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Cateno De Luca approda nel centrodestra. L’esordio a Roma con La Russa e ministri: “Chiamatemi Ulisse. Puntiamo al 3%”

A Cateno De Luca non manca certo un’ambiziosa spavalderia. “Non scelgo mai la strada del minimo sforzo e massimo risultato, e che ci volete fare sono un’Ulisse da questo punto di vista sì! Un Ulisse, sì!”, scalda la sala, ricordando il lungo percorso, che lo ha portato fino alla kermesse nella Capitale. Per celebrare l’approdo nel centrodestra di Sud Chiama Nord, formazione politica siciliana presieduta dall’ex 5 Stelle Laura Castelli, si è svolta una kermesse di assoluto primo piano con una tre giorni all’Hotel Massimo D’Azeglio a Roma, con la partecipazione dei principali ministri del governo Meloni. Da Crosetto, a Piantedosi, Da Lollobrigida a Pichetto Fratin e di viceministri e sottosegretari e che si è chiusa col videomessaggio del presidente del Consiglio Giorgia Meloni.

“Siamo alla vigilia delle elezioni. Probabilmente le dimissioni (del governo Meloni, ndr) ci saranno dopo il ‘Milleproroghe’ per una questione anche tecnica e si voterà domenica e lunedì 9 e 10 maggio. Un election day con elezioni politiche ed elezioni comunali” afferma sicuro il leader di Sud Chiama Nord. Ad aprire la tre giorni il Presidente del Senato, Ignazio La Russa, che molti indicano come uno degli sherpa che hanno lavorato all’approdo di De Luca nel centrodestra nazionale: “Mentre altri si dividono, si dividono, si frastagliano, noi ci allarghiamo senza fare ‘campi’ e questo allargamento con un movimento come Sud Chiama Nord per me è un motivo di orgoglio”.

Il partito guidato da De Luca, alle ultime elezioni regionali in Sicilia, prese il 25% e De Luca afferma “partiamo dal’1,5% ed è possibile arrivare e superare il 3%”. E la formazione siciliana riuscì nel 2022 ad eleggere un deputato, Francesco Gallo e una senatrice, Dafne Musolino, poi transitata in Italia Viva. Sud Chiama Nord è stata la prima formazione ad attivarsi, all’indomani dell’approvazione della nuova legge elettorale, ‘Melonellum’ o ‘Stabilicum’, formando una componente parlamentare all’interno del Gruppo Misto a Montecitorio attraverso il ‘prestito di un deputato da parte di Fratelli d’Italia e l’arrivo dal gruppo Misto dell’ex Fdi Manlio Messina, come vi avevamo già raccontato e che consentirà alla nuova formazione politica di raccogliere un numero inferiore di firme per la presentazione delle liste elettorali.

Il progetto ‘civico’ e di sindaci si contrappone a Progetto Civico Italia di Alessandro Onorato, che invece si posiziona nel centrosinistra, a cui Cateno De Luca riserva bordate: “civismo in provetta per un posto in Parlamento e noi diciamo No ed è stato il primo motivo per il quale non abbiamo accettato l’amore clandestino che ci ha proposto il centrosinistra”.

Ma Cateno De Luca ne ha anche per il leader di Futuro Nazionale. “Generale Vannacci non è assolutamente accettabile che tu diventi il generale delle stronz*****. Ogni cosa che dice, ogni ricetta che formuli è una stronz*****. E al partito dei caz******, c’è il partito del pragmatismo”.

In sala, nell’ultima giornata, ex leghisti come Mario Borghezio “non mi candido l’ho detto anche al generale” (Vannacci, ndr) e Paolo Grimoldi, oggi, alla guida di ‘Patto per il Nord’ a cui Cateno riserva parole al miele e citazioni di Gianfranco Miglio e una standing ovation per Umberto Bossi con l’annuncio “se lui vorrà” di una candidatura per il figlio Renzo. “La vostra è una scelta di campo e sono certa che gli italiani vi premieranno, Grazie e buon cammino” le parole di Giorgia Meloni. “Il ‘Campo largo’, grazie alla babele che rappresenta, politicamente, sicuramente, sarà un campo santo. Non ci sono discussioni su questo”.

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Stop al bollo auto, strutturale dal 2027: quali veicoli rientrano nell’esenzione dalla tassa

Lo stop al bollo auto sembra che non si fermerà al 2027. La misura introdotta nell’ultima sessione autunnale diventerà strutturale a partire dalla nuova legge di Bilancio. Lo ha confermato la premier Giorgia Meloni nel corso della conferenza stampa a margine dell’approvazione del testo.

L’iter parlamentare della Manovra sembra proseguire senza modifiche sostanziali del testo base in commissione alla Camera. Ecco quindi i requisiti tecnici che devono rispettare i veicoli che a partire dal prossimo anno rientrano nell’area di esenzione permanente.

Quali veicoli rientrano nel taglio del bollo auto

Il criterio guida scelto dal Governo si basa sulla potenza del veicolo. L’esenzione strutturale riguarderà:

  • automobili con potenza inferiore o uguale a 80 kW (circa 108 cavalli);
  • motocicli e ciclomotori.

La soglia dei 80 kW permette di coprire una platea molto larga di automobilisti: le stime indicano che il beneficio coinvolgerà il 70% del parco auto circolante in Italia, intercettando principalmente le utilitarie e le vetture da città usate dalle famiglie e dai lavoratori pendolari.

Si tratta di un cambio di passo notevole rispetto alle prime ipotesi, che ipotizzavano paletti legati al reddito Isee o a cilindrate minime. Con il fissaggio dell’asticella a 80 kW la platea dei beneficiari cresce in maniera esponenziale, arrivando a coinvolgere quasi 28 milioni di veicoli su un totale di circa 40 milioni di auto circolanti in Italia.

Le auto più vendute che non pagheranno il bollo

Considerando il limite di potenza fissato a 80 kW, la misura d’esenzione comprende quasi tutti i modelli più venduti nel segmento delle utilitarie e delle citycar in Italia. Nella tabella seguente sono riportati alcuni dei modelli più diffusi che rientrano nella soglia d’esenzione:

Modello di auto Motorizzazioni esenti Potenza
Fiat Panda e Lancia Ypsilon 1.0 Hybrid 70 CV (51 kW)
Citroën C3 e Peugeot 208 1.2 PureTech 75 CV (55 kW) e 100 CV (74 kW)
Dacia Sandero 1.0 SCe e 1.0 ECO-G (GPL) 65 CV (48 kW) e 100 CV (74 kW)
Toyota Yaris 1.0 Benzina (varianti base) 72 CV (53 kW)
Volkswagen Polo e Renault Clio 1.0 MPI / TSI e 1.0 TCe Fino a 100 CV (sotto gli 80 kW)
Fiat 500 e 500X 1.0 Mild-Hybrid e versioni d’ingresso 70 CV (51 kW) e d’ingresso sotto i 95 CV

Restano invece escluse dall’esenzione le vetture di fascia media e alta, i SUV di grande cilindrata e le motorizzazioni sportive che superano la soglia dei 108 cavalli di potenza.

Come viene finanziata la misura e le ipotesi di ampliamento

Trattandosi di una misura permanente, la copertura finanziaria nell’architettura della Manovra poggia su diverse voci di gettito. Tra i canali di finanziamento figura anche il gettito derivante dalle nuove risorse sull’auto, compresi i proventi legati alla personalizzazione delle targhe automobilistiche.

Nel corso del dibattito parlamentare resta aperto il confronto su un eventuale ampliamento della platea dei beneficiari. Tra le ipotesi allo studio del Parlamento c’è l’innalzamento del limite di potenza per le famiglie numerose con veicoli da 6 a 9 posti.

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Il movimentismo spinge il campo largo a scelte sempre più estreme

Oggi cortei in tutte le grandi città, col rischio che eventuali disordini facciano il gioco del governo Meloni: il centrosinistra appare in balia degli eventi e delle frange più radicali

Mescolano tutto, carovita, scuola, Palestina, in un cocktail che cattura ogni pulsione senza costruire realmente una piattaforma politica seria.

Oggi tutte le grandi città saranno “occupate” da cortei autorizzati o non autorizzati per lo sciopero generale degli Usb, che ancora una volta hanno fregato sul tempo la Cgil, che farà il suo sciopero generale il 20 novembre. Questi Usb hanno già giocato sull’equivoco quando ci fu la grande manifestazione pro-Pal: molta gente credette che era il classico sciopero generale dei sindacati o almeno della Cgil, e andò in piazza.

Gli eredi dei Cobas fanno di nuovo da calamita per l’arcipelago pro-Pal, a cui si aggiungono gli studenti del Movimento 17 ottobre, diviso tra manifestanti pacifici e casinisti di ogni risma. Vedremo le dimensioni della protesta, ma è già chiara la sua connotazione radicale: non è un giudizio di valore – al netto delle pratiche violente – ma una constatazione. Il Pd infatti non ci sarà, se non con i dirigenti più movimentisti e “flotilleri”.

Non è neppure chiaramente identificabile come una giornata contro il governo Meloni – anzi, se ci scapperanno le botte la cosa farà gioco proprio alla premier – ma contro un Avversario Indistinto, il Liberismo, il Sionismo… Si prevede anche gente pronta a infrangere le regole e il diritto degli altri cittadini a una giornata normale, in questo magma segnato da spinte ribelliste, anarcoidi e nichiliste, come si è visto nelle giornate dei disordini soprattutto a Milano.

L’estremismo storico fa la sua parte e ci mette il cappello, Askatasuna a Torino, i centri sociali a Roma, i disoccupati a Napoli. Vedremo se la parte democratica degli studenti, che giustamente reclama una scuola molto diversa da quella attuale, riuscirà a governare la piazza. Ma al di là della cronaca, che comunque in questi casi è politica, è innegabile che ci sia un ritorno di un estremismo anche venato di “rossobrunismo” – le simpatie per Putin, il disprezzo per Zelensky, l’indifferenza ideologica, l’ostilità per l’Europa – il che lo differenzia enormemente dall’estremismo classico del Novecento e che, anche per questo, è persino più pericoloso, perché è in grado di catturare l’“umor nero” degli italiani senza minimamente darvi risposta.

Questo vento movimentista si accompagna e forse in una certa misura imprime una spinta radicale al campo largo, che sta un po’ dentro e un po’ fuori dal magma. Alimenta uno slittamento estremistico della coalizione guidata da Schlein, Conte, Fratoianni, a cui ora si è aggiunto – oggettivamente chiamato dalla segretaria del Pd – il rifondarolo Maurizio Acerbo, e benedetta da vari intellettuali, cineasti e commentatori, di norma gente benestante che si lamenta del carovita. Sempre oggi il campo largo si riunirà nel formato-osteria (Schlein, Conte, Fratoianni, Bonelli), cioè il gruppetto dei leader che il 16 giugno s’incontrò a pranzo all’Osteria Costanza, nel centro di Roma, per discutere il percorso di costruzione del programma del centrosinistra in vista delle elezioni e annunciare due appuntamenti politici, fissati per l’8 e il 15 luglio: il primo finì male, il secondo non si fece e finora il programma è una scatola vuota.

La famosa foto del quartetto avvolto in una luce livida non portò bene. Anche oggi i quattro dovrebbero decidere se e quando fare una manifestazione contro il carovita, incastrandola tra vari scioperi generali, con il fondato rischio di un flop a paragone di quelli. Difficile che si discuta di primarie, visto che non c’è accordo sui tempi: per Conte bisognerebbe sbrigarsi, mentre la leader del Pd immagina i gazebo a metà marzo, nella convinzione che le politiche saranno a maggio, dunque meglio non bruciarsi per la troppa fretta. È un labirinto che sarebbe piaciuto a Borges.

Dunque, da una parte c’è la persistenza di un movimento segnato da un’egemonia estremista con preoccupanti spinte violente; dall’altro si vede un ulteriore rafforzamento della spinta radicale nel campo largo. Potrebbe sembrare che la sintonia tra la piazza e la politica della sinistra sia una buona cosa, specie dal punto di vista elettorale. Ma probabilmente si tratta di un’illusione ottica: l’estremismo non vince mai.

Piuttosto, ciò che è davvero inquietante è la totale assenza di reazione da parte dei moderati del centrosinistra, indaffarati nelle proprie beghe sulle loro liste più che impegnati a costruire un autonomo programma di riforme possibili e utili per il Paese. Un’ignavia che fa male soprattutto a loro, sempre più marginali.

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Al menos cuatro muertos al estrellarse un helicóptero militar italiano en Bosnia

Al menos cuatro personas han muerto y otras 11 han resultado heridas este jueves al estrellarse un helicóptero del ejército de Italia en Bosnia y Herzegovina, ha informado el Ministerio de Defensa italiano.

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© klix.ba (via REUTERS)

Lugar del accidente de un helicóptero CH-47 Chinook del contingente italiano de la misión Eufor Althea de la Unión Europea, en Gorice, (Bosnia y Herzegovina), este jueves.
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At least four killed as Italian helicopter in EU mission in Bosnia crashes

At least four people were reported killed when an Italian military helicopter with the EU peacekeeping mission in Bosnia and Herzegovina crashed on Thursday, ANSA news agency reported.

Another 12 people were injured when the helicopter came down in the village of Gorice in Brcko district, the mayor of Brcko was quoted as saying by the agency.

Images carried by local media showed a military transport helicopter overturned on the ground and shattered into pieces.

Italian Prime Minister Giorgia Meloni expressed her condolences, writing on X: “My thoughts are with the victims, their families, and all those who, as part of the mission to promote peace and stability in the region.”

An official from the EUFOR mission confirmed the crash, but did not give details on the number of casualties.

The aircraft had been deployed as part of Operation Althea, run by EUFOR, which oversees the implementation of the Dayton Peace Agreement.

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Sciopero generale, Usb: “Il governo non risponde nel merito delle proteste”. Rischio violenze? “Spostano l’attenzione sull’ordine pubblico”

La sensazione dell’Unione sindacale di base, alla vigilia dello sciopero generale del 30 ottobre, è che le oltre 50 manifestazioni in programma in tutta Italia possano essere imponenti. E che sarà proprio la grande partecipazione delle persone a scoraggiare le possibili violenze. Allo stesso tempo, il livello di tensione sociale è molto alto. Costo della vita, prezzo dei carburanti, caro affitti, stipendi bassi, soldi pubblici spesi in riarmo, istruzione e sanità sottofinanziate. La popolazione è stanca e arrabbiata. Come dimostra lo sciame di mobilitazioni che da settimane attraversa il Paese. Cortei, presìdi e blocchi hanno coinvolto settori e attori diversi, uniti dalla volontà di chiedere un cambio di rotta al governo. Un clima di protesta costante, a cui l’esecutivo non riesce a dare risposte nel merito, se non cercando di dirottare l’attenzione verso il tema della sicurezza delle piazze, oscurando le ragioni e le richieste di chi manifesta. “Di tutte le cose dette o fatte nelle mobilitazioni delle ultime settimane, il governo ha visto solo gli scontri”, commenta Guido Lutrario, dell’esecutivo confederale dell’Usb. Il rischio, denuncia, è che il dibattito pubblico si concentri esclusivamente sugli eventuali episodi di violenza, lasciando in secondo piano le rivendicazioni dei manifestanti.

“La prima preoccupazione del governo dovrebbe essere che c’è una grande protesta, con delle ragioni precise. A cui dovrebbero rispondere a tono, non spostando l’attenzione sull’ordine pubblico”, spiega a ilfattoquotidiano.it. L’Usb, dal canto suo, si aspetta manifestazioni partecipate e pacifiche, senza alcuna volontà di alimentare scontri o tensioni. Ma, se ci fossero, come si prepara il sindacato a gestire la sicurezza delle manifestazioni? Visto che il rischio concreto è che la responsabilità sia attribuita agli organizzatori. “Abbiamo dei servizi d’ordine, ma hanno innanzitutto l’obiettivo di tutelare i manifestanti che partecipano al corteo del sindacato”, chiarisce Lutrario. Il loro compito, dunque, non è quello di sostituirsi alle forze dell’ordine, né di controllare il comportamento di decine di migliaia di persone. Come ha sintetizzato un delegato dell’Usb durante una conferenza stampa a Bologna, i sindacalisti non sono in piazza per fare “i poliziotti delle vetrine“. Non significa, però, che la mobilitazione sia lasciata all’improvvisazione. “Chiediamo che chi viene alla manifestazione si riconosca nelle ragioni e anche nelle modalità della manifestazione”, sottolinea Lutrario. Nelle settimane precedenti, spiega, sono state organizzate numerose assemblee territoriali, durante le quali le diverse realtà coinvolte hanno discusso le modalità di partecipazione. Una preparazione condivisa, con l’obiettivo di evitare comportamenti estranei alle ragioni della protesta.

Resta però il timore delle provocazioni. E su questo Lutrario è molto duro: “Le questure spesso hanno un po’ questo atteggiamento. Come se ci fosse il bisogno di evidenziare gli episodi di tensione per poter concentrare l’attenzione su questo e nascondere le ragioni della protesta – sostiene -. Mi sembra che ci sia fame di scontri. E non di rispondere alle richieste economiche e sociali. L’importante è che non si cerchino episodi anche lì dove non sono previsti”. Il sindacalista ribadisce, in ogni caso, che l’Usb non ha alcuna intenzione di favorire incidenti. Un precedente importante è quello del 22 settembre 2025, quando uno sciopero generale proclamato dall’Usb portò in piazza migliaia di persone in diverse città italiane. In quell’occasione, ricorda Lutrario, l’attenzione del governo si concentrò soprattutto sugli scontri avvenuti alla stazione di Milano, nonostante le altre manifestazioni si fossero svolte pacificamente. “Era strano che in una sola città ci fossero stati degli episodi di tensione”, osserva, sostenendo che sarebbe stato opportuno interrogarsi anche sulla gestione dell’ordine pubblico da parte della Questura. La speranza del sindacato è che non si ripeta lo stesso schema, per cui la protesta pacifica di decine di migliaia di persone finisce per essere raccontata esclusivamente attraverso gli incidenti avvenuti in una singola piazza.

L’Usb conta però che sia proprio la partecipazione di massa a scoraggiare eventuali comportamenti violenti. “C’è una crescente richiesta di informazioni da parte di lavoratori, anche di quelli che non appartengono al sindacato, o che non hanno mai scioperato. Poi ci saranno i giovani, protagonisti delle mobilitazioni delle ultime settimane, e agricoltori e autotrasportatori, reduci dalle proteste contro il caro carburanti. Questa lotta mette insieme molte anime. Persino cittadini che in passato hanno votato per Giorgia Meloni“, commenta. Nemmeno il nuovo pacchetto sicurezza e la precettazione dello sciopero dei trasporti sembrano aver scoraggiato la mobilitazione. “Le persone sono scese in piazza, soprattutto i giovani – ricorda – nonostante il clima di tensione delle ultime settimane”. Per questo, prevede che la protesta sia destinata a crescere: “Più il governo insiste con questa modalità e più si ficca in una situazione complicata”. Poi conclude: “In ogni caso siamo abituati alle provocazioni, in Italia il clima è questo da sempre, ma nulla ci distoglierà dal continuare la mobilitazione”.

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Targhe personalizzate, le opposizioni all’attacco. Conte: “Il governo ha già scelto la sua: carovita, me ne frego”

“Il Paese chiede soluzioni” ai problemi reali e Meloni “parla di personalizzazione delle targhe di automobile“. Pioggia di critiche al governo dai partiti di opposizione dopo la novità rilanciata dalla presidente del Consiglio durante la conferenza stampa di presentazione della Manovra. “Ci si potrà sbizzarrire”, commenta Giorgia Meloni affidandosi alla “creatività” degli italiani per provare a fare un po’ di cassa: 600 euro per le targhe personalizzate dall’auto e 360 euro per quella delle moto.

Dal campo progressista il giudizio è unanime. “Il governo arriva all’ultimo Cdm senza decreto bollette e propone agli italiani la targa personalizzata a pagamento”, commenta sui social Giuseppe Conte. Il leader del Movimento 5 stelle punta il dito contro l’Esecutivo: “Non hanno capito dove siamo fra guerre e le loro disastrose firme sul Riarmo e sui patti di austerità europei: salari reali a -10% in cinque anni, tre anni di crollo industriale, boom di cassa integrazione, carburante sopra i 2 euro da mesi e mesi, record di pressione fiscale”. Per Conte “la manovretta elettorale è una lotteria di micromisure per microplatee. Se sei fortunato, dopo lo slalom tra i vari requisiti, raccogli qualche briciola“. “Per le armi 4,5 miliardi in più nel 2027, per la sanità 2,5: la metà di quanto chiesto dallo stesso Ministro e dalle Regioni”, ricorda il leader M5s. “Permettono agli italiani di personalizzare la targa, la loro l’hanno già scelta: “Carovita, me ne frego“, conclude Conte pubblicando anche una foto creata con l’intelligenza artificiale.

“Sembra uno scherzo, ma è tutto vero”, rilancia Debora Serracchiani, deputata dem e componente della segreteria nazionale del Pd. “Ecco quanto sono lontane le priorità del Governo dai problemi reali degli italiani. Da una parte, il Paese reale: cittadini e cittadine, famiglie, imprese, che chiedono risposte all’inflazione, al caro energia, al caro carburanti, agli stipendi fermi. Dall’altra, una presidente del Consiglio che invece di dare risposte parla di personalizzazione delle targhe di automobile. Ogni giorno che passa diventa più evidente una cosa: la propaganda non può mascherare all’infinito la loro totale incapacità“, conclude Serracchiani.

Per Nicola Fratoianni “la manovra del governo Meloni è l’ennesima e imbarazzante manovra a sbafo, che lascia i debiti a chi verrà dopo”. L’esponente di Alleanza Verdi-Sinistra sottolinea che “in questo modo Meloni guadagna tempo indebitando il Paese e rinvia il momento in cui i nodi verranno al pettine. Insomma, se ne lavano le mani e fanno lo scaricabarile su chi verrà dopo di loro. In compenso però, gli italiani potranno tirare fuori 600 euro di tasca propria per ‘sbizzarrirsi’ con le targhe personalizzate. Almeno quei pochi che non devono usare quei soldi per mettere il pranzo in tavola, curarsi o pagare affitto e bollette…”, aggiunge. “Lo dico senza mezzi termini così magari questa volta lo capiscono a Palazzo Chigi: il vostro governo ha fallito. Non siete in grado di dare risposte al Paese. E questa manovra lo dimostra. Fatevi da parte e permetteteci di restituire speranza e futuro all’Italia”, conclude Fratoianni.

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Divieto social ai minori, stop della Commissione Ue: “Leggi nazionali rinviate per un anno, prima il nostro regolamento Kids act”

Dopo il divieto social per i minori approvato dalla Grecia, primo paese in Europa a varare il ban, arriva lo stop di Bruxelles. “La Commissione ha deciso di rinviare di 12 mesi qualsiasi progetto di legge nazionale che si sovrapponga alle future norme armonizzate, ritenendolo fondamentale per evitare una frammentazione del nostro mercato interno”, ha dichiarato Thomas Regnier, portavoce della Commissione Ue. “Per salvaguardare il lavoro dei nostri co-legislatori, dobbiamo ora concentrarci sui negoziati relativi all’EU Kids Act e garantire un’efficace applicazione delle nostre norme”, ha aggiunto il funzionario di Bruxelles. Come effetto del rinvio, l’avvocato Stefano Bertone e Antonio Affinita (Moige) indicano i rischi sulla salute pubblica, ricordando la sanzione inflitta a Meta dal tribunale del New Mexico.

In attesa del provvedimento europeo per proteggere i più giovani, Regnier ha citato il Digital service act come strumento di tutela. Il portavoce della Commissione ha lanciato lo stop alle cancellerie del Vecchio Continente esprimendo il parere di Bruxelles sulla proposta di legge austriaca, con il ban previsto fino a 14 anni. La decisione del rinvio si ripercuote anche sull’Italia. Pochi giorni fa la presidenza del Consiglio dei ministri aveva lasciato trapelare sulle pagine di Repubblica la linea di Giorgia Meloni. La premier “non è contraria o ostile” al divieto per i giovanissimi. Tuttavia mai hai espresso il suo favore esplicito verso il ban dai social network, contenuto nel disegno di legge 1136, fermo da oltre un anno in attesa dei pareri del governo, ma con il via libera incassato proprio dall’Europa. Fratelli d’Italia, con Lavinia Mennuni, aveva esortato il Parlamento ad approvare il provvedimento, anche un emendamento per tutelare i giovani. Invito subito raccolto dal Partito democratico e Italia Viva. Ma ora il progetto bipartisan potrebbe arenarsi, dopo la decisione annunciata da Bruxelles.

Il portavoce Ue ha indicato l’Italia tra gli Stati che hanno già notificato le proprie leggi alla Commissione, insieme a Slovenia, Belgio e Francia. “Il lavoro è in corso”, ha detto Regnier, precisando che “questo non cambierà la nostra posizione di base: non frammenteremo il nostro mercato interno. Se lo si fa, con età diverse e leggi diverse nei vari Stati membri, diventa quasi impossibile far rispettare le norme”. La Commissione europea punta ora ad approvare la sua proposta di regolamento battezzata Kids act, accelerando il trilogo dei negoziati con Consiglio e Parlamento europeo.

Il divieto social è fortemente sostenuto dalle associazioni delle famiglie promotrici della class action contro Meta e TikTok, per i possibili danni ai minori. Tra le sigle c’è il Moige, Movimento genitori italiani. Il direttore generale Antonio Affinita, interpellato da ilfattoquotidiano.it esprime stupore per la mossa di Bruxelles: “Molto grave lo stop al divieto, si tratta di una ingerenza nelle politiche sulla salute pubblica degli Stati membri, un tema su cui gli i governi nazionali restano sovrani. Di fatto è impedito di legiferare in attesa di un provvedimento europeo”, ha dichiarato Affinita. “Del resto siamo perplessi sul Kids act, a partire dalla soglia troppo bassa fissata a 13 anni, come è già ora”, conclude il direttore generale. Il Moige aveva elencato 8 profili critici del provvedimento in discussione a Bruxelles, per tutelare i giovani dalle conseguenze dei social network. Ad esempio, l’assenza di responsabilità economica, penale e civile per i danni che un minore può subire. Oppure il parental control, eludibile, difficile da comprendere per i non esperti e interamente a carico dei genitori. I limiti di sicurezza da imporre alle piattaforme, secondo il Moige, troppo lasco e senza garanzie concrete. Infine, l’incertezza sulle sanzioni.

Anche l’avvocato Stefano Bertone, tra i legali del team della class action contro Meta e TikTok, si concentra sui rischi del rinvio di Bruxelles sulla salute pubblica: “La sopravvivenza e la salute mentale dell’età adolescenziale è una pretesa dell’oggi, non di dopodomani o tra 12 mesi”. L’avvocato ricorda il precedente legale negli Stati Uniti, con la maxi sanzione per i danni ai minori inflitta alla casa madre di Facebook e Instagram: la priorità è “evitare che si moltiplichino e aggravino anche da noi gli effetti di quella ‘tempesta’ che ha investito la salute mentale di milioni di adolescenti nel Nuovo Messico, come ha dichiarato il tribunale locale poche settimane fa, condannando Meta a quasi un miliardo di dollari di sanzioni”.

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La scarcerazione di Siher è motivata con attenzione ai principi di diritto. Checché ne dica Meloni

di Carlo Sorgi*

La Gip di Milano, Tiziana Landoni, ha scarcerato Youssef Siher, accusato di istigazione per delinquere aggravata dalle finalità terroristiche e di partecipazione violenta alle manifestazioni pubbliche per aver creato sui social il “Movimento 17 ottobre”. La sezione distrettuale antiterrorismo della Procura di Milano aveva chiesto la custodia cautelare in carcere. Il fermo non è stato convalidato e non sono adottate misure cautelari.

Con un video diffuso sui social per attaccare ancora una volta frontalmente una decisione giudiziaria, Giorgia Meloni senza mezzi termini ha definito “vergognosa” l’ordinanza del Tribunale, parlando di un atto che finisce per “mortificare in modo insopportabile il lavoro delle forze dell’ordine, degli inquirenti e del Viminale”. Per Meloni, decisioni di questo tipo metterebbero infatti in discussione “la capacità stessa di uno Stato normale di difendere le persone perbene dai raid violenti che colpiscono le città”. Alle parole di Meloni e di altri esponenti politici, ha risposto con un comunicato stampa ufficiale la presidenza del Tribunale di Milano: “Dichiarazioni politiche irricevibili che evidenziano la scarsa conoscenza degli istituti giuridici di uno stato di diritto. Il giudice è terzo e soggetto soltanto alla legge”.

Esaminiamo le contestazioni formulate nei confronti di Youssef Siher e le motivazioni della Gip milanese. La prima contestazione è quella di istigazione a delinquere (art. 414 C.P.) che – spiega il giudice – è un reato di pericolo concreto, cioè idoneo a provocare la commissione di delitti, sicché “la compressione del diritto di libera espressione delle proprie opinioni è ammissibile solo quando venga effettivamente in gioco la tutela di altri beni costituzionalmente protetti e, in particolare, quello della sicurezza pubblica”. Negli scritti dell’indagato ci sono dichiarazioni con toni aspri e espressioni volgari (“lo Stato ci piscia addosso e i media ci fanno credere che piove” e “Meloni dichiara guerra al futuro di questo Paese e noi dichiariamo guerra a questo presente infame”), ma non accompagnate da specifici e concreti riferimenti ad azioni violente o in altro modo costituenti reato, tali da indurre gli utenti a commettere atti di tal genere.

La pubblicazione del “vademecum di incitamento a tecniche di guerriglia urbana ispirato alla Rivoluzione egiziana del 2011” era parziale, senza la parte (che Siher aveva nel proprio computer ma non condiviso) con consigli potenzialmente più aggressivi verso le forze dell’ordine. Questa riduzione appare, per il giudice, indicativa delle modalità di protesta collettiva che si era proposto di organizzare, le quali non contemplavano l’aggregazione di persone finalizzata alla commissione di atti di violenza. In ogni caso “nei post e nei comunicati pubblicati, Siher non prospetta mai l’attuazione di azioni violente o l’adozione di altri comportamenti integranti reato, né risulta essersi ispirato alle gravi violenze verificatesi nelle giornate del 17 e 18 ottobre 2026, neppure menzionate quale modello delle forme di protesta da lui proposte”.

Le condotte di Siher, quindi, “oltre ad evocare azioni di ‘disobbedienza civile’, non si traducono nell’adozione di comportamenti violenti o più in generale criminosi, ma sono espressione della sua ferma volontà di avviare una stabile forma di protesta a fronte di problematiche socio-economiche che, secondo il suo pensiero, non trovano risposta nelle attuali politiche governative.”

Le osservazioni formulate valgono ad escludere anche la configurabilità del nuovo reato di “violenza organizzata nelle manifestazioni pubbliche”, art. 420 bis C.P., introdotto con il decreto sicurezza 190/2026, l’ottavo del Governo Meloni. Conseguentemente niente gravi indizi di reato, niente convalida dell’arresto, niente misure cautelari.

Per completezza il Gip esclude anche il pericolo di fuga, una delle condizioni per i provvedimenti di custodia cautelare. In effetti Siher non era a casa quando la Polizia lo aveva cercato ma era stata la sua famiglia a dire alle Forze dell’Ordine che da un po’ di tempo Siher stava con la moglie da loro amiche a Milano, dove era stato infatti trovato.

Prima di parlare bisogna conoscere i fatti e questo vale in particolare per chi ha incarichi pubblici rilevanti. Il provvedimento del Giudice di Milano appare motivato con attenzione ai principi di diritto, non solo di quello penale ma anche dei fondamentali diritti della persona della nostra Costituzione.

Se torniamo con la mente alla recente storia del referendum sulla Magistratura, questo caso rappresenta una conferma dell’assunto della totale indipendenza dei giudici rispetto ai pm, che era stata una delle critiche alla base della riforma costituzionale rigettata dal referendum con il suo NO, e ci lascia immaginare cosa sarebbe successo se fosse passata la riforma con una presenza dell’esecutivo certamente più ingombrante sulla Magistratura e tale da ridurne l’indipendenza.

*già magistrato, coordinatore Comitato per il No Forlì Cesena

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Meloni Condemns 'Shameful’ Release of Alleged Organizer of Milan Riots

Italian Prime Minister Giorgia Meloni bluntly branded a Milan judge's decision to release Youssef Siher, the alleged organizer of the recent violent riots in the city as a "shameful" decision.

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Targhe personalizzate per auto e moto, quanto costano e quando arrivano

Arrivano le targhe personalizzate. Tra le tante misure su famiglie, giovani, energia e difesa, compare a sorpresa la possibilità di personalizzare le targhe di auto e moto. L’annuncio arriva direttamente da Giorgia Meloni durante la conferenza stampa a margine del Consiglio dei Ministri che ha confermato il testo della legge di Bilancio 2027.

Per la premier ci si potrà “più o meno sbizzarrire” e ha commentato che la creatività degli italiani potrebbe farsi valere. Questo ha un costo di 600 euro. La possibilità era già prevista nel Codice della Strada, ma non c’erano normative per attuarla.

Via alle targhe personalizzate

È stata proprio la presidente del Consiglio Giorgia Meloni ad annunciare la novità delle targhe personalizzabili durante la conferenza stampa per la Manovra 2027.

Infatti, una delle novità inserite nella legge di bilancio approvata dal consiglio dei Ministri nella giornata di mercoledì 28 ottobre è la possibilità di personalizzare le targhe dei propri veicoli a due e quattro ruote.

Per Meloni:

Ci si potrà più o meno sbizzarrire come si ritiene, ovviamente sostenendo un costo e qualcosa mi dice che la creatività degli italiani qui potrebbe farsi valere.

Quanto costeranno

Una possibilità che era già prevista dal Codice della Strada, quella delle targhe personalizzate, ma che non poteva essere attuata in mancanza di un decreto e di norme specifiche.

Ora arriva l’ok, sostenendo un costo di 600 euro. Nello specifico, per le due targhe dell’auto (anteriore e posteriore) si dovranno versare 500 euro al Poligrafico dello Stato e una maggiorazione del 20%, pari a 100 euro, al Ministero delle Infrastrutture e dei Trasporti.

Per le moto il prezzo è inferiore perché dovrà essere richiesta una sola targa personalizzata. Il costo in questo caso è di 360 euro in totale.

Attenzione: chi sceglie la targa personalizzata non dovrà pagare il contrassegno di 41,78 euro per l’immatricolazione e la messa su strada.

Cosa si potrà scrivere

Al momento le targhe per auto e moto sono una sequenza di lettere e numeri. Nello specifico, due lettere seguite da tre numeri e infine altre due lettere.

Non è chiaro ancora cosa si potrà fare e quali siano i limiti, potrebbe infatti cambiare lo schema. La stessa Giorgia Meloni ha però parlato di “più o meno sbizzarrire” lasciando intendere che ci saranno dei limiti.

Tra questi è probabile che saranno escluse combinazioni di lettere e numeri che possono essere offensive, ambigue o che rendano due targhe uguali.

Quando arrivano le targhe personalizzate

La riforma del Codice della Strada è ancora al vaglio di diversi pareri. Il governo dovrà quindi emanare il decreto legislativo per il nuovo Codice della Strada nella prossima primavera 2027.

Secondo le tempistiche dovrebbe entrare in vigore il 30 aprile 2027, con le regole che si applicheranno sulle strade dal 1° gennaio 2028.

L’Aci, come riporta Open, precisa che non è detto che le targhe personalizzate siano disponibili fin dal primo giorno e dipenderà, come sempre in questi casi, dalle norme di attuazione.

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Chi è Tiziana Landoni, la gip che ha scarcerato Siher e provocato l’ira di Meloni

Fino a pochi giorni fa il suo nome era conosciuto quasi esclusivamente negli ambienti giudiziari. Oggi Tiziana Landoni è una delle magistrate più discusse d’Italia, finita al centro di uno scontro istituzionale che coinvolge Palazzo Chigi, il governo e i vertici del Tribunale di Milano. Il motivo è la decisione di non convalidare il fermo di Youssef Siher, il trentenne attivista pro Palestina accusato dalla Procura di istigazione a delinquere aggravata dalla finalità di terrorismo e di violenza organizzata nelle manifestazioni pubbliche, in relazione all’attività dei canali social del Movimento 17 ottobre.

Una decisione che la presidente del Consiglio Giorgia Meloni ha definito “vergognosa”, provocando la dura reazione dei vertici della giustizia milanese. Ma chi è la giudice che, con un’ordinanza di 37 pagine, ha respinto la ricostruzione degli inquirenti e disposto la liberazione dell’attivista?

Chi è Tiziana Landoni: gli inizi a Gela, poi Busto Arsizio e Milano

Di Tiziana Landoni si conoscono soprattutto le tappe del percorso professionale. Minuta, giovane, in magistratura da circa dodici anni, come la descrive il Corriere della Sera, ha alle spalle tre esperienze giudiziarie. La prima a Gela, in Sicilia, dove ha lavorato come giudice del dibattimento. Una delle sedi tradizionalmente considerate disagiate, nelle quali vengono spesso destinati i magistrati all’inizio della carriera.

Successivamente il trasferimento al Tribunale di Busto Arsizio, in provincia di Varese, dove ha affrontato numerosi procedimenti di cronaca giudiziaria. Tra questi, un’inchiesta su presunte tangenti legate alla gestione delle salme delle vittime del Covid nell’obitorio di Saronno, una vicenda di rapine a una gioielleria di Arconate e il caso di un primario di una clinica privata accusato di violenza sessuale ai danni di una ex compagna, che avrebbe narcotizzato con un’iniezione di antidolorifico.

Sempre a Busto Arsizio, Landoni si era occupata di un caso di aggressione con l’acido ai danni di un uomo, sfregiato dall’ex compagna. La condanna a sette anni e mezzo aveva suscitato le proteste della vittima, che riteneva la pena troppo lieve. La sentenza, tuttavia, teneva conto della riduzione di un terzo prevista dal rito abbreviato, a fronte di una richiesta dell’accusa di nove anni.

Nel 2024 l’arrivo al Tribunale di Milano, dove Landoni lavora come giudice per le indagini preliminari. Il suo ufficio è al settimo piano del Palazzo di giustizia. Qui ha affrontato anche procedimenti relativi ai reati del cosiddetto Codice Rosso, prima che il suo nome diventasse improvvisamente di dominio pubblico.

Dalla scarcerazione di Siher ai prossimi casi: Ramy ed Equalize

A portarla al centro dell’attenzione nazionale è stato il procedimento su Youssef Siher, assegnatole perché si trovava di turno. La gip ha respinto la richiesta di convalida del fermo e quella di custodia cautelare in carcere avanzate dalla Procura, escludendo la sussistenza di gravi indizi di colpevolezza per i reati contestati e del pericolo di fuga. Nelle motivazioni, Landoni ha distinto le espressioni di critica politica, anche particolarmente aspre, da un’effettiva istigazione a commettere reati. Secondo la giudice, i messaggi attribuiti a Siher non contenevano un concreto incitamento alla violenza né un richiamo alle devastazioni avvenute a Milano il 17 e 18 ottobre. Ma il fascicolo Siher potrebbe essere soltanto il primo di una serie di procedimenti destinati a riportare Landoni sulle pagine dei giornali.

Il prossimo 6 novembre sarà infatti chiamata a esaminare la richiesta di rinvio a giudizio relativa alla morte di Ramy Elgaml, il diciannovenne deceduto durante un inseguimento dei carabinieri a Milano. La Procura chiede il processo per il militare alla guida dell’auto inseguitrice, accusato di omicidio stradale per eccesso colposo nell’adempimento del dovere, e per altri carabinieri coinvolti nell’inchiesta con accuse di depistaggio.

Il 3 dicembre sarà invece la volta di un altro procedimento di grande rilievo, l’inchiesta Equalize sui presunti dossieraggi illeciti, che coinvolge la società investigativa milanese al centro di un vasto caso di accessi abusivi e raccolta di informazioni riservate. Due vicende molto diverse, ma entrambe particolarmente delicate per le implicazioni giudiziarie e l’attenzione mediatica.

La firma sull’appello per Gaza e il particolare che riguarda la pm Crupi

A rendere ancora più acceso il dibattito intorno a Landoni è stata la scoperta della sua adesione, nel settembre 2025, all’Appello dei Giuristi per Gaza, un documento sottoscritto da 3.135 tra magistrati, avvocati e professori universitari per richiamare le istituzioni italiane al rispetto dei diritti fondamentali e del diritto internazionale. Una circostanza rilanciata dal vicepremier Matteo Salvini, che ha messo in relazione la firma con la decisione sul caso Siher, sollevando interrogativi sull’imparzialità della magistrata.

C’è però un particolare significativo, evidenziato dal Corriere della Sera: tra i firmatari dello stesso appello figura anche Francesca Crupi, la pubblico ministero che per Siher aveva invece chiesto la custodia cautelare in carcere. Nell’elenco dei sottoscrittori, Landoni compare al numero 766, Crupi al numero 305. Un elemento che rende più complesso il tentativo di leggere la decisione giudiziaria esclusivamente attraverso le convinzioni personali attribuite alla gip.

Lo scontro con Meloni e la difesa dei vertici del Tribunale di Milano

La decisione di Landoni ha innescato una reazione durissima da parte del governo. La premier Giorgia Meloni l’ha definita “vergognosa”, sostenendo che rappresenti una mortificazione del lavoro delle forze dell’ordine e degli inquirenti. Il ministro dell’Interno Matteo Piantedosi l’ha giudicata “assolutamente non condivisibile”, mentre il ministro della Giustizia Carlo Nordio ha manifestato sorpresa per l’esito del procedimento.

A difendere la magistrata sono intervenuti il presidente del Tribunale di Milano Fabio Roia e la presidente della sezione Gip-Gup Vincenza Maccora. In una nota congiunta hanno definito “irricevibili” gli attacchi provenienti da esponenti politici, ricordando che il giudice è chiamato a valutare autonomamente gli elementi presentati dall’accusa e dalla difesa.

“La responsabile libertà di giudizio non può risentire di aspettative politiche o di suggestioni estranee al procedimento”, hanno sottolineato i due magistrati, ricordando che le decisioni giudiziarie possono essere contestate e impugnate, ma non devono trasformarsi in attacchi personali. Solidarietà è arrivata anche dall’Associazione nazionale magistrati, che ha richiamato i principi di autonomia e indipendenza della magistratura.

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Meloni sta parlando ma Salvini e Giorgetti la disturbano: “Scusate”. Il video della sua reazione

Giorgia Meloni sta presentando la legge di Bilancio, appena messa a punto in Consiglio dei ministri, quando durante la conferenza stampa Matteo Salvini e Giancarlo Giorgetti iniziano a parlottare tra loro. La presidente del Consiglio lancia prima un’occhiata in direzione dei due componenti del governo. Poi, vedendo che continuano a parlare tra loro, si ferma, tocca il braccio di Salvini e attira la loro attenzione con un “scusate”.

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Bonus 300 euro over 75 in Manovra, chi può richiederlo e quali spese sanitarie si possono pagare

La Manovra 2027 ha introdotto un voucher sociale di 300 euro per gli italiani over 75, valido per determinate spese sanitarie.

Oltre al requisito anagrafico ce n’è anche uno economico: avere una pensione fino a 28.000 euro l’anno. La misura è stata presentata dalla Presidente del Consiglio Giorgia Meloni nella conferenza stampa dopo il Consiglio dei ministri che ha approvato la Manovra.

Bonus 300 euro over 75

La platea di beneficiari ammonta a 5,5 milioni di persone e il costo complessivo del provvedimento ammonta a 1,6 miliardi di euro.

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Bonus under 30, in Manovra premio da 2.500 euro: tutte le agevolazioni per i giovani

La Manovra 2027 punta a famiglie, sanità e soprattutto ai giovani. Per loro è stato previsto un sostegno che la premier Giorgia Meloni ha descritto come un “premio per i giovani lavoratori under 30”. Si tratta di un bonus da 2.500 euro, tassato all’1%.

Dentro anche un sostegno a chi assume i giovani, le donne con figli e le persone con disabilità. Sul tema della crisi abitativa, che colpisce soprattutto i giovani nelle grandi città, il Governo incentiva gli affitti agli under 35 co una cedolare secca all’1%.

Manovra 2027: cosa c’è per i giovani

La presidente del Consiglio, durante la conferenza stampa a margine del Cdm che ha approvato la bozza del testo della legge di Bilancio, ha raccontato la scelta di inserire un premio per i giovani lavoratori under 30.

La Manovra 2027 infatti punta su famiglie, anziani, sanità e giovani, quelli che “abbiamo visto scendere in piazza” e ai quali il Governo vuole dare risposte.

Bonus giovani lavoratori under 30

Una di queste è l’introduzione di un premio ai giovani lavoratori under 30. Si tratta di 2.500 euro tassati all’1% che si possono ricevere nell’arco di 12 mensilità o in un’unica soluzione.

Meloni:

Vogliamo che un ragazzo che inizia a lavorare in Italia senta che questa Nazione vuole spronarlo.

Deduzione per chi assume giovani

Altra conferma che punta a incentivare il lavoro dei giovani in Italia, questa volta guardando alle imprese, è la super deduzione al 120% per chi assume giovani under 30.

La misura, introdotta nel 2023, è stata confermata e prevede una maggiorazione fino al 130% per chi assume categorie specifiche di lavoratori, come:

  • persone con disabilità;
  • giovani under 30;
  • donne con due o più figli;
  • vittime di violenza;
  • soggetti svantaggiati.

Cedolare secca per gli affitti

Un altro aiuto per i giovani è la cedolare secca ridotta per gli affitti: i proprietari che affitteranno immobili a canone concordato ai giovani under 35 anni potranno accedere alla cedolare secca all’1%.

È una delle iniziative che punta a risolvere la crisi abitativa e a rendere più semplice l’accesso al mercato degli affitti ai giovani. Meloni ha dichiarato che con “più case sul mercato e affitti più bassi, più giovani possono uscire di casa e costruirsi una vita”.

Flat tax al 5%

Infine resta sul tavolo la flat tax al 5% per i neoassunti under 35. Si discute ancora della possibilità di una flat tax fino a circa 30-35.000 euro e di una mini-Irpef per chi ha meno di trent’anni.

Su questo non ci sono ancora conferme, mentre sulla no tax area per i più giovani c’è stato l’accordo. Antonio Tajani, leader di Forza Italia che ha proposto la no tax area, ha dichiarato:

Stiamo ancora lavorando. Dovrebbe essere fino ai trent’anni, con altre agevolazioni per un’altra parte fino ai 35 anni.

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D’Alema: “Siamo governati da truffatori”. E sbotta con Gruber: “Mi ha invitato a un comizio contro il campo largo?”

Botta e risposta serratissimo tra Massimo D’Alema e Lilli Gruber a Otto e mezzo, su La7. L’ex premier, oggi presidente della fondazione Italianieuropei, è ospite della trasmissione per presentare il suo nuovo libro, “Eravamo comunisti”, edito da Feltrinelli. Ma la conduttrice lo incalza ripetutamente sulle difficoltà del campo progressista, sulle divisioni tra Pd e M5s, sull’assenza di un programma comune e sulle primarie. D’Alema replica, si spazientisce, rivendica le proprie opinioni, mentre a seguire la schermaglia, divertito, c’è anche il filosofo Massimo Cacciari, altrettanto critico nei confronti del centrosinistra.

La discussione parte dalla difficoltà delle opposizioni a intercettare il disagio delle nuove generazioni. “Perché questo centrosinistra non riesce a rappresentare questi giovani?”, domanda Gruber. “Il suo è un giudizio molto drastico”, obietta D’Alema. “Lo dicono gli stessi giovani”, ribatte la giornalista. A rincarare la dose interviene Cacciari, che critica il Pd e l’intero campo progressista per la loro incapacità di organizzarsi e di affrontare questioni decisive come la scuola e i “salari da fame” dei giovani precari. Il filosofo richiama l’esperienza del vecchio Partito comunista, sottolineando la distanza tra la sua capacità di presenza nella società e quella dell’attuale sinistra.

D’Alema prova a ridimensionare le critiche: “Non voglio fare la difesa d’ufficio del Pd, però si sono battuti per il salario minimo e per la difesa della sanità pubblica“. Ammette che la risposta delle opposizioni potrebbe essere insufficiente rispetto alla gravità della situazione del Paese, ma invita Gruber a rivolgere quelle contestazioni ai diretti interessati: “Lei dedicherà una bella serata a questi argomenti, chiamerà qui Schlein e Conte e chiederà conto a loro“.

La risposta della conduttrice è pungente: “Sì, quando decideranno di venire qui e di farsi fare qualche domanda, molto volentieri”. Poi torna alla carica: il campo largo, sostiene, non ha un programma condiviso, manca l’unità e le divisioni sono particolarmente evidenti sulla guerra.
D’Alema osserva che anche nella maggioranza di governo esistono divergenze sul tema, a suo giudizio ancora più gravi. Ma Gruber insiste sulle difficoltà dell’opposizione. E l’ex premier lascia trasparire una prima dose di insofferenza: “La prossima volta scriverò un libro sul campo largo, così approfondiremo qui la tematica”.

La battuta non ferma la giornalista: “Glielo devo chiedere perché le elezioni politiche saranno praticamente dopodomani”. “Lei non deve nulla. Lei fa giustamente quello che vuole, non quello che deve”, ribatte D’Alema. “La devo riportare al campo largo”, insiste Gruber. “Credevo che qui dovessimo parlare del mio nuovo libro“, osserva sarcasticamente l’ex presidente del Consiglio.

La conduttrice incalza: “Giorgia Meloni può dormire sonni tranquilli fin quando il centrosinistra non è unito”. L’ex premier sbotta: “Gentile amica, diciamo così, se avessi saputo di essere stato invitato a un comizio contro il campo largo mi sarei preparato. La questione è che lei ha una visione catastrofica dell’opposizione“. “Non lei, io”, interviene Cacciari, che ride di fronte allo scontro tra i due. “Sì, voi. Io sono più ottimista“, risponde D’Alema.

Gruber non demorde: “Lei ha detto che le primarie sono divisive. Quindi lei voterà alle primarie oppure no?”. D’Alema sbuffa, pronuncia un “Vabbè” e rimane per qualche secondo in silenzio, visibilmente seccato. “Non ho fatto una domanda scabrosa”, osserva la conduttrice. “No, no, no. Mi avvalgo della facoltà di non rispondere”, taglia corto D’Alema.

Poi arriva la spiegazione politica della sua contrarietà alla scelta preventiva del candidato premier: “Alle elezioni politiche i cittadini con il voto scelgono una coalizione e indicano anche quale partito vogliono che sia prevalente. Quindi, in una democrazia parlamentare, il presidente del Consiglio è il frutto del voto popolare, non di una decisione che viene presa prima dai partiti”. “Ma c’è questa nuova legge elettorale“, gli fa notare Gruber.

A questo punto, D’Alema pronuncia l’attacco più duro della serata: “Io la ritengo una finzione incostituzionale. Adesso si pronuncerà la Corte costituzionale, perché il tentativo di trasformare in modo surrettizio le elezioni politiche nell’elezione diretta del presidente del Consiglio è una truffa. È una truffa! Noi siamo governati da truffatori“.

D’Alema insiste soprattutto sulle prerogative costituzionali del capo dello Stato: “Oltretutto in questa legge truffa hanno dovuto scrivere: ‘Fermo restando le prerogative del capo dello Stato’. L’articolo 92 dice che è il capo dello Stato a indicare i ministri. E quindi sostanzialmente crei un’illusione. Ma perché dobbiamo inseguirli sul terreno di una truffa? Questa è l’espressione di una cultura antidemocratica, perché la destra è destra”.

E rivolge un rilievo anche al centrosinistra: “Io sarei stato fermo, almeno fino alla pronuncia della Corte, e non mi sarei precipitato a scegliere il leader per una competizione elettorale in cui non si elegge il leader”. Gruber ne approfitta per tornare alla questione che attraversa tutta l’intervista: “Quindi Schlein e Conte si azzuffano inutilmente?”. È l’ennesimo pungolo che D’Alema mostra di non gradire. E arriva un’altra replica stizzita alla conduttrice: “Questa è la mia opinione. Gruber, se lei vuole polemizzare con Schlein e Conte, cosa che fa spesso, si trovi degli interlocutori adeguati“.

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Meloni’s €26 Billion Budget Tests Italy’s Fiscal Discipline as Election Approaches

Italy’s government has approved a new budget combining tax reductions, household support and defence spending with higher contributions from banks and energy companies. With public debt approaching 140 per cent of GDP, Rome faces difficult decisions over the cost of its political and economic commitments.

Italian Prime Minister Giorgia Meloni’s government approved a €26 billion budget package on Wednesday, 28 October, seeking to ease pressure on households and businesses while maintaining the fiscal credibility of one of Europe’s most heavily indebted economies.

The measures, agreed by the cabinet ahead of next year’s general election, include changes to personal income taxation, support for younger workers and families, and the extension of existing relief programmes.

The government intends to finance part of the package through additional contributions from banks, insurance companies and energy businesses.

However, the budget also exposes the limits of Italy’s financial flexibility as Rome attempts to accommodate higher defence expenditure and energy-security requirements within the European Union’s fiscal framework.

The immediate political challenge is to demonstrate that tax reductions and spending commitments can coexist with efforts to contain public debt.

Banks and energy companies face additional demands

According to Reuters’ report on the cabinet decision, Meloni confirmed that approximately €5 billion would come from banks and insurance companies, while energy companies would contribute a further €700 million.

The measures form an important part of the government’s funding strategy.

Italy’s banking sector has benefited from the period of higher European interest rates, although profitability varies between institutions and has been affected by changing monetary conditions.

The government argues that companies with relatively stronger financial positions should contribute more during a period of economic difficulty.

Meloni said the budget was not directed against any particular sector, while acknowledging that an agreement with financial institutions had not been reached before its adoption.

The financial package also includes an increase in Italy’s financial transaction tax, commonly referred to as the Tobin tax.

Such measures provide the Treasury with additional resources without requiring broad increases in personal income taxation.

Nevertheless, their implications extend beyond immediate revenue collection.

Additional taxation of financial institutions can influence investment decisions, lending conditions and the sector’s willingness to finance domestic economic activity.

The extent of those effects will depend on the final provisions adopted by parliament.

Tax reductions target households and younger workers

A central element of the budget concerns Italy’s personal income tax system.

Meloni announced that the upper threshold of the second income-tax bracket would rise to €55,000 a year, extending preferential treatment to a wider group of taxpayers.

The government estimates that some taxpayers could save approximately €500 annually.

The package also includes employment-related incentives directed towards younger workers, alongside measures to support households and pensioners.

Another politically significant decision concerns vehicle taxation.

Meloni confirmed that an exemption for cars with engines rated up to 80 kilowatts and for motorcycles would become permanent.

According to the government’s estimates, approximately 70 per cent of vehicles currently in use would qualify.

These measures are intended to protect disposable income and encourage economic activity.

However, their overall economic impact will depend on the distribution of benefits, consumer confidence and whether households choose to spend or save the additional income.

Public debt remains the central constraint

Italy’s budget cannot be assessed independently of its debt position.

According to the Bank of Italy’s October economic bulletin, the government expects its public deficit to reach 2.9 per cent of GDP in 2026 before increasing to 3.4 per cent in 2027.

Public debt is projected to reach approximately 138.5 per cent of GDP next year.

Those figures leave Italy particularly exposed to changes in borrowing costs.

Higher yields on government bonds increase the cost of refinancing debt and reduce the resources available for other priorities.

The economic environment offers limited assistance.

The European Commission’s May forecast projected growth of just 0.5 per cent in 2026 and 0.6 per cent in 2027.

Although those figures predate the latest budget, they illustrate the underlying weakness of economic expansion.

Without stronger productivity growth and investment, reducing Italy’s debt burden remains difficult even when the government exercises spending restraint.

Defence spending complicates European fiscal rules

The increase in Italy’s projected deficit is partly connected to the use of flexibility available under the EU’s fiscal governance framework.

Rome has invoked the national escape clause to accommodate additional expenditure associated with defence and energy security.

This mechanism allows certain temporary deviations from agreed spending paths under specified conditions.

It does not, however, eliminate the government’s obligation to manage its finances or establish unlimited borrowing capacity.

Italy’s approach reflects a wider European problem.

Governments are being asked to strengthen military capabilities, protect energy supplies and maintain economic competitiveness while continuing to comply with fiscal constraints.

For highly indebted countries, the combination is particularly difficult.

The consequences could become more pronounced if financial markets demand higher returns on government debt.

Parliament faces the final decision

Cabinet approval marks the beginning of the budget’s final legislative phase rather than the completion of the process.

Parliament must consider the measures before they can enter into force.

Negotiations may still alter individual tax provisions, spending commitments and the distribution of financial contributions.

The budget also comes at a politically sensitive moment, with Meloni’s governing coalition approaching the next general election.

Its partners have previously disagreed over taxation, pensions and the appropriate distribution of public resources.

The final legislation will therefore provide an indication of the coalition’s ability to reconcile electoral priorities with economic constraints.

For Brussels, the question is whether Italy can preserve confidence in its public finances while using European fiscal flexibility to fund additional security expenditure.

For Rome, it is whether the immediate relief promised to households and businesses can be maintained without placing further pressure on borrowing costs.

Both questions will remain central to Italy’s economic outlook in 2027.

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Meloni scopre che la giustizia è indipendente, e la prende malissimo

Il Presidente del Consiglio Giorgia Meloni incontra il Primo Ministro belga, Bart De Wever a Palazzo Chigi, sede del Governo italiano a Roma, Lunedì 07 Settembre 2026 (Foto Mauro Scrobogna / LaPresse) Prime Minister Giorgia Meloni meets Belgian Prime Minister Bart De Wever at Palazzo Chigi, the seat of the Italian Government in Rome, Monday September 07 2026 (Photo by Mauro Scrobogna / LaPresse)

Con il violento attacco alla gip di Milano Tiziana Landoni, che ha ordinato la scarcerazione di Youssef Siher, presunto «cervello» dei disordini di piazza, Giorgia Meloni ha dato un nuovo imprinting alla sua campagna elettorale. Non ci voleva un genio per capire che l’arresto di Siher era buono giusto per i titoli della Verità, Libero e Giornale. Che la Procura non aveva niente in mano.

Ma nel quadro della campagna law and order all’amatriciana, la presidente del Consiglio non ha esitato a invadere l’autonomia della magistratura, di fatto intimidendo i giudici che in futuro dovessero trovarsi in una situazione analoga.

La realtà ha inoltre contraddetto in modo clamoroso l’assunto già berlusconiano e poi fatto proprio da questo governo che varò la legge sulla separazione delle carriere – poi bocciata dal popolo – in base al quale pm e gip sono sempre e comunque sodali: ieri il gip ha dato torto alla Procura sulla base di sue autonome valutazioni in ossequio al codice che prevede un giudice a Berlino, come si suol dire. Meloni presa in castagna, dunque, in punto di diritto.

Senonché il fatto politico è pure più importante perché la vicenda fa capire che la presidente del Consiglio intende proporsi all’elettorato come quella che, più di Matteo Salvini e soprattutto più di Roberto Vannacci, vuole perseguire i terroristi, veri o presunti non importa, «in tutto il globo terraqueo», come ebbe a dire dopo la strage di Cutro, cioè senza star tanto lì a sottilizzare. Perché la paura mobilita, l’indignazione compatta, l’emergenza mette a tacere le domande scomode. E perché, quando la politica non riesce a risolvere i problemi, può sempre provare a convincere gli elettori che il problema siano i giudici.

Il trentenne Siher, le cui opinioni fanno orrore, è stato in questi giorni dipinto come il Mostro alla guida delle violenze e come tale ritenuto pericoloso: il che, alla giudice per le indagini preliminari, non risulta. E va detto che non spetta a Giorgia Meloni vagliare le richieste di una Procura della Repubblica. Né tantomeno emettere addirittura una condanna di primo grado. Invece, nel video pubblicato in rete a tempo di record, la premier ha emesso il verdetto assumendo in toto il parere della Procura: «È vergognosa» la scelta di scarcerare Siher, «accusato di essere il gestore della pagina Telegram “Movimento 17 ottobre”, cioè la pagina che incitava l’organizzazione di quelle manifestazioni che poi abbiamo visto portare alla devastazione di diversi esercizi commerciali a Milano».

È la solita confusione, del tutto voluta, per fare un po’ di propaganda securitaria. È il paradosso di una premier che si proclama paladina della legalità e, nel momento in cui una decisione giudiziaria non le piace, sembra considerare la legge un’opinione e il giudice un dipendente da richiamare all’ordine. Il trentenne era appunto “accusato”. La gip non lo ha “assolto”, ha solo non riconosciuto che sussistono i motivi previsti dalla legge per tenerlo in carcere.

L’antifona della meloniana campagna d’inverno perciò è questa: faccia feroce, calpestamento dei limiti del proprio ambito, semina di tensione. Giorgia-don Chisciotte è dunque partita lancia in resta contro i mulini a vento della giurisprudenza e dell’evidenza per ergersi a paladina della linea dura. E con la fortuna che ha non si può escludere che i pro-Pal più violenti rialzino la testa al grido di «ebrei tutti fascisti» dopo il voto in Israele che non ha cacciato Benjamin Netanyahu.

Una risacca violenta potrebbe aiutare una Meloni a caccia dei voti securitari e fascistoidi di Vannacci, uno dei suoi principali assilli in vista del voto. Alla faccia delle garanzie dei cittadini, nel nome dell’ennesima caccia alle streghe.

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“Fatico a prendere Meloni sul serio. Risponde alle proteste con botte e arresti”: così D’Alema su La7

“Fatico a prendere sul serio Meloni. Il capo di un governo che ha le autostrade bloccate dai camionisti, i contadini in rivolta, i ragazzi per strada, anche con atti violenti, è in grado di rispondere soltanto in termini di sicurezza, botte, arresti preventivi, criminalizzazione”. Sono le parole pronunciate a Otto e mezzo (La7) dal presidente della Fondazione Italianieuropei Massimo D’Alema, che stigmatizza duramente la presidente del Consiglio per le sue dichiarazioni contro la gip di Milano Tiziana Landoni, “rea” di non aver convalidato il fermo di Youssef Siher e di averne disposto la liberazione.

Per l’ex presidente del Consiglio la reazione di Meloni è il sintomo di un governo incapace di comprendere le proteste che attraversano il Paese: “Siccome non vuole ammettere il suo fallimento, che è sotto gli occhi di tutti, ci deve essere qualcuno cattivo che organizza queste cose”.

D’Alema sottolinea anche la contraddizione tra l’attacco alla giudice e la riforma costituzionale della giustizia voluta dall’esecutivo: “Meloni ha promosso una riforma costituzionale, su cui c’è un referendum, sulla base del seguente assunto: bisogna separare le carriere, altrimenti i giudici fanno tutto quello che chiedono i pubblici ministeri. Perché i giudici, secondo Meloni, non sono indipendenti dai pubblici ministeri”.

Poi la stoccata: “Adesso che abbiamo una giudice che si dimostra non solo indipendente dal pubblico ministero, ma che gli dà torto, Meloni dovrebbe festeggiare come garantista“. L’ex ministro degli Esteri denuncia quindi la scelta del governo di affrontare le tensioni sociali esclusivamente come un problema di ordine pubblico, individuando di volta in volta presunti responsabili delle mobilitazioni per evitare di confrontarsi con le ragioni della protesta: “Tutto questo è il segno di una caduta della politica, della sua capacità di comprendere il Paese, di una trasformazione della politica in una logica di polizia. È molto preoccupante, per i giudici e per tutti i cittadini”.

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