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Forum Economico Moneta 2026, Pres. Meloni: “Comprendere l’economia fa essere liberi, chi la racconta offre un servizio al Paese”

“Voglio ringraziare e salutare il direttore Cerno, i vicedirettori, gli editori, la famiglia Angelucci e tutta la redazione de il Giornale e di Moneta. Siamo in dirittura d’arrivo per la legge di Bilancio che faremo approdare in Consiglio dei Ministri. L’obiettivo è far quadrare i conti e mantenere gli impegni presi, a partire dalla difesa dei salari, del potere d’acquisto del ceto medio, delle imprese, della sanità e dei giovani. Cercheremo di fare del nostro meglio per essere all’altezza delle aspettative, nei limiti delle risorse disponibili. Molto spesso sembra che la polemica abbia molto più spazio delle soluzioni che si cerca di dare ai cittadini. Il lavoro che la redazione sta facendo è molto prezioso. In un tempo in cui la carta stampata non se la passa benissimo, avviare questa iniziativa editoriale richiede grande coraggio. Viviamo in un’epoca in cui quando qualcosa accade dall’altra parte del globo ha delle ripercussioni dirette su di noi. Comprendere l’economia è un altro modo di essere liberi e chi la racconta fa un servizio ai cittadini, alle imprese e alla politica. Ringrazio dunque tutti coloro che lavorano e si impegnano per dare speranza all’Italia”. Lo ha detto Giorgia Meloni, Presidente del Consiglio, intervenendo alla prima edizione del Forum Economico Moneta, dal titolo “Competere nel nuovo scenario globale”.

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“Il governo Meloni ci prende in giro”: la protesta degli agricoltori di fronte a Montecitorio contro il caro carburante – Video

“Il governo Meloni ci prende in giro. Non riusciamo a dare da mangiare ai nostri figli, se ci fermiamo noi, si ferma tutta Italia”. Oltre cento agricoltori provenienti da Puglia e Calabria si sono riuniti davanti a Montecitorio, a Roma, per protestare contro il caro gasolio, l’aumento dei costi di produzione e la concorrenza dei prodotti agricoli esteri. “Sono mesi che denunciamo un problema di carovita. L’agricoltura italiana non è più competitiva sui mercati nazionali ed europei. Con accordi come il Mercosur si consente l’ingresso di prodotti che non rispettano le stesse normative imposte ai nostri agricoltori”, ha dichiarato Giancarlo Greco, del Movimento Popolare Nazionale. “Oggi uscire con un trattore significa spendere soldi con la certezza di non rientrare nei costi. Produrre un litro d’olio ci costa almeno 6 euro e 50, mentre sul mercato arriva olio tunisino a meno di 4 euro, fissando prezzi che penalizzano i nostri olivicoltori”, ha aggiunto.

Greco ha poi criticato le misure del governo: “L’ultimo decreto sul gasolio agricolo è stata una presa in giro, un gioco delle tre carte. Hanno preso 40 milioni destinati al caro fertilizzanti e li hanno utilizzati per abbattere il costo del gasolio. Chiediamo a Meloni un po’ di rispetto. Presidente Meloni e ministro Lollobrigida, fate le cose per risolvere i problemi della gente e non per fare i reel. Gli agricoltori chiedono dignità, non soldi”.

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Attacco hacker alla Camera dei deputati: prese di mira alcune caselle di posta elettronica, anche quella di Meloni

Un attacco hacker, negli ultimi giorni, ha colpito i sistemi informatici della Camera dei deputati, coinvolgendo alcune caselle di posta elettronica di parlamentari, e tra queste anche quella da deputata della presidente del Consiglio Giorgia Meloni.

“Sono state messe in campo tutte le misure di protezione“, fanno sapere fonti di Montecitorio sottolineando che l’attacco ai sistemi informatici “non ha carattere di emergenza“, anzi sarebbe una questione che “si presenta quotidianamente”. I tecnici della Camera, intanto, stanno tenendo la situazione sotto controllo e l’Agenzia per la cybersicurezza nazionale (Acn) ha attivato un protocollo specifico per rispondere all’attacco. “Le misure possono prevedere anche la temporanea disattivazione di alcune funzionalità dei sistemi informatici, secondo prassi. Risulta peraltro che da alcuni giorni si siano intensificati analoghi tentativi di attacco e pressioni sui sistemi informatici anche verso altre istituzioni nazionali, europee e internazionali”, sottolineano le fonti.

Viene precisato che l’indirizzo che la premier usa abitualmente è un altro, protetto dai sistemi più alti di sicurezza per evitare intromissioni di qualsiasi tipo. Secondo il Corriere, gli altri profili presi di mira sono quelli di Andrea Delmastro, deputato di Fratelli d’Italia ed ex sottosegretario alla Giustizia, e Paolo Formentini, deputato della Lega. La Procura di Roma attende una prima informativa dalla Polizia Postale in relazione al cyberattacco. I pm di piazzale Clodio apriranno un fascicolo di indagine per accesso abusivo al sistema informatico. Solo poche settimane fa, il ministero degli Esteri è stato il bersaglio di un attacco informatico, sventato e contenuto.

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Manovra 2027, dalla flat tax ai bonus per le famiglie: tutte le misure sul tavolo

La legge di Bilancio 2027 è ormai alle porte. In attesa del testo, l’incontro tra Giorgia Meloni, il ministro dell’Economia Giorgetti, Tajani, Salvini e Lupi ha permesso di fare un sunto delle priorità di spesa. Sarà una manovra ancora prudente, come ci ha insegnato questo governo, resa necessaria anche dal proseguimento dell’interlocuzione con Bruxelles sui margini di flessibilità per i costi energetici.

Ci sono diverse certezze e alcune ipotesi sul tavolo. Al centro della manovra sanità, famiglie, ceto medio e sostegno alle imprese, energia, giovani e sostegno agli anziani. Le risorse sono limitate, ma ogni forza di maggioranza ha potuto portare avanti il proprio cavallo di battaglia.

Cosa ci sarà nella Manovra 2027

Il consiglio dei Ministri dovrebbe riunirsi mercoledì alle 12:00 per dare il via libera al testo definitivo della manovra 2027. Non sono ancora noti tutti i dettagli della legge di bilancio da 23,5 miliardi di euro, sono tante infatti le misure ancora in bilico a cui il vertice di maggioranza tenutosi lunedì 26 ottobre non ha apertamente risposto.

Con al centro famiglia, giovani, sanità ed energia, vediamo cosa ci sarà e cosa potrebbe esserci nella nuova legge di bilancio.

Flat tax under 30-35

Tra le ipotesi sul tavolo c’è la flat tax al 5% per gli under 30-35 con redditi fino a 20-30.000 euro. Dal lato giovani lavoratori si intende rendere le retribuzioni italiane più competitive e quindi frenare l’uscita verso altri Paesi.

Per le imprese invece si punta a maxi deduzioni per le assunzioni, suddivise in:

  • dal 130 al 140% per i giovani;
  • al 180% per le giovani madri.

Detassazione

È allo studio anche una tassazione agevolata al 5% sugli aumenti per rinnovi contrattuali e del 15% sulle maggiorazioni per il lavoro notturno e festivo.

Taglio dell’Irpef

Forza Italia continua a premere per l’estensione dell’aliquota al 33% fino a 55.000 euro. Il costo sarebbe di circa 1,2 miliardi di euro.

Altra proposta che incontra diversi ostacoli (parere della Commissione europea) è l’estensione della flat tax per le partite Iva dagli attuali 85.000 euro fino a 100.000 euro.

Famiglie

Per quanto riguarda il tema famiglie, si punta sul rafforzamento dei congedi parentali, bonus nuovi nati e bonus mamme soprattutto in presenza di tre o più figli.

C’è, inoltre, la proposta di prorogare il bonus per le scuole paritarie fino a 1500 euro per studente.

Aiuti per gli anziani

Forza Italia, invece, ha proposto un aiuto per gli anziani. Si tratta di una carta da 300 a 500 euro per le spese sanitarie degli over 75. Potrebbe esserci una soglia Isee oppure un sistema di rimborsi cashback.

Sanità

Restando sul tema aiuti per la sanità, si stanno studiando risorse per il Fondo sanitario nazionale e l’innalzamento del tetto di spesa per i dispositivi medici per alleggerire il peso del payback sulle imprese.

Pensioni

Lato pensioni la Lega ha rilanciato il pensionamento anticipato a 64 anni con il ricalcolo contributivo dell’assegno.

Sul tavolo però c’è anche la rivalutazione delle pensioni per il recupero dell’inflazione, ma il costo è piuttosto elevato.

Energia e casa

Altro capitolo è quello dedicato all’energia. È previsto il rafforzamento dell’iperammortamento per le imprese e si valutano sconti sull’energia per nuovi impianti da fonti rinnovabili.

Per quanto riguarda il lato casa, le detrazioni potrebbero restare al 50%, mentre l’ecobonus potrebbe arrivare fino al 65%.

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“Adda venì Vannacci”: chi è davvero il generale e perché una parte d’Italia lo aspetta? Dalla carriera militare alla Lega, il nuovo libro di Francesco Bonazzi indaga il fenomeno politico – L’estratto

È in uscita il 27 ottobre per l’editore Aliberti Adda venì Vannacci. Chi è davvero il Generale e perché una parte d’Italia lo aspetta del giornalista Francesco Bonazzi. Dalla carriera militare ai rapporti con la Lega fino alla nascita di Futuro Nazionale, l’autore passa al vaglio le posizioni di Roberto Vannacci su sicurezza, famiglia, lavoro, immigrazione, Europa. In un ritratto tagliente e a tratti impietoso, in cui non si concedono scorciatoie nemmeno ai suoi avversari, mette alla prova quella promessa di buonsenso che attraversa i suoi discorsi. Per capirlo, sostiene Bonazzi, dargli del fascista non basta. Bisogna leggere ciò che scrive, osservare come si muove e guardare ai vuoti lasciati dalla politica che vorrebbe fermarlo. Pubblichiamo, per gentile concessione dell’editore, un estratto del volume:

Il dividendo dell’incertezza

Il fenomeno FN non è il trionfo della destra identitaria e non è neppure portatore di una qualche identità, come si cerca di far credere. V si piazza a gambe divaricate, sia fisicamente che idealmente, al centro di mille paure fomentate negli anni e indica un nuovo percorso politico e di conquista del potere alla nuova destra nazionalista e xenofoba. La destra di FN è orgogliosa, muscolare, giovane, senza grossi scheletri negli armadi e si rivende come la destra autentica e senza filtro che scaccia la falsa destra accomodante e imborghesita. V è la moneta cattiva che tenta di scacciare la moneta buona, come nella legge di Gresham.

O, se si vuole essere più brutali, come la nuova agenzia di vigilanza che viene ingaggiata dopo che quella presente non ha “performato” in modo adeguato.

In tutti questi mesi V ha tentato di accreditarsi sul mercato dell’offerta politica come la risposta baldanzosa e movimentista, a tratti persino spiritosa e futurista, alla destra grigia di Giovambattista Fazzolari, alla destra familista di Arianna Meloni e Francesco Lollobrigida, alla destra nepotista di Ignazio La Russa, alla destra inefficiente e tromboneggiante di Adolfo Urso, alla destra delle circolari torve e vagamente inquisitorie del ministro Giuseppe Valditara e a quella dandy e leggiadra di Alessandro Giuli.

V è la naturale evoluzione del generale Francesco Paolo Figliuolo, l’eroe della campagna vaccinale, che tutto può e tutto risolve in un delirio di paure inedite e tecnocrazie in divisa, innescato da una classe politica inetta e che non vuole assumersi delle responsabilità che teme essere impopolari.

V è la prosecuzione sui social media del mitico onorevole Giuseppe Tritoni di Vogliamo i colonnelli, impersonato da Ugo Tognazzi. Più che un’identità, la sua destra è un eterno ritorno, una reincarnazione dell’uomo forte, perfetto per un popolo che forse è stato più mussoliniano che realmente fascista. Un popolo che oggi è in una certa misura già pronto a diventare vannacciano.

V pilota con fiero cipiglio questa nuova destra che si proclama efficiente e identitaria, ha gli stivaloni ben piantati nella tradizione italica più retorica e autocompiaciuta,

ma fonda il suo sistema di valori su una categoria farlocca come il concetto di identità e su un’elaborazione teorica debole o inesistente. Questa famosa identità esiste? Non esiste? Alla fine poco importa. Tanto serve solo a escludere.

L’identità e la sua estrema difesa diventano la giustificazione di ogni deriva securitaria, di ogni xenofobia, di ogni pulsione razzista e della fatidica remigrazione.

Senza la bandierina della «nostra identità» restano sul campo, nudi e impresentabili come il culo della scimmia, razzismo, discriminazioni e gli abusi di potere in divisa dell’ICE (Immigration and customs enforcement). Alla fine, come recita uno slogan di chi si è opposto alla polizia speciale di Trump «Police everywhere, justice nowhere» («polizia ovunque, giustizia da nessuna parte»). Vogliamo arrivarci anche in Italia?

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Meloni, Schlein e la stranezza delle loro molte convergenze

Se lo Stabilicum non dovesse assegnare il premio, l’unica maggioranza possibile a due partiti sarebbe quella tra Fdi e Pd. Fantapolitica, ma che dice molto su quanto i perni del bipolarismo italiano siano più vicini di quanto si pensi

Proviamo a giocare con i numeri. Lo Stabilicum assegna un premio di settanta deputati e trentacinque senatori alla coalizione che supera il quarantadue per cento in entrambe le Camere. Se nessuno ci arriva, o se Camera e Senato producono esiti diversi, la legge torna a essere un proporzionale puro, con le soglie del Rosatellum: tre per cento per le liste, dieci per le coalizioni.

Oggi i sondaggi danno centrodestra e campo largo intorno al 43-44 per cento. Il premio, quindi, scatterebbe. Ma basta uno scarto di un punto, o un risultato diverso al Senato, per finire nello scenario opposto. E in quello scenario, applicando le soglie e la redistribuzione interna alle coalizioni ai sondaggi più recenti, nessuno dei due blocchi arriva alla maggioranza.

Tra le decine di combinazioni aritmeticamente possibili, una sola tiene insieme due partiti soltanto: Fratelli d’Italia più Partito democratico, con circa duecentotré seggi su quattrocento, appena sopra la soglia della maggioranza. È una proiezione lineare, che ignora il riparto per circoscrizioni e i resti, e due seggi di margine stanno dentro qualsiasi errore di stima. Ma il dato politico resta. Nella teoria delle coalizioni minime, quella tra Meloni e Schlein sarebbe la più economica. E non solo sul piano dei numeri.

Non sarebbe la prima volta che il Pd governa o tratta con il principale partito della destra. Nel 2011 sostenne il governo Monti insieme al Pdl. Nel 2013, dopo un voto senza vincitori, nacque il governo Letta: Pd e Pdl nello stesso esecutivo, con la benedizione del Quirinale. Durò come larga intesa pochi mesi. A novembre Berlusconi decadde dal Senato, riportò Forza Italia all’opposizione e lasciò ad Alfano il compito di tenere in piedi la maggioranza.

Poi arrivò il Nazareno. Nel gennaio 2014 Renzi e Berlusconi siglarono un patto sulle regole del gioco: la nuova legge elettorale e la riforma costituzionale. Si ruppe un anno dopo, sull’elezione di Sergio Mattarella al Quirinale.

La lezione di quei precedenti è chiara. In Italia le convergenze tra centrosinistra e destra sono nate su due terreni: il primo è l’emergenza, come con Monti; il secondo le regole istituzionali, come con il Nazareno. Si sono poi sciolte su un evento simbolico, una decadenza o un’elezione presidenziale.

Oggi tra Pd e Fratelli d’Italia il quadro è rovesciato. I due partiti convergono su quasi tutto ciò che riguarda la collocazione internazionale e la politica economica. Si dividono proprio lì dove il Nazareno aveva trovato l’accordo, ossia sulle istituzioni.

Relativamente alle grandi coordinate di sistema, Pd e Fratelli d’Italia stanno nello stesso perimetro. Entrambi sostengono l’Ucraina, entrambi accettano i vincoli di bilancio europei. Nessuno dei due coltiva più tentazioni antieuropeiste, a partire dall’uscita dall’euro che per anni ha fatto parte del lessico della destra sovranista, anche meloniana.

Al governo, Fratelli d’Italia ha portato avanti una politica fiscale prudente, nella sostanza non lontana da quella che avrebbe fatto il Pd. Prudente, non virtuosa: il deficit 2025 si è fermato al 3,1 per cento del Pil, e l’uscita dalla procedura per disavanzo eccessivo slitta al 2027. Ma con un avanzo primario dello 0,8 per cento, la rotta è quella di chi non vuole porsi in contrasto aperto con Bruxelles. Sull’Ucraina, poi, la linea di Meloni è stata più netta di quella di una parte del centrosinistra, dal Movimento 5 stelle ad Alleanza Verdi e Sinistra.

Sono, in sostanza, due partiti responsabili. La convergenza è reale, ed è il frutto della conversione di Fratelli d’Italia, un partito che ha sacrificato la propria retorica sovranista sull’altare della ricerca di cultura di governo.

Le vere distanze strutturali, ad oggi, rimangono tre, e nessuna riguarda i temi su cui di solito si concentra la polemica.

La prima è istituzionale. Fratelli d’Italia ha fatto del premierato una bandiera. Il Pd, al contrario, si è attestato su una difesa conservatrice dell’impianto costituzionale esistente. Il referendum sulla riforma della giustizia lo ha mostrato con chiarezza, col conservatorismo costituzionale del Pd premiato dagli elettori. Resta la distanza più difficile da colmare, e il punto esatto in cui il Nazareno si rovescia: allora l’accordo era sulle regole, oggi le regole sono il terreno dello scontro.

La seconda riguarda l’idea di Europa. Il Pd resta europeista in senso stretto, con un’ottica più federale, a partire dal superamento del diritto di veto. Meloni rimane ancorata all’idea di una confederazione di Stati sovrani. È una differenza reale, ma non insormontabile, perché sul metodo dell’integrazione una sintesi si può trovare, come dimostra la tessitura dei rapporti quotidiani tra Palazzo Chigi e Bruxelles.

La terza riguarda i compagni di viaggio. Non convince chi contesta a Fratelli d’Italia il rapporto mai del tutto chiuso con l’eredità missina, il presunto tentativo di controllo sull’informazione o la linea sui diritti civili. Ma il problema si concentra in realtà su alcune scelte di campo che restano. A gennaio Meloni è comparsa nello spot elettorale di Viktor Orbán: una scelta da rigettare, divenuta per di più una scommessa persa. Lo stesso vale per il rapporto ondivago con Donald Trump, complicato da gestire per chi governa, ma ancora ambiguo.

Sul Pd, il punto debole non sta tanto nel partito in sé quanto nel suo ruolo di perno della coalizione. Sono gli alleati a rendere poco credibile il disegno del campo largo, e a pagarne il prezzo sono per primi gli stessi dem. Sulle questioni cardine, dall’Ucraina alla collocazione internazionale, il Movimento 5 stelle e Avs restano partner meno affidabili. Il Pd ne è sostanzialmente vincolato.

Fratelli d’Italia sembra, a prima vista, aver risolto meglio il problema. Meloni ha addomesticato la Lega di Salvini, oggi svuotata e indebolita. Ma l’elettorato sovranista si è, almeno in parte, spostato in direzione Vannacci, che corre fuori dalla coalizione ma rimane il partner che servirebbe a Meloni per arrivare alla maggioranza se il premio non scattasse.

La simmetria, insomma, regge. Due partiti-perno tutto sommato responsabili, ciascuno legato ad alleati meno affidabili proprio sulle questioni che più di tutte contano. Con una differenza: il Pd ha la sua zavorra dentro la coalizione, Fratelli d’Italia ce l’ha in parte dentro e in parte appena fuori dalla porta.

La seconda convergenza, speculare alla prima, è quella tra gli alleati dei due perni: le ali. A luglio, a Strasburgo, il Parlamento europeo ha approvato la relazione sui progressi dell’Ucraina verso l’adesione. Tra i contrari, fianco a fianco, Movimento 5 stelle, Lega e Futuro Nazionale, con Avs astenuta. A favore Fratelli d’Italia, Forza Italia e il Pd. A giugno, alla Camera, cinquestelle e vannacciani chiedevano entrambi lo stop agli aiuti militari a  Kyjiv, mentre la Lega che a Roma vota con la maggioranza in Europa finisce per votare con il Movimento.

È il grande marasma della politica italiana. Sul tema che più di ogni altro dovrebbe definire un’alleanza di governo, la frattura passa tra i perni e le ali. E le ali dei due schieramenti si somigliano più di quanto somiglino ai rispettivi alleati.

A FdI manca forse l’ultimo salto per diventare quel partito conservatore di massa che la destra italiana non ha mai avuto. L’abbandono definitivo di certi compagni di viaggio, una scelta di campo senza ambiguità in Europa. Ma la strada è stata presa. Il Pd, dal canto suo, dovrà decidere se la sua cultura di governo vale più della coalizione che oggi la tiene in ostaggio, inseguendo il tentativo di imporre una vocazione maggioritaria, accantonando la rincorsa continua al movimentismo pentastellato, a tratti reazionario.

Nessuno, oggi, propone una grande coalizione tra Meloni e Schlein, ipotesi che rimane nell’alveo di una bizzarria politica di fondo, anche perché i due partiti hanno costruito la propria identità sulla reciproca delegittimazione, e lo Stabilicum è stato scritto proprio per evitare che il problema si ponga.

La domanda vera a questo punto diventa: perché un sistema bipolare costringe i due partiti più vicini sulle scelte di fondo agli antipodi, a combattersi aspramente, mentre li lega ad alleati che su quelle stesse scelte non sono affidabili?

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Prezzi benzina e diesel, Q8 propoga price cap fino al 31 dicembre 2026

Q8 ha annunciato la proroga del price cap per benzina e gasolio fino al 31 dicembre 2026. La compagnia petrolifera ha deciso di proseguire l’iniziativa introdotta all’inizio di ottobre per contenere il costo dei carburanti e sostenere i consumatori. La decisione arriva dopo l’incontro tra la presidente del Consiglio Giorgia Meloni e l’emiro del Kuwait, Misha’al Al-Ahmad Al-Jaber Al Sabah, avvenuto a Kuwait City. Durante il colloquio era stata espressa la disponibilità della società a prolungare il meccanismo di contenimento dei prezzi. La proroga riguarda la rete di distribuzione Q8, ma le modalità di applicazione del limite potranno variare in base alle caratteristiche dei singoli impianti e all’andamento del mercato.

Q8 proroga price cap per benzina e diesel fino a fine anno

La compagnia ha confermato che il price cap sui carburanti resterà in vigore fino alla fine del 2026, prolungando la misura inizialmente prevista per un periodo di 30 giorni. Il tetto era stato introdotto il 1° ottobre 2026, con l’obiettivo di contenere i prezzi alla pompa in una fase caratterizzata dall’attenzione del Governo ai costi sostenuti da famiglie e imprese.

Con la nuova decisione, Q8 estende l’iniziativa anche ai mesi di novembre e dicembre. In una nota ufficiale, la società ha spiegato che intende fornire “un contributo concreto in risposta alle esigenze rappresentate dal governo, coniugando il sostegno ai consumatori con un approccio responsabile, attento all’evoluzione delle condizioni di mercato e alla sostenibilità economica dell’intera filiera”.

L’intervento si inserisce quindi tra le iniziative adottate dalle compagnie petrolifere per limitare l’impatto dei prezzi dei carburanti sui consumatori.

Come funziona il price cap Q8 e quali distributori sono coinvolti

Il price cap è un meccanismo che prevede un limite massimo al prezzo di vendita di benzina e gasolio, secondo le condizioni stabilite dalla compagnia. Q8 ha precisato che la proroga seguirà un approccio modulare, tenendo conto delle diverse modalità di gestione presenti nella propria rete di distribuzione.

La società ha infatti dichiarato che l’iniziativa proseguirà “secondo un approccio modulare, che tenga conto dei diversi modelli operativi presenti nella rete di distribuzione dell’Azienda”.

Questo significa che le condizioni applicative potranno essere differenziate in base alle caratteristiche degli impianti e ai rapporti commerciali con i gestori. Q8 ha inoltre confermato il proprio impegno a fornire supporto ai partner commerciali, con l’obiettivo di mantenere la sostenibilità economica dell’attività di distribuzione.

Non è stato ancora comunicato un nuovo valore numerico del tetto massimo applicabile durante l’intero periodo di proroga. Per conoscere il prezzo effettivo di benzina e gasolio, gli automobilisti dovranno quindi fare riferimento agli importi esposti dai singoli distributori.

Prezzi di benzina e gasolio, perché il price cap potrebbe cambiare

Nel comunicato, Q8 ha precisato di voler definire le modalità operative della proroga in relazione all’evoluzione del mercato. La compagnia terrà conto soprattutto delle condizioni di approvvigionamento dei carburanti e dei costi sostenuti dalla rete distributiva.

Il meccanismo non viene quindi presentato come un prezzo fisso e identico per tutti gli impianti fino al 31 dicembre. Le condizioni potranno essere adattate per garantire un equilibrio tra il contenimento dei prezzi al pubblico e la sostenibilità delle attività dei gestori.

La società ha spiegato che definirà “le modalità applicative” dell’intervento “tenendo conto dell’evoluzione del mercato e delle condizioni di approvvigionamento”.

L’incontro tra Meloni e l’emiro del Kuwait sulla proroga

L’annuncio della compagnia segue il confronto diplomatico tra Italia e Kuwait, durante il quale era stata affrontata anche la questione dei prezzi dei carburanti. Nel corso dell’incontro a Kuwait City tra Giorgia Meloni e l’emiro Misha’al Al-Ahmad Al-Jaber Al Sabah, era emersa la disponibilità a estendere l’iniziativa di Q8.

La compagnia, legata al gruppo petrolifero kuwaitiano, ha successivamente ufficializzato la proroga del price cap fino alla fine dell’anno. La misura risponde alla richiesta del Governo italiano di individuare strumenti per contenere i costi energetici e sostenere il potere d’acquisto dei consumatori.

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Per guadagnare come un parlamentare, a un italiano servono 6 anni e 7 mesi

Per ottenere quello che un parlamentare incassa al netto in un anno tra indennità, diaria e rimborso per le spese del mandato, un italiano medio deve lavorare per più di 6 anni e mezzo. Lo spunto arriva dallo studio The European Salary Ladder, pubblicato da American Express, secondo cui la sola indennità lorda dei parlamentari italiani vale 3,6 volte la retribuzione lorda mediana nazionale: il rapporto più alto tra i 27 Paesi dell’Unione europea. Con le altre voci della paga di deputati e senatori, però, il divario tra classe dirigente e cittadini è più marcato.

Quanto guadagna un parlamentare

La voce principale è l’indennità parlamentare, prevista dall’articolo 69 della Costituzione e regolata dalla legge 1261/1965.

Secondo i dati della Camera dei Deputati, ammonta a 10.435 euro lordi al mese per 12 mensilità. Al netto delle ritenute previdenziali, assistenziali e fiscali, e tenendo conto del valore medio delle addizionali regionali e comunali, restano circa 5.000 euro al mese, cioè circa 60.000 euro l’anno.

L’importo è fermo dal 2012. Nel 2006 l’indennità era passata da 12.434,32 a 11.703,64 euro lordi, poi è scesa al livello attuale. Senza tagli e senza il blocco degli adeguamenti, precisa la Camera, oggi sarebbe pari a 16.393,12 euro lordi. Al Senato l’indennità lorda è invece di 10.385,31 euro al mese.

Quanti anni servono a un italiano

Il termine di paragone è il reddito disponibile equivalente mediano rilevato da Eurostat. Si tratta del reddito familiare al netto di tasse e contributi, diviso per il numero dei componenti secondo una scala che rende confrontabili famiglie di dimensioni diverse. Per l’Italia, nella rilevazione 2025 sui redditi del 2024, vale 22.062 euro l’anno. Significa che metà degli italiani vive con meno.

I circa 60.000 euro netti dell’indennità corrispondono a 2 anni e 9 mesi di reddito mediano.

Il conto cambia se si aggiungono le altre voci che ogni mese arrivano al deputato:

  • diaria – 3.503,11 euro al mese a titolo di rimborso delle spese di soggiorno a Roma, ridotta di 206,58 euro per ogni giorno di assenza dalle votazioni;
  • rimborso delle spese per l’esercizio del mandato – 3.690 euro al mese, utilizzabili anche per pagare i collaboratori.

Su queste somme non si pagano tasse: l’articolo 52, comma 1, lettera b), del Tuir esclude dal reddito i rimborsi spese erogati ai titolari di cariche elettive pubbliche.

Il totale annuo complessivo sale così a circa 146.300 euro, pari a 6 anni e 7 mesi di reddito mediano.

Attenzione però: diaria e rimborso nascono per coprire i costi del mandato e non sono un vero e proprio stipendio.

Il confronto con gli stipendi “reali”

Come detto, il reddito mediano riguarda tutti i componenti della famiglia, compresi quelli che non producono reddito. Il confronto con gli stipendi è più favorevole.

L’ultima rilevazione Istat sulla Struttura delle retribuzioni si riferisce al 2022, perché l’indagine è quadriennale. Quell’anno la retribuzione lorda annua media era di 37.302 euro. Servono 5 anni e 8 mesi a un dipendente con la retribuzione lorda media rilevata dall’Istat per incassare i circa 211.500 euro lordi che un deputato riceve in un anno tra indennità, diaria e rimborso per le spese del mandato. Considerando la sola indennità bastano 3 anni e 4 mesi.

Rispetto al 2022 le buste paga sono cresciute lievemente. Secondo l’Istat, nella media del 2025 le retribuzioni contrattuali orarie sono aumentate del 3,1% sull’anno precedente. Nel 2022, però, il 10,7% dei dipendenti guadagnava al massimo 8,9 euro l’ora, la soglia dei bassi salari, e tra gli under 30 la quota saliva al 23,6%.

Il confronto con l’Europa

In Germania i membri del Bundestag guadagnano 2,7 volte la mediana, come i deputati del Nationalrat in Austria.  All’estremo opposto c’è Malta, con 0,9 volte. Lì il mandato è part-time, l’aula si riunisce tre sere a settimana e molti eletti tengono il proprio lavoro.

The European Salary Ladder ha confrontato anche gli stipendi dei capi di governo. Giorgia Meloni riceve l’indennità da parlamentare, considerando che la legge italiana vieta il cumulo della doppia indennità.

Quanto guadagnano i capi di governo europei
American Express | DataPulse
Quanto guadagnano i capi di governo e i parlamentari europei rispetto ai cittadini

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La protesta a Bari: “Meloni guardi in faccia gli italiani e ascolti”. “In corteo anche per il Sud troppo spesso ignorato”

“Meloni ci dice che l’unica persona che può mandarla via sono gli italiani. Io, in quanto cittadina brasiliana, non ancora meritevole della cittadinanza italiana nonostante sia qui da quando avevo sette anni, le direi di guardare in faccia gli italiani e farsi dire che cosa vogliono. Perché lo stanno dicendo a gran voce da giorni”. Júlia ha 23 anni, è studentessa e ha l’accento barese, ma non gli stessi diritti dei suoi amici. È una delle voci del corteo spontaneo che ieri ha attraversato il centro di Bari, da piazza Ferrarese al porto.

Non tutti si riconoscono in un movimento preciso: alcuni dicono di far parte del Movimento 17 ottobre, altri sono semplici cittadini, come lei. “Fino all’ultimo non sapevo che fare, poi abbiamo deciso semplicemente di esserci e di iniziare a camminare”, ha raccontato Júlia, che ha sfilato insieme a centinaia di giovani per le vie del centro storico barese. Attorno a lei, studenti e lavoratori hanno marciato sotto la pioggia, tra tamburelli, musica e slogan. “Vogliamo diritti, ma ci danno polizia”, hanno gridato i manifestanti. Ai lati della strada, alcuni commercianti hanno osservato preoccupati il passaggio del corteo. “Chiudere i negozi, abbassare le serrande, come se fossimo terroristi”, ha detto la studentessa, che ha poi aggiunto: “Bari è una piazza pacifica. Stiamo parlando di problemi concreti, cercando di portare alla luce quelli del Sud, troppo spesso ignorato“. Marco, 20 anni, elettricista di Rutigliano, ha invitato a guardare oltre le immagini degli scontri: “Camminare, parlare, con la musica. Questi sono i veri momenti da ascoltare, non quello che spacca le vetrine, non quello che fa il dito medio alle telecamere”. A tenere insieme le storie è la difficoltà di immaginare un futuro. Júlia ha spiegato di non poter contare sul sostegno della famiglia: “Vivere qui a Bari significa dover fare i conti con monolocali a 800 euro, prezzi irraggiungibili”. Anche studiare diventa difficile, tra strutture inadeguate, trasporti inefficienti e pochi servizi.

Marta, 22 anni, studia scultura all’Accademia di Belle Arti di Bari. “Non c’è nemmeno l’argilla all’università”, ha raccontato con amarezza. Vorrebbe aprire una bottega. E’ il suo sogno, ma i costi la frenano. “Vorrei avere un piccolo laboratorio, ma dovrei spendere, spendere e spendere ancora”. Per molti partire sembra l’unica alternativa. “Se dobbiamo essere così tanto oppressi, io preferisco andarmene, anche se mi dispiacerebbe“, ha concluso Marco. Il corteo si è poi sciolto in serata, ma resta la domanda che attraversa le voci raccolte in strada: quale futuro per una generazione che non si sente ascoltata.

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Meloni verso le dimissioni a marzo, l’indiscrezione scuote la politica: ipotesi elezioni anticipate

La premier Giorgia Meloni potrebbe presentare le sue dimissioni a marzo 2027, subito dopo il Consiglio europeo che si terrà a Roma.

L’idea sarebbe quella di andare poi alle urne in un election day, accorpando il voto anticipato per le elezioni politiche 2027 con quello per le amministrative.

L’ipotesi: Giorgia Meloni verso le dimissioni

Ormai da mesi si parla di ipotetiche elezioni anticipate, sempre smentite da parte di Meloni, ma l’ipotesi è divenuta più concreta dopo la pubblicazione di un articolo su Repubblica a firma di Lorenzo De Cicco.

La scadenza naturale della legislatura è fissata al 13 ottobre 2027 ma, come detto, il Governo più longevo della storia repubblicana potrebbe cessare le attività molto prima dell’autunno.

Come riporta il quotidiano, la prima data utile per il voto, che trapela sia da ambienti di FdI che di Forza Italia, sarebbe quella di domenica 16 maggio. Ma a seconda delle tempistiche della crisi, tutto potrebbe slittare ai primi di giugno.

Compromesso Governo-Colle, il retroscena

C’è poi un retroscena relativo al potenziale election day, che sarebbe il frutto di una trattativa con la Presidenza della Repubblica.

Se un governo cade, infatti, non è detto che il Capo dello Stato decida di sciogliere le camere per traghettare il Paese verso nuove elezioni. In nome di un’emergenza (“se ne trova sempre una all’occorrenza”, come sostiene il decano del giornalismo Paolo Mieli), Mattarella potrebbe infatti decidere di arrivare a fine legislatura con un governo tecnico, di scopo o di larghe intese.

Da qui il compromesso: il Colle permette elezioni anticipate e il Governo, in cambio, indice l’election day accorpando elezioni politiche e amministrative.

Meloni, viene scritto, avrebbe preferito spacchettare le due date, dal momento che le amministrative vedono spesso prevalere il centrosinistra nei grandi centri urbani. Meloni, in sintesi, teme che la chiamata alle urne per le elezioni locali possa far diminuire l’astensionismo, a danno del centrodestra.

Amministrative, Campo Largo e Futuro Nazionale

Ma perché, dunque, accelerare sul pedale delle elezioni? Per diversi motivi. Prima di tutto, per costringere gli alleati a trovare rapidamente un’intesa sui candidati da presentare alle amministrative. Una delle piazze più calde è certamente Milano, dove la Lega spinge per Silvia Sardone mentre Forza Italia, pare, punterebbe su altri nomi. Ma in ballo ci sono anche Roma, Torino, Napoli, Palermo, Bologna, Monza e molte altre grandi città.

Motivo numero due: sfruttare le divisioni interne al centrosinistra, a cui manca tutto. Oggi al Campo Largo mancano un candidato premier e un programma condiviso. È oggetto di discussione anche la data delle eventuali primarie, nonché le sue modalità (doppio turno o turno secco). I nomi principali in pista sono quelli di Elly Schlein e Giuseppe Conte, il quale avrebbe già sfiduciato l’alleata-sfidante in una riunione riservata: “Non lo dico per interesse personale. Lo dico perché con Elly Schlein non si vince”. L’indiscrezione arriva dal Corriere della sera.

Terzo motivo: Meloni le sta giocando tutte pur di non estendere la coalizione a Roberto Vannacci. E il fatto che il generale abbia smesso di correre nei sondaggi e stia al contrario iniziando a ridimensionare il suo consenso potrebbe spingere la premier ad approfittarne andando al voto al più presto.

Quarto motivo (forse il principale): ci sono attualmente 25 ricorsi contro lo Stabilicum, presentati presso 25 diversi tribunali. Meloni potrebbe puntare ad andare al voto anticipato prima di eventuali pronunzie definitive della Corte costituzionale.

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Europe’s Search for a Ukraine Negotiator Exposes a Much Deeper Struggle for Power

European leaders are considering appointing a senior representative to negotiate with Russia over Ukraine. But the search exposes a more fundamental problem: whether Europe can transform its economic strength, military resources and political influence into an independent capacity to shape its own security.

Europe is searching for someone capable of negotiating with Vladimir Putin. Yet the question confronting European capitals is considerably more difficult than identifying a politician with sufficient experience, authority and diplomatic skill. It is whether Europe possesses the political unity and strategic independence to negotiate with Moscow on equal terms.

According to diplomatic accounts published on 22nd October, five European leaders have emerged as possible representatives: Italian Prime Minister Giorgia Meloni, Finnish President Alexander Stubb, Czech President Petr Pavel, Danish Prime Minister Mette Frederiksen and Norwegian Prime Minister Jonas Gahr Støre.

No appointment has been announced, and a group of negotiators may ultimately prove more acceptable than a single representative. The initiative reflects concern that Washington’s negotiations with Moscow could produce arrangements affecting European security without sufficient European influence over their terms.

The European Commission insists that the EU is already participating in diplomatic consultations, including discussions held in Oslo on 20th October. But participation in preliminary meetings is not the same as possessing the authority to determine the outcome.

The paradox of European power

Europe’s predicament contains an extraordinary contradiction. The European Union is among Ukraine’s principal financial supporters. Its governments provide military assistance, maintain sanctions against Russia and control decisions affecting Moscow’s future access to European markets. Nevertheless, European capitals remain concerned that the decisive political framework for ending the war could be negotiated principally between Washington and Moscow.

This anxiety has intensified under President Donald Trump, whose transactional approach increasingly treats diplomatic settlements as exchanges of economic concessions and strategic advantages.

As EU Today recently examined, proposals involving sanctions relief, renewed energy cooperation and commercial opportunities raise the possibility of arrangements that depend upon European consent but are negotiated elsewhere.

Washington can discuss reopening economic relations with Russia. It cannot independently reverse European sanctions, guarantee Ukraine’s accession to the EU or decide the continent’s future security arrangements. The European Council explicitly reaffirmed this distinction in its conclusions of 16th October, insisting that decisions affecting the Union’s security and responsibilities belong to Europe itself.

The central issue is therefore not whether Europe has influence, but whether it can organise that influence into a coherent negotiating position.

Why Ukraine must help choose Europe’s representative

An equally important weakness would arise if European governments selected their representative without making Kyiv an integral participant in the decision.

Ukraine is not merely the geographical subject of negotiations. Its government controls whether a proposed settlement can acquire political legitimacy, while its armed forces determine much of what can be implemented on the ground.

A negotiated agreement rejected by Kyiv could neither reliably end the war nor provide the security arrangements that Europe seeks.

European security, moreover, can no longer be considered independently of Ukraine’s military capabilities. Ukrainian forces possess extensive operational experience against Russia, including in drone warfare, electronic warfare and long-range strikes.

Any future continental defence architecture that excludes this experience would disregard one of Europe’s most consequential military assets.

An effective European representative would therefore require a mandate developed jointly with Ukraine, rather than simply endorsed by European governments after the event.

The danger of negotiating without leverage

The proposed candidates illustrate the difficulty of combining political authority with negotiating credibility. Meloni possesses a working relationship with Trump and considerable influence within European conservative politics. Stubb combines experience of Russia’s immediate neighbourhood with access to Washington. Pavel brings military expertise and an understanding of NATO’s command structures. Yet none could independently commit Europe’s governments to financial, military or territorial-security obligations.

This is the fundamental weakness of the proposed office. A negotiator requires more than access to powerful leaders. The ability to make commitments, withhold concessions and impose costs is what gives diplomatic representation substance.

Europe possesses potentially significant instruments: sanctions, industrial capacity, financial assistance and growing defence expenditure. But these remain distributed across institutions and national governments with differing strategic priorities.

Poland, the Baltic states and Nordic governments approach Russian security threats differently from several Western and Southern European capitals. Reconciling those positions is not an administrative exercise. It is a prerequisite for meaningful diplomacy.

The historical shadow of Yalta

The search also reflects European concern about a return to great-power bargaining over the continent’s political geography.

The historical comparison frequently invoked is Yalta in 1945, when Roosevelt, Churchill and Stalin discussed Europe’s post-war settlement. Munich in 1938 offers another warning about negotiating territorial concessions at the expense of directly affected states. Neither precedent precisely describes the present situation.

Unlike the countries subjected to Soviet domination after the Second World War, today’s European states possess established institutions, substantial economic resources and collective defence arrangements. Ukraine, meanwhile, has demonstrated that Russia cannot simply dictate its political future through military superiority.

Nevertheless, the danger lies in accepting the underlying principle that powerful states possess a privileged right to determine the sovereignty and security choices of their neighbours.

Moscow’s demands concerning NATO, Ukrainian territory and Europe’s wider security arrangements extend beyond any conventional ceasefire negotiation.

A European representative would have to challenge that premise rather than merely negotiate the geographical limits of Russian influence.

From diplomatic representation to strategic authority

The debate inevitably leads to Europe’s military dependence upon the United States. An American withdrawal from NATO is not inevitable. Indeed, US legislation restricts unilateral presidential withdrawal. But Washington could substantially reduce its military commitments without formally abandoning the alliance.

Europe must therefore consider how much independent military capacity it requires to support its diplomatic positions. That entails coordinated procurement, integrated military planning, sustainable defence production and deeper cooperation with Britain, Norway, Canada and Ukraine. Recent security challenges in the Black Sea illustrate the difficulty of converting European diplomatic commitments into effective collective action.

These developments would not automatically create a European army or replace NATO. They could, however, give European governments greater freedom to act if American priorities diverge from their own.

The relationship between military capability and diplomacy is particularly important in dealing with Moscow. European representatives cannot expect Russia to revise its demands simply because Brussels has selected a more prominent interlocutor.

Russia would have to conclude that continued aggression carries greater costs than a settlement respecting Ukraine’s sovereignty. Europe’s diplomatic standing would then derive not from the personality of its representative but from the collective resources and political commitments behind that individual.

The immediate search for a negotiator may appear a limited diplomatic initiative. Its implications are considerably larger.

For decades, European security rested upon an arrangement in which American military power compensated for Europe’s fragmented strategic authority. The present negotiations are exposing the limitations of that model. The decisive question is not whether Meloni, Stubb, Pavel or another European leader can secure a place at the negotiating table. It is whether Europe can establish a common position, backed by Ukraine’s consent and by sufficient economic and military power, that neither Washington nor Moscow can disregard.

Without those foundations, a European envoy risks becoming a participant in decisions made by others. With them, the appointment could mark the beginning of a substantially different European role in international security.

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La voglia di un mostro, purchessia – Il commento di Antonello Caporale

Replicare alle violenze di strada a Milano con la mostrificazione di qualcuno a cui si potessero cucire i panni del terrorista. La voglia di un mostro purchessia, la necessità di esibire un volto contro cui vomitare addosso tutte le accuse sembra la prima urgenza di una destra, politica e giornalistica, affamata.

Ieri pomeriggio contro Youssef Siher, in passato giornalista free lance, che nella redazione del Fatto online ha svolto nel 2022 uno stage seguito da una collaborazione sporadica (nel 2025 ha firmato due articoli sulla Tunisia, nel 2026 nessun articolo) come ha avuto altrove altre esperienze lavorative, ricercatore con ottime competenze e referenze, c’era una nota della Digos che indaga sul suo conto per istigazione a delinquere a fini di terrorismo. Non ancora un magistrato che avesse formalizzato l’accusa, men che mai un giudice che l’avesse convalidato.

Le devastazioni ci sono state e certo non conosciamo il suo livello di responsabilità. Aspettiamo che i fatti e le attività a lui contestate siano specificate e rese pubbliche nel dettaglio al più presto. Quel che colpisce è la voglia matta di chiudere con l’impiccagione all’albero della colpa di questa persona, italiano di genitori marocchini, la crisi sociale di giovani e giovanissimi che gravitano nelle periferie degradate delle nostre città, esplose nelle devastazioni che ha vissuto la settimana scorsa Milano.

Attribuire al manganello della polizia lo strumento risolutivo della contesa e chiuderla così. Se chi rompe paga, come ha detto la presidente del Consiglio, e certo è un motto corretto e condiviso, che ogni italiano ricorda da quando bambino se lo sentiva dire in casa, è necessario che accanto alla voglia di far pagare chi rompe, venga anche spiegato cosa si fa perché nessuno rompa, cosa si spende per chi si affaccia nel mondo del lavoro, come si sostiene chi nasce in una famiglia povera, quali luoghi, oltre al marciapiede, può frequentare.

Già che c’è la presidente del Consiglio potrebbe spiegare se e come sono stati spesi i danari del più grande fondo di rinascita (il famigerato Pnrr) il cui principale capitolo di spesa era quello di finanziare le politiche per la nuova generazione. Il next generation Eu, do you remember? Oltre ai manganelli il Parlamento dovrebbe interrogarsi su cosa è stato fatto, i soldi dove sono finiti, cosa si dice a chi oggi non ha nè un lavoro, nè un futuro, e a coloro che pur avendo un impiego pensano di perderlo in favore dell’intelligenza artificiale.

Più che mettersi all’ascolto delle proteste il governo dovrebbe mettersi al lavoro, ammettere le proprie responsabilità, illustrare le idee che gli sono venute per affrontare o almeno mitigare la crisi. Invece di restare con le mani in mano, anzi con il manganello in mano e un nuovo mostro da sbattere in tv.

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Torino, bruciata una foto di Giorgia Meloni in Piazza Castello

Una grande foto di Giorgia Meloni è stata bruciata in piazza Castello a Torino, dove si sono ritrovati i partecipanti alla manifestazione odierna. Uno di loro, incappucciato, è salito sul monumento al Duca d’Aosta, dando fuoco all’immagine. I manifestanti hanno intonato cori e slogan contro la presidente del Consiglio. In piazza sventolavano prevalentemente bandiere di Rifondazione comunista e della Palestina.

Proprio a Torino, successivamente, ci sono state più cariche della polizia contro i manifestanti. Alla manifestazione partecipano anche famiglie e studenti. Poi sono arrivati anche gruppi di giovani incappucciati. Nel frattempo il corteo, dopo alcune cariche di alleggerimento delle forze dell’ordine, ha cambiato percorso, procedendo verso via Pietro Micca.

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Russia, Zakharova arruola Al Bano per attaccare Meloni: “Roma ascolti il suo appello contro le sanzioni”

“Felicità è un bicchiere di vino con un panino“. Ma anche far la pace con il Cremlino. Chissà se era questo il ritornello che le girava nella testa quando Maria Zakharova, portavoce del ministero degli Esteri russo, ha deciso di arruolare l’ambasciatore più improbabile della diplomazia mondiale per sferrare l’ultimo attacco al governo italiano: Al Bano Carrisi. Con un post su Telegram il cui tono oscilla tra il melodrammatico e il canzonatorio, la zarina della comunicazione russa ha esortato Giorgia Meloni ad ascoltare l’accorato appello del cantante di Cellino San Marco, che chiedeva di “aprire le porte alla Russia” e cancellare le sanzioni, trasformando l’artista pugliese, che oltre l’ex cortina di ferro è una vera e propria pop star, in un testimonial capace di scardinare la linea atlantista di Roma.

Il trionfatore di Sanremo ’84, gloria della canzone nazional-popolare, ha concesso un’intervista a Sandro Teti Editore, pubblicata su YouTube il 21 ottobre, nella quale ha affermato che la Russia è un Paese “che ci ama” e che “ha molta linfa italiana”, chiedendosi: “Perché fare sanzioni alla Russia? Diamo azioni alla Russia, diamo fiori alla Russia. Facciamo in modo che si smetta questa maledetta guerra”. E ha aggiunto: “Cara Giorgia, ti voglio bene. Te ne vorrei ancora di più se apriamo le porte alla Russia. Io sono un uomo di pace”.

“Il famoso e popolare cantante italiano Al Bano, molto conosciuto e amato nel nostro Paese – ha scritto Zakharova – ha rivolto un appello pubblico, molto sincero e sentito, alla presidente del Consiglio dei ministri italiano Giorgia Meloni. Sottolineando i profondi legami storici e culturali tra i nostri Paesi, ha esortato con grande emotività la presidente del Consiglio a smettere di imporre sanzioni alla Russia, riaprire le porte alla Russia e iniziare finalmente a lavorare concretamente per raggiungere una pace duratura in Ucraina. Ma la sua voce verrà ascoltata a Roma?”.

“A giudicare dagli ultimi avvenimenti le autorità italiane sembrano avere serie difficoltà ad accogliere le voci che dissentono dal discorso politico predominante”, prosegue il post di Zacharova. “I giovani italiani protestano: si cerca una pista russa. I cittadini italiani esprimono il loro malcontento: si sospetta un’influenza straniera”, osserva ancora, chiedendosi ironicamente se “il prossimo obiettivo delle indagini dei servizi segreti italiani sarà Al Bano”.

Da tempo la retorica di Zakharova sembra seguire logiche da show-biz più che da istituzione diplomatica. Se Al Bano è stato elevato al rango di consulente geopolitico di Palazzo Chigi, solo poche settimane fa il ministro della Difesa, Guido Crosetto, si era visto rifilare una recensione tutt’altro che lusinghiera per aver scelto come consigliere l’ex ministro ucraino Mykhailo Fedorov. In quell’occasione, Zakharova aveva liquidato la Difesa italiana come un “Teatro dell’Assurdo“, arrivando a scomodare lo scrittore per ragazzi Gianni Rodari e insinuando che di questo passo Roma avrebbe potuto assumere persino Osama bin Laden.

Anche il Quirinale è stato a lungo il bersaglio prediletto di questa insolita retorica. La prima, durissima escalation risale al 14 febbraio 2025, quando Zakharova definì “invenzioni blasfeme” e “oltraggiose” le parole pronunciate pochi giorni prima a Marsiglia da Sergio Mattarella, che aveva accostato l’aggressione russa in Ucraina alle mire espansionistiche del Terzo Reich. Neanche 72 ore dopo, 17 febbraio, la portavoce russa era tornata alla carica avvertendo in tv che quelle dichiarazioni “non sarebbero rimaste senza conseguenze“.

Il culmine dello scontro si era consumato il 13 marzo, giorno del terzo affondo: in un briefing rilanciato dalle agenzie russe, Zakharova ha accusato direttamente Mattarella di diffondere “menzogne, falsità e disinformazione” in merito alle minacce nucleari di Mosca all’Europa: “La Federazione Russa si è fatta promotrice di una rinnovata e pericolosa narrativa nucleare, a cui si aggiungono il blocco dei lavori del Trattato di non proliferazione, instillando l’inaccettabile idea che ordigni nucleari possano divenire strumento ordinario nella gestione dei conflitti”, aveva detto il capo dello Stato l’8 marzo a Hiroshima. Un attacco frontale così violento da costringere il ministro degli Esteri Antonio Tajani a convocare d’urgenza l’ambasciatore russo a Roma per consegnargli una formale nota di biasimo.

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Italy Investigates Possible Russian Role in Milan Riots as Meloni Confronts Hybrid Warfare Threat

Italian authorities are examining whether foreign interference helped intensify violent protests across the country, as Defence Minister Guido Crosetto warns that social media is being used as an instrument of hybrid warfare. Prime Minister Giorgia Meloni has introduced emergency security measures and deployed additional troops to Milan, while further demonstrations are planned for Saturday, 24 October.

Italy is investigating the possibility that foreign actors, including Russian operatives, helped amplify the violent unrest that swept Milan and other Italian cities on 17–18 October. The inquiry introduces a national security dimension to demonstrations initially driven by rising living costs, dissatisfaction with public services and broader economic grievances.

According to information disclosed about the government’s intelligence inquiries, officials working under Prime Minister Giorgia Meloni have requested assessments of whether foreign provocateurs contributed to the disorder. No public evidence has established that Moscow organised the violence, and Meloni’s office has declined to comment on the reported intelligence discussions.

The developments follow EU Today’s earlier coverage of the Milan disturbances, which documented extensive looting, attacks on police and the detention of hundreds of young people, many of them minors. Since then, Rome has moved beyond emergency consultations, approving legislation that expands police powers and introduces tougher criminal penalties for violent demonstrations.

On Saturday, 24 October, Italian security forces are preparing for another wave of protests, with additional military personnel, drones and specialist police units deployed in several major cities. The immediate question is whether the government can prevent further disorder while establishing how much of the unrest was locally organised and whether foreign information operations influenced its development.

Crosetto warns of hybrid warfare through social media

Defence Minister Guido Crosetto introduced the hybrid warfare argument during a Defence Procurement Forum in Rome on Tuesday, 20 October. In remarks recorded by Italian public broadcaster Rai, he described the disturbances as the culmination of a form of conflict being conducted through TikTok, YouTube and other social media platforms.

Crosetto argued that young Italians were undergoing what he called a form of counter-education outside their families and schools, absorbing political attitudes and values increasingly hostile to democratic institutions. He criticised Western governments for failing to recognise the consequences of this process, although he did not publicly present intelligence establishing Russian responsibility for the riots.

His comments also exposed differences within the governing coalition. Deputy Prime Minister Matteo Salvini questioned suggestions of Russian involvement, arguing that the immediate priority was identifying violent groups and preventing their movement into Milan.

Russian information operations under scrutiny

European investigators have identified activity by established Russia-linked disinformation networks, including Operation Overload and Doppelgänger, which have circulated and amplified material concerning the unrest.

These operations have previously used manipulated content, misleading narratives and coordinated online distribution to influence European audiences. In the present case, investigations into the online amplification of the violence have identified foreign exploitation of the disturbances, rather than proof that foreign governments organised them.

The European Commission has consequently declined to initiate emergency intervention against social media platforms, citing insufficient evidence linking foreign manipulation directly to the organisation of the protests.

France has taken a similarly cautious position. President Emmanuel Macron acknowledged that foreign actors had manipulated information after the violence but said there was no established evidence that they caused the disturbances. French Foreign Minister Jean-Noël Barrot has separately identified hostile narratives originating from Russia, China and Iran.

For European security authorities, the principal investigative question concerns the relationship between genuine domestic grievances and externally coordinated information campaigns. Foreign networks can exploit political divisions without necessarily directing the organisations or individuals involved in street violence.

Meloni introduces tougher security legislation

Meanwhile, Meloni’s government has proceeded with a substantial legislative response. Following cabinet approval on 20 October, Decree-Law No. 190 of 22 October 2026 entered into force on 23 October.

The legislation introduces penalties of two to five years’ imprisonment and fines of €10,000 to €20,000 for specified forms of organised violence during public demonstrations. Those organising or encouraging qualifying violent groups, including through digital communications, face potential prison terms of four to twelve years. It also expands provisions concerning juvenile offenders and preventive policing. The decree must undergo parliamentary consideration within 60 days.

Separately, the Italian Defence Ministry confirmed the deployment of 500 additional soldiers to Milan under Operation Strade Sicure until 31 December. The soldiers will reinforce security around sensitive locations and support existing police operations without acquiring additional judicial policing powers.

New demonstrations test the government’s response

Security arrangements have been intensified ahead of demonstrations scheduled for Saturday, 24 October, in Milan, Rome, Turin, Bologna, Florence and other cities.

According to the latest security preparations, Rome is deploying approximately 1,500 officers, while Milan is preparing a combined police and military presence supported by aerial surveillance.

On Friday, Italian investigators conducted searches targeting approximately 100 people suspected of involvement in the previous weekend’s disturbances, including 51 minors. Authorities are also monitoring online calls for renewed protests, some organised by groups whose leadership and membership remain unclear.

The unrest presents Meloni with two parallel challenges: containing violence and determining whether hostile foreign networks have played a significant role in its escalation. Italy’s investigations may help establish whether the events represent primarily a domestic public-order crisis, the exploitation of existing tensions by foreign actors, or a combination of both.

For Brussels, the outcome could influence future enforcement of the EU’s Digital Services Act and its wider response to foreign information manipulation. For now, the evidence supports concern about Russian amplification of European unrest, but not a definitive conclusion that Moscow orchestrated the riots.

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Travaglio a La7: “Governo Meloni manda i soldati in piazza? Destra tutta chiacchiere e distintivo, imbecille e propagandista”

“Bisogna smetterla di dire che questa è la destra ‘legge e ordine’, perché questa è una destra ‘illegalità e disordine’. Non sanno cosa sia la sicurezza, perché per far sentire la gente sicura non bisogna inventare nuovi reati per punire cose che sono già punite o dai Dieci Comandamenti o dal Codice Rocco, quindi dalla notte dei tempi. Bisogna assicurarsi che le pene previste dai reati che ci sono già vengano poi eseguite”. È l’affondo del direttore del Fatto Quotidiano Marco Travaglio, che a Otto e mezzo (La7) smonta punto per punto le politiche sulla sicurezza del governo Meloni, mentre cresce la preoccupazione per possibili nuovi scontri nelle città italiane in occasione delle manifestazioni previste per oggi.

Il Consiglio dei ministri ha approvato un nuovo decreto sicurezza che dispone l’invio nel capoluogo lombardo di 500 militari aggiuntivi, fino al 31 dicembre 2026, nell’ambito dell‘operazione Strade Sicure. Si tratta di paracadutisti della Brigata Folgore, provenienti principalmente dal 186° Reggimento di Siena, impiegati nella vigilanza dei luoghi sensibili e nei pattugliamenti, anche dinamici, al fianco di polizia e carabinieri. Un dispiegamento che, secondo Travaglio, racconta soprattutto l’incapacità dell’esecutivo di affrontare le cause dell’insicurezza, sostituendo all’efficacia delle norme l’esibizione della forza.

Il direttore del Fatto osserva che “tutti si riempiono la bocca della famosa certezza della pena, ma pochi possono permettersi di dare poi l’attuazione, perché poi, se la pena è certa, è certa per tutti, anche per i colletti bianchi”. E puntualizza: “I magistrati applicano le leggi che fanno i politici e che hanno trasformato il codice penale e il codice di procedura penale in un colabrodo pieno di scappatoie, di sconti e di saldi di fine stagione che fanno sì che la legge da lontano fa paura e da vicino fa ridere, l’effetto spaventapasseri”. Un meccanismo che finisce per alimentare anche la sfiducia dei cittadini nella giustizia: “La gente quando vede che vengono arrestati e poi dopo un po’ sono fuori o non capisce oppure pensa che sia il magistrato che è buonista, in realtà sono le norme che sono fatte apposta per rendere la pena una barzelletta”.

Circa la decisione di rafforzare la presenza militare nelle strade di Milano, Travaglio sottolinea: “Mandano i soldati in piazza, offendendo tra l’altro polizia, carabinieri e forze dell’ordine che hanno quello di compito, mentre i soldati non si capisce bene cosa vadano a fare, soprattutto dopo che Mattarella ha svuotato i poteri di arresto della polizia giudiziaria che inizialmente questi scriteriati volevano dare ai militari”. Travaglio ribadisce che la moltiplicazione dei presidi non risolve il problema di una legislazione che giudica inefficace: “Il governo Meloni fa le gride manzoniane per dire ‘ho fatto qualcosa‘”. E cita un esempio concreto, quello delle disposizioni penali già esistenti per punire le violenze durante le manifestazioni: “L’articolo 419 del codice penale, che esiste dalla notte dei tempi, afferma: ‘Chiunque fuori dai casi preveduti commette fatti di devastazione o di saccheggio è punito con la reclusione da otto a quindici anni. La pena è aumentata con le aggravanti che arrivano a venti anni se il fatto è commesso nel corso di manifestazioni in luogo pubblico o aperto al pubblico’”.

Travaglio contrappone questa disciplina alla nuova fattispecie di partecipazione violenta a manifestazioni pubbliche, contestando la scelta di introdurre ulteriori reati anziché rendere effettive le sanzioni già previste dall’ordinamento: “Sentite adesso che reato ‘nuovo’ si sono inventati questi: partecipazione violenta a manifestazioni pubbliche. Che è la stessa cosa che abbiamo appena detto, solo che è punita fino a cinque anni. Il nuovo reato ha un massimo di pena di cinque anni, quello che già c’è fino a vent’anni, quindi conviene quello nuovo perché sono degli imbecilli oltre a essere dei propagandisti”. E chiosa: “A cosa serve questa roba qua? A niente. Zero. Se fai otto decreti sicurezza e la gente non si accorge per niente di cosa è cambiato, tant’è che vede che devi mandare i soldati in piazza, si sente più sicura o meno sicura? Si sente meno sicura ovviamente”.

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Sondaggi politici, Meloni si rafforza e Vannacci arretra: chi vincerebbe le elezioni oggi

Secondo gli ultimi sondaggi elettorali, Fratelli d’Italia (+0,6%) si rafforza salendo al 27,9%. Bene il Partito Democratico (+0,3%) che sale al 20,3%. Male il Movimento 5 Stelle che perde molto (-0,7%) calando al 12,1%.

Sul fronte delle coalizioni, il centrodestra in versione base vince sul Campo Largo in versione base: 41,9% contro 38,9%. Numeri del tutto teorici: l’allargamento delle alleanze farà la differenza alle urne.

Ultimi sondaggi elettorali di ottobre 2026

Qui di seguito la Supermedia Youtrend per Agi dei sondaggi sulle intenzioni di voto. La rilevazione è stata effettuata il 22 ottobre (fra parentesi la variazione rispetto all’8 ottobre):

  • Fratelli d’Italia – 27,9% (+0,6%);
  • Partito Democratico – 20,3% (+0,3%);
  • Movimento 5 Stelle – 12,1% (-0,7%);
  • Forza Italia – 7,3% (=);
  • Futuro Nazionale – 6,8% (-0,8%);
  • Alleanza Verdi e Sinistra – 6,5% (-0,1%);
  • Lega – 5,6% (=);
  • Azione – 3,3% (+0,1%);
  • Italia Viva – 2,4% (+0,1%);
  • +Europa – 1,4% (-0,3%);
  • Noi Moderati – 1,1% (=).

La rilevazione non riporta i partiti inferiori all’1%.

Nota metodologica: la Supermedia Youtrend/Agi è una media ponderata dei sondaggi nazionali sulle intenzioni di voto. La ponderazione odierna include sondaggi realizzati dall’8 al 21 ottobre ed è stata effettuata il 22 ottobre sulla base della consistenza campionaria, della data di realizzazione e del metodo di raccolta dei dati. I sondaggi considerati sono stati realizzati dagli istituti Eumetra (data di pubblicazione 15 ottobre), Noto (20 ottobre), Only Numbers (10, 15 e 16 ottobre), Piepoli (19 ottobre) e Swg (12 e 19 ottobre). La nota metodologica dettagliata di ciascun sondaggio considerato è disponibile sul sito ufficiale sondaggipoliticoelettorali.it.

Che succede in politica oggi

I numeri evidenziano alcuni trend. Uno riguarda il balzo in avanti di FdI, che incassando il +0,6% sale al 27,9%. Un consenso importante considerando che il partito di Giorgia Meloni è già al quarto anno di legislatura. L’effetto logoramento, tirando le somme, non c’è stato.

A sinistra si consuma l’eterno derby fra PD e M5S e gli altri partiti progressisti: se sale uno ne cala un altro. Oggi il PD cresce del +0,3% andando al 20,3% mentre il M5S inciampa forte del -0,7% calando al 12,1%.

Il titolo di quarto partito d’Italia lo mantiene FI (7,3%) mentre FN, che sognava la doppia cifra, precipita del -0,8% andando al 6,8%. Parte del consenso che Vannacci aveva rosicchiato a destra sta ritornando ai “proprietari” originali. Questa settimana FdI si riprende il suo.

Per il resto, solo scosse d’assestamento.

Sondaggi, chi è in vantaggio nelle coalizioni

In vista delle elezioni politiche 2027 i fari sono puntati sulle possibili coalizioni.

Qui lo stato della coalizione conservatrice:

  • centrodestra (FdI, FI, Lega, NM) senza Vannacci – 41,9%;
  • centrodestra (FdI, FI, Lega, NM) con Vannacci – 48,7%.

Qui lo stato della coalizione progressista:

  • campo largo (PD, M5S, AVS) – 38,9%;
  • campo largo (PD, M5S, AVS) con Renzi e Magi – 42,7%.

Attenzione: il sondaggio sopra riportato non tiene conto dei partiti considerati inferiori all’1%. Vengono meno, così, forze politiche che potrebbero portare un vantaggio a una parte o all’altra:

  • Partito Liberaldemocratico > centrodestra;
  • Sud chiama Nord > centrodestra;
  • Avanti Psi > centrosinistra.

Non si tratta di un dettaglio banale: con l’attuale legge elettorale (lo Stabilicum) un solo decimale in più che permetta di raggiungere la fatidica soglia del 42% può far scattare il premio di maggioranza che garantisce la governabilità.

Per il resto, a destra si ragiona se aprire a Vannacci. Al momento, pare che la strada sia in salita data l’incompatibilità del generale con Tajani, Salvini e Lupi. E date le sue posizioni sulla Russia, del tutto antitetiche con quelle della premier.

E a sinistra si cercano programma condiviso e candidato premier, anche tramite eventuali primarie. L’ultimissimo retroscena lo svela il Corriere della Sera: in una riunione riservata, Giuseppe Conte avrebbe espresso disistima per la leader del PD: “Non lo dico per interesse personale. Lo dico perché con Elly Schlein non si vince”.

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Manuel Agnelli a Scanzi: “Il governo Meloni in 4 anni non ha combinato un ca**o e ha fatto disastri nella cultura”

“Questo governo, nel mondo della cultura, del cinema, del teatro e della musica, ha fatto un disastro. In quattro anni non ha combinato un cazzo, ma ci ha rovinato dei piani che erano praticamente fatti”. Manuel Agnelli non risparmia critiche all’esecutivo guidato da Giorgia Meloni durante il confronto con Andrea Scanzi, lo scorso 15 ottobre alla Casa del Cinema, nell’ambito della 21ª edizione della Festa del Cinema di Roma. L’incontro, intitolato I cattivi maestri e promosso dalla Siae, ha ripercorso la carriera del musicista, fondatore e frontman degli Afterhours, soffermandosi sul suo rapporto con la televisione e soprattutto sul ruolo degli artisti nel dibattito pubblico.

Agnelli contesta in particolare le scelte del governo nel settore musicale: “C‘era una legge sulla musica già approvata, che doveva diventare decreto attuativo e che è stata smantellata. Ma gliela metteremo nel culo”.
La critica si estende anche alla situazione generale del Paese: “La sicurezza nelle strade, l’inflazione, è tutto peggiorato. Milano è la città più pericolosa d’Italia in questo momento. Va bene, parlate male di chi volete, degli immigrati, dei maranza, ma fate qualcosa”.
Nonostante la disillusione verso la politica, il musicista continua a considerare il voto uno strumento indispensabile. “Non mi piacciono i proclami politici, quelli partitici ancora meno, quindi non ho mai detto votate Tizio o votate Caio, però ai concerti ho cominciato a dire: andate a votare”. Anche quando manca una piena convinzione, sostiene, partecipare alle elezioni serve a mantenere un equilibrio tra le diverse forze politiche, impedendo che la società si sposti eccessivamente in una sola direzione.

Il dialogo con il giornalista de Il Fatto Quotidiano affronta anche una questione che divide il mondo dello spettacolo: gli artisti devono esporsi politicamente? Scanzi cita Francesco De Gregori, il quale ha dichiarato di provare imbarazzo quando un uomo di spettacolo prende posizioni nette su questioni internazionali complesse.
“Siamo in democrazia, è giusto che sia così, lui ha tutto il diritto di pensarla diversamente – risponde il musicista –. Ma io sono convinto che sia più opportuno, in questo momento storico, dare un esempio di partecipazione e comunicare a tutti che si può partecipare, che è legittimo farlo”.
E aggiunge: “De Gregori secondo me avrebbe fatto meglio a dire: io non credo in questa cosa e non voglio partecipare, ma è legittimo se qualcuno invece lo fa”.

A preoccuparlo è soprattutto la crescente insofferenza verso chi sceglie di prendere posizione pubblicamente. “La gente si è abituata a non partecipare e a considerare una rottura di balle quando qualcuno partecipa”, osserva, riferendosi alle critiche rivolte agli studenti che manifestano o agli artisti che esprimono opinioni sui media. Un atteggiamento che considera tanto più contraddittorio nell’epoca dei social: “I social sono un monnezzaio mostruoso, pieno di gente che si collega e vomita di tutto. Perché quello non è un problema e poi uno pubblicamente non può dire qualcosa della quale si prende la responsabilità mettendoci la faccia?”.

L’ex giudice di X Factor rivendica quindi il diritto di intervenire anche nei programmi di approfondimento politico, come Otto e mezzo, al quale ha partecipato insieme a Scanzi: “Sono un cittadino che paga le tasse, va a votare e lavora, quindi ho tutto il diritto di avere un’opinione e di esprimerla. Il megafono che ho me lo sono costruito io e ho il diritto di utilizzarlo con responsabilità, ma come voglio”.
Una convinzione che non si traduce, tuttavia, nell’ambizione di intraprendere una carriera politica. Alla domanda se qualcuno gli abbia mai proposto di candidarsi, risponde con ironia: “Sono impresentabile. L’unica cosa buona che ho è che so coniugare i congiuntivi, che è una cosa molto rara in Parlamento”. Poi chiarisce: “Dobbiamo sapere dove siamo più efficaci e dove siamo più forti. Io penso che lì in mezzo mi maciullerebbero in 30 secondi. Ci sono delle dinamiche pazzesche, non è che vai lì con la visione del sole nascente. È proprio una corte di serpenti e quella roba non mi interessa”. Ricorda invece l’esperienza del padre, impegnato prima nella politica nazionale e successivamente in quella territoriale, dove aveva trovato la possibilità di misurare i risultati concreti del proprio lavoro.

C’è spazio anche per un bilancio della lunga esperienza a X Factor, che Agnelli ha deciso di interrompere quando ha capito di non poter più utilizzare il programma per raccontare la musica come avrebbe voluto: “Quando la produzione è cambiata, paradossalmente proprio nell’anno in cui ho vinto, ho deciso di smettere perché non riuscivo più a raccontare. Il mio personaggio diventava macchiettistico, il giudice cattivo che deve sempre rompere il cazzo. E quando diventi una macchietta perdi totalmente l’efficacia”. Una scelta che ha comportato anche una rinuncia economica considerevole: “Mi hanno offerto 870mila euro per fare la stagione dopo e ho detto di no”.

Agnelli riconosce di potersi permettere una simile decisione, ma respinge le accuse di chi lo considera ‘un venduto’ per aver partecipato a un talent televisivo. “Molti di quelli che mi danno del venduto perché sono andato in televisione avvelenerebbero tutta la famiglia per 870mila euro”. E ricorda che compromessi e interessi economici non sono estranei neppure all’ambiente della musica alternativa, citando le riviste musicali che, a suo dire, subordinavano la concessione delle copertine all’acquisto di spazi pubblicitari. Una denuncia alla quale accompagna, però, il riconoscimento del ruolo fondamentale svolto da quelle stesse testate nella crescita della scena rock italiana degli anni Novanta.
Dalla televisione alla musica, fino alla politica, emerge una concezione dell’impegno pubblico che Agnelli rivendica come esercizio di libertà e responsabilità individuale, indipendentemente dal mestiere che si svolge o dalla notorietà di cui si gode. “Partecipare alla vita pubblica è un dovere ed è anche un diritto. E forse ce lo siamo dimenticati”.

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Caro carburante, i limiti e le trappole del decreto-spot di Meloni. Lo sconto di 45 centesimi sul gasolio per gli agricoltori? È teoria

Il consiglio dei Ministri ha varato d’urgenza un decreto legge per il caro carburante, promettendo agli agricoltori 60 milioni di euro per un contributo a fondo perduto sul costo del gasolio, mentre il ministro Francesco Lollobrigida dice che “ci sono studenti, agricoltori e autotrasportatori perbene utilizzati come massa critica per iniziative illegali che non possono essere tollerate”, parlando di “tenuta sociale ed economica del Paese”. Ma da una lettura del testo dell’esecutivo (che dovrà poi essere convertito in legge) emergono diverse zone d’ombra che rischiano di svuotare quello che dovrebbe essere un aiuto per moltissime aziende. Per loro, infatti, quei soldi non sono disponibili automaticamente. Oltre al fatto che nel decreto non c’è neppure l’ombra di interventi strutturali sulla filiera. Gli agricoltori, infatti, denunciano da anni un problema sistemico: i costi (non solo quelli legati ai carburanti, ma in genere alle produzioni e anche ai fertilizzanti) sono esplosi, mentre i prezzi dei prodotti pagati ai campi rimangono troppo bassi, spesso inferiori ai costi stessi di raccolta. E questo, a dire il vero, è un problema precedente agli ultimi conflitti, come raccontato a più riprese da ilfattoquotidiano.it. Detto, quindi, che il decreto non affronta il divario tra i ricavi della grande distribuzione e le perdite dei produttori, è legittimo qualche dubbio sulla capacità di tamponare anche la sola emergenza del carburante. Eppure per Coldiretti il decreto “è un segnale concreto di attenzione verso un settore strategico per il Paese” e le risorse “rappresentano un sostegno fondamentale per le imprese”.

La misura varata per gli agricoltori e quei 45 centesimi (solo teorici)

“Stanziamo 60 milioni di euro per un contributo a fondo perduto sul costo del gasolio agricolo che, nei fatti, si tradurrà in uno sconto fino a 45 centesimi al litro per oltre 120 milioni di litri” ha dichiarato la presidente del Consiglio, Giorgia Meloni, in un video pubblicato al termine del Consiglio dei ministri. Ma quei 45 centesimi al litro di sconto sono ‘teorici’. Ed è qui che è servita la prima trappola: la verità è che non si sa a chi andranno quei soldi e chi saranno i beneficiari. La cifra reale emersa dal testo è di 121 milioni di litri complessivi e si tratta del tetto massimo di carburante complessivo che lo Stato può sussidiare con quei 60 milioni. Quindi il governo dichiara sì un aiuto “fino a 45 centesimi al litro”, ma può farlo su “121 milioni di litri”. Se le richieste delle aziende agricole supereranno complessivamente quella cubatura nel periodo coperto, il contributo reale per singolo litro verrà rimodulato al ribasso. Dai 45 centesimi si dovrà man mano scendere. Brutta notizia: la misura deve coprire i costi sostenuti tra il 1 giugno e il 15 ottobre 2026. Un intervallo di tempo che coincide esattamente con la stagione dei raccolti e della lavorazione intensiva del terreno (da giugno a settembre), ossia il periodo in cui i consumi di gasolio agricolo toccano i massimi annuali in Italia.

Confagricoltura Emilia-Romagna: “Distanza tra risorse e fabbisogno”

Tanto per avere un’idea, in Italia si consumano mediamente circa tra i 2,2 e i 2,5 miliardi di litri di gasolio agricolo all’anno. Solo nel periodo di quattro mesi e mezzo preso in esame, i consumi stimati del settore superano ampiamente il miliardo di litri. Lo sanno bene al ministero dell’Ambiente e della Sicurezza energetica che, insieme alle Regioni, gestisce l’anagrafe degli utenti dei carburanti agevolati tramite i registri Uma (Utenti Motori Agricoli). E lo sa bene Confagricoltura. “Il periodo interessato dalla misura coincide, per numerose produzioni agricole, con alcune delle operazioni più impegnative dal punto di vista energetico: dalla raccolta dei cereali alle lavorazioni del terreno, fino alle attività legate alle colture estive e alle semine autunnali” fa notare il Consiglio direttivo di Confagricoltura Emilia-Romagna, riunitosi sotto la presidenza di Marcello Bonvicini. Si aggiungono, poi, i consumi di carburante legati all’irrigazione “particolarmente rilevanti quest’anno a causa della siccità e delle temperature eccezionalmente elevate che hanno interessato l’Emilia-Romagna e numerose altre aree del Paese, rendendo necessari interventi irrigui più frequenti e prolungati per salvaguardare le produzioni agricole”. Numeri che evidenziano “una distanza significativa tra le risorse disponibili e il fabbisogno delle imprese. Non si tratta di mettere in discussione la necessità dell’intervento – spiega il Consiglio direttivo di Confagricoltura Emilia-Romagna – ma di essere consapevoli che un sostegno di questa entità, pur utile, può incidere soltanto in misura limitata sui costi sostenuti dalle aziende”.

La trappola del 20 per cento

Di fatto, c’è un altro problema: il contributo può arrivare al massimo al 20% della spesa ammessa, ossia di quanto è stato pagato. Perché quel 20% arrivi a valere 45 centesimi, l’agricoltore in questione dovrebbe aver pagato il gasolio 2,25 euro al litro, ma in Italia – nonostante i rincari – gli agricoltori lo hanno pagato al massimo tra 1,50 e 1,70 euro al litro. Nel primo caso, il 20% corrisponde a 30 centesimi e non ai 45 massimi. Morale: il tetto massimo del 20% impedirà comunque di raggiungere i 45 centesimi, indipendentemente dai fondi totali. A quel punto entra in gioco l’effetto scala: le grandi aziende possiedono ampie estensioni di terreno, macchinari pesanti e flotte di trattori che consumano decine di migliaia di litri di gasolio all’anno. Moltiplicando anche solo 30 centesimi per volumi enormi, il contributo finale ottenuto in termini assoluti resta comunque significativo sul bilancio aziendale. Ma per un agricoltore piccolo è un’altra storia. Se lo sconto reale scende a 30 centesimi al litro a causa del tetto del 20%, su poche centinaia o migliaia di litri il risparmio totale monetario diventa irrilevante. Il contributo, tra l’altro, spetta solo per gli acquisti effettuati dal 1 giugno al 15 ottobre, quindi le aziende agricole già in crisi di liquidità, che hanno dovuto ridurre le lavorazioni o comprare il minimo indispensabile, riceveranno solo una piccola parte di quanto annunciato.

Tempistica e burocrazia

Il decreto affida la gestione e l’erogazione dei flussi ad Agea, l’Agenzia per le erogazioni in agricoltura, che ha cinque giorni dall’entrata in vigore del provvedimento per definire modalità e termini di trasmissione della documentazione e pagamenti diretti nei trenta giorni successivi. Storicamente, i portali telematici agricoli subiscono forti rallentamenti in queste occasioni, rischiando di creare un collo di bottiglia per i Centri di Assistenza Agricola (CAA) che devono caricare le fatture e i piccoli produttori che non hanno canali di acquisto tracciabili massivi o che faticano a produrre tempestivamente la documentazione rischiano di rimanere esclusi o di subire i ritardi peggiori. Il Consiglio direttivo di Confagricoltura Emilia-Romagna richiama l’attenzione sull’importanza delle modalità di attuazione degli interventi: “L’esperienza degli anni passati, in particolare per alcuni crediti d’imposta, ha evidenziato come finestre temporali eccessivamente ristrette e vincoli nell’utilizzo delle agevolazioni possano limitarne sensibilmente l’efficacia, impedendo alle imprese di sfruttare pienamente i benefici previsti”. Anche per il credito d’imposta sul carburante agricolo riconosciuto nel 2026, la normativa stabilisce il termine del 31 dicembre per l’utilizzo in compensazione. Una scadenza che “rischia di penalizzare le imprese che non dispongono, nel periodo previsto, di sufficienti debiti fiscali e contributivi da compensare. Non basta stanziare risorse: occorre creare le condizioni perché arrivino realmente alle imprese”.

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Giorgia Meloni is Italy’s great political survivor. Could one man be about to bring her down? | Riccardo Alcaro

With elections looming in 2027, Roberto Vannacci’s new far-right movement could fatally outflank the prime minister

Giorgia Meloni’s government became the longest serving in Italy’s republican history last month. This unusual political longevity, a moderate foreign policy, a certain personal charisma and even a recent spat with Donald Trump have combined to sharpen Meloni’s profile as the go-to leader on the European right.

Meloni’s personal approval rating – at about 41% – is one of the highest among west European leaders. Her far-right Brothers of Italy party has retained most of its support – a striking feat in our anti-incumbent era and by Italian standards, an achievement.

Riccardo Alcaro is head of research at IAI, Istituto Affari Internazionali, in Rome

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© Photograph: Roberto Monaldo/LaPresse/Shutterstock

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