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Obiettivo Mercosur, ma non solo. Coi tempi che corrono e con il Medio Oriente ancora una polveriera, per le imprese italiane è tempo di guardarsi attorno. E l’America Latina, ora che le firme sono state apposte e il trattato per il Mercosur consegnato alla storia, non è più una suggestione e nemmeno un’opzione. In quest’ottica Sace, la società assicurativa per l’export partecipata dal ministero dell’Economia, ha presentato presso la sede di Roma il Latin America Champion Program, l’iniziativa dedicata alle imprese italiane interessate a rafforzare la propria presenza in America Latina e a sviluppare nuovi rapporti commerciali nella regione.
Il programma vede la partecipazione di Cdp, Simest, Confindustria e Unioncamere. L’iniziativa offre alle imprese un percorso strutturato di formazione specialistica e iniziative di business matching, con un focus su sei mercati prioritari, Brasile, Messico, Cile, Colombia, Argentina e Perù, e tre filiere strategiche. L’obiettivo è supportare le aziende nell’analisi dei contesti locali, nell’individuazione di partner e opportunità commerciali e nella definizione delle proprie strategie di internazionalizzazione.
D’altronde l’America Latina è un mercato di riferimento per le imprese italiane, grazie alle dimensioni economiche della regione e alla varietà dei suoi sistemi produttivi. Basti pensare che nel 2025 l’export italiano verso l’area ha raggiunto i 20 miliardi di euro e, secondo le previsioni della stessa Sace, è atteso in crescita del 3,1% nel biennio 2027-2028. I sei mercati al centro del Latin America Champion Program rappresentano complessivamente il 79% delle esportazioni italiane verso la regione, confermandosi un perimetro strategico per le aziende italiane, a cui potrà dare ulteriore impulso anche l’accordo commerciale Ue-Mercosur.
Tra i comparti di maggiore rilievo per l’export italiano verso questi mercati figura la meccanica strumentale, mentre nuove opportunità di sviluppo si aprono in filiere come l’agroalimentare e le tecnologie per la trasformazione alimentare, le energie rinnovabili e le infrastrutture sostenibili. In questo scenario, una conoscenza approfondita delle dinamiche economiche e delle specificità dei singoli Paesi, insieme all’evoluzione degli accordi commerciali e dei processi di integrazione regionale, rappresenta un elemento chiave per individuare nuove opportunità di business e rafforzare la presenza delle imprese italiane nell’area.
“L’America Latina”, ha tenuto a sottolineare Michele Pignotti, amministratore delegato di Sace, “rappresenta un’area di grande interesse per le imprese italiane, per le dimensioni e le opportunità legate alla trasformazione dei sistemi produttivi, alla modernizzazione delle infrastrutture e alla crescente domanda di tecnologie e competenze industriali. Con il Latin America Champion Program vogliamo accompagnare le aziende in un percorso concreto di avvicinamento a questi mercati, mettendo a disposizione strumenti, conoscenze e occasioni di confronto per aiutarle a individuare le opportunità più adatte alle proprie caratteristiche e a costruire relazioni commerciali durature. In questo percorso, fare sistema con le istituzioni e i partner dell’internazionalizzazione è fondamentale per trasformare il potenziale dei mercati in concrete occasioni di crescita, rafforzare la competitività delle imprese e sostenere il Made in Italy nel mondo”.
Dal punto di vista delle imprese, invece, Barbara Cimmino, vicepresidente di Confindustria per l’export, ha rivendicato come l’America Latina “è un mercato vicino a noi, culturalmente e industrialmente, e una priorità per le nostre imprese, a partire dalle PMI. Per essere protagonisti serve fare sistema, integrando competenze, conoscenza dei mercati, strumenti finanziari e assicurativi e partner affidabili. Il Latin America Champion Program di Sace va in questa direzione. Confindustria lo sostiene con convinzione e contribuirà con la propria rete territoriale e di categoria per coinvolgere le imprese e favorire nuove partnership”.
Più controllo dentro, più potenza fuori. In Cina sono i giorni del plenum del XX comitato centrale del partito comunista, uno dei consessi più importanti per la vita politica ed economica della Repubblica popolare. Il momento non potrebbe essere più delicato per il Dragone. Tanto per cominciare, l’Europa ha finalmente cominciato ad alzare la testa, approntando una prima vere rete a protezione della sua industria, per anni ostaggio della concorrenza sleale e sussidiata cinese. Questo pone Pechino dinnanzi a una scelta: perdere il grip sul più grande spazio economico unico del mondo, un po’ come accaduto con gli Stati Uniti all’indomani dei primi muri alzati dall’amministrazione Trump, oppure accettare di esportare e vendere nel Vecchio continente ma scendendo a patti con le regole dell’Unione a salvaguardia della propria manifattura. Un problema che ai piani alti del partito è stato più volte affrontato e che quasi certamente finirà al centro delle riflessioni del plenum.
Poi c’è la questione energetica. La Cina, che oggi vive essenzialmente di esportazioni dal momento che il mercato interno è saturo da anni e non tira più come una volta (nei primi nove mesi del 2026, gli utili industriali cinesi sono aumentati del 15,5% rispetto ai primi nove mesi del 2025, raggiungendo i 6,03 trilioni di yuan, registrando un rallentamento rispetto all’incremento del 15,7%) ma, soprattutto, compra petrolio. E non più dalla Russia, suo storico fornitore, e nemmeno più dal Venezuela, ora che il mercato è a trazione americana, bensì dal Golfo. Un riassetto degli approvvigionamenti che non ha cambiato di una virgola la sostanza: il Dragone continua ad essere dipendente dalle energie altrui. Fin qui i dossier economici finiti o prossimi a finire al centro dei lavori del plenum. Poi c’è la parte politica più pura se così si può dire.
E qui lo sforzo di Xi Jinping e dei massimi dirigenti del partito è stato dedicato al rafforzamento della disciplina interna e della lotta alla corruzione, in una fase segnata da una vasta campagna di epurazioni ai vertici politici e militari del Paese. Xi ha in tal senso presentato una relazione sull’attività del Politburo e illustrato una bozza di decisione sulle misure per rafforzare il controllo interno del partito. Secondo l’agenzia ufficiale Xinhua, il documento sottoposto all’esame del Comitato centrale analizza i risultati della campagna per il “governo completo e rigoroso del partito”, avviata sotto la leadership di Xi, e delinea le misure necessarie per affrontare le nuove sfide alla disciplina e alla capacità di governo del Pcc. L’obiettivo dichiarato è consolidare il controllo sui funzionari e assicurare l’effettiva applicazione delle direttive della leadership centrale.
In un commento pubblicato in occasione dell’apertura dei lavori, Xinhua ha sottolineato che l’attuazione delle principali decisioni del Comitato centrale “non deve ridursi a vuota retorica” e che occorre rafforzare i meccanismi istituzionali per contenere gli abusi di potere. La lotta alla corruzione, ha aggiunto l’agenzia, deve proseguire con una pressione costante, in modo che i funzionari “non osino, non possano e non vogliano” commettere illeciti. Ora, il plenum arriva dopo una serie di epurazioni che hanno colpito anche i livelli più elevati dell’apparato militare e del Politburo.
Secondo una stima dell’Asia Society Policy Institute, soltanto il 77,4% dei membri originari del Comitato centrale eletto nel 2022 sarebbe nelle condizioni di partecipare alla riunione. Tra le decisioni attese figura la ratifica delle espulsioni di Zhang Youxia e Ma Xingrui, due esponenti del Politburo coinvolti nelle recenti indagini disciplinari. Non è tutto. L’appuntamento assume particolare rilievo anche in vista del XXI Congresso del Pcc, previsto nell’autunno 2027, quando Xi potrebbe ottenere un quarto mandato consecutivo alla guida del partito. E forse anche per questo, secondo diversi analisti, la riunione rappresenta un’occasione per consolidare ulteriormente la sua autorità, rafforzare l’uniformità ideologica e preparare il rinnovamento dei quadri dirigenti in vista del prossimo Congresso.