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Missili da crociera low cost da Kyiv. La Bundeswehr punta sul Bars

La Germania si appresta a dotare le proprie forze armate di un sistema d’arma nato in Ucraina. Secondo quanto riportato dal Financial Times, le autorità tedesche dovrebbero chiudere nelle prossime settimane un accordo per l’acquisto di un primo lotto di Bars, il missile cruise a basso costo sviluppato da Kyiv. Si tratterebbe del primo acquisto noto di un’arma offensiva di concezione ucraina destinato all’uso diretto della Bundeswehr, un fenomeno che segnala quanto stia cambiando nella dimensione di apparato militare-industriale il rapporto tra l’Ucraina e i suoi alleati europei, sempre più interessati a sfruttarne il know-how militare. Si tratta di un vettore con propulsione a getto, capace di raggiungere fino a 1.000 chilometri di distanza e di trasportare una carica fino a 105 chilogrammi, a seconda della variante. Il lotto iniziale servirà a condurre prove tecniche all’inizio del prossimo anno. In caso di esito positivo, potrebbe seguire un ordine più consistente, nell’ordine di diverse centinaia di esemplari.

Un elemento centrale dell’operazione è la dimensione industriale. Negli ultimi mesi il Bars è stato fabbricato anche in Germania da una joint venture ucraino-tedesca, sui cui dettagli vige grande riservatezza, costituita nell’ambito del programma Build with Ukraine lanciato da Zelensky lo scorso anno. L’iniziativa nasceva con l’obiettivo di produrre armamenti per l’Ucraina al di fuori dei suoi confini, così da aumentarne la capacità produttiva, ridurre l’esposizione agli attacchi russi e favorire lo scambio di competenze. La mossa di Berlino si inserisce in una tendenza più ampia. Danimarca, Estonia e Lettonia hanno manifestato la disponibilità ad acquistare armamenti ucraini, e Copenaghen ha annunciato il mese scorso l’acquisto di nove veicoli terrestri senza equipaggio Dropla a scopo di sperimentazione. Sempre il mese scorso l’esercito statunitense ha assegnato un contratto da 10 milioni di dollari alla filiale americana dell’ucraina Skyeton per il drone da ricognizione Raybird, sistema per cui anche la Germania ha mostrato interesse.

L’acquisizione riflette anche un cambio di mentalità negli apparati della difesa tedeschi, a lungo caratterizzati da procedure lente e burocratiche e orientati verso i grandi gruppi industriali. Oggi Berlino si mostra più aperta verso le start-up e disposta a testare i prodotti mentre definisce i contratti, così da accelerare i tempi. Sullo sfondo c’è il piano di riarmo da 780 miliardi di euro nei prossimi cinque anni, varato in risposta all’invasione su larga scala dell’Ucraina e ai dubbi sulle garanzie di sicurezza americane per l’Europa. Sul fronte del lungo raggio, la Germania ha firmato un accordo preliminare per i Tomahawk di Raytheon, dopo che Trump ha cancellato il previsto dispiegamento in territorio tedesco di un battaglione statunitense dotato di questi missili. I Tomahawk, però, hanno un costo compreso tra 4 e 6 milioni di dollari e scontano colli di bottiglia produttivi che ne rendono improbabile la consegna prima degli anni Trenta.

Per questo Berlino lavora in parallelo su sistemi più economici e producibili in massa. Oltre al Bars, prevede di acquistare e testare un piccolo lotto di missili Anthem della start-up statunitense Covenant, che la settimana scorsa ha annunciato un accordo anche con la Danimarca. L’Anthem costa circa un decimo di un Tomahawk, mentre il Bars sarebbe ancora meno caro, ma i funzionari tedeschi non escludono di acquisire entrambi. Resta invece congelata, per ora, l’ipotesi di acquistare il missile ucraino Flamingo.

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Dagli Usa alla Germania, ecco chi sta puntando sul combattimento spaziale (e perché)

La Germania istituirà una formazione militare dedicata alle operazioni spaziali, con un organico previsto di almeno mille unità all’interno della Luftwaffe. Ad annunciarlo è stato il tenente generale Holger Neumann, capo di Stato maggiore dell’Aeronautica tedesca. La nuova struttura, è stato spiegato, riunirà sotto un unico ombrello tutte le attività militari tedesche legate allo spazio, con l’obiettivo di consolidare e ampliare le capacità già esistenti. Secondo quanto riferito, l’organizzazione comprenderà personale incaricato del controllo dei satelliti, unità dedicate alla space situational awareness e gruppi specializzati nei cosiddetti lanci operativi.

I primi passi della forza spaziale di Berlino

Si sa ancora poco dei dettagli, ma da quanto si apprende le prime attività di formazione sarebbero già iniziate, con sette militari impegnati in attività di addestramento per la gestione remota dei satelliti. Un’apposita sotto-unità sarà inoltre responsabile dei cosiddetti “lanci operativi”, intesi come la capacità di mettere rapidamente in orbita nuovi satelliti per sostituire o integrare quelli esistenti in caso di crisi. La collocazione della nuova formazione all’interno della Luftwaffe configurerà le operazioni spaziali nelle strutture di comando già esistenti all’interno dell’aeronautica tedesca. L’organizzazione si occuperà di attività connesse ai sistemi satellitari e alla sorveglianza dello spazio, in coordinamento con le altre componenti militari interessate.

È particolarmente interessante il fatto che, pur non disponendo ancora di un lanciatore nazionale – e men che meno di un soggetto appaltatore privato in grado di fornire le infrastrutture di lancio su richiesta e in tempi celeri – le Forze armate tedesche stiano lo stesso costituendo forze militari dedicate alla predisposizione e alla gestione di lanci improvvisi e determinati da esigenze operative orbitali. A guardarla in questo modo, sembrerebbe quasi che Berlino intenda addestrare gli operatori prima ancora di disporre delle piattaforme. La domanda è dunque d’obbligo: la Germania è più avanti di quanto non ammetta sul fronte dell’accesso autonomo allo spazio?

Le “armi spaziali” americane

A metà settembre il segretario dell’US Air force, Troy Meink, ha dichiarato che gli Stati Uniti dispongono già di armi in orbita. Interpellato sulla loro natura, ha preferito non aggiungere ulteriori dettagli. Notizia confermata il giorno seguente dal nuovo capo delle operazioni spaziali, il generale Douglas Schiess, (appena subentrato a B. Chance Saltzman). Anche qui non sono stati forniti dettagli sull’esatta natura di queste armi, per quanto gli analisti sono concordi nel sostenere che non dovrebbe trattarsi di sistemi cinetici. Un annuncio a cui il portavoce del Cremlino, Dmitrij Peskov, ha risposto chiedendo che gli Usa frenino la loro corsa alla militarizzazione dello spazio. Appello, tuttavia, invecchiato molto male.

Il caso Iceye

Il 15 ottobre il satellite russo Kosmos 2612 ha cominciato ad avvicinarsi a Iceye-X36, un satellite radar (Sar) della società finlandese-americana Iceye che fornisce rilevamenti satellitari alle forze di Kyiv. Già il giorno successivo, Kosmos si trovava a pochi chilometri dal bersaglio, con cui ha poi giocato al gatto col topo per due giorni, passando davanti e dietro al satellite, prima di allontanarsi tra il 18 e il 19 ottobre. 

Per diversi osservatori si è trattato della prima operazione di rendez-vous and proximity (Rpo) di questo tipo contro un satellite commerciale, dal momento che finora i Kosmos avevano pedinato soprattutto assetti governativi americani, come accadde nel 2020 con Usa 245. Infatti, Kosmos 2612 era stato lanciato in aprile insieme ad altri satelliti russi, e a maggio quattro di essi, dal Kosmos 2610 al 2613, avevano già modificato la propria orbita avvicinandosi sempre ad Iceye-X36. All’epoca qualcuno aveva invitato a considerare l’evento come una “coincidenza orbitale”, ma i fatti del 15-19 ottobre rendono ormai palese che dietro ai movimenti del satellite russo ci fosse la precisa volontà di avvicinarsi al satellite di un operatore privato che lavora per un Paese in guerra con Mosca.

Lo spazio si fa caldo

Che diversi Paesi si siano dotati negli ultimi anni di Forze armate – più o meno strutturate – dedicate al dominio spaziale non è una novità. Dal 2019, anno di istituzione della Space Force, diversi Stati hanno costituito branche spaziali militari dedicate o incluso lo spazio all’interno delle prerogative delle proprie Aeronautiche (come hanno fatto tra gli altri Italia, Francia e Germania), ma le ultime settimane stanno registrando un nuovo trend: la costituzione di reparti spaziali combattenti. È il caso, ad esempio, dello Space Effects Squadron delle Forze armate britanniche, le cui prerogative includeranno “la capacità di disturbare, degradare o negare le attività avversarie”. Vale la pena sottolineare che per “reparti combattenti” non si intendono fantascientifici battaglioni di soldati-astronauti, bensì unità la cui specifica destinazione d’impiego riguarderà l’utilizzo di assetti spaziali pensati per condurre operazioni direttamente in orbita e contro assetti analoghi. Si tratta di una distinzione importante, dal momento che, finora, i reparti spaziali nelle varie Forze armate sono stati dedicati principalmente a impiegare assetti che hanno una diretta rilevanza per le operazioni sulla Terra. Si pensi, in questo riguardo, ad Iceye-X36, che osserva i movimenti russi dall’orbita. Ed è proprio la crescente dipendenza globale dai servizi spaziali a candidare i loro abilitatori, i satelliti, a bersagli privilegiati in caso di conflitto. Di conseguenza, gli Stati si stanno dotando degli strumenti per difenderli (e attaccarli) direttamente nello spazio e di personale in uniforme in grado di manovrarli. Per comprendere il cambio di paradigma in corso, si pensi al potere aereo: già nel XIX secolo i palloni aerostatici venivano impiegati per osservare gli eserciti nemici, ma fu solo con la Prima guerra mondiale e con l’impiego operativo dei primi velivoli che quello aereo è assurto a dominio del conflitto “completo”, con le conseguenze che conosciamo bene. Con i dovuti distinguo del caso, il dominio spaziale sta attraversando la stessa trasformazione, da elemento di supporto agli altri domini a scenario combat localizzato direttamente fuori dall’atmosfera. Non si tratta ancora di una transizione completa, la quale richiederà ancora diverso tempo, ma i movimenti (e gli stanziamenti) delle principali potenze non lasciano dubbi in merito: i prossimi conflitti si combatteranno direttamente in orbita.

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Vi racconto il ruolo dei cattolici nelle elezioni del Brasile, Paese di Nostra Signora Aparecida

La devozione del Brasile a Nostra Signora Aparecida avrà svolto un ruolo nella campagna elettorale brasiliana che questa notte ha visto prevalere per quattro milioni di voti il presidente uscente, il cattolico Lula? Può sembrare una battuta, ma che il voto brasiliano abbia visto gran parte della base cattolica mobilitata per Lula e di quella della galassia evangelicale sostenere lo sfidante Bolsonaro è noto. Ed è interessante che in queste ore alcuni giornali abbiano ricordato che durante la campagna elettorale, Flavio Bolsonaro abbia detto espressamente che avrebbe reso chiaro una volta Presidente che il Brasile appartiene solo a Gesù Cristo. La patrona del Brasile, però è Maria, Nostra Signora di Aparecida. Lasciamo stare la festa nazionale del 12 ottobre, quella appunto della patrona del Brasile, sarebbe stata rivista. Cosa c’è di politico nella presenza o assenza di questa “patrona”, di Nostra Signora di Aparecida?

Il ruolo della religioni, e in particolare la vicinanza di molti cattolici a Lula e il progressivo identificarsi degli evangelicali con l’altro fronte, indicano che le due idee di Dio sono molto diverse e questo ha ed ha avuto un peso politico evidente. Tutti i temi forti della politica di destra di Jair Bolsonaro e ora di suo figlio, Flavio Bolsonaro, incrociano la  visione di queste chiese, che ritengono la Bibbia “parola di Dio”, quindi da applicare alla lettera, senza interpretare o discutere. Lo slogan elettorale di Flavio Bolsonaro è stato “Dio, patria, famiglia”. Ma non ci sono solo questi tre termini: ci sono le “armi”, strumenti di difesa, ci sono la “droga” e l’“omosessualità”, cioè offese o sfide a Dio, e poi “aborto”, l’“educazione sessuale”, la “salute”, tutti temi che accompagnano il fronte guidato dai Bolsonaro da quando il padre Jair, già cristiano e cattolico, si fece battezzare da un influentissimo pastore evangelicale nelle acque del fiume Giordano. In questa tornata elettorale la linea evangelicale è stata rafforzato dal figlio, con l’ingresso prepotente dei temi apocalittici nel confronto politico. Una questione enorme.

È evidente che di tutto questo il tema della violenza e delle armi non può essere sottovalutato. Parliamo di un’America Latina dove gli assassinii perpetrati in questi ultimi anni raggiungono il 30% di quelli commessi nel mondo, con un popolazione che non arriva certo a tale percentuale. È chiaro che la violenza è un’emergenza vissuta come parte della propria quotidianità e l’idea di combatterla dando a tutti un’arma come strumento di difesa convince. Il contrario, che può apparire più logico, apparirà invece un lasciare alla malattia, alle varie forme di malavita, l’esclusiva della violenza armata. Ma è il legame con le altre proposizioni “religiose”, oltre che le connivenze politiche con ambienti non limpidi, che costituisce lo specifico di questo tempo e che danno alla vittoria di Lula un peso non solo brasiliano. Il cattolicesimo, antica fede prevalente in Brasile, ha perso consistenza nel tempo fino ad arrivare a qualcosa come il 50%, a fronte di una crescita costante dei pastori (i famosi telepredicatori) evangelicali e del consenso di cui godono le loro Chiese. Così il successo di Lula va capito e letto anche in questa chiave. Ovviamente non tutta la chiesa cattolica lo ha sostenuto, come non tutto il mondo protestante o segnatamente evangelicale ha sostenuto Bolsonaro, ma le tendenze popolari sono state queste: i sondaggi dicono che Lula ha ottenuto il sostegno del 48% dei cattolici, il suo sfidante circa il 27%: le percentuali si capovolgono nell’altro campo. E qui entra in campo il valore di Aparecida. C’è ancora? Sarà ancora un simbolo così forte?

Quando Benedetto XVI visitò il Brasile, un viaggio breve, non andò a Rio, dove è nota la presenza della grandissima statua di Gesù Cristo: dopo la grande messa celebrata a San Paolo si recò al santuario di Aparecida.

La storia di quella statua di Maria persa nel fiume attiguo e ritrovata dopo tempo da pescatori è notissima. Emerse per caso, quando alcuni pescatori furono mandati a pesca per offrire del buon pesce a un illustro ospite in transito. Prima trovarono il corpo, poi la testa, poi, si racconta, tanto pesce, prima assente. Ma tutto il tempo trascorso nell’acqua e le sostanza che vi si trovavano presenti ha reso quella statuetta lignea di un colore scuro, molto più di quanto accada normalmente. Questo ha diffuso l’idea, la percezione o il racconto di una vicinanza alla popolazione di colore, ai discendenti degli schiavi che costruiscono così ampia parte del Brasile. Ma, leggendo sulla stampa confessionale italiana, è un po’ più ampio  il “messaggio” forte, il valore della Vergine di Aparecida, ciò che ha maggior peso. Trovo interessante quanto ha scritto nel 2019 il Messaggero di San’Antonio: “L’immagine dell’Aparecida si ricollega all’Immacolata Concezione. Ha la luna sotto i piedi, e calpesta il serpente. I suoi sono quindi simboli di potere e di vittoria. Eppure la statuetta è nera e rotta. Si è fatta trovare da persone povere, facendo capire che preferisce rimanere in mezzo ai poveri per proteggerli. Sin dall’epoca del suo ritrovamento si sparse come un fulmine la notizia che la Vergine di Aparecida faceva miracoli in favore delle persone più povere e oppresse della società”.

La devozione mariana è diffusa in tanti Paesi dell’America Latina e visitando Aparecida ci si può facilmente ricordare del santuario boliviano di Copacabana, dove si venera un’altra Madonna scura, come gli Indios anche del vicino Perù, che giungono annualmente  fin lì in pellegrinaggio.

Chi conosce la storia di Nostra Signora Aparecida narra anche delle successive avventure, del ruolo di alcuni missionari cattolici accanto alla popolazione ma anche di altri, diversi comportamenti ecclesiali.

Ora è difficile dire se la devozione a Nostra Signora Aparecida abbia avuto un peso, un qualche ruolo nella scelta di quei cattolici che magari si erano astenuti al primo turno e che al ballottaggio, magari offesi dalla battuta di Flavio Bolsonaro che ha irriso Lula perché ha nove dita, avendone perso un dito in un incidente in fabbrica, come ha prontamente replicato nel dibattito televisivo, sono tornati a votare. Ma certo nella vittoria di Lula, all’ultimo momento utile, si può cogliere un senso cattolico, visto il coinvolgimento così tanto spesso citato dei cattolici nel sostegno a Lula, che il possibile, imminente viaggio di Papa Leone potrebbe cogliere come messaggio latino-americano: per la Chiesa cattolica non tutto è perso, ma le sfide sono enormi e il papa anche peruviano, vista la sua lunghissima permanenza in quel Paese e la conservazione anche di quella cittadinanza, lo sa bene.

Tra Teologia della Liberazione, emendata da errori di quel tempo, e Teologia del Popolo , forse si possono trovare bandoli importanti per ciò che verrà. E questo riguarda anche i temi che ha trattato Leone XIV nella sua enciclica, Magnifica Humanitas, dedicata all’Intelligenza Artificiale.

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Mediterraneo orientale. Le giravolte di Turchia, Libia ed Egitto spiegate da Caffio

I fattori geografici giocano un ruolo decisivo nel favorire le politiche di potenza degli Stati. La Grecia da anni fa perno sulle sue tante isole per proiettare i confini della Zee e della sottostante Piattaforma continentale (Pc) a ridosso della costa della Turchia. La quale a sua volta ha rovesciato il paradigma elaborando la teoria della Patria Blu (Mavi Marmar) con cui si è attribuita estesissimi spazi marittimi a danno di quelli delle isole greche.

Due opposte interpretazioni del diritto del mare si confrontano: rigidamente ortodossa quella greca nel seguire l’equidistanza geometrica senza tener conto di criteri di proporzionalità; più creativa quella turca che, per raggiungere i suoi scopi, spesso forza l’interpretazione delle norme.

Il Mediterraneo, con la sua conformazione ristretta, non consente iniziative marittime unilaterali. Quando questo si verifica, come nel nostro caso, si ha una forma di lawfare che crea estese grey zones dai confini incerti simili a quella del Mar della Cina

Memorandum turco-libico del 2019

Una mossa inaspettata ed estrema è stato nel 2019 il Memorandum di delimitazione tra il Governo di Accordo Nazionale (GNA) tripolino e la Turchia. L’intesa prevede una fascia diagonale di Pc, in un’area ricca di idrocarburi, tra l’Anatolia e la Cirenaica attribuendo una proiezione marittima alla costa turca in direzione est-ovest. Per conseguenza, le isole greche di Kastellorizo, Rodi, Scarpanto e Creta sono state private di qualsiasi spazio di Pc oltre le acque territoriali.

L’accordo ha ovviamente determinato varie proteste da parte greca che lo considerano nullo perchè contrastante con la Convenzione del diritto del mare (Unclos). Analoga la posizione della Ue nel non riconoscere efficacia all’iniziativa verso gli Stati terzi. L’Egitto ha egualmente subito condannato il Memorandum.

La risposta greca è stata immediata: nel 2020 ha firmato al Cairo un parziale accordo di delimitazione della Zee con l’Egitto che determina una sovrapposizione con la pretesa turco-libica: ignorando la costa anatolica, dà pieno effetto alle isole greche davanti al litorale egiziano sino al meridiano 28°. L’Egitto non ha tuttavia accettato la proposta greca di spingersi fino alla Zee di Cipro ed ha lasciato la porta aperta ad un successivo accordo con la Turchia.

Ratifica del Parlamento di Tobruk

Dopo essere stato in sonno per sette anni a testimoniare la difficile situazione interna della Libia divisa tra il GNA e quello del Libyan National Army (LNA), ora il Memorandum è stato ratificato lo scorso 20 dalla Camera dei Rappresentanti (HoR) di Bengasi.
Nella stessa seduta è stata votata la revoca di una precedente risoluzione sulla rottura delle relazioni diplomatiche tra il LNA ed Ankara.

Sono state così superate quelle riserve che – su istanza della HoR – avevano portato ad una pronuncia sfavorevole della corte di appello di Al-Bayda basata, sul fatto che il GNA di Tripoli non avessero l’autorità legale di siglare un simile accordo.

Reazioni internazionali

Immediata la reazione della Grecia che, assieme a Cipro, ha reiterato le iniziali proteste depositandole alle Nazioni Unite. Nicosia ha in particolare evidenziato i pericoli per la stabilità del Mediterraneo Orientale giudicando provocatoria l’iniziativa.
Molto decisa anche la posizione Ue che ancora una volta ha eccepito sia la nullità del Memorandum che la violazione dei diritti sovrani di propri Paesi membri.

L’Egitto ha ovviamente rinnovato la sua contrarietà. Tuttavia, a sorpresa, in un colloquio tenutosi il 24 ottobre ad Istanbul tra i rispettivi ministri degli esteri nell’ambito del Gruppo quadripartito di cui fanno parte Arabia e Pakistan, ha evidenziato la necessità per Turchia ed Egitto di negoziare un proprio accordo di delimitazione conforme ai principi equitativi dell’Unclos.

Più sfumata la posizione statunitense che, senza condannare il Memorandum, ha indicato i benefici di un approccio economico basato su investimenti ed estrazione delle risorse energetiche.

Verso una nuova fase

Artefice della nuova situazione è senz’altro la Turchia che, in questo modo, dimostra di aver superato le frizioni che la opponevano alla Cirenaica di Haftar perseguendo l’ambizioso progetto di estendere la sua influenza su una Libia unificata. Tutti da dimostrare invece i vantaggi concreti che ad Ankara verranno dalla ratifica del Memorandum visto che appare difficile lo sfruttamento di zone di mare contestate.

Proprio per questo, seguendo il consiglio degli Usa, l’Egitto potrebbe rilanciare l’Eastern Mediterranean Gas Forum (EMGF) invitando la Turchia a farne parte.

Più difficile prevedere la futura linea di Grecia e Cipro che, forti dell’appoggio Ue, al momento sembrano sul piede di guerra.

Quanto all’Italia, noi non siamo confinanti lateralmente con la Pc libica avendo ad est un limite già concordato con la Grecia. Tuttavia, oltre ad essere direttamente interessati a mantenere buone relazioni con la Turchia in una futura Libia riunificata, abbiamo proposto a Tripoli di iniziare un negoziato di delimitazione: si tratta dell’area a sud est della Sicilia dove la Pc libica si sovrappone in parte a quella Maltese la quale, a sua volta, è in overlapping totale con la nostra.

Da notare infine che nel 2023 l’Eni, per voce di Claudio Descalzi, dichiarò che l’accordo per la costruzione del gasdotto EastMed avrebbe dovuto necessariamente includere la Turchia, a significare la necessità di superare le contrapposizioni sulle pretese marittime in una prospettiva economica.

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Portuguesa Tekever vende drones às operações especiais dos EUA

Fabricante de drones assentes em inteligência artificial não divulgou o valor do negócio, nem o número, o modelo e a configuração específica dos sistemas adquiridos. A portuguesa Tekever, fabricante de drones assentes em inteligência artificial (IA), anunciou esta segunda-feira a compra de sistemas aéreos não tripulados (UAS) pelo Comando de Operações Especiais dos Estados Unidos (USSOCOM), sem adiantar o valor da operação. Os sistemas “concluíram com sucesso um programa de ensaios de validação e aceitação, apoiado por ações de formação específicas, com uma extensa campanha de voos realizada em vários locais”, refere a empresa, que não divulga o número, o

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Um triângulo negro passou por um local militar nos EUA. Ninguém explica o que era

Era um objeto triangular muito rápido. Desapareceu de repente e em silêncio. O caso consta de uma nova leva de ficheiros desclassificados pelo Pentágono. Dois observadores militares seniores dizem ter visto um misterioso objeto triangular negro a voar a uma velocidade extraordinariamente alta sobre um local sensível no oeste dos EUA, no início deste ano. O relato consta do mais recente conjunto de avistamentos de OVNIs divulgado na sexta-feira pela administração Trump. O objeto não identificado não tinha nenhuma das características de uma aeronave militar convencional, segundo o relatório entregue ao Departamento de Defesa, e desapareceu de repente e em

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Era um objeto triangular muito rápido. Desapareceu de repente e em silêncio. O caso consta de uma nova leva de ficheiros desclassificados pelo Pentágono. Dois observadores militares seniores dizem ter visto um misterioso objeto triangular negro a voar a uma velocidade extraordinariamente alta sobre

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Irão tem planos detalhados para atacar cabos submarinos do Golfo se a guerra recomeçar

A Guarda Revolucionária do Irão ameaça atacar sete grandes cabos de internet sob o Estreito de Ormuz. Teerão traçou planos pormenorizados para atacar cabos submarinos de comunicações no Golfo, caso os Estados Unidos e Israel voltem a atacar o Irão, disseram à Reuters dois altos responsáveis da segurança iraniana. As declarações surgiram depois de responsáveis iranianos terem avisado que os cabos submarinos da região podem tornar-se alvos num novo conflito, se a diplomacia com Washington colapsar. Os dois responsáveis, que falaram sob anonimato, deram poucos detalhes e não disseram ao certo como nem onde Teerão levaria a cabo esses ataques.

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Discretamente, a Finlândia terá entregado à Ucrânia a sua rara frota de defesa aérea ItO 90M

Um sistema finlandês de defesa aérea até agora desconhecido apareceu ao serviço na Ucrânia. Aparentemente, os raros lançadores ItO 90M de Helsínquia estão agora a ser usados para defender Kiev de mísseis de cruzeiro, aviões e drones a jato russos cada vez mais rápidos. A Ucrânia confirmou publicamente a presença de sistemas finlandeses ItO 90M, deixando claro que os lançadores tinham sido transferidos sem aviso prévio. Os sistemas já estão integrados na rede de defesa aérea que defende o país contra mísseis de cruzeiro, aviões e drones a jato, diz a United 24 Media. Segundo a Defense Express,  o sistema

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Um sistema finlandês de defesa aérea até agora desconhecido apareceu ao serviço na Ucrânia. Aparentemente, os raros lançadores ItO 90M de Helsínquia estão agora a ser usados para defender Kiev de mísseis de cruzeiro, aviões e drones a jato russos cada vez mais rápidos. A Ucrânia confirmou publicamen
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Menezes ameaça enviar jovens para a porta de Montenegro; “Discurso da parvoíce”

Em causa um campo de futebol em Gaia. Luís Filipe Menezes acusa Governo de atrasos, Nuno Melo já respondeu. Luís Filipe Menezes abriu uma sessão da revisão do Plano Diretor Municipal (PDM) de Vila Nova de Gaia, nesta quinta-feira. Entre promessas de 100 casas no final deste ano, que estavam abandonadas, e garantias de construção de 1.000 casas num ano e meio, ou de 4 mil casas em terrenos da Câmara, ficou um recado a Nuno Melo. Sem dizer o nome do ministro da Defesa, o presidente da Câmara Municipal de Vila Nova de Gaia recordou um terreno – campo

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La Scandalosa Proibizione del Papa ai Cattolici Tradizionalisti di Entrare in Processione a San Pietro.

Marco Tosatti

Cari amici e nemici di Stilum Curiae, offriamo alla vostra attenzione questo articolo pubblicato da Messa in Latino, che ringraziamo per la cortesia. Ci sembra scandaloso e sbalorditivo il comportamento della Santa Sede, e del papa Leone XIV, evidentemente molto mal consigliato, nei confronti di questi fedeli cattolici. Che fra l’altro, in Paesi come la Francia, dove la frequenza alla messa è ridotta a cifre bassissime, costituiscono una testimonianza forte e costante. Nel disinteresse della gerarchia. Buona lettura e condivisione.

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Christian Marquant: il Papa ci ha negato San Pietro ritenendo che l’anno scorso l’accesso sia stato strumentalizzato
 Enrico  venerdì, 23 Ottobre 2026, 16:45

Il Presidente dell’Associazione Paix Liturgique, che ha dedicato una vita nella difesa della Messa di sempre, conclude con parole dirette, chiare e incisive il nostro incontro.

Prendendo le mosse dalla testimonianza di o’Reilly, ha ricordato che in Francia esistono ben cento scuole circa fondate da famiglie tradizionaliste. Creare scuole è perfino più facile che creare una cappella col consenso dei vescovi…

Passando all’esame della situazione ecclesiale, osserva il Relatore che è ben triste essere ignorati dalla gerarchia della Chiesa. Ignorati nel senso letterale: non sanno chi siamo, che cosa facciamo. Non conoscono altro che la Fraternità S. Pio X, e anche quella assai male.

Facciamo un esempio: nel 1976 un sondaggio dell’IFOP (ente ufficiale) aveva certificato che il 50% dei cattolici francesi (sia praticanti, sia non) dicevano che la Chiesa era andata troppo avanti con le riforme e il 25% circa dava ragione a Lefebvre che aveva ordinato sacerdoti senza autorizzazione. Reazione dei vescovi: nessuna,

Nel 2001 (quindi prima di Benedetto XVI) il 25% avrebbe voluto seguire la liturgia tradizionale. Solo il 10% era contrario, il resto indifferente.

Dopo il motu proprio gli stessi sondaggi, in vari paesi, riportavano una percentuale di circa un terzo che avrebbe voluto frequentare la Messa antica; e tra gli altri, l’assoluta maggioranza non era contraria ad una liberalizzazione.

Ebbene: la Chiesa ufficiale non ha mai riconosciuto questo anelito dei fedeli.

Eppure in Francia, in 50 anni, i cattolici praticanti sul totale della popolazione sono passati dal 50% al 4% (considerando chi va a Messa almeno una volta al mese); 2% chi ci va ogni settimana. I fedeli hanno ‘votato con i loro piedi’. Ma la Chiesa ufficiale se ne infischia.

Perché non spiegare queste cose al Papa? Ci abbiamo provato, tramite mons. Schneider, che ha ottenuto udienza nel dicembre scorso. Nel corso dell’incontro, parlando della Messa in San Pietro l’anno scorso, Papa Leone ha osservato: “Quella Messa è stata strumentalizzata“. Che cosa intendeva? Forse è stato infastidito dalla grande affluenza o, più ancora, dal fatto che la stampa vi abbia dato grande risalto.

E di fatto quest’anno la Messa a San Pietro è stata negata!

Anzi, notizia freschissima, non solo la Messa, ma perfino l’accesso alla basilica ci è stato interdetto, e questo senza nemmeno l’apparenza di un pretesto (che comunque sarebbe inverosimile).

Vedremo domani, che cosa succederà.

Quest’anno, ci sono pochi alti prelati al nostro convegno. Il vento non è favorevole in questi ultimi mesi ed essi sentono dove gira l’aria. Ci sono pochi vescovi con il coraggio di un Atanasio o Ilario di Poitiers…

Ma noi laici non ci facciamo certamente intimidire. Abbiamo visto momenti ben peggiori e le difficoltà, quando non addirittura le persecuzioni, sono coessenziali nella Chiesa militante.

In Francia, dopo Summorum Pontificum, ci sono state 700 domande di nuove Messe (e queste solo solo quelle recensite). Quante ne sono state ottenute? Solo una frazione. Bisogna quindi perseverare nel chiedere, insistere, combattere persino. Quaerite et invenietis, pulsate, et aperietur vobis…

Christian racconta di aver chiesto almeno dieci volte un incontro col card. Roche. Senza esito. Ai dipendenti del suo Dicastero che chiedevano la ragione della richiesta, rispondeva: per salutarlo, visto che venivo regolarmente a trovare il suo predecessore; per ricevere istruzioni e anche solo per bere un caffé insieme. Nulla: nemmeno un confronto sincero.

E’ più facile prendere la strada facile del declino, a quanto pare, che reagire e invertire il pendio.

Evidentemente, hanno paura di noi. Noi non esistiamo ufficialmente, ma facciamo paura, perché i nuovi sacerdoti e i fedeli simpatizzano per noi e non comprendono le ragioni (ché sono irrazionali e inesistenti) di impedirci di pregare come tutti i nostri avi hanno fatto.

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Uma startup quer criar “cães de guerra” geneticamente melhorados

Palmer Luckey junta-se ao bilionário dos lobos gigantes Ben Lamm e lança a Warhound, com 200 milhões de dólares, para soltar cães de guerra clonados por engenharia genética. A Warhound saiu da sombra na quarta-feira com 200 milhões de dólares de financiamento e a missão de criar “cães de trabalho de elite” equipados com “blindagem corporal avançada”. A missão nada assusradora da nova startup é criar cães geneticamente melhorados para as forças armadas, a polícia e os socorristas dos Estados Unidos. A Warhound saiu da cabeça de Palmer Luckey, da Anduril, e de Ben Lamm, cofundador da Colossal Biosciences. Em

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Palmer Luckey junta-se ao bilionário dos lobos gigantes Ben Lamm e lança a Warhound, com 200 milhões de dólares, para soltar cães de guerra clonados por engenharia genética. A Warhound saiu da sombra na quarta-feira com 200 milhões de dólares de financiamento e a missão de criar "cães de trabalho de

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La pace da difendere, la sicurezza da costruire. Tutti i protagonisti della festa di Airpress a Villa Blanc

Difendere la pace significa assumersi responsabilità politiche, disporre di capacità militari credibili e poter contare su un’industria in grado di sostenerle. È questo il filo conduttore dell’evento annuale di Airpress, dal titolo Arsenale per la pace, cha ha riunito a Villa Blanc, a Roma, rappresentanti delle istituzioni, vertici delle Forze armate e protagonisti dell’aerospazio e della difesa. Una serata per confrontarsi sul futuro della sicurezza italiana ed europea, nella consapevolezza che deterrenza, innovazione tecnologica e capacità industriali sono parte integrante di una strategia capace di preservare la pace.

La pace, la difesa e la responsabilità della politica

Il rapporto tra deterrenza e sicurezza europea ha attraversato il confronto tra Isabella Rauti, sottosegretario di Stato alla Difesa, Lorenzo Guerini, presidente del Copasir e Alessandro Azzoni, rappresentante permanente d’Italia presso la Nato. Tre prospettive istituzionali diverse, accomunate dall’esigenza di rafforzare le capacità di difesa e, soprattutto, di spiegare ai cittadini le ragioni delle scelte necessarie per garantire la sicurezza.

A richiamare la politica alle proprie responsabilità è stato Guerini, invitandola ad affrontare questi temi “senza mentire all’opinione pubblica per un voto in più”. Il disimpegno americano in Europa impone, secondo il presidente del Copasir, un salto di qualità negli investimenti comuni, nella pianificazione militare e nella cooperazione industriale. Una responsabilità che riguarda anche il rapporto con i cittadini, come ha ricordato Rauti. “Per decenni abbiamo dato la pace per scontata, oggi sappiamo che va difesa ogni giorno”. La deterrenza, nella lettura del sottosegretario, è anzitutto uno strumento per prevenire i conflitti e tutelare le società democratiche.

È su questo rapporto tra sicurezza e consapevolezza pubblica che si è soffermata Flavia Giacobbe, direttore di Formiche e Airpress, spiegando la scelta del titolo. Un richiamo al legame tra capacità di difesa, deterrenza e innovazione, in una stagione di confronto permanente non sempre compresa dall’opinione pubblica italiana.

Una comunità riunita

La fotografia della serata restituisce anche una politica capace di ritrovarsi attorno ai temi della sicurezza. A Villa Blanc erano presenti Giorgio Mulè, vicepresidente della Camera, Maurizio Gasparri, presidente della Commissione Affari esteri e difesa del Senato, Gianfranco Fini, già presidente della Camera, Lorenzo Cesa, presidente della delegazione italiana presso l’Assemblea parlamentare della Nato e Giulio Terzi di Sant’Agata, presidente della Commissione politiche dell’Ue, insieme a numerosi altri esponenti del Parlamento tra cui Raffaele Nevi, Stefano Graziano, Giulia Pastorella, Stefania Pucciarelli, Alberto Pandolfo, Elena Murelli, Andrea Casu, Lavinia Mennuni, Tilde Minasi.

Accanto alla politica, chi della difesa conosce soprattutto la dimensione operativa. A rappresentare le Forze armate, tra gli altri, il generale Franco Federici, consigliere militare del presidente del Consiglio, il generale Antonio Conserva, capo di Stato maggiore dell’Aeronautica militare, e l’ammiraglio Fabio Gregori, sottocapo di Stato maggiore della Marina militare. Una presenza che abbracciava anche il settore degli armamenti, con Luisa Riccardi, vicedirettore nazionale degli Armamenti, il generale Luca De Martinis, direttore degli Armamenti aeronautici, e l’ammiraglio Cristiano Nervi, direttore degli Armamenti navali. A completare il quadro delle responsabilità operative, il generale Giovanni Gagliano, comandante delle Forze di supporto al combattimento dell’Esercito, e l’ammiraglio Sergio Liardo, comandante generale del Corpo delle Capitanerie di porto. Non mancava poi l’esperienza di chi ha guidato le Forze armate ai massimi livelli, come gli ex capi di Stato maggiore Vincenzo Camporini, Enrico Credendino e Pietro Serino. Una partecipazione che ha riunito generazioni diverse della leadership militare italiana, tra responsabilità attuali ed esperienza maturata ai vertici.

L’industria e le capacità della difesa

Alle scelte della politica e alle esigenze delle Forze armate devono corrispondere tecnologie, competenze e capacità produttive. Una riflessione che parte dalla necessità di ampliare il concetto stesso di sicurezza, come ha sottolineato Massimo Claudio Comparini, managing director della Space division di Leonardo, richiamando la protezione delle infrastrutture critiche, delle economie e degli spostamenti. Una visione che deve andare “oltre quello che ci porta a pensare solo alle applicazioni militari”, per riconoscere il valore strategico delle tecnologie anche nella dimensione civile.

In questa prospettiva, la solidità della filiera industriale nazionale assume un peso centrale. Per Paolo Graziano, executive chairman di Magnaghi Aerospace Group, l’innovazione nella difesa è essenziale per “preservare le competenze dell’Italia e la sua competitività nel mondo”. Competenze che devono tradursi in capacità produttive, come ha evidenziato Frank Paul Spina, managing director e general manager di Northrop Grumman Italia, sottolineando la necessità di sviluppare capacità “concrete, affidabili e producibili su scala”, in grado di rispondere alle crescenti esigenze operative. Una sicurezza che passa anche dalla resilienza delle infrastrutture e dalla continuità operativa, ambiti nei quali Francesco Miraglia, business unit director government, intelligence & defense di CBRE, ha richiamato il “ruolo strategico” del Facility management.

Accanto a queste realtà, a Villa Blanc erano presenti numerose altre aziende del settore, alcune delle quali hanno anche contribuito a sostenere l’iniziativa, a testimonianza della varietà di competenze industriali che ruotano attorno al mondo della difesa e dell’aerospazio.

Tra confronto politico, vertici militari e industria, la festa di Airpress ha restituito il ritratto di una comunità chiamata a confrontarsi sulle stesse sfide, pur con responsabilità differenti. Un’immagine che riassume lo spirito di Arsenale per la pace, ricordando quanto la sicurezza dipenda dalla capacità di far dialogare scelte politiche, competenze militari, innovazione tecnologica e capacità industriali.

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A Igreja, o elo mais fraco

VTM

Espanta-me esta tomada de posição, tanto mais que, por esse país fora, são frequentes cerimónias semelhantes, sem que se tenha feito sentir o mesmo zelo persecutório por parte da referida associação.

A título de exemplo, recordo a cerimónia anual realizada no dia 10 de junho, junto ao Monumento aos Combatentes do Ultramar, em Belém, onde tem lugar uma celebração religiosa que conta com a participação de um sacerdote católico e de um representante da religião islâmica.

Eu próprio tenho participado na inauguração de monumentos de homenagem aos Combatentes do Ultramar, de norte a sul do País, muitos deles da minha autoria, cujos custos foram e são partilhados com as autarquias ou, em numerosos casos, integralmente por estas suportados. Em muitas dessas inaugurações, a cerimónia inclui a bênção de um sacerdote católico, sem que tal tenha suscitado a polémica que agora veio a público a propósito da Escola Secundária de Cascais.

Pergunto-me, por isso: terá sido o facto de a bênção ter sido presidida pelo Patriarca de Lisboa, em vez de por um sacerdote menos conhecido, que conferiu a este acontecimento tamanha notoriedade?

Este episódio faz-nos recordar tempos de triste memória, vividos durante a Primeira República, quando a Igreja Católica foi perseguida. Sendo Portugal um Estado laico, importa não confundir laicidade com laicismo. A laicidade pressupõe a neutralidade e a imparcialidade do Estado perante as diferentes convicções religiosas e não religiosas, respeitando a liberdade de consciência e os valores individuais. O laicismo, por seu lado, pode assumir uma postura militante de oposição à expressão religiosa na vida pública.

É precisamente essa atitude de intolerância perante uma manifestação religiosa que parece estar em causa neste episódio. A liberdade religiosa não deve servir apenas para proteger quem não professa qualquer religião; deve igualmente garantir a quem tem uma fé o direito de a expressar, dentro dos limites da lei e do respeito pelos outros.

Quando a neutralidade do Estado é invocada seletivamente para contestar manifestações de fé, corre-se o risco de transformar um princípio de liberdade num instrumento de exclusão. E, nesse cenário, a Igreja parece tornar-se, uma vez mais, o elo mais fraco.

P.S. – No artigo que subscrevi no passado mês de setembro, foram cometidas duas imprecisões, pelas quais me penitencio. A primeira diz respeito à identificação da Rua dos Caminhos de Baixo, quando, na realidade, se trata da antiga Rua da Portela. A segunda prende-se com o brasão de armas existente na fachada principal da casa, que pertencia à família Carvalho Magalhães, e não à família do Dr. Sebastião Feyo.

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Orbita bassa, tensione alta. Cosa sappiamo sul “caso Kosmos 2612”

Ventisei metri al disastro. Tanto sarebbe stata, secondo i dati di tracciamento pubblici, la distanza minima tra il satellite militare russo Kosmos 2612 e l’Iceye X36, satellite radar ad apertura sintetica (Sar) registrato negli Stati Uniti e appartenente alla società di origine finlandese Iceye. L’incontro è avvenuto il 19 ottobre, come riporta The War Zone. LeoLabs, società specializzata nel monitoraggio orbitale, è più prudente e parla di circa 500 metri, che rimane una vicinanza comunque anomala per due oggetti che viaggiano a migliaia di chilometri orari senza alcun coordinamento. Nel 2020 bastò che il Kosmos 2542 si avvicinasse a 150 chilometri da un satellite spia americano per scatenare un caso internazionale. Oggi, la distanza è una frazione di quella.

Il bersaglio non è casuale. Le immagini Sar di Iceye, utilizzabili di giorno, di notte e con qualsiasi condizione meteo, sono impiegate da anni dalle autorità ucraine anche per l’individuazione degli obiettivi, e secondo voci mai confermate l’X36 opererebbe sotto un controllo più diretto di Kyiv. Il Kosmos 2612 fa parte di un gruppo di sei satelliti lanciati da Mosca lo scorso aprile con un unico vettore Soyuz, con ogni probabilità “ispettori” capaci di avvicinarsi ad altri oggetti in orbita. Già a maggio tre di loro avevano sfiorato l’X36, e secondo l’amministratore delegato di Iceye, Rafal Modrzewski, lo spostamento del satellite da parte dell’azienda aveva provocato nuove contromanovre russe.

La fase decisiva è iniziata il 30 settembre, quando il Kosmos 2612 si è riportato sullo stesso piano orbitale e quasi alla stessa quota del bersaglio. L’astrofisico Jonathan McDowell l’ha definito il primo rendez-vous in orbita bassa tra due satelliti attivi senza il consenso di uno dei proprietari. LeoLabs descrive un avvicinamento controllato, l’aggiramento dell’obiettivo, una lunga permanenza nelle sue vicinanze e un allontanamento altrettanto preciso: capacità che richiedono pianificazione, propellente e sensori di bordo sofisticati.

Lo schema è noto. Nel 2020 il Pentagono accusò il Kosmos 2543 di aver testato un’arma antisatellite rilasciando un piccolo oggetto in orbita. La capacità di affiancare un altro veicolo apre a opzioni cinetiche e non: bracci robotici, aerosol per accecare le ottiche, disturbo elettronico, impatto diretto. Ma anche la sola minaccia produce effetti, costringendo il bersaglio a spostarsi, a consumare carburante e a ridurre la propria vita operativa, mentre l’osservazione ravvicinata ne rivela caratteristiche e punti deboli.

Sulle intenzioni di Mosca restano margini di incertezza, con gli analisti che non escludono nulla, dall’intimidazione al sabotaggio, ma anche l’opzione secondo cui quanto osservato non prova un intento ostile ma è compatibile con raccolta di intelligence, coercizione o preparazione di operazioni controspaziali. Ma al di là delle intenzioni, il messaggio è chiaro. Mosca ha dimostrato di poter raggiungere, affiancare e tenere sotto pressione un satellite commerciale occidentale che sostiene lo sforzo bellico ucraino, colpendo proprio quella democratizzazione dello spazio che ha permesso a Kyiv di compensare l’assenza di una costellazione propria. Con palesi ricadute in ambito strategico.

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Duas raças e uma história de resistência para preservar o território

VTM

Com percursos distintos, mas marcados por desafios semelhantes, Maronesa e Barrosã continuam presentes em explorações familiares de Trás-os-Montes e do Barroso. A produção de carne, a certificação DOP, a adaptação das explorações e o recurso a novas ferramentas de gestão genética convivem com práticas tradicionais de pastoreio e com uma forte ligação aos lameiros e baldios. Entre a necessidade de modernizar e a preocupação em preservar as características das raças, os criadores procuram encontrar formas de assegurar o futuro de um património que ultrapassa a dimensão económica.

Maronesa

A raça Maronesa conta atualmente com 4350 fêmeas reprodutoras em linha pura e 180 machos reprodutores, mantendo um efetivo estável há cerca de duas décadas. Segundo Paula Teixeira, da Associação de Criadores do Maronês (ACM), a raça está presente em 40 concelhos do país, embora cerca de 70% das explorações se concentrem no seu solar, nas regiões de Alvão-Marão e Padrela-Falperra, sobretudo em Vila Real, Vila Pouca de Aguiar, Ribeira de Pena e Mondim de Basto.

Apesar da estabilização, a continuidade da raça enfrenta desafios como o envelhecimento dos criadores, a falta de sucessão geracional, os custos de produção e o abandono rural. “A renovação geracional está muito abaixo do ritmo de envelhecimento dos atuais criadores”, alerta Paula Teixeira, que aponta ainda o acesso à terra e a burocracia como obstáculos à entrada de novos produtores.

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Gli italiani e la difesa, un rapporto ancora da costruire. Coticchia e Mazziotti spiegano perché

Gli italiani si fidano delle loro Forze armate, ma questa fiducia non si traduce automaticamente nel sostegno al riarmo, alla deterrenza o alle missioni internazionali. È quanto emerge dal sondaggio realizzato da YouGov per l’Università di Genova all’interno di una ricerca sul rapporto tra gli italiani e il mondo della Difesa. I numeri descrivono bene la distanza: il 67,5% dichiara molta o abbastanza fiducia nelle Forze armate, ma solo il 35,2% le ritiene in grado di difendere l’Italia dalle minacce esterne e ancora meno si dicono favorevoli all’aumento delle spese militari. Per Fabrizio Coticchia, professore ordinario di Scienza politica all’Università di Genova, e Matteo Mazziotti di Celso, ricercatore presso la scuola Imt Alti Studi di Lucca, il risultato non sorprende, ma riflette trent’anni di narrazioni politiche sulla Difesa, aggravata da un dibattito pubblico concentrato quasi solo sulle spese a discapito delle ragioni della necessità dello strumento militare.

Spese militari e leva restano divisivi

L’Italia è un Paese pacifista? In parte. “Sicuramente gli italiani sono pacifisti, nel senso che sono critici rispetto all’aumento delle spese militari”, spiega Coticchia. Infatti, il 28,2% degli intervistati vorrebbe aumentare la spesa, il 33,9% ridurla e il 25,7% lasciarla così com’è. E chi è favorevole la vorrebbe finanziata a debito, non con nuove tasse né con tagli al welfare. Dati simili emergono anche rispetto al rischio personale. In caso di attacco all’Italia, il 31% dichiara che combatterebbe, mentre il 52,6% risponde di no. Il quadro, riassume Coticchia, è quello di “una riluttanza sia a spendere di più, sia a combattere”. Altro caso emblematico riguarda la reintroduzione della leva. Il campione si divide quasi a metà, col 45,2% di favorevoli e il 46,8% di contrari. Ma il dato cambia sensibilmente se si introduce la discriminante dell’età. “Sono molto più quelli che sono a favore fra le persone di una certa età rispetto ai giovani”, evidenzia Coticchia. Tra i 18-24enni, infatti, i favorevoli sono il 22,1%, mentre tra i 45-54enni il dato sale al 56,9%. In altre parole, a sostenere il ritorno della leva sono soprattutto coloro che, se venisse ripristinata, non sarebbero chiamati a farla.

Sensibilità e posizioni politiche

La difesa non è più un argomento bipartisan. “Sul tema della difesa ci si divide molto ormai”, osserva Mazziotti di Celso, e per l’Italia ciò rappresenta una dinamica “abbastanza nuova”. Contano l’età e soprattutto l’appartenenza politica, in linea con quanto segnala la letteratura scientifica, gli elettori tendono ad adottare le posizioni del partito che sentono più vicino. Sull’aumento della spesa, ad esempio, a favore è il 51,5% degli elettori vicini a Fratelli d’Italia, il 48% di Forza Italia, il 32% della Lega e il 26,8% del Pd; tra M5S e Avs prevale la richiesta di ridurla. Sulla politica estera, il 27,8% vuole che l’Italia faccia da sé, mentre il 24,3% punta sulla difesa europea. 

Dentro gli schieramenti ci sono anche delle sorprese. Il Movimento 5 Stelle è più vicino alla Lega nel preferire una politica estera autonoma, mentre Pd e sinistra guardano a Unione europea e Nazioni Unite. Il piano europeo Rearm Europe non convince né la destra radicale né la sinistra, di norma europeista: il 44,6% è contrario mentre il 28% favorevole. E proprio tra gli elettori leghisti, tra i più favorevoli all’uso dei militari per la sicurezza interna, si registra la minore disponibilità a combattere in caso di attacco al Paese (22,5%). Il populismo, invece, pesa meno di quanto ci si aspetti. “Non c’è una grande differenza tra populisti e non populisti”, dice Coticchia, che evidenzia come a distinguere di più rimanga l’asse destra-sinistra. Anche la classificazione delle minacce segue queste linee. In testa ci sono il cambiamento climatico (37,5%, soprattutto tra giovani e a sinistra) e l’immigrazione irregolare (32,5%, più tra gli anziani e a destra); l’aggressività russa è al 19,8%, sebbene il 50,5% degli intervistati giudichi probabile un attacco contro l’Europa. “Non è vero che non c’è questa minaccia”, sottolinea Coticchia, “anche se resta da capire di che tipo sia, ibrida o meno. Su questo c’è molta confusione”. 

Il confronto con le altre opinioni pubbliche europee

Rispetto alle opinioni pubbliche del resto d’Europa, le differenze sono poche, ma nette. Sulla fiducia nelle Forze armate e sul sostegno alla leva l’Italia è in linea con gli altri. Anche la scarsa voglia di combattere non è un’eccezione, fatti salvi i casi di Turchia, Paesi scandinavi e baltici. Lo scarto maggiore si riscontra sul tema delle spese militari. “L’Italia è molto più contraria all’aumento delle spese militari degli altri paesi, persino della Spagna”, spiega Coticchia, sottolineando che Madrid, pur opponendosi all’obiettivo del 5% del Pil, nell’ultimo anno ha aumentato le spese militari più di Roma. 

A colpire è anche lo scarto tra l’attivismo italiano all’estero e il sostegno in Patria alle operazioni multilaterali. “L’Italia cerca di aumentare la propria credibilità all’estero rispondendo di sì agli appelli di Nato e Unione Europea, ma a livello domestico si cerca di nascondere o diluire questo tipo di informazioni”. Comprensibile sul piano elettorale, ammette Coticchia, ma “totalmente controproducente nell’idea di sviluppare una cultura e una politica di difesa. Serve maggiore trasparenza, ma questa trasparenza rappresenta un costo politico che i partiti al momento non sembrano voler pagare”.

Come gli italiani vedono i militari

L’alto grado di fiducia espressa nei confronti delle Forze armate, spiega Mazziotti di Celso, va capita: gli italiani vedono la Difesa come “un’istituzione innocua, non pericolosa per la società e composta da gente onesta”. Ciò non solo in virtù di eventuali legami amicali o familiari con il personale in uniforme, ma anche per i benefici visibili in casa: attività come l’assistenza in caso di calamità naturali (82,2%), il supporto alle forze di polizia (67%) e l’operazione Strade sicure (il 77,7% vuole almeno mantenerla) registrano il maggior gradimento. Il peacekeeping e le missioni all’estero, attività più classicamente militari, si fermano invece al 45,8%. Nelle parole di Mazziotti di Celso: “Gli italiani vogliono bene alle Forze armate, però evidentemente non devono essere ‘troppo armate’ nei compiti che svolgono”.

Lo stesso meccanismo spiega perché minacce molto diverse (dalla crisi climatica alla Russia) finiscano sotto un unico ombrello. “Il ‘nemico’ nelle nostre operazioni militari non è mai stato citato, nonostante le nostre Forze armate siano state coinvolte in diversi combattimenti”, sottolinea Coticchia, “dall’Afghanistan a Mogadiscio”. L’Italia, come la Nato e l’Ue, ha adottato negli anni la logica della gestione delle crisi (crisis management), non quella della difesa da un avversario tradizionale, non solo sul piano dottrinario ma anche su quello comunicativo. Ciò, spiegano Coticchia e Mazziotti, ha contribuito ad associare sempre di più le Forze armate a compiti che non afferiscono direttamente alle competenze della Difesa. I ricercatori, ad esempio, citano il caso dell’impiego dei militari nella gestione dei flussi migratori. “È un problema di natura militare? Assolutamente no”, osserva Coticchia, “eppure è successo dagli anni Novanta, anche con governi di colore diverso, a partire dalla crisi in Albania”.

A complicare il tutto c’è poi una comunicazione pubblica poco chiara, avida di dettagli e troppo spesso demandata alla sola lettura degli atti burocratici, in grado di mettere in difficoltà persino gli addetti ai lavori nella valutazione delle iniziative e delle attività in corso. Vedasi, a tal proposito, il caso Task Force Arabia. Il problema è che tali forme di reticenza comunicativa alimentano a loro volta sospetto da parte dell’opinione pubblica, innescando un ciclo di mutua incomprensione che aiuta a spiegare i risultati, apparentemente paradossali, dell’indagine di YouGov.

Una cultura della difesa da costruire, ma insieme

Dunque, gli italiani si fidano delle loro Forze armate, ma le preferiscono quando svolgono incarichi di polizia, ritengono le minacce esterne reali, ma non vogliono aumentare le spese, mentre al Paese manca ancora un dibattito pubblico informato sui temi della difesa che, però, continua a preferire la voce degli opinionisti a quella degli addetti ai lavori. Come si esce dal paradosso? Non con le iniziative nelle scuole che, secondo Coticchia, che rischiano di produrre la reazione opposta e di far passare un messaggio sbagliato. Serve piuttosto un dibattito trasparente, anche se costoso politicamente: “Se come Paese vogliamo adottare delle scelte solide, strutturate, tali scelte devono essere scelte legittime, e la legittimità deriva dalla condivisione e dalla trasparenza”. La via maestra, secondo i ricercatori, sta nel perseguire un salto di qualità nella comunicazione, al pari di come hanno fatto gli Esteri e l’Intelligence. La Difesa, dice Coticchia, “dovrebbe farlo maggiormente, in maniera seria, coinvolgendo l’Accademia, la società civile e anche coloro che vi si oppongono”. 

Dall’altra parte, Mazziotti di Celso invita a una maggiore comprensione del pubblico nei confronti dei militari, che devono abituarsi a interagire con la società civile e temono un clima di ostilità nei loro confronti. Per questo, conclude, la responsabilità di fare dei passi avanti ricade su entrambi: “Le Forze armate devono aprirsi maggiormente alla società civile, interagire di più, dire di sì invece di dire di no, prendersi dei rischi”, e allo stesso tempo “la società civile deve fare uno sforzo di comprensione”, evitando giudizi ideologizzati e apriorismi. 

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Dalle vetrine infrante alla guerra ibrida, la risposta del governo alle proteste. Parla Gardini

I teppisti delle piazze italiane sono sfuggiti a una rete educativa che non ha funzionato, anche per colpa di una sinistra giustificazionista, che non boccia, che non punisce, che non indirizza. Il governo con il nuovo provvedimento varato in Consiglio dei ministri prova a cambiare registro. Lo dice a Formiche.net Elisabetta Gardini, vicecapogruppo di Fratelli d’Italia alla Camera che, partendo dalle devastazioni di Milano, analizza le cause politiche e gli effetti sociali di tali fenomeni. “Cosa è cambiato rispetto ai miei tempi? Ieri c’era la misura: non spaccavamo vetrine, non calpestavamo libri, non rubavamo abiti pur essendo tutti provenienti da famiglie monoreddito. Avevamo dignità e rispetto per tutti, docenti e istituzioni scolastiche”.

Scontri, manovra, elezioni: dove finisce il disagio e dove inizia l’infiltrazione?

Dinanzi a queste situazioni, prima ancora di capire se è un attacco ibrido o solo violenza, ci dovrebbe essere una condanna unanime, a maggior ragione perché gli autori sono minorenni. Occorre capire che esiste un limite che non può essere oltrepassato. Purtroppo la sinistra non riesce proprio a condannare senza poi dire “ma”. Per cui penso che alla base dei rapporti umani, delle relazioni familiari e anche dei rapporti tra amici ci devono essere delle linee che non si possono superare. I tumulti ci raccontano che purtroppo sono state superate abbondantemente. Bisogna essere inflessibili, occorre un’alleanza della politica con chi ha un ruolo educativo e un ruolo dirigente nel Paese. Non riusciamo ad uscire da questa palude nella quale la sinistra sembra sguazzare bene. Più c’è caos e più le opposizioni sono contente: ciò lo considero gravissimo. In Aula abbiamo anche chiesto alla sinistra di sottoscrivere la proposta di legge di Fratelli d’Italia in discussione generale sulla cittadinanza, ovvero che in presenza di atteggiamenti del genere bisognerebbe fermare il processo per la cittadinanza italiana e intraprendere un percorso di ripensamento e di rieducazione, in attesa di una seconda possibilità.

Il Cdm ha dato il via libera al nuovo decreto sicurezza e criminalità minorile, oltre a 500 agenti in più a Milano. Come rispondere a chi vi accusa di suonare il solito ritornello di “regole e disciplina”?

Finalmente c’è anche per i minorenni il fermo preventivo. Significa che questo governo non insegue l’emergenza, ma interviene quando è necessario affrontare un problema che purtroppo si è manifestato in tutta la sua drammaticità. Confesso che nessuno avrebbe mai immaginato di vedere bambini di undici anni che vanno a sfasciare vetrine per prendersi l’ultimo paio di scarpe alla moda. Bisogna prendere dei provvedimenti ed è chiaro, come osservato dalla ministra per la Famiglia Eugenia Roccella, che anche per i minorenni si lavora su due binari, la prevenzione e la repressione. Noi abbiamo con i nostri provvedimenti diminuito la dispersione scolastica: mi sembra un grandissimo risultato di cui andiamo fieri. Però non bisogna neanche fare l’errore di identificare questi violenti, che sono una minoranza, con tutti gli altri giovani: quattro scalmanati non rappresentano la totalità degli studenti. Non è così oggi e non era così anche ai miei tempi.

Cosa è cambiato rispetto a 40 anni fa?

Ricordo che mio padre mi accompagnò a sporgere una denuncia contro ignoti perché un picchetto mi impedì di entrare in classe. Io volevo entrare in classe, ma qualcuno non era d’accordo. Anche ieri, erano sempre i pochi a piantonare l’ingresso della scuola, al liceo classico Tito Livio, che frequentavo. Ma a differenza di oggi c’era la misura: non spaccavamo vetrine, non calpestavamo libri, non rubavamo abiti pur essendo tutti provenienti da famiglie monoreddito. Avevamo dignità e rispetto, per tutti, docenti e istituzioni scolastiche. Ci approcciavamo a qualsiasi lavoro, pur di andare avanti nella vita. Sicuramente era un’altra epoca la mia, ma assieme alle mie amiche non potevamo permetterci boutique di alta moda e compravamo i giornali con cartamodelli. I vestiti ce li cucivamo da sole, nessuna di noi rubava, non spaccavamo le vetrine perché qualcuno voleva il modellino che aveva magari la compagna di banco. E siamo sopravvissute bene a quell’epoca. Oggi vedo persino qualche rapper fare sfoggio di tutto il lusso più sfrenato, per poi stigmatizzare la società dei consumi. Inoltre mi chiedo come sia stato possibile che ragazzini di 11 o 12 anni fossero in giro da soli per strada a sfasciare vetrine. Dov’erano i genitori?

Il ministro della difesa Guido Crosetto ha detto che i fatti di Milano “sono il frutto di quella che io chiamo guerra ibrida che qualcuno sta portando nelle nostre Nazioni ricorrendo a strumenti non convenzionali che si chiamano TikTok, social, YouTube, senza che l’Occidente se ne renda conto e in qualche modo reagisca”. Che ne pensa?

Evidentemente lui da ministro ha strumenti molto più tecnici, però è chiaro che di questa guerra ibrida stiamo parlando da molto tempo, così come si era notato anche durante il referendum sulla giustizia un certo movimentismo dei social, che aveva mandato a votare una massa consistente di giovani che non lo avevano mai fatto prima. La guerra ibrida è un qualcosa con cui ci si confronta e su cui si dibatte a livello internazionale. Il tema, quindi, abbraccia il concetto stesso di difesa ampia, ovvero non più intesa come spese per cannoni o carri armati: oggi la difesa ha tutto un altro approccio. Difesa, ad esempio, è analisi, scienza, indagini così come l’Italia sta egregiamente facendo sull’Artico. Giorni fa in commissione esteri è stata in audizione la sottosegretaria Isabella Rauti che ci ha illustrato cosa vuol dire oggi difesa, come portare il Paese nella modernità, come far sì che l’Italia non sia tagliata fuori dalle rotte commerciali, dalle materie prime, delle materie critiche e dalle strategie internazionali. Per cui occorrono giovani che si impegnano, che imparino con il nostro aiuto a costruire il futuro e non che aiutiamo invece a deprimere come ama fare la sinistra, che foraggia un clima distruttivo. Per la sinistra l’Italia dovrebbe sempre indossare la maglia nera ed essere sempre l’ultima della fila. Oggi vedo in Italia delinearsi una sinistra talmente estrema che l’intero campo largo potrebbe configurarsi con Melenchon.

Proviamo a andare oltre le vetrine infrante: quale il danno sociale per ragazzi irresponsabili e genitori giustificazionisti?

Premetto che oggi non è facile essere genitori, ma se un figlio di 11 anni circola da solo per tumulti, forse è lecito pensare che qualcosa ti sia sfuggito dalle mani. Come madre mi sento a disagio, anche se è vero che oggi è molto più difficile. Ma sarebbe utile capire come sia possibile che dei bambini così piccoli sfuggano ad una rete educativa, perché dovrebbero stare in una rete di protezione che, evidentemente, non ha funzionato. Quando ero al Parlamento europeo ricordo che i britannici mi dicevano che il minore è considerato tale fino a 14 anni, dopo occorre che risponda delle proprie azioni. Così come ricordo bene che in Belgio bocciavano tranquillamente anche alle elementari. In Italia invece no, la cultura di certa sinistra ha iniziato a convincere tutti che non bisogna bocciare, che bisogna capire, che non bisogna punire. Ed ecco i risultati nelle nostre piazze.

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24 ottobre: “Fuori l’Italia dalla guerra” – Comunicato Stampa

Manifestazione nazionale “Fuori l’Italia dalla guerra” – Roma, sabato 24 ottobre 2026
COMUNICATO STAMPA

Il Comitato promotore della manifestazione nazionale “Fuori l’Italia dalla guerra”, in
programma a Roma sabato 24 ottobre, ribadisce con forza il carattere pacifico e
nonviolento dell’iniziativa.
Scendiamo in piazza per chiedere pace, il ripudio della guerra sancito dall’articolo 11 della
Costituzione, la fine del coinvolgimento del nostro Paese nei conflitti armati, la solidarietà
con i popoli che resistono all’imperialismo e al sionismo. Chi aderisce alla manifestazione lo
fa condividendone pienamente lo spirito: volti scoperti, mani libere, parole chiare.
Il Comitato respinge in modo netto ogni tentativo di strumentalizzazione violenta da parte
di elementi estranei alla manifestazione, ai suoi contenuti, alle realtà che l’hanno
promossa ed a quelle che hanno aderito. Chiunque intenda servirsi del corteo per
compiere atti di violenza, danneggiamenti o scontri si pone fuori dalla manifestazione e
contro di essa.
Di questo tutti devono essere consapevoli, dai manifestanti agli organi di informazione.
Nessuno provi a screditare il movimento per la pace e a spostare l’attenzione dalle ragioni
della protesta.
Invitiamo tutti i partecipanti a seguire le indicazioni del servizio d’ordine, a non raccogliere
alcuna provocazione, a isolare immediatamente eventuali comportamenti violenti e a
segnalarli agli organizzatori.
Il 24 ottobre Roma vedrà una piazza ampia, plurale, determinata e pacifica. Perché la pace
si costruisce con la pace.
Il Comitato promotore della manifestazione “Fuori l’Italia dalla guerra”

20 ottobre 2026
www.fuorilitaliadallaguerra.org

L'articolo 24 ottobre: “Fuori l’Italia dalla guerra” – Comunicato Stampa proviene da Casa del Sole TV.

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Una linea antimissile a Est. Perché l’Italia guarda ai Balcani

E se lo schema adottato dagli Houthi in Arabia Saudita fosse replicato a poche decine di chilometri dai confini italiani? Una prima linea antimissile nei Balcani è un ombrello per tutta l’Europa che guarda a est, Italia compresa. La convinzione (espressa anche dal ministro della difesa Guido Crosetto) potrebbe presto trasformarsi in realtà operativa, dal momento che la cintura orientale dell’Europa trova, proprio nel costone balcanico, la sua area più sensibile agli attacchi esterni e alle penetrazioni dei super player.

Questo il ragionamento più volte fatto dal titolare della difesa, nella consapevolezza che da un lato “le preoccupazioni non sono aumentate in questo periodo, sono quelle che ci sono state negli ultimi anni”, ma dall’altro serve “garantire la sicurezza, intanto nei confini di casa”. Essendo quindi i Balcani un punto di riferimento per la sicurezza occorre “mettere in sicurezza i Balcani, utilizzare i Balcani anche in futuro pensando di installare qua radar che ci consentano di difendere sia questi Paesi sia il nostro, per prevenire le minacce”.

L’esempio portato dal ministro è quello relativo ai missili che hanno colpito gli aeroporti in Arabia Saudita, missili costruiti dagli Houthi, “quindi non da raffinati ingegneri, hanno raggiunto la velocità di 8.500 chilometri all’ora, capite quali sono le minacce che tutti i Paesi hanno di fronte per il futuro e quanto sia importante presidiare anche i Paesi di confine, i Paesi amici, proprio per installare con loro una copertura”. Il Kosovo dunque è uno dei Paesi candidati a ospitare quel radar antimissile, anche perché lì è presente la missione a guida Nato, Kfor, che pochi giorni fa ha visto un avvicendamento che riguarda da vicino l’Italia: il nuovo comandante è Roberto Vergori, generale di divisione, subentrato al generale di divisione turco Oezkan Ulutas. Come prima mossa ha incontrato il comandante delle Forze di sicurezza del Kosovo (Ksf), Bashkim Jashari, sia per fare il punto sul coordinamento istituzionale, sia per sottolineare come pace, sicurezza e stabilità in Kosovo hanno precisi riflessi in Ue. Da questo punto di vista va segnalato come il rapporto tra Italia e Kosovo sta vivendo un momento di particolare rafforzamento, come dimostra l’intenzione del ministero della Difesa italiano di ampliare e approfondire la cooperazione militare bilaterale con Pristina. Ne hanno parlato pochi giorni fa il ministro della Difesa italiano e l’omologo kosovaro Ejup Maqedonci, a Pristina: l’occasione era proprio la cerimonia di avvicendamento al comando della missione KFOR.

L’area resta gravida di criticità, come le tensioni con la Serbia, il ritardo nei capitoli per l’adesione all’Ue, ma un piccolo passo in avanti è stato fatto: dopo quattro elezioni in due anni, il Parlamento del Kosovo è riuscito a eleggere una presidente, grazie ad un accordo con l’opposizione: è Justina Shiroka Pula la più votata. Ma al di là di un ruolo che non è incisivo a livello politico, contava dare un segnale all’esterno del paese balcanico, dal momento che i rapporti tra il governo Kurti e l’opposizione erano complessi: infatti il governo ha approvato una legge per smussare i poteri del tribunale incaricato di giudicare i crimini di guerra, circostanza che la scorsa settimana aveva provocato molti scontri tra manifestanti e forze dell’ordine. Come è noto, il tribunale aveva condannato a 25 anni di carcere l’ex presidente Hashim Thaçi per crimini di guerra commessi durante il conflitto per l’indipendenza dalla Serbia, ma la sentenza aveva suscitato una vera e propria sollevazione popolare. Oggi Pristina prova a ripartire.

(Foto: Kfor on X)

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‘Speak Up’ celebrou 24 anos de dedicação ao ensino da língua inglesa

VTM

O ‘Speak Up’ Vila Real celebrou, no dia 7 de outubro, o seu 24.º aniversário, assinalando quase um quarto de século de dedicação ao ensino da língua inglesa e à formação de alunos em Vila Real.

A data foi comemorada num ambiente de alegria e boa disposição, com um bolo de aniversário personalizado, especialmente preparado para a ocasião. Depois de se cantarem os parabéns, procedeu-se à abertura e partilha do bolo, seguindo-se um momento de convívio, com bebidas e boa disposição entre os presentes.

Mais do que assinalar mais um ano de existência, esta comemoração foi uma oportunidade para celebrar o percurso do ‘Speak Up’ Vila Real e do trabalho desenvolvido ao longo de mais de duas décadas na promoção da aprendizagem da língua inglesa.

O ambiente vivido na escola refletiu também a importância da componente humana no processo de aprendizagem. Para além dos conhecimentos adquiridos nas aulas, a relação entre alunos e professores, a partilha de experiências e a criação de memórias são elementos que contribuem para tornar o percurso educativo mais enriquecedor.

Aprender inglês

Essa dimensão é particularmente valorizada pelos alunos. Rafael, aluno do Speak Up Vila Real, destaca a importância de aprender num ambiente em que se sente acompanhado e motivado. “Aprender inglês é importante para o meu futuro, mas também gosto de vir às aulas porque aprendemos de uma forma dinâmica. Foi muito giro poder celebrar o aniversário da escola com os colegas e os professores”.

Também Sandra, aluna da escola, sublinha a importância da aprendizagem para além da sala de aula. “O inglês abre muitas portas, tanto na escola como no futuro profissional. No Speak Up, sinto que vou ganhando mais confiança para falar e cometer erros sem ter medo. Foi bom poder festejar esta data com todos”.

Num mundo cada vez mais globalizado, o domínio da língua inglesa assume uma importância crescente na educação, na comunicação e no mercado de trabalho. A aprendizagem de uma língua estrangeira permite não só desenvolver competências linguísticas, mas também alargar horizontes e criar novas oportunidades.

Ao longo do seu percurso, o ‘Speak Up’ Vila Real tem procurado afirmar-se como um espaço de aprendizagem e desenvolvimento pessoal, construindo uma relação de proximidade com os seus alunos e respetivas famílias.

A celebração do 24.º aniversário foi “um momento para recordar o caminho percorrido, reconhecer todos aqueles que fazem parte desta história e renovar a motivação para os desafios que se seguem”, revela.

Com os olhos postos no futuro, a escola aproxima-se agora de uma data particularmente especial: os seus 25 anos de existência, um “marco que permitirá celebrar um quarto de século dedicado à aprendizagem da língua inglesa em Vila Real”.

 

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