Vucic che il giochetto non gli era riuscito: se non si fosse dimesso a un anno dalla scadenza del mandato, sarebbe ancora presidente della Repubblica. Le manifestazioni di massa di questi due anni – iniziate subito dopo la tragedia dei 16 morti in seguito al crollo della pensilina appena ricostruita con fondi pubblici nella stazione ferroviaria di Novi Sad – tuttavia invece di spegnersi con l’aumento delle intimidazioni e strette sulla libertà di stampa da parte del presidente e del suo partito, l’SNS, al governo sono andate aumentando mettendolo di fatto all’angolo. I lavori di ristrutturazione della stazione erano stati appaltati anche a imprese cinesi, sollevando accuse di corruzione. Nel 2018 la cinese Zijin ha comprato il 63% della società che gestisce le miniere di rame di Bor. Vucic aceva sostenuto anche il progetto di Rio Tinto per estrarre litio nella valle di Jadar, nonostante le proteste degli abitanti che temono danni alle falde acquifere e quindi alle coltivazioni. Gli studenti hanno pertanto chiesto contratti e responsabilità. Vucic ha risposto accusandoli di essere al servizio di potenze straniere. La polizia ha arrestato e picchiato manifestanti.

Da parte sua il movimento studentesco ha presentato un programma: contratti stabili, libri scolastici gratuiti, medicinali meno cari, case accessibili, confisca dei patrimoni illeciti. La Sinistra Europea ha sostenuto ufficialmente la loro lista. Queste legislative sono state di fatto un referendum contro Vucic diventato l’emblema della corruzione di Stato e del business senza regole. Non solo il movimento studentesco ma la maggior parte dei serbi ha mostrato di esigere una scelta anche in ambito geopolitico. Ma Vucic non l’ha fatta, anzi ha cercato in ogni modo di reprimere il dissenso piuttosto che il dialogo, soprattutto con la generazione Z.

Ora la prova decisiva per capire dove andrà la Serbia con i suoi 6.5 milioni di cittadini sarà osservare tre decisioni del nuovo governo: l’indipendenza della magistratura; il rapporto con la Russia e Cina; i progressi nella normalizzazione con il Kosovo.

Se su questi fronti arriveranno cambiamenti concreti, la vittoria degli studenti potrà diventare l’inizio di una vera svolta europea.

Se invece prevarranno le difficoltà interne e la continuità geopolitica, la Serbia potrebbe cambiare governo senza avvicinarsi in modo significativo all’Unione.

La caduta del “ sistema Vucic” può aprire la porta dell’Europa, ma non significa che la Serbia l’abbia già attraversata.

L'articolo Gli Studenti sconfiggono Vucic e sperano nella svolta europea: il sogno di un Paese con istituzioni trasparenti e democratiche proviene da Il Fatto Quotidiano.

  •  

Tumori, in Italia e in Europa si muore di meno: cure innovative e prevenzione fanno la differenza

Ogni anno, in Europa, sono 2,7 milioni i nuovi casi di cancro, pari a 5 ogni minuto. Dall’altro lato, grazie alle campagne di prevenzione e a cure sempre più efficaci, dal 1988 a oggi sono stati evitati circa 7,3 milioni di decessi oncologici nell’Unione Europea. Nel 2026 sono stimate circa 1.230.000 morti per tumore, con una diminuzione del 7,8% per gli uomini e del 5,9% per le donne rispetto al periodo 2020-2022.
Lo ricordano gli esperti dall’Associazione Italiana di Oncologia Medica (AIOM), in occasione del Congresso della Società Europea di Oncologia Medica (ESMO), segnalando come la strada da fare sia ancora lunga.

Si stima che in Europa il 5% della popolazione abbia affrontato una diagnosi di tumore, per un totale di 23,7 milioni di persone. In Italia vivono 4 milioni di cittadini dopo la diagnosi di cancro. Nel 2025, nel nostro Paese, sono stati stimati circa 390.000 nuovi casi. In numerose neoplasie i tassi di sopravvivenza e guarigione sono in aumento. Il 63% delle donne e il 54% degli uomini sono vivi a 5 anni e almeno un paziente su quattro è tornato ad avere la stessa aspettativa di vita della popolazione generale e può ritenersi guarito. Per migliorare ulteriormente questi risultati, è fondamentale investire nella ricerca e nei programmi di prevenzione.

I numeri che fanno sperare e riflettere

Il carcinoma polmonare nei maschi fa registrare la diminuzione più consistente (-22,5%). L’innovazione non si traduce solo in vite salvate, ma anche nella possibilità di reinserire nel tessuto sociale e produttivo le persone che hanno vissuto l’esperienza del cancro. In Europa infatti, i costi indiretti, legati soprattutto alla perdita di produttività determinata dalla malattia, sono diminuiti del 16% in circa 30 anni, da 97 miliardi di euro nel 1995 a 82 miliardi nel 2023. Per quanto riguarda il calo dei decessi per cause oncologiche nella popolazione maschile, il merito va soprattutto alla diminuzione dell’abitudine tabagica negli uomini.

Viste le buone notizie, con margini di miglioramento ancora da esplorare, restano però criticità nell’accesso alle terapie innovative. Nel Vecchio Continente, in media, viene reso disponibile solo il 51% dei nuovi farmaci approvati dall’ente regolatorio europeo (EMA) e servono 655 giorni per accedervi (nel 2025).

Il nostro Paese presenta dati migliori, anche se i tempi sono ancora troppo lunghi. L’Italia, infatti, garantisce l’accesso all’89% dei farmaci anticancro approvati da EMA e, in questa classifica, è seconda in Europa dopo la Germania (91%) (Austria 86%; Spagna 73%; Francia 68%). Nel nostro Paese, però, devono trascorrere 470 giorni, cioè circa 15 mesi, per la disponibilità delle nuove cure.
Come segnala Massimo Di Maio, Presidente AIOM,

“le terapie innovative non migliorano solo la sopravvivenza, ma favoriscono anche il ritorno al lavoro e alla vita sociale. La riduzione dei costi indiretti del cancro è un risultato molto importante, determinato da cure sempre più efficaci, che devono essere disponibili per tutti i pazienti, perché si possa parlare di equità nell’innovazione. In un anno si sono allungati di oltre 2 mesi in Europa e di circa un mese in Italia i tempi per disporre dei nuovi farmaci anticancro. Nel 2024 in Europa servivano in media 586 giorni, nel nostro Paese 441. In Italia restano ancora criticità legate alle procedure burocratiche e amministrative perché, dopo l’approvazione della rimborsabilità da parte dell’Agenzia Italiana del Farmaco, in alcune Regioni è necessario attendere l’inserimento nei Prontuari Terapeutici Regionali. E ulteriori ritardi possono essere causati dalle gare regionali e dalla necessità di inclusione anche nei Prontuari Terapeutici Ospedalieri”.

L’impatto della politica

In 10 anni (2014 – 2023), in Europa, la spesa per i farmaci anticancro è aumentata da 24,9 miliardi di euro a 64,3 miliardi. Questa crescita è stata trainata da una combinazione di effetti legati ai prezzi e all’incremento del numero di casi di tumore. L’Italia sostiene il 14% della spesa europea per i farmaci oncologici e si colloca al terzo posto dopo Germania (19%) e Francia (19%). Ma per il futuro potrebbero esserci impatti anche dalle scelte di macroeconomia e di politica che potrebbero giocare un ruolo importante.

I tempi per accedere alle nuove cure potrebbero essere ulteriormente dilazionati a causa della clausola della “nazione più favorita” (MFN, Most Favored Nation), stabilita dall’amministrazione statunitense, che prevede di ridurre i prezzi dei farmaci americani allineandoli a quelli più bassi di altri Paesi, compresa l’Italia. Il provvedimento rischia di dilatare ulteriormente i tempi e di generare pesanti ripercussioni sull’assistenza oncologica nel nostro Paese. Le aziende farmaceutiche, infatti, potrebbero decidere di ritardare il lancio di nuove terapie oncologiche innovative in Europa e in Italia o di non renderle del tutto disponibili, per evitare che un prezzo basso locale condizioni o abbassi i ricavi sul più redditizio mercato statunitense.

Meno chemioterapia

Ma come siamo messi sul fronte delle cure? I progressi si vedono, eccome.

“In Europa, la quota della chemioterapia sulla spesa totale di farmaci oncologici è diminuita dal 22% nel 2014 al 6% nel 2023, superata dalle terapie mirate e dalle immunoterapie. Le sole immunoterapie rappresentano oggi il 29% delle uscite. Questi cambiamenti riflettono il crescente impatto dell’oncologia di precisione, che permette di selezionare la cura adatta per il singolo paziente. Il numero di approvazioni da parte di EMA è aumentato significativamente, passando da una media di un nuovo farmaco all’anno nel periodo 1995-2000 a circa 14 all’anno nel 2021-2024. I Paesi dell’Europa occidentale tendono a rimborsare un maggior numero di terapie e a farlo più rapidamente rispetto all’Europa centrale e orientale. Ad esempio, la Germania ha reso disponibile il 91% dei farmaci oncologici approvati dall’EMA nel periodo 2021-2024 entro poco più di 100 giorni, mentre Romania, Estonia, Malta, Slovacchia e Lettonia si fermano a percentuali pari o inferiori al 20% e il tempo di rimborso si attesta intorno ai 1.000 giorni in Lituania, Romania ed Estonia, determinando forti disuguaglianze, che devono essere superate quanto prima”

ricorda Giuseppe Curigliano, Presidente eletto ESMO.

  •  

La protesta che infiamma l’Albania è la più dura, e la più sottovalutata

Oscurate dalle piazze francesi e italiane, le manifestazioni dei giovani contro il premier Edi Rama continuano da maggio in un Paese impoverito e scosso dalla corruzione, ma hanno ripreso vigore nell'ultima settimana con cruenti scontri

Le “sedie del dialogo” fatte collocare da Edi Rama davanti al palazzo del governo sono state bruciate domenica pomeriggio, al culmine di un altro weekend di scontri di piazza. Nelle proteste in Albania che vanno avanti da quasi centocinquanta giorni c’è anche una vena situazionista che potrebbe far sorridere, se non ci fosse seriamente da preoccuparsi per la tenuta di una democrazia ancora giovane e fragile. 

Il primo ministro, memore del suo passato di pittore e quindi aduso alla messa in scena, mentre la capitale Tirana veniva trasformata in campo di battaglia, con azioni sempre più repressive della polizia, il 20 ottobre aveva fatto collocare delle eleganti sedie in damasco rosso con sopra la scritta “dialog”. Il giorno dopo le sedie erano state sostituite con altre nere e più spartane. Infine, al terzo giorno: solo dei cilindri in cemento armato. Alla scenografica offerta di dialogo rivolta ai giovani che protestano contro l’aumento delle rette universitarie, la mancanza di studentati, la fatiscenza delle strutture e, in definitiva, contro la corruzione dilagante e la cronica crisi economica che affligge il Paese, a dire il vero, Rama aveva accompagnato azioni concrete molto meno concilianti. 

Innanzitutto, il tentativo comprensibile di dividere la piazza tra i facinorosi e chi protesta in pace, poi l’affermazione non supportata da prove concrete, secondo cui tra gli studenti ci fossero «persone radicalizzate», manovrate da Russia e Iran con l’obiettivo di impedire l’ingresso dell’Albania nell’Unione europea. Ancora, la minaccia di abbassare l’età della responsabilità penale che oggi è già a 16 anni (e a 14 per i reati più gravi), infine il bonus di 2.500 euro concesso in corso d’opera agli agenti schierati in piazza, parso a molti come l’atto più evidente di una volontà repressiva.

La risposta è arrivata sabato sera, anch’essa scenografica: i manifestanti hanno imbracciato mortai per fuochi d’artificio contro i reparti antisommossa. Lo spettacolo pirotecnico ha presto lasciato spazio a un’altra battaglia, con migliaia di persone lungo le vie principali di Tirana e verso piazza Skanderbeg, un principio d’incendio all’ingresso del ministero del Turismo e seimila poliziotti pronti anche a esplodere proiettili di gomma ad altezza d’uomo e a menare a più non posso. I video sui social documentano il pestaggio di Lulzim, un manifestante lasciato a terra esanime, l’aggressione al giornalista di News24 Klevin Muka con spray al peperoncino, e soprattutto il ferimento di Erjon Vishkulli, un ventottenne che rischia di perdere l’occhio sinistro.  

La protesta albanese oscurata prima da quella per la crisi abitativa in Spagna, poi dalle violente manifestazioni in Francia, infine dalle devastazioni dei maranza a Milano, è rimasta periferica nell’attenzione dei media e dell’opinione pubblica europea, ma ha radici ancora più profonde. 

A fine maggio l’Albania era stata scossa dalla cosiddetta Rivoluzione dei fenicotteri. Decine e poi centinaia di migliaia di persone per 136 giorni consecutivi si sono date appuntamento ogni sera nel cuore di Tirana per dire no alla “svendita” del Paese ai capitali stranieri. Tutto era nato da una protesta ambientalista contro un resort e centinaia di ville che dovrebbe nascere tra l’isola incontaminata di Sazan e la costa di Zvernec, attorno alla zona umida di Narta, dove i fenicotteri ignari del diritto societario svernano da sempre. Dietro la mega speculazione da quattro miliardi di euro c’è la Atlantic Incubation Partners, una società che fa capo a Jared Kushner e alla moglie Ivanka, la figlia di Donald Trump.

I manifestanti hanno chiesto per mesi l’abrogazione di due leggi che rendono possibile la costruzione di alberghi e resort anche nelle aree protette. Inascoltati hanno cominciato ad alzare il tiro, mettendo in discussione la permanenza al governo di Rama, il leader del Partito socialista rieletto solo l’anno scorso con una maggioranza schiacciante e al potere senza interruzioni dal 15 settembre 2013.  

«La protesta era pacifica, a tratti giocosa – spiega Arbër Agalliu, giornalista albanese naturalizzato italiano -, e per la prima volta vedeva gli albanesi scendere in piazza senza una regia politica, senza dei leader riconoscibili. Una mobilitazione nato dal basso». La svolta è arrivata il 13 ottobre, con le rivendicazione studentesche e i primi tafferugli. Manifestazioni ancora senza capi, organizzate via chat, ma stavolta colme di rabbia, pronte allo scontro fisico e con un’unica piattaforma programmatica: le dimissioni di Edi Rama.

«Frutto del malcontento generato dai problemi economici, i salari bassi, il gap sempre più ampio tra chi, anche in Albania, ha raggiunto un benessere di livello europeo e chi sopravvive» dice ancora Agalliu. Un Paese in cui tra il 2011 e il 2023 sono emigrate oltre seicentomila persone, su una popolazione scesa a poco più di 2,3 milioni di abitanti. Un Paese che esporta i propri ventenni, ma importa braccia disposte a paghe da fame da India, Filippine ed Egitto. Un Paese scosso dagli scandali, con il sindaco di Tirana Erion Veliaj (successore di Rama, che lo era stato per undici anni) in carcere dal febbraio 2025 per corruzione e riciclaggio, o con la vicepremier Belinda Balluku costretta alle dimissioni e formalmente accusata proprio il 20 ottobre di aver interferito nell’assegnazione di appalti per duecento milioni di euro e di “riciclaggio di denaro proveniente da attività criminali”.

«La criminalità ha preso il controllo dello Stato. C’è una crisi delle istituzioni e della democrazia» ha detto Fatos Lubonja, uno degli intellettuali di maggior spicco, rimasto diciassette anni nelle prigioni di Enver Hoxha, critico sia con Rama che con l’opposizione guidata da Sali Berisha, vecchio politicante, a sua volta accusato di corruzione, sanzionato da Gran Bretagna e Stati Uniti per «atti di corruzione che hanno minato la democrazia». 

Gli scontri di sabato con la polizia che spara ad altezza d’uomo / Ap

Sembra evidente, così, che per il governo in carica si tratti di una questione di vita o di morte politica, ma contro un avversario che non riesce a incasellare, che non può blandire, e che non vuole dialogare. «In Occidente nessun governo è mai caduto per le manifestazioni di piazza – dice ancora Agalliu -, e Rama è stato votato da ottocentomila albanesi: ha già detto che non si dimetterà, e anche se lo facesse ha la maggioranza assoluta in parlamento. Dall’altra parte, la piazza riuscirà magari a darsi dei leader, a compiere un upgrade politico come è accaduto in Serbia, ma ci vorrà del tempo». Merce che oggi non sembra la più a buon mercato in Albania.

In soli sette giorni, dal 13 al 19 ottobre, si sono contati trecentodieci feriti tra agenti e manifestanti, duecentosettantuno arresti, e la situazione non è certo migliorata nei sei giorni successivi. Res Publica, un’organizzazione che offre assistenza legale, ha presentato alla Procura speciale anticorruzione e criminalità organizzata (Spak) un esposto di ventinove pagine su oltre centottanta presunti episodi di abusi a Tirana e in altre città: foto, video, testimonianze riguardanti l’impiego sproporzionato della forza, arresti arbitrari, trattamenti degradanti, possibili violazioni dei diritti dei minorenni e ostacoli al lavoro della stampa. Non ancora un’inchiesta della magistratura, ma una denuncia circostanziata, mentre la vicenda di Erjon Vishkulli crea nuove frizioni. 

Il giovane è stato trasferito all’ospedale San Carlo di Roma e il primo ministro si è attribuito il merito dell’iniziativa: «L’ho presa io personalmente», smentito dalla sorella, secondo la quale in principio sarebbero stati la famiglia e gli amici a sostenere le spese. Rama stavolta ha comunicato su X con un post durissimo e teatrale: «Voi siete l’oscurità che ha chiuso a quel ragazzo la luce dell’occhio! Voi siete le dita e le unghie della mano maledetta che perseguita l’Albania fin dal 1912, chiudendole gli occhi ogni volta che questo paese vede la luce! Ma stavolta siete perduti…». Per poi annunciare nuove restrizioni alle proteste di piazza. Nulla di buono attende la Terra delle Aquile.

L'articolo La protesta che infiamma l’Albania è la più dura, e la più sottovalutata proviene da Linkiesta.it.

  •  

Per guadagnare come un parlamentare, a un italiano servono 6 anni e 7 mesi

Per ottenere quello che un parlamentare incassa al netto in un anno tra indennità, diaria e rimborso per le spese del mandato, un italiano medio deve lavorare per più di 6 anni e mezzo. Lo spunto arriva dallo studio The European Salary Ladder, pubblicato da American Express, secondo cui la sola indennità lorda dei parlamentari italiani vale 3,6 volte la retribuzione lorda mediana nazionale: il rapporto più alto tra i 27 Paesi dell’Unione europea. Con le altre voci della paga di deputati e senatori, però, il divario tra classe dirigente e cittadini è più marcato.

Quanto guadagna un parlamentare

La voce principale è l’indennità parlamentare, prevista dall’articolo 69 della Costituzione e regolata dalla legge 1261/1965.

Secondo i dati della Camera dei Deputati, ammonta a 10.435 euro lordi al mese per 12 mensilità. Al netto delle ritenute previdenziali, assistenziali e fiscali, e tenendo conto del valore medio delle addizionali regionali e comunali, restano circa 5.000 euro al mese, cioè circa 60.000 euro l’anno.

L’importo è fermo dal 2012. Nel 2006 l’indennità era passata da 12.434,32 a 11.703,64 euro lordi, poi è scesa al livello attuale. Senza tagli e senza il blocco degli adeguamenti, precisa la Camera, oggi sarebbe pari a 16.393,12 euro lordi. Al Senato l’indennità lorda è invece di 10.385,31 euro al mese.

Quanti anni servono a un italiano

Il termine di paragone è il reddito disponibile equivalente mediano rilevato da Eurostat. Si tratta del reddito familiare al netto di tasse e contributi, diviso per il numero dei componenti secondo una scala che rende confrontabili famiglie di dimensioni diverse. Per l’Italia, nella rilevazione 2025 sui redditi del 2024, vale 22.062 euro l’anno. Significa che metà degli italiani vive con meno.

I circa 60.000 euro netti dell’indennità corrispondono a 2 anni e 9 mesi di reddito mediano.

Il conto cambia se si aggiungono le altre voci che ogni mese arrivano al deputato:

  • diaria – 3.503,11 euro al mese a titolo di rimborso delle spese di soggiorno a Roma, ridotta di 206,58 euro per ogni giorno di assenza dalle votazioni;
  • rimborso delle spese per l’esercizio del mandato – 3.690 euro al mese, utilizzabili anche per pagare i collaboratori.

Su queste somme non si pagano tasse: l’articolo 52, comma 1, lettera b), del Tuir esclude dal reddito i rimborsi spese erogati ai titolari di cariche elettive pubbliche.

Il totale annuo complessivo sale così a circa 146.300 euro, pari a 6 anni e 7 mesi di reddito mediano.

Attenzione però: diaria e rimborso nascono per coprire i costi del mandato e non sono un vero e proprio stipendio.

Il confronto con gli stipendi “reali”

Come detto, il reddito mediano riguarda tutti i componenti della famiglia, compresi quelli che non producono reddito. Il confronto con gli stipendi è più favorevole.

L’ultima rilevazione Istat sulla Struttura delle retribuzioni si riferisce al 2022, perché l’indagine è quadriennale. Quell’anno la retribuzione lorda annua media era di 37.302 euro. Servono 5 anni e 8 mesi a un dipendente con la retribuzione lorda media rilevata dall’Istat per incassare i circa 211.500 euro lordi che un deputato riceve in un anno tra indennità, diaria e rimborso per le spese del mandato. Considerando la sola indennità bastano 3 anni e 4 mesi.

Rispetto al 2022 le buste paga sono cresciute lievemente. Secondo l’Istat, nella media del 2025 le retribuzioni contrattuali orarie sono aumentate del 3,1% sull’anno precedente. Nel 2022, però, il 10,7% dei dipendenti guadagnava al massimo 8,9 euro l’ora, la soglia dei bassi salari, e tra gli under 30 la quota saliva al 23,6%.

Il confronto con l’Europa

In Germania i membri del Bundestag guadagnano 2,7 volte la mediana, come i deputati del Nationalrat in Austria.  All’estremo opposto c’è Malta, con 0,9 volte. Lì il mandato è part-time, l’aula si riunisce tre sere a settimana e molti eletti tengono il proprio lavoro.

The European Salary Ladder ha confrontato anche gli stipendi dei capi di governo. Giorgia Meloni riceve l’indennità da parlamentare, considerando che la legge italiana vieta il cumulo della doppia indennità.

Quanto guadagnano i capi di governo europei
American Express | DataPulse
Quanto guadagnano i capi di governo e i parlamentari europei rispetto ai cittadini

  •  

Nuove regole Ue sul bagaglio a mano gratis a bordo, il trucco per non pagare

Viaggiare in aereo in Europa sarà più semplice per chi vuole portare con sé un piccolo bagaglio a mano senza pagare supplementi. Con le nuove norme europee è stata riconosciuta a tutti i passeggeri la possibilità di salire a bordo con un oggetto personale gratuito, come una borsa o un piccolo zaino, da sistemare sotto il sedile davanti al proprio posto.

La misura interessa anche chi vola con compagnie low cost come Ryanair ed easyJet, spesso al centro delle discussioni sui costi aggiuntivi per il trasporto dei bagagli.

Bagaglio a mano gratis, cosa cambia

La nuova disciplina europea è stata pubblicata nella Gazzetta ufficiale dell’Unione europea il 2 ottobre 2026 e diventerà operativa dal 23 ottobre 2027.

Negli ultimi anni le compagnie hanno adottato politiche differenti per il bagaglio a mano. Alcune hanno incluso nella tariffa base soltanto una borsa personale, altre hanno consentito di portare un trolley in cabina pagando un supplemento o acquistando una tariffa più costosa (come la priority). Poiché queste differenze possono rendere meno immediato capire quale sia il prezzo effettivo di un viaggio, il legislatore europeo ha deciso intervenire rendendo trasparenti e uniformi le condizioni di trasporto dei bagagli.

Per questo motivo, le compagnie dovranno mostrare le tariffe con un bagaglio a mano incluso come opzione predefinita prima che il passeggero inizi il processo di prenotazione.

Le dimensioni accettate

Con le nuove regole, il passeggero avrà diritto a portare gratuitamente un oggetto personale di dimensioni non superiori a 40 x 30 x 15 centimetri, oppure sufficientemente piccolo da poter essere collocato sotto il sedile davanti a sé.

Per le compagnie aeree, comunque, resterà la possibilità di proporre diverse tipologie di biglietto, con servizi e franchigie differenti. Le valigie più grandi, quindi, continueranno a essere soggette alle condizioni previste dal vettore e alla tariffa scelta dal passeggero.

Pertanto, non bisogna confondere il bagaglio personale gratuito con il bagaglio a mano (di dimensioni maggiori). Sono due categorie differenti, che possono comportare condizioni di trasporto e costi diversi.

Il trucco per non pagare il bagaglio a mano

Per evitare costi aggiuntivi, la strategia più semplice sarà sfruttare il diritto al bagaglio personale gratuito e organizzare vestiti e accessori per il viaggio all’interno di una borsa o uno zainetto compatto, magari sfruttando apposite buste sottovuoto. Non si tratta di un trucco per aggirare le regole delle compagnie, ma di far valere la franchigia riconosciuta ai passeggeri.

Inoltre, prima di partire è consigliabile misurare il bagaglio pieno, perché una borsa che rientra nei limiti da vuota potrebbe superarli una volta riempita.

Le eccezioni

Per ragioni di sicurezza o per mancanza di spazio in cabina, il personale potrebbe richiedere di trasferire il bagaglio nella stiva. In questi casi, secondo le informazioni disponibili, la nuova disciplina prevede che non venga applicato nessun supplemento al passeggero.

Infine, Le nuove disposizioni si applicheranno ai voli in partenza dagli aeroporti situati nell’Unione europea. Di conseguenza, un passeggero che, per esempio, vola da Roma a Londra potrà fare riferimento alle nuove regole per la tratta in partenza dall’Italia, mentre chi vola da Londra a Roma non potrà presumere che la stessa disciplina si applichi automaticamente alla tratta di andata dal Regno Unito.

  •  

Serbia al voto, la lista degli studenti sfida il partito di Vucic. Perché il voto a Belgrado è importante per l’Europa

Milosh si è laureato due giorni fa in ingegneria al politecnico di Milano e spera che il suo regalo sarà la vittoria alle elezioni di oggi della Lista degli Studenti che è nata proprio nella sua città di origine: Novi Sad. È proprio in questa città della Serbia dove due anni fa ha cominciato a formarsi il movimento studentesco che potrebbe far perdere la scommessa all’ex presidente della Repubblica, già primo ministro, Alexandar Vucic, dimessosi tre mesi fa allo scopo di indire elezioni legislative anticipate e candidarsi di nuovo alla guida dell’esecutivo, non potendo più aspirare a rimanere alla presidenza per la terza volta quando l’anno prossimo i 6.5 milioni di serbi aventi diritto al voto dovranno eleggere il nuovo capo dello Stato.

Vucic pur essendo al potere da 14 anni con il suo “partito Progressista Serbo” (SNC) neo liberista conservatore non ne vuole sapere di lasciarlo nonostante da ben 24 mesi ci siano manifestazioni di massa contro di lui e il suo partito. Iniziate nelle università di Novi Sad, in seguito alla caduta di una pensilina da poco ristrutturata della stazione ferroviaria in cui rimasero uccise 16 persone, tra le quali alcuni universitari, le dimostrazioni hanno subito coinvolto oltre agli studenti anche i docenti di tutte le scuole e buona parte della società civile. La ragione principale della rabbia popolare, estesasi di giorno in giorno a tutto il paese, è la corruzione di Stato. Il crollo della pensilina appena rifatta con i soldi pubblici è diventato insomma l’emblema della massiccia corruzione governativa e istituzionale. Che è una delle cause per cui la Serbia non è ancora riuscita a entrare nell’Unione Europea a cui aspira da tempo.

L’esito delle legislative è dunque rilevante non solo per i serbi ma anche per noi europei e per Russia e Cina, con le quali Belgrado ha da sempre rapporti stretti. Inoltre la parzialità dei media, le intimidazioni agli elettori e le irregolarità nelle liste elettorali fanno sì che qualsiasi risultato potrà tuttavia essere contestato, scatenando proteste di massa e aggravando l’instabilità regionale. “Temo che Vucic farà di tutto per evitare la sconfitta, mi aspetto brogli o peggio”, sottolinea Milosh rientrato in Serbia per votare.

I sondaggi danno SNS e la lista degli studenti testa a testa. Senza il raggiungimento della maggioranza assoluta dei seggi e a causa del sistema proporzionale c’è chi avverte potrà essere impossibile formare una coalizione di governo costringendo il paese a nuove elezioni.

L’SNS di Vucic è il fulcro della lista “Serbia Unita“. Il partito si affida al controllo delle casse pubbliche, a una copertura mediatica favorevole e a un forte sostegno nazionalista, grazie anche alla recente decisione populista di onorare con funerali di Stato il criminale di guerra e genocida Ratko Mladic.

La Lista degli Studenti rifugge le gerarchie di partito e la figura di un unico leader, preferendo accademici e professionisti stimati a livello locale, e opera attraverso le reti universitarie. Ciò significa che i tradizionali partiti di opposizione serbi sono stati in gran parte emarginati, con il loro sostegno complessivo sceso dal 30% al 10-15%. Alcuni partiti si sono dissolti per confluire nella Lista studentesca, mentre altri, come Serbia Europea, alleata naturale nonchè speranza degli studenti, potrebbero non superare la soglia elettorale del 3%. Questa partita elettorale cruciale non solo per il futuro della Serbia potrebbe dunque continuare la prossima settimana, quando i numeri si trasformeranno in trattative e maggioranze.

L'articolo Serbia al voto, la lista degli studenti sfida il partito di Vucic. Perché il voto a Belgrado è importante per l’Europa proviene da Il Fatto Quotidiano.

  •  

Agrivoltaico, la scommessa dell’Europa solare: pro e contro per gli agricoltori

I pannelli fotovoltaici possono aiutare gli agricoltori. L’agrivoltaico infatti potrebbe contribuire a prevenire l’abbandono dei terreni agricoli, diventando una fonte di energia e allo stesso tempo una barriera protettiva per i raccolti. L’agrivoltaico permette di integrare la produzione alimentare con la produzione di energia rinnovabile e nella pratica consiste nell’installazione di pannelli fotovoltaici sopra o tra le coltivazioni agricole.

Secondo uno studio del 2023, l’Europa ha il potenziale per generare una quantità di energia elettrica pari a 25 volte il suo attuale fabbisogno tramite l’agrivoltaico o fotovoltaico agricolo. L’agrivoltaico ha un grande potenziale sia in termini di benefici economici sia ambientali, perché permette di ridurre la superficie necessaria per generare energia dal solare. Non tutti però sono d’accordo, perché questo sistema potrebbe “ignorare i reali problemi”.

Trasformare l’Europa in una potenza solare

L’Europa può diventare una potenza solare e a dircelo è stato persino Elon Musk, quando lo scorso gennaio ha affermato come le zone scarsamente popolate di Sicilia e Spagna potrebbero teoricamente generare l’energia solare sufficiente per tutto il continente.

Uno scenario non lontano dalla realtà che aziende come Amazon e Apple stanno cercando di realizzare. Infatti queste multinazionali hanno firmato contratti per l’acquisto di energia da grandi progetti agrivoltaici con capacità di oltre 150 MW, capaci di soddisfare il fabbisogno di circa 100.000 famiglie italiane.

Euronews ricorda anche come l’Europa stia già finanziando il progetto AgriSol, un investimento di 1,9 milioni di euro per progetti agrivoltaici in Spagna e in Italia. La sola Italia ha ottenuto 1,7 miliardi di euro di aiuti proprio per l’iniziativa.

L’impatto sull’agricoltura

Da una parte ci sono le promesse di un continente capace di sostentarsi solo con l’energia rinnovabile, dall’altra c’è il reale impatto di questa corsa. Le normative europee infatti limitano l’utilizzo di grandi campi per gli impianti fotovoltaici, lasciandoli all’agricoltura.

Anche i progetti agrivoltaici hanno dei limiti. In Francia, per esempio, i progetti devono mantenere almeno il 90% della produzione agricola rispetto ai rendimenti di riferimento stabiliti a livello locale, mentre in Italia la percentuale è del 70%.

La chiave, come spiega Pilar Flores, coordinatrice del progetto agrivoltaico finanziato dall’Unione Europea presso l’Istituto Murciano per la Ricerca e lo Sviluppo Agricolo e Ambientale, è garantire una perdita minima di terreno coltivabile.

Quali sono i vantaggi per gli agricoltori?

L’agrivoltaico può essere una scelta vantaggiosa per diversi agricoltori. A seconda dei casi, infatti, l’agrivoltaico può migliorare l’efficienza dell’uso dell’acqua, proteggere i raccolti dalle condizioni meteorologiche e aumentare la produttività dei terreni. Se si inizia a pensare agli impianti fotovoltaici sui terreni agricoli come a un sistema per proteggere questi ultimi dai cambiamenti climatici, allora l’agrivoltaico può diventare un vantaggio reale per gli agricoltori, pur riducendo leggermente la percentuale di terreno dedicata alla sola coltivazione.

L’agrivoltaico infatti rappresenta uno strumento fisico per evitare l’abbandono dei terreni, ridurre i cali di profitto per gli agricoltori e proteggere i campi da caldo e piogge eccessive. I pannelli banalmente proiettano ombra, riducendo l’evaporazione e quindi aiutando il terreno a trattenere l’umidità.

Quali sono gli svantaggi?

La verità è che i benefici descritti non sono garantiti. “Tutte queste opportunità vengono talvolta presentate come se fossero scontate, ma dipendono dal sistema agrivoltaico utilizzato e dalle caratteristiche del territorio”, spiega Flores.

In alcuni casi i territori vengono sottoposti a uno stress aggiuntivo in presenza di pannelli fotovoltaici e quindi bisogna analizzare caso per caso per capire se ci siano vantaggi o meno. È della stessa opinione il presidente dell’Associazione Rurale Italiana, Fabrizio Garbarino:

L’agrivoltaico sta approfittando della crisi del settore agricolo in Italia, mentre dovremmo concentrarci su soluzioni concrete per prevenire l’abbandono dei terreni agricoli.

Le grandi aziende tecnologiche promettono risultati anche per gli agricoltori, ma come abbiamo visto non sono scontati. In uno studio del 2025 si è scoperto che l’agrivoltaico favorisce i grandi agricoltori, i proprietari terrieri e gli investitori, a scapito dei piccoli agricoltori e delle comunità locali.

I motivi sono gli elevati costi iniziali e le lunghe attese per l’allacciamento alla rete elettrica. In Italia circa 775 milioni di euro di fondi pubblici destinati ai progetti agrivoltaici sono stati impiegati su larga scala, su proprietà di multinazionali straniere e non dei piccoli agricoltori. I grandi investitori così si insediano in luoghi che spesso non conoscono e ottengono solo i benefici economici della produzione energetica, non garantendo lo stesso risultato agli agricoltori che quel terreno lo hanno ceduto.

L’agrivoltaico ha il potenziale per essere un beneficio per entrambe le parti, per chi investe nell’energia e per chi coltiva la terra, ma deve partire da una coordinazione comune, senza mai smettere di pensare al terreno e alla comunità locale.

  •  

Caro voli, Ryanair prevede «il più grande aumento della storia»: quanto e quando

“Assisterete al più grande aumento dei prezzi dei biglietti aerei, direi, della storia in Europa nei prossimi 12 mesi”, lo ha dichiarato Michael O’Leary, amministratore delegato di Ryanair. L’avvertimento è stato lanciato il 20 ottobre 2026 durante una conferenza stampa a Bruxelles e, stando alle giustificazioni date dal Ceo, non sembrerebbe essere oggi un’eventualità così improbabile.

Perché nel 2027 aumenteranno i prezzi dei voli in Europa

La previsione di O’Leary si fonda su due fattori principali:

  • l’aumento dei costi operativi delle compagnie aeree, soprattutto per via del costo del carburante sempre più alto;
  • una possibile riduzione dell’offerta di posti a causa di fallimenti e operazioni di acquisizione nel settore. Se alcuni vettori dovessero uscire dal mercato o ridurre le proprie attività, una parte della capacità di trasporto verrebbe meno.

Si tratta di due dinamiche che, agendo contemporaneamente, potrebbero spingere verso l’alto i prezzi dei biglietti. Quando il costo del carburante cresce rapidamente, infatti, le compagnie devono decidere come assorbire la spesa aggiuntiva. Possono quindi ridurre i margini di profitto, cercare risparmi in altre aree oppure trasferire almeno una parte dei maggiori costi sui passeggeri, attraverso tariffe più elevate.

La combinazione tra carburante più caro e minore disponibilità di posti, poi, potrebbe creare le condizioni per un trend al rialzo sempre più sostenuto. Quando la domanda rimane elevata ma diminuisce il numero di sedili disponibili, come in ogni economia, le aziende hanno un maggiore margine nell’aumentare i prezzi, soprattutto sulle rotte e nelle date più richieste.

Di quanto potrebbero aumentare i biglietti aerei

L’amministratore delegato di Ryanair, nel suo intervento, ha parlato di aumenti compresi tra il 10% e il 20% nel giro di un anno. Se le cose dovessero andare veramente così, gli incrementi riguarderebbero senza alcuna distinzione sia i voli low cost che le tratte standard, fino a ripercuotersi sugli spostamenti a medio e lungo raggio (nazionali e internazionali).

Di seguito, alcuni esempi di quanto potrebbe arrivare a costare un volo:

Prezzo attuale Con aumento del 10% Con aumento del 15% Con aumento del 20%
30 € 33,00 € 34,50 € 36,00 €
50 € 55,00 € 57,50 € 60,00 €
100 € 110,00 € 115,00 € 120,00 €
200 € 220,00 € 230,00 € 240,00 €
300 € 330,00 € 345,00 € 360,00 €

Il peso maggiore ricadrebbe sulle famiglie. Per quattro passeggeri, ad esempio, quattro biglietti da 100 euro ciascuno costerebbero complessivamente 400 euro. Con un aumento del 20%, la spesa salirebbe a 480 euro (80 euro in più per lo stesso viaggio, a parità di condizioni).

L’impatto potrebbe essere ancora più significativo per chi deve acquistare biglietti per le vacanze, quando la domanda tende a concentrarsi in periodi specifici e le tariffe possono già essere elevate.

Le destinazioni più a rischio aumento

Anche se O’Leary ha parlato in generale di aumenti per il mercato europeo, non indicando precisamente quali rotte diventeranno più costose, dalle sue parole sono emersi alcuni indizi sui fattori che potrebbero rendere determinati collegamenti particolarmente esposti ai rincari.

  • il primo riguarda le rotte con una domanda elevata e un’offerta limitata. Se il numero di posti disponibili dovesse diminuire, i collegamenti verso le destinazioni turistiche più richieste potrebbero diventare più costosi, soprattutto nei fine settimana, durante le festività e nei mesi estivi. La dinamica dipenderà anche dalla possibilità per i passeggeri di scegliere aeroporti alternativi;
  • un secondo elemento riguarda i collegamenti serviti da vettori che dovessero ridurre le proprie attività o uscire dal mercato. Se una compagnia abbandonasse una rotta e gli altri operatori non compensassero la perdita di capacità, i passeggeri potrebbero trovarsi con meno voli tra cui scegliere. In questo scenario, anche le destinazioni normalmente raggiungibili con tariffe low cost potrebbero diventare meno accessibili.

Quando scattano gli aumenti

Molti vettori utilizzano strategie di copertura finanziaria, note come hedging, per proteggersi dalle oscillazioni dei prezzi del carburante. Attraverso questi strumenti, una compagnia può bloccare in anticipo il costo di una parte del carburante che prevede di acquistare nei mesi successivi, riducendo l’esposizione a eventuali rialzi del mercato.

La stessa linea è stata seguita da Ryanair che, come riferito dal Ceo, quando il conflitto in Iran è iniziato, alla fine di febbraio 2026, aveva già coperto circa l’80% del proprio fabbisogno di carburante fino a marzo 2027, a un prezzo di 67 dollari al barile.

La situazione, però, cambierà a partire da aprile 2027. Per il periodo successivo, Ryanair avrebbe coperto soltanto il 15% del proprio fabbisogno di carburante a un prezzo di 85 dollari al barile, rimanendo quindi esposta alle oscillazioni del mercato per la parte restante. E dalle dichiarazioni di O’Leary, anche molte altre compagnie europee si trovano in una posizione simile.

  •  

Afd vuole smantellare l’Unione europea, ma Meloni e Le Pen hanno altri piani

C’è una certa pigrizia intellettuale nel definire Alternative für Deutschland un partito xenofobo di estrema destra. Lo è, ma non solo. A distinguere l’AfD da buona parte dei movimenti sovranisti europei c’è una formazione economica legata alla diffidenza verso qualsiasi forma di condivisione del debito. Il partito nacque nel 2013 per iniziativa di Bernd Lucke, professore di economia ad Amburgo, e di altri accademici contrari ai salvataggi dei paesi indebitati durante la crisi dell’euro. La Grecia, e per un soffio l’Italia. Poi è arrivato il 2015, la crisi migratoria è diventata il tema del decennio e il partito è stato conquistato dalla destra nazionalista. Lucke se n’è andato, ma non la sua visione economica.

Nella prima stagione del populismo europeo, quella esplosa dopo la crisi finanziaria del 2008 e culminata con la Brexit e l’elezione di Donald Trump nel 2016, la ricetta sovranista era primitiva: incolpare l’Europa di qualsiasi male e uscire, preferibilmente sbattendo la porta. Giorgia Meloni chiedeva di abbandonare l’euro, Marine Le Pen prospettava persino un referendum sulla permanenza della Francia nell’Unione. Ancora nel programma elettorale del 2025 l’AfD sosteneva il ritorno a una moneta nazionale. La leader Alice Weidel ha scelto una strategia più sofisticata, per attrarre il pragmatico elettorato tedesco: promettere di regredire l’Unione europea di almeno cinquant’anni. 

Il suo New Deal for Europe, presentato il 21 ottobre a Strasburgo, comincia da una proposta originale: abolire l’elezione diretta del Parlamento europeo e tornare a prima del 1979, quando i rappresentanti erano designati dai parlamenti nazionali. La Commissione verrebbe declassata a una sorta di segreteria al servizio dei governi. Un passo indietro che andrebbe persino oltre le origini dell’integrazione europea: già la Comunità europea del carbone e dell’acciaio, nata nel 1951 come primo nucleo della futura Unione, disponeva di un’Alta Autorità indipendente con poteri decisionali vincolanti. Anche la Corte di giustizia, istituita nel 1952, verrebbe sostituita da un tribunale arbitrale, competente soltanto sulle controversie relative ai trattati e non più sulle materie riservate agli Stati. Le costituzioni nazionali dovrebbero prevalere sul diritto europeo nelle competenze sottratte a Bruxelles. L’AfD conserverebbe invece il primato delle norme comuni nel mercato unico, che considera uno dei pochi compiti essenziali dell’Unione. Il principale centro delle decisioni politiche europee diventerebbe il Consiglio europeo, l’organo dove siedono i capi di Stato e di governo dei Ventisette Stati membri. 

Weidel vuole poi ridurre il bilancio comunitario, abolire le risorse proprie legate all’Iva e alla plastica non riciclata, impedire nuove emissioni di debito garantito congiuntamente e subordinare i fondi di coesione a risultati verificabili, utilizzando il veto tedesco sulle decisioni di finanziamento europeo per imporre le riforme. Berlino dovrebbe potersi sottrarre alle regole comuni sull’immigrazione attraverso deroghe garantite dai trattati, respingendo le quote di ricollocamento dei richiedenti asilo, e recuperare autonomia nella politica energetica, potendo scegliere liberamente fra nucleare, carbone, gas e rinnovabili.

Alla Banca centrale europea verrebbe chiesto di concentrarsi rigorosamente sulla stabilità dei prezzi, mentre le maggiori economie dell’eurozona dovrebbero contare di più nelle decisioni monetarie, attraverso diritti di voto proporzionati alle quote di capitale. Il piano chiede inoltre di porre fine al finanziamento indiretto dei debiti pubblici da parte della BCE. Al momento Afd non propone necessariamente di abolire l’euro, ma di riformarlo radicalmente, introducendo anche un meccanismo ordinato di insolvenza per gli Stati membri.

Che cosa rimarrebbe dopo questo smantellamento? Un’Unione ridotta alle poche funzioni che l’AfD considera davvero comuni: il mercato unico, la protezione delle frontiere esterne, la lotta alla criminalità transnazionale e la cooperazione nella ricerca, nell’industria e nella tecnologia militare. Ma con una differenza sostanziale: i grandi progetti comuni sarebbero decisi e finanziati dagli Stati, senza nuovo debito europeo, mentre Bruxelles avrebbe soprattutto il compito di coordinarli. Insomma, Weidel vuole spingersi più indietro delle origini stesse del progetto europeo, cancellando proprio quei poteri sovranazionali sui quali era stato costruito. La sovranità tedesca prima di tutto.

Per ora due ostacoli si frappongono tra Weidel e il suo progetto di rifondazione dell’Unione europea. Il primo è il calendario: le prossime elezioni federali tedesche sono previste nel 2029, salvo uno scioglimento anticipato del Bundestag. Il secondo è la Brandmauer, il cordone sanitario con cui i partiti tradizionali escludono alleanze di governo con l’AfD. Il cancelliere Friedrich Merz ha ribadito il rifiuto dei cristianodemocratici di collaborare con Weidel. E anche gli importanti successi elettorali dell’AfD in Sassonia Anhalt e Meclemburgo Pomerania Anteriore non bastano a garantirle maggioranze autonome. Tre anni in politica sono un’eternità, e il tempo può giocare a favore di entrambe le parti. Gli avversari dell’AfD scommettono su un ridimensionamento del suo consenso; i sostenitori contano su un’ulteriore crescita elettorale che finisca per incrinare il cordone sanitario e costringere i partiti tradizionali a fare i conti con Weidel.

Nel frattempo cambierà sicuramente la Francia: Emmanuel Macron non potrà candidarsi per un terzo mandato consecutivo e Marine Le Pen sa di essere la favorita alle elezioni presidenziali del 2027. Il 14 ottobre, una settimana prima di Weidel, ha illustrato a Bruxelles il proprio progetto europeo. Anche lei ha abbandonato l’idea di lasciare l’Unione. E anche lei vuole trasformare la Commissione in un organismo subordinato ai governi, riducendola a un segretariato e negandole competenze autonome nella sanità, nella sicurezza, nella diplomazia e nell’intelligence. Vorrebbe anche sopprimere il Comitato delle regioni e il Comitato economico e sociale europeo, altre due istituzioni europee importanti, ma poco conosciute dal grande pubblico. Propone inoltre di limitare a cinque miliardi di euro annui il contributo netto francese al bilancio comunitario, rispetto ai circa otto miliardi del 2024. Non arriva però a chiedere la cancellazione delle elezioni dirette del Parlamento europeo. Né rinuncia all’idea che la cooperazione Ue possa rafforzare la capacità industriale, commerciale e tecnologica degli Stati: il programma del Rassemblement national del 2024 rivendicava progetti comuni nella difesa, nella ricerca e nell’intelligenza artificiale, purché non comportassero un’ulteriore cessione di sovranità politica.

Le differenze più interessanti riguardano l’economia. Le Pen propone di armonizzare alcune imposte europee, in particolare quelle su tabacco e alcol, e di introdurre un’aliquota comune fra il 20 e il 25 per cento per le grandi imprese, nel tentativo di contrastare la concorrenza fiscale fra gli Stati. È una novità significativa rispetto agli ultimi mesi: Le Pen ora accetta alcune forme di armonizzazione tributaria, senza per questo sostenere un sistema fiscale federale. Weidel rifiuta nuovi trasferimenti di sovranità tributaria a Bruxelles e persino l’armonizzazione europea delle politiche sociali, dal salario minimo all’assicurazione contro la disoccupazione.

La leader francese vorrebbe una Banca centrale europea più attenta all’occupazione, alla crescita e all’innovazione, mentre la politica tedesca chiede soprattutto rigore monetario. Entrambe rifiutano però la mutualizzazione dei debiti pubblici e la trasformazione dell’Unione in un’unione permanente di trasferimenti finanziari. Anche sul clima divergono: Le Pen sostiene una tassa sul carbonio alle frontiere europee, con esenzioni per i beni che l’Europa non produce, e propone perfino di commisurare una parte dei contributi nazionali al bilancio dell’Unione all’intensità delle emissioni dei singoli paesi.

L’AfD rivendica la libertà di utilizzare carbone e gas senza vincoli comunitari, ma anche il nucleare e le rinnovabili, secondo le scelte dei governi nazionali. Entrambe contestano il Green Deal, ma Le Pen conserva una concezione protezionistica dell’intervento europeo, mentre Weidel privilegia la deregolamentazione e la libertà di scelta degli Stati. È difficile immaginare che gli interessi di una Francia fortemente indebitata e quelli della Germania descritta da Weidel possano coincidere semplicemente perché entrambe sarebbero governate dalla destra nazionalista.

Un accordo sarebbe invece più facile sull’Ucraina. Pur avendo condannato formalmente l’invasione russa, Le Pen vuole interrompere i finanziamenti francesi a Kyjiv, conservando l’addestramento dei soldati ucraini e alcune forniture di equipaggiamenti militari, e chiede la revoca delle sanzioni contro Mosca. Weidel sostiene che la Germania debba smettere di finanziare una guerra che considera impossibile da vincere per gli ucraini. Entrambe chiedono negoziati con Putin. Un’eventuale intesa fra Parigi e Berlino su questa linea cambierebbe profondamente la politica europea verso l’aggressione russa.

E Meloni? Se rimarrà a Palazzo Chigi dopo le prossime elezioni, forse già nella primavera del 2027, l’Unione potrebbe ritrovarsi con tre grandi paesi guidati dalla destra, senza per questo avere tre governi d’accordo sul futuro dell’Europa. La presidente del Consiglio condivide la critica all’accentramento delle competenze e sostiene un modello confederale fondato sulla sovranità nazionale. Il programma presentato da Fratelli d’Italia alle elezioni europee del 2024 attribuisce però a Bruxelles responsabilità importanti nella difesa. Meloni vuole inoltre rafforzare gli strumenti comuni per il controllo delle frontiere e continua a considerare i finanziamenti europei essenziali per gli investimenti strategici. E soprattutto sulla guerra in Ucraina non ha mai avuto dubbi, schierandosi sempre a favore di Kyjiv.

L’Europa delle nazioni immaginata da Meloni non prevede dunque lo svuotamento delle istituzioni comunitarie, ma una diversa distribuzione dei loro poteri. Fratelli d’Italia sostiene una politica industriale comune della difesa, integrata nella Nato, e l’allargamento dell’Unione ai Balcani occidentali e, secondo criteri di merito, all’Ucraina e alla Moldova. Sul piano economico difende i fondi di coesione e la Politica agricola comune, chiede maggiore flessibilità nelle regole di bilancio e non esclude il debito comune per finanziare obiettivi specifici. Per Meloni la sovranità nazionale non è incompatibile con un’Unione dotata di risorse e capacità d’intervento. L’obiettivo è cambiarne le priorità: meno vincoli ambientali e burocratici, più competitività, investimenti e autonomia strategica.

La differenza tra le tre leader si vede anche nei seggi del Parlamento europeo. Tre partiti in tre eurogruppi diversi: Fratelli d’Italia nei Conservatori e Riformisti europei, il Rassemblement national nei Patrioti per l’Europa con la Lega di Matteo Salvini e l’AfD in Europa delle Nazioni Sovrane con Futuro Nazionale di Roberto Vannacci. Una divisione che non risponde soltanto a rivalità politiche e personali, ma riflette anche idee differenti su quali poteri, risorse e responsabilità affidare alle istituzioni europee.

A luglio la delegazione di Fratelli d’Italia ha sostenuto prevalentemente l’avvio dei negoziati sull’euro digitale, osteggiato dai gruppi di Le Pen e Weidel. Il 21 ottobre, poche ore dopo la presentazione del piano dell’AfD, i 22 eurodeputati di Meloni che hanno partecipato al voto sul bilancio europeo per il 2027 si sono astenuti. I Patrioti per l’Europa ed Europa delle Nazioni Sovrane hanno invece votato contro.

Meloni ha scelto di utilizzare le istituzioni europee per modificarne le politiche, costruendo maggioranze diverse secondo le convenienze. Le Pen vuole subordinare maggiormente Bruxelles ai governi nazionali. Weidel propone di riscrivere l’architettura istituzionale dell’Unione. Per riuscirci avrebbe bisogno anche dei voti degli altri Stati, perché una revisione dei trattati richiede il loro accordo e le successive ratifiche nazionali.

Fratelli d’Italia è invece più vicina alle altre destre sull’immigrazione. Il 17 giugno Fratelli d’Italia ha sostenuto insieme ai Patrioti per l’Europa e al gruppo dell’AfD le nuove regole europee sui rimpatri, approvate con 418 voti favorevoli. Una convergenza simile si era verificata nel novembre 2025, quando popolari e destre avevano approvato l’alleggerimento degli obblighi di sostenibilità delle imprese. Su questi dossier una maggioranza alternativa a quella tradizionale di Bruxelles esiste già, e può produrre risultati legislativi concreti. Ma per immaginare il futuro dell’Ue non si può vivere di sola politica migratoria. 

L'articolo Afd vuole smantellare l’Unione europea, ma Meloni e Le Pen hanno altri piani proviene da Linkiesta.it.

  •  

La Repubblica di San Marino cerca nel mercato unico una crescita senza scorciatoie fiscali

Per anni San Marino è stata agli occhi di molti italiani soprattutto un posto dove le tasse erano più basse e le banche facevano meno domande. Una reputazione che aveva le basi nel segreto bancario e nella possibilità di tenere capitali al riparo dal fisco italiano, due elementi che avevano contribuito alla fortuna economica della Repubblica. Oggi quel modello è tramontato e l’accordo di associazione firmato lo scorso lunedì con l’Unione europea racconta quanto sia cambiato il Paese.

Il trattato, sottoscritto il 19 ottobre insieme ad Andorra dopo oltre dodici anni di negoziati, consentirà a San Marino di partecipare più ampiamente al mercato unico senza diventare membro dell’UE. Una scelta significativa per uno Stato di appena trentaquattromila abitanti –meno di un quarto di quelli del vicino Comune di Rimini– che per decenni ha tratto vantaggio dalle differenze con il sistema italiano e ora almeno in campo economico ha interesse a ridurle.

Il vecchio modello mostrò tutti i suoi limiti già durante la crisi finanziaria. Le banche sammarinesi raccoglievano capitali soprattutto dall’Italia, attirando clienti anche grazie alla riservatezza garantita sui depositi. Lo scudo fiscale varato da Roma nel 2009, insieme alla crescente pressione internazionale per una maggiore trasparenza, mise in crisi quel sistema. Tra la fine del 2008 e la metà del 2010 i depositi bancari diminuirono di circa il trentacinque percento. Negli anni successivi il settore si ridimensionò profondamente, con il numero delle banche sceso da dodici a quattro e ripetuti interventi pubblici di sostegno. Ancora nel 2025, secondo il Fondo monetario internazionale, il rapporto tra crediti deteriorati netti e prestiti netti era dell’11,1 percento.

L’industria intanto è diventata uno dei principali punti di forza dell’economia. La manifattura produce circa un terzo del valore aggiunto nazionale ed esporta quasi nove decimi della propria produzione. Impiega inoltre più di un lavoratore su tre nel settore privato. Per avere un termine di paragone, ad Andorra la manifattura pesa appena per il quattro percento del valore aggiunto. San Marino somiglia piuttosto al Liechtenstein, dove l’industria ha un impatto analogo.

Il FMI osserva anche che le esportazioni sammarinesi sono relativamente diversificate rispetto a quelle di altri microstati, soprattutto considerando i singoli prodotti. Un risultato non scontato per un Paese di queste dimensioni, anche se la dipendenza dalla domanda estera lo espone alle difficoltà dei suoi principali mercati.

Il legame con l’Italia è particolarmente evidente nel lavoro. A settembre 2025 erano oltre 8.600 i frontalieri impiegati a San Marino. Le imprese della Repubblica dipendono quindi sia dai clienti stranieri sia da una forza lavoro che arriva quotidianamente dal territorio italiano.

Non tutte le distanze dall’Italia, però, scompariranno. Nel 2014 San Marino è uscita dalla lista italiana dei territori a fiscalità privilegiata, dopo anni di tensioni e un progressivo adeguamento agli standard internazionali sulla trasparenza. Oggi non compare neppure nella lista europea delle giurisdizioni fiscali non cooperative. La Repubblica conserva comunque una propria politica tributaria, che si riflette ad esempio nei prezzi dei carburanti, inferiori a quelli italiani grazie a un diverso regime di imposte.

Ma la questione più difficile resta quella bancaria. L’accesso ai mercati finanziari europei sarà graduale e subordinato a verifiche sulla regolamentazione e sulla vigilanza. Le cautele di Bruxelles riflettono i problemi di un settore che, nonostante i progressi nel risanamento, presenta ancora fragilità patrimoniali e difficoltà di redditività. L’integrazione offrirà nuove opportunità, ma imporrà anche controlli più stringenti.

L’intesa comporta anche un compromesso politico. Per accedere più ampiamente al mercato unico, San Marino dovrà applicare molte delle norme europee che lo regolano, pur non essendo membro dell’Unione. Potrà partecipare alle consultazioni previste dall’accordo, ma non avrà il diritto di voto degli Stati membri nelle istituzioni europee. 

Sul piano diplomatico, invece, San Marino continuerà a rivendicare una tradizione di neutralità attiva, che non le impedisce di prendere posizione nelle crisi internazionali. Nel 2023 è stata tra i membri fondatori del Registro dei danni per l’Ucraina, istituito nell’ambito del Consiglio d’Europa, mentre nel settembre 2025 ha riconosciuto lo Stato di Palestina, a differenza dell’Italia. Due scelte che mostrano come la Repubblica cerchi di esercitare la propria autonomia soprattutto attraverso le istituzioni multilaterali.

Il trattato dovrà ancora completare le procedure necessarie per entrare pienamente in vigore. San Marino ha firmato l’accordo con un’economia più diversificata rispetto al passato, ma anche con un sistema bancario che continua a pagare il prezzo dei vecchi squilibri. La scommessa europea nasce da entrambe queste condizioni, dalle esigenze di un’industria che lavora per l’estero e dalla necessità di non tornare al modello che aveva reso la Repubblica una piazza finanziaria prospera ma vulnerabile.

L'articolo La Repubblica di San Marino cerca nel mercato unico una crescita senza scorciatoie fiscali proviene da Linkiesta.it.

  •  
❌