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Pesca na foz do Rio Doce volta a ser liberada depois de dez anos

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Após dez anos, a pesca voltou a ser liberada na área marinha próxima à foz do Rio Doce, entre Aracruz e Linhares, no Espírito Santo.

A decisão, dos ministérios da Pesca e Aquicultura (MPA) e do Meio Ambiente e Mudança do Clima (MMA), foi tomada com base em uma nota técnica da Agência Nacional de Vigilância Sanitária (Anvisa) que apontou não haver perigo para o consumo de pescados. 

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Com isso, os pescados da região poderão ser comercializados e consumidos.

A atividade pesqueira foi suspensa após o rompimento da barragem de Fundão, em Mariana (MG), por causa da possibilidade de contaminação dos peixes, moluscos e crustáceos. 

A Portaria n°75/2026 estabelece que a atividade pesqueira profissional na área delimitada deverá ser exercida por pescadores e embarcações devidamente regularizados, quando exigido pela legislação. O ordenamento da pesca na região não altera o pagamento do Programa de Transferência de Renda (PTR).

“Também deverão ser observadas as normas vigentes sobre períodos de defeso, áreas com restrição à pesca, espécies protegidas, tamanhos mínimos de captura, modalidades permitidas, equipamentos utilizados e medidas para reduzir a captura incidental”, disse o MPA.

A fiscalização ficará a cargo dos órgãos competentes. Além disso, a retomada da atividade pesqueira será acompanhada por um Plano de Ação Integrado, coordenado pelo MPA e pelo MMA, em articulação com os demais órgãos competentes, entre eles Ministério da Saúde (MS), Anvisa e as instâncias de gestão participativa.

O plano conta com medidas de implementação, monitoramento e avaliação da atividade pesqueira. Ele poderá ser atualizado com base nos resultados do monitoramento, em informações técnicas e científicas e na participação das comunidades pesqueiras.

Rompimento 

A atividade de pesca foi suspensa, em 2016, por tempo indeterminado, por decisão da Justiça do Espírito Santo que atendeu pedido do Ministério Público Federal (MPF).

O órgão apontou a inexistência de estudos conclusivos sobre a contaminação de peixes, moluscos e crustáceos que vivem na região, devido aos rejeitos da barragem de Fundão, da Samarco, rompida em 5 de novembro de 2015, em Mariana (MG).

O rompimento despejou aproximadamente 40 a 55 milhões de metros cúbicos de rejeitos de mineração de ferro, contaminando toda a Bacia do Rio Doce. Os rejeitos soterraram os distritos de Bento Rodrigues e Paracatu de Baixo e 19 pessoas morreram.

Nota técnica

A nota técnica com dados de monitoramento ambiental e da atividade pesqueira produzidos pela Anvisa apontou não haver nas regiões dulcícola, marinha e de mangue, a presença de chumbo e mercúrio acima do limite máximo tolerado, definido em normas nacionais e internacionais.

Para cobre, cromo, ferro, níquel, manganês e zinco, a presença detectada situa-se na média.

O MPA informou ainda que a água e os sedimentos do Rio Doce são monitorados continuamente pelo Programa de Monitoramento Quali-quantitativo Sistemático de Água e Sedimento (PMQQS), e não há alertas de não conformidade reportados pelo programa.

O ministério informou ainda que a liberação da atividade pesqueira, não substitui nem afasta as obrigações de reparação, recuperação e monitoramento previstas no acordo judicial relacionado ao rompimento da barragem.

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Novaya Gazeta chiude in Russia: “Siamo stati uccisi da autorità di Mosca e servizi segreti”

“Siamo stati uccisi. Il 9 novembre spegneremo le luci del nostro edificio, dove abbiamo vissuto per 30 anni, spegneremo i server e ce ne andremo. Il giornale non esiste più. Le autorità russe e i servizi segreti russi hanno costretto la redazione a cessare le attività”. Il sito di Novaya Gazeta, quotidiano classificato come agente straniero da Mosca, ha annunciato la cessazione delle attività in Russia. La testata, nota in Occidente soprattutto per essere il quotidiano sul quale Anna Politkovskaja – uccisa nel 2006 – pubblicava le sue inchieste, era già sottoposta a limitazioni dal 2022. Parte della redazione aveva già lasciato il Paese, continuando a lavorare al progetto Novaya Gazeta – Europe.

“Una trentina d’anni di vita insieme al Paese e ai suoi cittadini finiranno per noi per strada, senza mezzi di sussistenza, sotto la costante minaccia della repressione“, aggiunge Novaya Gazeta. Il giorno prima era stato reso noto che la redazione sarebbe stata sfrattata dalla propria sede in Potapovsky Lane, nel centro di Mosca, dove i giornalisti avevano lavorato per 29 anni, sottolinea Meduza, evidenziando che a seguito di ciò chiuderà anche il Museo di Anna Politkovskaya, che aveva sede nell’ex ufficio della giornalista. Dopo l’invasione russa dell’Ucraina nel 2022 le autorità russe hanno bloccato i siti web del giornale e ne hanno revocato la registrazione, poi a settembre del 2026 Novaya Gazeta era stato dichiarato “agente straniero”. Secondo l’Economist, il 26 ottobre si è tenuta una riunione del board del giornale in cui è stato deciso di chiudere e oggi è giunto l’annuncio della testata.

Nel lungo testo dell’annuncio pubblicato sul suo sito, Novaya Gazeta ripercorre la sua storia, che si intreccia con quella della Russia. “I nostri anni sono stati felici: pieni di creatività e speranze, lettori, amici, testi, film. A volte, questi anni sono stati disperatamente amari. Amari, perché è stato proprio durante il regno di questo regime, e non negli anni ’90 della criminalità organizzata, che i nostri colleghi sono stati uccisi per motivi politici, per aver adempiuto al loro dovere professionale e civico: Igor Domnikov, Yuri Shchekochikhin, Anna Politkovskaya, Stas Markelov, Anastasia Baburova, Natalya Estemirova. Contemporaneamente alla lettera di sfratto, hanno disattivato il sistema di donazioni che ci permetteva di ricevere contributi dai nostri lettori. In altre parole, ci hanno privato di qualsiasi fonte di finanziamento. Completamente”, denuncia il giornale. E ancora: “Si tratta di un’operazione coordinata. Nessuno si lascerà convincere dalla giustificazione delle banche secondo cui agiscono in base a regole aziendali interne. Si tratta di regole esterne, stabilite dall’apparato statale repressivo, da funzionari dell’Fsb che si sono infiltrati in ogni organizzazione. Considerano il Paese come una loro proprietà“.

Poi, dopo avere ripercorso le restrizioni a seguito dello scoppio della guerra in Ucraina e l’aggressione al caporedattore Dmitry Muratov, Nobel per la Pace nel 2021, Novaya Gazeta sottolinea che “questa non è solo la nostra storia personale. È la storia di un Paese e di una società che vengono annientati esattamente allo stesso modo”. “A compiere tutto questo sono l’Fsb, il ministero della Giustizia, la Procura e altri che hanno privatizzato lo Stato e usurpato il potere. Non si tratta di risentimento sovietico; sotto questa copertura è stata praticamente instaurata una dittatura militare“, denuncia il giornale. “I diritti umani e le libertà sono stati eliminati nel Paese, e la loro tutela è stata equiparata a un reato. Le elezioni e gli organi eletti sono stati di fatto eliminati. Le istituzioni pubbliche sono state smantellate. La libertà di coscienza e la dignità umana sono state calpestate. La vita privata è stata stravolta da mani sporche. L’articolo 29 della Costituzione, secondo cui ‘la censura è vietata’, non suona forse oggi come una beffa? I tribunali sono stati distrutti, insieme alla legge e allo Stato di diritto. Avere le proprie convinzioni è ora considerato tradimento”, si legge ancora. Poi la conclusione: “Ma il tradimento è quando uno Stato tradisce la propria Costituzione. E questo tradimento è un crimine in corso, che si sta svolgendo proprio ora sotto gli occhi del mondo intero. L’assassinio di Novaya Gazeta ne è un’ulteriore prova. In tutti questi anni abbiamo scritto proprio di questo. Finché abbiamo potuto. Ecco perché l’abbiamo chiusa. Grazie a tutti coloro che ci hanno ascoltato”.

Dopo lo scoppio della guerra in Ucraina gran parte dello staff del giornale si era spostata in Lettonia e aveva lanciato Novaya Gazeta Europe. La testata originaria è stata privata della licenza per operare in Russia già nel 2022, all’indomani dell’avvio delle ostilità contro Kiev. Da allora era rimasta operativa nel Paese solo per la raccolta di informazioni relative alle inchieste giornalistiche. Sul sito del giornale si legge: “Novaya Gazeta Europe è stata fondata nell’aprile 2022, in seguito all’invasione russa dell’Ucraina avvenuta sei settimane prima e alla conseguente introduzione della censura di guerra che ha costretto la maggior parte dei redattori e dei giornalisti di Novaya Gazeta a lasciare il Paese. Con sede a Riga, capitale della Lettonia, Novaya Gazeta Europe intende portare avanti l’eredità di Novaya Gazeta, che da oltre 30 anni è uno dei nomi più autorevoli del giornalismo indipendente russo”. Da giugno 2023 anche questa nuova entità – che ha sede a Riga e collaboratori nell’est Europa – è stata dichiarata “organizzazione indesiderata” e messa al bando in Russia.

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Il Fatto non si vende: avere denaro non dà diritto a comprare qualsiasi cosa

di Roberto Celante

Leonardo Maria Del Vecchio dovrebbe avere già capito dal comunicato ufficiale di Seif che la propria idea di acquisire la maggioranza delle azioni del Fatto Quotidiano non è destinata a concretizzarsi. Leggere queste mie righe, ancorché esprimano il punto di vista di un semplice lettore, potrebbe giovare a Del Vecchio per rassegnarsi più rapidamente, così come potrebbe far desistere subito eventuali altri aspiranti editori.

In primo luogo, e in linea generale, deve essere chiaro che nemmeno la più ampia disponibilità di denaro dà il diritto di comprare qualsiasi cosa solo perché, per interesse, per capriccio, o per noia, la si desideri. Perché, dietro la proprietà, ci sono le persone e le loro vite, quindi possono esserci, o esserci state, le loro ansie e le loro speranze, le loro battaglie e i loro traguardi, le loro sconfitte e le loro rivincite. Il che non significa necessariamente essere materialisti, ma riconoscere che vi può essere una qualche forma di legame tra proprietà e sfera emotiva, che va rispettato.

Nel caso specifico della titolarità delle azioni dei soci fondatori del Fatto Quotidiano, vi è un legame ancora più forte, perché esse costituiscono la garanzia dell’indipendenza dei giornalisti, soci e non soci. Il vero proprietario del Fatto Quotidiano è, infatti, la deontologia professionale dei giornalisti, perché solo a questa essi devono rispondere.

La presenza di un editore, cioè di un socio di maggioranza assoluta, o relativa, può avere un’influenza sulla linea editoriale del giornale, a maggior ragione se l’editore ha forti interessi da tutelare in altri settori economici. L’organo di stampa, infatti, potrebbe voler essere utilizzato come uno strumento pubblicitario, oppure come un’arma contro la concorrenza, oppure come la parte agguerrita di un processo mediatico parallelo ad eventuali inchieste della magistratura che coinvolgano l’editore, orientando l’opinione pubblica a credere a una fantomatica persecuzione giudiziaria.

Non è scontato che la mera presenza di un editore porti automaticamente all’avverarsi di uno, o più, degli scenari prospettati; però, espone certamente i giornalisti a quei rischi, concreti o putativi, tali da attentare alla loro indipendenza. Il tema è cruciale, perché il giornalismo, in una democrazia sana, dovrebbe essere il “cane da guardia del potere”, non un servo del padrone.

Inoltre, la Costituzione tutela la democrazia, non soltanto avendo delineato l’architettura istituzionale dello Stato, ma anche riconoscendo il diritto allo studio per tutti (art. 34) e la libertà di stampa (art. 21), perché sono gli strumenti fondamentali a disposizione dei cittadini per valutare l’operato dei politici e delle lobby. La posizione attuale dell’Italia nel ranking mondiale della libertà di stampa è a un preoccupante 56° posto su 180 Paesi e, senza il Fatto Quotidiano, sarebbe certamente a un livello ancora più basso.

Ecco, quindi, tutti i motivi che, a mio parere, portano i soci fondatori a respingere irremovibilmente la proposta di acquisizione del Fatto Quotidiano da parte di Leonardo Del Vecchio. Perché nel 2009 hanno affrontato il rischio d’impresa, senza il paracadute del finanziamento pubblico e stanno continuando a farlo, senza soluzione di continuità; perché solo l’assenza di un editore permette al Fatto Quotidiano di continuare a restare una voce autorevole e indipendente nel panorama mediatico italiano; perché essere indotti a lavorare in modo diverso significherebbe perdere non soltanto la propria indipendenza, ma anche la propria identità e dignità; perché, infine, il Fatto Quotidiano perderebbe tutti i lettori, senza attirarne di nuovi, dato che i suoi giornalisti, soci e non soci, dovrebbero improvvisarsi a fare un mestiere diverso, che non riuscirebbero mai a imparare.

Il blog Sostenitore ospita i post scritti dai lettori che hanno deciso di contribuire alla crescita de ilfattoquotidiano.it, sottoscrivendo l’offerta Sostenitore e diventando così parte attiva della nostra community. Tra i post inviati, Peter Gomez e la redazione selezioneranno e pubblicheranno quelli più interessanti. Questo blog nasce da un’idea dei lettori, continuate a renderlo il vostro spazio. Diventare Sostenitore significa anche metterci la faccia, la firma o l’impegno: aderisci alle nostre campagne, pensate perché tu abbia un ruolo attivo! Se vuoi partecipare, al prezzo di “un cappuccino alla settimana” potrai anche seguire in diretta streaming la riunione di redazione del giovedì – mandandoci in tempo reale suggerimenti, notizie e idee – e accedere al Forum riservato dove discutere e interagire con la redazione.

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“Il Fatto Quotidiano non è in vendita”: l’appello di Fiorello che aderisce alla nostra campagna e fa la foto in diretta mostrando la prima pagina di oggi

Colpo di scena durante l’appuntamento odierno con “La Pennicanza” di Fiorello con Fabrizio Biggio. Lo showman ha letto in diretta un messaggio legato alla nuova campagna de “Il Fatto Quotidiano non è in vendita”. Iniziativa che nasce dopo le cronache degli ultimi giorni sull’Opa lanciata da Leonardo Maria Del Vecchio, poi ritirata dopo il no sia dei soci fondatori, sia del Cda.

“Ho ricevuto un messaggio da Federico Pontiggia – ha detto Fiorello durante la diretta – Allora, Federico mi dice se vuoi aiutarci, ti chiediamo di farti una foto con Il Fattoo (la campagna avviata con i nostri lettori, ndr) con questa indicazione che ti inoltro di seguito oppure semplicemente me le mandi qui, grazie'”.

La risposta di Fiorello è stata immediata: “Io però io ti voglio bene tantissimo ti voglio bene Pontiggia, ti voglio bene però io mi devo mettere a fare la foto poi postarla e mandartela. No, non voglio quindi lo faccio in diretta qua qui c’è la foto in diretta lo facciamo? Tieni, Biggio mettiti qui con il giornale tipo rapito e io leggo le cose”.

Poi la lettura del testo integrale: “Il Fatto Quotidiano non è in vendita, i nostri unici padroni siete voi lettori e lettrici a dispetto di chiunque voglia intimidirci o comprarci! – ha detto in diretta il conduttore – Noi dobbiamo rendere conto a voi che ci comprate in edicola! Facciamo sentire la nostra voce, andate a comprare la vostra copia e scattatevi una foto con il giornale in vista taggando Il Fatto Quotidiano e scrivendo “Il Fatto non è in vendita!”.

Ed è così che Fiorello, inforcando scherzosamente occhiali e naso finto (forse per imitare Leonardo Maria Del Vecchio), assieme a Biggio ha posato per la campagna del giornale.

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Brasil diminui em 43% área de vegetação nativa fragmentada

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A área de vegetação nativa fragmentadas por desmatamento para mudança de uso da terra diminuiu 43% em 38 anos, mostram dados do módulo de Degradação do MapBiomas, divulgado nesta quinta-feira (29).

O Brasil passou de 287 hectares fragmentados, em 1986, para 163 hectares, em 2024. São porções de mata original cercadas por áreas desmatadas para agricultura, pasto ou urbanização.

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Apesar de a área fragmentada ter diminuído, esses trechos ficaram menores e cresceram em quantidade. Eram 2,35 milhões de recortes de vegetação nativa em 1986 e passaram a 3,41 milhões em 2024.

Segundo o pesquisador do Instituto de Pesquisa Ambiental da Amazônia (Ipam) Dhemerson Conciani, esses pequenos fragmentos dificultam a dispersão de sementes e a circulação de animais, afetando diretamente a reprodução das espécies nativas que vivem nessas áreas. Conciane é também coordenador técnico do grupo de Degradação do MapBiomas,

“[Essa segmentação] reduz o fluxo gênico [transferência de material genético] e aumenta o risco de extinções locais.”

Biomas

Quando o recorte é feito por bioma, a Mata Atlântica é a mais afetada, com 1,38 milhão de áreas recortadas e o Cerrado é o segundo com maior, ao somar 957 mil pequenas porções de vegetação nativa. Também é na Mata Atlântica que estão os menores trechos, com área média de 25 hectares.

Ao reunir 81 hectares de área média, o Pampa é o segundo bioma com porções reduzidas, seguido do Cerrado, onde os fragmentos têm em média 105 hectares.

Na Amazônia, apesar de os extratos serem os maiores em termos de área em 2024, com 662 hectares, desde 1986, quando a média era de porções com 2,7 mil hectares, o tamanho dos fragmentos já diminuiu 76%.

A quantidade de porções isoladas por áreas desmatadas também cresceu em 38 anos, saindo de 144 mil fragmentos, em 1986, para 519 mil fragmentos, em 2024. O aumento foi de 260%.

Regionalismo

Quase metade do total de fragmentos no país (49%) está nos estados de Minas Gerais, Bahia, Goiás, São Paulo e Paraná.

São nas regiões Sudeste e Sul que estão a maior parte dos municípios brasileiros com área média de porções inferior a 25 hectares. Dos 20 municípios brasileiros com menor área média recortada, 12 ficam na região Sudeste, cinco no Nordeste e três na Região Sul.

Já na Região Norte, as áreas de vegetação nativa tendem a ser mais contínuas. É lá que estão 19 dos 20 municípios com trechos maiores. No estado do Amazonas, por exemplo, os fragmentos tem, em média, 4 mil hectares e Itamarati (AM) é o município que lidera, com 65,6 mil hectares de área média segmentada.

“Quanto mais fragmentada fica a paisagem, menor é a área média de seus fragmentos, e isso é muito ruim em termos ambientais porque aumenta drasticamente a exposição aos efeitos de borda e ao fogo, especialmente em anos de eventos climáticos extremos”, explica Conciani.

Vulnerabilidade

As áreas de borda são faixas próximas (entre 30 e 150 metros) às regiões desmatadas que sofrem os efeitos da degradação por serem submetidas a condições diferentes das que existem em áreas preservadas, como entrada de luz em excesso, vulnerabilidade aos ventos fortes e assoreamento do solo por perda de umidade.

De acordo com os pesquisadores, em todo o país, entre 37 milhões e 102 milhões de hectares de vegetação nativa estão nas chamadas áreas de borda. Isso representa de 7% a 18% da vegetação nativa brasileira.

Entre os biomas, o Cerrado é o que reúne maior vegetação nativa exposta à vulnerabilidade da área de borda. São de 11 milhões e 32 milhões de hectares em extensão. Já em proporção, a Mata Atlântica é o bioma mais exposto, com 29% a 66% do total de vegetação nativa remanescente em área de borda.

COP17

Os dados do módulo de Degradação do MapBiomas foram atualizados após o lançamento da Coleção 11 de mapas e dados anuais de cobertura e uso da terra do Brasil, lançado em agosto de 2026.

O estudo foi apresentado nesta quinta-feira (29), em Yerevan, Armênia, durante a 17ª Conferência das Partes das Nações Unidas (COP17) da Convenção sobre Diversidade Biológica (CDB).

Na avaliação do pesquisador da GeoKarten Eduardo Vélez, que também integra o grupo de Degradação do MapBiomas, compreender a dinâmica da perda de vegetação nativa e sua fragmentação é fundamental para enfrentar a crise global da biodiversidade.

“As informações inéditas disponibilizadas e atualizadas sobre a fragmentação da vegetação nativa no Brasil são estratégicas para entender a dimensão do problema, evitar seu agravamento e inclusive orientar ações de restauração na busca de maior conectividade ecológica.”

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Querele bavaglio, Il Fatto Alimentare vince in appello e stavolta incassa: ma per i giudici chiedere 1,5 milioni e perdere non è abuso

Stavolta il conto lo paga chi ha fatto causa. La Corte d’appello di Venezia ha respinto l’impugnazione di Acqua Minerale San Benedetto contro Il Fatto Alimentare e ha confermato che quella testata non ha diffamato nessuno scrivendo, nel 2022, che uno spot con Elisabetta Canalis poteva suggerire che una bottiglietta d’acqua compensasse la colazione saltata. Quarta sconfitta per l’azienda in quattro anni, dopo due procedimenti d’urgenza e il primo grado. Altre due le aveva rimediate nella causa parallela contro l’account Instagram Aestetica Sovietica, che della stessa pubblicità si era occupato.

Una precisazione necessaria, perché l’omonimia inganna: Il Fatto Alimentare non ha alcun rapporto con il Fatto Quotidiano, né societario né redazionale. È un quotidiano online indipendente nato nel 2010, si occupa di etichette, sicurezza alimentare e pubblicità ingannevole, e lo mandano avanti in tre. Della sua battaglia avevamo raccontato a settembre, quando l’appello doveva ancora essere discusso.

La notizia, per chi fa questo mestiere, sta nelle ultime pagine della sentenza. In primo grado il Tribunale aveva riconosciuto alla testata 10.860 euro di spese legali, calcolandole sullo scaglione delle cause di valore indeterminabile. Roberto La Pira, che Il Fatto Alimentare lo dirige, aveva impugnato quel capo, e la Corte gli ha dato ragione: se un’azienda quantifica la propria domanda in “non meno di un milione e mezzo”, è su quel valore che vanno liquidate le spese a carico di chi perde. Vale il criterio del disputatum, non del decisum, come hanno stabilito quest’anno le Sezioni unite della Cassazione.

Risultato: 37.951 euro di compensi per il primo grado, quasi quattro volte quelli di prima, più 24.064 per l’appello, oltre al 15% di spese generali e agli accessori di legge. E il raddoppio del contributo unificato, la sanzione per chi impugna e perde. Chi chiede cifre fuori scala, quando perde, paga sulla scala che si è scelto.

Nel merito la Corte è netta. Lo spot – le fette di pane che si bruciano, l’uscita di casa con la sola bottiglietta, “ascolto il mio corpo e bevo un’acqua leggera con tanti nutrienti preziosi” – “aveva certamente generato delle criticità comunicative, percepite in quanto tali non solo dagli appellati”. Leggerci un messaggio “ambiguo o diseducativo” non significa inventare un fatto inesistente, scrivono i giudici, ma valutare il significato complessivo di una pubblicità. E la sospensione dello spot decisa poi dall’azienda, pur non essendo un’ammissione, va valorizzata come fatto “sintomatico della non eccentricità della lettura critica”. Quanto al linguaggio degli articoli: “pur netto, non eccede affatto in espressioni insultanti o gratuitamente offensive”.

Sul danno, il milione e mezzo si sgonfia. San Benedetto aveva messo nel conto 864.219,80 euro per rifare la campagna, più il cachet della testimonial, non quantificato per riservatezza. Per la Corte quei costi “non valgono a dimostrare che tali esborsi siano conseguenza immediata e diretta degli articoli contestati”, visto che il dibattito critico sullo spot correva sul web da agosto e la modifica è anteriore all’articolo del 4 ottobre. C’è di più: l’indice reputazionale prodotto dall’azienda per dimostrare il crollo scendeva già da settembre 2021, un anno prima che quegli articoli esistessero, e dipende – lo dice la stessa relazione – da molteplici fattori.

Tutto bene, dunque. Tranne il punto che riguarda chiunque scriva. Il Fatto Alimentare aveva chiesto di condannare l’azienda per lite temeraria, l’articolo 96 del codice di procedura civile. Negato, come in primo grado. La domanda e l’appello “sono risultati infondati”, scrive la Corte, ma non si può ritenere che l’iniziativa sia stata “connotata da mala fede, colpa grave o abuso dello strumento processuale”. E soprattutto: “La mera sproporzione dell’importo richiesto, pur rilevante ai fini della regolazione delle spese e della valutazione della prova del danno, non è sufficiente a fondare la sanzione processuale invocata”.Tradotto: chiedere un milione e mezzo a una testata che ne fattura 150mila, perdere sei volte in quattro anni e insistere fino all’appello pesa sul conto delle spese, ma non è abuso del processo. La sproporzione conta come tariffa, non come comportamento.

Nel frattempo la legge che dovrebbe occuparsene è arrivata. Il decreto che recepisce la direttiva europea contro le querele bavaglio, approvato in ritardo e sotto procedura d’infrazione, è in vigore: ma vale per le sole cause civili con implicazioni transfrontaliere, e lascia fuori il penale e le controversie tutte italiane, che secondo Case Italia sono almeno nove su dieci. Questa, Venezia contro Milano, è una di quelle: non sarebbe cambiato nulla.

Restano quattro anni di carte, avvocati e notti in bianco per una redazione di tre persone, e una raccolta fondi fra i lettori che ha fruttato 23.656 euro. “Un giornalista può essere convinto di avere fatto correttamente il proprio mestiere”, scrive La Pira, “ma quando arriva una richiesta da 1,5 milioni rischia di sobbarcarsi spese legali inimmaginabili per poi arrivare a una sentenza che conferma il suo comportamento corretto”. Questa volta le spese le paga l’azienda. È una buona notizia, ed è anche la misura di quanto sia rara.

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Conselho Nacional de Direitos Humanos pede suspensão do Smart Sampa

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O Conselho Nacional de Direitos Humanos (CNDH) pediu que o programa de câmeras de vigilância Smart Sampa, da prefeitura de São Paulo, seja suspenso após falhas de segurança permitirem que terceiros não autorizados tivessem acesso ao sistema de videomonitoramento.

O problema foi revelado pelo portal UOL, no dia 20 de outubro. De acordo com a reportagem, 181 logins e senhas de usuários, dados cadastrais de mais de 6 mil agentes de segurança e orientações para replicar a interface da plataforma ficaram expostos em um repositório público por aproximadamente 11 meses.

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Esse material permitiu o acesso de terceiros a imagens de mais de 58 mil câmeras, incluindo as de creches, escolas, hospitais, unidades básicas de saúde e centros de atenção psicossocial. Também era possível consultar cadastros de pessoas físicas (CPF), nomes e placas de veículos, além da inserção de dados no sistema.

O CNDH argumenta que a falta de medidas de segurança, como autenticação de duas etapas e senhas dedutíveis, colocou em risco dados sigilosos de agentes de segurança e imagens das câmeras de espaços públicos.

Além disso, o conselho diz que “durante 11 meses, quem tivesse as credenciais poderia observar a cidade e localizar pessoas determinadas”.

“Podem ter sido rastreados o trajeto de policiais, guardas civis e policiais penais entre suas bases e residências; a rotina de militares das Forças Armadas; o trabalho de advogados e jornalistas, com risco ao sigilo profissional e da fonte. Todas essas pessoas ficaram sujeitas ao risco de serem identificadas, acompanhadas e perseguidas por terceiros desconhecidos, sem qualquer possibilidade de saber que eram observadas. O dano tem, portanto, natureza transindividual”, informou o conselho.

Para além do risco de perseguição, o programa Smart Sampa estaria violando regras estabelecidas pelo próprio conselho, na Resolução CNDH nº 17/2025, que dispõe sobre o uso de tecnologias de reconhecimento facial em espaços públicos dos estados e do Distrito Federal

A manutenção de credenciais de acesso ativas, vulneráveis e sem mecanismos de autenticação em dois fatores ao longo de 11 meses afronta diretamente a obrigação de segurança prevista no artigo 3º, parágrafo 1º.

A utilização de credenciais previsíveis e compartilhadas compromete a integridade dos registros de auditoria, impossibilitando a identificação individualizada dos acessos e violando o artigo 4º, inciso V.

Também houve violação do art. 4º, VIII. O fato de que a exposição foi descoberta pela imprensa, e não pelos controles do sistema, revela a ausência da supervisão exigida pelo artigo.

O CNDH informou que comunicará o ocorrido ao Ministério Público do Estado de São Paulo e ao Ministério Público Federal, recomendando a instauração de inquérito civil e o ajuizamento de ação civil pública contra o município.

O conselho emitiu ainda uma notificação para o MPSP, solicitando a suspensão do uso do sistema, a preservação dos registros e a reparação dos danos morais coletivos causados aos direitos difusos e coletivos.

A Agência Brasil procurou a prefeitura de São Paulo para um posicionamento, mas até a publicação deste texto não houve resposta.

*Estagiário da Agência Brasil sob supervisão de Odair Braz Junior.

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Da “ayatollah dei maranza” a “ideologo eversore”. Youssef Siher, così i giornali hanno sbattuto il mostro in prima pagina

Eccolo lì, il mostro sbattuto in prima pagina. Gli occhiali da studioso, il baffetto, lo sguardo serio. Figlio di una coppia marocchina, istruito e di religione islamica, Youssef Siher è il perfetto capro espiatorio per il governo nei giorni dei disordini nelle piazze italiane, ma anche il volto che i giornali aspettavano per aprire le proprie edizioni. E allora il 30enne, tornato libero oggi, dopo quattro giorni in carcere, viene definito dai quotidiani, a partire da domenica 25 ottobre, nei modi più disparati (e talvolta offensivi): “L’ayatollah dei maranza” (il Giornale), “l’ideologo eversore” (ancora il Giornale), “la mente delle rivolte” (Libero), “potenziale terrorista” (di nuovo Libero), “il laureato mente del 17 ottobre” (la Repubblica), “il capo del branco” e “il burattinaio degli scontri” (la Verità), “il regista del movimento” e anche “l’ideologo” (il Corriere della Sera).

Al di là dei vari epiteti, Siher per tutti è “la mente” della rivolta. Quando viene fermato sabato 24 ottobre, il ministro Matteo Piantedosi parla proprio di “presunta mente” del Movimento 17 ottobre. Il collega di Fratelli d’Italia, Guido Crosetto, si affretta a fargli i complimenti su X “per aver individuato l’ideatore” dei disordini. Le accuse, per il giovane, sono istigazione a delinquere aggravata dal terrorismo e violenza organizzata. Reato, quest’ultimo, introdotto attraverso l’ultimo decreto Sicurezza del governo, in vigore poche ore prima del fermo.

Guerra al 30enne (e all’Islam) da sbattere in prima pagina

I giornali tradizionalmente di destra – e i loro direttori – non dovevano credere ai loro occhi quando Siher è stato portato in Questura a Milano e da lì al carcere di San Vittore. E infatti, col tipico garantismo a convenienza, si sono affrettati a condannarlo. E, intorno alla condanna, a costruire la propria narrazione. Partiamo da il Giornale diretto da Tommaso Cerno. L’apertura a caratteri cubitali del 25 è “L’ayatollah dei maranza”. Il sottotitolo: “Fermato il fondatore del gruppo 17 ottobre”. La doppia pagina, 2-3, è “Regia islamica” (dietro gli scontri, ovviamente). Tra i “deliri” e le “ossessioni ” di Siher – così li definiscono nella redazione milanese del quotidiano fondato da Indro Montanelli – aver appoggiato un’interrogazione di Nicola Fratoianni, essere un attivista pro Pal, parlare di genocidio e di libertà “dal fiume al mare”. Il giorno dopo, attenzione, ecco a tutta pagina “Tutti i legami di Youssef”, reo di aver partecipato a un convegno con l’ex Avs Aboubakar Soumahoro e di essere sceso in piazza con Mohammad Hannoun. Già che ci siamo, poiché nel calderone di questi giorni fa comodo, il 27 l’apertura è sull’intervista a Matteo Salvini. Titolata così: “Islam pericolo per l’Italia. Ecco la mia nuova Lega”. Accostamenti suggestionanti stabilirebbe una storica sentenza della Cassazione sui limiti del diritto di cronaca. Dopo le pagine 2-3 col leader del Carroccio che dice che le moschee vanno chiuse, a pagina 4 ecco Siher, definito “l’ideologo eversore”. Poi si parla di Fratelli musulmani, di Piantedosi che indica di “valutare legami con Hamas” e della presunta intenzione del giovane ricercatore – tutta da dimostrare – di volere “una primavera araba” a Milano.

Gli attacchi al Fatto e alla politica “nemica”

Per Libero, il giornale diretto da Alessandro Sallusti, la prima pagina del 25 ottobre diventa il pretesto per una doppia operazione: screditare le rivendicazioni socio-economiche di chi protesta, incolpando l’Islam, e attaccare il Fatto Quotidiano (poiché Siher ha svolto uno stage nella redazione di Milano). Ecco l’apertura: “Non è disagio, è Islam”. Il sottotitolo: “Presa la mente delle rivolte: è un ex collaboratore di Travaglio”. Per Sallusti è l’uomo perfetto: “Altro che emarginazione”. Nell’editoriale parla persino di un “progetto politico di matrice islamica per destabilizzare l’Italia”. Poi, con l’immancabile paternalismo, dà del “cretino” a Siher e a chi “gli ha dato spago e credibilità”. A pagina 2 un titolo che è già una sentenza: “La mente del Movimento voleva il partito islamico per dare l’Italia ai maranza”. A pagina 3, visto che ci siamo, un attacco – così viene inteso dai lettori del quotidiano fondato da Vittorio Feltri – ai 5 stelle. Siher viene descritto, nella titolazione, come “l’intellettuale musulmano autore del ‘Fatto’ e amico del M5s“. Il giorno dopo, il 26, in prima pagina compare un titolo che dire allusivo è poco: “Tutte le donne del capo islamico“. Il pretesto è l’indagine a carico della moglie. L’apertura in prima pagina del 27 ottobre, invece, è dedicata al Partito democratico: “Il Pd arruola il capo islamico”. A Sallusti non devono essere piaciute le prese di posizione di chi ha espresso più di un dubbio sul fermo del 30enne e sulle relative accuse.

Siher è già colpevole: la verità de la Verità

Anche per la Verità, il giornale fondato e diretto da Maurizio Belpietro, il fermo di Siher è l’assist perfetto per cancellare con un colpo di spugna il disagio sociale. L’occhiello dell’apertura, domenica 25 ottobre, recita: “Ma quale disagio economico: ecco chi muove le rivolte dei maranza”. Siher è già il responsabile. E infatti il titolo è “Preso il capo del branco”. Nell’editoriale Belpietro snocciola il curriculum del giovane, definendolo “l’ideatore del Movimento 17 ottobre, quello che minacciava di scatenare la rivolta in tutte le città d’Italia fino a che non fosse caduto il governo”. Povero governo, viene da dire: che scarsa stima da parte dei suoi sostenitori. Naturalmente per la Verità è importante sottolineare che Siher sia un italiano di “seconda generazione”, figlio di immigrati marocchini, e che sia istruito. Ecco l’apertura a pagina 2: “Altro che maranza. Il capo del 17 ottobre è un italomarocchino con laurea e master”. Il titolo dell’editoriale di Belpietro? È a pagina 3: “La storia di Siher è la dimostrazione che l’unico errore è stato integrare“. Insomma, il 30enne residente in provincia di Brescia è già ampiamente colpevole. Il giorno dopo, il 26, l’apertura del quotidiano dà per certo che i disordini siano stati favoriti da finanziamenti pubblici. Eccola: “C’è un giro di soldi pubblici dietro le menti della rivolta”. Anche qui il pretesto che spinge un titolo così roboante è poca cosa: la moglie di Siher lavora per un’associazione che ha ricevuto denaro dal Comune di Milano e da altri enti pubblici.

Seppur con toni più contenuti, anche il Corriere della Sera ha cavalcato la vicenda. Nel titolo d’apertura del 25 Siher è “il regista del movimento”. Nel colonnino di pagina 2 vengono estrapolate alcune frasi dagli articoli scritti dal 30enne: da ilFattoQuotidiano.it, da il Foglio e da Ispi, l’istituto di geopolitica per cui collaborava. Nel colonnino di pagina 3, invece, vengono pubblicate le foto con tanto di indirizzo delle sedi milanesi dei due giornali e dello stesso Ispi. Il giorno successivo il sottotitolo dell’apertura cita l’accusa di eversione e le parole della Procura: “Voleva terrorizzare la popolazione”. Il 27, di nuovo, la versione dei pm, con la richiesta del carcere: “Da Youssef dichiarazioni di guerra. Può sviluppare una strategia rivoluzionaria”. Oggi, come anticipato, la scarcerazione: la giudice per le indagini preliminari ha rigettato la richiesta di convalida del fermo.

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I giornalisti di una tv serba si scusano per il lavoro svolto negli ultimi anni: “Rimasti in silenzio, fornito informazioni di parte e non posto le domande giuste”

“Per molti anni il servizio pubblico non ha svolto la sua funzione, è rimasto in silenzio, ha chiuso un occhio, ha fornito informazioni di parte e ha riportato i fatti in modo acritico. Non sono state poste le domande giuste o non sono state poste affatto”. Esordisce così il giornalista Goran Eror dell’emittente serba RTV nel discorso in cui la redazione si scusa con i propri telespettatori per il lavoro svolto negli ultimi anni di governo Vucic. “È l’inizio di un percorso per riconquistare la fiducia del pubblico” ha aggiunto prima di cominciare il telegiornale.

Nei giorni scorsi, tra l’altro, alcune persone avevano fatto irruzione nella redazione di Informer, un’altra tv filo-governativa, per dire al direttore di “chiedere scusa ai cittadini” per le “menzogne” raccontate negli anni. Nonostante l’ex presidente serbo Vucic abbia additato i sostenitori della Lista Studentesca come responsabili dell’irruzione, non è chiaro se siano stati effettivamente loro ad aver compiuto l’intrusione nella televisione.

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Energia solar residencial amplia participação e chega a 81% da potência instalada em Pernambuco

A classe residencial ampliou em 6,9% sua participação na potência instalada de energia solar por geração distribuída em Pernambuco em 2026, considerando a potência instalada entre janeiro e agosto, na comparação com o mesmo período de 2025, segundo dados da Agência Nacional de Energia Elétrica (ANEEL).

As residências passaram a responder por 81,25% dos 175.947,39 quilowatts (kW) de potência solar instalada no estado até agosto, com 142.949,09 kW. Considerando todas as classes de consumo — residencial, comercial, industrial, rural e serviço público —, a potência solar instalada alcançou 175.947,39 kW nos oito primeiros meses do ano.

Para Artur da Silva Figueiredo, assessor de Ciclo de Crédito da Central Sicredi Nordeste, o avanço está relacionado à combinação entre a maior acessibilidade da tecnologia e a percepção dos consumidores sobre os benefícios do sistema.

“A energia solar deixou de ser vista apenas como uma alternativa tecnológica e passou a ser considerada por muitas famílias como uma forma de reduzir despesas recorrentes. A queda no custo dos equipamentos, o acesso ao financiamento e a possibilidade de gerar parte da própria energia contribuem para tornar esse investimento mais atrativo”, afirma.

A predominância residencial também aparece na quantidade de centrais de geração distribuída. Até agosto, Pernambuco tinha 21.552 centrais na classe residencial, o equivalente a 92,49% das 23.303 unidades registradas no estado. O crescimento mostra que a expansão da energia solar não ocorre apenas pelo aumento da potência dos sistemas já instalados, mas também pela entrada de novos consumidores no mercado.

A expansão ocorre em diferentes regiões do estado. Entre os municípios pernambucanos, Petrolina lidera o ranking de potência instalada em 2026, com 22.696,95 kW. Em seguida aparecem Recife, com 14.010,30 kW; Caruaru, com 9.369,10 kW; Jaboatão dos Guararapes, com 6.160,85 kW; e Olinda, com 4.275,28 kW.

Para Artur, a ampliação da base de consumidores também tende a fortalecer o mercado de equipamentos e serviços relacionados à instalação e manutenção dos sistemas. “À medida que mais famílias adotam a geração solar, aumenta também a familiaridade da população com a tecnologia, o que reduz a percepção de complexidade da instalação e favorece novas adesões. É um processo em que a experiência de quem já utiliza o sistema passa a influenciar outros consumidores”, afirma.

Crédito para energia solar

A procura por financiamento também faz parte do mercado de geração própria. A carteira de crédito do Sicredi destinada à aquisição de sistemas de energia solar em Pernambuco alcançou R$ 42,6 milhões em agosto de 2026. A linha contempla consumidores residenciais e empresas que buscam instalar sistemas fotovoltaicos para reduzir os gastos com energia elétrica e ampliar a previsibilidade das despesas.

Segundo Artur da Silva Figueiredo, a decisão de investir em um sistema solar está cada vez mais relacionada à avaliação do custo da energia no longo prazo. “Quando o consumidor analisa o investimento, ele não considera apenas o valor de instalação do sistema, mas também a economia que poderá obter ao longo dos anos. O financiamento permite distribuir esse investimento no tempo e, dependendo do projeto, conciliar as parcelas com a redução esperada na conta de energia”, explica.

O especialista aponta que a escolha do sistema precisa levar em conta o perfil de consumo, o espaço disponível e a capacidade de geração necessária para cada imóvel. “É importante que o consumidor tenha orientação adequada desde a elaboração do projeto até a contratação do financiamento. Esse planejamento ajuda a garantir que o investimento seja compatível com a realidade financeira e com a necessidade de cada família ou negócio”, conclui Figueiredo.

© Guga Matos/JC Imagem

Energia solar residencial amplia participação e chega a 81% da potência instalada em Pernambuco
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MPSP passa a usar SmartSampa para combate ao crime organizado

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O Ministério Público de São Paulo formalizou parceria com a Prefeitura de São Paulo para usar o sistema de monitoramento por câmeras em operação na cidade, o Smart Sampa, para investigações de combate ao crime organizado e em ações focadas no combate à violência contra as mulheres.

A assinatura de dois acordos técnicos permitirá que o Grupo de Atuação Especial de Combate ao Crime Organizado (GAECO) use o sistema no apoio a investigações e ações de prevenção e repressão. O acordo terá vigência de 12 meses, contados a partir da data de assinatura, e poderá ser prorrogado.

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“Desde que visitamos o Smart Sampa pela primeira vez, vimos o grande potencial da estrutura que a Prefeitura de São Paulo tem implementado cada dia mais, não só na identificação de criminosos. O policiamento preventivo, o monitoramento e os deslocamentos de determinados alvos têm um potencial muito grande para aprimorar as nossas investigações”, declarou o promotor de Justiça do Gaeco, Luiz Fernando Bugiga Rebellato, em coletiva na tarde desta terça-feira (27).

Contra a violência de gênero, o Núcleo de Gênero do Centro de Apoio Operacional Criminal (CAOCrim) utilizará o sistema para notificar os homens que está proibidos, por medidas protetivas, de se aproximarem de suas companheiras ou ex-companheiras. A ação será realizada por uma equipe da Guarda Civil Metropolitana (GCM). Segundo o MPSP, cerca de 40% dos alvos deste tipo de medida não são encontrados para tomar ciência. Este convênio tem duração de 60 meses, igualmente prorrogáveis.

De acordo coma a prefeitura, há uma rede de 58 mil câmeras na cidade e em breve haverá expansão de mais 20 mil equipamentos.

Na semana passada, foi noticiado vazamento de informações do sistema por um acesso indevido de um dos operadores. A prefeitura afirma que o caso foi isolado e não constitui uma falha de segurança.

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Floridia (M5s): “L’assalto di Del Vecchio al Fatto? Tutelare la stampa indipendente dai ratti del capitalismo”

“L’assalto di Leonardo Maria Del Vecchio al Fatto Quotidiano è una vicenda che va molto oltre le mire di chi solo pochi giorni fa insultava i giornalisti del Fatto definendoli ‘ratti del giornalismo’”. A esprimersi in difesa del quotidiano è la senatrice M5s e già presidente della commissione di Vigilanza Rai Barbara Floridia. “È il sintomo della tenaglia delle oligarchie sulla stampa libera”, ha detto oggi riprendendo le parole del segretario generale della Federazione europea dei giornalisti Ricardo Gutiérrez.

“Un tema antico”, ha continuato, “che oggi non risparmia nemmeno i pochi esempi di testate indipendenti come appunto il Fatto Quotidiano. L’allarme lanciato da Gutiérrez va preso molto sul serio: la concentrazione della proprietà dei media mette a rischio il pluralismo e l’autonomia dell’informazione”. E in riferimento agli insulti di Leonardo Maria Del Vecchio al Fatto, ha aggiunto: “Non possiamo lasciare i giornali da soli in pasto ai ‘ratti’ del capitalismo: quelli che possono approfittare della crisi dell’editoria per mettere le mani sulle testate compromettendone la linea editoriale nonostante le promesse e le parole di facciata. Servono regole. Dobbiamo dare attuazione al Media Freedom Act europeo e favorire un sistema che – quando si presenta un rischio grave per il pluralismo – possa avere capacità di intervento”. Quindi ha concluso: “Con criteri pubblici, tempi certi e decisioni motivate. Non si tratta di impedire gli investimenti privati né di proteggere un giornale perché vicino a una determinata parte politica. Si tratta di evitare che la crisi dell’editoria trasformi il denaro nell’unico criterio che decide quali voci possono continuare a esistere e a quali condizioni”.

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Salvini attacca i giornalisti: “Alcuni servi stanno scrivendo cazz***”. L’Ordine: “Vuole un Congresso come quelli dell’Urss”

“Ho chiesto io agli organizzatori di lasciare i giornalisti al piano di sotto” e non nella sala con i delegati “per non inquinare delegati e militanti che non meritano di essere circondati da certa gente che non è qua per raccontare la Lega. Anche oggi alcuni giornalisti servi stanno scrivendo cazzate”. Parola del vicepremier Matteo Salvini, che en passant ha diretto Radio Padania ed è un giornalista professionista iscritto all’Ordine. Dal palco del congresso della Lega al MiCo di Milano, prima di essere rieletto segretario con 456 preferenze, il leader del Carroccio ha rivendicato l’allontanamento della stampa che “non ci ha mai aiutato e non inizierà ad aiutarci adesso”. Le persone presenti al congresso, sostiene il vicepremier, sono lì per aiutare la Lega, che invece non viene favorita da “interviste, libri, polemica o post su Facebook”. “Sperano che la Lega muoia da 40 anni e per i prossimi 40 anni rimarranno con un palmo di naso”.

Dura la replica di Carlo Bartoli, presidente nazionale dell’Ordine dei giornalisti, che accusa il leader del Carroccio di dividere i giornalisti in “servi e amici, come accade in Russia, in Cina e nei regimi totalitari”, e paragona l’idea di congresso che ha Salvini ai convegni dell’URSS in cui “i cronisti si limitano a tessere le lodi”. “Finché siamo in democrazia il dovere della stampa è anche quello di cercare e offrire ai cittadini notizie che non piacciono a potenti di turno. Se ne faccia una ragione il vice presidente del Consiglio e ritiri gli insulti” ammonisce Bartoli.

Si unisce alla condanna anche l’Associazione Stampa parlamentare che ricorda come “i giornalisti svolgano un essenziale servizio pubblico, peraltro sempre più nel mondo e in Italia messo in discussione”. E continua esprimendo “sconcerto” perché “Salvini si è rivolto ai colleghi con espressioni gravemente ingiuriose. L’Associazione Stampa Parlamentare continuerà a tutelare il lavoro e i diritti dei colleghi, consapevole che il giornalismo rappresenta l’esercizio di un fondamentale diritto costituzionale”.

Alessandra Costante, segretaria generale della Fnsi, il sindacato unitario dei giornalisti, commenta: “Anche questa volta Salvini dimostra di non avere familiarità con i concetti di libertà, indipendenza e di informazione libera. A lui l’informazione piace evidentemente asservita, mentre i giornalisti italiani sono liberi, non servi come dice lui, e vogliono continuare ad essere liberi. Visto che Salvini detesta a tal punto i giornalisti e la stessa libertà di stampa, ci chiediamo per quale motivo continui a voler mantenere l’iscrizione ad un ordine di servi. Ci aspettiamo un atto di coerenza da parte sua con la restituzione della tessera di un ordine popolato da servi” conclude Costante.

I comitati di redazione di Corriere e Repubblica hanno espresso “vicinanza e solidarietà ai colleghi per gli attacchi”: “Vogliamo ricordare al ‘collega’ Salvini che – si legge in una nota il Cdr del Corriere della Sera – è dovere dei giornalisti cercare di offrire ai propri lettori notizie anche non gradite ai potenti di turno. Se ne faccia una ragione e ritiri gli insulti”. “Matteo Salvini, che tuttora risulta iscritto all’Ordine dei Giornalisti, mostra per l’ennesima volta di non avere alcuna dimestichezza con i concetti di libertà e indipendenza della stampa”, aggiunge il cdr di Repubblica. “Forse confuso dall’aver avuto come unica esperienza lavorativa quella di giornalista di partito”.

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Seul fa scorta, la California estirpa e solo i monaci sanno dire basta

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La rassegna di questa settimana parte da un’abbazia della Normandia, dove la birra resta piccola per regola, e arriva tra i filari della California, estirpati per eccesso di vino. In mezzo, un frutteto della Stiria, le dispense di Seul e i banchi carne della Nuova Zelanda. Storie lontane che girano intorno alla stessa questione, quanto deve essere grande il cibo, e chi ha l’ultima parola sulla sua taglia.

Si comincia a Saint-Wandrille, l’unica abbazia francese in cui la birra è fatta interamente dai monaci. Le Figaro entra nel birrificio aperto nel 2016: dalla macinatura dei cereali alla chiusura dei cartoni, tutto avviene dentro le mura. I volumi sono quelli di una microbirreria, circa centomila bottiglie l’anno, e nessuno ha intenzione di aumentarli. Saint-Wandrille è un monastero benedettino, dove la comunità si ritrova a pregare più volte al giorno e il lavoro occupa il tempo che resta: è la produzione ad adattarsi a questo ritmo, non il contrario. Il chiostro, però, non mette al riparo dal mercato. Rincari, difficoltà di approvvigionamento e trasporti pesano qui come in qualsiasi altro birrificio, anche se il malto arriva da cereali normanni. In un settore che misura il successo in ettolitri, a Saint-Wandrille il tetto lo fissa l’orario delle preghiere.

Più a est, in Austria, il problema è far entrare il piccolo nel grande. Il Paese conta circa duemila varietà di mele, ma nei supermercati ne arriva una decina. Il Guardian racconta il progetto con cui la catena Spar e il distributore Frutura provano a riportarne due sugli scaffali, l’Ilzer Rosenapfel, nata in Stiria intorno al 1840, e la Falchs Gulderling, individuata in Alto Adige una trentina d’anni dopo. Le ha selezionate Arche Noah, associazione ambientalista che tutela le colture antiche, tra quelle più adatte alla coltivazione su larga scala. I primi frutti arriveranno il mese prossimo in un supermercato pilota di Vienna, in asili e scuole, e intanto saranno messi alla prova su gusto, resa, resistenza alle malattie e durata sullo scaffale. A giudicarle sarà lo stesso mercato che le aveva quasi cancellate.

A Seul, intanto, a crescere sono le confezioni. Il South China Morning Post, riprendendo The Korea Times, racconta di racconta di famiglie che hanno preso l’abitudine di comprare confezioni formato gigante e di dividerle poi a casa in porzioni da conservare. A settembre la spesa con carta nei magazzini all’ingrosso di Costco ed Emart Traders ha toccato il record di circa 1,1 miliardi di dollari. Il risparmio nasce da come sono costruiti questi negozi: pochi articoli comprati in quantità enormi, che permettono di strappare prezzi migliori ai fornitori, merce lasciata sui bancali invece che sistemata sugli scaffali, molti marchi propri al posto di quelli più noti. Così il prezzo al pezzo scende, proprio mentre il caro alimentare spinge a cercarlo. Le catene incassano, Costco Corea ha chiuso il 2025 con ricavi mai visti e Traders ha più che raddoppiato l’utile in due anni. È un risparmio che richiede però spazio in casa e la possibilità di spendere di più in una volta sola, e che sposta potere verso chi vende all’ingrosso.

In Nuova Zelanda, invece, a ridursi è il banco carne. Dal 19 ottobre, riferisce Stuff, nessun supermercato Woolworths dell’Isola del Sud ha più un macellaio. La catena ha completato il passaggio alla lavorazione centralizzata: la carne viene tagliata e confezionata in stabilimenti dedicati e arriva nei negozi già porzionata. L’azienda lo spiega con la difficoltà a trovare personale e promette qualità uniforme, più freschezza e una conservazione più lunga. Il sindacato Workers First stima circa ottanta posti persi, a nove settimane da Natale, e ribalta la spiegazione: sarebbero state proprio le voci di ristrutturazione a scoraggiare le candidature. Con il macellaio sparisce anche la persona a cui chiedere un consiglio o un pezzo diverso da quello in vaschetta. Il taglio, ormai, lo decide lo stabilimento.

L’ultima tappa è in California, dove a restringersi, per necessità, sono i filari. In un anno, scrive il Sacramento Bee, sono stati estirpati oltre diciannovemila ettari di vigna da vino, l’otto per cento del totale, secondo la mappatura dell’associazione dei viticoltori californiani e della società Land IQ. Il vino prodotto supera da tempo quello che il mercato riesce ad assorbire, i consumi calano e le esportazioni verso il Canada si sono in gran parte fermate da quando le province canadesi hanno tolto gli alcolici americani dagli scaffali, in risposta ai dazi di Washington. Si moltiplicano fallimenti e licenziamenti, e molte uve restano sulla pianta perché nessuno le compra. Così una vendemmia 2026 più scarsa, di solito una cattiva notizia, potrebbe aiutare a smaltire l’eccesso di offerta. Dopo anni passati a piantare, la California spera in un raccolto povero.

Tra dispense che si allargano, vigne che si restringono e banchi carne svuotati, l’unico ad aver scelto la propria taglia è un birrificio che non ha nessuna intenzione di crescere.

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Le tre proposte di Travaglio al Parlamento per l’editoria: “Servono riforme per la libertà di stampa”

“Secondo me ci sono delle riforme che possono essere fatte per migliorare ed ampliare la libertà di stampa che non è mai stata così ristretta come oggi. Descrivere la realtà è quello che proviamo a fare”. Il premio ricevuto è l’occasione per Marco Travaglio, direttore de Il Fatto Quotidiano dire “che il Parlamento potrebbe e dovrebbe fare molto per la nostra professione”. Per Travaglio “è incredibile che una legge sul conflitto d’interesse non sia stata ancora varata. Poi una legge che la faccia finita con la concorrenza sleale di coloro che prendono i finanziamenti pubblici dallo Stato rispetto a quei fessi, noi in particolare, che non li prendono. Noi vediamo – continua Travaglio – altri giornali che possono pagare molto meglio i collaboratori, possono assumere più firme, più feste promozionali perché ogni anno vanno a Palazzo Chigi e ricevono più assegni. A noi è stato offerto anche l’anno scorso e l’abbiamo rifiutato”.

Altra riforma dirottare “un po’ dei fondi che vengono dati a pioggia ad editori che sono già miliardari per gli edicolanti perché il problema nostro principale è il crollo delle vendite in edicola dipende dal fatto che le edicole non ci sono più”. In ultimo Travaglio indica una battaglia storica: “le querele temerarie. Non può una battuta satirica essere messa sullo stesso piano dell’attribuzione di un fatto determinato. Facciamo una legge sulle querele che intanto distingua l’opnione legittima di un giornalista e valorrizziamo il valore della rettifica e soprattutto mettiamo un freno alle richieste di risarcimento intimidatorie”.

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População preocupada com a poluição do rio Corgo

VTM

Promovida no âmbito do projeto CorGO – Community River Action Lab, a sessão juntou representantes de instituições e associações locais para debater o funcionamento da rede de saneamento, o tratamento das águas residuais e as boas práticas ambientais.

O encontro surgiu num contexto de crescente preocupação da população local com episódios recorrentes de poluição.

Sara Barreiro, membro da direção da Associação Cultural e Recreativa Tourencius dos Xudreiros e representante da KALAIKO, revelou que a iniciativa integra o projeto CorGO – Community River Action Lab, iniciado em maio de 2026, que procura mobilizar a população para a proteção e valorização do rio.

Segundo Sara Barreiro, a comunidade “sentiu a necessidade de se juntar para conseguir ganhar mais voz e ser ouvida junto do município e de entidades como a Águas do Norte”. Explicou que a poluição poderá estar associada a diferentes fatores, incluindo problemas na rede de saneamento, nas estações elevatórias e pressões provocadas por atividades industriais.

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