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“Papà Enzo mi ha sempre coperto e mi sarei buttato nel fuoco per lui. I disordini a Milano? Mi sono quasi messo a piangere. Una perdita di stile quando i giovanissimi si sono messi a bruciare i libri”: così Paolo Jannacci

Femmicidio, politicamente corretto e le morti sul lavoro sono solo alcune delle tematiche che Paolo Jannacci ha affrontato all’interno del suo nuovo disco, “Scimmie ovunque”. L’album, composto da undici brani caratterizzati da testi ironici e critica sociale, alterna sapientemente temi più duri e momenti di leggerezza, a cui si affiancano, inoltre, storie d’amore e una dedica al padre Enzo. Due sono le collaborazioni: con Elio per “Politically topless”, e con Stefano Massini per “L’uomo nel lampo”. Quest’ultima è una delle tracce più intense ed è stata presentata al Festival di Sanremo 2024, dove i due artisti sono stati ospiti.

In occasione della pubblicazione del progetto, Paolo Jannacci ha raccontato, a FqMagazine, il difficile rapporto con l’autocensura e condiviso alcune storie inedite legate al suo complice di sempre, papà Enzo. L’artista si è inoltre espresso sui disordini avvenuti nel centro di Milano, definendoli una “perdita di stile”, soprattutto “quando i giovanissimi si sono messi a rubare le scarpe e a bruciare i libri”.

Jannacci sarà in concerto il 3 novembre nella Sala Petrassi dell’Auditorium Parco della Musica Ennio Morricone di Roma con lo spettacolo “Jannacci arrenditi! La città ascolta”.

Qual è il significato di “Scimmie ovunque”?
La traccia “Scimmie ovunque” nasce come ultimo brano che ho scritto col mio amico autore Paolo Re. Avevamo avuto dei ripensamenti sul fatto che avevamo dato il titolo all’album ma eravamo senza la famosa title track. Così ci siamo un po’ impuntati, e come ultima cosa è venuta fuori veramente di getto: è stato bellissimo. Perché è uno di quei brani, insieme a “La rosa e il fiorista”, nato come ultimi, ma con tanta energia e tanto desiderio di scrivere bene. A volte capita di limare delle canzoni che hai già fatto mentre, il creare dal nulla due brani, è stata una cosa che a noi è piaciuta molto. Infatti secondo me si nota una bella energia.

Soprattutto in “Scimmie ovunque” e ne “Il mercato nero degli abbracci”, vengono in mente riferimenti cinematografici e letterari che richiamano Stanley Kubrick e George Orwell: l’associazione è ricercata?
Sì, è centrata. Poi c’è chi, avendo una sensibilità particolare, lo avverte di più. Chi invece non ha quel tipo di sensibilità, però, coglie una distopia latente che può suggerire un elemento più visivo, che non invece solo musicale o prettamente poetico. C’è proprio la ricerca di un’ambientazione visiva cinematografica.

Il disco è uscito pochi mesi prima di Sanremo: hai fatto un tentativo per partecipare alla prossima edizione?
Ho proposto due brani a Stefano De Martino. Il primo, “Il giorno prima”, è una ballad molto elegante e educata di Emiliano Bassi. Poi, io e Paolo Re, abbiamo scritto il testo. L’altra canzone è “Scimmie ovunque”, perché può essere particolarmente divertente. La puoi far andare sul palco con una grande verve e con una particolare voglia di stupire. A Sanremo non ci andrei solo e unicamente per fare promozione al mio disco, perché so benissimo che quello è uno spettacolo che ci vede tutti coinvolti, in cui si fa parte di un grande gioco comunicativo che se va bene, va bene per tutti.

Hai avuto riscontri sulle due tracce?
Non ho ricevuto nessun cenno. Non è che volessi sapere, anche perché sarebbe stato irrispettoso per gli altri. Però se per caso mi avessero comunicato che c’era un minimo interesse, avrei posticipo il disco. Purtroppo non mi è stato detto nulla. Magari non hanno visto neanche il messaggio, hanno buttato via il telefono, o stanno pensando ad altre migliori cose. Ma ho voluto far uscire questo disco, che era già fermo da un po’ di mesi, perché aveva proprio voglia di cantare e di esprimersi.

Hai scritto una canzone sulla “disgrazia del femminicidio”: che effetto ti fa sentire che, alcuni rilevanti esponenti politici, neghino il fenomeno?
Penso sia uno stile di comunicazione. Che, tuttavia, non mi coinvolge tanto. Sono sicuro che ci sono certe donne che sono molto più intelligenti degli uomini con cui stanno, ma sono anche molto più sensibili. E questa loro grande sensibilità diventa, purtroppo, un lato di non autodifesa. Fanno fatica a convivere con questa grandissima e bellissima sensibilità che magari l’altro non capisce. Perché se tu hai, brutalmente, una forza maggiore e la scarichi contro una persona che non riesce a contenerti, si parla comunque di femminicidio. Non è che possiamo tanto girare la questione. È un po’ un sofismo. Io sono sicuro che il femminicidio ci sia, perché è sempre stato così nel mondo. Le donne, essendo spina dorsale del nostro Paese, ho imparato ad apprezzarle molto.

Ti reputi femminista?
Mi sento un grande femminista in questo caso perché, essendo loro molto più intelligenti di noi, ci hanno dato la via sempre, a noi ragazzini. Storicamente sono sempre state soggiogate e messe a rogo. Le chiamavano streghe, le bruciavano vive. Perché mettevano in luce delle gravità dell’essere umano che l’uomo, invece, non voleva accusare. Dunque, si tratta di una cosa drammatica che non deve più succedere.

“Siamo nudi, in topless, di fronte al politicamente corretto”, che rapporto hai con l’autocensura?
Brutto perché, purtroppo, anche nel disco precedente, qualsiasi pensiero, una qualsiasi frase, una qualsiasi quartina che potesse venire in mente, la mettevo subito alla berlina. Pensavo subito quale potesse essere il lato negativo o la problematica che quella parola poteva suggerire. Mi facevo, e me la faccio tuttora, dell’autocensura preventiva. E questo, per un artista, credo non sia funzionale. Poi ci deve essere stile.

Ovvero?
Un artista deve avere buon gusto. Se hai stile, se hai buona educazione, anche nella trivialità, allora il gioco diventa divertente e affascinante. Se invece la trivialità è fine a sé stessa, allora non l’accetto. Ed è giusto farsi anche autocensura. Per qualsiasi cosa sono “costretto” un po’ a pensarci, però mi dà molto fastidio.

Nel disco è presente un omaggio a tuo papà Enzo: che aria si respirava a casa?
Riavvolgendo il nastro, la vita non era così diversa da oggi. C’era, intanto, un altro tipo di libertà di pensiero. Tant’è che, nel 2005-2006, da produttore, cominciavo a sentire la problematica del politicamente corretto.

Ne parlavi anche con tuo papà?
Gli dicevo “Ma questa cosa si può dire?”. E mio padre rispondeva “Sì, perché sto dicendo la verità”. Sarebbe grave se un artista dicesse il falso, o comunque dicesse qualcosa di non coerente con la verità. Su Instagram ho scritto “è un pezzo di vita in mezzo a due fogli di cartone”. E mi piace tantissimo la possibilità di creare qualche cosa che non siano solo delle vibrazioni che si perdono nell’etere.

Hai raccontato di esserti abbracciato spesso con papà Enzo e che “vi sareste buttati nel fuoco” l’uno per l’altro: eravate complici?
Sì, assolutamente. Quando mi sono innamorato ho avuto un colpo di fulmine, a ventidue anni, e ho detto “vado a vivere con la mia ragazza”, da un momento all’altro. Mia madre purtroppo era via per curare mia nonna che non stava bene e, quindi, non era a Milano. Allora ho preso i miei bagagli e sono andato via di casa, e mio padre mi ha coperto! Mia madre era poi tornata e fa: “ma dov’è finito Paolo?”. Poi era venuto fuori tutto quanto ed è stato un disastro perché momento più sbagliato non potevamo trovarlo (sorride, ndr). Mio papà mi ha sempre coperto e mi sarei buttato nel fuoco per lui. Ad esempio, quando è stato male, per tutti gli anni della sua malattia, non ho minimamente fatto trasparire nulla, anche se sarebbe stato magari più facile farlo. Invece Enzo Jannacci è sempre stato quello che vi siete immaginati. L’artista che ha dato tanto, poco, il giusto. Quello che fa divertire, piangere. Queste cose successe ci aiutavano, comunque, a sorridere dei guai.

Il primo a darti fiducia è stato Gaber: cosa aveva visto in te?
Giorgio, oltre ad essere un grandissimo artista, era anche un grande imprenditore. Molto più di mio padre. Enzo diceva “Ciao, usciamo, andiamo in scena”, “Ma cosa dovevo fare?”, “Lo invento io, non ti preoccupare”. Poi aveva il bagaglio delle ancore teatrali, sapeva cosa doveva fare. Però per il 60% era qualche cosa di fuori controllo.

In questo Gaber era diverso?
Giorgio per il 90% sapeva che lo spettacolo doveva essere tenuto in piedi con determinati cambi. Poi c’era un 10% di immaginazione al potere, marcusiano. Invece il papà no, perché gli piaceva avere quello stimolo creativo che gli dava l’adrenalina in più e che gli conferiva la gioia di creare sul momento anche se, poi, lo faceva stancare molto di più.

Quando hai avuto il primo contatto professionale con Gaber?
Avevo cominciato a bazzicare in studio e Gaber, probabilmente, mi ha sentito accompagnare il papà. Avevo uno stile un pochino più moderno e i grandi artisti, come lui e mio padre, hanno sempre apprezzato l’influsso dei giovanissimi. Quella linfa vitale che arriva da uno che ha voglia e che non sa ancora cosa sta facendo ma sente che può essere giusto. È ciò che, a volte, gli anziani perdono un po’ perché cercano di andare sul sicuro oppure cercano di limitare i danni. Oppure anche per stanchezza o difficoltà. Perché, alla lunga, non è che per forza devi puntare tutto sul nero o sul rosso. Giorgio, probabilmente, ha visto che avevo questa forza della novità e mi ha affidato un piccolo arrangiamento che ho fatto alla bene e meglio. Anche lì il papà era arrivato, ha messo due note di flauto, e mi aveva dato una mano.

Invece che ricordo hai di Dario Fo?
Ho avuto la grande fortuna di viverlo a casa sua quando mio padre mi portava, da lui, per avere un consiglio o per organizzare un’idea di introduzione teatrale. Si andava dal maestro e gli si chiedeva un giudizio e da lì potevano nascere cose e si avvertiva veramente il peso culturale di Dario. Perché tutto quello che toccava dal punto di vista della fabulazione, della parola, del racconto, aveva un connotato di grande importanza ed interesse. A volte si perdeva in battute meravigliose, però si sentiva il peso di questo grand’uomo, anche perché era veramente importante dal punto di vista dell’immaginario. Non a caso l’ho chiamato “maestro”.

Enzo Jannacci, Giorgio Gaber e Dario Fo assieme: cosa ti viene in mente?
La fotografia di Guido Harari fatta ai trent’anni di carriera, a Milano, al Castello Sforzesco. Tutti e tre si sono ritrovati, e si sono messi a posare, ognuno col suo stile. Enzo con la voglia di riabbracciarli, con questo sorriso incredibile. Dario, che sapeva di poter svettare sui suoi ragazzi, e Giorgio che stava dietro Enzo sapendo, comunque, di essere compagno della vita.

Da milanese che effetto ti ha fatto vedere i disordini di questi giorni?
Si parlava prima di stile. Provo grande tristezza. E non faccio nessuna fatica ad essere reazionario, come si suol dire. Grande tristezza nel vedere, innanzitutto, il dover manifestare per questo caro vita che sta arrivando e che non ci darà la tregua e che fa e farà stare in allerta molte famiglie. Questa è la prima cosa.

La seconda?
Mi è piaciuto il fatto che le scuole, i maestri, i professori abbiano coinvolto i ragazzi che, spesso, vengono descritti un po’ come addormentati. Mi fa piacere vederli attivi verso una problematica sociale. Ma è stata una grandissima tristezza e perdita di stile quando i giovanissimi si sono messi a rubare le scarpe e a bruciare i libri. Come dice il professore Recalcati: “Questo non lo dovevate fare, non dovete bruciare i libri e non dovevate rubare”. Ho il cuore che piange quando vedo quelle scene. Avevamo la possibilità, a mio giudizio, di porci a livello europeo come una delle città, come uno dei Paesi più alti dal punto di vista culturale e anche filosofico. Perché abbiamo i francesi che sono esplosi nella loro spinta rivoluzionaria. Che posso capirla, anche se non la condivido. Perché fanno sempre così. Quindi è diventato un modus operandi, il loro. Potevamo porci come forza di critica sociale e politica pulita e, allo stesso tempo, ancora più forte. Invece siamo caduti in una debacle che mi fa piangere il cuore. Mi sono quasi messo a piangere. Poi non l’ho fatto perché sono anche molto cinico. Però mi ha dato molto fastidio.

Il 3 novembre ti esibirai a Roma: cosa ci puoi anticipare del live?
È uno spettacolo che parla delle nostre città. È un modo per raccontare le storie che ci legano, perché alla fine le città siamo noi che le costruiamo, e siamo noi che le distruggiamo. È il nostro modo di essere e di vivere che crea una città. Le città però ci tengono sotto controllo, ci guardano e osservano tutte le nostre storie. E la musica diventa il collante che va ad enfatizzare queste emozioni. È uno spettacolo musicale dove i miei musicisti, che sono anche dei bravissimi attori, si prestano alla simpatia del momento. Raccontiamo delle storie di guerra: quindi città che sono state distrutte, ricostruite. Ci sono amori che vivono al terzo piano e che hanno il cuore urgente. Ci sono artisti, in quella luce in alto, in quel piccolo appartamento sempre acceso di notte, che hanno l’angoscia di raccontarci che domani sarà un giorno migliore. Quindi Luigi Tenco che ci parla. Oppure le storie di Parigi, di Paolo Conte. Tante storie che cercano di alzare, anche in piccolo, il livello culturale del nostro Paese.

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“Gli autotrasportatori hanno la mia solidarietà. I disordini a Milano? Noi giovani abbiamo paura del futuro. Credo nella mia generazione che è più ribelle, però la violenza non è la risposta”: così Settembre

“Vertebre” lo ha incornato vincitore al Festival di Sanremo nella categoria Nuove Proposte nel 2025. Poi nei mesi a seguire sono cambiate tante cose nella vita di Settembre: nuovo team, nuovo tour, brani inediti come “Due settimane” e l’ultima “Lentiggini”. Napoletano, 25 anni, il cantautore ha una penna piena di sensibilità, sfumature ed è mosso da tanta voglia di fare. Il percorso è ripreso grazie al management La Tarma di Marta Donà. I feedback sono tutti positivi, non resta che aspettare e vedere se un altro tassello si aggiungerà al percorso professionale dell’artista: il Festival di Sanremo 2027.

Quando nasce “Lentiggini” e cosa ti ha ispirato a tirare fuori sentimenti così forti?
Il brano è nato, se non ricordo male, tra fine gennaio e inizio febbraio di quest’anno. Era un periodo difficile per me, non solo per i temi di cui parla la canzone: era un periodo di vita strano, non proprio dei più felici. Paradossalmente in quei mesi scrivevo poca musica, avevo scritto solo due o tre cose, e una era ‘Lentiggini’. Tra vari problemi personali mi interrogavo, ancora una volta, sui sentimenti, sulle relazioni, sulle mancanze. Non necessariamente per un fatto accaduto pochi giorni o poche settimane prima: era qualcosa che mi frullava in testa.

Cosa c’era nella tua mente in quel periodo?
Tante domande come il non sentirsi abbastanza, magari perché si viene rimpiazzati o perché da uno dei due lati il sentimento si spegne. Allora ti ritrovi da solo a chiederti se non sei stato abbastanza, se c’era già qualcuno meglio di te. C’è poi il tema di provare ad andare avanti, come nella seconda strofa, dove cerco di dirmi, e di dire, che ci sto provando e che ho imparato a non farmi più male. Però chissà se un giorno tornerai da me… È già un passo successivo, un progredire della storia.

Dal video sembra che tu abbia anche un talento per la recitazione. È un pallino che hai sempre avuto?
Non penso! Però mi piace molto: amo l’arte in generale, la musica, la scrittura, il canto, la danza, il teatro, la recitazione. Con l’arte mi metto a nudo: è un modo per entrare in contatto con parti di me che, come esseri umani, spesso tendiamo a nascondere perché ci sentiamo deboli o non abbastanza forti. Sto imparando, e non ti nascondo che è difficile, ad accettare sempre di più la mia vulnerabilità. Quando canto, anche canzoni di altri, mi sento vulnerabile. È un posto difficile in cui stare, ma cerco di abbracciarlo e di accoglierlo.

Dalla vittoria a Sanremo sono passate tante cose: il nuovo management, un nuovo percorso artistico, un nuovo messaggio. Che cosa hai imparato?
Credo molto nel percorso del destino: le cose vanno come devono andare, le accogliamo e ci insegnano. Ho imparato tanto dal Sanremo dell’anno scorso a oggi, e ho ancora molto da imparare. È stato un anno impegnativo a livello personale, perché ho cercato di capire tante cose e di dare le giuste priorità. A livello professionale sono contento di essermi preso del tempo per scrivere nuove canzoni e tornare nel momento in cui ero davvero pronto.

Hai già in testa il disco, la traccia fondamentale?
No, il disco lo sto mettendo in sesto adesso. È un periodo in cui comincio a farmi domande più serie su questo progetto, che mi piace chiamare “diario”: ogni pagina è una canzone, e Lentiggini è una di queste pagine. Questo diario ha tante bozze, tante cose scarabocchiate, ma anche molte pagine già più ordinate che faranno sicuramente parte del pacchetto finale.

Tu sei di Napoli, una regione di cui si parla molto in questi giorni per la protesta degli autotrasportatori. Che cosa percepisci intorno a te?
È un tema che mi sta molto a cuore: essendo napoletano, sento vicine queste problematiche che riguardano il Sud. Andare al supermercato e non trovare gli alimenti fa strano, ma non è questo il punto centrale. Il punto è il timore, la paura che noi giovani abbiamo di non riuscire a immaginare un futuro stabile e di non avere certezze. Come Clementino e come Gigi D’Alessio, mostro la massima solidarietà agli autotrasportatori e a tutto il settore, che sta vivendo un periodo non semplice. Io mi lamento, tra virgolette, della mancanza di alimenti, ma la questione è molto più seria.

In che senso?
Sono contento che se ne parli, perché nei notiziari si parla di tante cose e di questa ancora poco. Non riguarda solo la benzina e le altre ragioni per cui si sta manifestando, pacificamente, qui al Sud: va più a fondo e riguarda ancora di più noi giovani, perché c’è sempre più paura del futuro. Io però ho molta fiducia nelle nuove generazioni. Non posso parlare per tutti, ma nella mia generazione e in quelle che stanno arrivando vedo uno spirito ribelle e impaziente di cambiare le cose, e di farlo al meglio. È fantastico.

E sui disordini di Milano invece cosa ti ha colpito?
Ciò che è successo dovrebbe spingerci a riflettere. La violenza non è mai la strada giusta e non porta alla vittoria di queste manifestazioni, anzi finisce per mettere in ombra le ragioni di chi scende in piazza pacificamente per far valere le proprie idee. Non è mai condivisibile. Detto questo, ripeto: non voglio generalizzare, ma nella mia generazione e in quelle subito dopo la mia vedo uno spirito ribelle, la voglia di correggere ciò che prima è stato fatto. È bello, e me ne accorgo anche con i miei amici. Finché è pacifico, lo sottolineo, è sempre bello provare a cambiare le cose: finché non c’è violenza, finché non ci sono saccheggi.

Forse non tutti lo sanno che sei appassionato di numerologia, ma qual è il tuo numero ricorrente in questa fase della vita, e cosa rappresenta?
Mi hai fatto questa domanda poco prima delle 15:15! Ultimamente è tornato il 2, vicino al 4, che mi è stato molto vicino, ma il 9 è sempre stato il numero che mi accompagna. E, manco a farlo apposta, il 9 marzo 2027 parte il mio tour nei club. Quando mi hanno comunicato che la prima data sarebbe stata il 9 marzo ho detto: “Mi state prendendo in giro?”. Inizierò da Pozzuoli, al Duel Club, poi sarò a Roma il 15 marzo al Largo Venue e a Milano il 20 marzo ai Magazzini Generali, dove ti aspetto. Spero di vedere questo nove da tutte le parti: per me i numeri sono messaggi angelici, poi ognuno li interpreta come vuole.

Cosa proporrai in tour?
Ci stiamo pensando proprio in questi mesi. C’è tanto lavoro da fare, anche con il pezzo appena uscito, ma stiamo iniziando a pensare le prime cose e io a scriverle. Sarò onesto: il mio concerto dei sogni lo farò, se Dio vorrà, quando avrò strutture più grandi. Ma le cose si fanno step by step, e iniziamo adesso dai club. Non vedo l’ora, sono famelico, entusiasta a mille.

Parlavi del due e il nove… Meglio un secondo posto o un nono posto a Sanremo 2027?
Lì va bene tutto!

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Elisa: “Ho quasi 50 anni e sto vivendo la perimenopausa, una fase molto particolare che ti rende anche più vulnerabile. Viviamo in una società molto dura con le donne, a tutte le età”

Elisa Toffoli è sbarcata, ieri 23 ottobre, sul tappeto rosso della Festa del Cinema di Roma, dove ha presentato il documentario “Kintsugi… e sono la mia opera”. Un racconto di dolore, trasformazione e rinascita nato durante la lavorazione del suo nuovo album “Kintsugi”, in arrivo il 27 novembre.

“Io ho quasi 50 anni e sto vivendo la perimenopausa, una fase molto particolare che ti rende anche più vulnerabile. – ha spiegato – Quello che ho imparato finora è che l’evoluzione passa attraverso la naturalezza. Viviamo in una società molto dura con le donne, a tutte le età. Fin da giovani ci viene chiesto di essere perfette, performanti, belle, impeccabili. Standard che non sono né naturali né reali. Ho una figlia di 17 anni e vedo da vicino quanto questa pressione colpisca anche le generazioni più giovani”.

E ancora: “L’antidoto? Sicuramente la condivisione. Oggi, per una donna, essere anticonformista significa andare contro questa società. La sorellanza, non la competizione. Aprirsi le une alle altre con onestà, semplicità e naturalezza. Ci è stato tolto il tempo per stare insieme: siamo tutti di corsa, frenetici, sempre in superficie e mai abbastanza in profondità. Ed è qualcosa che crea un disagio profondo”.

L’artista ha ricordato il passato: “Penso alle donne di una volta, alle mamme, alle nonne, alle zie, ai cortili dove ci si ritrovava a parlare, a sbucciare i fagioli, a lavorare a maglia. Erano momenti di convivialità e di scambio tra generazioni che oggi quasi non esistono più. Eppure erano fondamentali: magari una frase della nonna ti tornava in mente mesi dopo, proprio quando ne avevi bisogno”.

La società di oggi, osservato Elisa, “ci offre sempre meno occasioni per vivere queste esperienze di comunità. Per questo dobbiamo ricercarle consapevolmente, anche in modo ribelle e curioso. Dobbiamo inseguire ciò che ci riaccende e ci fa stare bene. Oggi le risposte ce le dà più l’anima che il rispetto di regole spesso assurde e incapaci di farci stare bene”.

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“C’è una disperazione generale che non può andare avanti così. È giusto che sia data la dignità e che siano soddisfatti i bisogni primari delle persone. Ma la violenza non va mai accettata”: così Mara Sattei

Mara Sattei torna nei club. Dopo il tour estivo nei festival, la cantautrice parte il 13 novembre da Roma con il Mara Sattei Live 2026, una serie di concerti che portano sul palco le canzoni di “Che me ne faccio del temo”, album frutto di quattro anni di lavoro, gli stessi in cui l’artista si è tenuta lontana dai live. Il tour, che chiude un anno di ripartenza artistica, punta su una dimensione più raccolta e diretta. In collaborazione con _resetfestival, ogni data aprirà con un artista emergente scelto per la propria città, che dividerà il palco con Sattei davanti a un pubblico più ampio.

“Anche a me è stata data un’opportunità nella vita, ed è giusto restituire qualcosa alla musica e all’arte“, ha detto la cantautrice a AdnKronos. E proprio dei giovani sulle proteste che stanno accendendosi da Nord a Sud ha aggiunto: “C’è una disperazione generale che non può andare avanti così, è giusto che sia data la dignità e che siano soddisfatti i bisogni primari delle persone. Credo che la violenza non vada mai accettata e sia sempre da condannare”.

Dalla protesta al sentimento comune: “Mostrare le proprie emozioni è una delle cose più belle che possiamo fare. Viviamo in un mondo dove ci dicono di non essere tristi, di essere felici. Invece è bellissimo anche essere vulnerabili, farsi vedere umani, farsi vedere persone emotive”.

Cresciuta in una famiglia di fede evangelica, Mara mette in evidenza l’importanza di un rapporto autentico e personale con Dio, che va ben oltre il semplice rispetto di regole o pratiche religiose. “Sono una persona profondamente credente e vivo la mia fede ogni giorno: è la mia fonte di forza. Senza di Lui non sarei in grado di fare nulla. Si tratta però di una scelta individuale, di un legame intimo e personale, di un incontro che viene dal cuore, non di una mera osservanza di precetti”.

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“Putin ha reso chiarissimo che può uccidere la persona più protetta e conosciuta, davanti a tutti, e nessuno farà nulla”: l’attacco di Masha Alyokhina delle Pussy Riot

“Putin può uccidere chiunque in una situazione che abbia a che fare con lui”. Masha Alyokhina, fondatrice delle Pussy Riot, non usa mezzi termini all’Adnkronos, in occasione del ritorno in Italia dello spettacolo “Riot Days”. Lo show sarà in scena il 17 febbraio 2027 all’Arci Bellezza di Milano, il 18 febbraio al Locomotiv di Bologna e il 19 febbraio al Largo Venue di Roma.

Creato nel 2017 dal produttore Alexander Cheparukhin insieme ad Alyokhina, ‘Riot Days’ intreccia teatro, testimonianza, musica dal vivo e immagini d’archivio a partire dai libri ‘Riot Days’ e ‘Political Girl’ di Masha. Non è mai rimasto uguale a sé stesso: l’ultima trasformazione è arrivata lo scorso anno, quando metà dello spettacolo è stata tagliata per lasciare spazio al racconto degli anni che hanno portato all’invasione su larga scala dell’Ucraina.

La nuova versione ricostruisce quella che il collettivo chiama la ‘Road to Hell’, la strada percorsa dalla Russia verso la guerra, passando per la repressione, la prima invasione dell’Ucraina e la vicenda di Alexei Navalny. “Volevamo mostrare quello che Vladimir Putin ha costretto i cittadini russi a vivere”, spiega Masha, che ha lasciato il Paese nel 2022, dopo l’inizio dell’invasione su larga scala.

Il rischio di essere uccisi, secondo Alyokhina, è diventato ancora più evidente dopo la morte di Navalny. “Putin ha reso chiarissimo che può uccidere la persona più protetta e conosciuta, davanti a tutti, e nessuno farà nulla. I leader occidentali dicevano che, se avesse ucciso Navalny, ci sarebbero state conseguenze mai viste prima. Ma non è successo nulla. Da quel momento è chiaro che chiunque può essere ucciso in una situazione che abbia a che fare con Putin”.

E quanto resta dell’Unione Sovietica nella Russia di oggi? ”Gran parte della vita russa è ancora molto legata alla tradizione sovietica. Putin la porta avanti”. In Europa, per Masha il pericolo va oltre la guerra combattuta in Ucraina. “Putin invade l’Ucraina con l’esercito e le bombe, ma in molti Paesi europei il suo Stato usa il soft power – dice -. Un’enorme quantità di denaro proveniente dal petrolio e dal gas viene immessa nella politica per far collassare i Paesi dall’interno. È pericoloso e succede da molto tempo”. In Italia, aggiunge, “Alexander Dugin è l’ideologo della spiegazione che Putin dà delle sue guerre e occupazioni, ed è molto ben accolto. Anche sua figlia, uccisa nel 2022, è diventata una sorta di eroina nei libri che si trovano nelle vostre librerie”.

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II Outubro Filarmónico em São Brás de Alportel

A Banda Filarmónica de São Brás de Alportel regressa ao palco do São Brás Cineteatro Jaime Pinto no próximo sábado, 24 de outubro, às 17h30, para apresentar a II edição do “Outubro Filarmónico”. O concerto, inserido nas comemorações do Dia Mundial da Música, tem entrada livre e pretende juntar a comunidade são-brasense numa celebração do património cultural e musical do concelho.

A edição deste ano reveste-se de particular simbolismo ao assinalar o 20.º aniversário da decisão da ACREMS (Associação Cultural e Recreativa Escola de Música Sambrazense) de avançar para a constituição da Banda Filarmónica, um marco histórico que deu início a duas décadas de trabalho contínuo ao serviço da cultura, da Filarmonia, da formação e do associativismo local.

Com o propósito de divulgar a missão artística e pedagógica da instituição, o espetáculo conta ainda com a participação especial da Banda Escolar, no âmbito do projeto “A Banda Vai à Escola”. O público terá assim oportunidade de assistir a um momento de partilha intergeracional, que junta em palco os músicos da Banda Filarmónica e os jovens alunos que representam o futuro da música no concelho.

O regresso ao São Brás Cineteatro Jaime Pinto integra-se no compromisso da Filarmónica e da ACREMS, associação que a acolhe e promove o ensino da música, em aproximar a música de todos os cidadãos, proporcionando uma oferta cultural descentralizada e acessível.

A iniciativa conta com o apoio do Município de São Brás de Alportel no âmbito de uma profícua parceria em prol do desenvolvimento cultural do concelho.

O conteúdo II Outubro Filarmónico em São Brás de Alportel aparece primeiro em Sempre à Mão.

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Montagem do Natal do Bem gera empregos e movimenta economia em Goiânia

Antes mesmo de abrir os portões ao público, o Natal do Bem já começa a movimentar a economia e a gerar oportunidades de trabalho em Goiânia. A montagem da estrutura para a edição deste ano mobiliza profissionais de diferentes áreas. A estimativa é de aproximadamente 100 pessoas trabalhando diretamente na preparação do evento, promovido no Centro Cultural Oscar Niemeyer (CCON) pelo Governo de Goiás, por meio do Goiás Social e da Organização das Voluntárias de Goiás (OVG).

A estrutura exige o trabalho conjunto de equipes responsáveis por transformar o complexo em um grande espaço natalino. Entre os profissionais envolvidos estão montadores, eletricistas, iluminadores, trabalhadores da limpeza, seguranças e equipes técnicas. São atividades que começam semanas antes da inauguração e representam oportunidades de trabalho e renda para quem participa da construção do evento.

Para a diretora-geral da OVG, Adryanna Melo Caiado, a preparação do Natal do Bem demonstra que os benefícios da iniciativa começam antes mesmo da chegada dos visitantes. “O Natal do Bem é um evento que leva alegria e momentos especiais para milhões de pessoas, mas seu impacto começa muito antes da inauguração. É uma cadeia de atividades que se movimenta desde a preparação do espaço e que continua durante todo o período de realização do evento, beneficiando também comerciantes, prestadores de serviços e trabalhadores autônomos”, disse.

A montagem também conta com profissionais que retornam a cada edição, trazendo experiência e conhecimento técnico para a preparação dos cenários e das atrações. É o caso de Johnnatan Morais Pereira, montador de iluminação que atua há alguns anos na instalação das luzes. “Participar da montagem do Natal do Bem é muito especial para todos nós. A gente tem o desafio de preparar essa estrutura, com muitos detalhes. É gratificante fazer parte dessa preparação e acompanhar a transformação até ficar pronto para receber o público. Inclusive, vou trazer meu filho para ver tudo que contribuí com meu trabalho.”

Mais empregos após a abertura
Com a inauguração, prevista para 13 novembro, o número de trabalhadores envolvidos aumenta com a entrada de profissionais contratados temporariamente pela OVG para atender à operação e ao público. Além das equipes responsáveis pela manutenção, limpeza, segurança e atendimento, o evento movimenta atividades comerciais e serviços de transporte. A edição se estende até o dia 3 de janeiro de 2027.

Em 2025, o Natal do Bem recebeu 1,5 milhão de visitantes. Para 2026, a expectativa é superar esse número, ampliando também a movimentação de pessoas e de atividades econômicas relacionadas à realização da festa.

A Vila Gastronômica, que contará com 29 quiosques nesta edição, abre oportunidades para trabalhadores e empreendedores do setor de alimentação, incluindo cozinheiros, atendentes e outros profissionais. O movimento também deve ampliar a demanda por corridas de táxi e de aplicativos, criando oportunidades de renda para motoristas durante os dias de funcionamento.

“O impacto econômico, portanto, não se limita às pessoas diretamente contratadas para a montagem ou a operação do Natal do Bem. Ele alcança diferentes atividades que passam a atender à demanda gerada pelo evento, desde o fornecimento de serviços até o comércio e o transporte”, conclui Adryanna Caiado.

Fotos: Diego Canedo

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Um saxofone, uma vida, uma saudade

VTM

Em tempos, pertencera aos quadros da Banda de Mateus, sendo considerado um dos mais insignes saxofonistas que por ali passaram.

O seu regresso trazia consigo as saudades da terra, as memórias de outros tempos e, sobretudo, aquele talento musical que não conhece fronteiras nem se apaga com a distância. Para quem o conhecia, a sua presença representava o reencontro com um músico de reconhecidos méritos, alguém que deixara a sua marca no seio de uma coletividade que tanto contribuiu para a formação musical e cultural de tantos jovens da região.

Nesse dia, antes da procissão, eu, como Mestre da Banda, fui abordado pelo presidente da centenária coletividade, António Matos, que me perguntou se o António Claustro – como era conhecido – poderia tocar no concerto à noite. Confesso que fiquei surpreendido e hesitante na resposta. Afinal o músico não tinha participado em qualquer ensaio e como seria natural, a sua presença no concerto levantava-me algumas dúvidas.

Foi então que António Claustro olhou para mim. No seu olhar havia determinação, mas também uma emoção difícil de descrever. E, com uma firmeza que ainda hoje guardo na memória, disse-me:

– Não tenhas receio, porque a alma da música da nossa terra sempre me acompanhou.

E como duvidar de alguém que falava assim da música?

A noite chegaria, e com ela o momento de transformar aquelas palavras em arte.

Já no final, incapaz de esconder o que me ia na alma, dirigi-me ao grande músico para lhe agradecer a sua presença naquela noite inesquecível.

E então aconteceu o abraço.

Um abraço forte e apertado, um abraço carregado de sentimentos que dispensavam as palavras. Um abraço de emoção tão profundo que me fez lembrar uma mãe lavada em lágrimas de alegria ao receber um filho que julgava distante e perdido.

Abambres teria oportunidade de escutar um saxofonista cuja ligação à Banda de Mateus ultrapassava os limites de uma simples passagem pelos seus quadros. Era um daqueles músicos que transportava consigo o nome da sua terra, mesmo quando a vida os levava para longe.

Depois daquele concerto, não tive mais dúvidas: António Claudino – o nosso Claustro – era, sem dúvida, um dos mais prestigiados saxofonistas que passaram pela Banda de Mateus.

Aquele enorme artista deixou-nos naquela ocasião uma lição que vai muito para além da música: há paixões que permanecem connosco para toda a vida.

Há músicos que quando tocam, deixam um pouco da sua alma em cada um de nós.

António Claudino – Claustro – foi, para mim, um desses músicos inolvidáveis.

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Jazz nas Adegas percorre espaços vitivinícolas de Silves até maio de 2027

A 10.ª edição do Jazz nas Adegas começa em Alcantarilha, com a Feel Good Band, nos dias 6 e 7 de novembro. O ciclo percorre espaços do concelho de Silves até maio de 2027.

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Sara Badalo apresenta “Nem Tudo Sara” em estreia absoluta no Auditório Municipal de Olhão

Espetáculo multidisciplinar, marcado para 23 de outubro, às 21:30, cruza música, teatro, imagem e património cultural imaterial da Fuseta.

O Auditório Municipal de Olhão recebe, no próximo dia 23 de outubro, às 21:30, o espetáculo “Nem Tudo Sara”, de Sara Badalo, apresentado em estreia absoluta após uma residência artística de cinco dias naquele espaço cultural.

Desenvolvido por Sara Badalo e Léo Vrillaud, o projeto propõe uma criação multidisciplinar que cruza música, performance teatral, criação audiovisual e artes visuais, integrando também materiais resultantes de um processo de recolha de património cultural imaterial na Fuseta.

Desde agosto, Sara Badalo e uma equipa de criação audiovisual têm desenvolvido um trabalho de escuta e recolha junto da comunidade fusetense, reunindo entrevistas, histórias, diálogos, expressões, cantares, imagens, gravações e memórias de quem vive neste território. Este arquivo vivo constitui a matéria-prima de um espetáculo que procura estabelecer uma relação entre a memória coletiva e uma linguagem artística contemporânea, explorando as ligações entre tradição, experimentação e criação autoral.

Em palco, a componente musical dialoga com a performance teatral de Catarina Costa, a criação audiovisual da agência Calliope, o contrabaixo de Luís Henrique e o trabalho visual de Vasco Badalo. O espetáculo conta ainda com a participação de um coro comunitário constituído por Valter Mendes, Rosa Zica, Natividade Zica, Ana Filipa Carmo, Arminda Badalo, Ana Fernandes, Domingos Caetano, Sara Gonçalves, Teresa Aleixo, Ricky B, Melissa Policarpo, Fernando Leal, Cátia Ribeiro, Beatriz Marques, Catarina Palma e Fernando Baco.

A pergunta “E se as memórias de uma comunidade pudessem transformar-se em música, corpo e imagem?” está na origem desta criação, que ultrapassa o formato tradicional do álbum e se expande para o espaço cénico e para a experiência ao vivo.

O trabalho de campo desenvolvido na Fuseta, a residência artística e o espetáculo em Olhão estão na génese de “Nem Tudo Sara”, o primeiro álbum em nome próprio de Sara Badalo, cujo lançamento está previsto para 2027.

Os bilhetes têm o custo de 10 euros e estão disponíveis no Auditório Municipal de Olhão e através da plataforma Ticketline

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Roger Waters declara apoio a Lula e pede voto “por Marielle Franco”

O músico britânico Roger Waters, fundador da banda Pink Floyd, publicou um vídeo em suas redes sociais manifestando apoio à candidatura do presidente Luiz Inácio Lula da Silva (PT). A declaração ocorre na reta final do segundo turno, marcado para domingo (25/10), contra o senador Flávio Bolsonaro (PL). Waters também incentivou os brasileiros a votarem e pediu “90%, 95%, 100% de comparecimento”.

Na gravação, Waters criticou duramente o candidato do PL, expondo seus vínculos com o presidente dos Estados Unidos, Donald Trump. “Flávio Bolsonaro, filho de um babaca, ele mesmo é um babaca. Ele vem de uma longa linhagem de babacas, está em conluio com os EUA e querem roubar tudo o que vocês têm no Brasil. Não apenas a Floresta Amazônica, mas também os minerais e outras coisas”, afirmou o músico.

Waters lembrou que conheceu Lula e o descreveu como um homem que trabalhou pelo povo brasileiro. “É um homem que trabalhou por você a vida toda e deveria continuar trabalhando”, disse. O músico também fez um apelo emocionado para que os eleitores compareçam às urnas, mesmo diante de dificuldades. “Se você tem uma avó que não consegue levantar de uma cadeira para ir votar, a carregue, a coloque num burro, num carro, e leve ela pra uma seção eleitoral e vote, vote, vote! Só você pode salvar o Brasil dos gangsters que querem ser presidente”.

Roger Waters ainda citou a vereadora carioca Marielle Franco, assassinada em 2018, e relacionou o crime ao candidato do PL. “Eles mataram minha amiga Marielle Franco. Eles assassinaram ela. Vocês se lembram disso? Eu me lembro, eu nunca vou me esquecer. Por Marielle Franco, vá e vote no domingo. Vote em Lula”, declarou. O músico mencionou que Flávio Bolsonaro destinou uma emenda parlamentar a um projeto de Robson Calixto, conhecido como “Peixe”, miliciano condenado por envolvimento na morte da vereadora.

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33 linhas de ônibus têm rotas alteradas para o aniversário de Goiânia

As comemorações do aniversário de Goiânia vão provocar mudanças no transporte coletivo da capital. Ao todo, 33 linhas da Rede Metropolitana de Transportes Coletivos (RMTC) terão os trajetos alterados entre esta terça-feira (20/10) e domingo (25/10). Algumas estações e pontos de embarque também ficarão temporariamente sem atendimento. Segundo a RMTC, os desvios serão realizados para atender à programação de aniversário da cidade, que completa 93 anos no sábado (24/10).

A partir desta terça-feira (20/10), as linhas NS1, NS2 e NS3 deixarão de atender o trecho da Avenida Goiás entre as estações Mangalô e Murici. Os ônibus dessas linhas passarão a circular pela Avenida Paranaíba, seguindo pela Rua 74 e pela Avenida Leste-Oeste. A linha NS4 também terá mudanças. Durante o período, os embarques serão realizados somente no Terminal Paulo Garcia e na Estação Pitanga. As estações Mangaba e Murici ficarão temporariamente sem atendimento.

As linhas que normalmente passam pela Rua 68 terão os trajetos desviados pela Avenida Paranaíba, com acesso à Rua 74. As linhas afetadas são: 003, 008, 017, 029, 035, 042, 168, 169, 170, 180, 187, 193, 277, 406 e 611. A partir de sexta-feira (23/10), as linhas 601, 602 e 603 também passarão pela Avenida Paranaíba e pela Rua 74. Com a alteração, os pontos de embarque de números 498 e 499 ficarão temporariamente desativados.

Os ônibus que circulam pela Avenida Independência, no sentido Terminal Praça A, deverão seguir pela Avenida Contorno e pela Avenida Leste-Oeste. Já no sentido Terminal Praça da Bíblia, o retorno será realizado pela Rua 44. Durante as alterações, os pontos de embarque de números 2911, 2912 e 1342 ficarão temporariamente desativados.

De acordo com a RMTC, outras linhas também terão mudanças nos itinerários durante as comemorações: 225, 304, 400, 401, 403, 405, 406, 598, 605, 606 e 935.

As mudanças estão previstas para ocorrer até domingo (25/10). Passageiros que utilizam as linhas afetadas devem ficar atentos aos desvios e à suspensão temporária do atendimento em algumas estações e pontos de ônibus.

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Buba Espinho junta-se ao Conservatório de Música de Olhão num concerto inédito

Espetáculo integra a programação cultural do Bicentenário da Câmara Municipal de Olhão e realiza-se a 7 de novembro, às 21h30, no Auditório Municipal.

A programação cultural do Bicentenário da Câmara Municipal de Olhão propõe, no próximo dia 7 de novembro, um encontro musical inédito em palco, que reúne o cantor Buba Espinho e um ensemble de cordas e coro do Conservatório de Música de Olhão.

Com início marcado para as 21h30, este espetáculo-encomenda artística cruza a identidade e a riqueza do cante alentejano com sonoridades contemporâneas e urbanas, numa abordagem musical pessoal e atual.

Natural de Beja, Buba Espinho tem vindo a afirmar-se pela forma como estabelece pontes entre a tradição e a modernidade. Neste concerto, o artista junta-se ao talento dos músicos e coralistas do Conservatório de Música de Olhão, dando origem a um diálogo artístico que celebra a diversidade musical e a criatividade.

A iniciativa integra as comemorações dos 200 anos da Câmara Municipal de Olhão, assinalando a importância da cultura e da música enquanto espaços de encontro, partilha e valorização do talento.

O espetáculo é destinado a maiores de 6 anos. Os bilhetes encontram-se à venda na bilheteira do Auditório Municipal de Olhão.

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C2C Festival festeggia a Torino con Robyn, Arca e Yung Lean & Bladee

Venticinque anni dopo la prima edizione di Club To Club, nel 2002, C2C Festival torna a Torino dal 29 ottobre al 1 novembre con quello che gli organizzatori definiscono il programma più ambizioso della sua storia. Un anniversario che arriva al termine di un anno di espansione internazionale: prima il sold out della seconda edizione di C2C NYC, indicata dal New Yorker tra gli highlight della primavera musicale newyorkese, poi il debutto a Londra al Barbican Centre, uno dei centri culturali più prestigiosi al mondo, con un evento andato esaurito in anticipo.

La vocazione globale del festival si legge nei numeri dell’edizione torinese, avviata verso il sold out per il quinto anno consecutivo. Per la prima volta il pubblico straniero supera quello italiano, attestandosi oltre il 53% dei biglietti venduti. Ancora più netto il dato anagrafico: il 78% degli spettatori ha meno di 35 anni, a conferma del ruolo di C2C come punto di riferimento per la youth culture in Italia.

Proprio alle nuove generazioni è dedicato C2C Curators, programma gratuito di formazione per giovani curatrici e curatori musicali appena lanciato dal festival: tra le 200 candidature arrivate ne sono state selezionate 12, che lavoreranno tra workshop e percorsi di affiancamento sul patrimonio di pratiche accumulato in un quarto di secolo.

Inserita come sempre nella cornice della Torino Art Week, l’edizione 2026 coinvolge un numero record di spazi. Le OGR Torino, partner strategico, ospitano la serata inaugurale di giovedì 29 – il Grand Opening presentato da Alfa Romeo – e il finissage di domenica 1 novembre. Il Lingotto Fiere resta la main venue di venerdì e sabato e accoglie il debutto del nuovo DAZED Stage. Il Teatro Regio ospita per il quarto anno consecutivo C2C Talks, venerdì 30 ottobre dalle 13 alle 16:30, con il C2C Podcast insieme ad Arca, Kode9 e ML Buch.

Due le iniziative pensate apposta per l’anniversario. Sabato 31 ottobre il festival torna al Teatro Carignano, undici anni dopo l’ultima volta, per un matinée speciale con le norvegesi Smerz. Domenica 1 novembre, invece, un evento diffuso rievoca il format originale: un unico biglietto darà accesso contemporaneamente a Le Roi, la storica ballroom progettata da Carlo Mollino, e al Notorius, tra i locali della primissima edizione del 2002 (programma ancora da annunciare).

Il quartier generale resta Combo Torino, che quest’anno ospita anche l’anteprima per i più piccoli, C2C KIDS!, domenica 25 ottobre: l’intero incasso sarà devoluto a Medici Senza Frontiere, charity partner storico del festival.

Per il quinto anno consecutivo nella lista dei migliori festival stilata da Pitchfork, C2C conferma la sua formula multigenere, quell’”avant-pop” che ha contribuito a definire a livello globale. Protagonista assoluta è Robyn, in esclusiva italiana venerdì 30 al Lingotto: l’icona pop svedese porta dal vivo Sexistential, l’album che segna il suo ritorno solista dopo sette anni.

Grande attesa anche per Yung Lean e Bladee, per la prima volta insieme su un palco italiano sabato 31: due nomi chiave della scena cloud rap e della galassia Drain Gang, che in oltre un decennio hanno ridisegnato i confini tra rap, elettronica e cultura digitale. Debutta al festival la producer francese Oklou, reduce dal successo di Choke Enough, tra pop etereo, rimandi Y2K e atmosfere barocche.

Pesano i ritorni. Arca arriva con XXXXX, uno dei suoi lavori più densi; Kelela torna a C2C a oltre dieci anni dall’ultima apparizione, con il suo New Avatar contaminato da shoegaze, indie e jazz. E c’è Chuquimamani-Condori, fresco di Leone d’Argento alla Biennale Musica di Venezia, qui nella veste di DJ E.

Apertura con The Avalanches, pionieri australiani del collage sonoro, che presentano il nuovo No Bad Memories, a sei anni da We Will Always Love You. Con loro Shygirl in esclusiva italiana, con brani dall’imminente Swallow!; DJ Python al debutto mondiale del suo nuovo live A/V; la cantautrice statunitense Wendy Eisenberg (esclusiva e debutto in Italia); ML Buch e la dj parigina Clara 3000.

Sul Main Stage Robyn, Arca, Oklou, Chanel Beads – il progetto art pop di Shane Lavers, figura chiave della scena DIY newyorkese – e il live di gyrofield, tra breakbeat, drum & bass ed elettronica sperimentale. Sul DAZED Stage un set di sette ore di Theo Parrish, leggenda della house di Detroit; underscores, tra le voci più riconoscibili dell’hyperpop, con il terzo album U; e lo showcase dell’etichetta di Nicolas Jaar Other People, con Fronte Violeta, Eli Wewentxu e Fake Samo.

In mattinata il matinée delle Smerz, che presentano Big City Life. Dalle 17:30 al Lingotto il Main Stage ospita Yung Lean & Bladee, Kelela, Chuquimamani-Condori presents DJ E, Crystallmess, Joanne Robertson – autrice dello spettrale Blurrr e frequente collaboratrice di Dean Blunt –, il duo ambient Visible Cloaks e la cantautrice danese Fine. Il DAZED Stage propone il primo back-to-back tra Kode9, fondatore di Hyperdub e ospite storico del festival, e RP Boo, padre del footwork di Chicago; e poi Elias Rønnenfelt degli Iceage, LIIM, KMRU, Picture e lo showcase dell’etichetta italiana Hundebiss con Bladeblanc & Giesse, NEXUS (Jokkoo Collective) e Talpah.

Dopo l’evento diffuso, il finissage alle OGR con Grouper, progetto di culto dell’ambient-folk sperimentale di Liz Harris; HEADACHE, il duo di Vegyn e del poeta Francis Hornsby Clark; Carl Stone, pioniere della musica elettronica dal vivo; Lorenzo Senni con il nuovo All Ages su Warp Records; e la catalana Marina Herlop.

Gli show di Marina Herlop e ML Buch alle OGR e il matinée delle Smerz sono coprodotti con MITO SettembreMusica, mentre il concerto di Carl Stone nasce in collaborazione con To Listen To, il festival dell’ascolto sperimentale promosso dalla Scuola di Musica Elettronica del Conservatorio di Torino.

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Aldeia serrana algarvia cumpre a tradição: magusto popular e um pezinho de dança

O Magusto Popular de Alferce, aldeia serrana do concelho de Monchique, realiza-se no dia 1 de novembro. A festa, que começa às 13h00, conta com música ao vivo.

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