“Voglio ringraziare e salutare il direttore Cerno, i vicedirettori, gli editori, la famiglia Angelucci e tutta la redazione de il Giornale e di Moneta. Siamo in dirittura d’arrivo per la legge di Bilancio che faremo approdare in Consiglio dei Ministri. L’obiettivo è far quadrare i conti e mantenere gli impegni presi, a partire dalla difesa dei salari, del potere d’acquisto del ceto medio, delle imprese, della sanità e dei giovani. Cercheremo di fare del nostro meglio per essere all’altezza delle aspettative, nei limiti delle risorse disponibili. Molto spesso sembra che la polemica abbia molto più spazio delle soluzioni che si cerca di dare ai cittadini. Il lavoro che la redazione sta facendo è molto prezioso. In un tempo in cui la carta stampata non se la passa benissimo, avviare questa iniziativa editoriale richiede grande coraggio. Viviamo in un’epoca in cui quando qualcosa accade dall’altra parte del globo ha delle ripercussioni dirette su di noi. Comprendere l’economia è un altro modo di essere liberi e chi la racconta fa un servizio ai cittadini, alle imprese e alla politica. Ringrazio dunque tutti coloro che lavorano e si impegnano per dare speranza all’Italia”. Lo ha detto Giorgia Meloni, Presidente del Consiglio, intervenendo alla prima edizione del Forum Economico Moneta, dal titolo “Competere nel nuovo scenario globale”.
In una giornata vissuta nell’attesa dei risultati delle elezioni in Israele, a tenere banco nella politica interna è la legge di bilancio che domani alle 15 dovrebbe essere approvata in Consiglio dei Ministri, ma soprattutto la data delle elezioni, che si sta trasformando in un rebus nel quale ogni ipotesi è valida. “Radiochigi” nelle ultime ore sembrava propendere per una data: 23 maggio, accorpando le Amministrative (Milano, Torino, Roma, Napoli, Bologna ecc.) alle Politiche.
Si tratterebbe dunque di anticipare, seppur di poco, la scadenza naturale del mandato (fine settembre). Il condizionale è d’obbligo, non soltanto per ragioni costituzionali (lo scioglimento delle camere è prerogativa del Presidente della Repubblica), ma perché sull’anticipo, più che sulla data in sé, è necessario trovare l’accordo con gli alleati. E su questo la linea Meloni si scontra con quella di Tajani e soprattutto Salvini. “Se si vota a maggio la vedo molto complicata per l’autonomia differenziata”, insorge il ministro Roberto Calderoli. “L’autonomia sia un pilastro del governo”, rincara la dose Luca Zaia incalzando Salvini. Il ragionamento è semplice: se si vota a maggio non ci sono i tempi per approvare l’autonomia differenziata da parte del Parlamento e dunque meglio votare a settembre/ottobre, a scadenza naturale.
A maggior ragione dopo il congresso di Milano che ha nuovamente incoronato Salvini, consegnandogli però una linea precisa da tenere, quella di approvare l’autonomia, appunto. Il ragionamento che si fa dalle parti di Palazzo Chigi, invece, tende a votare alla prima data ragionevolmente possibile, per due motivi: il primo è evitare il logoramento di una campagna elettorale lunghissima, le avvisaglie della quale già si vedono nelle ultime settimane; il secondo è che prima si vota, meno rischi di bocciatura della legge elettorale da parte della Consulta ci sarebbero. Il secondo punto è però controverso. E’ vero che il famoso Porcellum (la legge elettorale del 2005 con la quale si votò nel 2006, 2008 e 2013) fu bocciato soltanto nel 2014, ma è pur vero che sullo Stabilicum pendono già 25 ricorsi, e la prima udienza, del tribunale di Trento, risulta già calendarizzata per il 16 dicembre, con conseguente sentenza della Corte Costituzionale che potrebbe arrivare già a gennaio ‘27.
Che cosa accadrebbe in questo caso con una sentenza sfavorevole allo Stabilicum? Probabilmente la Corte potrebbe dichiarare la legge elettorale parzialmente illegittima, con conseguente probabile espunzione della parte riguardante il premio di maggioranza. Un bel caos. Eppure dalle parti di via della Scrofa c’è un moderato ottimismo. I sondaggi danno Fratelli d’Italia stabilmente a ridosso del 30%, come scrive anche Affaritaliani, Vannacci sembra aver arrestato la corsa e il Campo largo deve barcamenarsi tra le Primarie e gli imbarazzi del tema sicurezza, compresi gli scontri di piazza delle scorse settimane. Tra gli scontri, lo sciopero generale di venerdì prossimo, gli esiti elettorali a sorpresa in Brasile e l’attesa per le elezioni in Israele e per quelle di midterm negli Stati Uniti, è decisamente un autunno caldo.
La ‘Catena’ di De Luca per portare i sindaci in Parlamento (e il centrodestra di nuovo al governo). Questa l’intenzione del movimento promosso dal sindaco di Taormina assieme alla lista Sindaci d’Italia, la cui convention è stata aperta a Roma dal Presidente del Senato Ignazio La Russa, alla presenza dello stesso De Luca e di Laura Castelli, già viceministra dell’Economia e delle Finanze, e attuale presidente del partito Sud chiama Nord (oltre che vicesindaco di Messina).
Non un nuovo tentativo sudista o frammentario, ha spiegato la seconda carica dello Stato, ma la volontà di dialogare con i territori al fine di comporre un quadro nazionale. La Russa sgombra il campo dagli equivoci: “Conosco Cateno da anni, è una persona libera ed è con estrema libertà che ha deciso di approcciarsi a questa sfida: ovvero sostenere le nostre battaglie e farlo dal pulpito dei sindaci, i veri eroi di questi tempi”. Non è questa una risposta a Vannacci, aggiunge La Russa, dal momento che quando Cateno De Luca faceva il suo movimento, il generale era sconosciuto. Piuttosto, il tentativo di dare voce ai territori all’interno di una visione nazionale. E non mancano le prese di posizione da parte di De Luca nel merito dei dossier. Come quando il leader di Sud chiama Nord e sindaco di Taormina spiega che Meloni “si è trovata nella prima fase a gestire buffi e disastri del governo precedente”, o quando ricorda che grazie al nucleare il Meridione potrà diventare un hub energetico, o quando ammette di sentirsi spesso con la premier, a cui ha detto di essere pronto anche al voto anticipato.
C’è spazio anche per la polemica per così dire civica, quando De Luca definisce quello di Onorato “un partito di civici fatto in provetta”, mentre di contro la sua strategia non è finalizzata a creare una “correntina per qualche posto in Parlamento, ma a consentire ai sindaci di arrivare direttamente”. Ed è quella traccia seguita nei dibattiti tematici a cui hanno preso parte molteplici esponenti centristi, come Luigi Marattin segretario del partito Liberaldemocratico, Ettore Rosato vicesegretario di Azione, Domenico Carbone coordinatore nazionale Anci giovani e Marco Di Stefano responsabile enti locali di Noi Moderati.
Ad aprire la tre-giorni di congresso era stato in mattinata il ministro dell’energia Gilberto Pichetto Fratin, favorevole al contributo di Sud Chiama Nord al centrodestra perché “porta realismo alla coalizione”. In sala molti sindaci e anche molti volti territoriali, ovvero ex amministratori e soggetti che conoscono le dinamiche delle preferenze, come il sindaco di Scalea Mario Russo, il sindaco di Messina Federico Basile, il pugliese Ninni Borzillo.
“Il governo Meloni ci prende in giro. Non riusciamo a dare da mangiare ai nostri figli, se ci fermiamo noi, si ferma tutta Italia”. Oltre cento agricoltori provenienti da Puglia e Calabria si sono riuniti davanti a Montecitorio, a Roma, per protestare contro il caro gasolio, l’aumento dei costi di produzione e la concorrenza dei prodotti agricoli esteri. “Sono mesi che denunciamo un problema di carovita. L’agricoltura italiana non è più competitiva sui mercati nazionali ed europei. Con accordi come il Mercosur si consente l’ingresso di prodotti che non rispettano le stesse normative imposte ai nostri agricoltori”, ha dichiarato Giancarlo Greco, del Movimento Popolare Nazionale. “Oggi uscire con un trattore significa spendere soldi con la certezza di non rientrare nei costi. Produrre un litro d’olio ci costa almeno 6 euro e 50, mentre sul mercato arriva olio tunisino a meno di 4 euro, fissando prezzi che penalizzano i nostri olivicoltori”, ha aggiunto.
Greco ha poi criticato le misure del governo: “L’ultimo decreto sul gasolio agricolo è stata una presa in giro, un gioco delle tre carte. Hanno preso 40 milioni destinati al caro fertilizzanti e li hanno utilizzati per abbattere il costo del gasolio. Chiediamo a Meloni un po’ di rispetto. Presidente Meloni e ministro Lollobrigida, fate le cose per risolvere i problemi della gente e non per fare i reel. Gli agricoltori chiedono dignità, non soldi”.
Bastano poche ore al congresso della Lega per capire quali tensioni attraversino il centrodestra. Prima del voto, Matteo Salvini chiede di fermare gli aiuti militari all’Ucraina. Dopo una telefonata della premier, raccontata dalle cronache, il segretario rieletto ammorbidisce i toni, senza rinnegare la sua posizione. Nel campo opposto, le voci su un Conte convinto che con Schlein non si vinca, benché smentite, raccontano una rivalità che rischia di pesare sulla coalizione. Da una parte insomma c’è Giorgia Meloni, impegnata a tenere insieme una maggioranza nella quale Lega e Forza Italia competono per ottenere risultati da rivendicare davanti ai propri elettori. Dall’altra ci sono Elly Schlein e Giuseppe Conte, che devono ancora decidere quanto largo sarà davvero il campo con cui sfidare il centrodestra. Due cantieri diversi, un problema comune: costruire una coalizione capace di arrivare unita alle elezioni senza cancellare le differenze tra i suoi protagonisti.
“Stiamo assistendo ad una sorta di politica degli incastri, quella che si vede meno nelle dichiarazioni pubbliche e pesa di più quando si devono scrivere i programmi, distribuire le candidature e convincere gli alleati che restare insieme conviene a tutti. Meloni parte da un vantaggio: guida una coalizione che governa già. Ma proprio l’esperienza di governo obbliga la premier a confrontarsi ogni giorno con richieste concrete e con la necessità di trovare risorse. Ma la sua leadership, al contrario di quella del centrosinistra è indiscussa e saldissima, e questo fa tutta la differenza del mondo”, commenta un senatore dell’ala riformista del Pd.
Schlein e Conte, infatti, devono ancora risolvere una questione preliminare: chi siederà al tavolo dell’alternativa e saranno solo loro due a sfidarsi o ci sarà un terzo, magari un quarto, sfidante? Per venerdì, intanto, è previsto un incontro tra la segretaria del Pd, il leader del Movimento 5 Stelle, Angelo Bonelli e Nicola Fratoianni, dedicato all’avvio del confronto sul programma e sul perimetro della coalizione. Tra i partecipanti annunciati non c’è Matteo Renzi. Un’assenza che non equivale a un’esclusione definitiva, ma dice molto sulla strada ancora da percorrere per allargare al centro la coalizione. Anche perché proprio il centro, con i suoi tanti gruppi, rischia di aprire un nuovo fronte nel già tormentato rapporto tra i due leader.
“Il punto è che parlare di programma significa parlare anche degli interlocutori ammessi a scriverlo. Un conto è discutere con il Movimento 5 Stelle e Alleanza Verdi e Sinistra, un altro è aprire il tavolo a Italia Viva e alle altre forze centriste. Ogni ingresso può allargare il bacino elettorale, ma cambia gli equilibri, le priorità e, inevitabilmente, i rapporti di forza sulla scelta del candidato premier”, commenta un deputato di Azione, che per ora sta alla finestra (anche se circolano voci non confermate su un avvicinamento al centrodestra). Il leader pentastellato chiede di accelerare sul programma e sulle primarie. Sa che il Movimento non può essere considerato un semplice alleato minore del Pd e vuole che il suo peso si traduca nelle scelte politiche.
Il nodo Renzi si inserisce proprio qui: non riguarda soltanto vecchie rivalità personali, ma l’identità della coalizione, il suo equilibrio interno e la capacità di trovare una sintesi sui temi economici e sociali. La domanda che accompagna il vertice di venerdì sembra essere dunque abbastanza scontata: si comincerà a costruire un progetto aperto anche alle forze oggi assenti o il primo accordo tra Pd, Movimento e Avs finirà per definire condizioni che potrebbero anche essere malviste dai tanti cespugli centristi che chiedono spazio? Una risposta ancora non c’è. E Meloni può osservare che, mentre le opposizioni discutono di chi debba entrare, la premier prova a consolidare e allargare una squadra già esistente.
Gli equilibri nel centrodestra
Anche nel centrodestra, però, gli incastri sono tutt’altro che semplici. Matteo Salvini e Antonio Tajani hanno interessi diversi e un obiettivo in comune: rafforzare i rispettivi partiti senza compromettere la tenuta del governo. Entrambi sanno che, alla fine della legislatura, agli elettori non basterà raccontare la fedeltà alla coalizione. Serviranno risultati riconoscibili. Per la Lega il risultato più importante è l’autonomia differenziata. Dopo il passaggio sulle intese con le Regioni, il ministro Roberto Calderoli ha indicato nell’«ultimo miglio in Parlamento» la tappa decisiva. Portare a compimento una battaglia storica consentirebbe al Carroccio di presentarsi al Nord con una risposta concreta a una domanda che accompagna la sua storia da decenni.
Per Forza Italia la bandiera è la riduzione delle tasse, a cominciare dall’Irpef per il ceto medio. Tajani insiste da settimane sulla necessità di estendere il beneficio oltre la soglia dei 50 mila euro. Il confronto riguarda le coperture e l’ampiezza dell’intervento: tra le ipotesi è stata discussa anche quella di arrivare a 55 mila euro. Per gli azzurri la questione è politica prima ancora che numerica: dimostrare che la loro presenza al governo produce un vantaggio per famiglie e lavoratori.
La competizione fra Lega e Forza Italia passa anche da qui. Salvini punta a rilanciare il Carroccio e ha indicato l’ambizione di farne il secondo partito della coalizione. Tajani vuole consolidare il ruolo degli azzurri e difendere lo spazio moderato. Meloni ha interesse a che nessuno dei due esca indebolito: una coalizione vince più facilmente se i suoi alleati portano voti aggiuntivi, non se si limitano a contendersi quelli già disponibili. La premier può perciò provare a esercitare una funzione di regia: accompagnare l’autonomia verso l’approdo parlamentare e, insieme, trovare spazio per un intervento fiscale rivendicabile da Forza Italia. Non c’è un automatismo tra i due dossier, né un accordo formale che li leghi. Ma la loro gestione contemporanea può diventare la base di un equilibrio politico: ciascuno ottiene un risultato, tutti si presentano come parte di una maggioranza capace di decidere.
I sondaggi
In questa partita, Giorgia Meloni dispone di una carta che pochi suoi predecessori hanno potuto giocare dopo un periodo così lungo a Palazzo Chigi: un consenso personale che, almeno secondo l’ultima rilevazione SWG per il Tg La7, non si è consumato rispetto all’inizio della legislatura. La fiducia nella presidente del Consiglio è al 41%, un punto percentuale in più rispetto all’ottobre 2022. Non è un plebiscito, naturalmente. Ma è un dato politicamente significativo: dopo quattro anni segnati da guerre, inflazione, tensioni internazionali e scelte spesso difficili sui conti pubblici, la premier conserva una quota di fiducia leggermente superiore a quella registrata all’inizio del suo mandato.
A questa operazione si aggiunge il lavoro sui possibili nuovi interlocutori. Giovedì 29 ottobre Meloni interverrà alla convention promossa a Roma da Sud chiama Nord e Sindaci d’Italia, l’iniziativa che vede tra i protagonisti Cateno De Luca e che porterà alla presentazione del simbolo del nuovo progetto politico. Anche questa scelta richiederà mediazioni. Allargare una coalizione significa trovare spazio per nuovi soggetti, fare i conti con gli equilibri locali e, più avanti, con le candidature. La Sicilia, dove De Luca ha una propria storia politica e rapporti complessi con il centrodestra regionale, mostra quanto possano essere complicati questi passaggi. Ma l’interesse di Meloni è chiaro: cercare consensi oltre il nucleo tradizionale della maggioranza senza indebolirne la coesione.
Nei prossimi giorni le due coalizioni offriranno dunque immagini diverse dello stesso lavoro politico. Giovedì Meloni incontrerà una realtà che può contribuire ad allargare il centrodestra; venerdì Schlein e Conte cominceranno a discutere del programma e dei confini dell’alternativa. Le difficoltà non mancano da nessuna parte. La prova, per entrambe, sarà tenere insieme identità e interessi diversi quando arriveranno le decisioni su programmi e candidature.
A fronte dell’espandersi dell’autoritarismo e di minacce ibride sempre più complesse, la stretta collaborazione tra Europa e Taiwan è di fondamentale importanza, non solo per rafforzare la resilienza democratica, ma anche per salvaguardare i valori condivisi e affrontare le sfide emergenti in ambito di sicurezza. Sono le conclusioni della dichiarazione finale della Conferenza annuale del Formosa Club 2026, tenutasi a Taipei, forum giunto al secondo anno di vita, alla presenza di 49 parlamentari europei e 19 parlamenti nazionali europei, a dimostrazione del loro sostegno a Taiwan.
Si tratta di una piattaforma fondamentale per promuovere la libertà, lo Stato di diritto, la resilienza democratica e un ordine internazionale basato su regole, in un contesto caratterizzato da crescenti pressioni autoritarie e minacce ibride (tra virgolette, la Cina). Perché l’Ue ha tutto l’interesse a spingere verso tale partnership? “Taiwan è un presidio di modernità, valori comuni di diritti e democrazia, resistenza e resilienza, straordinaria capacità produttiva globale nei semiconduttori, impegnata nelle grandi sfide dell’IA, ma soprattutto frontiera della libertà. L’Italia non può che esserle al fianco”, dice a Formiche.net il vicepresidente della commissione Esteri/Difesa del Senato, Roberto Menia (FdI), raggiunto telefonicamente a Taipei, dove partecipa all’annuale conferenza.
Il riferimento è ad una cooperazione, quella tra Europa e Taiwan, che si sta focalizzando su settori nevralgici come le catene di approvvigionamento resilienti, l’innovazione democratica, l’uso dell’intelligenza artificiale, dei droni, dei sistemi a pilotaggio remoto, fino ad un ambito ormai imprescindibile come i semiconduttori avanzati. In questa direzione l’appuntamento di Taipei ha ribadito alcuni punti fissi.
Primo, l’Europa sostiene Taiwan per la gestione dei rischi relativi ai cavi sottomarini internazionali, lanciata dal ministro degli Esteri Lin Chia-lung. “Si tratta, come è noto, di arterie vitali per Nazioni ed economie digitali – aggiunge Menia – ragion per cui la cooperazione tra Europa e Taiwan va allargata ad una serie di micro settori interconnessi, come condivisione delle informazioni, riforme sistemiche, sviluppo delle conoscenze e consapevolezza del dominio marittimo. Abbiamo l’obbligo di far procedere questa alleanza su un binario preferenziale, anche a causa del diffondersi di minacce ibride sempre più complesse”.
Il Forum ha acceso un fascio di luce, a tal proposito, su un provvedimento legislativo adottato dalla Cina, ovvero la “Legge sulla promozione dell’unità e del progresso etnico”, su cui ci sono state due risoluzioni del Parlamento europeo (il 30 aprile 2026 e il 7 ottobre) che hanno condannato le disposizioni extraterritoriali di tale legge, definendole una forma di repressione transnazionale. Secondo, le attività condotte contro Taiwan nella cosiddetta “zona grigia” abbracciano svariate forme di interferenza ibrida, come la disinformazione e le pressioni di carattere militare fatte nello Stretto di Taiwan. Terzo, la Risoluzione 2758 dell’Assemblea generale delle Nazioni Unite non definisce lo status di Taiwan e non preclude la partecipazione significativa di Taiwan a organizzazioni e meccanismi internazionali, per cui il Forum sostiene che la partecipazione internazionale di Taiwan, laddove le sue competenze possano offrire un contributo alla comunità internazionale, sia da perseguire in maniera decisa.
“L’Italia – conclude il senatore di FdI – è consapevole del ruolo di Taiwan nello scacchiere economico e geopolitico, d’altronde siamo dinanzi ad una fase caratterizzata da policrisi, come ripetuto spesso dalla presidente del Consiglio, Giorgia Meloni. Roma sta tessendo con Taipei una tela fatta di amicizia, rispetto e condivisione di progetti industriali e obiettivi politici, così come il governo ha fatto sin dal suo insediamento con la grande attenzione verso l’Indopacifico”.
Un attaccohacker, negli ultimi giorni, ha colpito i sistemiinformatici della Cameradeideputati, coinvolgendo alcune caselle di postaelettronica di parlamentari, e tra queste anche quella da deputata della presidente del Consiglio GiorgiaMeloni.
“Sono state messeincampo tutte le misure diprotezione“, fanno sapere fonti di Montecitorio sottolineando che l’attacco ai sistemi informatici “nonha caratterediemergenza“, anzi sarebbe una questione che “si presenta quotidianamente”. I tecnici della Camera, intanto, stanno tenendo la situazione sotto controllo e l’Agenzia per la cybersicurezza nazionale (Acn) ha attivato un protocollo specifico per rispondere all’attacco. “Le misure possono prevedere anche la temporaneadisattivazione di alcune funzionalità dei sistemi informatici, secondo prassi. Risulta peraltro che da alcuni giorni si siano intensificati analoghi tentativi di attacco e pressioni sui sistemi informatici anche verso altre istituzioni nazionali, europee e internazionali”, sottolineano le fonti.
Viene precisato che l’indirizzo che la premier usa abitualmente è un altro, protetto dai sistemi più alti di sicurezza per evitare intromissioni di qualsiasi tipo. Secondo il Corriere, gli altri profili presi di mira sono quelli di Andrea Delmastro, deputato di Fratelli d’Italia ed ex sottosegretario alla Giustizia, e Paolo Formentini, deputato della Lega. La Procura di Roma attende una prima informativa dalla Polizia Postale in relazione al cyberattacco. I pm di piazzale Clodio apriranno un fascicolo di indagine per accesso abusivo al sistema informatico. Solo poche settimane fa, il ministero degli Esteri è stato il bersaglio di un attacco informatico, sventato e contenuto.
La legge di Bilancio 2027 è ormai alle porte. In attesa del testo, l’incontro tra Giorgia Meloni, il ministro dell’Economia Giorgetti, Tajani, Salvini e Lupi ha permesso di fare un sunto delle priorità di spesa. Sarà una manovra ancora prudente, come ci ha insegnato questo governo, resa necessaria anche dal proseguimento dell’interlocuzione con Bruxelles sui margini di flessibilità per i costi energetici.
Ci sono diverse certezze e alcune ipotesi sul tavolo. Al centro della manovra sanità, famiglie, ceto medio e sostegno alle imprese, energia, giovani e sostegno agli anziani. Le risorse sono limitate, ma ogni forza di maggioranza ha potuto portare avanti il proprio cavallo di battaglia.
Cosa ci sarà nella Manovra 2027
Il consiglio dei Ministri dovrebbe riunirsi mercoledì alle 12:00 per dare il via libera al testo definitivo della manovra 2027. Non sono ancora noti tutti i dettagli della legge di bilancio da 23,5 miliardi di euro, sono tante infatti le misure ancora in bilico a cui il vertice di maggioranza tenutosi lunedì 26 ottobre non ha apertamente risposto.
Con al centro famiglia, giovani, sanità ed energia, vediamo cosa ci sarà e cosa potrebbe esserci nella nuova legge di bilancio.
Flat tax under 30-35
Tra le ipotesi sul tavolo c’è la flat tax al 5% per gli under 30-35 con redditi fino a 20-30.000 euro. Dal lato giovani lavoratori si intende rendere le retribuzioni italiane più competitive e quindi frenare l’uscita verso altri Paesi.
Per le imprese invece si punta a maxi deduzioni per le assunzioni, suddivise in:
dal 130 al 140% per i giovani;
al 180% per le giovani madri.
Detassazione
È allo studio anche una tassazione agevolata al 5% sugli aumenti per rinnovi contrattuali e del 15% sulle maggiorazioni per il lavoro notturno e festivo.
Taglio dell’Irpef
Forza Italia continua a premere per l’estensione dell’aliquota al 33% fino a 55.000 euro. Il costo sarebbe di circa 1,2 miliardi di euro.
Altra proposta che incontra diversi ostacoli (parere della Commissione europea) è l’estensione della flat tax per le partite Iva dagli attuali 85.000 euro fino a 100.000 euro.
Famiglie
Per quanto riguarda il tema famiglie, si punta sul rafforzamento dei congedi parentali, bonus nuovi nati e bonus mamme soprattutto in presenza di tre o più figli.
C’è, inoltre, la proposta di prorogare il bonus per le scuole paritarie fino a 1500 euro per studente.
Aiuti per gli anziani
Forza Italia, invece, ha proposto un aiuto per gli anziani. Si tratta di una carta da 300 a 500 euro per le spese sanitarie degli over 75. Potrebbe esserci una soglia Isee oppure un sistema di rimborsi cashback.
Sanità
Restando sul tema aiuti per la sanità, si stanno studiando risorse per il Fondo sanitario nazionale e l’innalzamento del tetto di spesa per i dispositivi medici per alleggerire il peso del payback sulle imprese.
Pensioni
Lato pensioni la Lega ha rilanciato il pensionamento anticipato a 64 anni con il ricalcolo contributivo dell’assegno.
Sul tavolo però c’è anche la rivalutazione delle pensioni per il recupero dell’inflazione, ma il costo è piuttosto elevato.
Energia e casa
Altro capitolo è quello dedicato all’energia. È previsto il rafforzamento dell’iperammortamento per le imprese e si valutano sconti sull’energia per nuovi impianti da fonti rinnovabili.
Per quanto riguarda il lato casa, le detrazioni potrebbero restare al 50%, mentre l’ecobonus potrebbe arrivare fino al 65%.
È in uscita il 27 ottobre per l’editore AlibertiAdda venì Vannacci. Chi è davvero il Generale e perché una parte d’Italia lo aspetta del giornalista FrancescoBonazzi. Dalla carriera militare ai rapporti con la Lega fino alla nascita di Futuro Nazionale, l’autore passa al vaglio le posizioni di RobertoVannacci su sicurezza, famiglia, lavoro, immigrazione, Europa. In un ritratto tagliente e a tratti impietoso, in cui non si concedono scorciatoie nemmeno ai suoi avversari, mette alla prova quella promessa di buonsenso che attraversa i suoi discorsi. Per capirlo, sostiene Bonazzi, dargli del fascista non basta. Bisogna leggere ciò che scrive, osservare come si muove e guardare ai vuoti lasciati dalla politica che vorrebbe fermarlo. Pubblichiamo, per gentile concessione dell’editore, un estratto del volume:
Il dividendo dell’incertezza
Il fenomeno FN non è il trionfo della destra identitaria e non è neppure portatore di una qualche identità, come si cerca di far credere. V si piazza a gambe divaricate, sia fisicamente che idealmente, al centro di mille paure fomentate negli anni e indica un nuovo percorso politico e di conquista del potere alla nuova destra nazionalista e xenofoba. La destra di FN è orgogliosa, muscolare, giovane, senza grossi scheletri negli armadi e si rivende come la destra autentica e senza filtro che scaccia la falsa destra accomodante e imborghesita. V è la moneta cattiva che tenta di scacciare la moneta buona, come nella legge di Gresham.
O, se si vuole essere più brutali, come la nuova agenzia di vigilanza che viene ingaggiata dopo che quella presente non ha “performato” in modo adeguato.
In tutti questi mesi V ha tentato di accreditarsi sul mercato dell’offerta politica come la risposta baldanzosa e movimentista, a tratti persino spiritosa e futurista, alla destra grigia di Giovambattista Fazzolari, alla destra familista di Arianna Meloni e Francesco Lollobrigida, alla destra nepotista di Ignazio La Russa, alla destra inefficiente e tromboneggiante di Adolfo Urso, alla destra delle circolari torve e vagamente inquisitorie del ministro Giuseppe Valditara e a quella dandy e leggiadra di Alessandro Giuli.
V è la naturale evoluzione del generale Francesco Paolo Figliuolo, l’eroe della campagna vaccinale, che tutto può e tutto risolve in un delirio di paure inedite e tecnocrazie in divisa, innescato da una classe politica inetta e che non vuole assumersi delle responsabilità che teme essere impopolari.
V è la prosecuzione sui social media del mitico onorevole Giuseppe Tritoni di Vogliamo i colonnelli, impersonato da Ugo Tognazzi. Più che un’identità, la sua destra è un eterno ritorno, una reincarnazione dell’uomo forte, perfetto per un popolo che forse è stato più mussoliniano che realmente fascista. Un popolo che oggi è in una certa misura già pronto a diventare vannacciano.
V pilota con fiero cipiglio questa nuova destra che si proclama efficiente e identitaria, ha gli stivaloni ben piantati nella tradizione italica più retorica e autocompiaciuta,
ma fonda il suo sistema di valori su una categoria farlocca come il concetto di identità e su un’elaborazione teorica debole o inesistente. Questa famosa identità esiste? Non esiste? Alla fine poco importa. Tanto serve solo a escludere.
L’identità e la sua estrema difesa diventano la giustificazione di ogni deriva securitaria, di ogni xenofobia, di ogni pulsione razzista e della fatidica remigrazione.
Senza la bandierina della «nostra identità» restano sul campo, nudi e impresentabili come il culo della scimmia, razzismo, discriminazioni e gli abusi di potere in divisa dell’ICE (Immigration and customs enforcement). Alla fine, come recita uno slogan di chi si è opposto alla polizia speciale di Trump «Police everywhere, justice nowhere» («polizia ovunque, giustizia da nessuna parte»). Vogliamo arrivarci anche in Italia?
Manovra, sconto Irpef agli under 35 e contributo dalle banche di 5 miliardi
La maggioranza continua a discutere, sono ore cruciali per la presentazione del testo ufficiale con tutte le misure previste nella nuova manovra. Il vertice convocato per la tarda sera di ieri serve ad avvicinare l’intesa sulla Manovra e farla così approdare in Consiglio dei ministri forse già nella giornata di domani. I due capitoli più complicati – riporta Il Corriere della Sera – restano le pensioni (con la Lega orientata a introdurre l’uscita dal lavoro a 64 anni) e l’Irpef (Forza Italia ha insistito fino all’ultimo per estendere l’aliquota al 33% ai redditi almeno fino a 55 mila euro).
Il Documento programmatico di Bilancio (Dpb) con i numeri della prossima finanziaria – prosegue Il Corriere – è stato approvato lo scorso 13 ottobre dal Consiglio dei ministri e inviato a Bruxelles. Il testo calcola in 23,5 miliardi di euro il costo della manovra economica, con un extradeficit di 14,4 miliardi accordato dall’Ue per i capitoli difesa e energia. Gli interventi previsti riguarderanno misure per famiglie e welfare, voci a cui saranno destinati circa 5 miliardi; mentre sono 3,5 i miliardi per le imprese.
Nella Manovra dovrebbe figurare un pacchetto di misure per aumentare l’occupazione degli under 35. L’idea è lavorare su un fronte duplice, con interventi a favore delle imprese che assumono e sgravi per i giovani che trovano un lavoro. Coperture permettendo, l’intento è potenziare gli sconti per le aziende che assoldano giovani, l’altra questione è, come detto, alleggerire le imposte per i neo assunti. Per quest’ultima ipotesi balla una possibile flat tax al 5%, in alternativa, un abbattimento fino al 50% del reddito su cui pagare le tasse.
Proviamo a giocare con i numeri. Lo Stabilicum assegna un premio di settanta deputati e trentacinque senatori alla coalizione che supera il quarantadue per cento in entrambe le Camere. Se nessuno ci arriva, o se Camera e Senato producono esiti diversi, la legge torna a essere un proporzionale puro, con le soglie del Rosatellum: tre per cento per le liste, dieci per le coalizioni.
Oggi i sondaggi danno centrodestra e campo largo intorno al 43-44 per cento. Il premio, quindi, scatterebbe. Ma basta uno scarto di un punto, o un risultato diverso al Senato, per finire nello scenario opposto. E in quello scenario, applicando le soglie e la redistribuzione interna alle coalizioni ai sondaggi più recenti, nessuno dei due blocchi arriva alla maggioranza.
Tra le decine di combinazioni aritmeticamente possibili, una sola tiene insieme due partiti soltanto: Fratelli d’Italia più Partito democratico, con circa duecentotré seggi su quattrocento, appena sopra la soglia della maggioranza. È una proiezione lineare, che ignora il riparto per circoscrizioni e i resti, e due seggi di margine stanno dentro qualsiasi errore di stima. Ma il dato politico resta.Nella teoriadellecoalizioni minime, quella tra Meloni e Schlein sarebbe la più economica. E non solo sul piano dei numeri.
Non sarebbe la prima volta che il Pd governa o tratta con il principale partito della destra. Nel 2011 sostenne il governo Monti insieme al Pdl. Nel 2013, dopo un voto senza vincitori, nacque il governo Letta: Pd e Pdl nello stesso esecutivo, con la benedizione del Quirinale. Durò come larga intesa pochi mesi. A novembre Berlusconi decadde dal Senato, riportò Forza Italia all’opposizione e lasciò ad Alfano il compito di tenere in piedi la maggioranza.
Poi arrivò il Nazareno. Nel gennaio 2014 Renzi e Berlusconi siglarono un patto sulle regole del gioco: la nuova legge elettorale e la riforma costituzionale. Si ruppe un anno dopo, sull’elezione di Sergio Mattarella al Quirinale.
La lezione di quei precedenti è chiara. In Italia le convergenze tra centrosinistra e destra sono nate su due terreni: il primo è l’emergenza, come con Monti; il secondo le regole istituzionali, come con il Nazareno. Si sono poiscioltesu un evento simbolico, una decadenza o un’elezione presidenziale.
Oggi tra Pd e Fratelli d’Italia il quadro è rovesciato. I due partiti convergono su quasi tutto ciò che riguarda la collocazione internazionale e la politica economica. Si dividono proprio lì dove il Nazareno aveva trovato l’accordo, ossia sulle istituzioni.
Relativamente alle grandi coordinate di sistema, Pd e Fratelli d’Italia stanno nello stesso perimetro. Entrambi sostengono l’Ucraina, entrambi accettano i vincoli di bilancio europei. Nessuno dei due coltiva più tentazioni antieuropeiste, a partire dall’uscita dall’euro che per anni ha fatto parte del lessico della destra sovranista, anche meloniana.
Al governo, Fratelli d’Italia ha portato avanti una politica fiscale prudente, nella sostanza non lontana da quella che avrebbe fatto il Pd. Prudente, non virtuosa: il deficit 2025 si è fermato al 3,1 per cento del Pil, e l’uscita dalla procedura per disavanzo eccessivo slitta al 2027. Ma con un avanzo primario dello 0,8 per cento, la rotta è quella di chi non vuole porsi in contrasto aperto con Bruxelles. Sull’Ucraina, poi, la linea di Meloni è stata più netta di quella di una parte del centrosinistra, dal Movimento 5 stelle ad Alleanza Verdi e Sinistra.
Sono, in sostanza, due partiti responsabili. La convergenza è reale, ed è il frutto della conversione di Fratelli d’Italia, un partito che ha sacrificato la propria retorica sovranista sull’altare della ricerca di cultura di governo.
Le vere distanze strutturali, ad oggi, rimangono tre, e nessuna riguarda i temi su cui di solito si concentra la polemica.
La prima è istituzionale. Fratelli d’Italia ha fatto del premierato una bandiera. Il Pd, al contrario, si è attestato su una difesa conservatrice dell’impianto costituzionale esistente. Il referendum sulla riforma della giustizia lo ha mostrato con chiarezza, col conservatorismo costituzionale del Pd premiato dagli elettori. Resta la distanza più difficile da colmare, e il punto esatto in cui il Nazareno si rovescia: allora l’accordo era sulle regole, oggi le regole sono il terreno dello scontro.
La seconda riguarda l’idea di Europa. Il Pd resta europeista in senso stretto, con un’ottica più federale, a partire dal superamento del diritto di veto. Meloni rimane ancorata all’idea di una confederazione di Stati sovrani. È una differenza reale, ma non insormontabile, perché sul metodo dell’integrazione una sintesi si può trovare, come dimostra la tessitura dei rapporti quotidiani tra Palazzo Chigi e Bruxelles.
La terza riguarda i compagni di viaggio. Non convince chi contesta a Fratelli d’Italia il rapporto mai del tutto chiuso con l’eredità missina, il presunto tentativo di controllo sull’informazione o la linea sui diritti civili. Ma il problema si concentra in realtà su alcune scelte di campo che restano. A gennaio Meloni è comparsa nello spot elettorale di Viktor Orbán: una scelta da rigettare, divenuta per di più una scommessa persa. Lo stesso vale per il rapporto ondivago con Donald Trump, complicato da gestire per chi governa, ma ancora ambiguo.
Sul Pd, il punto debole non sta tanto nel partito in sé quanto nel suo ruolo di perno della coalizione. Sono gli alleati a rendere poco credibile il disegno del campo largo, e a pagarne il prezzo sono per primi gli stessi dem. Sulle questioni cardine, dall’Ucraina alla collocazione internazionale, il Movimento 5 stelle e Avs restano partner meno affidabili. Il Pd ne è sostanzialmente vincolato.
Fratelli d’Italia sembra, a prima vista, aver risolto meglio il problema. Meloni ha addomesticato la Lega di Salvini, oggi svuotata e indebolita. Ma l’elettorato sovranista si è, almeno in parte, spostato in direzione Vannacci, che corre fuori dalla coalizione ma rimane il partner che servirebbe a Meloni per arrivare alla maggioranza se il premio non scattasse.
La simmetria, insomma, regge. Due partiti-perno tutto sommato responsabili, ciascuno legato ad alleati meno affidabili proprio sulle questioni che più di tutte contano. Con una differenza: il Pd ha la sua zavorra dentro la coalizione, Fratelli d’Italia ce l’ha in parte dentro e in parte appena fuori dalla porta.
La seconda convergenza, speculare alla prima, è quella tra gli alleati dei due perni: le ali. A luglio, a Strasburgo, il Parlamento europeo ha approvato la relazione sui progressi dell’Ucraina verso l’adesione. Tra i contrari, fianco a fianco, Movimento 5 stelle, Lega e Futuro Nazionale, con Avs astenuta. A favore Fratelli d’Italia, Forza Italia e il Pd. A giugno, alla Camera, cinquestelle e vannacciani chiedevano entrambi lo stop agli aiuti militari a Kyjiv, mentre la Lega che a Roma vota con la maggioranza in Europa finisce per votare con il Movimento.
È il grande marasma della politica italiana. Sul tema che più di ogni altro dovrebbe definire un’alleanza di governo, la frattura passa tra i perni e le ali. E le ali dei due schieramenti si somigliano più di quanto somiglino ai rispettivi alleati.
A FdI manca forse l’ultimo salto per diventare quel partito conservatore di massa che la destra italiana non ha mai avuto. L’abbandono definitivo di certi compagni di viaggio, una scelta di campo senza ambiguità in Europa. Ma la strada è stata presa. Il Pd, dal canto suo, dovrà decidere se la sua cultura di governo vale più della coalizione che oggi la tiene in ostaggio, inseguendo il tentativo di imporre una vocazione maggioritaria, accantonando la rincorsa continua al movimentismo pentastellato, a tratti reazionario.
Nessuno, oggi, propone una grande coalizione tra Meloni e Schlein, ipotesi che rimane nell’alveo di una bizzarria politica di fondo, anche perché i due partiti hanno costruito la propria identità sulla reciproca delegittimazione, e lo Stabilicum è stato scritto proprio per evitare che il problema si ponga.
La domanda vera a questo punto diventa: perché un sistema bipolare costringe i due partiti più vicini sulle scelte di fondo agli antipodi, a combattersi aspramente, mentre li lega ad alleati che su quelle stesse scelte non sono affidabili?
Matteo Salvini has secured another four-year term as the leader of Italy’s League party after winning the leadership election at an extraordinary party congress in Milan. Salvini defeated his challenger, Massimo Garavaglia, by a decisive 465 votes to 146.
During the congress, Salvini sharply criticized internal party dissent, targeting unnamed critics who had pressured local officials to boycott major party rallies, labeling their actions a “betrayal” of the League’s values, writes Il Giornale.
Last week, in the wake of the violent riots in Milan, Salvini had posted on X after an approved security decree: “More troops for Safe Streets, including 500 already in Milan, delayed arrests thanks to cameras, and greater powers for the Armed Forces and Law Enforcement,” he wrote, adding that the government will also seek to enact legislation for “the revocation of citizenship and residence permits for adults who commit crimes, and the impossibility of obtaining citizenship for minors who deal drugs, loot, or vandalize.”
DA STASERA È LEGGE!
Più militari per Strade Sicure, di cui 500 già a Milano, arresto in differita grazie alle telecamere e più poteri alle Forze Armate e alle Forze dell’Ordine.
E poi avanti, in prospettiva, con la revoca della cittadinanza e del permesso di soggiorno ai maggiorenni che commettono reati e con l’impossibilità di ottenere la cittadinanza per i minorenni che spacciano, saccheggiano o devastano.
Chi sbaglia paga.
Perché chi devasta una vetrina o aggredisce una commessa non è un rivoluzionario: È UN COGLIONE.
Looking ahead to upcoming elections, he declared that the party’s focus must remain firmly on “identity, autonomy, and federalism,” asserting that the League would not settle for simply being a minor partner in a center-right coalition.
In his pre-election address, Salvini had also staked out a hardline foreign policy stance, demanding an immediate halt to Italian financial and military aid to Ukraine. He announced that his re-election gives him a direct mandate to challenge the current government coalition on this issue, going as far as to question whether funds sent to Kyiv were being misdirected by corrupt officials close to President Zelensky.
Declaring a firm “No” to a European army, Salvini told those gathered, “We will defend our borders ourselves.”
Italian Prime Minister Giorgia Meloni offered her congratulations to Salvini on his reelection. “Let us continue to work together, with responsibility and determination, in the interest of Italy,” she posted to X.
Congratulazioni a @matteosalvinimi per la riconferma alla guida della Lega. A lui e a tutta la comunità del partito i miei auguri di buon lavoro. Continuiamo a lavorare insieme, con responsabilità e determinazione, nell’interesse dell’Italia.
Q8 ha annunciato la proroga del price cap per benzina e gasolio fino al 31 dicembre 2026. La compagnia petrolifera ha deciso di proseguire l’iniziativa introdotta all’inizio di ottobre per contenere il costo dei carburanti e sostenere i consumatori. La decisione arriva dopo l’incontro tra la presidente del Consiglio Giorgia Meloni e l’emiro del Kuwait, Misha’al Al-Ahmad Al-Jaber Al Sabah, avvenuto a Kuwait City. Durante il colloquio era stata espressa la disponibilità della società a prolungare il meccanismo di contenimento dei prezzi. La proroga riguarda la rete di distribuzione Q8, ma le modalità di applicazione del limite potranno variare in base alle caratteristiche dei singoli impianti e all’andamento del mercato.
Q8 proroga price cap per benzina e diesel fino a fine anno
La compagnia ha confermato che il price cap sui carburanti resterà in vigore fino alla fine del 2026, prolungando la misura inizialmente prevista per un periodo di 30 giorni. Il tetto era stato introdotto il 1° ottobre 2026, con l’obiettivo di contenere i prezzi alla pompa in una fase caratterizzata dall’attenzione del Governo ai costi sostenuti da famiglie e imprese.
Con la nuova decisione, Q8 estende l’iniziativa anche ai mesi di novembre e dicembre. In una nota ufficiale, la società ha spiegato che intende fornire “un contributo concreto in risposta alle esigenze rappresentate dal governo, coniugando il sostegno ai consumatori con un approccio responsabile, attento all’evoluzione delle condizioni di mercato e alla sostenibilità economica dell’intera filiera”.
L’intervento si inserisce quindi tra le iniziative adottate dalle compagnie petrolifere per limitare l’impatto dei prezzi dei carburanti sui consumatori.
Come funziona il price cap Q8 e quali distributori sono coinvolti
Il price cap è un meccanismo che prevede un limite massimo al prezzo di vendita di benzina e gasolio, secondo le condizioni stabilite dalla compagnia. Q8 ha precisato che la proroga seguirà un approccio modulare, tenendo conto delle diverse modalità di gestione presenti nella propria rete di distribuzione.
La società ha infatti dichiarato che l’iniziativa proseguirà “secondo un approccio modulare, che tenga conto dei diversi modelli operativi presenti nella rete di distribuzione dell’Azienda”.
Questo significa che le condizioni applicative potranno essere differenziate in base alle caratteristiche degli impianti e ai rapporti commerciali con i gestori. Q8 ha inoltre confermato il proprio impegno a fornire supporto ai partner commerciali, con l’obiettivo di mantenere la sostenibilità economica dell’attività di distribuzione.
Non è stato ancora comunicato un nuovo valore numerico del tetto massimo applicabile durante l’intero periodo di proroga. Per conoscere il prezzo effettivo di benzina e gasolio, gli automobilisti dovranno quindi fare riferimento agli importi esposti dai singoli distributori.
Prezzi di benzina e gasolio, perché il price cap potrebbe cambiare
Nel comunicato, Q8 ha precisato di voler definire le modalità operative della proroga in relazione all’evoluzione del mercato. La compagnia terrà conto soprattutto delle condizioni di approvvigionamento dei carburanti e dei costi sostenuti dalla rete distributiva.
Il meccanismo non viene quindi presentato come un prezzo fisso e identico per tutti gli impianti fino al 31 dicembre. Le condizioni potranno essere adattate per garantire un equilibrio tra il contenimento dei prezzi al pubblico e la sostenibilità delle attività dei gestori.
La società ha spiegato che definirà “le modalità applicative” dell’intervento “tenendo conto dell’evoluzione del mercato e delle condizioni di approvvigionamento”.
L’incontro tra Meloni e l’emiro del Kuwait sulla proroga
L’annuncio della compagnia segue il confronto diplomatico tra Italia e Kuwait, durante il quale era stata affrontata anche la questione dei prezzi dei carburanti. Nel corso dell’incontro a Kuwait City tra Giorgia Meloni e l’emiro Misha’al Al-Ahmad Al-Jaber Al Sabah, era emersa la disponibilità a estendere l’iniziativa di Q8.
La compagnia, legata al gruppo petrolifero kuwaitiano, ha successivamente ufficializzato la proroga del price cap fino alla fine dell’anno. La misura risponde alla richiesta del Governo italiano di individuare strumenti per contenere i costi energetici e sostenere il potere d’acquisto dei consumatori.
INCREDIBILE, MA VERO! Il governo italiano vuole abolire per legge il passo della Bibbia che spiega che i semiti sono i discendenti di Sem, un dei tre figli di Noè, e che tra questi ci sono quindi anche gli arabi e i palestinesi. Ma andiamo per ordine e vediamo come stanno le cose.
Il governo italiano vuole trasformare in legge il ddl 1004, gia approvato al Senato, di “contrasto all’antisemitismo” per adottare anche in Italia la definizione del cosiddetto antisemitismo data dall’IHRA (International Holocaust Remembrance Alliance). Definizione in vigore negli USA e in Germania, ma senza essere diventata legge, cioè vincolante. E non c’è verso di far capire né a parlamentari del centro destra né a parlamentari dell’opposizione né a molti filopalestinesi che la parola “antisemitismo” – della quale ormai si abusa anche inventandosi “il dilagare dell’antisemitismo in Europa e in Italia” – è usata in un modo che capovolge la realtà. Ormai anche la sinistra e troppi filopalestinesi hanno fatto proprie definizioni, significati e annessi contenuti della destra, cioè degli avversari.
Come è noto, l’aggettivo “antisemita” è stato coniato nel 1879 dal giornalista tedesco Wilhelm Marr, fondatore della Lega degli Antisemiti, nel suo pamphlet “La vittoria del germanesimo sul giudaismo” per indicare l’odio verso gli ebrei. Compiendo una vera e propria molto disinvolta sineddoche, tutti danno infatti per scontato che per antisemitismo si intende l’odio verso gli ebrei, anzi ormai perfino le critiche e le accuse a Israele, anche le più dovute e sacrosante. Il problema però è che a essere semiti sono i palestinesi, gli arabi, i libanesi, ecc., ma NON la maggioranza dell’intero mondo ebraico: vale a dire, gli ashkenaziti (parola che significa “tedeschi”), ariani come i tedeschi e gli europei in genere. Secondo le statistiche in circolazione, gli ashkenaziti sono il 70-80% di tutti gli ebrei oggi esistenti nel mondo. Vale a dire, quasi 11-12 milioni di persone su un totale mondiale stimato in circa 15,8-20 milioni. Il resto, oltre ad altre componenti minori (ebrei berberi, italkim, falashià, romanioti, ebrei cinesi Youthai, una volta detti Tiaojinjiang, ebrei indiani di Cochin ), è composto da sefarditi. Parola, quest’ultima, che significa “spagnoli” perché sono i discendenti degli ebrei cacciati a suo tempo dalla Spagna dai sovrani cattolici Ferdinando d’Aragona e Isabella di Castiglia, che hanno cacciato anche gli arabi dai territori dove regnavano da secoli.
Questa faccenda degli ashkenaziti che sono ariani e non semiti e che sono i discendenti di chi non ha mai avuto a che fare con Gerusalemme, il monte Sion, ecc., l’hanno scritta NON “antisemiti” e neppure Hamas, ma ebrei: dal giornalista Arthur Koesler nel 1976 al documentatissimo docente Shlomo Sand, che è pure israeliano, nel 2008. Se ne trova traccia anche nel corposo libro “Storia degli ebrei scritto dal rabbino statunitense Chaim Potok, autore del fenomenale romanzo Il mio nome è Asher Lev. E lo si trova scritto perfino su riviste ebraiche italiane. Tutti autori ebrei che spiegano come gli ashkenaziti siano ariani discendenti dei khazari, abitanti del regno della Khazaria, attorno al mar Caspio e mar Nero, compresa l’attuale Ucraina. Le aree geografiche di questo antico regno, il cui territorio si estendeva dal Caucaso al basso fiume Volga, storicamente e antropologicamente sono state considerate da tempo il nucleo originario delle popolazioni indoeuropee, vale a dire della cosiddetta “razza ariana”. I khazari erano pagani, sono stati convertiti all’ebraismo nell’ottavo secolo d.C. per decisione del loro re Bulan, per mettere fine alle mire dell’impero cristiano di Costantinopoli e a quello islamico di Bagdad che li accusavano appunto di essere pagani e pare tentassero di convertirli. Cioè di sottometterli.
Quando il regno khazaro è andato in crisi per le invasioni di barbari i suoi abitanti si sono trasferiti in massa in quella che era la Rus e che oggi è la Russia più altri territori dell’Europa dell’est.
Vediamo per esempio cosa scrive nel saggio intitolato Chi sono gli ebrei, pubblicato l’11 novembre 1998, sulla rivista ebraica Morashà – redazione a Milano – la professoressa marchigiana Maria Luisa Benigni Moscati. Professoressa ebrea decisamente sionista e autrice di numerosi libri sulla presenza e storia de suoi correligionari soprattutto nella sua regione, in particolare di Urbino:
“Ben diversi gli ebrei aschenaziti (dall’ebraico Aschenazi, Germania), presenti in tutto l’Est d’Europa, dediti all’approfondimento degli studi biblici cui nessuno, modesto ciabattino o ricco mercante che fosse, si sarebbe mai sottratto per lunghe ore al termine di una giornata di lavoro. Hanno per lo più capelli rossi e occhi verdi, altri sono biondi con pelle chiarissima. Forse è abbastanza curioso il fatto che questi sono gli unici veri ariani in quanto discendenti in gran parte dai Khazari. (Il loro impero, potentissimo nel VI secolo dell’era volgare, si estendeva dalle steppe del Caucaso al basso Volga, ed era considerato la culla della più pura stirpe di Ario. Proprio questo popolo, verso la fine dell’ VIII secolo lascia il paganesimo per convertirsi, re Bulan in testa con tutta la sua corte, all’ebraismo ritenendosi discendente di una delle tribù disperse d’Israele). Paradossalmente i nazisti, ritenendosi una razza superiore, quella ariana appunto, sterminarono in massima parte proprio quegli ebrei che erano ormai gli ultimi veri discendenti di Ario”.
Per “stirpe di Ario” e “discendenti di Ario” la professoressa intende le popolazioni indoiraniche dette ariane perché si autodefinivano e li chiamavano ārya, parola sanscrita che significa signore, nel senso di nobile. Parola poi stravolta dai nazisti tedeschi in significato razziale quando si sono autodefiniti “pura razza ariana” per affermare che gli europei, discendenti di quelle popolazioni indoiraniche, e in particolare i tedeschi, sono tutti “signori”. Cioè più civilizzati degli altri – slavi, ebrei, africani, mediorientali, ecc. – considerati in blocco “razze inferiori”. A ciò si aggiunga che longobardi, goti e vandali erano considerati ariani anche per motivi religiosi: erano stati convertiti infatti al cristianesimo dal sacerdote teologo alessandrino Ario, fondatore dell’arianesimo, condannato come eretico nel concilio di Nicea.
Vari autori sostengono, in modo non sempre disinteressato, che la discendenza degli ashkenaziti dalla Khazaria sia solo una leggenda, una teoria superata e screditata. Ma anche ammesso che sia davvero superata e screditata da molti, ma non da tutti gli studiosi, resta il fatto che è la stessa bibbia, come tale indiscutibile per ebrei, cristiani e musulmani, ad affermare che sono semiti i discendenti del figlio di Noè chiamato Sem, donde il nome “semiti”, e solo loro. Discendenti che di conseguenza, come vedremo, comprendono gli arabi in blocco e quindi anche i palestinesi, oltre ai libanesi e altre popolazioni. La parola “semitico” è un aggettivo creato nel 1781 da August Ludwig von Schloezer nel suo libro Von den Chaldaern (in italiano “Dei Caldei” o “Dai Caldei”) per indicare il gruppo linguistico delle “lingue semitiche”.
Nel 1787 l’aggettivo “semita” da termine linguistico è stato trasformato in aggettivo indicante intere popolazioni dal luterano Johann Gottfried Eichhorn. Tale studioso per questa trasformazione non ha fatto altro che riprendere quanto scritto nella bibbia in Genesi X-XI riguardo le nazioni discendenti dai tre figli di Mosé: Cam, Iafet e Sem. Di tali nazioni la bibbia riporta sommariamente la distribuzione geografica: i Camiti si diffusero nell’Africa settentrionale e nord-orientale, gli Iafetiti in Europa, e i Semiti nell’area che va dalla Mesopotamia al mar Nero. Particolarmente incredibile è che si preferisce sempre ignorare che gli arabi sono discendenti anche loro come gli ebrei dal comune patriarca Abramo. Gli ebrei discendono dal figlio di Abramo e sua moglie Sara chiamato Isacco, gli arabi dicendono dal figlio di Abramo e di Agar, la schiava di famiglia, chiamato Ismaele e concepito su suggerimento della stessa Sara convinta a torto di essere ormai sterile per l’età avanzata. A torto perché – sempre secondo la Bibbia – Isacco è nato 13 anni dopo Ismaele. Per giunta, stando a quanto scritto in Genesi X, gli indigeni della penisola araba sono discendenti di Qahtan, diretto discendente di Sem in quanto figlio di Eber, pronipote dappunto di Sem, il figlio di Noè che la Bibbia afferma essere il capostipite dei semiti. Da notare che secondo la tradizione rabbinica la parola “ebreo” deriva proprio dl suo nome
Eichhorn invece i popoli semiti li elenca uno per uno (cananei, edomiti, moabiti, fenici, israeliti e filistei, quest’ultimi secondo alcuni antenati dei palestinesi), precisando che fanno parte del Medio Oriente e del Corno d’Africa. Ciò significa, bibbia alla mano, che i popoli semiti NON hanno nulla a che vedere con i territori della Khazaria. Si calcola che nel 1930, prima del genocidio compiuto dalla Germania nazista, gli ashkenaziti fossero il 92% del mondo ebraico, cioè praticamente la quasi totalità.
Ciò significa che è ancor più vero che il sionismo, nato nell’Europa dell’est, è stato creato da ashkenaziti, cioè da ariani. Di conseguenza, la loro volontà di “tornare nelle nostre terre d’origine” avrebbe dovuto riguardare non il ritorno in Giudea, Gerusalemme, monte Sion, ecc., ma il ritorno nei territori della Khazaria.
Ma anche ammesso che tutti gli ebrei siano semiti, parlare di semiti e antisemitismo pretendendo che si riferisca solo agli ebrei e non anche ai palestinesi è un’altra forma di monopolio oltre che di negazionismo nei confronti di quest’ultimi. Un’altra, perché la prima è consistita nello slogan iniziale del sionismo “Una terra senza popolo per un popolo senza terra”, dove il senza terra è quello ebreo mentre per terra senza popolo si intendeva la Palestina, che però un popolo lo aveva da secoli: quello che non a caso si chiamava già popolo palestinese. Realtà che infine venne ammessa oltre che dall’ex primo ministro Yigal Allon con Golda Meir nel corso di una riunione di governo e addirittura dallo stesso Ben Gurion in un incontro con il leader sionista Nahum Goldmann.
Anche ammesso che siano tutti semiti, pretendere di considerare tali solo gli ebrei equivale a pretendere che si definiscano europei solo gli abitanti di un singolo Stato europeo, per esempio solo i tedeschi o i francesi o gli italiani, e non anche quelli di tutti gli altri Stati europei. O africani solo gli abitanti di un singolo Stato dell’Africa e non anche quelli di tutti gli altri. Si tratterebbe evidentemente di un sopruso, di una forma di nazionalismo esasperato, di negazionismo e suprematismo.
Gli ebrei saranno anche tutti semiti, ma è strano che quasi tutti gli uomini ai vertici dello Stato israeliano, da Ben Gurion a Netanyahu compresa Golda Meir, sono ashkenaziti che hanno voluto cambiare il loro cognome di famiglia con un cognome che suona più ebraico. E in ogni caso anche ammesso che si tratti di semiti è un fatto che sono i primi e più feroci antisemiti del dopoguerra visto come già da un decennio prima del 1948, anno di nascita dello Stato israeliano, hanno trattato e trattano tuttora i palestinesi, semiti in base alla stessa bibbia. E poiché i sondaggi e le statistiche dimostrano che la grande maggior parte della popolazione israeliana appoggia da sempre, e in particolare oggi, la linea dura, colonialista e discriminatoria antipalestinese dei propri governi, se ne deve concludere, stando alla logica, che la gran parte della popolazione israeliana anche ammesso che sia semita è di fatto antisemita perché duramente antipalestinese.
Insomma, non mancano gli argomenti che almeno la sinistra e i filopalestinesi potrebbero impugnare per sostenere che il ddl 1004 mira a una legge truffa. Oltre che incostituzionale perché calpesta il diritto alla libertà di pensiero e di espressione. Gli argomenti non mancano, ma nessuno li impugna. Il lato forse più grottesco è che se in Italia la definizione dell’IHRA diventa legge, primo caso nel mondo, non si potranno più neppure citare le organizzazioni israeliane come B’Tselem, che tengono conto anche di quante case e ulivi di palestinesi vengono distrutti non solo dai coloni. Non si potranno citare i rabbini, le personalità ebree israeliane come Omer Bartov, i movimenti e gli ebrei antisionisti o anti Israele diffusi anche all’estero come i Neturei Karta (in italiano “I Guardiani della Città”), che criticano anche molto duramente la politica di Israele o contestano addirittura la legittimità dell’esistenza dello Stato israeliano. Pena la galera, in Italia non potrà più aprire bocca Moni Ovadia e probabilmente anche Gad Lerner e i 200 ebrei che hanno firmato con lui un documento critico verso Israele.
Non si potrà neppure criticare il sionismo (termine coniato da Nathan Birnbaum nel 1890), nonostante ciò che ha prodotto e sta producendo ai danni non solo dei palestinesi. Tanto meno si potranno citare i congressi mondiali ebraici antisionisti (AZIC), congressi dei quali ne sono stati tenuti due, uno l’anno scorso a Vienna e l’altro due anni fa a Tallaght, un sobborgo situato nel sud-ovest di Dublino, in Irlanda, a detta degli organizzatori scelta “per lo specifico ruolo svolto dagli irlandesi nell’opposizione e nella sconfitta del colonialismo britannico sull’isola d’Irlanda, almeno nel Sud”. Gli organizzatori hanno spiegato che “l’Irlanda è stata la prima colonia del nascente Impero Britannico, e abbiamo perciò ritenuto opportuno sceglierla per discutere della futura sconfitta della sua ultima colonia, lo stato sionista in Palestina”.
L’ignoranza anche della sinistra e dei filopalestinesi è tale da non sapere e non far sapere che di sionismi che ne sono di vari tipi, da quello egualitario e inclusivista di Judah Leon Magnes, purtroppo sconfitto, a quello vittorioso, suprematista, esclusivista e colonialista di Ben Gurion, che ha creato la situazione ancora oggi causa di tragedie per palestinesi ed ebrei israeliani. Anziché limitarsi alla propaganda a favore degli uni o degli altri a base di affermazioni il più delle volte fasulle, i nostri politici, soprattutto i parlamentari e i ministri, potrebbero almeno leggersi il libro Storia dei sionismi. Lo Stato degli ebrei da Herzl a oggi, scritto dal docente Arturo Marzano, curriculum insospettabile di tutto rispetto: insegna Storia del Medio Oriente all’Università di Pisa, si occupa da trent’anni di storia del sionismo, di Israele e del conflitto israelo-palestinese, e ha trascorso numerosi periodi di studio in Israele: durante il dottorato, come Post-Doc all’International Institute for Holocaust Research – Yad Vashem e come Visiting Researcher alla Hebrew University di Gerusalemme. Conosce inoltre il Territorio occupato palestinese perché vi ha lavorato per tre anni come operatore umanitario, per due ong italiane.
Insomma, si preferisce la retorica falsificante. E restare così con le brache calate. Motivo per cui la strada per la trasformazione del ddl 1004 in legge è spianata e in discesa.
Per ottenere quello che un parlamentare incassa al netto in un anno tra indennità, diaria e rimborso per le spese del mandato, un italiano medio deve lavorare per più di 6 anni e mezzo. Lo spunto arriva dallo studio The European Salary Ladder, pubblicato da American Express, secondo cui la sola indennità lorda dei parlamentari italiani vale 3,6 volte la retribuzione lorda mediana nazionale: il rapporto più alto tra i 27 Paesi dell’Unione europea. Con le altre voci della paga di deputati e senatori, però, il divario tra classe dirigente e cittadini è più marcato.
Quanto guadagna un parlamentare
La voce principale è l’indennità parlamentare, prevista dall’articolo 69 della Costituzione e regolata dalla legge 1261/1965.
Secondo i dati della Camera dei Deputati, ammonta a 10.435 euro lordi al mese per 12 mensilità. Al netto delle ritenute previdenziali, assistenziali e fiscali, e tenendo conto del valore medio delle addizionali regionali e comunali, restano circa 5.000 euro al mese, cioè circa 60.000 euro l’anno.
L’importo è fermo dal 2012. Nel 2006 l’indennità era passata da 12.434,32 a 11.703,64 euro lordi, poi è scesa al livello attuale. Senza tagli e senza il blocco degli adeguamenti, precisa la Camera, oggi sarebbe pari a 16.393,12 euro lordi. Al Senato l’indennità lorda è invece di 10.385,31 euro al mese.
Quanti anni servono a un italiano
Il termine di paragone è il reddito disponibile equivalente mediano rilevato da Eurostat. Si tratta del reddito familiare al netto di tasse e contributi, diviso per il numero dei componenti secondo una scala che rende confrontabili famiglie di dimensioni diverse. Per l’Italia, nella rilevazione 2025 sui redditi del 2024, vale 22.062 euro l’anno. Significa che metà degli italiani vive con meno.
I circa 60.000 euro netti dell’indennità corrispondono a 2 anni e 9 mesi di reddito mediano.
Il conto cambia se si aggiungono le altre voci che ogni mese arrivano al deputato:
diaria – 3.503,11 euro al mese a titolo di rimborso delle spese di soggiorno a Roma, ridotta di 206,58 euro per ogni giorno di assenza dalle votazioni;
rimborso delle spese per l’esercizio del mandato – 3.690 euro al mese, utilizzabili anche per pagare i collaboratori.
Su queste somme non si pagano tasse: l’articolo 52, comma 1, lettera b), del Tuir esclude dal reddito i rimborsi spese erogati ai titolari di cariche elettive pubbliche.
Il totale annuo complessivo sale così a circa 146.300 euro, pari a 6 anni e 7 mesi di reddito mediano.
Attenzione però: diaria e rimborso nascono per coprire i costi del mandato e non sono un vero e proprio stipendio.
Il confronto con gli stipendi “reali”
Come detto, il reddito mediano riguarda tutti i componenti della famiglia, compresi quelli che non producono reddito. Il confronto con gli stipendi è più favorevole.
L’ultima rilevazione Istat sulla Struttura delle retribuzioni si riferisce al 2022, perché l’indagine è quadriennale. Quell’anno la retribuzione lorda annua media era di 37.302 euro. Servono 5 anni e 8 mesi a un dipendente con la retribuzione lorda media rilevata dall’Istat per incassare i circa 211.500 euro lordi che un deputato riceve in un anno tra indennità, diaria e rimborso per le spese del mandato. Considerando la sola indennità bastano 3 anni e 4 mesi.
Rispetto al 2022 le buste paga sono cresciute lievemente. Secondo l’Istat, nella media del 2025 le retribuzioni contrattuali orarie sono aumentate del 3,1% sull’anno precedente. Nel 2022, però, il 10,7% dei dipendenti guadagnava al massimo 8,9 euro l’ora, la soglia dei bassi salari, e tra gli under 30 la quota saliva al 23,6%.
Il confronto con l’Europa
In Germania i membri del Bundestag guadagnano 2,7 volte la mediana, come i deputati del Nationalrat in Austria. All’estremo opposto c’è Malta, con 0,9 volte. Lì il mandato è part-time, l’aula si riunisce tre sere a settimana e molti eletti tengono il proprio lavoro.
The European Salary Ladder ha confrontato anche gli stipendi dei capi di governo. Giorgia Meloni riceve l’indennità da parlamentare, considerando che la legge italiana vieta il cumulo della doppia indennità.
“Meloni ci dice che l’unica persona che può mandarla via sono gli italiani. Io, in quanto cittadina brasiliana, non ancora meritevole della cittadinanza italiana nonostante sia qui da quando avevo sette anni, le direi di guardare in faccia gli italiani e farsi dire che cosa vogliono. Perché lo stanno dicendo a gran voce da giorni”. Júlia ha 23 anni, è studentessa e ha l’accento barese, ma non gli stessi diritti dei suoi amici. È una delle voci del corteo spontaneo che ieri ha attraversato il centro di Bari, da piazza Ferrarese al porto.
Non tutti si riconoscono in un movimento preciso: alcuni dicono di far parte del Movimento 17 ottobre, altri sono semplici cittadini, come lei. “Fino all’ultimo non sapevo che fare, poi abbiamo deciso semplicemente di esserci e di iniziare a camminare”, ha raccontato Júlia, che ha sfilato insieme a centinaia di giovani per le vie del centro storico barese. Attorno a lei, studenti e lavoratori hanno marciato sotto la pioggia, tra tamburelli, musica e slogan. “Vogliamo diritti, ma ci danno polizia”, hanno gridato i manifestanti. Ai lati della strada, alcuni commercianti hanno osservato preoccupati il passaggio del corteo. “Chiudere i negozi, abbassare le serrande, come se fossimo terroristi”, ha detto la studentessa, che ha poi aggiunto: “Bari è una piazza pacifica. Stiamo parlando di problemi concreti, cercando di portare alla luce quelli del Sud, troppo spesso ignorato“. Marco, 20 anni, elettricista di Rutigliano, ha invitato a guardare oltre le immagini degli scontri: “Camminare, parlare, con la musica. Questi sono i veri momenti da ascoltare, non quello che spacca le vetrine, non quello che fa il dito medio alle telecamere”. A tenere insieme le storie è la difficoltà di immaginare un futuro. Júlia ha spiegato di non poter contare sul sostegno della famiglia: “Vivere qui a Bari significa dover fare i conti con monolocali a 800 euro, prezzi irraggiungibili”. Anche studiare diventa difficile, tra strutture inadeguate, trasporti inefficienti e pochi servizi.
Marta, 22 anni, studia scultura all’Accademia di Belle Arti di Bari. “Non c’è nemmeno l’argilla all’università”, ha raccontato con amarezza. Vorrebbe aprire una bottega. E’ il suo sogno, ma i costi la frenano. “Vorrei avere un piccolo laboratorio, ma dovrei spendere, spendere e spendere ancora”. Per molti partire sembra l’unica alternativa. “Se dobbiamo essere così tanto oppressi, io preferisco andarmene, anche se mi dispiacerebbe“, ha concluso Marco. Il corteo si è poi sciolto in serata, ma resta la domanda che attraversa le voci raccolte in strada: quale futuro per una generazione che non si sente ascoltata.
La premier Giorgia Meloni potrebbe presentare le sue dimissioni a marzo 2027, subito dopo il Consiglio europeo che si terrà a Roma.
L’idea sarebbe quella di andare poi alle urne in un election day, accorpando il voto anticipato per le elezioni politiche 2027 con quello per le amministrative.
L’ipotesi: Giorgia Meloni verso le dimissioni
Ormai da mesi si parla di ipotetiche elezioni anticipate, sempre smentite da parte di Meloni, ma l’ipotesi è divenuta più concreta dopo la pubblicazione di un articolo su Repubblica a firma di Lorenzo De Cicco.
La scadenza naturale della legislatura è fissata al 13 ottobre 2027 ma, come detto, il Governo più longevo della storia repubblicana potrebbe cessare le attività molto prima dell’autunno.
Come riporta il quotidiano, la prima data utile per il voto, che trapela sia da ambienti di FdI che di Forza Italia, sarebbe quella di domenica 16 maggio. Ma a seconda delle tempistiche della crisi, tutto potrebbe slittare ai primi di giugno.
Compromesso Governo-Colle, il retroscena
C’è poi un retroscena relativo al potenziale election day, che sarebbe il frutto di una trattativa con la Presidenza della Repubblica.
Se un governo cade, infatti, non è detto che il Capo dello Stato decida di sciogliere le camere per traghettare il Paese verso nuove elezioni. In nome di un’emergenza (“se ne trova sempre una all’occorrenza”, come sostiene il decano del giornalismo Paolo Mieli), Mattarella potrebbe infatti decidere di arrivare a fine legislatura con un governo tecnico, di scopo o di larghe intese.
Da qui il compromesso: il Colle permette elezioni anticipate e il Governo, in cambio, indice l’election day accorpando elezioni politiche e amministrative.
Meloni, viene scritto, avrebbe preferito spacchettare le due date, dal momento che le amministrative vedono spesso prevalere il centrosinistra nei grandi centri urbani. Meloni, in sintesi, teme che la chiamata alle urne per le elezioni locali possa far diminuire l’astensionismo, a danno del centrodestra.
Amministrative, Campo Largo e Futuro Nazionale
Ma perché, dunque, accelerare sul pedale delle elezioni? Per diversi motivi. Prima di tutto, per costringere gli alleati a trovare rapidamente un’intesa sui candidati da presentare alle amministrative. Una delle piazze più calde è certamente Milano, dove la Lega spinge per Silvia Sardone mentre Forza Italia, pare, punterebbe su altri nomi. Ma in ballo ci sono anche Roma, Torino, Napoli, Palermo, Bologna, Monza e molte altre grandi città.
Motivo numero due: sfruttare le divisioni interne al centrosinistra, a cui manca tutto. Oggi al Campo Largo mancano un candidato premier e un programma condiviso. È oggetto di discussione anche la data delle eventuali primarie, nonché le sue modalità (doppio turno o turno secco). I nomi principali in pista sono quelli di Elly Schlein e Giuseppe Conte, il quale avrebbe già sfiduciato l’alleata-sfidante in una riunione riservata: “Non lo dico per interesse personale. Lo dico perché con Elly Schlein non si vince”. L’indiscrezione arriva dal Corriere della sera.
Terzo motivo: Meloni le sta giocando tutte pur di non estendere la coalizione a Roberto Vannacci. E il fatto che il generale abbia smesso di correre nei sondaggi e stia al contrario iniziando a ridimensionare il suo consenso potrebbe spingere la premier ad approfittarne andando al voto al più presto.
Quarto motivo (forse il principale): ci sono attualmente 25 ricorsi contro lo Stabilicum, presentati presso 25 diversi tribunali. Meloni potrebbe puntare ad andare al voto anticipato prima di eventuali pronunzie definitive della Corte costituzionale.
European leaders are considering appointing a senior representative to negotiate with Russia over Ukraine. But the search exposes a more fundamental problem: whether Europe can transform its economic strength, military resources and political influence into an independent capacity to shape its own security.
Europe is searching for someone capable of negotiating with Vladimir Putin. Yet the question confronting European capitals is considerably more difficult than identifying a politician with sufficient experience, authority and diplomatic skill. It is whether Europe possesses the political unity and strategic independence to negotiate with Moscow on equal terms.
According to diplomatic accounts published on 22nd October, five European leaders have emerged as possible representatives: Italian Prime Minister Giorgia Meloni, Finnish President Alexander Stubb, Czech President Petr Pavel, Danish Prime Minister Mette Frederiksen and Norwegian Prime Minister Jonas Gahr Støre.
No appointment has been announced, and a group of negotiators may ultimately prove more acceptable than a single representative. The initiative reflects concern that Washington’s negotiations with Moscow could produce arrangements affecting European security without sufficient European influence over their terms.
The European Commission insists that the EU is already participating in diplomatic consultations, including discussions held in Oslo on 20th October. But participation in preliminary meetings is not the same as possessing the authority to determine the outcome.
The paradox of European power
Europe’s predicament contains an extraordinary contradiction. The European Union is among Ukraine’s principal financial supporters. Its governments provide military assistance, maintain sanctions against Russia and control decisions affecting Moscow’s future access to European markets. Nevertheless, European capitals remain concerned that the decisive political framework for ending the war could be negotiated principally between Washington and Moscow.
This anxiety has intensified under President Donald Trump, whose transactional approach increasingly treats diplomatic settlements as exchanges of economic concessions and strategic advantages.
As EU Today recently examined, proposals involving sanctions relief, renewed energy cooperation and commercial opportunities raise the possibility of arrangements that depend upon European consent but are negotiated elsewhere.
Washington can discuss reopening economic relations with Russia. It cannot independently reverse European sanctions, guarantee Ukraine’s accession to the EU or decide the continent’s future security arrangements. The European Council explicitly reaffirmed this distinction in its conclusions of 16th October, insisting that decisions affecting the Union’s security and responsibilities belong to Europe itself.
The central issue is therefore not whether Europe has influence, but whether it can organise that influence into a coherent negotiating position.
Why Ukraine must help choose Europe’s representative
An equally important weakness would arise if European governments selected their representative without making Kyiv an integral participant in the decision.
Ukraine is not merely the geographical subject of negotiations. Its government controls whether a proposed settlement can acquire political legitimacy, while its armed forces determine much of what can be implemented on the ground.
A negotiated agreement rejected by Kyiv could neither reliably end the war nor provide the security arrangements that Europe seeks.
European security, moreover, can no longer be considered independently of Ukraine’s military capabilities. Ukrainian forces possess extensive operational experience against Russia, including in drone warfare, electronic warfare and long-range strikes.
Any future continental defence architecture that excludes this experience would disregard one of Europe’s most consequential military assets.
An effective European representative would therefore require a mandate developed jointly with Ukraine, rather than simply endorsed by European governments after the event.
The danger of negotiating without leverage
The proposed candidates illustrate the difficulty of combining political authority with negotiating credibility. Meloni possesses a working relationship with Trump and considerable influence within European conservative politics. Stubb combines experience of Russia’s immediate neighbourhood with access to Washington. Pavel brings military expertise and an understanding of NATO’s command structures. Yet none could independently commit Europe’s governments to financial, military or territorial-security obligations.
This is the fundamental weakness of the proposed office. A negotiator requires more than access to powerful leaders. The ability to make commitments, withhold concessions and impose costs is what gives diplomatic representation substance.
Europe possesses potentially significant instruments: sanctions, industrial capacity, financial assistance and growing defence expenditure. But these remain distributed across institutions and national governments with differing strategic priorities.
Poland, the Baltic states and Nordic governments approach Russian security threats differently from several Western and Southern European capitals. Reconciling those positions is not an administrative exercise. It is a prerequisite for meaningful diplomacy.
The historical shadow of Yalta
The search also reflects European concern about a return to great-power bargaining over the continent’s political geography.
The historical comparison frequently invoked is Yalta in 1945, when Roosevelt, Churchill and Stalin discussed Europe’s post-war settlement. Munich in 1938 offers another warning about negotiating territorial concessions at the expense of directly affected states. Neither precedent precisely describes the present situation.
Unlike the countries subjected to Soviet domination after the Second World War, today’s European states possess established institutions, substantial economic resources and collective defence arrangements. Ukraine, meanwhile, has demonstrated that Russia cannot simply dictate its political future through military superiority.
Nevertheless, the danger lies in accepting the underlying principle that powerful states possess a privileged right to determine the sovereignty and security choices of their neighbours.
Moscow’s demands concerning NATO, Ukrainian territory and Europe’s wider security arrangements extend beyond any conventional ceasefire negotiation.
A European representative would have to challenge that premise rather than merely negotiate the geographical limits of Russian influence.
From diplomatic representation to strategic authority
The debate inevitably leads to Europe’s military dependence upon the United States. An American withdrawal from NATO is not inevitable. Indeed, US legislation restricts unilateral presidential withdrawal. But Washington could substantially reduce its military commitments without formally abandoning the alliance.
Europe must therefore consider how much independent military capacity it requires to support its diplomatic positions. That entails coordinated procurement, integrated military planning, sustainable defence production and deeper cooperation with Britain, Norway, Canada and Ukraine. Recent security challenges in the Black Sea illustrate the difficulty of converting European diplomatic commitments into effective collective action.
These developments would not automatically create a European army or replace NATO. They could, however, give European governments greater freedom to act if American priorities diverge from their own.
The relationship between military capability and diplomacy is particularly important in dealing with Moscow. European representatives cannot expect Russia to revise its demands simply because Brussels has selected a more prominent interlocutor.
Russia would have to conclude that continued aggression carries greater costs than a settlement respecting Ukraine’s sovereignty. Europe’s diplomatic standing would then derive not from the personality of its representative but from the collective resources and political commitments behind that individual.
The immediate search for a negotiator may appear a limited diplomatic initiative. Its implications are considerably larger.
For decades, European security rested upon an arrangement in which American military power compensated for Europe’s fragmented strategic authority. The present negotiations are exposing the limitations of that model. The decisive question is not whether Meloni, Stubb, Pavel or another European leader can secure a place at the negotiating table. It is whether Europe can establish a common position, backed by Ukraine’s consent and by sufficient economic and military power, that neither Washington nor Moscow can disregard.
Without those foundations, a European envoy risks becoming a participant in decisions made by others. With them, the appointment could mark the beginning of a substantially different European role in international security.
Replicare alle violenze di strada a Milano con la mostrificazione di qualcuno a cui si potessero cucire i panni del terrorista. La voglia di un mostro purchessia, la necessità di esibire un volto contro cui vomitare addosso tutte le accuse sembra la prima urgenza di una destra, politica e giornalistica, affamata.
Ieri pomeriggio contro Youssef Siher, in passato giornalista free lance, che nella redazione del Fatto online ha svolto nel 2022 uno stage seguito da una collaborazione sporadica (nel 2025 ha firmato due articoli sulla Tunisia, nel 2026 nessun articolo) come ha avuto altrove altre esperienze lavorative, ricercatore con ottime competenze e referenze, c’era una nota della Digos che indaga sul suo conto per istigazione a delinquere a fini di terrorismo. Non ancora un magistrato che avesse formalizzato l’accusa, men che mai un giudice che l’avesse convalidato.
Le devastazioni ci sono state e certo non conosciamo il suo livello di responsabilità. Aspettiamo che i fatti e le attività a lui contestate siano specificate e rese pubbliche nel dettaglio al più presto. Quel che colpisce è la voglia matta di chiudere con l’impiccagione all’albero della colpa di questa persona, italiano di genitori marocchini, la crisi sociale di giovani e giovanissimi che gravitano nelle periferie degradate delle nostre città, esplose nelle devastazioni che ha vissuto la settimana scorsa Milano.
Attribuire al manganello della polizia lo strumento risolutivo della contesa e chiuderla così. Se chi rompe paga, come ha detto la presidente del Consiglio, e certo è un motto corretto e condiviso, che ogni italiano ricorda da quando bambino se lo sentiva dire in casa, è necessario che accanto alla voglia di far pagare chi rompe, venga anche spiegato cosa si fa perché nessuno rompa, cosa si spende per chi si affaccia nel mondo del lavoro, come si sostiene chi nasce in una famiglia povera, quali luoghi, oltre al marciapiede, può frequentare.
Già che c’è la presidente del Consiglio potrebbe spiegare se e come sono stati spesi i danari del più grande fondo di rinascita (il famigerato Pnrr) il cui principale capitolo di spesa era quello di finanziare le politiche per la nuova generazione. Il next generation Eu, do you remember? Oltre ai manganelli il Parlamento dovrebbe interrogarsi su cosa è stato fatto, i soldi dove sono finiti, cosa si dice a chi oggi non ha nè un lavoro, nè un futuro, e a coloro che pur avendo un impiego pensano di perderlo in favore dell’intelligenza artificiale.
Più che mettersi all’ascolto delle proteste il governo dovrebbe mettersi al lavoro, ammettere le proprie responsabilità, illustrare le idee che gli sono venute per affrontare o almeno mitigare la crisi. Invece di restare con le mani in mano, anzi con il manganello in mano e un nuovo mostro da sbattere in tv.
Nove arresti, 87 persone denunciate e oltre 4mila identificate. È il bilancio di un sabato di tensione per le manifestazioni del Movimento 17 ottobre, caratterizzate da percorsi improvvisati e da incidenti e scontri in diverse città italiane, tra cui Roma, Milano, Torino e Bologna. Le proteste non hanno tuttavia fatto registrare le scene di guerriglia urbana e i saccheggi che avevano segnato Milano una settimana prima. Secondo il bilancio delle operazioni di sicurezza, 371 persone sono state accompagnate e trattenute in questura per gli accertamenti, tra cui 110 minorenni.
Sul fronte giudiziario, a Milano è stato sottoposto a fermo di indiziato di delitto Youssef Siher, indicato come presunto fondatore del Movimento 17 ottobre. Il provvedimento è stato emesso dalla sezione distrettuale antiterrorismo della Procura di Milano. Le accuse contestate sono di istigazione a delinquere aggravata dalla finalità di terrorismo e di violenza organizzata nelle manifestazioni pubbliche.
Sul tema della sicurezza è intervenuta anche la presidente del Consiglio Giorgia Meloni: “Dopo il rafforzamento della presenza dell’esercito nelle nostre città, qualcuno a sinistra ha gridato alla ‘militarizzazione‘. Curioso che a preoccupare siano i militari che contribuiscono alla sicurezza dei cittadini anziché i violenti che cercano di trasformare le nostre piazze in luoghi di scontro”, ha scritto la premier. Poi un ringraziamento ai militari impegnati nell’operazione Strade sicure: “A tutto il personale dell’Esercito impegnato nell’operazione Strade sicure va il mio ringraziamento. La loro presenza è una garanzia per gli italiani”.