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Salvini reelected as head of Lega, sets agenda for Italy’s 2027 elections

26 October 2026 at 08:04

Matteo Salvini has secured another four-year term as the leader of Italy’s League party after winning the leadership election at an extraordinary party congress in Milan. Salvini defeated his challenger, Massimo Garavaglia, by a decisive 465 votes to 146.

During the congress, Salvini sharply criticized internal party dissent, targeting unnamed critics who had pressured local officials to boycott major party rallies, labeling their actions a “betrayal” of the League’s values, writes Il Giornale.

Last week, in the wake of the violent riots in Milan, Salvini had posted on X after an approved security decree: “More troops for Safe Streets, including 500 already in Milan, delayed arrests thanks to cameras, and greater powers for the Armed Forces and Law Enforcement,” he wrote, adding that the government will also seek to enact legislation for “the revocation of citizenship and residence permits for adults who commit crimes, and the impossibility of obtaining citizenship for minors who deal drugs, loot, or vandalize.”

DA STASERA È LEGGE! Più militari per Strade Sicure, di cui 500 già a Milano, arresto in differita grazie alle telecamere e più poteri alle Forze Armate e alle Forze dell’Ordine. E poi avanti, in prospettiva, con la revoca della cittadinanza e del permesso di soggiorno ai maggiorenni che commettono reati e con l’impossibilità di ottenere la cittadinanza per i minorenni che spacciano, saccheggiano o devastano. Chi sbaglia paga. Perché chi devasta una vetrina o aggredisce una commessa non è un rivoluzionario: È UN COGLIONE.

— Matteo Salvini (@matteosalvinimi) October 20, 2026

Looking ahead to upcoming elections, he declared that the party’s focus must remain firmly on “identity, autonomy, and federalism,” asserting that the League would not settle for simply being a minor partner in a center-right coalition.

In his pre-election address, Salvini had also staked out a hardline foreign policy stance, demanding an immediate halt to Italian financial and military aid to Ukraine. He announced that his re-election gives him a direct mandate to challenge the current government coalition on this issue, going as far as to question whether funds sent to Kyiv were being misdirected by corrupt officials close to President Zelensky.

Declaring a firm “No” to a European army, Salvini told those gathered, “We will defend our borders ourselves.”

Italian Prime Minister Giorgia Meloni offered her congratulations to Salvini on his reelection. “Let us continue to work together, with responsibility and determination, in the interest of Italy,” she posted to X.

Congratulazioni a @matteosalvinimi per la riconferma alla guida della Lega. A lui e a tutta la comunità del partito i miei auguri di buon lavoro. Continuiamo a lavorare insieme, con responsabilità e determinazione, nell’interesse dell’Italia.

— Giorgia Meloni (@GiorgiaMeloni) October 25, 2026

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Prezzi benzina e diesel, Q8 propoga price cap fino al 31 dicembre 2026

26 October 2026 at 08:18

Q8 ha annunciato la proroga del price cap per benzina e gasolio fino al 31 dicembre 2026. La compagnia petrolifera ha deciso di proseguire l’iniziativa introdotta all’inizio di ottobre per contenere il costo dei carburanti e sostenere i consumatori. La decisione arriva dopo l’incontro tra la presidente del Consiglio Giorgia Meloni e l’emiro del Kuwait, Misha’al Al-Ahmad Al-Jaber Al Sabah, avvenuto a Kuwait City. Durante il colloquio era stata espressa la disponibilità della società a prolungare il meccanismo di contenimento dei prezzi. La proroga riguarda la rete di distribuzione Q8, ma le modalità di applicazione del limite potranno variare in base alle caratteristiche dei singoli impianti e all’andamento del mercato.

Q8 proroga price cap per benzina e diesel fino a fine anno

La compagnia ha confermato che il price cap sui carburanti resterà in vigore fino alla fine del 2026, prolungando la misura inizialmente prevista per un periodo di 30 giorni. Il tetto era stato introdotto il 1° ottobre 2026, con l’obiettivo di contenere i prezzi alla pompa in una fase caratterizzata dall’attenzione del Governo ai costi sostenuti da famiglie e imprese.

Con la nuova decisione, Q8 estende l’iniziativa anche ai mesi di novembre e dicembre. In una nota ufficiale, la società ha spiegato che intende fornire “un contributo concreto in risposta alle esigenze rappresentate dal governo, coniugando il sostegno ai consumatori con un approccio responsabile, attento all’evoluzione delle condizioni di mercato e alla sostenibilità economica dell’intera filiera”.

L’intervento si inserisce quindi tra le iniziative adottate dalle compagnie petrolifere per limitare l’impatto dei prezzi dei carburanti sui consumatori.

Come funziona il price cap Q8 e quali distributori sono coinvolti

Il price cap è un meccanismo che prevede un limite massimo al prezzo di vendita di benzina e gasolio, secondo le condizioni stabilite dalla compagnia. Q8 ha precisato che la proroga seguirà un approccio modulare, tenendo conto delle diverse modalità di gestione presenti nella propria rete di distribuzione.

La società ha infatti dichiarato che l’iniziativa proseguirà “secondo un approccio modulare, che tenga conto dei diversi modelli operativi presenti nella rete di distribuzione dell’Azienda”.

Questo significa che le condizioni applicative potranno essere differenziate in base alle caratteristiche degli impianti e ai rapporti commerciali con i gestori. Q8 ha inoltre confermato il proprio impegno a fornire supporto ai partner commerciali, con l’obiettivo di mantenere la sostenibilità economica dell’attività di distribuzione.

Non è stato ancora comunicato un nuovo valore numerico del tetto massimo applicabile durante l’intero periodo di proroga. Per conoscere il prezzo effettivo di benzina e gasolio, gli automobilisti dovranno quindi fare riferimento agli importi esposti dai singoli distributori.

Prezzi di benzina e gasolio, perché il price cap potrebbe cambiare

Nel comunicato, Q8 ha precisato di voler definire le modalità operative della proroga in relazione all’evoluzione del mercato. La compagnia terrà conto soprattutto delle condizioni di approvvigionamento dei carburanti e dei costi sostenuti dalla rete distributiva.

Il meccanismo non viene quindi presentato come un prezzo fisso e identico per tutti gli impianti fino al 31 dicembre. Le condizioni potranno essere adattate per garantire un equilibrio tra il contenimento dei prezzi al pubblico e la sostenibilità delle attività dei gestori.

La società ha spiegato che definirà “le modalità applicative” dell’intervento “tenendo conto dell’evoluzione del mercato e delle condizioni di approvvigionamento”.

L’incontro tra Meloni e l’emiro del Kuwait sulla proroga

L’annuncio della compagnia segue il confronto diplomatico tra Italia e Kuwait, durante il quale era stata affrontata anche la questione dei prezzi dei carburanti. Nel corso dell’incontro a Kuwait City tra Giorgia Meloni e l’emiro Misha’al Al-Ahmad Al-Jaber Al Sabah, era emersa la disponibilità a estendere l’iniziativa di Q8.

La compagnia, legata al gruppo petrolifero kuwaitiano, ha successivamente ufficializzato la proroga del price cap fino alla fine dell’anno. La misura risponde alla richiesta del Governo italiano di individuare strumenti per contenere i costi energetici e sostenere il potere d’acquisto dei consumatori.

Perché il ddl Antisemitismo di Meloni vuole riscrivere la Bibbia

26 October 2026 at 06:33

di Pino Nicotri – giornalista

INCREDIBILE, MA VERO! Il governo italiano vuole abolire per legge il passo della Bibbia che spiega che i semiti sono i discendenti di Sem, un dei tre figli di Noè, e che tra questi ci sono quindi anche gli arabi e i palestinesi. Ma andiamo per ordine e vediamo come stanno le cose.

Il governo italiano vuole trasformare in legge il ddl 1004, gia approvato al Senato, di “contrasto all’antisemitismo” per adottare anche in Italia la definizione del cosiddetto antisemitismo data dall’IHRA (International Holocaust Remembrance Alliance). Definizione in vigore negli USA e in Germania, ma senza essere diventata legge, cioè vincolante. E non c’è verso di far capire né a parlamentari del centro destra né a parlamentari dell’opposizione né a molti filopalestinesi che la parola “antisemitismo” – della quale ormai si abusa anche inventandosi “il dilagare dell’antisemitismo in Europa e in Italia” – è usata in un modo che capovolge la realtà. Ormai anche la sinistra e troppi filopalestinesi hanno fatto proprie definizioni, significati e annessi contenuti della destra, cioè degli avversari.

Come è noto, l’aggettivo “antisemita” è stato coniato nel 1879 dal giornalista tedesco Wilhelm Marr, fondatore della Lega degli Antisemiti, nel suo pamphlet “La vittoria del germanesimo sul giudaismo” per indicare l’odio verso gli ebrei. Compiendo una vera e propria molto disinvolta sineddoche, tutti danno infatti per scontato che per antisemitismo si intende l’odio verso gli ebrei, anzi ormai perfino le critiche e le accuse a Israele, anche le più dovute e sacrosante. Il problema però è che a essere semiti sono i palestinesi, gli arabi, i libanesi, ecc., ma NON la maggioranza dell’intero mondo ebraico: vale a dire, gli ashkenaziti (parola che significa “tedeschi”), ariani come i tedeschi e gli europei in genere. Secondo le statistiche in circolazione, gli ashkenaziti sono il 70-80% di tutti gli ebrei oggi esistenti nel mondo. Vale a dire, quasi 11-12 milioni di persone su un totale mondiale stimato in circa 15,8-20 milioni. Il resto, oltre ad altre componenti minori (ebrei berberi, italkim, falashià, romanioti, ebrei cinesi Youthai, una volta detti Tiaojinjiang, ebrei indiani di Cochin ), è composto da sefarditi. Parola, quest’ultima, che significa “spagnoli” perché sono i discendenti degli ebrei cacciati a suo tempo dalla Spagna dai sovrani cattolici Ferdinando d’Aragona e Isabella di Castiglia, che hanno cacciato anche gli arabi dai territori dove regnavano da secoli.

Questa faccenda degli ashkenaziti che sono ariani e non semiti e che sono i discendenti di chi non ha mai avuto a che fare con Gerusalemme, il monte Sion, ecc., l’hanno scritta NON “antisemiti” e neppure Hamas, ma ebrei: dal giornalista Arthur Koesler nel 1976 al documentatissimo docente Shlomo Sand, che è pure israeliano, nel 2008. Se ne trova traccia anche nel corposo libro “Storia degli ebrei scritto dal rabbino statunitense Chaim Potok, autore del fenomenale romanzo Il mio nome è Asher Lev. E lo si trova scritto perfino su riviste ebraiche italiane. Tutti autori ebrei che spiegano come gli ashkenaziti siano ariani discendenti dei khazari, abitanti del regno della Khazaria, attorno al mar Caspio e mar Nero, compresa l’attuale Ucraina. Le aree geografiche di questo antico regno, il cui territorio si estendeva dal Caucaso al basso fiume Volga, storicamente e antropologicamente sono state considerate da tempo il nucleo originario delle popolazioni indoeuropee, vale a dire della cosiddetta “razza ariana”. I khazari erano pagani, sono stati convertiti all’ebraismo nell’ottavo secolo d.C. per decisione del loro re Bulan, per mettere fine alle mire dell’impero cristiano di Costantinopoli e a quello islamico di Bagdad che li accusavano appunto di essere pagani e pare tentassero di convertirli. Cioè di sottometterli.

Quando il regno khazaro è andato in crisi per le invasioni di barbari i suoi abitanti si sono trasferiti in massa in quella che era la Rus e che oggi è la Russia più altri territori dell’Europa dell’est.

Vediamo per esempio cosa scrive nel saggio intitolato Chi sono gli ebrei, pubblicato l’11 novembre 1998, sulla rivista ebraica Morashà – redazione a Milano – la professoressa marchigiana Maria Luisa Benigni Moscati. Professoressa ebrea decisamente sionista e autrice di numerosi libri sulla presenza e storia de suoi correligionari soprattutto nella sua regione, in particolare di Urbino:

“Ben diversi gli ebrei aschenaziti (dall’ebraico Aschenazi, Germania), presenti in tutto l’Est d’Europa, dediti all’approfondimento degli studi biblici cui nessuno, modesto ciabattino o ricco mercante che fosse, si sarebbe mai sottratto per lunghe ore al termine di una giornata di lavoro. Hanno per lo più capelli rossi e occhi verdi, altri sono biondi con pelle chiarissima. Forse è abbastanza curioso il fatto che questi sono gli unici veri ariani in quanto discendenti in gran parte dai Khazari. (Il loro impero, potentissimo nel VI secolo dell’era volgare, si estendeva dalle steppe del Caucaso al basso Volga, ed era considerato la culla della più pura stirpe di Ario. Proprio questo popolo, verso la fine dell’ VIII secolo lascia il paganesimo per convertirsi, re Bulan in testa con tutta la sua corte, all’ebraismo ritenendosi discendente di una delle tribù disperse d’Israele). Paradossalmente i nazisti, ritenendosi una razza superiore, quella ariana appunto, sterminarono in massima parte proprio quegli ebrei che erano ormai gli ultimi veri discendenti di Ario”.

Per “stirpe di Ario” e “discendenti di Ario” la professoressa intende le popolazioni indoiraniche dette ariane perché si autodefinivano e li chiamavano ārya, parola sanscrita che significa signore, nel senso di nobile. Parola poi stravolta dai nazisti tedeschi in significato razziale quando si sono autodefiniti “pura razza ariana” per affermare che gli europei, discendenti di quelle popolazioni indoiraniche, e in particolare i tedeschi, sono tutti “signori”. Cioè più civilizzati degli altri – slavi, ebrei, africani, mediorientali, ecc. – considerati in blocco “razze inferiori”. A ciò si aggiunga che longobardi, goti e vandali erano considerati ariani anche per motivi religiosi: erano stati convertiti infatti al cristianesimo dal sacerdote teologo alessandrino Ario, fondatore dell’arianesimo, condannato come eretico nel concilio di Nicea.

Vari autori sostengono, in modo non sempre disinteressato, che la discendenza degli ashkenaziti dalla Khazaria sia solo una leggenda, una teoria superata e screditata. Ma anche ammesso che sia davvero superata e screditata da molti, ma non da tutti gli studiosi, resta il fatto che è la stessa bibbia, come tale indiscutibile per ebrei, cristiani e musulmani, ad affermare che sono semiti i discendenti del figlio di Noè chiamato Sem, donde il nome “semiti”, e solo loro. Discendenti che di conseguenza, come vedremo, comprendono gli arabi in blocco e quindi anche i palestinesi, oltre ai libanesi e altre popolazioni. La parola “semitico” è un aggettivo creato nel 1781 da August Ludwig von Schloezer nel suo libro Von den Chaldaern (in italiano “Dei Caldei” o “Dai Caldei”) per indicare il gruppo linguistico delle “lingue semitiche”.

Nel 1787 l’aggettivo “semita” da termine linguistico è stato trasformato in aggettivo indicante intere popolazioni dal luterano Johann Gottfried Eichhorn. Tale studioso per questa trasformazione non ha fatto altro che riprendere quanto scritto nella bibbia in Genesi X-XI riguardo le nazioni discendenti dai tre figli di Mosé: Cam, Iafet e Sem. Di tali nazioni la bibbia riporta sommariamente la distribuzione geografica: i Camiti si diffusero nell’Africa settentrionale e nord-orientale, gli Iafetiti in Europa, e i Semiti nell’area che va dalla Mesopotamia al mar Nero. Particolarmente incredibile è che si preferisce sempre ignorare che gli arabi sono discendenti anche loro come gli ebrei dal comune patriarca Abramo. Gli ebrei discendono dal figlio di Abramo e sua moglie Sara chiamato Isacco, gli arabi dicendono dal figlio di Abramo e di Agar, la schiava di famiglia, chiamato Ismaele e concepito su suggerimento della stessa Sara convinta a torto di essere ormai sterile per l’età avanzata. A torto perché – sempre secondo la Bibbia – Isacco è nato 13 anni dopo Ismaele. Per giunta, stando a quanto scritto in Genesi X, gli indigeni della penisola araba sono discendenti di Qahtan, diretto discendente di Sem in quanto figlio di Eber, pronipote dappunto di Sem, il figlio di Noè che la Bibbia afferma essere il capostipite dei semiti. Da notare che secondo la tradizione rabbinica la parola “ebreo” deriva proprio dl suo nome

© The Jewish Museum, New York

Eichhorn invece i popoli semiti li elenca uno per uno (cananei, edomiti, moabiti, fenici, israeliti e filistei, quest’ultimi secondo alcuni antenati dei palestinesi), precisando che fanno parte del Medio Oriente e del Corno d’Africa. Ciò significa, bibbia alla mano, che i popoli semiti NON hanno nulla a che vedere con i territori della Khazaria. Si calcola che nel 1930, prima del genocidio compiuto dalla Germania nazista, gli ashkenaziti fossero il 92% del mondo ebraico, cioè praticamente la quasi totalità.

Ciò significa che è ancor più vero che il sionismo, nato nell’Europa dell’est, è stato creato da ashkenaziti, cioè da ariani. Di conseguenza, la loro volontà di “tornare nelle nostre terre d’origine” avrebbe dovuto riguardare non il ritorno in Giudea, Gerusalemme, monte Sion, ecc., ma il ritorno nei territori della Khazaria.

Ma anche ammesso che tutti gli ebrei siano semiti, parlare di semiti e antisemitismo pretendendo che si riferisca solo agli ebrei e non anche ai palestinesi è un’altra forma di monopolio oltre che di negazionismo nei confronti di quest’ultimi. Un’altra, perché la prima è consistita nello slogan iniziale del sionismo “Una terra senza popolo per un popolo senza terra”, dove il senza terra è quello ebreo mentre per terra senza popolo si intendeva la Palestina, che però un popolo lo aveva da secoli: quello che non a caso si chiamava già popolo palestinese. Realtà che infine venne ammessa oltre che dall’ex primo ministro Yigal Allon con Golda Meir nel corso di una riunione di governo e addirittura dallo stesso Ben Gurion in un incontro con il leader sionista Nahum Goldmann.

Anche ammesso che siano tutti semiti, pretendere di considerare tali solo gli ebrei equivale a pretendere che si definiscano europei solo gli abitanti di un singolo Stato europeo, per esempio solo i tedeschi o i francesi o gli italiani, e non anche quelli di tutti gli altri Stati europei. O africani solo gli abitanti di un singolo Stato dell’Africa e non anche quelli di tutti gli altri. Si tratterebbe evidentemente di un sopruso, di una forma di nazionalismo esasperato, di negazionismo e suprematismo.

Gli ebrei saranno anche tutti semiti, ma è strano che quasi tutti gli uomini ai vertici dello Stato israeliano, da Ben Gurion a Netanyahu compresa Golda Meir, sono ashkenaziti che hanno voluto cambiare il loro cognome di famiglia con un cognome che suona più ebraico. E in ogni caso anche ammesso che si tratti di semiti è un fatto che sono i primi e più feroci antisemiti del dopoguerra visto come già da un decennio prima del 1948, anno di nascita dello Stato israeliano, hanno trattato e trattano tuttora i palestinesi, semiti in base alla stessa bibbia. E poiché i sondaggi e le statistiche dimostrano che la grande maggior parte della popolazione israeliana appoggia da sempre, e in particolare oggi, la linea dura, colonialista e discriminatoria antipalestinese dei propri governi, se ne deve concludere, stando alla logica, che la gran parte della popolazione israeliana anche ammesso che sia semita è di fatto antisemita perché duramente antipalestinese.

Insomma, non mancano gli argomenti che almeno la sinistra e i filopalestinesi potrebbero impugnare per sostenere che il ddl 1004 mira a una legge truffa. Oltre che incostituzionale perché calpesta il diritto alla libertà di pensiero e di espressione. Gli argomenti non mancano, ma nessuno li impugna. Il lato forse più grottesco è che se in Italia la definizione dell’IHRA diventa legge, primo caso nel mondo, non si potranno più neppure citare le organizzazioni israeliane come B’Tselem, che tengono conto anche di quante case e ulivi di palestinesi vengono distrutti non solo dai coloni. Non si potranno citare i rabbini, le personalità ebree israeliane come Omer Bartov, i movimenti e gli ebrei antisionisti o anti Israele diffusi anche all’estero come i Neturei Karta (in italiano “I Guardiani della Città”), che criticano anche molto duramente la politica di Israele o contestano addirittura la legittimità dell’esistenza dello Stato israeliano. Pena la galera, in Italia non potrà più aprire bocca Moni Ovadia e probabilmente anche Gad Lerner e i 200 ebrei che hanno firmato con lui un documento critico verso Israele.

Non si potrà neppure criticare il sionismo (termine coniato da Nathan Birnbaum nel 1890), nonostante ciò che ha prodotto e sta producendo ai danni non solo dei palestinesi. Tanto meno si potranno citare i congressi mondiali ebraici antisionisti (AZIC), congressi dei quali ne sono stati tenuti due, uno l’anno scorso a Vienna e l’altro due anni fa a Tallaght, un sobborgo situato nel sud-ovest di Dublino, in Irlanda, a detta degli organizzatori scelta “per lo specifico ruolo svolto dagli irlandesi nell’opposizione e nella sconfitta del colonialismo britannico sull’isola d’Irlanda, almeno nel Sud”. Gli organizzatori hanno spiegato che “l’Irlanda è stata la prima colonia del nascente Impero Britannico, e abbiamo perciò ritenuto opportuno sceglierla per discutere della futura sconfitta della sua ultima colonia, lo stato sionista in Palestina”.

L’ignoranza anche della sinistra e dei filopalestinesi è tale da non sapere e non far sapere che di sionismi che ne sono di vari tipi, da quello egualitario e inclusivista di Judah Leon Magnes, purtroppo sconfitto, a quello vittorioso, suprematista, esclusivista e colonialista di Ben Gurion, che ha creato la situazione ancora oggi causa di tragedie per palestinesi ed ebrei israeliani. Anziché limitarsi alla propaganda a favore degli uni o degli altri a base di affermazioni il più delle volte fasulle, i nostri politici, soprattutto i parlamentari e i ministri, potrebbero almeno leggersi il libro Storia dei sionismi. Lo Stato degli ebrei da Herzl a oggi, scritto dal docente Arturo Marzano, curriculum insospettabile di tutto rispetto: insegna Storia del Medio Oriente all’Università di Pisa, si occupa da trent’anni di storia del sionismo, di Israele e del conflitto israelo-palestinese, e ha trascorso numerosi periodi di studio in Israele: durante il dottorato, come Post-Doc all’International Institute for Holocaust Research – Yad Vashem e come Visiting Researcher alla Hebrew University di Gerusalemme. Conosce inoltre il Territorio occupato palestinese perché vi ha lavorato per tre anni come operatore umanitario, per due ong italiane.

Insomma, si preferisce la retorica falsificante. E restare così con le brache calate. Motivo per cui la strada per la trasformazione del ddl 1004 in legge è spianata e in discesa.

L'articolo Perché il ddl Antisemitismo di Meloni vuole riscrivere la Bibbia proviene da Il Fatto Quotidiano.

Per guadagnare come un parlamentare, a un italiano servono 6 anni e 7 mesi

25 October 2026 at 16:13

Per ottenere quello che un parlamentare incassa al netto in un anno tra indennità, diaria e rimborso per le spese del mandato, un italiano medio deve lavorare per più di 6 anni e mezzo. Lo spunto arriva dallo studio The European Salary Ladder, pubblicato da American Express, secondo cui la sola indennità lorda dei parlamentari italiani vale 3,6 volte la retribuzione lorda mediana nazionale: il rapporto più alto tra i 27 Paesi dell’Unione europea. Con le altre voci della paga di deputati e senatori, però, il divario tra classe dirigente e cittadini è più marcato.

Quanto guadagna un parlamentare

La voce principale è l’indennità parlamentare, prevista dall’articolo 69 della Costituzione e regolata dalla legge 1261/1965.

Secondo i dati della Camera dei Deputati, ammonta a 10.435 euro lordi al mese per 12 mensilità. Al netto delle ritenute previdenziali, assistenziali e fiscali, e tenendo conto del valore medio delle addizionali regionali e comunali, restano circa 5.000 euro al mese, cioè circa 60.000 euro l’anno.

L’importo è fermo dal 2012. Nel 2006 l’indennità era passata da 12.434,32 a 11.703,64 euro lordi, poi è scesa al livello attuale. Senza tagli e senza il blocco degli adeguamenti, precisa la Camera, oggi sarebbe pari a 16.393,12 euro lordi. Al Senato l’indennità lorda è invece di 10.385,31 euro al mese.

Quanti anni servono a un italiano

Il termine di paragone è il reddito disponibile equivalente mediano rilevato da Eurostat. Si tratta del reddito familiare al netto di tasse e contributi, diviso per il numero dei componenti secondo una scala che rende confrontabili famiglie di dimensioni diverse. Per l’Italia, nella rilevazione 2025 sui redditi del 2024, vale 22.062 euro l’anno. Significa che metà degli italiani vive con meno.

I circa 60.000 euro netti dell’indennità corrispondono a 2 anni e 9 mesi di reddito mediano.

Il conto cambia se si aggiungono le altre voci che ogni mese arrivano al deputato:

  • diaria – 3.503,11 euro al mese a titolo di rimborso delle spese di soggiorno a Roma, ridotta di 206,58 euro per ogni giorno di assenza dalle votazioni;
  • rimborso delle spese per l’esercizio del mandato – 3.690 euro al mese, utilizzabili anche per pagare i collaboratori.

Su queste somme non si pagano tasse: l’articolo 52, comma 1, lettera b), del Tuir esclude dal reddito i rimborsi spese erogati ai titolari di cariche elettive pubbliche.

Il totale annuo complessivo sale così a circa 146.300 euro, pari a 6 anni e 7 mesi di reddito mediano.

Attenzione però: diaria e rimborso nascono per coprire i costi del mandato e non sono un vero e proprio stipendio.

Il confronto con gli stipendi “reali”

Come detto, il reddito mediano riguarda tutti i componenti della famiglia, compresi quelli che non producono reddito. Il confronto con gli stipendi è più favorevole.

L’ultima rilevazione Istat sulla Struttura delle retribuzioni si riferisce al 2022, perché l’indagine è quadriennale. Quell’anno la retribuzione lorda annua media era di 37.302 euro. Servono 5 anni e 8 mesi a un dipendente con la retribuzione lorda media rilevata dall’Istat per incassare i circa 211.500 euro lordi che un deputato riceve in un anno tra indennità, diaria e rimborso per le spese del mandato. Considerando la sola indennità bastano 3 anni e 4 mesi.

Rispetto al 2022 le buste paga sono cresciute lievemente. Secondo l’Istat, nella media del 2025 le retribuzioni contrattuali orarie sono aumentate del 3,1% sull’anno precedente. Nel 2022, però, il 10,7% dei dipendenti guadagnava al massimo 8,9 euro l’ora, la soglia dei bassi salari, e tra gli under 30 la quota saliva al 23,6%.

Il confronto con l’Europa

In Germania i membri del Bundestag guadagnano 2,7 volte la mediana, come i deputati del Nationalrat in Austria.  All’estremo opposto c’è Malta, con 0,9 volte. Lì il mandato è part-time, l’aula si riunisce tre sere a settimana e molti eletti tengono il proprio lavoro.

The European Salary Ladder ha confrontato anche gli stipendi dei capi di governo. Giorgia Meloni riceve l’indennità da parlamentare, considerando che la legge italiana vieta il cumulo della doppia indennità.

Quanto guadagnano i capi di governo europei
American Express | DataPulse
Quanto guadagnano i capi di governo e i parlamentari europei rispetto ai cittadini

La protesta a Bari: “Meloni guardi in faccia gli italiani e ascolti”. “In corteo anche per il Sud troppo spesso ignorato”

25 October 2026 at 15:39

“Meloni ci dice che l’unica persona che può mandarla via sono gli italiani. Io, in quanto cittadina brasiliana, non ancora meritevole della cittadinanza italiana nonostante sia qui da quando avevo sette anni, le direi di guardare in faccia gli italiani e farsi dire che cosa vogliono. Perché lo stanno dicendo a gran voce da giorni”. Júlia ha 23 anni, è studentessa e ha l’accento barese, ma non gli stessi diritti dei suoi amici. È una delle voci del corteo spontaneo che ieri ha attraversato il centro di Bari, da piazza Ferrarese al porto.

Non tutti si riconoscono in un movimento preciso: alcuni dicono di far parte del Movimento 17 ottobre, altri sono semplici cittadini, come lei. “Fino all’ultimo non sapevo che fare, poi abbiamo deciso semplicemente di esserci e di iniziare a camminare”, ha raccontato Júlia, che ha sfilato insieme a centinaia di giovani per le vie del centro storico barese. Attorno a lei, studenti e lavoratori hanno marciato sotto la pioggia, tra tamburelli, musica e slogan. “Vogliamo diritti, ma ci danno polizia”, hanno gridato i manifestanti. Ai lati della strada, alcuni commercianti hanno osservato preoccupati il passaggio del corteo. “Chiudere i negozi, abbassare le serrande, come se fossimo terroristi”, ha detto la studentessa, che ha poi aggiunto: “Bari è una piazza pacifica. Stiamo parlando di problemi concreti, cercando di portare alla luce quelli del Sud, troppo spesso ignorato“. Marco, 20 anni, elettricista di Rutigliano, ha invitato a guardare oltre le immagini degli scontri: “Camminare, parlare, con la musica. Questi sono i veri momenti da ascoltare, non quello che spacca le vetrine, non quello che fa il dito medio alle telecamere”. A tenere insieme le storie è la difficoltà di immaginare un futuro. Júlia ha spiegato di non poter contare sul sostegno della famiglia: “Vivere qui a Bari significa dover fare i conti con monolocali a 800 euro, prezzi irraggiungibili”. Anche studiare diventa difficile, tra strutture inadeguate, trasporti inefficienti e pochi servizi.

Marta, 22 anni, studia scultura all’Accademia di Belle Arti di Bari. “Non c’è nemmeno l’argilla all’università”, ha raccontato con amarezza. Vorrebbe aprire una bottega. E’ il suo sogno, ma i costi la frenano. “Vorrei avere un piccolo laboratorio, ma dovrei spendere, spendere e spendere ancora”. Per molti partire sembra l’unica alternativa. “Se dobbiamo essere così tanto oppressi, io preferisco andarmene, anche se mi dispiacerebbe“, ha concluso Marco. Il corteo si è poi sciolto in serata, ma resta la domanda che attraversa le voci raccolte in strada: quale futuro per una generazione che non si sente ascoltata.

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Meloni verso le dimissioni a marzo, l’indiscrezione scuote la politica: ipotesi elezioni anticipate

25 October 2026 at 15:11

La premier Giorgia Meloni potrebbe presentare le sue dimissioni a marzo 2027, subito dopo il Consiglio europeo che si terrà a Roma.

L’idea sarebbe quella di andare poi alle urne in un election day, accorpando il voto anticipato per le elezioni politiche 2027 con quello per le amministrative.

L’ipotesi: Giorgia Meloni verso le dimissioni

Ormai da mesi si parla di ipotetiche elezioni anticipate, sempre smentite da parte di Meloni, ma l’ipotesi è divenuta più concreta dopo la pubblicazione di un articolo su Repubblica a firma di Lorenzo De Cicco.

La scadenza naturale della legislatura è fissata al 13 ottobre 2027 ma, come detto, il Governo più longevo della storia repubblicana potrebbe cessare le attività molto prima dell’autunno.

Come riporta il quotidiano, la prima data utile per il voto, che trapela sia da ambienti di FdI che di Forza Italia, sarebbe quella di domenica 16 maggio. Ma a seconda delle tempistiche della crisi, tutto potrebbe slittare ai primi di giugno.

Compromesso Governo-Colle, il retroscena

C’è poi un retroscena relativo al potenziale election day, che sarebbe il frutto di una trattativa con la Presidenza della Repubblica.

Se un governo cade, infatti, non è detto che il Capo dello Stato decida di sciogliere le camere per traghettare il Paese verso nuove elezioni. In nome di un’emergenza (“se ne trova sempre una all’occorrenza”, come sostiene il decano del giornalismo Paolo Mieli), Mattarella potrebbe infatti decidere di arrivare a fine legislatura con un governo tecnico, di scopo o di larghe intese.

Da qui il compromesso: il Colle permette elezioni anticipate e il Governo, in cambio, indice l’election day accorpando elezioni politiche e amministrative.

Meloni, viene scritto, avrebbe preferito spacchettare le due date, dal momento che le amministrative vedono spesso prevalere il centrosinistra nei grandi centri urbani. Meloni, in sintesi, teme che la chiamata alle urne per le elezioni locali possa far diminuire l’astensionismo, a danno del centrodestra.

Amministrative, Campo Largo e Futuro Nazionale

Ma perché, dunque, accelerare sul pedale delle elezioni? Per diversi motivi. Prima di tutto, per costringere gli alleati a trovare rapidamente un’intesa sui candidati da presentare alle amministrative. Una delle piazze più calde è certamente Milano, dove la Lega spinge per Silvia Sardone mentre Forza Italia, pare, punterebbe su altri nomi. Ma in ballo ci sono anche Roma, Torino, Napoli, Palermo, Bologna, Monza e molte altre grandi città.

Motivo numero due: sfruttare le divisioni interne al centrosinistra, a cui manca tutto. Oggi al Campo Largo mancano un candidato premier e un programma condiviso. È oggetto di discussione anche la data delle eventuali primarie, nonché le sue modalità (doppio turno o turno secco). I nomi principali in pista sono quelli di Elly Schlein e Giuseppe Conte, il quale avrebbe già sfiduciato l’alleata-sfidante in una riunione riservata: “Non lo dico per interesse personale. Lo dico perché con Elly Schlein non si vince”. L’indiscrezione arriva dal Corriere della sera.

Terzo motivo: Meloni le sta giocando tutte pur di non estendere la coalizione a Roberto Vannacci. E il fatto che il generale abbia smesso di correre nei sondaggi e stia al contrario iniziando a ridimensionare il suo consenso potrebbe spingere la premier ad approfittarne andando al voto al più presto.

Quarto motivo (forse il principale): ci sono attualmente 25 ricorsi contro lo Stabilicum, presentati presso 25 diversi tribunali. Meloni potrebbe puntare ad andare al voto anticipato prima di eventuali pronunzie definitive della Corte costituzionale.

Europe’s Search for a Ukraine Negotiator Exposes a Much Deeper Struggle for Power

25 October 2026 at 14:08

European leaders are considering appointing a senior representative to negotiate with Russia over Ukraine. But the search exposes a more fundamental problem: whether Europe can transform its economic strength, military resources and political influence into an independent capacity to shape its own security.

Europe is searching for someone capable of negotiating with Vladimir Putin. Yet the question confronting European capitals is considerably more difficult than identifying a politician with sufficient experience, authority and diplomatic skill. It is whether Europe possesses the political unity and strategic independence to negotiate with Moscow on equal terms.

According to diplomatic accounts published on 22nd October, five European leaders have emerged as possible representatives: Italian Prime Minister Giorgia Meloni, Finnish President Alexander Stubb, Czech President Petr Pavel, Danish Prime Minister Mette Frederiksen and Norwegian Prime Minister Jonas Gahr Støre.

No appointment has been announced, and a group of negotiators may ultimately prove more acceptable than a single representative. The initiative reflects concern that Washington’s negotiations with Moscow could produce arrangements affecting European security without sufficient European influence over their terms.

The European Commission insists that the EU is already participating in diplomatic consultations, including discussions held in Oslo on 20th October. But participation in preliminary meetings is not the same as possessing the authority to determine the outcome.

The paradox of European power

Europe’s predicament contains an extraordinary contradiction. The European Union is among Ukraine’s principal financial supporters. Its governments provide military assistance, maintain sanctions against Russia and control decisions affecting Moscow’s future access to European markets. Nevertheless, European capitals remain concerned that the decisive political framework for ending the war could be negotiated principally between Washington and Moscow.

This anxiety has intensified under President Donald Trump, whose transactional approach increasingly treats diplomatic settlements as exchanges of economic concessions and strategic advantages.

As EU Today recently examined, proposals involving sanctions relief, renewed energy cooperation and commercial opportunities raise the possibility of arrangements that depend upon European consent but are negotiated elsewhere.

Washington can discuss reopening economic relations with Russia. It cannot independently reverse European sanctions, guarantee Ukraine’s accession to the EU or decide the continent’s future security arrangements. The European Council explicitly reaffirmed this distinction in its conclusions of 16th October, insisting that decisions affecting the Union’s security and responsibilities belong to Europe itself.

The central issue is therefore not whether Europe has influence, but whether it can organise that influence into a coherent negotiating position.

Why Ukraine must help choose Europe’s representative

An equally important weakness would arise if European governments selected their representative without making Kyiv an integral participant in the decision.

Ukraine is not merely the geographical subject of negotiations. Its government controls whether a proposed settlement can acquire political legitimacy, while its armed forces determine much of what can be implemented on the ground.

A negotiated agreement rejected by Kyiv could neither reliably end the war nor provide the security arrangements that Europe seeks.

European security, moreover, can no longer be considered independently of Ukraine’s military capabilities. Ukrainian forces possess extensive operational experience against Russia, including in drone warfare, electronic warfare and long-range strikes.

Any future continental defence architecture that excludes this experience would disregard one of Europe’s most consequential military assets.

An effective European representative would therefore require a mandate developed jointly with Ukraine, rather than simply endorsed by European governments after the event.

The danger of negotiating without leverage

The proposed candidates illustrate the difficulty of combining political authority with negotiating credibility. Meloni possesses a working relationship with Trump and considerable influence within European conservative politics. Stubb combines experience of Russia’s immediate neighbourhood with access to Washington. Pavel brings military expertise and an understanding of NATO’s command structures. Yet none could independently commit Europe’s governments to financial, military or territorial-security obligations.

This is the fundamental weakness of the proposed office. A negotiator requires more than access to powerful leaders. The ability to make commitments, withhold concessions and impose costs is what gives diplomatic representation substance.

Europe possesses potentially significant instruments: sanctions, industrial capacity, financial assistance and growing defence expenditure. But these remain distributed across institutions and national governments with differing strategic priorities.

Poland, the Baltic states and Nordic governments approach Russian security threats differently from several Western and Southern European capitals. Reconciling those positions is not an administrative exercise. It is a prerequisite for meaningful diplomacy.

The historical shadow of Yalta

The search also reflects European concern about a return to great-power bargaining over the continent’s political geography.

The historical comparison frequently invoked is Yalta in 1945, when Roosevelt, Churchill and Stalin discussed Europe’s post-war settlement. Munich in 1938 offers another warning about negotiating territorial concessions at the expense of directly affected states. Neither precedent precisely describes the present situation.

Unlike the countries subjected to Soviet domination after the Second World War, today’s European states possess established institutions, substantial economic resources and collective defence arrangements. Ukraine, meanwhile, has demonstrated that Russia cannot simply dictate its political future through military superiority.

Nevertheless, the danger lies in accepting the underlying principle that powerful states possess a privileged right to determine the sovereignty and security choices of their neighbours.

Moscow’s demands concerning NATO, Ukrainian territory and Europe’s wider security arrangements extend beyond any conventional ceasefire negotiation.

A European representative would have to challenge that premise rather than merely negotiate the geographical limits of Russian influence.

From diplomatic representation to strategic authority

The debate inevitably leads to Europe’s military dependence upon the United States. An American withdrawal from NATO is not inevitable. Indeed, US legislation restricts unilateral presidential withdrawal. But Washington could substantially reduce its military commitments without formally abandoning the alliance.

Europe must therefore consider how much independent military capacity it requires to support its diplomatic positions. That entails coordinated procurement, integrated military planning, sustainable defence production and deeper cooperation with Britain, Norway, Canada and Ukraine. Recent security challenges in the Black Sea illustrate the difficulty of converting European diplomatic commitments into effective collective action.

These developments would not automatically create a European army or replace NATO. They could, however, give European governments greater freedom to act if American priorities diverge from their own.

The relationship between military capability and diplomacy is particularly important in dealing with Moscow. European representatives cannot expect Russia to revise its demands simply because Brussels has selected a more prominent interlocutor.

Russia would have to conclude that continued aggression carries greater costs than a settlement respecting Ukraine’s sovereignty. Europe’s diplomatic standing would then derive not from the personality of its representative but from the collective resources and political commitments behind that individual.

The immediate search for a negotiator may appear a limited diplomatic initiative. Its implications are considerably larger.

For decades, European security rested upon an arrangement in which American military power compensated for Europe’s fragmented strategic authority. The present negotiations are exposing the limitations of that model. The decisive question is not whether Meloni, Stubb, Pavel or another European leader can secure a place at the negotiating table. It is whether Europe can establish a common position, backed by Ukraine’s consent and by sufficient economic and military power, that neither Washington nor Moscow can disregard.

Without those foundations, a European envoy risks becoming a participant in decisions made by others. With them, the appointment could mark the beginning of a substantially different European role in international security.

La voglia di un mostro, purchessia – Il commento di Antonello Caporale

25 October 2026 at 11:07

Replicare alle violenze di strada a Milano con la mostrificazione di qualcuno a cui si potessero cucire i panni del terrorista. La voglia di un mostro purchessia, la necessità di esibire un volto contro cui vomitare addosso tutte le accuse sembra la prima urgenza di una destra, politica e giornalistica, affamata.

Ieri pomeriggio contro Youssef Siher, in passato giornalista free lance, che nella redazione del Fatto online ha svolto nel 2022 uno stage seguito da una collaborazione sporadica (nel 2025 ha firmato due articoli sulla Tunisia, nel 2026 nessun articolo) come ha avuto altrove altre esperienze lavorative, ricercatore con ottime competenze e referenze, c’era una nota della Digos che indaga sul suo conto per istigazione a delinquere a fini di terrorismo. Non ancora un magistrato che avesse formalizzato l’accusa, men che mai un giudice che l’avesse convalidato.

Le devastazioni ci sono state e certo non conosciamo il suo livello di responsabilità. Aspettiamo che i fatti e le attività a lui contestate siano specificate e rese pubbliche nel dettaglio al più presto. Quel che colpisce è la voglia matta di chiudere con l’impiccagione all’albero della colpa di questa persona, italiano di genitori marocchini, la crisi sociale di giovani e giovanissimi che gravitano nelle periferie degradate delle nostre città, esplose nelle devastazioni che ha vissuto la settimana scorsa Milano.

Attribuire al manganello della polizia lo strumento risolutivo della contesa e chiuderla così. Se chi rompe paga, come ha detto la presidente del Consiglio, e certo è un motto corretto e condiviso, che ogni italiano ricorda da quando bambino se lo sentiva dire in casa, è necessario che accanto alla voglia di far pagare chi rompe, venga anche spiegato cosa si fa perché nessuno rompa, cosa si spende per chi si affaccia nel mondo del lavoro, come si sostiene chi nasce in una famiglia povera, quali luoghi, oltre al marciapiede, può frequentare.

Già che c’è la presidente del Consiglio potrebbe spiegare se e come sono stati spesi i danari del più grande fondo di rinascita (il famigerato Pnrr) il cui principale capitolo di spesa era quello di finanziare le politiche per la nuova generazione. Il next generation Eu, do you remember? Oltre ai manganelli il Parlamento dovrebbe interrogarsi su cosa è stato fatto, i soldi dove sono finiti, cosa si dice a chi oggi non ha nè un lavoro, nè un futuro, e a coloro che pur avendo un impiego pensano di perderlo in favore dell’intelligenza artificiale.

Più che mettersi all’ascolto delle proteste il governo dovrebbe mettersi al lavoro, ammettere le proprie responsabilità, illustrare le idee che gli sono venute per affrontare o almeno mitigare la crisi. Invece di restare con le mani in mano, anzi con il manganello in mano e un nuovo mostro da sbattere in tv.

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Torino, bruciata una foto di Giorgia Meloni in Piazza Castello

24 October 2026 at 16:40

Una grande foto di Giorgia Meloni è stata bruciata in piazza Castello a Torino, dove si sono ritrovati i partecipanti alla manifestazione odierna. Uno di loro, incappucciato, è salito sul monumento al Duca d’Aosta, dando fuoco all’immagine. I manifestanti hanno intonato cori e slogan contro la presidente del Consiglio. In piazza sventolavano prevalentemente bandiere di Rifondazione comunista e della Palestina.

Proprio a Torino, successivamente, ci sono state più cariche della polizia contro i manifestanti. Alla manifestazione partecipano anche famiglie e studenti. Poi sono arrivati anche gruppi di giovani incappucciati. Nel frattempo il corteo, dopo alcune cariche di alleggerimento delle forze dell’ordine, ha cambiato percorso, procedendo verso via Pietro Micca.

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Russia, Zakharova arruola Al Bano per attaccare Meloni: “Roma ascolti il suo appello contro le sanzioni”

24 October 2026 at 12:28

“Felicità è un bicchiere di vino con un panino“. Ma anche far la pace con il Cremlino. Chissà se era questo il ritornello che le girava nella testa quando Maria Zakharova, portavoce del ministero degli Esteri russo, ha deciso di arruolare l’ambasciatore più improbabile della diplomazia mondiale per sferrare l’ultimo attacco al governo italiano: Al Bano Carrisi. Con un post su Telegram il cui tono oscilla tra il melodrammatico e il canzonatorio, la zarina della comunicazione russa ha esortato Giorgia Meloni ad ascoltare l’accorato appello del cantante di Cellino San Marco, che chiedeva di “aprire le porte alla Russia” e cancellare le sanzioni, trasformando l’artista pugliese, che oltre l’ex cortina di ferro è una vera e propria pop star, in un testimonial capace di scardinare la linea atlantista di Roma.

Il trionfatore di Sanremo ’84, gloria della canzone nazional-popolare, ha concesso un’intervista a Sandro Teti Editore, pubblicata su YouTube il 21 ottobre, nella quale ha affermato che la Russia è un Paese “che ci ama” e che “ha molta linfa italiana”, chiedendosi: “Perché fare sanzioni alla Russia? Diamo azioni alla Russia, diamo fiori alla Russia. Facciamo in modo che si smetta questa maledetta guerra”. E ha aggiunto: “Cara Giorgia, ti voglio bene. Te ne vorrei ancora di più se apriamo le porte alla Russia. Io sono un uomo di pace”.

“Il famoso e popolare cantante italiano Al Bano, molto conosciuto e amato nel nostro Paese – ha scritto Zakharova – ha rivolto un appello pubblico, molto sincero e sentito, alla presidente del Consiglio dei ministri italiano Giorgia Meloni. Sottolineando i profondi legami storici e culturali tra i nostri Paesi, ha esortato con grande emotività la presidente del Consiglio a smettere di imporre sanzioni alla Russia, riaprire le porte alla Russia e iniziare finalmente a lavorare concretamente per raggiungere una pace duratura in Ucraina. Ma la sua voce verrà ascoltata a Roma?”.

“A giudicare dagli ultimi avvenimenti le autorità italiane sembrano avere serie difficoltà ad accogliere le voci che dissentono dal discorso politico predominante”, prosegue il post di Zacharova. “I giovani italiani protestano: si cerca una pista russa. I cittadini italiani esprimono il loro malcontento: si sospetta un’influenza straniera”, osserva ancora, chiedendosi ironicamente se “il prossimo obiettivo delle indagini dei servizi segreti italiani sarà Al Bano”.

Da tempo la retorica di Zakharova sembra seguire logiche da show-biz più che da istituzione diplomatica. Se Al Bano è stato elevato al rango di consulente geopolitico di Palazzo Chigi, solo poche settimane fa il ministro della Difesa, Guido Crosetto, si era visto rifilare una recensione tutt’altro che lusinghiera per aver scelto come consigliere l’ex ministro ucraino Mykhailo Fedorov. In quell’occasione, Zakharova aveva liquidato la Difesa italiana come un “Teatro dell’Assurdo“, arrivando a scomodare lo scrittore per ragazzi Gianni Rodari e insinuando che di questo passo Roma avrebbe potuto assumere persino Osama bin Laden.

Anche il Quirinale è stato a lungo il bersaglio prediletto di questa insolita retorica. La prima, durissima escalation risale al 14 febbraio 2025, quando Zakharova definì “invenzioni blasfeme” e “oltraggiose” le parole pronunciate pochi giorni prima a Marsiglia da Sergio Mattarella, che aveva accostato l’aggressione russa in Ucraina alle mire espansionistiche del Terzo Reich. Neanche 72 ore dopo, 17 febbraio, la portavoce russa era tornata alla carica avvertendo in tv che quelle dichiarazioni “non sarebbero rimaste senza conseguenze“.

Il culmine dello scontro si era consumato il 13 marzo, giorno del terzo affondo: in un briefing rilanciato dalle agenzie russe, Zakharova ha accusato direttamente Mattarella di diffondere “menzogne, falsità e disinformazione” in merito alle minacce nucleari di Mosca all’Europa: “La Federazione Russa si è fatta promotrice di una rinnovata e pericolosa narrativa nucleare, a cui si aggiungono il blocco dei lavori del Trattato di non proliferazione, instillando l’inaccettabile idea che ordigni nucleari possano divenire strumento ordinario nella gestione dei conflitti”, aveva detto il capo dello Stato l’8 marzo a Hiroshima. Un attacco frontale così violento da costringere il ministro degli Esteri Antonio Tajani a convocare d’urgenza l’ambasciatore russo a Roma per consegnargli una formale nota di biasimo.

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Italy Investigates Possible Russian Role in Milan Riots as Meloni Confronts Hybrid Warfare Threat

24 October 2026 at 09:56

Italian authorities are examining whether foreign interference helped intensify violent protests across the country, as Defence Minister Guido Crosetto warns that social media is being used as an instrument of hybrid warfare. Prime Minister Giorgia Meloni has introduced emergency security measures and deployed additional troops to Milan, while further demonstrations are planned for Saturday, 24 October.

Italy is investigating the possibility that foreign actors, including Russian operatives, helped amplify the violent unrest that swept Milan and other Italian cities on 17–18 October. The inquiry introduces a national security dimension to demonstrations initially driven by rising living costs, dissatisfaction with public services and broader economic grievances.

According to information disclosed about the government’s intelligence inquiries, officials working under Prime Minister Giorgia Meloni have requested assessments of whether foreign provocateurs contributed to the disorder. No public evidence has established that Moscow organised the violence, and Meloni’s office has declined to comment on the reported intelligence discussions.

The developments follow EU Today’s earlier coverage of the Milan disturbances, which documented extensive looting, attacks on police and the detention of hundreds of young people, many of them minors. Since then, Rome has moved beyond emergency consultations, approving legislation that expands police powers and introduces tougher criminal penalties for violent demonstrations.

On Saturday, 24 October, Italian security forces are preparing for another wave of protests, with additional military personnel, drones and specialist police units deployed in several major cities. The immediate question is whether the government can prevent further disorder while establishing how much of the unrest was locally organised and whether foreign information operations influenced its development.

Crosetto warns of hybrid warfare through social media

Defence Minister Guido Crosetto introduced the hybrid warfare argument during a Defence Procurement Forum in Rome on Tuesday, 20 October. In remarks recorded by Italian public broadcaster Rai, he described the disturbances as the culmination of a form of conflict being conducted through TikTok, YouTube and other social media platforms.

Crosetto argued that young Italians were undergoing what he called a form of counter-education outside their families and schools, absorbing political attitudes and values increasingly hostile to democratic institutions. He criticised Western governments for failing to recognise the consequences of this process, although he did not publicly present intelligence establishing Russian responsibility for the riots.

His comments also exposed differences within the governing coalition. Deputy Prime Minister Matteo Salvini questioned suggestions of Russian involvement, arguing that the immediate priority was identifying violent groups and preventing their movement into Milan.

Russian information operations under scrutiny

European investigators have identified activity by established Russia-linked disinformation networks, including Operation Overload and Doppelgänger, which have circulated and amplified material concerning the unrest.

These operations have previously used manipulated content, misleading narratives and coordinated online distribution to influence European audiences. In the present case, investigations into the online amplification of the violence have identified foreign exploitation of the disturbances, rather than proof that foreign governments organised them.

The European Commission has consequently declined to initiate emergency intervention against social media platforms, citing insufficient evidence linking foreign manipulation directly to the organisation of the protests.

France has taken a similarly cautious position. President Emmanuel Macron acknowledged that foreign actors had manipulated information after the violence but said there was no established evidence that they caused the disturbances. French Foreign Minister Jean-Noël Barrot has separately identified hostile narratives originating from Russia, China and Iran.

For European security authorities, the principal investigative question concerns the relationship between genuine domestic grievances and externally coordinated information campaigns. Foreign networks can exploit political divisions without necessarily directing the organisations or individuals involved in street violence.

Meloni introduces tougher security legislation

Meanwhile, Meloni’s government has proceeded with a substantial legislative response. Following cabinet approval on 20 October, Decree-Law No. 190 of 22 October 2026 entered into force on 23 October.

The legislation introduces penalties of two to five years’ imprisonment and fines of €10,000 to €20,000 for specified forms of organised violence during public demonstrations. Those organising or encouraging qualifying violent groups, including through digital communications, face potential prison terms of four to twelve years. It also expands provisions concerning juvenile offenders and preventive policing. The decree must undergo parliamentary consideration within 60 days.

Separately, the Italian Defence Ministry confirmed the deployment of 500 additional soldiers to Milan under Operation Strade Sicure until 31 December. The soldiers will reinforce security around sensitive locations and support existing police operations without acquiring additional judicial policing powers.

New demonstrations test the government’s response

Security arrangements have been intensified ahead of demonstrations scheduled for Saturday, 24 October, in Milan, Rome, Turin, Bologna, Florence and other cities.

According to the latest security preparations, Rome is deploying approximately 1,500 officers, while Milan is preparing a combined police and military presence supported by aerial surveillance.

On Friday, Italian investigators conducted searches targeting approximately 100 people suspected of involvement in the previous weekend’s disturbances, including 51 minors. Authorities are also monitoring online calls for renewed protests, some organised by groups whose leadership and membership remain unclear.

The unrest presents Meloni with two parallel challenges: containing violence and determining whether hostile foreign networks have played a significant role in its escalation. Italy’s investigations may help establish whether the events represent primarily a domestic public-order crisis, the exploitation of existing tensions by foreign actors, or a combination of both.

For Brussels, the outcome could influence future enforcement of the EU’s Digital Services Act and its wider response to foreign information manipulation. For now, the evidence supports concern about Russian amplification of European unrest, but not a definitive conclusion that Moscow orchestrated the riots.

Travaglio a La7: “Governo Meloni manda i soldati in piazza? Destra tutta chiacchiere e distintivo, imbecille e propagandista”

24 October 2026 at 09:10

“Bisogna smetterla di dire che questa è la destra ‘legge e ordine’, perché questa è una destra ‘illegalità e disordine’. Non sanno cosa sia la sicurezza, perché per far sentire la gente sicura non bisogna inventare nuovi reati per punire cose che sono già punite o dai Dieci Comandamenti o dal Codice Rocco, quindi dalla notte dei tempi. Bisogna assicurarsi che le pene previste dai reati che ci sono già vengano poi eseguite”. È l’affondo del direttore del Fatto Quotidiano Marco Travaglio, che a Otto e mezzo (La7) smonta punto per punto le politiche sulla sicurezza del governo Meloni, mentre cresce la preoccupazione per possibili nuovi scontri nelle città italiane in occasione delle manifestazioni previste per oggi.

Il Consiglio dei ministri ha approvato un nuovo decreto sicurezza che dispone l’invio nel capoluogo lombardo di 500 militari aggiuntivi, fino al 31 dicembre 2026, nell’ambito dell‘operazione Strade Sicure. Si tratta di paracadutisti della Brigata Folgore, provenienti principalmente dal 186° Reggimento di Siena, impiegati nella vigilanza dei luoghi sensibili e nei pattugliamenti, anche dinamici, al fianco di polizia e carabinieri. Un dispiegamento che, secondo Travaglio, racconta soprattutto l’incapacità dell’esecutivo di affrontare le cause dell’insicurezza, sostituendo all’efficacia delle norme l’esibizione della forza.

Il direttore del Fatto osserva che “tutti si riempiono la bocca della famosa certezza della pena, ma pochi possono permettersi di dare poi l’attuazione, perché poi, se la pena è certa, è certa per tutti, anche per i colletti bianchi”. E puntualizza: “I magistrati applicano le leggi che fanno i politici e che hanno trasformato il codice penale e il codice di procedura penale in un colabrodo pieno di scappatoie, di sconti e di saldi di fine stagione che fanno sì che la legge da lontano fa paura e da vicino fa ridere, l’effetto spaventapasseri”. Un meccanismo che finisce per alimentare anche la sfiducia dei cittadini nella giustizia: “La gente quando vede che vengono arrestati e poi dopo un po’ sono fuori o non capisce oppure pensa che sia il magistrato che è buonista, in realtà sono le norme che sono fatte apposta per rendere la pena una barzelletta”.

Circa la decisione di rafforzare la presenza militare nelle strade di Milano, Travaglio sottolinea: “Mandano i soldati in piazza, offendendo tra l’altro polizia, carabinieri e forze dell’ordine che hanno quello di compito, mentre i soldati non si capisce bene cosa vadano a fare, soprattutto dopo che Mattarella ha svuotato i poteri di arresto della polizia giudiziaria che inizialmente questi scriteriati volevano dare ai militari”. Travaglio ribadisce che la moltiplicazione dei presidi non risolve il problema di una legislazione che giudica inefficace: “Il governo Meloni fa le gride manzoniane per dire ‘ho fatto qualcosa‘”. E cita un esempio concreto, quello delle disposizioni penali già esistenti per punire le violenze durante le manifestazioni: “L’articolo 419 del codice penale, che esiste dalla notte dei tempi, afferma: ‘Chiunque fuori dai casi preveduti commette fatti di devastazione o di saccheggio è punito con la reclusione da otto a quindici anni. La pena è aumentata con le aggravanti che arrivano a venti anni se il fatto è commesso nel corso di manifestazioni in luogo pubblico o aperto al pubblico’”.

Travaglio contrappone questa disciplina alla nuova fattispecie di partecipazione violenta a manifestazioni pubbliche, contestando la scelta di introdurre ulteriori reati anziché rendere effettive le sanzioni già previste dall’ordinamento: “Sentite adesso che reato ‘nuovo’ si sono inventati questi: partecipazione violenta a manifestazioni pubbliche. Che è la stessa cosa che abbiamo appena detto, solo che è punita fino a cinque anni. Il nuovo reato ha un massimo di pena di cinque anni, quello che già c’è fino a vent’anni, quindi conviene quello nuovo perché sono degli imbecilli oltre a essere dei propagandisti”. E chiosa: “A cosa serve questa roba qua? A niente. Zero. Se fai otto decreti sicurezza e la gente non si accorge per niente di cosa è cambiato, tant’è che vede che devi mandare i soldati in piazza, si sente più sicura o meno sicura? Si sente meno sicura ovviamente”.

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Sondaggi politici, Meloni si rafforza e Vannacci arretra: chi vincerebbe le elezioni oggi

24 October 2026 at 08:47

Secondo gli ultimi sondaggi elettorali, Fratelli d’Italia (+0,6%) si rafforza salendo al 27,9%. Bene il Partito Democratico (+0,3%) che sale al 20,3%. Male il Movimento 5 Stelle che perde molto (-0,7%) calando al 12,1%.

Sul fronte delle coalizioni, il centrodestra in versione base vince sul Campo Largo in versione base: 41,9% contro 38,9%. Numeri del tutto teorici: l’allargamento delle alleanze farà la differenza alle urne.

Ultimi sondaggi elettorali di ottobre 2026

Qui di seguito la Supermedia Youtrend per Agi dei sondaggi sulle intenzioni di voto. La rilevazione è stata effettuata il 22 ottobre (fra parentesi la variazione rispetto all’8 ottobre):

  • Fratelli d’Italia – 27,9% (+0,6%);
  • Partito Democratico – 20,3% (+0,3%);
  • Movimento 5 Stelle – 12,1% (-0,7%);
  • Forza Italia – 7,3% (=);
  • Futuro Nazionale – 6,8% (-0,8%);
  • Alleanza Verdi e Sinistra – 6,5% (-0,1%);
  • Lega – 5,6% (=);
  • Azione – 3,3% (+0,1%);
  • Italia Viva – 2,4% (+0,1%);
  • +Europa – 1,4% (-0,3%);
  • Noi Moderati – 1,1% (=).

La rilevazione non riporta i partiti inferiori all’1%.

Nota metodologica: la Supermedia Youtrend/Agi è una media ponderata dei sondaggi nazionali sulle intenzioni di voto. La ponderazione odierna include sondaggi realizzati dall’8 al 21 ottobre ed è stata effettuata il 22 ottobre sulla base della consistenza campionaria, della data di realizzazione e del metodo di raccolta dei dati. I sondaggi considerati sono stati realizzati dagli istituti Eumetra (data di pubblicazione 15 ottobre), Noto (20 ottobre), Only Numbers (10, 15 e 16 ottobre), Piepoli (19 ottobre) e Swg (12 e 19 ottobre). La nota metodologica dettagliata di ciascun sondaggio considerato è disponibile sul sito ufficiale sondaggipoliticoelettorali.it.

Che succede in politica oggi

I numeri evidenziano alcuni trend. Uno riguarda il balzo in avanti di FdI, che incassando il +0,6% sale al 27,9%. Un consenso importante considerando che il partito di Giorgia Meloni è già al quarto anno di legislatura. L’effetto logoramento, tirando le somme, non c’è stato.

A sinistra si consuma l’eterno derby fra PD e M5S e gli altri partiti progressisti: se sale uno ne cala un altro. Oggi il PD cresce del +0,3% andando al 20,3% mentre il M5S inciampa forte del -0,7% calando al 12,1%.

Il titolo di quarto partito d’Italia lo mantiene FI (7,3%) mentre FN, che sognava la doppia cifra, precipita del -0,8% andando al 6,8%. Parte del consenso che Vannacci aveva rosicchiato a destra sta ritornando ai “proprietari” originali. Questa settimana FdI si riprende il suo.

Per il resto, solo scosse d’assestamento.

Sondaggi, chi è in vantaggio nelle coalizioni

In vista delle elezioni politiche 2027 i fari sono puntati sulle possibili coalizioni.

Qui lo stato della coalizione conservatrice:

  • centrodestra (FdI, FI, Lega, NM) senza Vannacci – 41,9%;
  • centrodestra (FdI, FI, Lega, NM) con Vannacci – 48,7%.

Qui lo stato della coalizione progressista:

  • campo largo (PD, M5S, AVS) – 38,9%;
  • campo largo (PD, M5S, AVS) con Renzi e Magi – 42,7%.

Attenzione: il sondaggio sopra riportato non tiene conto dei partiti considerati inferiori all’1%. Vengono meno, così, forze politiche che potrebbero portare un vantaggio a una parte o all’altra:

  • Partito Liberaldemocratico > centrodestra;
  • Sud chiama Nord > centrodestra;
  • Avanti Psi > centrosinistra.

Non si tratta di un dettaglio banale: con l’attuale legge elettorale (lo Stabilicum) un solo decimale in più che permetta di raggiungere la fatidica soglia del 42% può far scattare il premio di maggioranza che garantisce la governabilità.

Per il resto, a destra si ragiona se aprire a Vannacci. Al momento, pare che la strada sia in salita data l’incompatibilità del generale con Tajani, Salvini e Lupi. E date le sue posizioni sulla Russia, del tutto antitetiche con quelle della premier.

E a sinistra si cercano programma condiviso e candidato premier, anche tramite eventuali primarie. L’ultimissimo retroscena lo svela il Corriere della Sera: in una riunione riservata, Giuseppe Conte avrebbe espresso disistima per la leader del PD: “Non lo dico per interesse personale. Lo dico perché con Elly Schlein non si vince”.

Business e price cup, cosa porta a casa Meloni dal bilaterale in Kuwait

23 October 2026 at 19:07

Non solo accordi e memorandum, l’Emiro del Kuwait dice sì a prorogare il price cap su benzina e gasolio, già applicato da Q8 nelle scorse settimane in risposta all’appello del governo italiano per contenere i costi dell’energia e tutelare famiglie e imprese. Il bilaterale tra il presidente del Consiglio, Giorgia Meloni, e Misha’al Al-Ahmad Al-Jaber Al Sabah al Bayan Palace di Kuwait City è stato ricco di spunti.

Da un lato sono stati siglati cinque accordi: il Memorandum d’intesa sulla cooperazione nel campo della promozione degli investimenti diretti tra Agenzia Ice e l’Autorità del Kuwait per la promozione degli investimenti diretti; la lettera di intenti tra Leonardo Spa e il ministero della Difesa dello Stato del Kuwait relativa allo sviluppo delle capacità di difesa e alla cooperazione industriale; il protocollo d’intesa tra l’Arma dei Carabinieri e la Guardia Nazionale dello Stato del Kuwait sulla cooperazione militare nei settori della consulenza e della formazione; la dichiarazione dell’adozione dell’Action Plan 2027-2030 tra la Repubblica Italiana e lo Stato del Kuwait sul rafforzamento della cooperazione bilaterale; infine il memorandum d’intesa tra i Carabinieri e la Guardia Nazionale kuwaitiana.

Dall’altro con la visita in Kuwait del 23 ottobre, la tredicesima nelle Nazioni del Golfo, Giorgia Meloni diventa il primo presidente del Consiglio italiano ad avere visitato tutte e sei le Nazioni del Consiglio di Cooperazione del Golfo nel corso di un mandato di governo. Numeri che raccontano il peso specifico delle relazioni tra Palazzo Chigi e il Golfo, come confermato tra le altre cose anche dall’invito a partecipare al Vertice del GCC di Manama del dicembre 2025. Inoltre a proposito del price cap su benzina e gasolio, fonti di Palazzo Chigi spiegano che la disponibilità dell’Emiro rappresenta “un segnale concreto della solidità delle relazioni tra Italia e Kuwait e della capacità del Governo italiano di promuovere un dialogo costruttivo con i partner strategici, traducendo il confronto diplomatico in misure di rilievo per cittadini e sistema produttivo”.

Non va dimenticato che tra Italia e Kuwait ci sono una serie di interlocuzioni molto intense, come la partecipazione dell’Italia alla liberazione del Kuwait dopo l’invasione dell’Iraq di Saddam Hussein, le relazioni da quel momento intrecciate in ambiti nevralgici, come il turismo, l’immobiliare, l’alta tecnologia, l’energia, dove Q8 rappresenta la presenza più riconoscibile con un portafoglio che comprende una rete di distribuzione di 3.000 punti vendita e investimenti nella raffinazione e nella produzione di biocarburanti, anche in partnership con Eni. Le intese siglate hanno lo scopo di cementare ulteriormente questa relazione bidirezionale, come dimostra l’accordo tra Ice e Kuwait Direct Investment Promotion Authority.

Non solo business, la geopolitica è stata al centro del bilaterale con una serie di valutazioni che il premier italiano e l’emiro hanno effettuato su temi sensibili, come le infrastrutture critiche più resilienti, le catene di approvvigionamento e distribuzione alternative, i grandi corridoi regionali e intercontinentali. Ambiti nei quali capitali kuwaitiani e capacità industriali italiane possono concorrere a ridurre le vulnerabilità comuni e creare nuove opportunità di crescita. La difesa resta un pilastro del rapporto bilaterale, spiegano fonti italiane. La visita “segue” il passo da gigante compiuto nelle relazioni bilaterali grazie all’accordo di cooperazione nel settore della difesa entrato in vigore lo scorso 12 ottobre. Sul versante della sicurezza, verrà inoltre definito un memorandum d’intesa tra i Carabinieri e la Guardia Nazionale kuwaitiana.

Manuel Agnelli a Scanzi: “Il governo Meloni in 4 anni non ha combinato un ca**o e ha fatto disastri nella cultura”

23 October 2026 at 18:35

“Questo governo, nel mondo della cultura, del cinema, del teatro e della musica, ha fatto un disastro. In quattro anni non ha combinato un cazzo, ma ci ha rovinato dei piani che erano praticamente fatti”. Manuel Agnelli non risparmia critiche all’esecutivo guidato da Giorgia Meloni durante il confronto con Andrea Scanzi, lo scorso 15 ottobre alla Casa del Cinema, nell’ambito della 21ª edizione della Festa del Cinema di Roma. L’incontro, intitolato I cattivi maestri e promosso dalla Siae, ha ripercorso la carriera del musicista, fondatore e frontman degli Afterhours, soffermandosi sul suo rapporto con la televisione e soprattutto sul ruolo degli artisti nel dibattito pubblico.

Agnelli contesta in particolare le scelte del governo nel settore musicale: “C‘era una legge sulla musica già approvata, che doveva diventare decreto attuativo e che è stata smantellata. Ma gliela metteremo nel culo”.
La critica si estende anche alla situazione generale del Paese: “La sicurezza nelle strade, l’inflazione, è tutto peggiorato. Milano è la città più pericolosa d’Italia in questo momento. Va bene, parlate male di chi volete, degli immigrati, dei maranza, ma fate qualcosa”.
Nonostante la disillusione verso la politica, il musicista continua a considerare il voto uno strumento indispensabile. “Non mi piacciono i proclami politici, quelli partitici ancora meno, quindi non ho mai detto votate Tizio o votate Caio, però ai concerti ho cominciato a dire: andate a votare”. Anche quando manca una piena convinzione, sostiene, partecipare alle elezioni serve a mantenere un equilibrio tra le diverse forze politiche, impedendo che la società si sposti eccessivamente in una sola direzione.

Il dialogo con il giornalista de Il Fatto Quotidiano affronta anche una questione che divide il mondo dello spettacolo: gli artisti devono esporsi politicamente? Scanzi cita Francesco De Gregori, il quale ha dichiarato di provare imbarazzo quando un uomo di spettacolo prende posizioni nette su questioni internazionali complesse.
“Siamo in democrazia, è giusto che sia così, lui ha tutto il diritto di pensarla diversamente – risponde il musicista –. Ma io sono convinto che sia più opportuno, in questo momento storico, dare un esempio di partecipazione e comunicare a tutti che si può partecipare, che è legittimo farlo”.
E aggiunge: “De Gregori secondo me avrebbe fatto meglio a dire: io non credo in questa cosa e non voglio partecipare, ma è legittimo se qualcuno invece lo fa”.

A preoccuparlo è soprattutto la crescente insofferenza verso chi sceglie di prendere posizione pubblicamente. “La gente si è abituata a non partecipare e a considerare una rottura di balle quando qualcuno partecipa”, osserva, riferendosi alle critiche rivolte agli studenti che manifestano o agli artisti che esprimono opinioni sui media. Un atteggiamento che considera tanto più contraddittorio nell’epoca dei social: “I social sono un monnezzaio mostruoso, pieno di gente che si collega e vomita di tutto. Perché quello non è un problema e poi uno pubblicamente non può dire qualcosa della quale si prende la responsabilità mettendoci la faccia?”.

L’ex giudice di X Factor rivendica quindi il diritto di intervenire anche nei programmi di approfondimento politico, come Otto e mezzo, al quale ha partecipato insieme a Scanzi: “Sono un cittadino che paga le tasse, va a votare e lavora, quindi ho tutto il diritto di avere un’opinione e di esprimerla. Il megafono che ho me lo sono costruito io e ho il diritto di utilizzarlo con responsabilità, ma come voglio”.
Una convinzione che non si traduce, tuttavia, nell’ambizione di intraprendere una carriera politica. Alla domanda se qualcuno gli abbia mai proposto di candidarsi, risponde con ironia: “Sono impresentabile. L’unica cosa buona che ho è che so coniugare i congiuntivi, che è una cosa molto rara in Parlamento”. Poi chiarisce: “Dobbiamo sapere dove siamo più efficaci e dove siamo più forti. Io penso che lì in mezzo mi maciullerebbero in 30 secondi. Ci sono delle dinamiche pazzesche, non è che vai lì con la visione del sole nascente. È proprio una corte di serpenti e quella roba non mi interessa”. Ricorda invece l’esperienza del padre, impegnato prima nella politica nazionale e successivamente in quella territoriale, dove aveva trovato la possibilità di misurare i risultati concreti del proprio lavoro.

C’è spazio anche per un bilancio della lunga esperienza a X Factor, che Agnelli ha deciso di interrompere quando ha capito di non poter più utilizzare il programma per raccontare la musica come avrebbe voluto: “Quando la produzione è cambiata, paradossalmente proprio nell’anno in cui ho vinto, ho deciso di smettere perché non riuscivo più a raccontare. Il mio personaggio diventava macchiettistico, il giudice cattivo che deve sempre rompere il cazzo. E quando diventi una macchietta perdi totalmente l’efficacia”. Una scelta che ha comportato anche una rinuncia economica considerevole: “Mi hanno offerto 870mila euro per fare la stagione dopo e ho detto di no”.

Agnelli riconosce di potersi permettere una simile decisione, ma respinge le accuse di chi lo considera ‘un venduto’ per aver partecipato a un talent televisivo. “Molti di quelli che mi danno del venduto perché sono andato in televisione avvelenerebbero tutta la famiglia per 870mila euro”. E ricorda che compromessi e interessi economici non sono estranei neppure all’ambiente della musica alternativa, citando le riviste musicali che, a suo dire, subordinavano la concessione delle copertine all’acquisto di spazi pubblicitari. Una denuncia alla quale accompagna, però, il riconoscimento del ruolo fondamentale svolto da quelle stesse testate nella crescita della scena rock italiana degli anni Novanta.
Dalla televisione alla musica, fino alla politica, emerge una concezione dell’impegno pubblico che Agnelli rivendica come esercizio di libertà e responsabilità individuale, indipendentemente dal mestiere che si svolge o dalla notorietà di cui si gode. “Partecipare alla vita pubblica è un dovere ed è anche un diritto. E forse ce lo siamo dimenticati”.

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Caro carburante, i limiti e le trappole del decreto-spot di Meloni. Lo sconto di 45 centesimi sul gasolio per gli agricoltori? È teoria

23 October 2026 at 16:13

Il consiglio dei Ministri ha varato d’urgenza un decreto legge per il caro carburante, promettendo agli agricoltori 60 milioni di euro per un contributo a fondo perduto sul costo del gasolio, mentre il ministro Francesco Lollobrigida dice che “ci sono studenti, agricoltori e autotrasportatori perbene utilizzati come massa critica per iniziative illegali che non possono essere tollerate”, parlando di “tenuta sociale ed economica del Paese”. Ma da una lettura del testo dell’esecutivo (che dovrà poi essere convertito in legge) emergono diverse zone d’ombra che rischiano di svuotare quello che dovrebbe essere un aiuto per moltissime aziende. Per loro, infatti, quei soldi non sono disponibili automaticamente. Oltre al fatto che nel decreto non c’è neppure l’ombra di interventi strutturali sulla filiera. Gli agricoltori, infatti, denunciano da anni un problema sistemico: i costi (non solo quelli legati ai carburanti, ma in genere alle produzioni e anche ai fertilizzanti) sono esplosi, mentre i prezzi dei prodotti pagati ai campi rimangono troppo bassi, spesso inferiori ai costi stessi di raccolta. E questo, a dire il vero, è un problema precedente agli ultimi conflitti, come raccontato a più riprese da ilfattoquotidiano.it. Detto, quindi, che il decreto non affronta il divario tra i ricavi della grande distribuzione e le perdite dei produttori, è legittimo qualche dubbio sulla capacità di tamponare anche la sola emergenza del carburante. Eppure per Coldiretti il decreto “è un segnale concreto di attenzione verso un settore strategico per il Paese” e le risorse “rappresentano un sostegno fondamentale per le imprese”.

La misura varata per gli agricoltori e quei 45 centesimi (solo teorici)

“Stanziamo 60 milioni di euro per un contributo a fondo perduto sul costo del gasolio agricolo che, nei fatti, si tradurrà in uno sconto fino a 45 centesimi al litro per oltre 120 milioni di litri” ha dichiarato la presidente del Consiglio, Giorgia Meloni, in un video pubblicato al termine del Consiglio dei ministri. Ma quei 45 centesimi al litro di sconto sono ‘teorici’. Ed è qui che è servita la prima trappola: la verità è che non si sa a chi andranno quei soldi e chi saranno i beneficiari. La cifra reale emersa dal testo è di 121 milioni di litri complessivi e si tratta del tetto massimo di carburante complessivo che lo Stato può sussidiare con quei 60 milioni. Quindi il governo dichiara sì un aiuto “fino a 45 centesimi al litro”, ma può farlo su “121 milioni di litri”. Se le richieste delle aziende agricole supereranno complessivamente quella cubatura nel periodo coperto, il contributo reale per singolo litro verrà rimodulato al ribasso. Dai 45 centesimi si dovrà man mano scendere. Brutta notizia: la misura deve coprire i costi sostenuti tra il 1 giugno e il 15 ottobre 2026. Un intervallo di tempo che coincide esattamente con la stagione dei raccolti e della lavorazione intensiva del terreno (da giugno a settembre), ossia il periodo in cui i consumi di gasolio agricolo toccano i massimi annuali in Italia.

Confagricoltura Emilia-Romagna: “Distanza tra risorse e fabbisogno”

Tanto per avere un’idea, in Italia si consumano mediamente circa tra i 2,2 e i 2,5 miliardi di litri di gasolio agricolo all’anno. Solo nel periodo di quattro mesi e mezzo preso in esame, i consumi stimati del settore superano ampiamente il miliardo di litri. Lo sanno bene al ministero dell’Ambiente e della Sicurezza energetica che, insieme alle Regioni, gestisce l’anagrafe degli utenti dei carburanti agevolati tramite i registri Uma (Utenti Motori Agricoli). E lo sa bene Confagricoltura. “Il periodo interessato dalla misura coincide, per numerose produzioni agricole, con alcune delle operazioni più impegnative dal punto di vista energetico: dalla raccolta dei cereali alle lavorazioni del terreno, fino alle attività legate alle colture estive e alle semine autunnali” fa notare il Consiglio direttivo di Confagricoltura Emilia-Romagna, riunitosi sotto la presidenza di Marcello Bonvicini. Si aggiungono, poi, i consumi di carburante legati all’irrigazione “particolarmente rilevanti quest’anno a causa della siccità e delle temperature eccezionalmente elevate che hanno interessato l’Emilia-Romagna e numerose altre aree del Paese, rendendo necessari interventi irrigui più frequenti e prolungati per salvaguardare le produzioni agricole”. Numeri che evidenziano “una distanza significativa tra le risorse disponibili e il fabbisogno delle imprese. Non si tratta di mettere in discussione la necessità dell’intervento – spiega il Consiglio direttivo di Confagricoltura Emilia-Romagna – ma di essere consapevoli che un sostegno di questa entità, pur utile, può incidere soltanto in misura limitata sui costi sostenuti dalle aziende”.

La trappola del 20 per cento

Di fatto, c’è un altro problema: il contributo può arrivare al massimo al 20% della spesa ammessa, ossia di quanto è stato pagato. Perché quel 20% arrivi a valere 45 centesimi, l’agricoltore in questione dovrebbe aver pagato il gasolio 2,25 euro al litro, ma in Italia – nonostante i rincari – gli agricoltori lo hanno pagato al massimo tra 1,50 e 1,70 euro al litro. Nel primo caso, il 20% corrisponde a 30 centesimi e non ai 45 massimi. Morale: il tetto massimo del 20% impedirà comunque di raggiungere i 45 centesimi, indipendentemente dai fondi totali. A quel punto entra in gioco l’effetto scala: le grandi aziende possiedono ampie estensioni di terreno, macchinari pesanti e flotte di trattori che consumano decine di migliaia di litri di gasolio all’anno. Moltiplicando anche solo 30 centesimi per volumi enormi, il contributo finale ottenuto in termini assoluti resta comunque significativo sul bilancio aziendale. Ma per un agricoltore piccolo è un’altra storia. Se lo sconto reale scende a 30 centesimi al litro a causa del tetto del 20%, su poche centinaia o migliaia di litri il risparmio totale monetario diventa irrilevante. Il contributo, tra l’altro, spetta solo per gli acquisti effettuati dal 1 giugno al 15 ottobre, quindi le aziende agricole già in crisi di liquidità, che hanno dovuto ridurre le lavorazioni o comprare il minimo indispensabile, riceveranno solo una piccola parte di quanto annunciato.

Tempistica e burocrazia

Il decreto affida la gestione e l’erogazione dei flussi ad Agea, l’Agenzia per le erogazioni in agricoltura, che ha cinque giorni dall’entrata in vigore del provvedimento per definire modalità e termini di trasmissione della documentazione e pagamenti diretti nei trenta giorni successivi. Storicamente, i portali telematici agricoli subiscono forti rallentamenti in queste occasioni, rischiando di creare un collo di bottiglia per i Centri di Assistenza Agricola (CAA) che devono caricare le fatture e i piccoli produttori che non hanno canali di acquisto tracciabili massivi o che faticano a produrre tempestivamente la documentazione rischiano di rimanere esclusi o di subire i ritardi peggiori. Il Consiglio direttivo di Confagricoltura Emilia-Romagna richiama l’attenzione sull’importanza delle modalità di attuazione degli interventi: “L’esperienza degli anni passati, in particolare per alcuni crediti d’imposta, ha evidenziato come finestre temporali eccessivamente ristrette e vincoli nell’utilizzo delle agevolazioni possano limitarne sensibilmente l’efficacia, impedendo alle imprese di sfruttare pienamente i benefici previsti”. Anche per il credito d’imposta sul carburante agricolo riconosciuto nel 2026, la normativa stabilisce il termine del 31 dicembre per l’utilizzo in compensazione. Una scadenza che “rischia di penalizzare le imprese che non dispongono, nel periodo previsto, di sufficienti debiti fiscali e contributivi da compensare. Non basta stanziare risorse: occorre creare le condizioni perché arrivino realmente alle imprese”.

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Perché rispondere agli scontri di Milano con più carcere per i minori è la cosa peggiore che si possa fare

23 October 2026 at 15:56

Il cosiddetto pacchetto Sicurezza approvato dal governo a seguito dei recenti scontri tra la polizia e i ragazzini nel centro di Milano segue ancora la linea dell’aumento delle pene, secondo una tradizionale, ma fallimentare, logica economica. Nel 1992 l’economista americano Gary Becker vinse il premio Nobel anche per la sua teoria razionale della criminalità. Per l’economista conservatore ogni atto criminale deriva da un calcolo dei costi e dei benefici. Quindi per sradicare ogni tentazione criminale sarebbe sufficiente aumentarne il costo, per esempio incrementando gli anni di pena.

Questa teoria molto semplicistica del crimine è stata abbondantemente smentita da ogni lato e abbandonata scientificamente, ma continua a circolare perché ha il pregio della semplicità e di una sua efficacia mediatica.

Se questa teoria è risultata insufficiente nei confronti degli adulti, diventa del tutto fallimentare se applicata agli adolescenti tra i 14 e i 18 anni, come previsto dal governo. Nasce un nuovo reato, quello di partecipazione violenta a una manifestazione, che può portare fino a cinque anni di galera, e anche di più con il volto mascherato o per chi la organizza. Basterà questo aumento sproporzionato della pena a dissuadere i dodicenni o tredicenni dal manifestare in maniera rabbiosa e violenta? Il governo pensa di sì, risolvendo tutto con un decreto da dare in pasto all’opinione pubblica.

Ma anche seguendo la vecchia logica economica dei costi e dei benefici, il calcolo è sbagliato e il governo Meloni sta compiendo un grossolano errore, che avrà purtroppo conseguenze durature. Sul piano dei benefici per la comunità mettiamo pure un riacquistato senso di sicurezza per le persone che frequentano i centri urbani e il risparmio dei danni evitati con la deterrenza. E sul lato dei costi?

Supponiamo che il tredicenne esaltato sia individuato e condannato a scontare i suoi cinque anni di carcere. Possiamo dargli o darle il massimo della pena perché a capo della protesta. Credo che in questo modo venga procurato un danno umano, educativo e personale notevolissimo, visto che la persona che stiamo considerando è nella sua fase formativa. Per la società la repressione degli adolescenti sicuramente rappresenta un costo futuro molto salato che non può essere ignorato. I ragazzini e le ragazzine che usciranno dopo qualche anno dal carcere non credo saranno persone migliori di quando sono entrate. Anzi potrebbero, per comprensibili ragioni, rappresentare un nuovo e più grande pericolo per la società.

Però la punizione, non la repressione, anche per gli adolescenti che protestano violentemente, ci vuole in uno stato di diritto. Certamente. Ecco allora che si possono pensare delle punizioni alternative. Qui il catalogo è molto ampio, dai lavori socialmente utili a iniziative che facciano capire agli adolescenti la complessità del mondo in cui viviamo, complessità che non può essere risolta spaccando una vetrina e arraffando una felpa. Il governo, vista la giovane età dei devianti, avrebbe dovuto comportarsi da buon genitore e non da ottuso gendarme che non si pone il problema del perché. Punire per reprimere è un non senso da un punto di vista educativo e un fallimento per la società.

Ma chi sono questi ragazzetti che ci fanno paura e che il governo vuole mettere in galera? Forse i più sono come i ladruncoli che popolano i libri di Charles Dickens. Nei romanzi del grande scrittore, ambientati nella Londra opulenta di fine Ottocento, i giovani criminali vengono arrestati, processati e messi in carcere con pene severissime. La loro unica colpa era quella di cercare di campare con furtarelli o stratagemmi illegali in una società che li teneva ai margini. Insomma, la loro colpa era la miseria, una direzione che ci potrebbe aiutare anche oggi.

Speravo che a distanza di un secolo e mezzo le cose fossero cambiate e invece, con il governo Meloni, si torna veramente all’odioso antico. Il carcere per i quasi bambini è da considerare una vergogna e uno scandalo che tutti dovremmo condannare, anche perchè i ragazzini violenti, oggi più di ieri, sono figli della società intera che se ne deve fare carico. In un certo senso, tutti ne siamo responsabili.

Non so se il mondo sarà salvato dai ragazzini, quelli che protestano devastando o gli altri, come scriveva nel suo testo onirico, dallo stesso titolo, Elsa Morante nel 1968. So solo che ora stanno parlando al mondo degli adulti, anche se con un linguaggio rude e aspro che non ci piace. Ascoltarli è nostro dovere, punirli anche, metterli in carcere invece è la cosa peggiore che possiamo fare.

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Maxi-utili di Eni nei primi 9 mesi dell’anno, Avs: “Italiani più poveri e petrolieri più ricchi: Meloni complice”

23 October 2026 at 11:54

L’aumento del prezzo del petrolio e la crisi energetica che sta colpendo tutti i settori, o quasi, rende gli “italiani più poveri e i petrolieri più ricchi”, ha affermato Angelo Bonelli, leader di Avs alla luce dei risultati operativi e finanziari del terzo trimestre di Eni, ulteriormente migliorati. “Ha chiuso i primi nove mesi del 2026 con un utile netto di 7,6 miliardi di euro, contro i 2,5 dell’anno scorso: +202%. Solo nel terzo trimestre l’utile è di 3,2 miliardi, +299%”, ha detto il portavoce di Europa Verde, che dall’altro lato della bilancia ha posto le famiglie italiane che da quando è iniziato il blocco dello Stretto di Hormuz pagano le conseguenze delle scelte politiche in bollette e carburanti, a prezzi insostenibili. “Mentre l’Italia si impoverisce, il governo Meloni consente l’arricchimento delle società energetiche ai danni dei cittadini”, è stato l’attacco del deputato.

“Intanto le grandi società energetiche registrano profitti enormi: Eni segna un aumento del 70% dell’utile netto (adjusted, cioè solo quelle legate alla normale attività operativa, ndr) e l’Avvocatura dell’Unione europea ha chiarito che tassare gli extraprofitti energetici è compatibile con il diritto europeo. Perché Meloni non interviene? Per ridurre le accise il governo usa i soldi dei contribuenti anziché chiedere un contributo straordinario a chi accumula profitti miliardari”. Bonelli, che giovedì era insieme al suo co-leader Nicola Fratoianni al fianco di agricoltori e autotrasportatori in protesta, ha ricordato che il governo potrebbe intervenire con una tassa straordinaria sui profitti delle società energetiche, ma non sembra andare in questa direzione.

“Il governo Meloni è responsabile della crisi sociale perché ha scelto di stare dalla parte dei petrolieri invece che da quella degli italiani: ha usato i soldi pubblici per tamponare l’emergenza, invece di far pagare chi si è arricchito, e continua a tenere il Paese legato a gas e petrolio, che sono la causa del caro energia. Ogni euro che resta nei bilanci delle compagnie fossili è un euro tolto alle famiglie e alla transizione energetica, l’unica strada per liberare l’Italia dal ricatto dei prezzi delle fonti fossili”.

Mentre agricoltori e autotrasportatori, fortemente gravati dall’aumento del prezzo del carburante, si impoveriscono e i consumatori pagano prezzi sempre più alti, il Governo “ripropone lo stesso copione: invece di dare risposte, parla di intimidazioni e infiltrazioni e minaccia la precettazione”, continua Bonelli. Per i 70 milioni stanziati in sostegno ai pescatori e agli agricoltori, sono state utilizzate le risorse pubbliche, mentre con gli stessi “soldi degli italiani” le compagnie accumulano miliardi.

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Southern Italy Faces Food Shortages as Drivers’ Strikes Continue

23 October 2026 at 10:53
(FILE) Italian PM Georgia Meloni. Photo: EFE.

A truckers’ strike against high fuel prices paralyzed southern Italy on its sixth day, leaving supermarkets with empty shelves, airports without fuel and postal services suspended.


Hundreds of tons of agricultural production remained stranded in trucks or piled up in cold storage rooms, and many business owners decided to suspend harvests and halt production of emblematic products such as buffalo mozzarella.

Poste Italiane was forced to completely interrupt the sending and delivery of mail and packages to and from Calabria, Sicily, Campania and Apulia, the company was reported to have said.

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The mayors of Naples and Bari warned in a joint statement that the paralysis not only threatened food supplies but also jeopardized urban waste management, and they warned of an emergency that could plunge entire communities into a health collapse.

Tension on the roads intensified because of picket activity, and local press reported acts of sabotage in areas such as Caserta, including placing truck tires on highways to force heavy transport to brake.

In response, Italian police escorted convoys of commercial vehicles and deployed operations that resulted in 71 people reported and 242 sanctioned.

Minister of Enterprise Adolfo Urso recalled in the Chamber of Deputies that blocking the passage of trucks was a crime punishable by prison sentences.

In the north, Milan prepared special security measures ahead of new and massive student and youth demonstrations scheduled for Saturday, framed by discontent over the cost of living and the deterioration of public services.

Italy’s Council of Ministers approved on October 20 a new youth security decree that extended preventive detention to minors, until then reserved for adults, and created the crime of violent participation in demonstrations, punishable by up to five years in prison and fines of up to 20,000 euros for anyone who, within a group of five or more people, throws stones, sticks or objects that endanger third parties.

Manifestare è un diritto, devastare le nostre città no. Ecco le misure che abbiamo approvato per contrastare la violenza e tutelare la sicurezza dei cittadini. pic.twitter.com/kqk51X8YZa

— Giorgia Meloni (@GiorgiaMeloni) October 20, 2026
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