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Book Review: ‘Public Access Afterworld,’ by Jane Schoenbrun

© RJ
The responsibility of democracies toward global health
I had to be dismissed by the Trump administration in 2025 before I truly understood how fragile the fabric of our society in the United States had become. Values we had long regarded as universal — such as ending world hunger, HIV, malaria, and neglected tropical diseases — suddenly became political bargaining chips. I never imagined the day would come when my country would abruptly and recklessly cut off supplies of medical equipment, emergency food, and rape kits destined for some of the world’s poorest people, with a death toll that is hard to calculate.

© NurPhoto (NurPhoto via Getty Images)
Soldado tentou tirar selfie com mulher de Kim Jong-un?

El Frente Amplio cambia la cara a Sumar: profunda renovación de candidatos e IU lidera más de la mitad de las listas

Netanyahu’s future hangs in the balance in a decisive election for the entire Middle East
“The most important in the country.” “Crucial for the future of the Middle East.” “A historic crossroads.” Israel is holding elections this Tuesday — the first since the Hamas-led attacks of October 2023 — which have been described in many ways because they are decisive. Prime Minister Benjamin Netanyahu is staking his future — both political and personal — on the vote, after, against all odds, completing a four-year term leading the most right-wing coalition in the country’s history.

© Ariel Schalit (AP Photo)
Il Sud Globale è pronto a riformare l’ONU?
A Nuova Delhi i BRICS hanno scritto che la riforma è dovuta. A New York il Sud Globale ha detto di essere pronto a pretenderla. Resta da vedere se saprà anche organizzarsi per ottenerla, cioè trasformare una maggioranza aritmetica in un soggetto politico
In prima fila davanti alle crisi, in ultima fila quando si decide
Il 22 settembre 2026, a margine dell’ottantunesima sessione dell’Assemblea generale, Subrahmanyam Jaishankar ha riunito a New York i ministri di quello che la diplomazia indiana chiama il gruppo dei Paesi del Sud Globale «di orientamento affine e amici». Il tema scelto aveva il tono di un programma: Navigating Together Towards a Brighter Future – the Compelling Case for an Empowered Global South. Nel discorso d’apertura il ministro ha consegnato l’immagine che resterà di questa sessione. Il Sud Globale siede in prima fila davanti alle crisi del mondo e nelle ultime file quando si tratta di decidere come affrontarle, perché le istituzioni costruite per un’altra epoca continuano a riflettere i rapporti di forza di quell’epoca.
Dieci giorni prima, a Nuova Delhi, Narendra Modi aveva aperto il diciottesimo vertice BRICS con una formula più dura. La governance globale, nella sua descrizione, ha la forma di una «piramide del privilegio», e la riforma del Consiglio di Sicurezza non può più essere rinviata, servono scadenze fisse e risultati verificabili. Interpellato sul punto, il portavoce del Segretario generale Stéphane Dujarric ha ammesso che la rappresentanza dei Paesi in via di sviluppo nelle sedi in cui si scrivono le regole globali è insufficiente, e che quelle sedi, dal Consiglio alle istituzioni finanziarie, dovrebbero riflettere il 2026 e non più il 1945.
Tre momenti in meno di due settimane non spostano di un millimetro l’architettura della Carta. Bastano però a formulare la tesi di queste pagine. La riforma delle Nazioni Unite è diventata una questione di legittimità prima che di efficienza, e la legittimità di un’organizzazione fondata sull’«eguaglianza sovrana di tutti i suoi Membri» (art. 2, par. 1 della Carta) dipende ormai dalla maggioranza che quell’organizzazione la abita. Il protagonismo del Sud Globale è necessario in senso stretto: senza di esso la riforma non ha un soggetto che la porti né un criterio che la giustifichi. Con esso, come si vedrà, non ha ancora uno strumento che la imponga.
L’aritmetica del 1945
Nel 1945 i membri fondatori erano 51; oggi sono 193. Il Consiglio di Sicurezza è stato allargato una sola volta, con la risoluzione 1991 A (XVIII) del 1963, entrata in vigore nel 1965, che portò i seggi da undici a quindici aggiungendo soltanto membri eletti. I cinque seggi permanenti, e con essi il potere di veto previsto dall’art. 27, par. 3, sono rimasti quelli delle potenze vincitrici della Seconda guerra mondiale. Il risultato non richiede interpretazione. L’Africa, con 54 Stati membri e una parte cospicua delle operazioni di pace sul proprio territorio, non dispone di alcun seggio permanente. L’America Latina e i Caraibi nemmeno. L’Asia, che ospita più della metà dell’umanità, vi è rappresentata dalla sola Cina.
Il meccanismo di revisione è costruito per proteggere questa fotografia. L’art. 108 richiede il voto favorevole dei due terzi dell’Assemblea e la ratifica dei due terzi dei membri, «compresi tutti i Membri permanenti del Consiglio di Sicurezza»: a ciascuno dei cinque spetta dunque, oltre al veto politico, un veto costituzionale. Dal 2009 la discussione è incanalata nei Negoziati intergovernativi (IGN) avviati con la decisione 62/557 dell’Assemblea, che da allora si chiudono ogni anno con una decisione di rinnovo. Il presidente keniano William Ruto lo ha ricordato dal podio dell’Assemblea pochi giorni fa, con una constatazione che vale più di molte analisi: diciassette anni dopo, si sta ancora negoziando.
Quando l’ONU si è riformata davvero, lo ha fatto lasciando intatta la distribuzione del potere. Il pacchetto lanciato da António Guterres nel 2017, esaminato dal servizio di ricerca del Parlamento europeo, si articolava su sviluppo, gestione, pace e sicurezza, e rispondeva alle critiche di scarsa responsabilità, trasparenza ed efficacia; il briefing annotava anche che il termine stesso di «riforma» si era rivelato problematico per gli Stati membri, proprio per l’assenza di un’intesa sul suo significato. Nulla, in quel disegno, toccava la composizione degli organi decisionali. L’iniziativa UN80, avviata nel marzo 2025, ha seguito la stessa grammatica in condizioni peggiori: tagli al bilancio della Segreteria, revisione dei mandati, fusioni di uffici, dentro una crisi di liquidità generata dai contributi non versati. La riforma amministrativa si fa perché non redistribuisce nulla. Quella politica resta bloccata per la ragione opposta.
Genealogia di una rivendicazione
Il Sud Globale non scopre oggi le Nazioni Unite come terreno di lotta. Dena Freeman ha mostrato che i Paesi del Sud si sono pensati come soggetto collocato globalmente fin dagli anni Sessanta, molto prima che la categoria entrasse nel lessico accademico, e che il Gruppo dei 77 ha costantemente ricondotto i propri problemi all’ingiustizia dell’ordine internazionale, cercando di correggerla con il diritto internazionale e i processi politici multilaterali. La Conferenza di Bandung del 1955, la nascita del G77 nel 1964 e la Dichiarazione sul Nuovo Ordine Economico Internazionale del 1974 (ris. 3201 S-VI) tracciano una linea continua. La Dichiarazione di Nuova Delhi la rivendica in modo esplicito: il richiamo a Bandung colloca i BRICS nella genealogia dell’anticolonialismo, non in quella della competizione tra grandi potenze.
Che cosa è cambiato, allora, rispetto agli anni del NIEO? Due cose, e nessuna delle due appartiene alla retorica. La prima è il peso materiale. Secondo l’Institute of South Asian Studies di Singapore, il formato allargato dei BRICS rappresenta circa il 37 per cento del prodotto mondiale e il 54 per cento della popolazione. Il G77 degli anni Settanta aveva i numeri in Assemblea e poco altro; il Sud del 2026 dispone anche di capacità industriale, riserve e tecnologie a basso costo. La seconda novità discende dalla prima: l’esistenza di alternative istituzionali, dalla Nuova Banca di Sviluppo ai circuiti di pagamento in valute nazionali ai fori regionali. Il NIEO chiedeva al Nord di cambiare le regole. Il Sud di oggi può anche scriverne altre, e questa possibilità cambia il valore della sua domanda di riforma. Chi può uscire negozia in modo diverso da chi non ha scelta.
Uno studio diffuso all’inizio del 2026 sul rapporto tra ascesa del Sud e riforma dell’ONU offre un controllo utile. I casi di adattamento multilaterale riusciti, come l’Accordo di Parigi, condividevano un problema che richiedeva partecipazione universale, una conduzione procedurale inclusiva, la mobilitazione della società civile a Nord come a Sud e una base scientifica comune. Nessuna di queste condizioni si ritrova nel dossier del Consiglio di Sicurezza, dove il problema è la distribuzione di un bene scarso, il potere di decidere sulla guerra e sulla pace, e dove ogni guadagno di un attore è una perdita per un altro. È per questo che lì il protagonismo del Sud deve assumere una forma diversa dalla semplice partecipazione.
Nuova Delhi: che cosa dice la Dichiarazione, e che cosa tace
Adottata per consenso il 12 settembre 2026, al termine della sessione plenaria ristretta, la Dichiarazione di Nuova Delhi conta 140 paragrafi. Sulla riforma delle Nazioni Unite compie tre operazioni. Riafferma l’impegno per una riforma complessiva dell’organizzazione, compreso l’allargamento della rappresentanza dei Paesi in via di sviluppo nel Consiglio di Sicurezza. Riconosce le aspirazioni africane espresse nel Consenso di Ezulwini e nella Dichiarazione di Sirte. Registra, infine, il sostegno di Cina e Russia a un ruolo maggiore di Brasile e India nel sistema ONU, «incluso il Consiglio di Sicurezza». Letti insieme, i paragrafi dedicati alla governance compongono una strategia coerente: restare dentro il sistema multilaterale e riscriverne la gerarchia interna.
Il lessico va però letto con la lente, perché è lì che si misura la distanza tra dichiarazione e impegno. Un «ruolo maggiore» non è un seggio permanente. La formula riprende quella delle dichiarazioni precedenti, e il fatto che un vertice presieduto dall’India non sia andato oltre dice molto sul limite del consenso interno: Pechino sostiene l’aspirazione indiana a contare di più, non quella di sedere accanto a sé con gli stessi poteri. Il Consenso di Ezulwini, dal canto suo, chiede per l’Africa almeno due seggi permanenti con tutte le prerogative dei membri attuali, veto compreso, e cinque seggi non permanenti. Nessuno dei due membri permanenti del club BRICS ha mai sottoscritto questa posizione nei suoi termini; la Dichiarazione ne «riconosce» le aspirazioni, che è cosa diversa.
Conta anche ciò che il testo non nomina. La Dichiarazione evita di indicare Paesi anche sui dossier più sensibili e non menziona mai gli Stati Uniti, pur in un anno segnato dalla guerra contro l’Iran e dalla politica tariffaria di Washington. È una scelta di metodo imposta dalla composizione del blocco, che tiene insieme Iran, Arabia Saudita ed Emirati: la riunione dei ministri degli esteri di maggio si era chiusa senza dichiarazione congiunta proprio per le divergenze sull’Asia occidentale. La riforma delle istituzioni diventa così, per sottrazione, il terreno su cui il consenso regge. Ne fa un collante e al tempo stesso ne limita l’ambizione, perché su ciò che unisce in quanto rimane vago non si costruisce una proposta negoziabile.
Da qui il peso della proposta procedurale avanzata da Modi: che i membri elaborino dieci proposte comuni su rappresentanza, reattività e produzione delle regole, da consolidare in una «Roadmap BRICS per la riforma» entro il prossimo vertice. Se realizzata, sarebbe la prima volta che il blocco passa dalla formula alla bozza. È l’indicatore più concreto uscito da Nuova Delhi, ed è anche quello che più facilmente potrebbe essere lasciato cadere.
New York, settembre 2026: il Sud come coalizione
Il comunicato del Ministero degli esteri indiano sulla riunione del 22 settembre elenca le preoccupazioni condivise dai partecipanti: conflitti che colpiscono la sicurezza alimentare ed energetica, volatilità dei flussi commerciali e d’investimento, la condizione dei marittimi nelle aree di guerra, eventi climatici estremi, ritardi sugli Obiettivi di sviluppo sostenibile. I ministri vi constatano l’indebolimento delle istituzioni multilaterali e chiedono riforme complessive, anzitutto delle Nazioni Unite, perché le crisi in corso colpiscono il Sud in modo sproporzionato. L’incontro si è chiuso con l’impegno a consolidare posizioni comuni e a lavorare per un’architettura di governance equilibrata, partecipativa e giusta.
Tre dettagli della stessa settimana dicono più del comunicato. Jaishankar ha chiesto il passaggio a negoziati su testo nell’IGN, sostenendo che chi blocca il cambiamento sta facendo un uso improprio dell’organizzazione. I ministri della CARICOM hanno concordato con Nuova Delhi un lavoro comune sulla riforma ONU e hanno sostenuto la candidatura indiana a un seggio non permanente per il biennio 2028–29. Ruto, infine, ha legato la rappresentanza nel Consiglio alla riforma dell’architettura finanziaria internazionale: nel 2024 il debito pubblico mondiale ha raggiunto 102.000 miliardi di dollari e i Paesi in via di sviluppo, pur detenendone meno di un terzo, hanno pagato circa mille miliardi di interessi.
Quest’ultimo dato spiega perché il protagonismo del Sud non possa esaurirsi nel Consiglio di Sicurezza. Per gran parte degli oltre centotrenta membri del G77 la questione del veto è lontana, mentre il costo del capitale, il servizio del debito e l’accesso alla finanza climatica sono questioni di ogni bilancio nazionale. Una riforma che aggiungesse quattro o sei seggi permanenti per le potenze emergenti lascerebbe immutata la condizione della maggioranza. Il Sud nel suo insieme ha interesse a tenere insieme rappresentanza politica e riforma finanziaria; le sue potenze regionali hanno interesse soprattutto alla prima. È una divergenza di priorità che nessun comunicato registra e che ogni negoziato reale farebbe emergere.
Tre nodi
Il primo nodo è la rappresentanza del Sud al proprio interno. Il Sud Globale è una maggioranza, non un soggetto unitario. Sul Consiglio si confrontano almeno tre schieramenti. Il G4 (Brasile, Germania, India, Giappone) chiede nuovi seggi permanenti. Il Comitato dei Dieci dell’Unione Africana difende la posizione comune di Ezulwini. Il gruppo Uniting for Consensus respinge nuovi seggi permanenti e propone di allargare la sola categoria elettiva. Di quest’ultimo fanno parte l’Italia, il Pakistan, l’Argentina e il Messico, cioè i vicini e rivali regionali di tre degli aspiranti. Ogni candidatura del Sud genera un’opposizione del Sud. Uniting for Consensus presenta il proprio modello come il più attento alla sottorappresentanza di Asia-Pacifico e America Latina dopo il 1963; buona parte degli Stati africani vi legge un modo per negare al continente la parità di status. Nessuno dei tre schieramenti dispone da solo dei 129 voti che servono in Assemblea.
Il secondo nodo è il veto. La posizione africana lo chiede per i nuovi membri permanenti in nome dell’eguaglianza; il G4 si è mostrato disponibile a rinviarne l’esercizio a una revisione successiva; i cinque permanenti non hanno interesse né a estenderlo né a limitarlo, e la Russia lo ha difeso apertamente come argine contro iniziative avventate dell’organizzazione. Qui l’interesse dei membri BRICS diverge in modo strutturale. Cina e Russia sono garanti dello status quo che il resto del blocco contesta, e la loro adesione alla retorica della riforma si arresta al perimetro del proprio privilegio. Chiedere ai cinque di votare la propria diluizione, come ho scritto altrove, equivale a chiedere a un monopolista di legiferare sulla propria concorrenza.
Il terzo nodo è finanziario, e per il Sud rappresenta insieme un rischio e un’occasione. Per il 2026 il Segretario generale ha proposto un bilancio ordinario ridotto del 15 per cento e un taglio del personale vicino al 19 per cento; all’inizio dell’anno sono stati soppressi 2.900 posti. Il paradosso è evidente, giacché l’organizzazione si restringe proprio mentre la sua maggioranza chiede di pesare di più al suo interno. Ma chi finanzia un’istituzione acquista titolo a ridisegnarla. Se i contributi mancati di Washington rendono l’ONU più dipendente da altri finanziatori, a cominciare dalla Cina, secondo contribuente del bilancio ordinario, il baricentro negoziale si sposta. Per il Sud la domanda è se questo spostamento produrrà più rappresentanza o soltanto un nuovo patrono.
Tre vie: dentro, sopra, di lato
La prima via è quella negoziale, dentro l’IGN. Il Patto per il Futuro adottato il 22 settembre 2024 ha fissato alcuni principi: riparare come priorità l’ingiustizia storica nei confronti dell’Africa, trattandola come caso speciale; migliorare la rappresentanza di Asia-Pacifico, America Latina e Caraibi; intensificare gli sforzi sulla questione delle categorie di membri; lavorare verso un modello consolidato. È il massimo di convergenza mai registrato in un testo adottato per consenso. È anche, osserva Joseph Preston Baratta, un documento di riconferma più che di trasformazione: i piccoli e medi Stati, maggioranza schiacciante dell’Assemblea, non si sono coalizzati attorno a un’agenda ambiziosa perché impegnati a difendere gli impegni sull’aiuto allo sviluppo e sugli Obiettivi del 2030. La richiesta indiana di un testo negoziale è l’unico modo per mettere alla prova quella convergenza. Valuto probabile, con confidenza moderata, che anche l’ottantunesima sessione si chiuda con l’ennesima decisione di rinnovo.
La seconda via passa sopra il negoziato ordinario. L’art. 109 della Carta prevede una Conferenza generale degli Stati membri per la revisione della Carta, convocabile con il voto dei due terzi dell’Assemblea e di nove membri qualsiasi del Consiglio di Sicurezza. Per la convocazione, dunque, il veto non opera. Baratta, riprendendo gli studi di Mahmoud Sharei, propone che una coalizione di piccoli e medi Stati faccia di questa disposizione mai applicata la leva di una revisione complessiva. Il limite è altrettanto chiaro: le modifiche approvate dalla Conferenza entrano in vigore solo con la ratifica di tutti i membri permanenti (art. 109, par. 2). L’art. 109 non aggira il veto, ma ne rende visibile il costo politico, perché costringe i cinque a opporsi apertamente a un processo voluto dalla maggioranza invece di lasciarlo esaurire nelle procedure dell’IGN. Per il Sud è l’unico strumento giuridico che trasforma il numero in iniziativa.
La terza via corre di lato. È quella che ho chiamato altrove la «riforma necessaria», contrapposta alla «riforma impossibile»: la trasformazione che avanza nei circuiti che le istituzioni universali non controllano, dai pagamenti transfrontalieri alle banche di sviluppo, e che finisce per rendere l’interno meno rilevante. Questa via non chiede il permesso a nessuno. Ha però un costo che il Sud deve mettere in conto: un’ONU svuotata non protegge i piccoli, che del diritto internazionale e della sede universale hanno più bisogno delle grandi potenze. Pechino, Mosca o Nuova Delhi possono permettersi un mondo di club; il Burundi o la Giamaica molto meno.
Le tre vie non si escludono. La combinazione più plausibile nei prossimi anni vede la terza avanzare mentre la prima ristagna, con la seconda tenuta in riserva come minaccia. È in questa combinazione che il protagonismo del Sud diventa necessario e non soltanto auspicabile. Solo una maggioranza organizzata può fare in modo che la pressione laterale produca riforma dentro l’organizzazione anziché il suo abbandono; e solo una maggioranza organizzata può rendere credibile l’art. 109 come alternativa allo stallo.
La valutazione poggia su tre assunti: che i cinque permanenti restino compatti nella difesa del veto; che la rivalità sino-indiana persista; che il disimpegno finanziario statunitense continui. Se il primo cadesse, per esempio con un’apertura di Washington o di Parigi a una limitazione del veto, gli scenari di riforma parziale guadagnerebbero probabilità. Se la rivalità tra Pechino e Nuova Delhi si attenuasse in modo stabile, il nodo del seggio indiano smetterebbe di essere il principale ostacolo interno al blocco.
Un ulteriore banco di prova è ormai imminente. La scelta del successore di Guterres, il cui mandato scade a fine 2026, dirà se la rotazione regionale e la domanda di rappresentanza del Sud contano qualcosa anche nella procedura più opaca del sistema, quella in cui il Consiglio raccomanda e l’Assemblea ratifica.
Una maggioranza che deve diventare soggetto
La Carta si apre con le parole «Noi, popoli delle Nazioni Unite». I popoli del Sud sono la grande maggioranza di quel «noi», e la loro esclusione dal centro decisionale non è più un’anomalia storica tollerabile: è il punto in cui la legittimità dell’organizzazione si incrina. Per questo il protagonismo del Sud Globale è necessario. Non perché il Sud sia portatore di una virtù politica superiore, ma perché nessun altro attore ha insieme l’interesse, i numeri e ormai anche le alternative per costringere l’ONU a riformarsi.
Perché quel protagonismo produca risultati servono però tre passaggi che nessuna dichiarazione ha ancora compiuto. Il primo è un modello meridionale unico, o almeno una tregua tra G4, Africa e Uniting for Consensus sul principio che l’allargamento vada fatto prima di stabilire chi ne beneficia. Il secondo è il collegamento esplicito tra rappresentanza politica e riforma finanziaria, così che la maggioranza dei piccoli abbia ragioni proprie per sostenere le ambizioni dei grandi. Il terzo è l’uso delle istituzioni alternative come leva negoziale e non come uscita di sicurezza.
A Nuova Delhi i BRICS hanno scritto che la riforma è dovuta. A New York il Sud Globale ha detto di essere pronto a pretenderla. Resta da vedere se saprà anche organizzarsi per ottenerla, cioè trasformare una maggioranza aritmetica in un soggetto politico. Le Nazioni Unite sono nate per impedire il ritorno del 1939; il Sud chiede che smettano di somigliare al 1945. Tra le due richieste non c’è contraddizione. C’è soltanto chi, dentro il Consiglio, ha interesse a far credere che ci sia.
Bukele sends elite troops to Haiti after four Salvadoran soldiers disappear
President Nayib Bukele has ordered a troop deployment to Haiti after the disappearance last Sunday of four Salvadoran soldiers in an area controlled by gangs in Port-au-Prince. As of Friday, at least six aircraft — three Salvadoran and three American — have landed in the Haitian capital with around 100 elite members of the international Gang Suppression Force (GSF) coalition, to carry out search-and-rescue operations.

© Patrice Noel (REUTERS)
“Non chiamerò la scuola per farti concedere il permesso di truccarti, non aggirerai le regole”: il “no” di Victoria Beckham alla figlia Harper
Neppure avere come madre una delle donne più influenti del fashion e del beauty system garantisce un lasciapassare contro le rigide regole scolastiche. Lo ha scoperto a sue spese Harper Beckham, la quindicenne ultimogenita di Victoria e David, che ha tentato invano di ottenere un “trattamento speciale” per poter aggirare il divieto di indossare il make-up in classe.
A svelare il curioso aneddoto familiare è stata la stessa Victoria Beckham, intervenuta in un video realizzato per il brand Milk Makeup e durante un’ospitata al programma televisivo americano Today. Di fronte allo stop imposto dai docenti, l’adolescente ha cercato l’appoggio materno: “Di recente mi ha detto: ‘Mi hanno comunicato che non posso truccarmi per andare a scuola’”, ha raccontato la stilista. “Poi ha aggiunto: ‘Perché non vogliono che io sia al meglio?’. E infine mi ha chiesto: ‘Mamma, non puoi chiamare la scuola?’“. La risposta dell’ex Spice Girl è stata però categorica e irremovibile: “Non posso, Harper”, ha tagliato corto, confermando che il regolamento scolastico non ammette deroghe nemmeno per la famiglia Beckham.
Eppure, se tra i banchi il trucco resta rigorosamente vietato, fuori dalle mura scolastiche Harper sta già seguendo le orme imprenditoriali della madre. Come rivelato dal tabloid inglese The Sun, la ragazza starebbe lavorando al lancio del suo marchio cosmetico personale, che si chiamerà Harlo by Harper. Un progetto curato con insospettabile professionalità per la sua età, tanto che la quindicenne ha sfoderato le sue doti manageriali direttamente in salotto: “Ha preparato due presentazioni in PowerPoint per noi”, ha rivelato divertita Victoria al Today show. “La prima era perché voleva un suo brand di bellezza. E la seconda era perché voleva farsi la permanente ai capelli”.
Un’attitudine al business che inorgoglisce i genitori, i quali cercano comunque di mantenere la figlia ancorata alla realtà della sua età. “Harper ama la bellezza e la cura della pelle fin da quando era piccola“, ha concluso Victoria Beckham. “Si è sempre seduta sulle mie ginocchia mentre mi pettinavano e truccavano, e adora partecipare con me alle riunioni di sviluppo dei prodotti. Ha una passione, ha un sogno, ma è giovane. Va ancora a scuola e sta per affrontare gli esami“. Il business milionario, per ora, dovrà attendere il suono della campanella.
L'articolo “Non chiamerò la scuola per farti concedere il permesso di truccarti, non aggirerai le regole”: il “no” di Victoria Beckham alla figlia Harper proviene da Il Fatto Quotidiano.
Après avoir grandi au pied du col du Soulor, il est aujourd'hui responsable de la boutique parisienne du même nom que ce mythique col des Pyrénées

North Korean leader Kim Jong Un visits China to inaugurate a new cross-border bridge

Droits de l’homme et le cas de la Roumanie : l’Occident qui annule des élections peut-il vraiment donner des leçons de morale ?
En cette année 2026, véritable *annus horribilis* où l’impérialisme a fait arrêter des présidents légitimes comme Maduro au Venezuela et massacré des guides spirituels et religieux tels que Khamenei, l’Occident collectif continue de se poser en juge des « droits de l’homme ». La situation semblerait grotesque si elle n’était tragique. Toutefois, une analyse approfondie révèle toutes les ramifications de l’affaire, lesquelles s’inscrivent pleinement dans la vision colonialiste que l’Occident entretient à l’égard du reste du monde ; ce dernier est perçu comme une simple entité indistincte, vouée à être jugée, traduite en justice et soumise afin d’en extraire de la valeur. Dans cette optique suprémaciste, les peuples ne sauraient nourrir la moindre ambition de souveraineté ni prétendre à une quelconque représentation, car ils ne sont pas considérés comme des peuples capables d’accéder au statut de nations, mais simplement comme des multitudes vouées à la domination.
par Paolo HAMIDOUCHE
Peu importe que l’Occident soit en faillite face au Sud global. L’idéologie suprémaciste qui imprègne la rhétorique colonialiste des droits de l’homme continue d’agir, alimentée par de bonnes intentions. De bonnes intentions seulement, car les actes restent marqués par la violence et l’oppression. Ainsi, lors de la Troisième Commission de la 81e Assemblée générale de l’ONU, l’Occident — emmené par l’empire britannique déchu — a de nouveau attaqué la République populaire de Chine sur la question des « droits de l’homme ». Dans sa réponse, le représentant permanent adjoint de la Chine auprès des Nations unies, Sun Lei, a souligné le deux poids, deux mesures à l’œuvre, d’autant plus que ces normes — que les « maîtres » voudraient voir respectées à l’étranger — ne sont absolument pas appliquées en Occident même. Quelques jours plus tard, la porte-parole du ministère russe des Affaires étrangères, Maria Zakharova, a elle aussi remué le couteau dans la plaie en demandant à l’Élysée des nouvelles du « jardin enchanté » (référence à Josep Borrell) où les droits de l’homme sont suspendus à l’égard de « ses propres enfants » manifestant dans la rue. Enfin, l’Iran n’a évidemment pas manqué de souligner, par la voix de M. Baqaei, le changement de ton brutal opéré en quelques mois sur la question des droits de l’homme selon la zone géographique, avertissant : « Si les droits de l’homme et le droit de manifester sont des principes universels, leur définition ne devrait pas varier en fonction de la situation géographique du manifestant. »
Désormais, même la conception libérale des « droits formels » est remise en question en Europe sous prétexte de « guerre hybride » et de pressions géopolitiques. Il suffit de songer à Macron lui-même, en proie à la paranoïa face aux infiltrations prorusses, lui qui a fait part aux chefs de parti de ses craintes de déstabilisation il y a à peine quelques semaines. En Amérique, en revanche, la situation est peut-être pire encore : avec Maduro, on a agi de manière autoritaire, sans le moindre artifice rhétorique pour tenter de justifier le coup d’État. Et aujourd’hui, dix mois plus tard, on en rajoute.
Le FBI a en effet fait savoir qu’il retenait un nouveau chef d’accusation contre le prisonnier Maduro et son épouse Flores : « complot en vue de commettre des actes de torture ». Les procès politiques — lorsqu’ils ont lieu, contrairement au sort réservé à Khamenei, exterminé avec une partie de sa progéniture — visent la famille pour « complicité » et se fondent, de toute évidence, sur des chefs d’accusation variables. Le caractère personnel de la responsabilité pénale devient aléatoire, tout comme le chef d’accusation est fluctuant, lorsqu’une inculpation politique est engagée par un régime ; ainsi, le « complot en vue de commettre des actes de torture » devient une infraction où l’intention délictueuse et la faute s’étendent à tout l’entourage de l’accusé. Appelons donc les choses par leur nom : il s’agit d’un procès politique, et non judiciaire. Or, l’Occident, qui en cette année 2026 s’est adonné aux procès politiques sommaires, a l’audace de se poser en « maître » — pour ne pas dire en « juge » — et de pointer du doigt la République populaire de Chine pour son mépris de la vie humaine. C’est curieux, ne serait-ce que parce que le respect de la vie humaine exigerait la reconnaissance et le respect de la diversité des formes d’organisation des populations, de l’autodétermination des peuples et de tous ces principes dont l’Occident continue de se moquer au nom de la primauté du modèle de gouvernement libéral-démocrate. Un modèle qui, plus que jamais en 2026, s’avère n’être qu’une forme au sens littéral du terme, c’est-à-dire une simple « apparence extérieure ». En effet, cette démocratie libérale recèle en son sein des failles qui en compromettent désormais la survie même. Prenons pour exemple ce qui se passe en Roumanie où, après la victoire du candidat souverainiste indépendant C. Georgescu, les élections ont été purement et simplement annulées au motif d’une « manipulation des suffrages ». Aucun « juge » des sacro-saints « droits de l’homme » occidentaux n’a trouvé à redire au fait qu’une instance constitutionnelle puisse décréter quel suffrage est « manipulé » et lequel est « intègre ». La Cour européenne des droits de l’homme a même avalisé cette décision en déclarant irrecevable le recours de Georgescu. Par ailleurs, ces « juges » qui aiment discourir sur la situation politique d’autrui n’ont rien vu des conditions liberticides — dignes d’un réfugié — imposées à Julian Assange pour le « crime » de journalisme, avant qu’il ne soit contraint de faire amende honorable et de se retirer de la vie publique. C’est ce qu’a dû faire le président Georgescu en Roumanie, mais cela n’a pas suffi dans son cas. Le délit politique pèse manifestement plus lourd ; rappelons qu’un philosophe soulignait déjà auprès de ses pairs que l’enjeu, aujourd’hui, n’est plus d’interpréter le monde, mais de transformer l’état de choses existant. Pour celui qui s’engage directement en politique, il ne suffit pas de renier ses convictions et de se retirer de la vie publique, car son passé et ses relations continuent d’influer sur le présent.
En effet, la répression visant l’idéologie souverainiste en Roumanie s’est concentrée sur le dirigeant Călin Georgescu, au point de lui valoir diverses inculpations, interpellations et placements en détention provisoire (sic !), mesures qui ne se sont arrêtées ni devant son annonce de retrait de la vie publique ni devant sa personne. Comme je le rappelais précédemment, la caractéristique d’un procès politique est la disparition du principe de responsabilité pénale individuelle, car l’on a affaire à un régime politique qui s’attaque à une idée. Et comme le soulignait curieusement Medgar Evers — militant des droits civiques abattu d’un coup de fusil dans le dos par un suprémaciste dans la cour de sa propre maison, au sein de la patrie des « droits civiques » —, les idées ne s’arrêtent pas avec l’arrestation d’un homme, car « on peut tuer un homme, mais on ne peut pas tuer une idée ». On procède donc directement à l’arrestation et à l’inculpation de l’entourage immédiat, voire de toute personne professant la même idée. Ce n’est pas un hasard si le principal candidat de l’opposition roumaine, George Simion — qui porte l’idéal souverainiste dans ce pays —, a tiré la sonnette d’alarme ces derniers jours, se disant menacé d’arrestation après avoir perdu de manière inattendue le second tour des élections en mai 2025. Tout cela survient alors que C. Georgescu a de nouveau été inculpé et arrêté dans le cadre d’une enquête récente pour une fraude présumée. Alors que la Roumanie est privée de gouvernement depuis maintenant cinq mois — une impasse institutionnelle révélatrice d’une incapacité à gouverner, après l’annulation d’élections qui avaient pourtant conféré une légitimité claire à une formation politique, laquelle a été évincée une fois la victoire acquise —, l’acharnement de la justice roumaine à l’encontre de l’ancien homme politique a suscité des protestations populaires dans tout le pays ainsi qu’au sein de la communauté roumaine à l’étranger, déclenchant un élan de solidarité envers celui que l’on désigne comme « le président en exercice ». En somme, des événements singuliers se produisent au sein d’un Occident qui aime se poser en champion des droits de l’homme et de la démocratie libérale, mais uniquement chez les autres.
Publié à l’origine par Divergence Politique
Calls mount for UN World Food Programme, which feeds over a million people in Gaza, to quit contract with Palantir
The UN food agency helping Palestinians and others in need across the world has come under scrutiny for its contract with Palantir – the controversial US tech and AI company used by various international border police and militaries to sort data and better identify targets.
The UN’s food agency, the World Food Programme (WFP), prolonged its contract with Palantir in July, prompting civil organisations to urge the end of these agreements in a letter published on Friday (23 October).
Some 3,000 European citizens have written to the WFP’s leadership, calling for the agency to end its Palantir partnership.
The WFP holds one of the biggest biometric databases in the world, with millions of its records containing information about vulnerable populations.
WFP is effectively supporting a company that undermines its own operations in Palestine by helping kill civilians for another client, which is “a very strong contradiction,” Giulio Carini, head of campaigns at an NGO WeMove Europe told EUobserver.
“On one hand, you’re feeding people of Gaza, but then, but on the other, you’re using software from a company whose technology is allegedly also being used to kill them” he added.
As many as 1.1 million people are reached by the WFP in Gaza each month, out of the 1.4 million facing acute food insecurity. The organisation is complaining that it had to scale down its food assistance in Gaza and the West Bank due to a lack of funding.
The WFP has argued that its use of Palantir’s software to compile its datasets and make better decisions has saved them $50m [€45m] that would otherwise be spent on inefficient management of its resources.
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Greece briefs UN about Invalidity of Turkish-Libyan Memorandum
Greece has sent a letter to the United Nations, in which it emphasizes the invalidity of the 2019 Turkish-Libyan maritime memorandum recently ratified by the Libyan House of Representatives, Greek diplomatic sources said on Friday. Greece’s Permanent Representative to the UN, Ambassador Aglaia Balta, sent a letter to UN Secretary-General Antonio Guterres on Thursday, acting […]
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Arms Race Intensifies in Korea as the North Is Emboldened by Russia Alliance

© Korean Central News Agency, via Reuters
UN Security Council Reaffirms Mandate in Haiti Despite Attacks
International diplomats maintain that the GSF mission objectives will continue in Haiti even though international forces confront mounting casualties and kidnappings.
On October 18, 2026, an explosive ambush in Croix-des-Bouquets, Haiti, targeted an armored vehicle with four Salvadoran Air Force aviation technicians attached to the UN-backed Gang Suppression Force.
Forced to evacuate after their vehicle caught fire, the four support personnel were kidnapped by Haitian armed groups operating near the capital.
RELATED: Salvadoran President Bukele Issues Stern Warning to Haitian Gangs
In response, Salvadoran President Nayib Bukele announced a military rescue operation led by Task Force Libertad II, threatening an expanded offensive against Haitian gangs if the hostages are not safely returned.
In addition, the government of Haiti stated that it will work in conjunction with the United Nations Gang Suppression Force (GSF) mission to rescue the kidnapped Salvadorans.
While the Haitian government and international bodies coordinate security protocols, Bukele’s unilateral escalation in a foreign country projects his signature “iron-fist” stance against gangs onto the international stage, all with the backing of the United States.
Multilateral Mandates, Armed Hegemony, Hostage Crisis
The UN Security Council established the “Gang Suppression Force” that operates in Haiti. Created in October 2023 as the Multinational Security Support Mission following the Haitian government, the international force was reorganized in October 2025 into the Gang Suppression Force.
As of October 2026, the authorized strength of the Gang Suppression Force stands at 5,550 personnel, though deployed uniformed troops numbered 1,563 as of mid-October.
The Gang Suppression Force mandate focuses on assisting the Haitian National Police, protecting critical infrastructure, and restoring order across urban centers controlled by armed coalitions.
The region where the October 18 ambush took place, Croix-des-Bouquets, is controlled by several prominent armed groups. Security evaluations list the Chèn Méchan, Kraze Barye, and 400 Mawozo groups among the primary organizations holding territorial control over the corridor connecting Port-au-Prince to the Dominican border.
Key leaders of these groups, including Vitelhomme Innocent of Kraze Barye and Lanmo Sanjou of 400 Mawozo, are subject to active sanctions imposed by the UN Security Council and the U.S. government.
Data released by the UN indicates that between January and mid-September 2026, Haitian gang-related violence resulted in more than 5,700 deaths and injuries, alongside more than 230 reported kidnappings. Over 1.5 million residents remain internally displaced due to gang territorial expansion.
Foreign workers, international humanitarian staff, and local civilians have consistently been targeted for kidnapping as Haitian criminal groups use hostages for financial leverage or political concessions.
President Bukele addressed the Haitian gang leaders directly, publishing a message written in Haitian Creole on October 21, 2026. Bukele stated that the four technicians were non-combatant technical personnel and warned that current operations were minor compared to potential future actions.
Addressing the gang leadership, Bukele wrote: “We have already finished with the gangs in El Salvador, and we can finish with you too. Return our four compatriots alive and unharmed, and everything will return to how it was before the kidnapping. The decision is in your hands”.
Reactions from official international bodies followed the announcement of the rescue campaign. At a meeting of the UN Security Council, Mike Waltz, the U.S. Ambassador to the United Nations, condemned the ambush and affirmed that international search efforts would continue.
Waltz stated that attacks on international contingents would not compel the Gang Suppression Force to withdraw from its mandate. Simultaneously, Salvadoran Ambassador to the UN Egriselda López formally requested international coordination to secure the location and release of the four kidnapped personnel.
The Haitian government also issued an official response regarding the crisis. In an executive statement, Haitian Prime Minister Alix Didier Fils-Aimé announced that securing the release of the four Salvadoran technicians was an absolute priority for the national administration.
Haiti: According to a statement issued on October 18 by El Salvador’s Armed Forces (@FUERZARMADASV), four Salvadoran aviation technicians from Task Force Libertad II were ambushed by armed gangs while returning to their camp in an armored vehicle. The vehicle was set on fire, but… pic.twitter.com/2R2TCCpkJP
— lequotidien509 in English (@lequotidien509E) October 19, 2026
Multilateral Frameworks, Diplomatic Responses
The diplomatic and institutional responses to the kidnapping of the four Salvadoran technicians highlight the complex interactions between national military initiatives and international peacekeeping frameworks.
At the institutional level, the United Nations operates under structured protocols regarding force security and hostage negotiation. Officials within the UN framework maintain that search and rescue operations must adhere to rules of engagement established for the Gang Suppression Force to prevent operational conflict among contributing member states.
The Haitian government under Prime Minister Alix Didier Fils-Aimé has aligned its public stance with the international mission, declaring the recovery of the personnel a primary national objective.
However, the administrative capacity of the Haitian state remains restricted, as law enforcement agencies depend on foreign logistical, intelligence, and tactical support to operate within gang-controlled corridors like Croix-des-Bouquets.
Diplomatic representatives from key UN Security Council member states, including United States, have reinforced support for the mission while addressing the threats posed by armed groups. Statements issued during Security Council proceedings reaffirmed that attacks against international contingents will not alter the mandate or compel the withdrawal of the Gang Suppression Force.
To the gang bosses terrorizing Haiti, your days of operating with impunity are numbered. The Gang Suppression Force is coming for you. pic.twitter.com/lkkfJLmiO6
— Ambassador Mike Waltz (@USAmbUN) October 19, 2026
The Incident at Croix-des-Bouquets
The armored vehicle transporting four aviation technicians from the Salvadoran Air Force was ambushed in Croix-des-Bouquets, a commune located near Port-au-Prince, the capital of Haiti. Following the explosion, the four Salvadoran technicians were forced to evacuate the vehicle and were subsequently kidnapped.
Initial search and rescue efforts of the four Salvadorans faced immediate armed resistance. On October 19, a search helicopter dispatched to locate the personnel was targeted by gunfire.
Subsequent joint counter-offensives conducted by the multinational security contingent and the Haitian National Police in the Plaine du Cul-de-Sac area resulted in severe clashes, leaving several gang members dead and four multinational security personnel injured.
El Salvador deployed the missing personnel to Haiti as part of its specialized military contingent, known as Task Force Libertad II. El Salvador’s initial military involvement in Haiti began after the Salvadoran Legislative Assembly passed a decree on October 30, 2024.
That measure authorized the deployment of Salvadoran Air Force personnel, including pilots, air mechanics, and medical evacuation units, to support international security operations.
In early 2025, eight aviation technicians arrived in Haiti, followed by an additional 70 military personnel. On September 29, 2026, the Salvadoran Legislative Assembly voted to extend the military deployment through October 2027 and expanded the mandate.
The updated legislative mandate lets Salvadoran troops engage beyond medical evacuations, allowing them to deploy personnel based on operational requirements dictated by security needs in the field.
Task Force Libertad II operates under these expanded terms, providing technical aviation logistics, air support maintenance, and operational security inside the country.
The four Salvadoran kidnapped were serving as non-combatant aviation support specialists within Task Force Libertad II. Following days of uncertainty regarding their status, Salvadoran President Nayib Bukele made a public statement on October 21, 2026, confirming that the kidnapping was executed by armed gangs from Haiti.
El Salvador prez announces MILITARY OP to rescue hostages kidnapped by gangs in Haiti
— RT (@RT_com) October 21, 2026
Aviation technicians 'kidnapped in a cowardly manner' — Bukele
'Today's attack is NOTHING compared to what is coming if we do not get all 4 hostages back alive' pic.twitter.com/7WkyhLvuoQ
Deployments and Tactical Escalation
President Nayib Bukele’s public declaration led El Salvador to escalate its physical military presence in Haiti. On October 22, 2026, the Salvadoran government deployed 100 special forces soldiers to Port-au-Prince to assist in locating and securing the release of the four missing aviation technicians.
This deployment brought additional tactical ground units to support the existing aviation support unit attached to Task Force Libertad II.
Before October 2026, the Salvadoran contingent operated primarily as an air support unit focused on logistics, maintenance, and medical evacuations. The introduction of dedicated special operations personnel expands the operational parameters of the mission, introducing direct combat and search-and-recovery capabilities alongside the Gang Suppression Force and the Haitian National Police.
The deployment of specialized personnel aims to mitigate these conditions through targeted intelligence collection and rapid-response capabilities.
Structural Security Challenges
While the deployment of specialized tactical units and the escalated military posture by El Salvador aim to address the immediate security emergency, long-term stabilization in Haiti depends on addressing broader structural issues.
The proliferation of heavy weaponry, sustained by international trafficking routes, continues to provide armed groups with substantial tactical capacity within urban sectors.
Furthermore, long-standing economic instability, institutional fragmentation, and high rates of poverty create conditions that enable armed organizations to maintain territorial influence despite international security deployments.
Military rescue missions and tactical escalations provide targeted responses to specific security threats, such as the kidnapping of Task Force Libertad II personnel.
However, international observers and analysts emphasize that sustainable security across Port-au-Prince and surrounding communes requires comprehensive institutional reform, economic development, and consistent administrative governance alongside law enforcement actions.
Salvadoran President Nayib Bukele has launched a military rescue operation in Haiti following the abduction of four Salvadoran soldiers by local armed groups. In a stern statement on Wednesday, Bukele demanded the immediate, safe release of the personnel and warned of a severe… pic.twitter.com/QIQS18JGso
— teleSUR English (@telesurenglish) October 22, 2026
Sources: TeleSUR – Al Jazeera – DW – BBC – CNN – La Prensa Gráfica – elsalvador.com – EFE – El Diario de Hoy – RSF – El Faro – presidencia.gov.sv – Asociación de Periodistas de El Salvador – Dialnet – Resumen Latinoamericano.
‘Glow Night Run’ ilumina São Brás de Alportel a 24 de outubro

São Brás de Alportel recebe, no próximo dia 24 de outubro, a partir das 19h00, a “Glow Night Run São Brás de Alportel”, uma iniciativa organizada pela Free Challenge, com o apoio da Câmara Municipal de São Brás de Alportel, que promete uma noite de desporto, música e muita animação.
O evento convida participantes de todas as idades a correr ou caminhar num ambiente descontraído, com luzes, adereços fluorescentes e música, num conceito que combina atividade física e entretenimento. A animação contará com animação musical em movimento e, antes da partida, com um espetáculo da “Super Dog Show”, destinado a surpreender e divertir o público.
Mais do que uma corrida ou caminhada, a “Glow Night Run São Brás de Alportel” pretende promover hábitos de vida saudáveis, o convívio e a participação da comunidade, mostrando que o desporto também pode ser uma experiência divertida e inclusiva.
A Free Challenge destaca a importância do apoio da Câmara Municipal de São Brás de Alportel, bem como do contributo dos seus parceiros e patrocinadores oficiais e habituais, cujo envolvimento é fundamental para continuar a desenvolver iniciativas desportivas diferenciadoras.
Embora as inscrições já estejam encerradas, a organização disponibiliza mais 50 vagas no próprio dia, permitindo que novos participantes se juntem a esta noite especial, onde a luz, a música e o movimento prometem dar vida a São Brás de Alportel.
“Glow Night Run” ilumina São Brás de Alportel a 24 de outubro

São Brás de Alportel recebe, no próximo dia 24 de outubro, a partir das 19h00, a “Glow Night Run São Brás de Alportel”, uma iniciativa organizada pela Free Challenge, com o apoio da Câmara Municipal de São Brás de Alportel, que promete uma noite de desporto, música e muita animação. O evento convida participantes de […]
UN Warns Global Warming Threshold Will Be Exceeded
Humanity will exceed the Paris Agreement’s 1.5 °C global warming threshold, but the temperature peak can still be contained between 1.7 and 1.8 °C by mid-century, UNEP warned in its most recent report.
To return to 1.5 °C by the end of the century, countries must cut global emissions by 18 percent by 2030, 45 percent by 2035 and 69 percent by 2040, according to the report.
Global warming will overshoot 1.5°C in the coming years.
— UN Environment Programme (@UNEP) October 21, 2026
There’s still a chance to bring temperatures back down, but the window is closing fast.
This is the point of return. #EmissionsGap pic.twitter.com/VDXkg0JPtQ
UN Secretary-General António Guterres declared that surpassing the limit did not mean giving up, referring to the need to maintain ambitious climate targets despite the overshoot.
RELATED: Venezuela and OPEC Fund Assess Partnerships to Address Climate Change
UNEP Executive Director Inger Andersen stressed that each additional fraction of a degree and each extra year of warming above 1.5 °C would worsen climate impacts and risks, including deadly floods, heat waves and wildfires that have swept numerous countries this year, and said all possible efforts were needed to limit the peak and return to 1.5 °C by the end of the century, which she said was possible.
The chance to keep global warming below 1.5°C with no overshoot is gone.
— UN Environment Programme (@UNEP) October 21, 2026
But urgent action can still limit the overshoot and bring warming back to 1.5°C by 2100.
Current policies, however, put the 🌎 on course for up to 2.8°C this century.
New #EmissionsGap Report:… pic.twitter.com/4VanweT5Hj
Continuing current policies will cause a catastrophic increase of 2.8 °C over this century, with a sustained rise in subsequent years, the document warns.
Ahead of the start of the second Global Stocktake at COP31 in Antalya, Türkiye, UNEP set concrete fossil fuel reduction targets relative to 2025 levels.
By 2035, the agency proposes reducing coal supply by 55 percent, oil by 15 percent and gas by 5 percent; by 2040, it proposes raising the cuts to 75 percent for coal, 30 percent for oil and 35 percent for gas.
UN Warns El Niño Could Be Off the Scale, 3.8°C Above Average
The UN World Meteorological Organization warned Wednesday that the current El Niño episode could push Pacific sea surface temperatures to 3.8 degrees Celsius above the average between November 2026 and January 2027, levels its top official called unprecedented in four decades of monitoring.
The alert came during a joint press conference in which the World Meteorological Organization (WMO) Secretary-General Celeste Saulo acknowledged that the phenomenon now sits “literally outside the scales of monitoring that we have used over the past four decades.”
Her assessment placed the coming months among the most severe climate events recorded since such tracking began.
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Saulo and UN humanitarian coordinator Tom Fletcher issued an urgent call for the international community to prepare in advance for the consequences they expect.
Fletcher put the human cost in stark terms. The phenomenon “will shake Latin America, eastern and southern Africa, Asia and the Pacific with extreme heat, droughts and floods,” he warned, and could push food insecurity to affect as many as 50 million people worldwide.
The warning singled out regions already struggling with fragile agricultural systems and limited infrastructure, where a single failed harvest can tip entire communities into crisis.
El Niño is set to hit fragile communities hard.@UNOCHA and @WMO are sounding the alarm, appealing for immediate assistance to support communities already affected by what has been described as the strongest El Niño on record. https://t.co/LDrygGkPPw pic.twitter.com/H1XcVA3AR7
— UN News (@UN_News_Centre) October 21, 2026
Off-the-Scale Temperatures
The temperature projection of 3.8 degrees above the long-term average would place this El Niño beyond the upper bands of the monitoring framework built over forty years. Saulo noted that extreme weather events are already being recorded and will tend to multiply as the phenomenon gains intensity. She stressed, however, that the crisis “does not have to inevitably trigger a humanitarian disaster,” a message both officials repeated throughout their appearance.
To front-load the response, Fletcher announced the allocation of 50 million dollars from the UN emergency fund. The money will assist 11 of the most vulnerable countries as a priority, including Chad, El Salvador, Ethiopia, Somalia and South Sudan. The list reflects the broad geographic reach of the expected impacts, spanning the Horn of Africa, the Sahel and Central America.
Both representatives insisted that a window of opportunity remains open. Extreme conditions “do not have to translate into humanitarian emergencies or fatalities” if precautions are taken in time, they argued, framing preparedness as the difference between a difficult season and a catastrophic one.
A Narrow Action Window
Saulo and Fletcher directed their appeal beyond governments. WMO and the humanitarian office urged development banks and international financial institutions to release funds in a coordinated manner before the worst damage occurs. The underlying premise is simple, El Niño cannot be stopped, but its worst human impacts can be mitigated and prevented.
Latin America appears prominently in the forecast. Central America has already been placed on maximum alert over drought conditions linked to the so-called Super El Niño, and the new warning extends that concern across the region. Africa faces the mirror problem in several zones, with eastern and southern areas bracing for a combination of heat, drought and flood depending on local geography.
WMO’s warnings marks a departure from the cautious phrasing typical of international agencies. Describing the phenomenon as off the scale is not a rhetorical flourish but a technical judgment, one intended to shake loose the funding and coordination that slow-moving bureaucracies often withhold until emergencies are already visible. For Saulo and Fletcher, the next three months represent the period when that response must be assembled, not the period when it can still be debated.