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- Palestina: agresión militar israelí en Hebrón deja personas heridas y múltiples detenciones
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- La candidata de La Izquierda en Berlín teme por su vida al oponerse a radicales afines a su partido
La candidata de La Izquierda en Berlín teme por su vida al oponerse a radicales afines a su partido
El pleno parlamentario de constitución de la nueva legislatura en Berlín tenía que ser una celebración para Elif Eralp. La candidata de Die Linke (La Izquierda) para gobernar la capital de Alemania veía este jueves cómo su amiga y compañera Hendrikje Klein era elegida presidenta de la Cámara. Pero las caras de Eralp y del resto de los diputados de la formación poscomunista mostraban poca alegría. El semanario Der Spiegel publicó pocas horas antes un documento interno del partido en el que la posible futura alcaldesa de Berlín reconocía temer por su vida y la de su familia. El origen de su miedo son grupos radicales palestinos afines a Die Linke.

© HANNIBAL HANSCHKE (EFE)
- Il Fatto Quotidiano
- Il 30 ottobre scioperano anche i portuali di tutto il mondo contro il traffico di armi: “Scali al servizio dei popoli, non basi per la guerra”
Il 30 ottobre scioperano anche i portuali di tutto il mondo contro il traffico di armi: “Scali al servizio dei popoli, non basi per la guerra”
Bandiere, megafoni e striscioni sulle banchine del porto di Copenhagen. Come su quelle degli scali di Melbourne, Casablanca, San Francisco e nello scalo indiano di Mumbai. Il 30 ottobre i portuali si fermano in tutto il mondo contro il traffico di armi. Per ribadire che non lavorano per la guerra. Una giornata di mobilitazione internazionale lanciata da oltre 25 sindacati, che coinvolgerà 22 Paesi, distribuiti in cinque continenti. In tutto, 113 porti, tra i quali quelli italiani di Ancona, Civitavecchia, Genoa, Gioia Tauro, Carrara, Livorno, Bari, Ravenna e Trieste. “Una potente espressione di coordinamento internazionalista e di classe contro lo sfruttamento, l’aggressione imperialista e la guerra”, secondo i promotori della protesta internazionale. Nello stesso giorno in cui nel nostro Paese i lavoratori scendono in piazza per lo sciopero generale proclamato da Usb.
Il quadro politico della giornata di mobilitazione è stato definito nella Dichiarazione di Istanbul, firmata a maggio. Ogni organizzazione sindacale, in ciascun Paese, ha deciso le modalità si partecipazione. Come in Italia, anche in Francia, India, Grecia e Turchia sono stati proclamati scioperi di 24 ore. Mentre in Marocco, a Cipro e in altri porti sono state annunciate astensioni dal lavoro fino a due ore. I portuali in ogni caso non saranno soli. Lavoratori e sindacati di altri settori, insieme a studenti, attivisti e centri sociali, si uniranno a loro nella protesta.
“Gli scioperi e le mobilitazioni nei porti di tutto il mondo dimostrano la forza della lotta organizzata dei lavoratori, capace di ostacolare la macchina bellica, bloccando il trasporto di armi e attrezzature militari. La lotta contro la guerra e la militarizzazione dei porti e delle infrastrutture è inseparabile da quella per i diritti dei portuali“, si legge in una nota. Tra le richieste dei sindacati: la pianificazione di una strategia efficace contro la perdita di posti di lavoro causata dall’automazione, aumenti salariali, una riduzione dell’orario di lavoro e misure a tutela della salute e della sicurezza.
Il precedente risale al febbraio 2025, quando una prima mobilitazione internazionale aveva coinvolto 40 porti del Mediterraneo. A distanza di poco più di un anno e mezzo, la protesta assume dunque una dimensione mondiale. A sottolinearlo è anche Eurof, l’ufficio europeo della Federazione sindacale mondiale (Wftu), che invita tutti i lavoratori a sostenere i portuali e a partecipare alle manifestazioni. In diversi Paesi, sottolinea l’organizzazione, la giornata si è trasformata in una mobilitazione più ampia, contro le politiche di riarmo e per chiedere maggiori investimenti in istruzione, sanità, salari e pensioni. Risorse che, denunciano i sindacati, vengono invece destinate alla produzione e all’acquisto di armamenti.
Sul fondo ci sono le guerre in Ucraina e in Medio Oriente e il timore di un’ulteriore escalation dei conflitti. “I popoli del mondo non hanno nulla da guadagnare dalle rivalità imperialiste e non si macchieranno le mani del sangue di altri popoli per i profitti del capitalismo”, scrivono i sindacati. Condannano inoltre quelli che definiscono nuovi crimini commessi dallo Stato israeliano a Hebron, in Palestina, chiamando in causa il sostegno degli Stati Uniti, della Nato e dell’Unione europea. Da qui l’appello ai lavoratori e ai giovani di ogni Paese affinché sostengano concretamente le iniziative del 30 ottobre. E la richiesta che chiude la dichiarazione: “Porti di pace e al servizio dei popoli, non trampolini di lancio per la guerra e basi imperialiste”.
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ONU acusa a Israel de exterminio y crímenes de lesa humanidad en Cisjordania
- Il Fatto Quotidiano
- Youssef Siher lascia il carcere di San Vittore “protetto” dai sostenitori: gli applausi al 30enne – Video
Youssef Siher lascia il carcere di San Vittore “protetto” dai sostenitori: gli applausi al 30enne – Video
Youssef Siher è uscito dal carcere di San Vittore senza rilasciare dichiarazioni, dopo che la gip di Milano Tiziana Landoni non ha convalidato il fermo e ne ha disposto la liberazione. Ad attenderlo all’esterno c’erano familiari, amici e sostenitori che hanno formato un cordone attorno al 30enne, accompagnandolo fino all’auto per “proteggerlo” dai numerosi giornalisti. Presente anche Khader Tamimi, presidente della Comunità palestinese della Lombardia che sorreggeva una bandiera della Palestina.
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Líder de partido árabe quer mandar "Netanyahu para casa"

© AFP via Getty Images
Macklemore promete luchar por Palestina hasta su «último aliento»
Israel desplaza a casi 5.000 palestinos tras intensificar asedio a Hebrón
Protesto estudantil sem uma única bandeira francesa?

Manifestantes colocam bandeira da Palestina na Torre Eiffel?

Aumenta a casi cinco mil la cifra de palestinos desplazados en Hebrón
Ramala, 27 oct (Prensa Latina) El número de palestinos desplazados por las operaciones militares israelíes en las zonas de Deir Baha y Al-Jalda, en la ciudad de Hebrón, al sur de Cisjordania ocupada, ascendió a cuatro mil 969, informó hoy la municipalidad local.
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- Experto de la ONU pide acciones para evitar apoyo a la ocupación israelí de Palestina
Experto de la ONU pide acciones para evitar apoyo a la ocupación israelí de Palestina
"Número de armas pessoais aumentou 220% em Israel"

© JOÃO PORFÍRIO/OBSERVADOR
‘El libro de la desaparición’: una obra hermosa y valiente entre Jaffa y Tel Aviv
Como después de un truco mágico de David Copperfield en el que desaparece un edificio de la línea del cielo de Manhattan, un día —no sabemos si “un buen día”—, las recolectoras palestinas de flores en los invernaderos israelíes, los prisioneros palestinos, los conductores palestinos de autobuses en Tel Aviv, los propietarios palestinos de pequeños locales de hummus, desaparecen de Israel. ¿Será una huelga, una maniobra política por parte de la resistencia, una estrategia del ejército israelí, una conspiración? Existe una oposición dentro de Israel contra los desmanes de su gobierno a la que esta novela da voz; sin embargo, aquí la voz fundamental es la de los israelíes para quienes la desaparición constituye una ofensa y un alivio. Ibtisam Azem reflexiona sobre la usurpación de bienes, memoria y discurso; sobre la imposibilidad de asumir la franja gris en determinadas circunstancias históricas y políticas; sobre cómo se pervierte la racionalidad y se devalúa el significado de palabras como democracia. Lo más inquietante es que este libro fue publicado en 2014. Entonces, el pueblo palestino ya contaba con argumentos para denunciar una situación que, como poco, se remonta a 1948 con la creación del estado de Israel y la Nakba, la Catástrofe, que supuso la expulsión de más 700.000 palestinos. Hoy, en pleno genocidio, la lectura de El libro de la desaparición nos alcanza con pertinente vibración ideológica para recordarnos la dimensión ética y la oportunidad política de los textos literarios.
El libro de la desaparición
Ibtisam Azem Traducción de María Luisa Prieto Las afueras, 2026 280 páginas. 19,95 euros
© EDITORIAL LAS AFUERAS (EL PAÍS)
Un Estado palestino libre es imprescindible, afirma Türkiye
Ankara, 27 oct (Prensa Latina) El presidente del Parlamento de Türkiye, Numan Kurtulmus, afirmó que la causa palestina es justa y defendió el establecimiento de un Estado palestino libre con Jerusalén como capital, divulgó hoy la agencia Anadolu.
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Israel desplaza por la fuerza a miles de palestinos en Hebrón
Macklemore inicia turnê após ser retirado de shows de Ed Sheeran
O rapper americano Macklemore prometeu continuar se manifestando de forma contundente contra a guerra de Israel em Gaza durante a abertura da turnê “Free Palestine” (do inglês, Palestina Livre), nesta segunda-feira (16). A sequência de shows foi organizada depois que ele foi retirado da condição de atração de abertura da turnê de Ed Sheeran por declarações em apoio aos palestinos.
O rapper, vencedor do Grammy, foi recebido com uma ovação ensurdecedora em Dublin, onde fãs de um país amplamente favorável à causa palestina compareceram vestidos com bandeiras palestinas, camisas de futebol pretas, vermelhas e verdes e lenços keffiyeh, vendidos por comerciantes do lado de fora do local.
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“Tenho orgulho de estar aqui no palco em solidariedade ao povo palestino. Continuaremos lutando pela libertação coletiva até nosso último suspiro”, disse Macklemore no palco, onde ergueu uma bandeira palestina durante boa parte da apresentação.
“Há seis semanas, foram necessárias apenas duas palavras”, afirmou, em referência ao lema “Free Palestine” e às críticas que fez às ações do governo israelense em Gaza e na Cisjordânia, no estádio MetLife, em Nova Jersey. As declarações levaram à sua retirada da turnê de Sheeran nos Estados Unidos.
“Essas duas palavras são tão ameaçadoras para algumas pessoas que preferimos silenciá-las a enfrentar o que realmente significam… De alguma forma, essas palavras se tornaram mais controversas do que o sofrimento que as tornou necessárias.”
O público, que esgotou em poucos minutos os 13 mil ingressos para o show na 3Arena, em Dublin, entoou “Free Free Palestine” durante toda a apresentação.
“Precisamos de uma voz para o nosso tempo. Tem que ser alguém assim, que consiga chegar às pessoas. Ele fez tudo parecer tão vivo, e saí daqui com vontade de fazer parte de algo”, disse Siobhan Lyons, moradora de Dublin que foi ao show com a filha.
Artistas irlandeses que se manifestaram contra as ações de Israel também se apresentaram na segunda-feira em apoio a Macklemore. Entre eles estavam Hozier, cantor de “Take Me to Church”, o grupo de rap Kneecap e a banda Beoga, uma das atrações que deixaram a turnê de Sheeran em solidariedade ao rapper.
A cantora palestina Lina Makhoul e o DJ palestino-americano Habibeats também se apresentaram. Ativistas pró-Palestina, como o ator Liam Cunningham, de “Game of Thrones”, discursaram entre os shows.
Sheeran, um dos artistas que mais vendem discos no mundo, afirmou que os responsáveis pelos estádios nas datas restantes da turnê ameaçaram impedir a realização de novos shows caso Macklemore continuasse na programação.
Autoridades palestinas afirmam que mais de 74 mil pessoas foram mortas na ofensiva de Israel contra Gaza, iniciada depois que combatentes liderados pelo Hamas mataram cerca de 1.200 pessoas no sul de Israel, em 7 de outubro de 2023. Autoridades israelenses negam que as ações em Gaza constituam genocídio.
Macklemore afirmou que a turnê “Free Palestine” seguirá para Paris e Londres nesta semana. As datas nos Estados Unidos serão anunciadas posteriormente.
“Seria idiota se copiasse”, diz Ed Sheeran sobre acusação de plágio
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Incendio de campamento en Gaza deja 800 desplazados sin hogar
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- Haifa, la rabbia e i dubbi degli israelo-palestinesi: “In massa a votare contro Netanyahu, ma nella nuova Knesset nessuno sarà davvero la nostra voce”
Haifa, la rabbia e i dubbi degli israelo-palestinesi: “In massa a votare contro Netanyahu, ma nella nuova Knesset nessuno sarà davvero la nostra voce”
Sul gradino della frutteria tra via Wadi e via Hadad, Ahmad fuma seduto. Clienti non se ne vedono, di domenica mattina nel centro storico di Haifa: nella parte più antica della città, quella dove nel ’48 quello che rimaneva della comunità palestinese fu relegata dopo la Nakba, è questo il giorno in cui i negozi sono chiusi e la gente resta a riposo. Non il sabato ebraico, non il venerdì musulmano, o non solo. Fuori è estate, dentro il negozio saranno 17 gradi, l’aria condizionata si sente anche all’esterno, fino alla prima fila di cassette di arance. Dietro le spalle compare Oren, deve comprare una cassa d’acqua: su al primo piano del palazzo di fronte, nella sede del partito comunista e della Joint List i militanti sono rimasti a secco. La loro domenica prima delle elezioni è fatta di fogli Excel con liste di persone, numeri e indirizzi, volantini e adesivi da piegare prima di uscire per l’ultimo volantinaggio che la legge che regola la campagna elettorale permetter di fare. “C’è molto da lavorare, questa volta l’affluenza sarà altissima, dobbiamo indirizzare il nostro messaggio il più possibile”, spiega Reem, responsabile della sezione. Ha gli occhi azzurri, quarant’anni l’accento americano, si riconosce come palestinese: “Il nostro è sempre stato un partito arabo-ebraico per definizione, siamo internazionalisti”.
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Alle pareti ci sono foto di Lenin e Marx. C’è anche una bandiera della Palestina, che a un certo punto qualcuno scosta per far risaltare nelle foto lo stemma storico del partito con la falce e martello. Passare il messaggio, significa, per questi militanti, anche capitalizzare la rabbia di una comunità araba. “C’è molta frustrazione per le politiche del governo estremista e fascista guidato da Benjamin Netanyahu. Ma non parliamo solo a loro, abbiamo il sostegno di tanti ebrei che vogliono la pace e la fine dell’occupazione della Palestina. Guerra e occupazione sono il motore delle disuguaglianze sociali, dal costo della vita alla demolizione delle case palestinesi la battaglia è una sola”, continua Reem. Ha fretta, deve dare le consegne a Gaja e Saar, ventenni al primo voto nazionale, un computer e molto entusiasmo.
Ad Haifa la sinistra israeliano-palestinese va piuttosto bene: alle ultime elezioni le varie sigle della sinistra hanno preso quasi il 60% in totale, soprattutto qui nel quartiere di Wadi Nisnas, e le sigle che oggi corrono nella Lista Unita hanno superato il 10%. Ma di solito l’affluenza nella comunità araba non superava il 55%, mentre il 27 ottobre tutti si aspettano che raggiunga al 70%, forse più. Come la Joint List, anche Ra’am, la lista islamica conservatrice dell’imam Mansour Abbas punta a raccogliere questi voti, soprattutto nelle comunità rurali.
“La comunità andrà a votare in massa, anche se non è convinta dei programmi e dei partiti. E a differenza del passato, voteranno meno i partiti ebraici della sinistra e più quelli che si identificano con la comunità palestinese. Gli elettori vogliono farla finita con Netanyahu, ma ancor di più vogliono cacciare Itamar Ben-Gvir dal ministero della polizia, viste le violenze che ha fomentato”, valuta Mustafa Shalaata, giornalista di Radio Al Shams, la voce di riferimento dei palestinesi in Israele. “I temi principali da queste parti sono tre: la criminalità organizzata, che il governo ha lasciato proliferare per razzismo, la guerra a Gaza e l’occupazione e infine la discriminazione sociale, il diritto all’abitare che viene negato e le case palestinesi demolite”. I palestinesi con diritto di voto in Israele sono 1,2 milioni, su una popolazione che ne conta due, una minoranza consistente, tra un terzo e un quarto del Paese, che finora è rimasto escluso dai governi. Alla fermata arriva un autobus con un cartellone elettorale di Ben-Gvir sul retro. Il successivo porta la foto di Gadi Eisenkot.
Haifa non è Nazareth e Uma el Fahem (dove la Joint List è fortissima): la comunità palestinese è storica e salda, ma oggi è una città mista a maggioranza ebraica, ma è anche da molti considerata un modello della convivenza. Il filosofo Omri Bohem ha perfino proposto in un saggio recente di ribattezzare così lo Stato federale binazionale che tanti, a sinistra, vorrebbero sostituire a Israele e anche alla teoria stantia dei due Stati: “Repubblica di Haifa”. Reem è scettica: “Forse è un modello di tolleranza, sicuramente la città è rimasta coesa anche dopo il 7 ottobre, ma la discriminazione non è sparita”. Non è d’accordo neanche Osama, da dietro il bancone di una gelateria di Silkin Street, la via degli hipster a 20 minuti a piedi in salita dalla vecchia Haifa, vicino all’altrettanto storico Talpiot market. “Voterò per la Joint List, ma solo perché non abbiamo alternativa”. Viene dal villaggio cristiano Eliabun, laureato in medicina a trent’anni è finito a lavorare come gelataio da “Boza”, una catena fondata nel kibbutz progressista di Sasa, al confine col Libano, e gestita da un ceo ebreo e uno palestinese che promuove la convivenza attraverso il gelato. “Mio cugino era deputato nella Joint List”, Hanna Swaid, continua aprendo Instagram. Ha appena servito una vaschetta di caffè al cardamomo, pistacchio e yogurt all’olio d’oliva e zatar, a un cliente poco incline alla conversazione. “Voglio fare un post critico sotto questo discorso di mio cugino: non va bene che continuino a dire ‘non potremo fare molto nella nuova Knesset’. Ci serve più della loro buona volontà”. Giorni fa, Osama si è ritrovato Bezalel Smotrich davanti. “È entrato nella sinagoga qui a fianco, quando è uscito gli abbiamo fischiato. Netanyahu non è mai venuto”. Forse non a Silkin street, ma la destra estrema non manca neanche ad Haifa. Come l’indifferenza “Fuck the elections, adesso ho problemi a casa”, dice un commerciante di telefonia, una stella di David vistosa al collo. “Cosa farò? Soldi, prima della crisi economica che scoppierà il 28 ottobre”, dice il gestore del negozio vicino.
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